Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Ottobre 2022

La luce di un lampione

Post n°3791 pubblicato il 26 Ottobre 2022 da namy0000
 

2022, Valerio Varesi, Scarp de’ tenis, Agosto

La luce di un lampione, unica speranza per chi è povero

Ogni sera prego per il mio lampione. Prego che non si fulmini la lampadina, che Janid, il responsabile dell’azienda elettrica giù al villaggio, non abbia bevuto troppo e si ricordi di premere l’interruttore, che le bande dei ragazzi più grandi non prendano a sassate il paralume, che un guasto non ci lasci al buio…

Io non ho paura del buio, ho paura di quel che c’è dentro. L’oscurità rende tutti senza volto e senza responsabilità. Quel che succede succede e basta. E noi che siam piccoli… Beh!, io devo tutto al mio lampione. È lì che imparo, leggo e scrivo. Lui si china su di me e illumina il mio cammino di scolaro. Di giorno mica ho tempo per fare i compiti. Mamma mi porta sullo stradone camionabile a scroccare due soldi d’elemosina.

C’è sempre una gran ressa da ingorgo sulla camionabile e dal mattino alla sera una fila di rassegnati aspetta sonnecchiando sul volante. Io mi arrampico fino al finestrino e chiedo qualche spicciolo. Mia madre altrettanto. Qualche volta sale in cabina e ci sta per un po’. Poi scende tutta spettinata rimediando qualche moneta per sfamarci. Lei ci sa fare, io no. Per me non ci sono che occhiatacce, insulti e sputi.

Solo qualche volta mi capita di rimediare qualcosa, perlopiù un crostino di pane secco, mezzo biscotto, un moncone di grissino…

Soldi quasi mai. Quei pochi che avevamo se li è giocati mio padre col bere. Fino a rimanerci stecchito dentro un fosso. L’han trovato le scimmie che già si apprestavano a mangiarselo. Insomma, tutto qui è una gran miseria e tutto quel che desidero è saltarci fuori. Io non voglio finire come mio padre o tanti altri che si spaccano la schiena per essere almeno poveri e non crepare tra le mosche. Qui è già una conquista essere poveri.

Io voglio diventare dottore. Voglio diventare come il dottor Jean che ha la Maruti nuova, veste in camicia bianca, parla inglese e ogni tanto ci fa visita. Gliel’ho detto qual è la mia ambizione e lui è scoppiato a ridere. Non so se per ironia o perché lusingato. Forse pensa che sia un illuso e lo capisco: basta guardare la baracca in cui vivo. Ma io ci credo e il mio miglior alleato, l’unico amico, è il mio lampione. Tutto il resto è ostile.

I carretti che passano e mi schizzano il fango, i ragazzi più grandi che mi prendono in giro, gli adulti che mi guardano rassegnati e i miei compagni di classe che ogni giorno mi ripetono che è tutto inutile e che sarebbe meglio andassi a giocare con il pallone di stracci giù al campetto. Ma io voglio diventare come il dottor Jean. Non so quale sia il suo vero nome, lo chiamano così qui. Forse non è di queste parti e nemmeno indiano. È troppo bianco e ha i capelli dello stesso colore del pelo dei babbuini. Forse lui ce l’ha fatta perché è straniero e so che nei Paesi ricchi studiare è facile. Qui no. Non ho nemmeno un tavolo dove posare il quaderno. Mi accontento di una predella davanti alla quale m’inginocchio come se pregassi.

A pensarci bene prego davvero. Chiedo la grazia di poter passare il primo ciclo di studi. La mia maestra è molto buona e m’incoraggia. Dice che se prenderò buoni voti, potrei ambire a una borsa di studio. Avrei la possibilità di entrare in qualche collegio a Delhi. Meglio così. Se mi dessero dei soldi, mia madre li spenderebbe subito per alleviare la nostra vita, magari aggiustando il tetto della baracca che fa acqua. se ci penso, mi dispiace di piantare mia madre da sola in questo pantano, ma io non voglio restare qui a rimediare crostini dai camionisti. Siamo così poveri che non possiamo permetterci nemmeno i sentimenti. L’unica speranza è sotto questo lampione. È lì che ritrovo la forza per tirare avanti. Benedetta questa luce che mi salva dal buio.

 
 
 

Vivere la montagna

2022, Scarp de’ tenis, agosto

Hervé Barmasse, famoso alpinista. Vivere la montagna.

La famiglia di Hervé è originaria della Valtournanche, in Val d’Aosta. Ha realizzato ascensioni in tutto il mondo, dalle Alpi alla Patagonia, dalla Cina al Pakistan. Il suo primo libro è La montagna dentro, edito da Laterza, 2015. Cervino. La montagna leggendaria, edito da Rizzoli.

Cosa rappresenta il Cervino per te?

Per me il Cervino è un fratello maggiore, in fondo sono cresciuto insieme a lui. È stata una montagna che mi ha insegnato a guardare alla rinuncia non come a una sconfitta, ma come assunzione di responsabilità. Se riesci a fermare le esperienze che fai, anche quelle difficili, quando sei sospeso fra rocce e ghiaccio, e a dare un significato dopo che le hai affrontate, impari cose utili anche nella vita di tutti i giorni. La montagna mi ha impedito di sbandare, mi ha insegnato l’umiltà, mi ha dato equilibrio. Mi dà la serenità.

Il tuo stile alpino, sostenibile, lo ritrovi nei giovani alpinisti?

Devo dire che non lo vedo negli alpinisti in carriera di oggi. Lo ritrovo però nelle generazioni più giovani, fra i 18 e i 25 anni, magari non ancora affermati. E poi lo vedo in coloro che non hanno bisogno di sponsor, di apparire e di affermarsi, ma che praticano seriamente quella che oggi è una disciplina sportiva a tutti gli effetti. Loro vivono la montagna cercando di spostare il loro limite, ma rispettando la natura dove sono immersi. Non c’è solo la sfida, ma il senso di trovarsi in un ambiente dove sei ospite: spesso è la competizione che ci fa dimenticare questo concetto essenziale.

Sei una guida alpina e hai a che vedere con il turismo che oggi ha un impatto spesso devastante sulla montagna. Come si può arrivare a un equilibrio?

Vanno rivista molte cose, il distacco del ghiacciaio della Marmolada è un segnale gravissimo, che non possiamo ignorare. E oggi sta mancando l’acqua in montagna. Solo pochi anni fa era impensabile. Gli allevatori stanno passando tempi difficili. Certi alpeggi restano vuoti perché se non puoi dare da bere al bestiame è inutile spostarli. Deve cambiare il nostro modo di viverla. Penso ad esempio allo sci, sicuramente è un grande introito per i territori di montagna, ma se viene a mancare la neve non è più sostenibile sparare quella artificiale: l’acqua serve alla sopravvivenza dell’uomo e della natura.  Questo è più importante dello sci. Le zone di alta montagna contengono oltre la metà di tutta l’acqua dolce che l’uomo utilizza, sono dei serbatoi di vita che non possiamo permetterci di azzerare, assicurano fornitura idrica a miliardi di persone in tutto il mondo. Dovremmo averlo tutti chiaro: siamo o non siamo la specie più intelligente del Pianeta? Sono scomparsi i dinosauri e se continuiamo con questo atteggiamento, ci attende lo stesso destino. Qualcuno dice che è già tardi per salvarci, ma io spero non sia così. Occorre la lungimiranza che non abbiamo avuto fino ad ora.

In queste pagine raccontiamo di giovani che hanno proprio questa lungimiranza: vivere e lavorare in montagna…

La Valle d’Aosta è una zona in cui da sempre è molto vivo il turismo. I giovani ci sono sempre stati, soprattutto nella filiera del lavoro ricettivo e spesso passano qui le estati, lavorando. Negli ultimi anni, però, vedo sempre più giovani che lavorano per le strutture fare una scelta di vita legata non solo al lavoro stagionale, ma al loro futuro. Credo che la pandemia abbia inciso su questo. I giovani hanno rimesso in discussione quello che è importante per la loro vita. La qualità del tempo che abbiamo a disposizione, il tempo libero da dedicare a chi amiamo e alle nostre passioni è più importante dell’accumulo del denaro. Credo che abbiamo riscoperto la felicità e capito che è la cosa più importante della nostra vita.

Hai documentato con un video i rifiuti abbandonati sulle montagne. Le responsabilità dell’industria nelle spedizioni commerciali sulle vette himalayane sono palesi.

Però quell’industria si lega a una domanda. L’uomo che vuole a tutti i costi arrivare in cima quando non ha le capacità per farlo si rivolge a queste società che, a fronte di spese esorbitanti, ti portano in vetta. Se non riusciamo a raggiungere con le nostre forze la vetta dell’Everest sarebbe bene rinunciare. Ma dobbiamo anche dire che quelle spedizioni sono effettuate anche da alpinisti professionisti. Eppure, si può fare: si può salire senza corde fisse che poi restano in montagna, si può scalare avendo cura di non pesare sulla montagna coi tuoi rifiuti. Certo, è la via più difficile. Si va incontro più facilmente a insuccessi, ed è anche più pericoloso. Ma allora le responsabilità vanno suddivise, fra business e domanda.

 
 
 

Se vostro figlio

2022, Avvenire 16 ottobre

Neuropsichiatra. «Se vostro figlio "si fa le canne" serve dialogo, non punizioni»

Un quarto dei ragazzi dai 15 ai 19 fuma cannabis almeno una volta la settimana. Che fare? I consigli del neuropsichiatra Barbanti

Qualche mese fa il Ministero per le politiche giovanili ha pubblicato una relazione molto dettagliata circa l’utilizzo delle cosiddette “droghe leggere” fra i giovanissimi. Che cosa ne è venuto fuori? A un primo sguardo è emerso che quasi il 24% degli studenti ha consumato cannabis almeno una volta nella vita e 458mila 1519enni (quasi il 18%) l’hanno usata nel corso dell’ultimo anno. Quasi un terzo degli studenti, in questa fascia di età, ritiene di poter reperire facilmente soprattutto la cannabis, il cui consumo è spesso esclusivo e si accompagna raramente ad altre sostanze. Quando si inizia? L’età di primo uso si attesta tra i 15 e i 16 anni. Le domande che tutti i genitori inevitabilmente si pongono sono sempre le stesse: ma queste sostanze fanno davvero male? Che conseguenze si possono avere sul piano organico e, soprattutto, su quello psicologico? E ancora: mio figlio andrà incontro a gravi forme di dipendenza? Davvero dallo spinello si rischia di passare facilmente alle droghe pesanti? Prima di interpretare con eccessivo allarmismo questi problemi, è opportuno fare il punto con un neuropsichiatra di fama internazionale, Piero Barbanti, anche responsabile del Centro diagnosi e terapia della cefalea e del dolore presso l’IRCCS San Raffaele Pisana.

Professore, ritiene che questi dati debbano preoccupare le famiglie? Come andrebbero letti?

Diamo prima uno sguardo dettagliato ai dati rilevati per non creare ulteriori paure nelle famiglie. Quel che ci interessa, invece, in questo argomento, è cercare di comprendere quali sono gli errori dei genitori, prim’ancora che dei ragazzi. Il consumo di cannabis è spesso legato alla necessità di coping, che in psicologia indica l’insieme delle risposte psicologiche messe in atto da una persona per fronteggiare alcuni problemi emotivi molto comuni. Le motivazioni più frequentemente offerte dai ragazzi, oltre al semplice “svago”, sono la riduzione dello stress (89,6%) e degli stati di depressione e ansia (41,7%), nonché il miglioramento del sonno (62,1%) e delle capacità di socializzazione (33,9%). Al di là delle percentuali, questi dati ci offrono uno spaccato interessante sul cambiamento di prospettiva da parte dei giovanissimi: “Mi faccio una canna per star più tranquillo e per tenere a bada le mie ansie”. Questa frase ci svela un evidente processo ansiolitico, che diventa una celebrazione solitaria. Questo processo innesca, a sua volta, una dipendenza molto simile a quelle che tanti adulti hanno degli psicofarmaci: problema-soluzione. Ovviamente quell’utilizzo solitario, da cui dovrebbe nascere la “cura” delle proprie ansie e della propria rabbia, non è affatto la risposta risolutiva, ma solo la dimostrazione di una “dissonanza interiore”, già di per sé connaturata nel processo di crescita.

Da che cosa nasce questa “dissonanza”? Come potrebbero i genitori aiutare maggiormente i figli?

Nel momento in cui la cannabis diventa una celebrazione solitaria e non un rito trasgressivo di gruppo – come lo è stato per la generazione di chi era giovane negli anni ’60-’70 – si rompe quello schema sociale secondo cui l’utilizzo di droghe leggere è un momento legato al gruppo; viene fuori l’immagine di una ragazza o di un ragazzo che sente concretamente una voragine affettiva, determinata dall’analfabetismo emotivo. Gli adolescenti, anche fra coloro che non fanno uso di cannabis, oggi sono sempre più incapaci di creare immagini, di far ricorso alla creatività per descrivere un’emozione o per placare quell’emozione. Si nutrono di immagini preconfezionate che, però, non colmano quel desiderio di star meglio. In fasi di down, si rivolgono a droghe a basso costo oppure a energy drink per avere o un effetto di rilassamento o un’iperattività fatta di stimoli che non vedono – e che non sanno vedere - nella quotidianità.

Da cosa derivano queste mancanze?

Da altre mancanze. Sempre più spesso i genitori chiedono ai figli, rientrando da scuola, “Che cosa hai fatto? Che voti hai preso?” e invece la prima domanda di una madre o di un padre dovrebbe essere: “Come stai? Sei felice? Ti alzi al mattino con la gioia di stare al mondo?”. Spesso non sappiamo se i nostri figli sono felici, quale musica ascoltano, che cosa vogliono dirci con quella musica, con quei tatuaggi sul corpo, con quelle abitudini incomprensibili che ci infastidiscono.

E nel genitore scatta l’ansia, e poi i divieti, i litigi, le punizioni. Dove sta l’errore?

La psicanalisi e la pedagogia hanno detto tantissimo sulla risposta “ostinata e contraria” che generano i divieti senza il dialogo. Questo non vuol dire affidarsi alla società del permissivismo, del sì perenne, che peraltro genera nell’adolescente un ulteriore effetto di smarrimento rispetto alla genitorialità. Padre e madre devono avere una posizione unica, che non è la condanna o l’allarmismo. L’atteggiamento sano è quello che genera colloquio e non segretezza e chiusura. L’atteggiamento sano è quello di chi cerca di capire le emozioni.

Probabilmente i genitori dovrebbero tener maggiormente conto del fatto che gli adolescenti, oggi, sono figli di un periodo sempre più dominato dal lessico della paura (dalla pandemia alla guerra). Questo linguaggio genera in noi tutti picchi di down emotivi, sensazioni di smarrimento, ansie. Magari noi tutti, e prima di tutti gli altri i ragazzi e le ragazze, abbiamo e hanno bisogno di poter parlare o di stare in silenzio liberamente con chi sa stare accanto alle loro emozioni, senza utilizzare il giudizio o la condanna.

Certo, ma dobbiamo anche denominare i nostri sentimenti. Una riflessione sociale andrebbe fatta seriamente sia nelle famiglie che nella scuola dinanzi alle emozioni senza nome dei nostri ragazzi. Quell’assurda rincorsa, che peraltro insegniamo come stile di vita, che senso può avere se non ha alcun fine? La civiltà del gareggiare, dell’aver fretta senza chiedersi dove si sta andando, che cosa ha prodotto se non un’inquietudine crescente e un senso di inadeguatezza?

 
 
 

Ciò che stiamo vivendo

Post n°3788 pubblicato il 17 Ottobre 2022 da namy0000
 

2022, FC n. 42 del 16 ottobre

Ciò che stiamo vivendo in questi mesi è paragonabile alla situazione di un gruppo di uomini a bordo di una canoa, improvvisamente presa dalle rapide. Mentre l’imbarcazione scivola di balzo in balzo, nessuno sa se essa riuscirà a planare su una spiaggia sabbiosa o se andrà a sfracellarsi contro un macigno.

Fuor di metafora, l’inizio delle rapide porta una data: l’11 settembre 2001. Di fronte allo spettacolo delle due torri che implodevano a terra, abbiamo compreso di trovarci di fronte a una svolta della storia. Poi è venuta la crisi economica, frutto dell’insipienza degli esperti della finanza statunitense (2007). Quindi il Covid, non si sa se figlio della sporcizia o della distrazione dei ricercatori (2020). Infine la guerra, prodotto della mistica della Santa Russia e della follia di un dittatore (24 febbraio 2022). Ora, dopo otto mesi, il quadro è più che mai fluido. Da un lato la guerra sembrerebbe giunta al termine, dal momento che l’Ucraina, grazie alle armi dell’Occidente, ha riconquistato quel terzo di territorio economicamente avanzato che la Russia le aveva strappato. Dall’altro, è chiaro che Putin non getterà la spugna e giocherà tutte le carte, comprese quelle estreme.

Ma ciò che preoccupa è la rassegnazione degli Stati europei alla logica della guerra. Pochi si adoperano veramente per una soluzione diplomatica e chi lo fa (il Papa, Macron, Erdogan, Draghi) finora non ha ottenuto effetti. Ha ancora valore la massima del sociologo francese Raymond Aron secondo il quale, in epoca nucleare, la pace è impossibile ma anche la guerra lo è, dal momento che la logica della deterrenza reciproca, provvede da sola a fermare le parti in conflitto?  Stando alla cronaca sembrerebbe di no. Quando gli arsenali sono colmi di armi nucleari e anche gli Stati più piccoli le possiedono, quando un capo di stato come Putin minaccia ogni giorno di usarle, quando un missile è lanciato, quasi per gioco, dalla Corea del Nord sul Giappone… allora,, c’è poco da star tranquilli. Se poi guardiamo all’Europa, già disunita nella stagione del Covid e ora, di fronte alla crisi energetica causata da Putin, anziché mostrarsi solidale attraversata da una cinica febbre di profitto, allora si comincia a cogliere la gravità del quadro. Certo, si dice, di fronte a una nazione brutalmente aggredita, qual è l’Ucraina, l’Occidente non poteva rimanere neutrale. Ha fatto bene, si conclude, ad aiutare la vittima e a punire l’aggressore. Se non lo avesse fatto avrebbe ripetuto l’errore  fatto dagli stati democratici con Hitler nel 1939. Così, nel febbraio scorso, il mondo si è diviso, ancora una volta, in due schieramenti: gli Stati democratici contro gli Stati autoritari. Ma a quale prezzo? Probabilmente nei prossimi mesi capiremo meglio se l’atteggiamento dell’Occidente è quello giusto. Oppure, se il rischio scaturito dall’isolamento di Putin e dalle sanzioni decretate contro di lui sopravanza di gran lunga i benefici ottenuti. Per il momento il quadro è di una guerra dalle conseguenze imprevedibili, voluta soprattutto da Russia ed America, sopra la testa degli Europei – Luciano V.

 
 
 

Montagna, patrimonio fragile

Post n°3787 pubblicato il 15 Ottobre 2022 da namy0000
 

2022, Scarp de’ tenis, agosto

MONTAGNA. PATRIMONIO FRAGILE

Andrea e Miriam, 45 anni in due, vivono a 2.259 metri

La vita, quassù, non è semplice. Nessuna comodità, ci vogliono regole e consapevolezza. Il telefono quasi non prende, la connessione va e viene, ma questo è niente. Bisogna centellinare la corrente e persino l’acqua. Eppure ci sono giovani che un lavoro in cima alla montagna l’hanno cercato e abbracciato con entusiasmo.

Siamo al Rifugio Fraccaroli, a Cima Carega nelle Piccole Dolomiti: 2.259 metri sul livello del mare, sul confine tra Trentino e Veneto. Da questa estate, dopo 53 anni in cui il rifugio è stato gestito dalla stessa famiglia, iBaschera, a fare i padroni di casa sono ora Andrea L. e Miriam R., 25 anni lui e 19 lei. A vederli sembrano due ragazzini, ma poi, sentendoli raccontare il loro lavoro, capisci perché il Cai abbia deciso di affidare loro il Rifugio.

«Abbiamo lavorato in altri rifugi nelle scorse stagioni, e avevamo il sogno di poterne gestire uno che non fosse raggiungibile in auto – racconta Miriam -. Quando si è aperta questa possibilità, abbiamo partecipato presentando il nostro progetto, ed eccoci qui».

Il Carega è la montagna di casa per loro che vivono a valle, in provincia di Vicenza: conoscono bene queste terre e le frequentano da sempre. Andrea, che è laureato in tecnologie forestali e ambientali, le ha anche studiate.

«Bisogna fare i conti con la poca acqua: si lavano i piatti col contagocce, ci si lava una volta a settimana. Abbiamo un bagno solo, in condivisione con gli ospiti. Alla sera spegniamo tutto ciò che consuma elettricità, incluso il frigorifero. Per le stoviglie usiamo quelle di carta o le palette di legno per il caffè, per avere meno cose da lavare, e utilizziamo detersivi a basso impatto inquinante, ma anche quello dei rifiuti è un altro tema: vanno portati a valle a mano, a chi frequenta la montagna si chiede di riportar giù i propri rifiuti».

Andrea e Miriam, con la collaborazione di genitori e fratelli, riescono a garantire ogni giorno il pranzo e la cena: propongono una scelta di diversi primi e secondi al mezzogiorno; mentre la sera c’è un menù fisso, servito tra le 19 e le 20. La vita segue i ritmi della natura: «È come tornare alla vita di una volta – spiegano – quindi alle dieci di sera si spegne la luce e si fa silenzio».

Non tutti capiscono la filosofia della montagna, e questo è forse il lato più difficile del lavoro. «Dopo la pandemia hanno iniziato a frequentare la montagna tante persone, ma non tutti accettano la fatica. C’è chi non riesce a comprendere che un rifugio non è un ristorante: non si può arrivare alle dieci e pretendere di cenare, oppure non capiscono perché non abbiamo il bancomat, o ancora si lamentano del prezzo della birra. Ma è anche vero che molti mostrano sensibilità e quando alla sera vedi il Rifugio pieno, con tante persone che ci fanno i complimenti, questo dà soddisfazione».

 

Dobbiamo recuperare il legame con la terra. Marco B. ha solo 21 anni ma ha le idee ben precise

C’è nella sua generazione, lui ne è convinto, un ritorno al legame con la terra che quella precedente aveva perso. Ora invece sono tanti i giovani come lui che, invece di andarsene verso una vita più moderna in città, risalgono la montagna e scelgono di starci.

Marco B. non viene da una famiglia propriamente montanara: è cresciuto a Borgo San Dalmazzo, l’ultimo grosso centro abitato della provincia di Cuneo prima di salire verso le Alpi Marittime.

Eppure l’amore per la montagna deve aver avuto un’impronta forte nella sua famiglia, perché tutti e tre i fratelli, di montagna, hanno scelto di vivere. Dei tre, la più famosa è Marta, campionessa del mondo di sci; poi c’è Matteo, che alleva mucche e pecore e che trascorre le estati in alpeggio. E infine Marco, che dallo scorso anno è diventato il gestore del rifugio Emilio Questa, nell’alta Valle Gesso, a quasi 2.400 metri, a pochi metri dal confine con la Francia.

«Siamo sempre stati appassionati delle nostre montagne, fin da piccoli. Da ragazzo, appena finiva la scuola, raggiungevo mio fratello per dargli una mano con gli animali», ricorda Marco. La sua occasione è arrivata nell’estate dell’esame di maturità. «Stavo lavorando in alpeggio con mio fratello e abbiamo saputo che l’ex gestore del rifugio sarebbe andato in pensione. Io non avevo granchè voglia di andare avanti a studiare, mentre l’idea di lavorare in mezzo alla natura e a questa bellezza mi attirava. Ci siamo informati e ho deciso di provarci». Ad aiutarlo ci sono il fratello, la cognata e pochi altri dipendenti. L’apertura va da giugno a metà settembre, anche se in realtà il tempo che dedica al rifugio, tra lavori di manutenzione e organizzazione, è molto di più.

I ritmi sono faticosi: «Si inizia alle 5 di mattina e quando hai due turni di cena finisci alle 22, prima delle 23 non sei a dormire. Speravo di avanzare del tempo per l’altra mia passione, che è la fotografia, ma finora ne è rimasto ben pco», sorride.

Il loro menù cerca di rispettare le tradizioni locali, il pane lo fanno fresco ogni giorno, nei taglieri si trovano formaggi dei produttori della zona, tra cui quelli del fratello.

Anche Matteo ha scelto una vita legata alla terra, agli animali, alla loro montagna: ha aperto il suo allevamento appena terminato il liceo, da subito affiancato da Sara, che oggi è sua moglie. Durante l’inverno si occupano a valle del loro allevamento di pecore sambucane, una razza autoctona, poi d’estate salgono all’alpeggio, non distante dal rifugio di Marco.

«Non collaboro solo con lui – dice Matteo -: ho contatti con tanti rifugi e operatori del settore agricolo della vallata, sono quasi tutti giovani, che hanno voglia di lavorare per la terra, con il rispetto che merita».

La sua è una generazione molto legata alla natura, racconta. «A differenza di quella precedente, dei nostri genitori, che aveva un po’ perso il contatto con la terra. Forse perché hanno vissuto un’epoca di prosperità economica che ha portato a sottovalutare l’aspetto del lavoro agricolo, del lavoro in montagna, del lavoro più duro. Ora, per noi, questo legame con la terra è tornato importante».

 

Quando preservare il creato significa generare aiuti per i più poveri

La montagna è un luogo da preservare ma anche uno spazio che accoglie e restituisce generosamente. Lo dimostra una realtà silenziosa e tenace come quella dell’Operazione Mato Grosso nata proprio in questo contesto. Il progetto prende forma nel lontano 1967, quando don Ugo De Censi, padre salesiano che diventerà la guida dell’Omg (fino al 2018 quando viene a mancare) organizza una spedizione giovanile missionaria nel Mato Grosso, la regione interna del Brasile al confine con la Bolivia che versava in condizioni di grande povertà. Don Ugo non desiderava solo assistere ed educare, ma liberare dalla povertà. Con questo spirito prende il via il progetto: da allora le missioni nell’America Latina sono tantissime (si creano oratori, istituti pedagogici, case per bambini abbandonati, ospedali) e ancora oggi, dopo tutti questi anni, è più attivo che mai, come ci racconta don Ambrogio Galbusera uno dei coordinatori.

Perché il collegamento con la montagna?

È proprio dai campi estivi della Val Formazza, in provincia di Verbania, che nacque l’idea di creare un gruppo di giovani che andasse ad aiutare le popolazioni più povere del Sud America. Da allora, il progetto ha mantenuto, come un filo sottile, il suo spirito, senza mai spezzarsi. Pur non avendo un’organizzazione strutturata siamo riusciti a portare avanti le nostre missioni coordinandoci in tutta Italia. La montagna ha un ruolo centrale perché grazie ai tanti rifugi alpini che abbiamo costruito durante i campi di lavoro e a quelli già esistenti ce abbiamo in gestione possiamo contribuire a salvaguardare ambienti sempre più delicati a raccogliere i fondi necessari per aiutare le popolazioni in difficoltà.

Come sono organizzate le vostre missioni?

L’Omg propone ai giovani di lavorare gratuitamente per i più poveri. Ci sono gruppi di ragazzi che lavorano gratuitamente durante la settimana dopo il lavoro, oppure, come accade spesso nella gestione dei rifugi, il sabato e la domenica. D’estate organizziamo campi di lavoro di una settimana o quindici giorni. Tutto il ricavato viene inviato alle missioni. Tutti possono entrare a fare parte dell’Omg, senza preclusioni né ideologiche né religiose. Le attività delle diverse missioni in Perù, Ecuador, Brasile, Bolivia formate da volontari – oltre ai ragazzi ci sono anche famiglie e sacerdoti – si concentrano in vari ambiti, come quello educativo, religioso, sanitario, agricolo e sociale. I volontari offrono il loro lavoro in forma gratuita. Ogni estate partono verso le missioni gruppi di giovani per un periodo di vari mesi. Alcuni restano anche per anni.

Qual è l’obiettivo?

In questi ultimi anni in particolare, ci siamo concentrati soprattutto sull’ambito formativo dando così origine a scuole, a taller (scuole tecniche), istituti di avviamento al lavoro di vario genere, con una componente prevalentemente artistica, fino a raggiungere livelli di grande professionalità e talento. In questo modo rendiamo autonome le popolazioni locali delle Ande che possono restare nel loro territorio e renderlo quindi meno povero.

E per i ragazzi italiani cosa significa prendere parte alle missioni?

Significa crescere secondo lo spirito di san Giovanni Bosco: buoni cristiani ed onesti cittadini. Attraverso questo impegno, intraprendono un cammino educativo in cui imparano concretamente cosa significhi la fatica, l’impegno sociale, il rispetto e la collaborazione con gli altri, la sensibilità e l’attenzione ai problemi dei più poveri ma anche la difesa della bellezza del creto. E la bellezza del dare senza aspettarsi nulla in cambio.

 
 
 

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