Creato da lapassante0 il 11/02/2008

Chiaraviola

"Ci sono persone che lottano tutta la vita è di loro che non si può fare a meno" B. Brecht

 

 

Vi voglio bene.

Post n°131 pubblicato il 21 Novembre 2008 da lapassante0
 

15-16 novembre 2008, Venezia, Biennale di Architettura

 
 
 

Alcide Pierantozzi, una nuova e illuminante speranza per la letteratura italiana...

"Non può che essere così: per quale motivo i nostri padri non hanno saputo non pensare, cioè non hanno saputo fare i conti con l'impensabile? Perché le nostre madri hanno pensato solo a se stesse, a emanciparsi, a ridursi alle prontezze urbane di questa costruzione? Ma possibile che non hanno visto l'orrore, che non hanno visto che il mezzo stava diventando il fine? Perché siete stati in contraddizione con voi stessi volendo la cultura e il riconoscimento degli altri senza ricordarvi che tutta la vita è un fuori gioco? Nell'abbondanza sentire cos'è che ci manca, questo è il tormento più amaro.
[...] Il germe è diventato l'aspirazione all'aspirazione. Ma questo c'era già stato nella Grecia antica perché l'uomo ha sempre voluto essere felice, cioè guidare i grandi imperi per poi accorgersi di non aver conquistato nulla. Cioè capire tutto quello che hanno capito gli sfaccendati della mia età in due soli fatti: la mortificazione e la morte che ha il suo luogo privilegiato nella natura, che è il luogo della morte senza mortificazione, cioè il luogo della violenza originaria".

Alcide Pierantozzi, L'uomo e il suo amore, Rizzoli, 2008.

Sto leggendo attualmente l'ultimo libro di Alcide Pierantozzi, un ragazzo marchigiano di 23 anni che vive a Milano, L'uomo e il suo amore, un romanzo di circa 500 pagine, di non facile lettura, specialmente per chi non viene da studi classici e umanistici, perchè in questo libro si affronta di tutto: filosofia, citazioni letterarie, allegorie, metafore, versi di poesia ripresi e reinterpretati, frasi ex novo a proprio piacimento. Ma proprio come mi suggeriva Alcide, che ho con mio grande piacere conosciuto su facebook, per chi non ha studiato filosofia e viene da studi magari artistici il libro può essere meglio compreso, rispetto a un critico o un filosofo di professione. In sintesi il messaggio è questo: quello che interessa è la reazione d'istinto alla lettura, propria di una persona magari semplice, anche se non del tutto ignorante (che altrimenti si stuferebbe subito e abbandonerebbe il testo dopo poche pagine), la capacità di sapere andare oltre e di lasciarsi trasportare dalle parole anche se non si apprende appieno i contenuti appena letti. Per esempio le prime 40 pagine sono molto complesse e contorte... poi man mano che si va avanti tutto diventa più sciolto, con momenti molto piacevoli e riflessivi, per poi tornare alla complessità, un'avventura tutta da affrontare per il lettore, ma anche una bella sfida a decifrare i numerosi riferimenti filosofici che Alcide propone continuamente.

Ma di cosa parla L'Uomo e il suo amore? E' la storia, la grande storia, di Eugenio, un ragazzo ventenne che vive in Albania, con la sua vita che ruota attorno a tre figure femminili, Nila la sua fidanzata, Siddharta la prostituta e Maria una ragazza handicappata. La storia in sè è poderosa e affronta il tema dell'amore con gli strumenti filosofici, l'approccio di Eugenio con la figura femminile e con la vita. La scrittura di Alcide Pierantozzi è inedita, nel senso che non si limita al compitino del racconto ben scritto e piacevole da leggere per poterlo magari vendere a suon di milioni di copie, bensì è una vera e propria sperimentazione linguistica, un laboratorio prepotente di linguaggio letterario e filosofico, senza timori reverenziali nei confronti di mostri sacri come Pier Paolo Pasolini (Petrolio, Affabulazione e San Paolo) e James Joyce, così come pare evidente l'influenza filosofica di Parmenide. Ma descrivere qui tutti i suoi riferimenti è impresa molto complessa, diciamo che abbiamo molte citazioni della poesia di Lucrezio, di Bellezza, di Dostoevskij (Memorie dal sottosuolo), di Emily Dickinson, di Petrarca, di Kipling, Goffredo Parise, etc. Mentre appare decisivo e di primaria importanza il suo rapporto con la tragedia greca.

Nessun dubbio che siamo di fronte a uno dei migliori talenti che la nostra letteratura è in grado di proporci, e non tanto per come sa scrivere (anzi penso che ci siano altri che sappiano farlo meglio), ma quanto per i contenuti e per la complessità intellettuale di grande intelligenza e rara profondità. La potenza e la forza della capacità descrittiva di Alcide mi ricorda molto la figura di Pier Paolo Pasolini, anche attraverso quel suo linguaggio classico, e a volte persino crudo, tipico di chi racconta la vita e l'amore nella sua vicenda vera e reale. Un giovane talento che può aprire nuove strade e nuovi stili di ricerca per la letteratura italiana, una giovane mente illuminante che farà a lungo parlare di sè.

Tornerò a commentare l'opera di Alcide Pierantozzi alla conclusione della mia lettura dell'ultimo libro, con l'intenzione di potere prendere mano anche del suo primo lavoro, Uno in-diviso, scritto nel 2006.

p.s. Intanto ho già capito alcune cose che mi stanno aiutando a trovare una mia strada nell'ambito della mia passione per la lettura e la scrittura, l'insegnamento, attraverso quest'opera, di Alcide è a dire poco decisivo. Un barlume di luce nel buio pesto che stavo vivendo in questi ultimi anni... uno degli aiuti (indiretti nella lettura del libro, ma anche diretti con le illuminanti conversazioni della sottoscritta con Alcide, ragazzo dolce e gentile) più belli che abbia mai ricevuto negli ultimi mesi. Spero di mettere il tutto a frutto e di non deludere me stessa.

Giuseppe Genna scrive di lui su facebook:

Se scrivessi di questo "romanzo" di Alcide Pierantozzi (il che, appena ho tempo, farò), dovrei impegnarmi in un saggio complessissimo e molto semplice al contempo. Valga per ora, lapidaria, una constatazione impressionistica: giudico questo libro uno dei più importanti comparsi in Italia negli ultimi decenni - insieme a molti altri, sia chiaro, poiché la prosa italiana è a mio avviso in una fioritura quasi senza precedenti, e comunque l'opera del ventiduenne Alcide Pierantozzi si inscrive di forza nel mio pantheon personale. Se non si ha timore di una strutturazione che esonda i canoni della leggibilità lineare, L'uomo e il suo amore è una lettura indispensabile, che strappa dal presente e dall'alienazione, apre orizzonti ossigenanti, costringe prima a pensare e poi a non pensare più. Lo consiglio vivamente a chi ha l'ardire di non stare nel giochino di una retorica ormai surclassata da quella televisiva, ma dispone del coraggio di mettersi fuori gioco attraverso la letteratura. [gg]

Alcide Pierantozzi (San Benedetto del Tronto9 aprile 1985) è uno scrittore italiano.

Conseguita la maturità classica, studia filosofia teoretica presso l'Università Cattolica di Milano. Il suo primo romanzo, Uno in diviso[1], pubblicato nel 2006, è stato accolto favorevolmente dalla critica letteraria nazionale [1][2][3][4] ed è dedicato alla memoria di Pier Paolo Pasolini.

Uno in diviso è il racconto allegorico di due gemelli siamesi che si interessano alla politica e alla riflessione filosofica. Nascosti dal bancone dell'ingresso, lavorano come uscieri in un locale e ricordano, con due punti di vista antagonisti ma complementari, la miseria della loro giovinezza: progressivamente si fa strada l'assurdo percorso che li guiderà verso un incubo di cattiveria e disperazione, protagonisti e vittime di una follia di violenza che porta dritta verso la dannazione. Essi rappresentano una ipsilon umana, biforcuta, schizofrenica nel suo contenere un lato buono e uno cattivo.

Il suo secondo romanzo, L'uomo e il suo amore, è stato pubblicato dalla Rizzoli Editore nel 2008 riscuotendo l'approvazione di gran parte dell'establishment filosofico internazionale, a cominciare da Emanuele Severino ed è in corso di traduzione in numerosi paesi esteri. Alcuni critici hanno parlato di un'opera-mondo impraticabile, e conchiusa con la vita e la tradizione del romanzo borghese[5][6]. Il critico Sergio Pent (La Stampa) ha parlato di "un corpo narrativo senza etichette, a tratti - in cui emerge la volontà estrema di una ricerca letteraria che nasce dalle illuminazioni filosofiche di Parmenide e si spinge nelle paludi narrative dell'ultimo Pasolini. Un'opera in itinere, tra Italia e Albania, tra donne che lasciano il segno e interrogativi mai soddisfatti sull'amore. Un libro aspro e impervio, noioso e intrigante, crudele e fagocitante."[7]

Tra sogno, simbolo e realtà, attraverso il rapporto con tre donne, il narratore ripercorre l'intera storia del pensiero e della letteratura, reinterpretandola in maniera assolutamente originale. Ambientato in Albania, in esso si narra per quasi mille pagine l'epopea psichica di un attacchino, Eugenio Adriano, alle prese con tre donne povere e misteriose: una sovversiva politica di nome Nila, una prostituta di nome Siddharta e Maria, una bambina handicappata che lo guiderà ai confini dello spazio-tempo e, dopo la morte, alla Resurrezione. All'interno de L'uomo e il suo amore si trova un romanzo nel romanzo, La religione dei padri, che affronta la questione del divenire attraverso la descrizione di un drammatico rapporto tra padre e figlio.

Alcide Pierantozzi vive tra Milano e Colonnella e collabora anche con le riviste Rolling Stone e Max. Suoi articoli sono usciti anche per Il Messaggero, Il Resto del Carlino, Il Riformista, Inchiostro, Nuovi Argomenti, Il Foglio, Marche, Prospettiva Persona.

Sta lavorando al romanzo Vestiva di bianco nella casa buia, di prossima uscita da Rizzoli.

Da Wikipedia.

 
 
 

BARACK OBAMA!!!!

Post n°129 pubblicato il 04 Novembre 2008 da lapassante0
 

 
 
 

Guardi l'Allianz Arena e capisci che... (2)

Post n°128 pubblicato il 25 Ottobre 2008 da lapassante0
 

(continua dal precedente post) Ma la domanda che mi sorge spontanea è questa: Non è che il pubblico fiorentino con lo stadio nuovo si imborghesisce? Non c’è una risposta certa, ma il rischio esiste, anche perché già attualmente le nuove generazioni di tifosi non promettono molto bene. E’ come se uno stadio così emozionante dal punto di vista estetico oscurasse il vero spettacolo che è la partita di calcio e i suoi spettatori, perché non dimentichiamolo mai che il calcio è una storia di passione e senza il pubblico che partecipa perde tantissimo.

In mio soccorso arrivano le parole di tanti esperti, di sociologi come Alessandro Dal Lago e Pippo Russo, di antropologi come Desmond Morris e Marc Augè.

Si torna al tanto caro concetto di genius loci e trovo ora fondamentale inserire qui uno stralcio di una intervista fatta dalla sottoscritta a Pippo Russo, nel 2004.

 “(…) Lo stadio incorpora una identità, un genius loci, e capita a un club di trasferirsi da uno stadio all’altro (…).  Siamo di fronte a un caso di trasferimento di una tifoseria da un luogo all’altro, pur nello stesso territorio urbano, ciò comporta un completo cambiamento dell’esperienza, perché quello (rif. Stadio di Messina) è un caso di stadio a catino, con il pubblico completamente a ridosso, lo stadio nel quale la squadra di trasferta sentiva obiettivamente la presenza del pubblico di casa. E’ una esperienza che si è già avuta una quindicina di anni fa a S. Benedetto del Tronto, il cui vecchissimo stadio era temutissimo dalle squadre avversarie perché era uno stadio con il pubblico molto a ridosso del campo da gioco, poi c’è stato il trasferimento in uno stadio polifunzionale molto freddo, che ha completamente cambiato l’esperienza della gara, è sicuramente più funzionale, ma garantisce molto meno pathos, e gli stessi tifosi vivono in modo completamente diverso la loro identità, il loro modo di esercitare la loro performance di tifoso, il loro senso di influire sul destino della partita.

Oltre allo spostamento di luogo, che è anche uno spostamento di identità, torno a dire che lo stadio non è affatto un “non luogo”, è un pezzo di territorio che custodisce una identità, anche il semplice spostamento da uno stadio all’altro, nello stesso contesto urbano, comporta una ridefinizione di identità in un altro luogo ed è un processo non facile, quindi è vero che molti stadi in questo paese sono vecchi, antiquati, e sono sempre più disfunzionali, però il trasferimento da un luogo all’altro dello stesso contesto urbano comporta comunque una ridiscussione dell’identità, un tentativo di riappropriarsi di uno spazio e di farlo luogo. Il passaggio da spazio a luogo è essenziale, si lascia qualcosa che era un luogo perché custodiva una identità, si va a ritrovare uno spazio nuovo, bisogna riabituarsi, risocializzare, ricostruire dei riti in un contesto che è ancora freddo, che è ancora da investire simbolicamente, e di sicuro non è un processo facile, richiede del tempo e cambia l’identità, è un processo molto interessante dal punto di vista sociologico, col quale molte piazze faranno i conti.(…)  C’è il caso dello storico stadio Wembley a Londra, demolito per costruirne uno nuovo, che per me, potevano fare a meno, con tutto quello che è costato: d’accordo hanno mantenuto il sito, ma sarà comunque un luogo diverso, l’architettura incide, è un altro luogo e pur essendo dal punto di vista topologico il medesimo spazio, il luogo cambia perché sarà costruito diversamente, non è la stessa cosa e mai lo sarà”(…).

Pippo Russo, Firenze 2004.

Questo per dimostrare, nel caso dello stadio nuovo di Firenze, che qualunque sarà la tipologia e l’architettura scelta e poi si spera realizzata (Fuksas o meno) nulla sarà come lo Stadio Franchi di Pier Luigi Nervi. Potrà essere migliore o peggiore, ma l’esperienza che la tifoseria fiorentina sta vivendo da molti anni e attualmente con la Curva Fiesole, la Curva Ferrovia, la Maratona, le tribune e perfino gli spazi interni per gli addetti ai lavori (spogliatoi, tribuna stampa, etc), non sarà più possibile riviverla.

Questo porterà senza dubbio, almeno all’inizio, alla nostalgia e a uno stato di fastidio tipico di chi si trova di fronte alla novità.

Si tratta, come dice Pippo Russo, di adattarsi ai nuovi spazi, a una ridefinizione di una nuova identità, di un senso del luogo che solo con il tempo può prendere forma… la speranza è che sia possibile realizzare uno stadio funzionale e nello stesso tempo concettualmente interessante. In fondo è questa la sfida dei più grandi architetti… ed ho sempre pensato che a fare architettura debbano impegnarsi pochi eccelsi privilegiati, perché come dice Renzo Piano, un brutto libro puoi anche non leggerlo, ma un brutto edificio lo vedi per forza.

La parola d’ordine, come in tutte le cose, è equilibrio… d’altronte come si può giocare con il 4-3-3 se non si assume un atteggiamento equilibrato tra i vari reparti?

“Per le anime meno fortunate il calcio può essere l’unico contatto con l’estetica”

Peter Handke

 

Personalmente sono da anni entusiasta dello stile architettonico dei geniali architetti svizzeri Herzog & De Meuron, ormai specializzati nel settore degli impianti per il calcio (hanno realizzato tra gli altri anche il National Stadium di Pechino e St. Jacob Park di Basilea) e l’Allianz Arena non mi ha smentito, la scenografia esterna è semplicemente magnifica: coinvolge, cattura, emoziona, anche se l’interno non riesce, ovviamente, a reggere il confronto con la magnificenza esterna e appare addirittura spiazzante con la sua eccessiva semplicità, ma va detto che è funzionale e il senso di piacere che si prova nella facilità del raggiungere i posti che ti interessano è netta.

 Cultura del tifo o meno, se ampliamo il quadro del discorso dovremmo scrivere sterminate pagine: il problema del cambiamento antropologico (che hanno per esempio discusso con un interessante dibattito finito sulle pagine del Corriere della Sera Claudio Magris e Alessandro Baricco) delle persone è in atto da tempo, l’era telematica ha cambiato molte cose e tutti noi siamo chiamati ad avere a che fare con nuovi strumenti, che non possono più essere ignorati.

In conclusione mi soffermo con una analisi sintetica di tutti gli aspetti positivi (e sono tanti) che l’Allianz Arena può suggerire per la realizzazione dello stadio nuovo a Firenze:

-          È un caso paradigmatico per quanto riguarda la tempistica: tra il momento in cui è stata comunicata la decisione di affidare il progetto allo studio svizzero Herzog & De Meuron e la posa della prima pietra (ottobre 2002) sono trascorsi solamente 9 mesi;

-          è un’opera che si distingue nell’ambito del panorama architettonico contemporaneo come interpretazione futuristica dello stadio per il calcio;

-          l’intervento coinvolge un brano di città, oggi in stato di degrado, rivisitandone percorsi e destinazioni d’uso;

-           c’è una attenzione al comfort ambientale che trova riscontro nelle finiture e nella scelta dei materiali per gli spazi pubblici.

Tornata a casa anche se un po’ mestamente visto il risultato finale troppo pesante, mi è venuta in mente una frase che avevo letto su una t-shirt di un ragazzo del Collettivo in Curva Fiesole qualche anno fa… diceva:

… Certi giorni ci vengono raccontati, altri meritano di essere vissuti.

“Quando la partita si conclude, il tifoso, che non si è mosso dalla tribuna, celebra la sua vittoria, o la sua sconfitta. Allora il sole se ne va e se ne va anche il tifoso. Scende l’ombra sullo stadio che si svuota. Sulle gradinate di cemento ardono qua e là alcune fiamme di fuochi fugaci, mentre le luci e le voci si spengono. Lo stadio resta solo e anche il tifoso torna alla sua solitudine di io che è stato noi. Il tifoso si allontana, si sparpaglia, si perde, e la domenica è malinconica come un mercoledì delle ceneri dopo la morte del carnevale.”

Eduardo Galeano, Il Tifoso in Splendori e miserie del giuoco del calcio.

 

 

 
 
 

Guardi l'Allianz Arena e capisci che...

Post n°127 pubblicato il 25 Ottobre 2008 da lapassante0
 

Nella vita capita di svegliarsi alle cinque del mattino per inseguire un piccolo grande sogno… quattro anni fa studiavo nella biblioteca della facoltà di Architettura del Politecnico di Milano l’Allianz Arena degli architetti svizzeri Jacques Herzog e Pierre de Meuron, allora questo stupefacente stadio non era concluso e c’erano ancora i lavori in corso… ma le immagini del rendering davano l’idea di qualcosa di rivoluzionario, di mai visto precedentemente.

Sfogliavo le riviste specializzate e fantasticavo… dentro di me ho sempre sperato di riuscire ad andarci per vederci giocare la Fiorentina, magari in Champions League.

Quel giorno è arrivato…

 … il destino ha voluto che martedì 21 ottobre si sfidassero Luca Toni e Alberto Gilardino, i due uomini di punta di Bayern Monaco e Fiorentina.

E’ stato naturale per me andare su internet per acquistare i biglietti della partita, 30 euro per un settore del terzo anello, vicino a quelli riservati ai tifosi viola.

Ho avuto lo stesso raptus che mi è venuto nel 2004 quando tornammo in Serie A dopo il fallimento e l’inferno della C2, i Della Valle acquistarono la Florentia viola e dissi dentro di me, ancora piena di rancore, che alla prima partita in Serie A sarei stata accanto alla Fiorentina, per dire alla faccia di tutti che noi viola eravamo più vivi di prima… dopo due anni il calendario ci fece giocare la prima di campionato all’Olimpico di Roma contro i giallorossi…e feci un viaggio di 24 ore per dire che io c’ero.

La storia si ripete per l’Allianz Arena, lo stadio degli stadi, uno stadio culturale oserei definire, un esempio di come l’architettura cerca di imporsi in modo concettuale e artistico sulla funzione.

Uno stadio da sogno: ecco come mi è apparso l'Allianz Arena di Monaco di Baviera... difficile trovargli difetti, se proprio dobbiamo trovarglieli l'interno appare troppo (volutamente?) semplice, essenziale, spartano rispetto alla straordinaria scenografia esterna dei pannelli in traslucido rosso luccicante.

Ero anche in  un settore notoriamente economico, meno confortevole rispetto ad altri e devo dire che nonostante ciò la visuale non era niente male, forse troppo ripido per i miei gusti... la sensazione di essere in sospeso era netta e si sa che per guardare tranquillamente la partita non è propriamente il massimo.

 L’accessibilità è eccezionale, concepita in maniera pragmatica, semplice e chiara (tipicamente svizzero e tedesco): difficilissimo perdersi in questo stadio con i settori distribuiti in modo molto intelligente, ci si accede con il bus direttamente nel parcheggio poco prima degli ingressi, che incredibilmente (rispetto a quello che siamo abituati a vivere e vedere in Italia) sono in comune con quello dei tifosi locali... si avete sentito bene tifosi locali e tifosi ospiti entrano insieme allo stadio, ed esiste rispetto reciproco. Cosa, che mi dicono altri amici, abituati ad andare nelle trasferte europee già dall'anno scorso quando seguivano la Viola in coppa Uefa, è una esperienza che ormai è possibile praticare solo fuori dall'Italia.

 Si sa che qualche architetto deve fare un viaggio oltre oceano, arrivare fino al Brasile e guardare le architetture di Oscar Niemeyer per capirlo, a me è bastato andare a Monaco di Baviera e vedere un’opera di Herzog & De Meuron.

Mi piace pensare che dietro a una simile opera d’arte (perché qui si parla di Arte non di Architettura, esattamente come i film di David Lynch non sono cinema, ma vere opere d’arte e dovrebbero essere proiettati nelle gallerie artistiche) c’è anche molto probabilmente una donna, si chiama Christine Binswanger, fa l’architetto, e lavora per lo studio di Herzog & De Meuron, dove è diventata la quarta partner. Appassionata giocatrice di calcio e ciclista, si è laureata nel 1990 all’ETH di Zurigo con una tesi di un progetto di uno stadio.

Non ho testimonianze dirette del suo coinvolgimento in questo progetto, ma è difficile pensare che dietro a questo stadio non ci sia anche la sua mano: pochi sanno che intorno a progetto di architettura c’è sempre un paziente e costante lavoro di equipe, non c’è mai il lavoro di una singola persona. L’architettura non è una professione per solitari (come lo scrittore o il poeta per esempio), ma anzi è uno dei lavori più socievoli che esistano al mondo: difficile fare bene l’architetto, insieme alla necessaria preparazione tecnica, se non si è estroversi e se non si ha capacità di relazione e di comunicazione. E tutti questi discorsi assumono ancora più rilevanza se si tratta di opere complesse come lo stadio per il calcio.

“(…) Ricorre tra noi la gara a chi è più veloce nelle discussioni. Io non partecipo a questa competizione, sono molto meno determinata, forse anche più aperta, non so stabilire così velocemente cosa è giusto e cosa è sbagliato. Preferisco girare intorno alle cose. Chi prende una decisione più velocemente ha automaticamente il sopravvento: questo lo constato anche in gruppi più grandi – tra i committenti, ad esempio. A volte infatti, dalle retrovie, devo stemperare nuovamente le decisioni già prese. Comunque, tutto sommato, credo che i vantaggi di essere donna in questa professione, e nella fattispecie nel nostro gruppo, siano preponderanti. Tutti sentono la presenza di una donna come un arricchimento, inoltre sono stata a lungo la più giovane del team direttivo. Forse per questo da me non ci aspetta sempre lo stesso che dagli altri: ho un po’ più di libertà (…)”  Christine Binswanger

Non sono mai stata brava con le definizioni troppo tecniche dell’architettura, ho sempre preferito soffermarmi sugli aspetti emotivi e sociologici che uno spazio costruito suscita sulla gente che lo vive… la mia curiosità e la mia attrazione verso l’Allianz Arena era soprattutto per rispondere a una domanda molto incisiva di un mio amico di Firenze riguardo lo stadio nuovo presentato recentemente dai fratelli Della Valle e disegnato dallo studio di Massimiliano Fuksas.

 “L’unico dubbio che ho, tipica paura di quando si cambia così tanto, è: se verrà realizzato e in modo giusto, non cambierà le caratteristiche del popolo viola?”

 A caldo gli risposi di no e poco prima di entrare all’Allianz Arena ero ancora convinta di questa risposta… ma poi le cose sono cambiate. E sono tornata a pensare alla domanda di Sandro… per accorgermi che il suo dubbio era lecito, vivere in prima persona l’Allianz Arena ha decisamente cambiato le carte in tavola e ho avuto nuovi dubbi e nuove riflessioni.

Ho avuto la sensazione che troppa comodità, dalla visuale eccezionale, ai seggiolini girevoli con schienale, etc. si contrastassero troppo con la filosofia di sempre del tifoso italiano (o meglio del tifoso di curva), la comodità, come in tutte le cose della vita, rende le persone passive, poco partecipative, inevitabilmente le impigrisce. Il tifoso di calcio assomiglia sempre di più agli spettatori del cinema e del teatro, e ancora di più al pubblico americano che associa con più facilità lo sport al show business.

Il pubblico del Bayern Monaco, per esempio, non mi è piaciuto… anche quello più sfegatato, mi ha ricordato le tifoserie milanesi, capaci solo di essere numerose, ma di partecipare molto poco a livello di prestazione canora. Problema di mentalità? Può darsi, i tedeschi sono più freddi dei fiorentini, si sa.

(continua)

 

 
 
 
 
 

AREA PERSONALE

 

I MIEI PROGETTI

Trust me I'm an architect
(Renzo Piano)
Questi sono i miei progetti, l'architettura è il mio lavoro nonostante non abbia mai scelto di farlo...
 

AMO FIRENZE

La ragione l'è dei bischeri

Il fiorentino ama la rissa (verbale) , il dissenso aperto, la battuta pronta e diffida di chi gli dà facilmente ragione, perché ci tiene ad averla, ma quando si sente dire "L'ha ragione, l'ha ragione..." sospetta che lo si prenda in giro (per bischero) e che uno gli dia ragione per poter continuare a fare quello che gli pare.

In passato era ben vivo il gusto per le allusioni, la battuta con o senza doppio senso da cogliere al volo o dimenticare per sempre. Perché una battuta spiegata è un disastro. (Caterina)

Io con Caterina, la mia sorellina di cuore...

I Fiorentini sono dei passionali trattenuti e la fiorentinità è loro scudo. Prendono in giro gli altri soprattutto quando fanno cose che farebbero anche loro, in un festival perverso di autoironia. Questo scudo li rende spesso un po' chiusi, un po' orsi, tanto sono diffidenti, sospettosi, sempre pronti a pensare che gli altri li vogliano fregare. Ma è anche la loro salvezza: Firenze difficilmente si plasma, difficilmente si piega. Il loro terreno non è fertile per chi vuole piazzare le tende delle limitazioni alla libertà, e di questo i Fiorentini ne saranno sempre tremendamente orgogliosi e fieri! (Sandro)

I miei amici con i quali condivido la mia passione viola... Sandro, Caterina, Cristian, Simone e Salvatore, intelligenza e cuore: persone splendide.

 

E LA FIORENTINA

E’ tutto peggiorato nel mondo, non solo nel calcio, e allora bisogna partire da se stessi: in Italia si amano i riti, anche quelli falsi, evidenti, ridicoli… il calcio è un po’ tutto questo. Non so se siamo tifosi idioti, ma so che siamo veramente innamorati e che allo stadio andremo ancora. E sia chiaro:  non vogliamo regali, anche perché sappiamo che così è più bello vincere e non ce ne frega niente se siamo gli unici a farlo (o forse qui mi illudo?). Siamo rimasti solo noi? E allora diamo il meglio di noi stessi, non ci pentiremo, ma soprattutto teniamoci ben stretta la nostra diversità.

... penso all’urlo collettivo di Firenze, a quel modo di gridare al mondo la propria voglia di esserci.
Non esistono tifoserie capaci di esplodere d’amore infinito come i fiorentini. Una parte dell’Italia se ne è accorta, ma sinceramente non ci interessa… in fondo quelli che ora ci fanno i complimenti, sono gli stessi che hanno cercato di distruggerci… ipocriti…
Ci guardiamo in faccia e ci accorgiamo di avere negli occhi una luce nuova, intensa, brillante…quella luce è la Fiorentina. Hanno provato a portarcela via, non ci sono riusciti. E sapete perché? Immaginate di chiudere gli occhi, di riaprirli e accorgersi di vivere un sogno vero. Un sogno chiamato Fiorentina. Squilla il telefono, è un’amica, non tifosa, ma evidentemente contagiata…”Chiara, sono strafelice per te…un amore sincero non muore mai”.

 

BOICOTTIAMO PECHINO 2008

 

 

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194: NON TOCCARLA

Mettici la pancia: www.nontoccarla.it Un movimento di uomini e donne che vogliono esprimere una volontà semplice: 194, non toccarla. 

 

Essenso figlia privilegiata di due ex sessantottini il mio cuore è inevitabilmente ROSSO... Posso vantarmi di essere sempre rimasta fedele alle mie idee, anche se i tempi cambiano e la politica di oggi non è granchè. VORREI PIUTTOSTO AVERE LA STESSA DIGNITA' E FORZA MORALE DI QUESTI GRANDI UOMINI E DONNE, ALCUNI DI LORO VERI MARTIRI... SALVADOR ALLENDE, ERNESTO CHE GUEVARA, FIDEL CASTRO, JOSE' ZAPATERO, ENZO BIAGI, NILDE IOTTI, ENRICO BERLINGUER, PALMIRO TOGLIATTI, ALDO MORO. NELL'ATTUALITA', OLTRE A WALTER VELTRONI E ZAPATERO, ABBIAMO ROBERTO SAVIANO, UN RAGAZZO ECCEZIONALE E SONO ORGOGLIOSA CHE CI SIA UN ITALIANO, COETANEO CAPACE DI RIMANERE COSI' INTEGRO, LUCIDO, INTELLIGENTE E FORTE... LA SUA TRAGICITA' MI RICORDA PER CERTI VERSI QUELLA DI PASOLINI, LA SUA COERENZA INTELLETTUALE E' LA STESSA DI ENZO BIAGI, LA SUA PASSIONE PARI A QUELLA DI INDRO MONTANELLI... FINCHE' SCRIVERANNO PERSONE COME LUI, POTREMO ANCORA AVERE SPERANZA IN QUESTO MONDO.

«Le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano sempre due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino.» Enzo Biagi

"Le idee di sinistra una volta capite, le hai capite per sempre" (mia madre)