Creato da cingomma il 06/09/2006

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Lana fuori..Cotone sulla pelle

 

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10MAGGIO..... ma è una storialunga

Post n°216 pubblicato il 10 Maggio 2009 da cingomma
 

Si sono sposati nell’ottobre del 66. Con la promessa d’amore eterno e nel compromesso raggiunto coi genitori che fosse un matrimonio celebrato in chiesa ma senza banchetto taglio della cravatta verdura in posa a rappresentare simboli fallici in segno augurale e copiosi invitati ridicolmente piegati dalla sbornia e immortalati a vita nelle foto dell’album di nozze dalla velina ingiallita coi faccioni paonazzi il bottone all’ombelico agonizzante e la regimental mozzata. Niente di tutto questo.

Un semplice sì all’altare di una chiesa da Lui pretesa con indiscussa determinazione, visto che non si trattava della parrocchia di famiglia, una foto fuori dalla chiesa e un aperitivo volante con i testimoni prima della loro fuga sulla mini verde senza barattoli e tulle svolazzanti dalla marmitta. Lei in abito bianco al ginocchio e timido corto velo sul caschetto. Lui in giacca e pantalone come solo alla prima comunione era stato e come mai piu lo si sarebbe visto in futuro. Non gli ho dato il fastidio di ripetersi per accompagnare me all’altare e non penso che, dipendesse da me, gli farei lo sgarbo d’infilargli una giacca prima di adagiarlo in una bara..occasione in cui è doveroso presentarsi agghindati ed eleganti. Non Gli darei mai l’ultima mortificazione vestendolo nel modo che più detesta(va). Ma sto divagando.

La storia dice che, sin dal primo incontro, Lui vivesse nella radicata convinzione di non volere figli e che Lei passasse il tempo nella perseveranza dell’esatto contrario, convinta che un giorno ne sarebbe uscita vincente.

E non si puo’ dire che non sia andata così. Mi ha voluta così tanto da arrivare alla soglia di una depressione psichica. Momento in cui Lui ha dovuto distruggere ogni suo principio, punto cardine fra i suoi personali ideali esistenziali, e mandarne giù i pezzi . Soffocati uno ad uno per ogni concitato respiro in tutti quegli attimi di passione e congiungimento fatti di sensi che pulsano e spermatozoi che fugguno. Tutti come risucchiati e attirati in un centro di gravità in cui la natura vuole che solo uno riuscirà a raggiungere.  … E fatti, almeno per Lui, di paure e senso d’inadeguatezza per quel futuro prossimo che senza dubbio si era sempre proposto di vivere diversamente e che si trovava ad affrontare con lo spirito del condannato  ma in cui comunque si sarebbe dannato pur di provare a risultarne all’altezza. Sempre e comunque.

E in un mezzogiorno fra i trentuno di quell’agosto del 68 sono nata io. Che ho pianto incessantemente, si dice, per sette mesi e che per paradosso ha costruito con Lui, anche se non idilliacamente, quello che Lei ha sempre desiderato e per il quale ha lottato fino all’esaurimento.  Penso spesso a questa cosa. E qualche idea me la son fatta. So che, come dice il proverbio, la verità sta nel mezzo. Sarebbe ingiusto attribuirgliene tutte le colpe e non ho nemmeno voglia, adesso, di sviscerarne cause ed effetto come se fossi in seduta psicanalitica quando sto semplicemente imbrattando l’etere di elucubrazioni convulse.  Il risultato, nella fattispecie, è che in un giorno come questo o in un qualunque altro, mi viene difficile darLe un bacio e farLe un sorriso di cui ha un compassionevole patetico bisogno, e in cui per altro mi riconosco in occasioni e per motivi diversi, ma che mi lascia comunque in stato semirigido di fronte alle sue braccia protese. Piu o meno metaforicamente parlando.

 

L’aspettavo. Sapevo che doveva passare a portarmi delle uova e della verdura. Le stesse che a sua volta le portano e che in alcuni momenti ha in abbondanza , per cui decreta che sicuramente mi possan servire e insindacabilmente decide di condividere. Poco importa se poi finiscono col morire soffocate nella vaschetta del frigorifero insieme al resto comprato o se continuano la loro rocambolesca avventura del riciclaggio sballottate qua e là sino alla casuale dispensa di qualche amico sperando in un destino migliore di una tomba in plexiglass.

L’ho vista ancora prima che suonasse. Passando per caso dalla finestra. Stava tirando fuori i sacchetti dalla cesta sulla bici. Le ho aperto cancelletto e porta d’ingresso attendedola con un piede sullo zerbino e uno in casa.  Indossava un abito che non avevo mai visto e che nel contempo le invidiavo e le riconoscevo le stesse bene indosso.  Probabilmente avessimo abitato ancora insieme gliel’avrei “rubato” come tante altre cose che in quell’occasione decidevo io fossero argomentazione condivisibile fra madre e figlia. Forse, per dirne una, più delle pene d’amore che invece andavo a spifferare e confessare a Lui. Ma ora mi veniva addirittura difficile condividerne i complimenti e l’idea di farmelo prestare. Lei intanto mi poneva i sacchetti rendendomi partecipe dei suoi intenti e faccende delle ore a venire mentre indietreggiava come i gamberi sul pianerottolo per arrivare alla scala che l’avrebbe riportata alla sua bici e alla sua giornata.   E’ stato proprio quando aveva un piede sospeso nel vuoto sotto al primo gradino che le ho detto “auguri mamma. …. Guarda che domani Lo porto io a togliere i punti”.    E’ da giovedì che so che domani sarei stata a casa e che mi sarei fatta carico io della cosa. Ma non so perché non gliel’avevo ancora detto. Come se non dirlo potesse evitarlo pur sapendola un’ipotesi palesemente impossibile essendo consapevole del fatto che in quanto cosa scomoda era giusto toglierle il peso in un giorno di cassa integrazione diversamente fatto di un vario qualsiasi altro ma indubbiamente e indistintamente meno scomodo. Sembrerebbe una cosa facile ma grazie alla sanità di oggi e ad un esaurito con un piede fuori uso può diventare una situazione da cui si prenderebbero volentieri le distanze.

Mi ha sorriso ringraziata e incitata a baciarla in contemporanea mentre riguadagnava passi verso lo zerbino e le mie labbra che per un atttimo si sono ammorbidite in un tenero bacio.  Lei ha sceso le scale e io ho richiuso la porta. … E quello che mi porterò dietro di tutto questo per tutto il giorno sarà il sapore della sua crema sulla mia lingua. Che resterà inesorabilmente allappata nelle ore.  ….  Ma questo, giuro- giuro, è solo una questione di allergia fisiologica

 

…. E il pensiero che alla fine  dipende tutto da uno spermatozoo    Ne sarebbe bastato uno appena prima o appena dopo per non essere qualcos’altro. Qualcos’altro che mi piacerebbe pensare sarebbe stato migliore e che magari sarebbe stato anche capace di rendere o anche solo far sembrare migliori.  Ma quello spermatozoo è stato e questo sono …  si puo’ sempre migliorare , sì… ma    ma adesso basta.  L’ora è finita e anche Freud dall’aldila’ s’è scassato le palle di starmi a sentire        

 
 
 
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