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Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Maggio 2020

Occorre un patto sociale

Post n°3348 pubblicato il 30 Maggio 2020 da namy0000
 

2020, Avvenire 29 maggio. 

Bankitalia. Visco: «Affrontare debolezze per ripresa. Rischi disuguaglianze e Pil -13%»

Il governatore all'assemblea: calo del prodotto 2020 del 9% nello scenario migliore. Bene il Recovery fund, ma i fondi Ue «non sono gratuiti», usarli con pragmatismo. E chiede un "patto sociale", risuona all'assemblea della Banca d'Italia, per la prima volta a porte chiuse (solo qualche decina i presenti), con i giornalisti a casa collegati in streaming.

«una crisi senza precedenti nella storia recente», «L'incertezza oggi è forte. Da più parti si dice "insieme ce la faremo". Lo diciamo anche noi - afferma il governatore - ma purché non sia detto solo con ottimismo retorico, bensì se assumeremo collettivamente un impegno concreto a scelte mature, consapevoli, guardando lontano. Ce la faremo partendo dai punti di forza di cui qualche volta ci scordiamo; affrontando finalmente le debolezze che qualche volta non vogliamo vedere. Molti hanno perso la vita. Nessuno deve perdere la speranza».

una citazione dell'economista John Maynard Keynes sulla ricetta da seguire: «La migliore garanzia di una conclusione rapida è un piano che consenta di resistere a lungo».

«su ipotesi più negative, anche se non estreme, il prodotto potrebbe ridursi del 13% quest'anno e la ripresa nel 2021 sarebbe molto lenta». 

L'Europa sta facendo comunque la sua parte ma con l'avvertenza in generale che «i fondi europei non sono gratuiti» perché il debito comune è comunque «debito di tutti» e, quindi, tali risorse vanno usate con «pragmatismo».

E arriva, Visco, a chiedere «un nuovo rapporto, un dialogo costruttivo tra governo, imprese dell’economia reale e della finanza, istituzioni, società civile», anche senza «bisogno di chiamarlo un nuovo “contratto sociale"».

«la Bce è intervenuta con immediatezza. In marzo e aprile la Banca d’Italia ha portato il ritmo di investimento in titoli di Stato italiani a oltre 10 miliardi al mese. A essi si sono aggiunti ulteriori interventi, di ammontare anche più alto, nel contesto del nuovo programma di acquisti». Anche «il governo italiano si è mosso secondo le medesime priorità: tra marzo e maggio, sono state varate misure che accrescono il disavanzo pubblico di quest’anno di circa 75 miliardi, il 4,5% del prodotto».

il sistema bancario sta facendo la sua parte: dapprima con le moratorie su mutui e prestiti per poco meno di 250 miliardi, inoltre «l’ampia liquidità offerta dall’Eurosistema e le garanzie messe a disposizione dallo Stato stanno consentendo di soddisfare la domanda emergenziale di fondi da parte delle imprese. Nel bimestre marzo-aprile il credito alle società non finanziarie è aumentato di 22 miliardi, dopo che nei precedenti dieci mesi era diminuito di 9; la crescita è stata pari a quasi il 17% in ragione d’anno». Ma poi Bankitalia riconosce che nell'erogare i prestiti post-crisi «si riscontrano frizioni» dovute a una molteplicità di cause, tra le quali il fatto che - non avendo fissato il "decreto Liquidità" del governo Conte specifiche novità normative - «le banche che omettono la valutazione del merito di credito si espongono al rischio di commettere reati». Tuttavia, grazie agli interventi degli ultimi anni, le banche italiane si trovano ad affrontare la crisi «in una posizione di maggiore forza rispetto a quella in cui si trovavano prima della doppia recessione del 2008-2013».

nel medio periodo, non potranno non esserci effetti sui bilanci bancari. «L’aumento dei crediti deteriorati andrà affrontato per tempo, facendo ricorso a tutti i possibili strumenti - argomenta il governatore -. Qualora dovesse rivelarsi necessario, si dovrà essere pronti a percorrere soluzioni che salvaguardino la stabilità del sistema».

«l’impatto della recessione e delle misure messe in campo - annota Visco - è forte sulle finanze pubbliche. Un lascito così pesante impone una presa di coscienza della dimensione delle sfide di fronte a noi. L’economia italiana deve trovare la forza di rompere le inerzie del passato e recuperare una capacità di crescere che si è da troppo tempo appannata. Nonostante le profonde ferite della crisi e le scorie non ancora assorbite di quelle precedenti, le opportunità in prospettiva non mancano; il Paese ha i mezzi per coglierle».

«servirà un incremento medio della produttività del lavoro di poco meno dell'1% all’anno. I ritardi rispetto alle economie più avanzate non possono essere colmati con un aumento della spesa pubblica se non se ne accresce l’efficacia e se non si interviene sulla struttura dell’economia».

«Ciò che soprattutto ci differenzia dalle altre economie avanzate è l’incidenza dell’economia sommersa e dell’evasione, che si traduce in una pressione fiscale effettiva troppo elevata per quanti rispettano pienamente le regole. Le ingiustizie e i profondi effetti distorsivi che ne derivano si riverberano sulla capacità di crescere e di innovare delle imprese; generano rendite a scapito dell’efficienza del sistema produttivo. Serve un profondo ripensamento della struttura della tassazione», con l'«obiettivo di favorire i fattori produttivi».

Con un tasso di crescita dell’economia compreso tra l'1 e il 2%, e con la riduzione del differenziale di rendimento dei titoli pubblici italiani rispetto a quelli tedeschi, un avanzo primario della misura indicata sarebbe sufficiente per ridurre il peso del debito sul prodotto di circa due punti percentuali in media all’anno. Crescita e politiche di bilancio si rafforzerebbero le une con le altre, in un circolo virtuoso».

«Nel prendere parte alla strategia europea che si va delineando l’Italia è chiamata a uno straordinario sforzo, tecnico e di progettazione, per sfruttare le opportunità offerte meglio di quanto non abbia fatto negli ultimi decenni con i programmi dell’Unione.  Se intuiamo, in modo impreciso, e contrastiamo, con forza, la gravità delle conseguenze sociali ed economiche nel breve periodo, per quelle a più lungo termine possiamo solo riconoscere di “sapere di non sapere”. È molto difficile prefigurare quali saranno i nuovi “equilibri” o la nuova “normalità” che si andranno determinando, posto che sia possibile parlare di equilibri e normalità. Per affrontare tanta incertezza è però cruciale, oggi ancora più di prima, che siano rapidamente colmati i ritardi e superati i vincoli già identificati da tempo. Oggi più di prima, perché una cosa è sicura: finita la pandemia avremo livelli di debito pubblico e privato molto più alti e un aumento delle disuguaglianze, non solo di natura economica. Solo consolidando le basi da cui ripartire sarà possibile superare con successo le sfide che dovremo affrontare».

 
 
 

Vuoi adottare una mucca?

2020, Il Post 27 maggio. Vuoi adottare una mucca? E un ciliegio? E le api?

Esistono molte opportunità per aiutare piccoli allevatori e aziende agricole e mangiare cose più buone, o fare un regalo a chi ama gli animali ma vive in città

Lo scorso 10 aprile, a circa un mese dalla chiusura delle attività per l’emergenza coronavirus, una piccola cooperativa di allevatori con sede a San Pietro di Cadore, vicino a Cortina, ha deciso di dare in adozione le sue quaranta mucche. L’idea non era liberarsene, ma continuare ad allevarle nelle proprie stalle chiedendo un contributo economico a tutti coloro che avessero voluto partecipare e offrendo in cambio una selezione di prodotti della loro latteria. La cooperativa ha ricevuto migliaia di richieste di adozione, tanto che ha dovuto annunciare sulla sua pagina Facebook che per qualche giorno le mucche verranno lasciate a riposo perché «per questo mese hanno dato tutto il latte che avevano».

La cooperativa si chiama Peralba Costalta ed esiste dal 1982, ma da due anni è stata rilevata da cinque giovani allevatori che volevano portare avanti l’attività di un piccolo allevamento di mucche ― sempre più raro perché poco redditizio ― e la produzione di burro e formaggio. Sul sito della Cooperativa Peralba Costalta ci sono le foto, i nomi e le età delle mucche che si possono adottare: le adozioni possono durare un mese (39 euro), sei mesi (219 euro) o un anno (409 euro). In cambio si ricevono a casa ogni mese burro e formaggi tipici della latteria, e un attestato di adozione.

La Cooperativa Peralba Costalta non è la prima e neanche l’unica a utilizzare il modello delle adozioni a distanza per portare avanti un’attività che altrimenti farebbe fatica a sopravvivere. Oltre alle mucche, online si trovano progetti per adottare api, asinelli, pecore, galline e alberi da frutto. È un’idea regalo molto apprezzata da amici e parenti che vivono in città ma amano gli animali: le aziende offrono infatti anche la possibilità di scegliere il nome dell’animale e di visitare la fattoria per vederlo di persona. In questi mesi in cui molte famiglie si sono trovate per necessità a cambiare il proprio approccio alla spesa e a mangiare a casa molto più spesso di prima, l’idea di un rifornimento periodico di prodotti freschi e di qualità potrebbe essere diventata ancora più allettante.

A ricorrere al modello delle adozioni a distanza sono soprattutto le aziende agricole e le fattorie più piccole, con sistemi di coltivazione biologici e allevamenti non intensivi, che producono meno facendo più attenzione ai processi e alla qualità. I costi di queste piccole imprese sono altissimi rispetto al loro profitto e in questi mesi di emergenza sanitaria le difficoltà sono ancora più del solito.

Sardinia Farm, in provincia di Cagliari, chiede 390 euro all’anno per l’adozione di una pecora e in cambio spedisce circa 20 chili di pecorino e un manufatto di lana, oltre a rilasciare il certificato di adozione e dare la possibilità di scegliere il nome della pecora. Anche la Cooperativa Vallenostra di Mongiardino Ligure, in provincia di Alessandria, sfrutta il modello dell’adozione a distanza per sostenere le spese di allevamento delle sue pecore e la produzione di formaggi che altrimenti finirebbero per scomparire. In questo caso il contributo richiesto è di 70 euro e si riceve a casa un cesto di prodotti tipici del luogo.

Un altro progetto di cui si è parlato molto nelle ultime settimane è quello di 3Bee, una startup italiana nata per innovare i sistemi di diagnostica e monitoraggio degli alveari che è riuscita a creare una rete di migliaia di piccoli apicoltori in tutta Italia. Con l’obiettivo di evitare la scomparsa delle api dovuta a cambiamenti climatici, pesticidi e parassiti, 3Bee offre la possibilità a chiunque di adottare un alveare e ricevere il miele direttamente a casa. Sul sito di 3Bee si può scegliere tra una lista di apicoltori e per ciascuno si può decidere quale miele farsi inviare, quale arnia adottare e a quale piano tariffario aderire: in un anno si va da mezzo chilo di miele a 21 euro, fino a 94 euro per 5 chili. Anche le aziende possono contribuire alla causa: per esempio a marzo Ferrero ha adottato 10 alveari per un totale di circa 600mila api.

Lo stesso fa la Fattoria Le Pietre Vive di Montaperti, che ha avviato il progetto Le Api di Gioia per permettere l’adozione di un’arnia nella provincia di Siena. L’adozione è di un anno e costa 90 euro: si può dare un nome alla propria ape regina e ricevere a casa un certificato, 6 chili di miele, 2 bottigliette di propoli e 2 confezioni di polline, che si può assumere come integratore naturale.

Vicino a Venezia la Fattoria il Rosmarino si occupa di galline in via d’estinzione, cosiddette “antiche” perché sono robuste e vivono allo stato libero fino a 8 anni, molto più a lungo delle galline d’allevamento selezionate per essere mangiate dopo pochi mesi. Con un contributo di adozione di 20 euro si ha diritto a 30 uova biologiche della fattoria. Oltre alle galline, si possono adottare anche alberi da frutto: con 25 euro si ha diritto a una targhetta col nome sul proprio albero ― utile soprattutto se si vuole fare un regalo ― e a uno sconto del 20 per cento sui prodotti del negozio, per chi vive in zona.

Per chi più che un animale vorrebbe adottare un albero o un frutteto e ricevere a casa il raccolto, i progetti in Italia sono tantissimi. Una delle aziende più innovative in questo settore è BiorFarm, che negli ultimi quattro anni ha costruito una comunità online di agricoltori e utenti che sono diventati “genitori adottivi” di migliaia di alberi la cui crescita può essere monitorata a distanza in vista del raccolto. Poche settimane fa BiorFarm e Lifegate hanno annunciato Save the farm, un nuovo progetto rivolto alle aziende che vogliono sostenere piccole realtà agricole e avere un continuo rifornimento di frutta fresca da offrire ai dipendenti. In un’intervista StartUp Italia, Giuseppe Cannavale, uno dei fondatori, ha spiegato che l’idea è aiutare sia gli agricoltori in difficoltà che i consumatori finali, che al supermercato finiscono per comprare frutta di bassa qualità, a costi altissimi e con scarse informazioni sui prodotti.

Anche per chi vorrebbe fare un regalo ad appassionati di certi specifici frutti, ci sono aziende agricole come la Bettino Amidei, sull’Appennino modenese, che permette di adottare un ciliegio a 70 euro e ricevere a casa 10 chili di ciliegie. Oppure per i golosi di agrumi ci sono Adotta un clementino, che spedisce ogni mese cassette di clementine di Corigliano Rossano, in Calabria, e Mondo Arancio, che mette in contatto piccoli agricoltori siciliani e consumatori da tutta Italia per salvaguardare pratiche di coltivazione naturali di arance e olive.

 
 
 

Laudato si'

2020, Maurizio Praticiello, Avvenire 26 maggio

Laudato si'. Un'ecologia umana senza deleghe in bianco

Domenica 24 maggio è stato il quinto anniversario della Laudato si’, l’enciclica di papa Francesco dedicata alla cura del Creato e della casa comune nell’ottica della promozione di un’ecologia umana integrale. Francesco lo ha ricordato al termine del Regina Coeli, invitando a vivere un periodo di approfondimento e spiritualità speciale. «Oggi è anche il quinto anniversario dell’enciclica Laudato si’ – ha detto – con la quale si è cercato di richiamare l’attenzione al grido della Terra e dei poveri. Grazie all’iniziativa del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, la settimana Laudato si’, che abbiano appena celebrato, sboccherà in un Anno speciale di anniversario della Laudato si’, un anno speciale per riflettere sull’enciclica, dal 24 maggio di quest’anno fino al 24 maggio del prossimo anno». Il Papa ha anche suggerito uno spunto per un impegno personale: «Invito tutte le persone di buona volontà ad aderire per prendere cura della nostra casa comune e dei nostri fratelli e sorelle più fragili». Inoltre ha proposto una preghiera dedicata a quest’anno: «Sarà bello pregarla».

Francesco, quella sera, ci spiazzò.

Tanti pensavano al Covid-19 come a un incidente di percorso, una disgrazia, qualcosa che era sfuggito di mano. Chiusi nelle nostre case, tentavamo di difenderci dagli altri, probabili veicoli del terribile contagio. Abituati a stare insieme, a festeggiare, a viaggiare, ci ritrovammo a un tratto soli con noi stessi e con le nostre paure. I giorni della clausura forzata sono stati pesanti. Il Papa, quella sera, mise il dito nella piaga. Senza giri di parole ci disse che c’eravamo illusi di «rimanere sempre sani» e questo «in un mondo malato». Illusi, certo, perché il mondo ammalato non può non 'contagiare' l’uomo. L’uomo vive dell’aria che respira, dell’acqua che beve, del grano, delle verdure, della frutta che coltiva. Bistrattare e avvelenare il creato equivale a tagliare il ramo sul quale egli siede. Purtroppo è avvenuto e avviene tante volte; ma, se vogliamo, se abbiamo capito la lezione, possiamo ancora correre ai ripari. Il creato soffre, singhiozza, si lamenta, piange.

E con lui piangono gli uomini sensibili, intelligenti, onesti e i poveri costretti a subirne le conseguenze fin da subito. Tra questi poveri vanno annoverati gli abitanti della 'terra dei fuochi'. È da loro che avrebbe dovuto venire Francesco, domenica scorsa, ed è anche a loro che è andato il suo pensiero nel giorno dell’Ascensione. Era tra loro che, accogliendo l’invito del vescovo di Acerra, monsignor Antonio Di Donna, avrebbe voluto commemorare il quinto anniversario della Laudato si’, l’enciclica sulla cura della «casa comune». Lo scempio che si perpetuava nella 'terra dei fuochi' è una delle ferite aperte a causa delle quali il Papa sentì il dovere di scrivere questo documento, vera pietra miliare nel cammino dell’umanità, per la salvaguardia del Creato. La pandemia ha impedito a Francesco di venire ad Acerra, una delle diocesi del Napoletano dove il dramma ambientale si è fatto insopportabile, ma la visita è stata solo rimandata. Verrà. Parola del Papa.

Non solo verrà nella 'terra dei fuochi' – terra irrorata dalle lacrime e dal sangue della povera gente costretta a subire le malefatte della camorra, degli industriali disonesti e di una politica tante volte assente o collusa –, ma ha indetto «un anno speciale per riflettere sull’Enciclica ». Francesco chiama a raccolta tutti gli uomini di buona volontà, perché, come ci ha ricordato quel 27 marzo in piazza San Pietro, «in questa barca ci siamo tutti». Nella Laudato si’, senza giri di parole, il Papa ci ricorda che «se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale, municipale – neppure è possibile un contrasto ai danni ambientali».

Nessuna delega in bianco a nessuno, dunque, ma impegno di tutti e occhi bene aperti, perché tutti siamo responsabili della casa che ci è stata data in dono. «L’ecologia umana – scrive Francesco – implica anche qualcosa di molto profondo: la necessaria relazione della vita dell’essere umano con la legge morale inscritta nella sua propria natura, relazione indispensabile per poter creare un ambiente più dignitoso. Affermava Benedetto XVI che esiste una 'ecologia dell’uomo' perché 'anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere' ». Ricominciamo da questa consapevolezza a riflettere e lavorare per un mondo diverso e più giusto.

 
 
 

Accanto a me

Post n°3345 pubblicato il 24 Maggio 2020 da namy0000
 

2020, Avvenire 24 maggio.

Olivero: i miei 80 anni con gli ultimi. «Attendo Francesco qui al Sermig»

Il fondatore dell’Arsenale della Pace di Torino parla di questo periodo difficile, dei suoi incontri, di giovani, politica e speranza

Nell’Arsenale della Pace di Torino, da settembre Casa di Maria, c’è una scritta che provoca e rassicura al tempo stesso: la bontà è disarmante. Importante riferimento nella nuova era pretesa dalla pandemia, è anche una delle frasi preferite di Ernesto Olivero che oggi, domenica, festa di Maria ausiliatrice, compie 80 anni. Un traguardo importante, un tempo di maturità e pienezza che festeggerà a modo suo, pregando e stando con gli uomini e le donne "della strada" cui il Sermig ha aperto le porte tre mesi fa perché non si ammalassero. «Ne abbiamo accolti oltre 200 – spiega Olivero – i nostri ospiti sono entrati e non avrebbero mai immaginato di non uscire. Abbiamo fatto dei test e al 100% siamo tutti negativi. Preghiamo continuamente. Credo che il Signore si sia commosso e ci stia dando una mano in profondità. E noi alimentiamo con la preghiera facendo bene il bene».

Quante persone ha aiutato il Sermig in questo periodo?
Abbiamo "scoperto" che anche solo intorno a noi c’erano 700 famiglie bisognose, anche di 5 o 6 persone, che ci hanno svuotato diverse volte i magazzini. Ma abbiamo visto immediatamente una generosità che non ha avuto bisogno di appelli speciali.

Lo stesso metodo di Madre Teresa...
Sì, con lei continuiamo ad essere amici aldilà del tempo e della morte. Mai preoccuparsi: diceva, è un segno negativo. Invece bisogna trasmettere serenità attraverso la faccia e le parole, così gli ospiti diventano amici.

A proposito di amici, voltiamoci indietro per ricordare due vescovi brasiliani, dom Helder Camara e dom Luciano Mendes. Quanto sono stati importanti per lei?
Dom Helder per me è stato importantissimo. Ogni notte cantava il rosario: e una decina era per noi, per me personalmente. Forse era rimasto colpito dalla nostra storia. Poi abbiamo deciso di aiutare il Brasile in modo speciale inventando una cooperativa per lo sviluppo, ma il nostro metodo non era passato. Mi avevano parlato di questo dom Luciano Mendes, presidente della Conferenza episcopale brasiliana. Gli telefonai e disse che avrebbe inviato un vescovo per visitarci a Torino. Dopo una settimana con noi, quel vescovo tornò in Brasile a riferire. Mendes mi chiamò subito per dirmi che era rimasto incantato dalla nostra Fratellanza. Volle venire anche lui, tornava dal Libano ed era molto stanco. Quando arrivò all’Arsenale gli chiesi se voleva riposarsi e lui mi disse che voleva vedere immediatamente cosa facevamo. Siamo diventati veramente amici nel profondo dell’anima. E nella concretezza abbiamo realizzato tantissimi progetti in Brasile fino al giorno in cui è mancato.

Non possiamo non parlare di un padre e vescovo che è padre per lei come per tanti altri, il cardinale Michele Pellegrino. Fu maestro di accoglienza delle diversità dei carismi che germinavano nella chiesa post-conciliare.
È stato l’incontro più bello della mia vita. Avevamo avuto difficoltà agli inizi del Sermig ad essere accettati nella Chiesa. Eravamo giovanissimi, erano gli anni 60. Chiesi un appuntamento al cardinale Pellegrino dopo un mese di preghiere e di silenzio. Ci ricevette. Non sapevo neppure come chiamarlo, fu il suo segretario a suggerirmi di chiamarlo "eminenza". Era alto e severo, ci chiese cosa volevamo. Gli dissi che volevamo formare un gruppo missionario e lavorare nella chiesa. Mi gelò dicendo che era stufo di questa mania di formare nuovi gruppi. Ci invitò a entrare in un gruppo missionario di cui era contento . Gli domandai chi fossero e lui rispose che era il Sermig. Quando gli dissi che eravamo noi, fu spiazzato. Ci mise nella chiesa del Vescovado di Torino come sede e ci presentò i suoi più cari amici che sono diventati anche i nostri: come dom Helder, frère Roger, papa Paolo VI.

Lei è un interlocutore attento per i giovani. Perché?
Rispondo citando ancora Madre Teresa. Qualche anno fa, lei era morta da una decina d’anni, avevo un grande desiderio di capire la nostra identità. Trovai una sua lettera che sembrava scritta in quel momento. Mi ringraziava per il bene che stavo facendo per Gesù e, mi scriveva, «penso che dobbiamo prendere la Madonna con noi e insieme a lei andare alla ricerca dei bambini dei giovani per portarli a casa». Bisogna portarli a casa in un luogo sicuro, con delle regole e con degli esempi reciproci. Occorre avere una credibilità assoluta, però bisogna essere anche molto esigenti con loro. I giovani saranno sempre protagonisti al Sermig.

Quali risposte si aspetta oggi dalla politica?
Questa pandemia è stata per me uno dei momenti più tragici della storia dell’umanità. Mi chiedo come mai la politica non sia stata capace di fare ragionamenti. A me sembra che si faccia troppa politica spettacolo. Dobbiamo mandare nei partiti e nelle istituzioni i migliori, le persone più preparate, le più profonde anche nell’ascolto. Dobbiamo essere più pragmatici, fare ad esempio un ragionamento serio sulle armi e le spese militari. Non servono a niente, solo a dissipare miliardi creando dolore. Con questi altri ragionamenti questo tempo tragico potrebbe diventare un’opportunità per la pace.

Papa Francesco parla spesso delle «altre pandemie» che ci affliggono prima e oltre il coronavirus.
Vero. Ogni giorno muoiono più persone di fame nel mondo che di pandemia. Ricordiamocelo. Dobbiamo lavorare in modo serio perché la fame nel mondo si può eliminare subito, ma bisogna puntare sull’istruzione E sulla sanità. Si può fare un bel passo verso la pace in questo tempo. Ma dobbiamo essere più positivi e tutti i gruppi, a partire da noi, devono collaborare di più con gli altri. Ho un grande desiderio, che il Papa venga a Torino al Sermig a pregare insieme a noi. Questa è da sempre casa sua.

Sua moglie Maria è mancata l’anno scorso. Oggi possiamo chiederle cosa prova?
Maria vive nel mio cuore. Fu lei a spingermi a fondare il Sermig, mi è sempre stata accanto. Chi immaginava una storia così ? Se non avessi avuto lei non avrei mai fatto questi passi. Tra poco uscirà un piccolo libro che racconta il tempo, 113 giorni, passato insieme da quando abbiamo saputo della malattia fino al giorno in cui è mancata. Quando avevo saputo di questa malattia piangevo è mi disperavo. Lei poteva morire da un momento all’altro. Ma Maria mi disse di non piangere. Abbiamo vissuto insieme questi 113 giorni con un amore profondissimo. Mi disse di non smettere di fare quello che facevo per il Sermig e per gli altri. Oggi lei è presente accanto a me e dentro di me.

 
 
 

Dal deserto della pandemia

…Ma Dio non ci abbandona, è accanto a noi, è IN noi. ‹‹Il Signore andava davanti a loro: di giorno in una colonna di nuvola per guidarli lungo il cammino; di notte, in una colonna di fuoco per illuminarli›› (Esodo 13,21). Per noi, questi segni indicano la presenza viva di nostro Signore Gesù Cristo, il Signore della vita, non della morte. In questo momento di forte prova dobbiamo ricordare a noi stessi che Gesù è in noi grazie alla forza dei sacramenti, è in noi grazie all’Amore che ci rende unica famiglia. Perché ci ama e non ci lascia soli.

In questi giorni abbiamo visto papa Francesco continuare a pregare Dio per il popolo a lui affidato. L’abbiamo visto, nella preghiera del venerdì prima di Pasqua, curvo, affaticato, appesantito dalla croce che porta, quasi in lacrime… ma si è offerto a Dio per noi. ha pregato per tutti noi. Ha chiesto a Dio e a Cristo di “svegliarsi e di sedare la tempesta”. Tutti, penso, aspettavamo un segno, un miracolo immediato. La cessazione di tutto, subito. Ma non c’è stata. Però un miracolo io l’ho visto. E ve lo racconto.

I miei ragazzi, adolescenti in piena “crisi ormonale e di identità” che vengono visti come ribelli, scapestrati, senza progetti mi hanno dato un segno della presenza di Dio. In questi mesi più volte abbiamo pregato insieme, abbiamo creato, per pochi minuti, una grande catena di preghiera. Più volte li ho chiamati a pregare con me e tutti (agnostici, battezzati, non battezzati, musulmani, testimoni di Geova) si sono uniti in preghiera. Tutti erano collegati con me durante la preghiera del Papa. Tutti hanno partecipato all’indulgenza. Questa forte prova ci ha uniti in una sola famiglia. Non è forse un miracolo di Dio? Un segno di speranza e bontà?

Una mamma mi ha chiamato e mi ha detto: ‹‹Profe, sa cosa è successo? Premetto che sono atea. Dio per me non c’è! Mio figlio, che non è battezzato, si è avvicinato a me e mi ha detto che lei aveva chiesto a tutti i ragazzi di collegarsi per la preghiera del Papa. Mi ha stretto e mi ha chiesto di accendere la Tv e seguire la preghiera. Io ho brontolato, ma poi ho fatto ciò che chiedeva mio figlio con grande stupore. Mentre il Papa benediva ci siamo stretti, abbiamo detto il Padre nostro (che pensavo di non ricordare più), abbiamo pianto e ci siamo sentiti sollevati. Dio è rientrato in casa nostra››. Questo non è un miracolo, un segno della presenza paterna di Dio?

Ho seguito da settimane una famiglia che in 13 giorni ha avuto ben 6 lutti. Sono andato a portare io le tragiche notizie, poiché i genitori erano in ospedale per il virus e i figli affidati ad altri parenti. Ho visto in quella casa non la disperazione, ma la fede e l’affidarsi completamente a Dio. Quante ore al telefono con quell’alunno, giorno e notte. Quante preghiere al telefono, quanti Rosari recitati con quella famiglia e mai una lamentela verso Dio. Mai. Si sono affidati a lui completamente. Non è questo un miracolo di Dio e una sua manifestazione? Sì. Dio è con noi in queste sofferenze. Dio non ci abbandona. Gesù si è svegliato e ci sta salvando dalla tempesta. Dio aprirà una via, dove sembra non ci sia, ci guiderà e ci terrà stretti a lui sempre. Gesù sta risorgendo, non richiudiamolo nel sepolcro. Apriamogli la porta del nostro cuore – prof Gianluca P. (Lettera pubblicata da FC n. 21 del 24 maggio 2020).

 
 
 

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