Io fino a ieri me ne ero scordata invece. E come ho potuto, santo cielo, dopo aver trascorso quasi tre anni a struggermi d'ammmmmore? Me ne sono ricordata perché ho rivisto la Panchina.
Era il lontano (gulp) 1994. Davanti al mio banco sedeva la mia più odiata compagna di classe, che era sempre girata di traverso per poter guardare dentro il mio astuccio (peggio per lei, ho sempre posseduto solo penne mangiucchiate all'inverosimile) e per cercare di instaurare una conversazione con me e la mia migliore amica. Una volta mi ruppe una riga, innumerevoli volte mi ruppe le scatole. Un giorno mi fece notare che colui che le sedeva di fianco, era sempre girato con le spalle al muro e pareva fissarmi. Io, che lo consideravo al pari dei chewing gum attaccati sotto ai banchi, provai in un primo momento un moto di orrore. Poi notai che lo sguardo fisso persisteva e cominciai a trovare la cosa a dir poco intrigante.
A quei tempi non ero affatto bella. Non che gli anni abbiano reso giustizia al mio volto brufoloso, ma almeno mi sono liberata dalla condanna ad indossare vestiti smessi della zia venti anni prima. All'epoca (e ancora soffro molto nel ricordarlo) mia madre mi costringeva ad indossare un cappotto (ahimè che dolore) di jeans lungo e informe, che all'interno era rivestito di (oddio!!!! povero cuore mio) pelo rosa che fuoriusciva dalle maniche e dagli orli. Sommate questi piccoli dettagli al fatto che a) ero in grado di leggere e scrivere correttamente in una classe di trogloditi e b) le idee dei miei genitori su uscite e coprifuoco erano a dir poco anacronistiche et voilà, avrete un'idea commovente dell'adolescente sfigata che sono stata.
Questo tizio fino all'anno prima era stato soltanto un pasciuto ragazzotto capace di offendermi tra i rutti, che mi aveva votata "Miss tettona 94" alla gita dell'anno scolastico precedente e che non godeva di una mia particolare ammirazione.
Ma qualche mese dopo era lì, diversi chili di trippa in meno e due occhi neri che mi fissavano languidi con insistenza durante le infinite ore di scuola e la frittata fu fatta.
Le sue battute erano le più divertenti che io avessi mai ascoltato. I suoi occhi i più profondi che io avessi mai visto. I suoi rutti della tonalità più talentuosa che avessi mai udito. Le sue ascelle pezzate un indice di virilità eccezionale.
E i suoi voti erano così bassi perché era un ragazzo incompreso, problematico, triste e solo che aveva solo bisogno di una ragazza che si prendesse cura di lui.
E la sua maleducazione frutto di un'infanzia sicuramente difficile e straziante.
E i suoi brufoli così simili ai miei, di una purulenza che lasciava trapelare una sofferenza interiore così affascinante.
Per un anno mi risparmiai prese in giro, scherzi ottusi e insolenze. Mi sentivo una miracolata. E quegli sguardi continui mi squagliavano come una pera cotta.
Io, la ragazza sfigata dall'improponibile frangia tagliata in casa, sempre storta.
Lui, il bullo rispettato dalla classe per i pessimi voti e gli abiti all'ultima moda.
Il momento più emozionante capitò a due mesi dalla fine dell'anno scolastico, quando partimmo per una gita di un paio di giorni. Ero talmente entusiasta che mi rifiutai di portarmi appresso l'obbrobrioso cappotto e con la scusa della primavera optai per una leggerissima giacca a vento presa con i punti della Pavesi, comunque poco fashion, ma tremila volte meno imbarazzante del soprabito di Poochie. Nel giro di due ore, come era prevedibile, cominciò un fitta nevicata e io per due giorni rischiai ripetutamente l'assideramento. Ma allora ero giovane e le mie membra al massimo della loro resistenza alle intemperie (oggi posso affermare con certezza che sarei caduta miseramente in battaglia), in più ardevo del potente fuoco dell'ammmmmore.
A pochi minuti dalla fine di quei due inenarrabili giorni, la comitiva inciampò nell'immancabile "obbligo o verità?". In ginocchio sul mio sedile, osservavo il mio amato sperando che non venisse mai il mio turno. Poi lui giurò di dire tutta la verità.
"Chi ti piace di più della scuola?"
"Il motorino del prof."
"Non sono valide le cose."
"Il cane della prof."
"Non sono validi gli animali".
Silenzio.
"La Aus."
Silenzio.
"Ma non avevamo detto che gli animali non erano validi?" gridai in preda all'isteria.
"Perché la Aus?" chiesero con malcelato sconcerto, mentre la mia sudorazione appannava i vetri.
Silenzio.
"Perché... perché ha tutto" sussurrò.
Nessuno ebbe il coraggio di commentare e io mi accasciai sul sedile in una finta beata indifferenza.
Ancora oggi, a distanza di 15 anni, quando ripenso a quel momento ho un tuffo al cuore.
Perché ha tutto.
Sì, tutto. Il cappotto di Poochie. I canini appena cresciuti. Folti capelli lunghi. Due fratelli. La cellulite. Un paio di occhi con cui giocare allo sguardo seducente. Ventimila lire. Una sua foto da contemplare. Il ragazzo che voglio che mi propone una dichiarazione alternativa. Tutto.
Dopo la fine della scuola passai l'estate appostata sulla panchina davanti alla bancarella dei giocattoli dei suoi genitori, dove lui ogni tanto lavorava. Durante l'inverno raccolsi avidamente tutte le informazioni sulla sua nuova scuola, le nuove compagne, le nuove gite. L'estate successiva, non potendo permettermi il lusso della residenza sulla panchina a causa del lavoro, imparai gli orari in cui passava davanti a casa mia in scooter e imparai a mimetizzarmi con le piante in giardino per godere dell'istante in cui lo intravedevo sfrecciare. L'inverno dopo capii che non sarebbe mai successo nulla.
Non ci fu mai neppure un misero bacio sulla guancia. Nemmeno quando finalmente mi comprai un cappotto nuovo vagamente al passo con i tempi e mi sistemai un po' i capelli, annullando l'effetto zingara.
Rafforzata dalla sofferenza che questo tormentato amore mi aveva causato, anni dopo finalmente iniziai una vera relazione. Con un suo compagno di classe. Ma questa è un'altra storia.
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il 25/02/2021 alle 20:25
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