Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Agosto 2021

Realismo magico e sentimento

Intervista ad Alice Rohrwacher, 39 anni, regista. FC n. 35 del 29 agosto 2021

Quella di Alice Rohrwacher è una voce unica nel panorama cinematografico. Unisce realismo magico e sentimento, invita lo spettatore ad andare oltre lo sguardo, a scavare a fondo nei personaggi. Quest’anno alla Mostra del cinema di Venezia riceverà il Premio Robert Bresson «IlBresson premia una delle autrici più apprezzate. Le ragioni stanno nella costante volontà di Alice di indagare in profondità l’umano, affascinata da quanto sporge e trascende la materialità della vita». Al Festival di Cannes, Rohrwacher ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria per Le meraviglie nel 2014 e nel 2018 la miglior sceneggiatura per Lazzaro felice. «I miei non sono film dichiaratamente spirituali, ma intensamente e segretamente spirituali. Per me il rapporto con l’invisibile è forte come quello col visibile, fin da quando ero piccola. Sono cresciuta in una famiglia laica, senza entrare in un codice cristiano. Ma ero immersa in una società in cui questo codice era importante, quindi di riflesso l’ho vissuto. Poi ho deciso di approfondire. A Torino ho studiato Storia delle religioni, i miei primi lavori sono stati Domande a Dio, la vita di Giovanna D’Arco, e non a caso il mio esordio è stato Corpo celeste. La domanda di partenza era come insegnare il sacro nella società contemporanea: a mio modo era un gesto volutamente provocatorio. Mi sento una persona al tempo stesso religiosa e pagana. Seguo un credo umano, senza essere mai entrata in una realtà strutturata. Spero di poter girare al più presto La chimera, che racconta di una banda di tombaroli, del traffico di reperti archeologici. Il secondo è Ci sarà una volta, un’antologia di fiabe italiane classiche tramandate da una famiglia di cantastorie, che nel 1958 attraversa l’Italia. Saranno otto episodi. Per me è importante, sono molto legata a questo Paese, forse perché ho una parte di sangue straniero che mi permette di vedere una bellezza a cui gli autoctoni sono assuefatti».

A Cannes, alla Quinzaine des Réalisateurs, è stato presentato il documentario a sei mani che Rohrwacher ha realizzato con Francesco Munzi e Pietro Marcello. Il titolo è Futura, un viaggio tra i sogni e le paure dei giovani di oggi che vivono in Italia.

«Il cinema è abbandono allo sguardo di un altro, ci si affida a qualcuno. La preghiera presuppone un percorso interiore consapevole, che in sala avviene solo dopo la visione di un film, non durante». «Cerco sempre di mettere al centro la relazione tra gli esseri umani, la rete che li unisce agli altri, agli ecosistemi. Mi piace creare un contrasto tra due diversi modi di essere religiosi. Da una parte è uno strumento del potere, come per la Marchesa di Lazzaro felice, che punta alla sottomissione degli ignoranti. Dall’altra rappresenta la santità, il modo di essere di un uomo buono, che è il personaggio di Lazzaro. L’uomo è parte di un sistema più complesso».

Suo padre faceva l’apicoltore…

«Partecipare al miracolo del miele è sconvolgente. Ci si avvicina ad animali meravigliosi che però non amano gli esseri umani. Quindi ci si sente sempre un po’ esclusi. Per ricambiare il loro gesto, non si può fare un segno di affetto immediato. Serve qualcosa di più grande. Serve un’educazione ad andare oltre quello che l’occhio percepisce. Mio padre mi ha aiutato a cogliere questa rete invisibile»

 
 
 

Madre Teresa d'Africa

Post n°3637 pubblicato il 24 Agosto 2021 da namy0000
 

MARIA NEGRETTO, LA MADRE TERESA DELL’AFRICA

(Nata a San Biagio di Argenta (Ferrara) il 5 marzo 1938 – Morta il 21 luglio 2021, 83 anni)

«Dal 1969 sono in Africa, prima come volontaria e poi come missionaria laica. Una cosa sento di poter affermare con certezza: senza la fede non avrei retto tutti questi anni, né un solo giorno». Così, qualche tempo prima della morte, avvenuta lo scorso 21 luglio a Douala (Camerun), mentre stava rientrando in Italia, Maria Negretto scriveva all’associazione di Rimini che da lei prende il nome e che da anni sostiene le sue opere. Poco più avanti aggiungeva: «Amo il popolo camerunese perché qui io so ormai dove trovare e incontrare i poveri, gli ultimi, e so che con loro potrò vivere, amare, ascoltare e lodare Dio». Poche righe di un testamento spirituale che dicono molto di una donna che ha speso oltre 53 anni in Africa, amando Gesù nei tanti poveri che ha incontrato.

Nata in una famiglia cristiana semplice, composta di sei sorelle e quattro fratelli, di cui uno, don Giuseppe, sacerdote diocesano, cresce a pane e Azione Cattolica. Consacratasi nell’Istituto Maria Santissima Annunziata, un istituto secolare della Famiglia Paolina, e animata dal desiderio di aiutare il prossimo, diventa infermiera. Lavora per un anno nel reparto di Ostetricia dell’ospedale di Rimini. Una sua collega, Oriella, oggi tesoriera dell’associazione, la ricorda come una donna generosa, buona e paziente: «Si vedeva da quello che diceva e faceva che voleva dedicarsi agli altri».

Nel 1969, con la benedizione del fondatore della Famiglia Paolina, il beato Giacomo Alberione, e di don Gabriele Amorth, allora responsabile per le Annunziatine, parte per il Camerun con l’associazione “Tecnici volontari cristiani”. Quell’anno si prolungherà poi per tutta la sua vita. Stabilitasi a Bafoussam, nella parte occidentale del Paese africano, per qualche anno batte a piedi alcuni villaggi della zona, munita di materiale sanitario e di tanta fede. Rendendosi conto della necessità di dare una formazione sanitaria di base alle madri alle prese con banali malattie dei loro bambini, come la dissenteria, che spesso diventano mortali per ignoranza dei metodi elementari di cura, spende tempo ed energie per insegnare loro come salvarli con semplici accorgimenti. Fonda negli anni due dispensari, con tanto di laboratori di analisi, a Bankoup e Baleng, strutture che oggi fanno parte della rete diocesana della sanità e ne rappresentano il fiore all’occhiello, grazie ai tanti sanitari che lei stessa ha preparato, anche finanziandone gli studi. Con la sua perseveranza e con l’aiuto di Dio vince la battaglia per debellare nella zona la piaga della lebbra e poi il terribile virus Hiv.

Nel suo percorso ha occhi e cure per tutti. Quando scopre la terribile situazione in cui vivono i prigionieri del carcere di Bafoussam, fa giungere acqua corrente e cibo per quell’umanità sofferente. In quel luogo – dramma nel dramma – scopre il destino crudele che colpisce molti minori che, arrestati in flagranza di reato, vengono imprigionati per anni in attesa di processo, perdendo così ogni possibilità di redenzione. Come la vedova della parabola evangelica (Luca 18,1-8), passa lunghe ore davanti all’ufficio del procuratore capo di Bafoussam per ottenere la liberazione dei ragazzini che le vengono segnalati dalle famiglie. Apre così una fattoria a Soukpen, in una zona isolata, per aiutare questi piccoli a crearsi con il lavoro e lo studio una professionalità nell’agricoltura, una realtà oggi affidata alla Comunità Papa Giovanni XXIII.

Nessuna miseria umana le è indifferente. Maria, la “piccola” Madre Teresa d’Africa, è stata un faro per chiunque l’ha conosciuta. Un fisico gracilissimo e una salute sempre più fragile l’hanno trasfigurata in quei tanti “cristi” che le sue mani abili ed esperte hanno curato. Utilizza i suoi viaggi in Italia per gli esercizi spirituali, per aggiornarsi e portare in Africa le novità in campo medico. Avendo accompagnato molte persone alla morte per tumore tra sofferenze indicibili, introduce nei dispensari le cure palliative, una vera rarità nel Continente nero.

Il lascito nel popolo di Dio di questa “santa d’Africa” può essere letto tra le righe delle tante testimonianze rese in occasione dei suoi funerali, celebrati a Bafoussam l’11 agosto scorso. Una di queste suona così: «Maria è nata in una famiglia di dieci figli, ma alla sua morte non si possono contare i fratelli, le sorelle, i figli e i nipoti che portano fieramente il cognome Negretto, che ormai è un nome camerunese». Le attività iniziate da Maria continueranno con l’aiuto della sua associazione.

 
 
 

Contro ogni guerra

Roberto Zichittella, FC n. 34 del 22 agosto 2021

QUEL MEDICO SEMPRE AL FRONTE  CONTRO OGNI GUERRA

Gino Strada aveva il volto scavato, il ciuffo ribelle e una voce roca, ma sempre calda di passione.  Era una voce che faceva sempre bene ascoltare quando c’era da denunciare una guerra, la sofferenza di un popolo, le violazioni dei diritti umani, un’ingiustizia.

Gino Strada è morto a 73 anni in un giorno torrido di agosto, proprio mentre si consuma un nuovo dramma in Afghanistan, il Paese al quale aveva dedicato tante delle sue attività, con il personale di Emergency ancora una volta impegnato in prima linea per curare i feriti dei combattimenti fra i talebani e l’esercito afghano.

Si era laureato in Medicina alla Statale di Milano, si era specializzato come chirurgo in importanti centri medici negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Sudafrica. Il lavoro per il Comitato internazionale della Croce Rossa lo aveva portato, nei primi anni Novanta, a operare in varie zone di conflitto. «Io sono un chirurgo, ho visto i feriti e i morti di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America latina, Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili», raccontò nel 2015, quando a Stoccolma gli fu consegnato il Premio Right Livelihood, considerato un Premio Nobel alternativo per «onorare e sostenere coloro che offrono risposte pratiche ed esemplari alle maggiori sfide del nostro tempo». In quel discorso Gino Strada volle ricordare i bambini vittime delle mine antiuomo di Quetta, la città pakistana vicino al confine afghano. Erano bambini rimasti ciechi, mutilati, con il corpo martoriato da ustioni terribili. Parlando di quelle mine assassine, le definì «armi progettate non per uccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a bambini innocenti, ponendo a carico delle famiglie e della società un terribile peso. Ancora oggi quei bambini sono per me il simbolo delle guerre contemporanee, una costante forma di terrorismo nei confronti dei civili».

«Aver visto tali atrocità mi ha cambiato la vita», confidò Strada. Cambiare vita significa per lui, un giorno del 1994, decidere insieme alla moglie Teresa Sarti e a un gruppo di amici e colleghi, la fondazione di Emergency. L’associazione umanitaria, prima Onlus, poi Ong, dal 2006 partner delle Nazioni Unite, comincia le sue attività in Ruanda, durante la tragedia dei genocidio dei tutsi. Il progetto successivo lo porta in Cambogia, poi nel 1998 in Afghanistan, dove Gino e i suoi assistenti restano sette anni operando migliaia di vittime della guerra e delle mine antiuomo, aprendo ospedali, reparti di maternità e di pronto soccorso. Dalla sua fondazione Emergency è intervenuta in 19 Paesi, curando 11 milioni di persone. Quando Gino Strada non era sul campo o in sala operatoria tornava in Italia per far sentire la sua voce in appelli, manifestazioni, interviste. Una voce più sola dal 2009, quando morì sua moglie Teresa, sempre accanto a lui nelle battaglie di Emergency (poi la guida dell’associazione passò alla figlia Cecilia, che il 13 agosto, nel giorno della morte di Gino, si trovava a salvare vite in mare sulla nave ResQ-People). In questi ultimi anni si era battuto per una sanità pubblica, universale e gratuita, ma le sue parole più dure erano sempre contro la guerra. «La guerra», diceva, «è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l’uso della violenza. Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare».

 
 
 

Maldicenza, calunnia, pettegolezzo

2021, Lettera a FC n. 34 del 22 agosto

LA MALDICENZA E LA CALUNNIA ROVINANO LA VITA DELLE PERSONE

Si sente spesso parlare di omofobia, xenofobia, razzismo, antisemitismo, sessismo, bullismo. Non si parla mai, o quasi, di maldicenza, diffamazione, calunnia. Il pettegolezzo, dall’ambito familiare ai luoghi di lavoro, ai media, ai giornali, viene spesso considerato come qualcosa di leggero, piacevole. Le voci passano di bocca in bocca finché non si considerano vere, le maldicenze sono adornate, ingrandite o deformate. L’ipocrisia, la mancanza di coraggio, la pavidità del singolo diventano forza nel gruppo. È di pochissimi la libertà e la forza interiore. Facilmente si scivola nella mancanza di rispetto, nell’interpretazione e svalutazione degli altri e la diceria diventa calunnia pura e semplice che distrugge reputazione e onore. La vita della persona colpita è allora fortemente compromessa: esclusione sociale, limitazione della libertà di scelta, relazioni rovinate, profezia che si autoavvera. Può diventare una “malattia”, spesso misconosciuta e sottovalutata.

Alla base della maldicenza c’è la mancanza di rispetto, e la convinzione che la realtà, la verità stiano nella propria testa, cultura, mentalità; dall’alto delle quali si può giudicare tutto e tutti. Il diverso, o colui che dà fastidio, non rientra nel proprio schema o interesse, e quindi deve essere combattuto o ridicolizzato. La psicologia e le neuroscienze affermano però che noi filtriamo, adattiamo la realtà, la vediamo in modo molto soggettivo. Se si aggiunge poi il limite di comprensione in quanto esseri umani, si dovrebbe quanto meno dubitare dell’attendibilità di tanti giudizi.

Nella maldicenza si esprimono le proprie insoddisfazioni e amarezze. Non a caso i pettegolezzi riguardano soprattutto sesso, relazioni, amore di cui la gente poco parla pubblicamente, ma dove ha problemi, pruriti, frustrazioni e malcontenti maggiori. «Sparlare è sintomo di una grande insoddisfazione interiore»; «perché sparliamo degli altri? Fondamentalmente perché siamo infelici» (papa Francesco). Al di là dei fatti, spesso incerti, le parole, il modo di interpretare e di raccontare esprimono la realtà di chi parla. I problemi sono sempre del pettegolo, non della persona di cui si parla. Il maldicente dice molto su di sé, niente sulla persona che critica. «Quello che gli altri dicono di voi è la loro realtà, non la vostra» (santa Teresa di Calcutta).

Il discorso riguarda tutti gli ambienti, le famiglie, i media, gli istituti di istruzione. Nella scuola si leggono brani di integrazione in classe e si isola o emarginano le persone che si temono, o meno simpatiche, non si rispetta l’altro nella sua diversità, anche di insegnamento, e poi ci si meraviglia del bullismo. Chiacchiere e informazioni di dubbia provenienza si accettano, si costruiscono e/o si arricchiscono, senza alcuna valutazione e considerazione sulla veridicità, così le ipotesi diventano certezze, il dubbio sulle propria convinzioni non esiste.

Che meraviglia allora: bullismo, omofobia, razzismo, che sorpresa! O forse si crede che bastino insegnamenti teorici, quando il comportamento e la testimonianza sono di tutt’altro genere. Non mi riferisco naturalmente a tutti gli educatori. Tanto si potrebbe aggiungere, ma concludo con due proposte.

Una giornata del rispetto, in cui la soggettiva valutazione della realtà potrebbe essere rappresentata in vignette ironiche su chi critica gli altri. Scriveva C.G. Jung: «Quale fortuna sarebbe se si potesse, per esempio, far capire anche soltanto a una percentuale esigua della popolazione che cattivo affare sia accusare gli altri di quei difetti di cui noi stessi siamo maggiormente ammalati». La seconda proposta: un’associazione che sia un punto di riferimento, sostegno e aiuto per le persone colpite da calunnie e diffamazioni, da qualunque persona o motivo siano sostenute le maldicenze, e che si dedichi a percorsi educativi. – Lettera firmata. 

 
 
 

Peccato ecologico

2021, Bruno Bignami, FC n. 34 del 22 agosto.

DOBBIAMO CONVERTIRCI TUTTI PER VINCERE IL “PECCATO ECOLOGICO”

La casa comune brucia. La Terra dei roghi ci riguarda. Dopo il gravissimo incendio che ha coinvolto la Sardegna, ecco il fuoco in Sicilia e in Calabria.

Dall’inizio del 2021 nel nostro Paese si contano 400 roghi che hanno distrutto 110mila ettari di terreno.

L’Italia brucia. E brucia anche il mondo. Chi non ricorda le immagini giunte dall’Australia a inizio 2020? In questi giorni tocca alla Jacuzia in Siberia: è l’incendio più grande che il Pianeta abbia mai conosciuto. Non c’è limite al peggio!

I fuochi accendono una spia. Il Pianeta soffre. E l’uomo ha le sue colpe. I cambiamenti climatici creano condizioni favorevoli al sorgere di roghi. Quando un’area prende fuoco, la devastazione è totale. In qualche caso muoiono persone. Di sicuro vengono uccisi animali. Venne distrutta la biodiversità. Finiscono in cenere decenni di lavoro umano. In più, peggiora la qualità dell’aria e aumenta a dismisura la quantità di CO2 rilasciata in atmosfera.

La desertificazione dei terreni è segno di una desertificazione più profonda, che è umana e morale. Non a caso in simili occasioni si sprecano parole come «apocalisse» o «inferno». Espressioni che rendono la drammaticità degli eventi, ma che non devono nascondere le gravi responsabilità umane, se è vero che il 70% dei roghi è di origine dolosa. Talvolta protagonista è la criminalità organizzata. Altre volte si tratta di affari privati: quando l’economia è corrotta non c’è bene comune che tenga. In altri casi, sono l’incuria e la superficialità a generare il disastro.

Dunque, c’è un’umanità che distrugge e degrada. Siamo capaci di bruttezza e di aridità se la vita non è rinnovata dalle relazioni con Dio, con i fratelli e con il Creato. Solo nella consapevolezza del peccato ecologico e degli ecocidi di cui siamo responsabili può nascere la conversione. C’è bisogno di una nuova mentalità. Chi invoca solo controlli, multe e inasprimento delle pene (necessarie!) non ha capito che la questione è anche educativa. È in gioco la nostra dignità.

Formare le coscienze alla responsabilità per la Natura significa prenderci cura dei luoghi che abitiamo e cambiare gli stili di vita. Ogni volta che si è garantita la fiducia alle popolazioni locali che vivono delle risorse di un territorio, i risultati hanno superato le più rosee aspettative. Quando invece hanno prevalso l’anonimato e l’abbandono, la tragedia si è materializzata. Sono tutti temi che interesseranno l’imminente Settimana Sociale dei cattolici a Taranto (21-24 ottobre 2021).

Un’estate di fuoco non deve trascorrere inutilmente. Possiamo convertire lo sguardo e l’impegno. La priorità è piantare alberi, rimboschire. Senza trascurare, però, la sete di vita che sale dalle persone colpite da queste tragedie: paesi, abitazioni, imprese agricole, attività umane… L’arsura di solidarietà e di futuro va presa sul serio. Mentre spegniamo i roghi, proviamo ad accendere la speranza.

 
 
 

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