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Messaggi di Aprile 2022

Cartoline pasquali. Resa al decoder. Excerpta. Natale di Roma

Post n°1120 pubblicato il 26 Aprile 2022 da giuliosforza

 

1026

   Ognuno di noi ha ricevuto e fatto i migliori auguri di Rinascita in questi giorni primaverili di Resurrezione, cercando le formule meno ovvie e ripetitive per esprimere i sentimenti nel modo che a ciascuno Amore detta dentro (ricordate? I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo significando”). A me, in tanto imperversare (graditissimo anch’esso, sia ben chiaro) del beneaugurare virtuale, non so a voi, sono mancate le cartoline di una volta che rappresentavano in colori sfumati d’acquerello poggi ameni fioriti di ogni fiore terrestre e aereo, di peschi e ciliegi ammantati di rosa, e nugoli di rondini arabescanti attorno al campanile rustico annunciante, al suono delle campane a stormo, al mondo la lieta Novella. Tre o quattro cartoline di questa fatta ricevo ancora regolarmente ad ogni Pasqua  dalla mia grande amica Jacqueline Held, poetessa, teorica del fantastico e autrice, da sola o col marito Claude Held, di centinaia e centinaia di racconti  album filastrocche. Di lei tradussi per l’editore Armando negli anni Settanta il bellissimo saggio L’Imaginaire au pouvoir  e due degli album, e con lei di Rodari, per ‘anthologie poche 2001’, Filastrocche in cielo e in terra; un autore, Rodari, per il quale ho sempre nutrito delle riserve non in quanto uomo, quale ad esempio si esprimeva nella rubrichetta firmata ‘Fortebraccio’ sul giornale ‘Paese Sera’, in cui lo ritenevo libero di rivelarsi in tutta la sua ideologia, ma sì come poeta al quale non riconoscevo, se non a scapito della efficacia lirica della sua scrittura, il diritto di tradurre in ritmo e rima la sua ideologia politica in grado di influenzare negativamente le giovani menti dei lettori; riserve che ebbi il cattivo gusto di esplicitare e di motivare anche nell’Introduzione che l’editore francese credette, senza informarmene, con una operazione censoria a sua volta di pessimo gusto, opportuno  sforbiciare.

   A proposito di semplicità e levità delle cartoline, di Pasqua, o no, ricevo da una ex allieva.

   Salve prof. Sforza, sono Antonella Malgieri, ho letto il suo Tag nel quale scrive a Giulia Gobetti che ha trovato veramente delizioso e godibile in ogni minimo dettaglio il mio "Quadretto di una casa in campagna". Con quel ''Quadretto'' le ho fatto, spero, intravedere un luogo a me tanto caro, la casa dei miei amati nonni, dove ho trascorso l'infanzia insieme ai miei familiari. Sono infinitamente contenta che sia stato a lei gradito. La ringrazio e mi dona tanta gioia aver avuto l'occasione di poter condividere con lei le mie emozioni. Sin dal primo giorno del corso di pedagogia generale, sono rimasta estasiata dal suo modo di trasmettere sapere e sentimenti. La ringrazio col cuore per aver arricchito l'universo della mia vita con il suo immenso essere.

   Su via, cara Antonella, non esageri ! Le sue lodi mi imbarazzano, ma mi fanno nel contempo piacere. Ad arricchire il mio essere, se ricco esso è, sono state giovani come Lei, che hanno riversato nella mia anima disponibile le loro fresche energie e le loro ansie di Conoscenza. Il suo quadretto di una casa di campagna mi piacque perché nella sua in-genuità ( che più che da gignere, generare, mi piace  far derivare da γῆ γῆς e dal prefisso in, donde in-terra, sapore e colore di terra, semplicità delle cose che si accettano e in quanto tali sono, e perennemente si ricaricano  come il gigante Anteo delle ovidiane Metamorfosi, al contatto con la Madre Terra (haec illi spelunca domus, sua casa è questa spelonca – simbolo evidente del grembo materno) viresque resumit in nuda tellure jacens, tale da risultare praticamente immortale; e che morirà solo, lui alto circa duecento metri e in proporzione pesante, allorché un altro gigante, Ercole, riuscirà a sollevarlo in aria  facendogli mancare il flusso delle materne  energie terrestri.  

*

Dietro insistenza di mia figlia ho ceduto, e deciso finalmente di installare (mi mancava troppo rai5) il decoder, che avevo rifiutato per un principio di cui ancora non sono pentito, e sono stato subito premiato con un bel Cocteau (La macchina da scrivere, in una storica edizione del 1971, regia di Mario Landi, e cast, si direbbe oggi, che siamo per lo più abituati a mestieranti di poco talento e di pessima scuola, da capogiro: Marina Malfatti, Enzo Tarascio, Raoul Grassilli, Mario Rigillo, Alida Valli, Ralda Ridoni in uno splendido bianco e nero) che ho come in un sogno osservato dal mio angolo con commozione mentre seduto al caffè La Rotonde di Montmartre animatamente colloquia con i vari Apollinaire, il pioniere dell’aria Roland Garros, Picasso, Satie, Cendras, Modigliani, Max Jacob (l’anima tormentata da me prediletta  e sentita quasi consanguinea, destinato come ebreo al martirio, anche se una malattia e la conseguente morte  ne lo affranca, con altri membri della sua famiglia) tutti personaggi che  ho incontrato lungo il mio cammino; e col  Mozart della Sinfonia numero 25 e la Synphonie espagnole del a me fino ad oggi ignorato Edouard Lalo. Direttore Eliahu Inbal.

   Grazie al maledetto decoder sono tornate le amate Presenze nelle mie stanze solitarie.

*  

Trascorro la mattinata della discussa Festa della Liberazione in compagnia di un Rigoletto del ‘55, con un baritono, Aldo Protti’ e una soprano, la romena Virginia Zeani, che mi incantarono e mi incantano. Grazie e pace a lui, già da tempo   nell’alto dei Cieli; grazie e pace a lei in terra, ancora vivente, novantaseienne, in America.  

   E in compagnia del Petrarca di Federico Ravello (‘Il più bel fior ne colsi’, SEI, Torino, ristampa 1953) dalla cui introduzione (pp V-XL, vedi post 1025 di Dis-Incanti) traggo i seguenti excerpta, non tutti di Petrarca ma a lui riferiti, il cui tono lamentoso, non proprio adatto a un clima di festa, ci dà per altro una perfetta idea del carattere del Poeta aretino. Non ci si crederà, ma a me più che da piangere viene irriverentemente da ridere. Non so a voi. Non mi lascio incantare dall’ipocrita viveur arquatese d’elezione.

   Irrequietus homo (chiara reminiscenza agostiniana?: facti sumus ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te) perque omnes annos anxius / ad mortem festinat iter, mors optima rerum (Petrarca, Africa, Lib. VI (l’uomo irrequieto, e tutta la vita ansioso, s’affretta alla morte, la cosa più bella di tutte le cose ci sia)

   Pasco ‘l cor di sospir, ch’altro non chiede, / e di lacrime vivo, a pianger nato; / Né di ciò duolmi, perché in tale stato / è dolce il pianto, più ch’altri non crede. (Son. CXXX)

   L’un disposto a patire e l’altro a fare. ((un endecasillabo del  XXV canto del Paradiso, tratto abusivamente da  un contesto completamente diverso, nel quale  Dante ci dà la sua dettagliata e noiosetta  concezione dell’atto generativo,  ma dal Varvello usato per mettere in evidenza il diverso carattere dei due grandi scrittori, l’uno fatto, si direbbe,  per la contemplazione,  l’altro per l’azione)

   Da poi ch’i’ nacqui in sulla riva d’Arno / cercando or questa ed or quell’altra parte / non è stata mia vita altro che affanno.

   A me dispensa (risparmia) il reo dolor che pensa (Pascoli, preghiera dell’Eremita)

   Datemi pace, o duri miei pensieri

   Questo io conosco e sento, / che degli eterni giri / che dell’esser mio frale / qualche bene o contento / avrà fors’altri; a me la vita è male (Leopardi)

   Molto mi spiace allegrezza e sollazzo / e sol malinconia m’aggrada forte (Cino da Pistoia)

   Ed io son un di quei che ‘l pianger giova (Canz. XXXVII)

   Lacrimar sempre è il mio dolce diletto (son. CCXXVI)

   Mille piacer non vagliono un tormento (son. CCXXXI)

   Tacito vo, chè le parole morte / farian pianger la gente; ed i’ desio / che le lacrime mie si spargan sole .   In guisa d’uom che pensi e pianga e scriva

   Se dal mio stato assai misero e vile / per le tue man resurgo, / Vergine, i’ sacro e purgo / al tuo nome e pensieri e ‘ngegno e stile, / la lingua e ‘l cor, le lagrime e i sospiri. / Scorgimi al miglior guado, / e prendi in grado - i cangiati desiri. (Canzone, Vergine bella che di sol vestita, vv. 124-130)

   Chi può dir com’egli arde è in picciol fuoco.

   Signor de la mia fine e de la vita, / prima ch’ ‘i fiacchi il legno tra li scogli / drizza a buon porto l’affannata vela.

   E certo ogni mio studio in quel tempo era / pur di sfogare il doloroso core / in qualche modo, non d’acquistar fama, / pianger cercai, non già del pianto onore.

   Quel sì gentil d’amor mastro profondo / per cui Laura ebbe in terra onor celesti. /

   Di me non pianger tu, ch’i miei dì fersi, / morendo, eterni, e ne l’interno lume, / quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi.

   La tua magnificenza in me custodi / sì che l’anima mia, che fatta hai sana, che fatta hai sana / piacente a te dal corpo si disnodi.

   Cercato ho sempre solitaria ita / le rive il sanno e le campagne e i boschi.

   Sì ch’io mi credo omai che monti e piagge / e fiumi e selve sappian di che tempre / sia la mia vita, ch’è celata altrui.

   Né pur il mio secreto e ‘l mio riposo, / fuggo, ma più me stesso, e ‘l mio pensiero, / che, seguendol, talor levommi a volo; / e ‘l vulgo, a me nemico e odioso, / Chi ‘l pensò mai? Per mio rifugio chiero: tal paura ho di ritrovarmi solo!

   Due cose belle ha il mondo, Amore e Morte (Leopardi)

   Bellissima fanciulla, / dolce a veder, non quale / la si dipinge la codarda gente, / gode il fanciullo Amore / accompagnar sovente; / e sorvolano insiem la via mortale, / primi conforti d’ogni saggio core (Leopardi)

   Che ben può nulla chi non può morire.

   E già l’ultimo dì nel cuor mi tuona.

   O ciechi, il tanto affaticar che giova? / tutti tornate a la gran madre anctiva / e ‘l vostro nome appena si ritrova.

   Veramente siam noi polvere ed ombra / veramente la voglia è cieca e ‘ngorda, / veramente fallace è la speranza.

   Quanti son già felici morti in fasce! / quanti miseri in ultima vecchiezza! / alcun dice: “Beato è chi non nasce”.

   Muor, mentre se’ lieto / ché morte, altempo, non è duol ma refugio, / chi può ben morir non cerchi indugio.

   Cerchiamo il ciel, se qui nulla ne piace.

   Cerchiamo il ciel, se qui nulla ne piace.

*

   MMDCCLXXV Natale di Roma.

    "Eine Welt zwar bist du, o Rom; doch ohne die Liebe / wäre die Welt nicht die Welt, wäre denn Rom auch nicht Rom!" (Goethe, Elegien I, I Meridiani Mondadori, 1989, p.299))

   "Un mondo tu sei o Roma, ma senza l'Amore

come il mondo non sarebbe mondo, così Roma non sarebbe Roma".

   Di tutt'altro tenore Virgilio:

   "Tu regere imperio popolos Romane memento / hae tibi erunt artes pacisque imponere morem / parcere subiectis et debellare superbos"(Eneide, VI, 851-3.)

"Ricordati, Romano, di governare col tuo potere i popoli -queste saranno le tue arti-: imporre costumi di pace, perdonare ai sottomessi, debellare i superbi".

   Due visioni del mondo, di Roma e dei suoi destini. ambedue a loro modo nobili.

   Ma io preferisco quella del 'barbaro incivilito" Goethe, il Francofortese che era solito celiare sul suo cognome rilevando come fosse bastato aggiungere una dieresi sulla 'o' perché il 'barbaro' Gothe diventasse il gentile Goethe!).

   Credo nella supremazia, quasi mai, ahimé, rispettata, della Poesia e dell'Amore.

   (Eppure, lo confesso, non mi dispiacerebbe intonare in questo Anniversario con le fanciulle del Campidoglio -ove ormai sono rimaste solo le...oche- l'Inno oraziano, perfetto per la musica pucciniana dell'Inno a Roma: "Alme sol curru nitido diemqui / promis et celas aliusque ed idem / nasceris possi nihil Urbe Roma / visere maius". "Sole che sorgi libero e giocondo / sui Colli nostri i tuoi cavalli doma. / Tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggior di Roma".

   E l'Inno pucciniano vedrei bene come nostro Inno nazionale, all'altezza finalmente della maggior parte degli altri inni nazionali, al posto della pur simpatica marcetta mameliano-novariana.

   Detto senza polemiche e senza nostalgie: l'Inno pucciniano-oraziano-salvatoriano è, per chi non lo sapesse, del 1918, anno non ancora ...sospetto).

 Chàirete Dàimones

 

 
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Pellegrinaggio a Canossa, pardon Arquà Petrarca, per chieder venia. L'Aretino e il Fiorentino secondo Varvello

Post n°1119 pubblicato il 04 Aprile 2022 da giuliosforza

1025

   Perché tornare dopo quasi un secolo al Solitario di Valchiusa, e tornarvi sul Varvello, il libricciuolo dalla bella copertina in carta velina, il settimo della piccola collana di classici latini e volgari riediti negli Anni Cinquanta dalla SEI, la benemerita editrice salesiana poi confluita nella sempre cattolica ‘La Scuola’ di Brescia, e curato appunto da Federico Varvello, che del Canzoniere sceglie, secondo criteri soggettivi assolutamente dunque discutibili, cento quarantotto delle trecento sessantasei liriche  che lo compongono? Non solo certo per un motivo di nostalgia della mia adolescenza e della mia gioventù conturbate, per meglio dire soffocate, ma perché il personaggio triste e lagnoso, e insopportabilmente piagnone quale consegnatomi dal Varvello, piacque e fu di conforto, col Foscolo che a lui mi condusse per mano, alla mia anima di adolescente confinato in capo al mondo, prigioniero delle robuste mura di un collegio nell’estrema Liguria occidentale, e può tornare ad esserlo oggi alla mia anima rifatta bambina e stordita, in questo tempo di calamità e di tribolazioni, che risuona vuoto e rimbombante come  un vuoto cosmico e metafisico.    

   Oggi dunque dal ventunesimo secolo salto al quattordicesimo  a ritrovar l’Aretino, per pochi anni contemporaneo del Fiorentino, ma al contrario di lui acclamato e fortunato in vita quanto l’altro ignorato e sventurato: ambedue esiliati e raminghi, ma lui per scelta, l’altro per costrizione; lui coronato in Campidoglio l’altro bandito, lui convertito tardivamente, nonostante fosse di casa, riverito e vezzeggiato, presso la corte papale avignonese, ben remunerato per i suoi servigi con canonicati e prebende di varia natura, l’altro obbligato a sperimentare quanto sa di sale lo scendere e salir per l’altrui scale. Ma la sua preghiera alla Vergine, quella che conclude il Canzoniere, nonostante la prolissità non mi dispiace, e la reputo superiore all’invocazione di Bernardo (Vergine Madre Figlia del tuo Figlio, umile ed alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio) dell’ultimo Canto della Commedia che reputo un bel saggio sinteticissimo di mariologia e di teologia dogmatica, non certo un capolavoro di lirismo.   

   Di Petrarca ho amato ed amo soprattutto la lingua, di una sconcertante, anticipatrice modernità, quanto odio quella dei petrarchisti o petrarcheggianti dei secoli successivi, imitatori nemmen pedissequi, che si lasciano sfuggire la cosa più importante, l’animo del Poeta. È soprattutto a questo che voglio dare in questo mio ritorno attenzione, maestro e guida Federico Varvello che all’animo del poeta appunto dedica le XL pagine della sua Introduzione.

*

   Varvello pone come eserghi alla sua riflessione due citazioni, ambedue di Petrarca, assai pertinenti: una tratta dal poema latino Africa, Libro VI, l’altra dal Sonetto CXXX:

   Irrequietus homo perque omnes anxius annos / ad mortem festinat iter: mors optima rerum. (Irrequieto e ansioso, l’uomo, lungo tutti gli anni della sua vita, s’affretta alla morte: la morte, di ogni cosa la migliore.

   Pasco ‘l cor di sospir, ch’altro non chiede / E di lagrime vivo, a pianger nato. / Né di ciò duolmi, perché in tale stato / È dolce il pianto, più ch’altri non crede.

   Due citazioni che ben sintetizzano l’animo del poeta.

   E prosegue con una analisi minuta dell’Opera dell’Aretino tenuta presente nella sua globalità, ma sempre tenendo d’occhio la specificità del Canzoniere. Scrive dunque:

   “Ugo Foscolo, che ebbe caro il Petrarca sin dalla sua giovinezza, e che lungamente e amorosamente meditò sul nostro poeta, intorno al quale scrisse, a giudizio di critici antichi e recenti, il suo migliore lavoro letterario, lamentava la mancanza di una storia della vita interiore di lui, della vita che più interesserebbe all’intendimento e alla valutazione dell’opera sua; ma gli pareva che mancasse l’uomo di squisita sensibilità, che fosse capace di scriverla. Molti eccellenti saggi di critica petrarchesca, alcuni dei quali veramente magistrali, vantano l’età moderna e contemporanea; ma la storia compiuta, la rivelazione intera di quell’anima, quale il Foscolo la vagheggiava, non si può dire di possederla ancora.

   E sarebbe questa, invero, il miglior commento alla raccolta delle sue rime volgari, ove quel ‘dolce di Calliope labbro’ con mirabile finezza di analisi psicologica, come in uno stupendo romanzo lirico, squisitamente ritrasse le più intime sensazioni e le mille ignote fluttuazioni dell’animo suo, così ricco, cos’ vario, così complesso, nella delicata e sottile esplorazione della propria coscienza. Esempio unico in tutta la storia della nostra letteratura”.

   Segue una comparazione del ‘genio disparatissimo’ dei due grandi toscani del Trecento, e scrive:

   …, il medesimo Foscolo acutamente osservava che il Petrarca è un egocentrico, che non vende e non sente che sé, laddove Dante esce di sé e sente tutte le voci della vita: la parola del primo eccita le più care simpatie e sveglia le più profonde commozioni del cuore; quella del secondo eccita maggior numero di immagini e di idee, perché più intensa, perché costretta da quel genio ad atteggiamenti, a significati nuovi.

   Il Petrarca fa sentire più immediatamente, Dante fa pensare di più.

     Sono differenze di due anime e di due età. Lo scrittore non vive più la vita ma la contempla. Alla violenza è subentrata l’accidia; onde la poesia di Dante è suscitatrice di energie e di immortali speranze; quella di Petrarca seduce alla stanchezza, allo scoramento, all’abbandono. Della robusta tempra, della maschia forza, dell’incrollabile fede di Dante non v’è traccia nel nostro Poeta.

   ‘Al ferreo uomo’, per usare le belle parole del Bartoli (Adolfo Bartoli, Il Petrarca, nel vol. La vita italiana nel Trecento, Conferenze, Milano, Treves, 1897), ‘che percorse la vita, avvolto tutto nei suoi disdegni, nelle sue ire, nelle sublimi fantasie dell’anima eccelsa, al poeta terribile, che scolpì il Medio Evo, e lo chiuse, succede l’uomo irrequieto, lo spirito ondeggiante e soave, il dotto evocatore dell’antichità pagana, il poeta delle grazie e dell’amore, che sorgeva nunzio di nuovi tempi.

   Il nume spariva e gli succedeva l’uomo. Con Francesco Petrarca noi entriamo in un periodo nuovo del pensiero e dell’arte, Per lui e con lui tramonta un’età e si affaccia all’orizzonte della storia quegli che, con un fondamento di verità, fu detto il primo uomo moderno”. A Dante ricorriamo volentieri, perché troviamo in lui quello che, purtroppo, manca in noi, cioè le generose, le fulgide, le sante idealità della vita umana; il Petrarca ci piace perché in lui troviamo quello che è in noi tutti, cioè le angosciose contraddizioni dell’anima nostra, costante solo nell’incostanza, sempre insoddisfatta, sempre irrequieta, sempre affannata, alla ricerca di una felicità ignota.

   Nessuna esitazione, nessun segno di discordia interiore, nessun ondeggiamento in quello spirito, che appare interamente dominato dai suoi grandi ideali religiosi, morali e politici; tutto è chiarezza ella sua intelligenza, tutto è forza nella sua volontà, che mira diritto al raggiungimento della meta che si propone. È natura energica e risoluta, fatta anzitutto per l’azione. Il Petrarca, invece, ebbe poca o nessuna attitudine per la vita pratica, alle lotte politiche; non fu un filosofo né un uomo d’azione; fu essenzialmente un’anima di artista, più ancora che di poeta e la vita non ebbe per lui esistenza che nel suo spirito (F. De Sanctis, Saggio critico su Petrarca, Napoli, A. Morano, 1869). Quegli è un attivo, questi un contemplativo. Ad essi sembra potersi applicare giustamente il verso dantesco:

l’un disposto a patire e l’altro a fare”.

   Pur consentendo sotto molti aspetti con l’analisi del Varvello, molti dubbi mi rimangono. Petrarca ebbe tutti gli onori e i piaceri che un uomo e un artista possono avere in vita, non aveva alcun motivo per essere pessimista e sentirsi dilacerato nell’anima. Un abisso lo separa dagli altri grandi al quale viene normalmente comparato, tra i quali Tasso, Foscolo, De Musset, Heine, Leopardi, Byron, per non citarne che alcuni, che nulla ebbero dalla vita tranne l’arte redentrice e consolatrice; egli ebbe l’arte sublime e tutto il resto, e non fa che piangere, lamentarsi, masochisticamente tormentarsi attorno a una donna (o a un fantasma di donna?) che alla sua vita in fondo superficiale serve a dare occasione per giocare a versificare, a vincere col ludo poetico  cosa? forse lo spettro della noia, quella pigrizia, quella ignavia che i romani dissero ignavia e i greci akedìa? Io credo di sì. Perché egli non pensa, ‘sente’. Un gioco poetico è il suo tormentarsi, quel gioco che è ignoto a chi esperimenta il pensiero tragico che attorce i visceri, che alimenta il dubbio roditore, che nei momenti più acuti (anche a lui una volta incidentalmente) fa esclamare datemi pace o duri miei pensieri, ad altri salvate ahimè le membra dal tarlo del pensiero, e al poeta di Myricae a me risparmia il reo dolor che pensa. Non riesco a prendere Petrarca sul serio. Non è un Poeta-filosofo Petrarca. La sua non è Poesia- pensante o Pensiero-poetante. Le sue lacrime non sono che un gioco. Troppo poco egli ‘pensa’, nel senso forte del termine, per essere disperato.

   Perché dunque tornare io al Petrarca?

   Lo lascio dire al Varvello, con la cui analisi in parte, solo in parte, lo ripeto, convengo. Io vi torno per rilassarmi, partecipando, in questo frangente della mia vita che mi danna irrimediabilmente al tragico duro pensiero del Nulla-Tutto che su me fatalmente incombe, al gioco ciarlatanesco delle lacrime che si mutano in perle, del dolore che si trasforma in gioia, dell’uomo che per l’arte, per dirla dantescamente, ‘s’etterna’. Per il resto non mi illudo, solo provo a sperare che il Caos-Caso della mente si muti in Kòsmos, ornamento. E provo con Beeth a “prendere il destino per la gola”.

  

   “Anima essenzialmente di esteta, con uno sfondo mistico, per cui fluttuò continuamente tra il sacro e il profano, nel fremito d’una coscienza nuova, che va ricercando se stessa, agli albori del Rinascimento, il poeta delle grazie e dell’amore passa in mezzo al mondo degli asceti, anelanti al cielo, spargendo su tutto un sorriso di poesia, primo, tra gli scrittori della nuova età, vagheggiando l’arte, nella sua sovrana bellezza, dandoci la rivelazione compiuta di uno spirito dolorante e pensoso.

   Nel dramma di quell’anima, rappresentata nelle sue lotte, ne’ suoi dolori, nelle sue contraddizioni, si agita e si rispecchia lo spirito umano, in ogni tempo, in ciò che esso ha di più intimo ed irrequieto, di eternamente contrastante e penoso. In questo appunto consiste la grande originalità del Petrarca e la ragione, per cui il poeta, in ogni età, letto, ammirato, imitato, conserva ancora, a distanza di secoli, tanto fascino e avvince a sé tanti cuori.

   Principalmente per l’espressione del dolore, che si tempra in dolce malinconia il Petrarca entra ancora oggidì in ogni cuore e ogni cuore entra nel suo.

   In nessun altro scrittore di quel secolo, e raramente nei seguenti, troviamo tanta corrispondenza di spiriti e compenetrazione dell’uomo con la natura, dell’anima propria con le cose, nella squisita analisi di affetti e sentimenti sinceri ed umani. Per questo egli è ancora vivo tra di noi e sarà vivo eternamente.

   Egli è sempre vicino agli spiriti nostri; sia che si ritragga, solo e pensoso, in cerca di luoghi solitari e deserti, o pianga nel quieto raccoglimento della sua cameretta, o sospiri la lontananza e lagrimi per la morte della donna amata, o inneggi alla bella natura, o riveli le sue ansie, i suoi affanni, le sue intime pene e lamenti la propria infelicità, o si volga, gemendo e pregando, a Dio, invocando pace all’anima travagliata e perdono per le sue colpe.

   Ed ognuno lo lascia e ritorna a lui ogni volta con desiderio, sedotto dall’armonia fascinatrice del verso, che ci inonda di una soave e tenera melanconia, perché egli è il grande, incomparabile poeta dell’anima umana, la quale non ha trovato interprete più delicato e gentile, e, in pari tempo, l’annunciatore della moderna poesia, in cui, dalla considerazione dei propri mali elevandosi al doloroso lamento della comune ineluttabile infelicità degli uomini e della infinita vanità di ogni cosa terrena, dominerà il canto sconsolato di Giacomo Leopardi”.

   Pellegrinerò ad Arquà come ad una Canossa ad implorarne il perdono.

    ____________________

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

  

 
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Maria Teresa Gentile e Leopardi. Olindo Guerrini alias Lorenzo Stecchetti. RadioRadio

Post n°1118 pubblicato il 01 Aprile 2022 da giuliosforza

 

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   Prima che fosse creata, alla fine degli anni Settanta, l’università di RomaTre, Pedagogia si studiava in una facoltà della Sapienza detta Magistero, riservata ai diplomati delle Magistrali. A Magistero, essendo le magistrali di quattro anni, si poteva accedere solo per concorso, che in qualche modo sostituiva il quinto anno della scuola superiore. Il corso di studi prevedeva una laurea in pedagogia e un diploma di Direzione didattica. All’epoca in cui io cominciai la mia modesta carriera accademica, a Magistero insegnavano personaggi, che ho già ricordato in questo diario, di primissima qualità: italianisti, filosofi, pedagogisti, storici, francesisti, ispanisti, anglisti, germanisti, psicologi, geografi, storici dell’arte, dello spettacolo, esperti di comunicazione di massa, sociologi (un nome solo, Ferrarotti, chiamato dal direttore del corso di Pedagogia Volpicelli), eccetera eccetera,  di molti dei quali la fama varcava i confini nazionali. Quando poi, per motivi di clientelismo di vario genere ma anche per il naturale moltiplicarsi dei saperi sempre più specialistici, iniziò la giusta …moltiplicazione dei pani -e dei companatici-, la situazione un poco, anzi non poco, decadde, ed alla sua decadenza partecipai alquanto con la farraginosità della mia cultura e il mio incontrollabile anarchismo intellettuale.

   Due donne fra di essi nel corso di laurea in pedagogia primeggiavano: Iclea Picco per storia della scuola, scomparsa alcuni anni fa ad oltre cento anni, che aveva iniziato come assistente nientemeno che di Giuseppe Lombardo Radice; e Maria Teresa Gentile, di nobile progenie abruzzese lancianese, titolare di una delle cattedre di Pedagogia. La Gentile, di solida formazione classica, era una donna di sbalorditiva cultura. I suoi libri, tomi ancora e assai più complessi di quanto i loro titoli dicano, erano la croce degli studenti, che quasi tutti cercavano di scappare presso altre cattedre, e degli assistenti di cattedra: Immagine e parola nella formazione umana, Educazione linguistica e crisi di libertà, Pedagogia del concreto, La filosofia come Pedagogia (rovesciamento di quanto sostenuto da Giovanni Gentile, il grande teorico dell’Attualismo il cui barbaro assassinio grida ancora vendetta, nel famoso Sommario di Pedagogia come scienza filosofica), Il fondamento simbolico della pedagogia, Semantica radicale ed evoluzione emergente, Introduzione alla didattica dell’immagine, Responsabilità dell’immagine, e molti altri titoli che è superfluo qui ricordare. Mi invitò a farle da assistente agli esami, ma dopo la prima  seduta abbandonai, e me ne pentii (troppo lungo sarebbe spiegare il perché, pur se facilmente intuibile). La presunzione non mi mancava allora come d’altronde adesso, non ero d’accordo su parecchie cose ed anche sul modo di interrogare, che non metteva a loro agio gli studenti, soprattutto quelli maschietti e bellocci, Me ne pentii dunque, un altro collega più docile e malleabile prese il mio posto e ne trasse grande profitto in termini di carriera. Ma i nostri rapporti restarono ottimi, e più di una volta io fui suo ospite nella bellissima casa lancianese, protetta da un immenso pino che quai tutta la copriva, dove viveva in compagnia di una sorella anch’essa nubile, celebre avvocatessa del foro de L’Aquila.

   Di lei sto ora leggendo un  poderoso e ponderoso libro, penso il suo ultimo, dedicato a Leopardi  e la forma di vita (Genesi Formazione Tradizione) (Bulzoni Editore, Roma, pp 460 1988) che lei stessa, immagino,  sul segnalibro così presenta: Leopardi è analizzato come evidente caso di universale formazione, in base all’idea che il principio genetico costitutivo dell’uomo è la linguisticità la cui essenza dialettica, attraverso la molteplicità dell’esperienza, traspare nella poesia pur restando velata alla coscienza discorsiva del poeta. Nel pensiero di Leopardi una forma di lingua, prevalentemente convenzionale, serve e regola le esigenze esistenziali pratiche e quale promozione di civiltà imbarbarisce. Un’altra poetica è congenere alle cose e mira a ricrearne la realtà genetica: L’autrice sostiene che all’una corrisponde l’educazione, all’altra la formazione. E di questa mostra il procedere speculare e spiraliforme che, a partire da un fondo geometrico-matematico e nella polarità tra testo e subtesto, si snoda secondo una simmetria di modi e di gradi, indicati anche in diagrammi e illustrazioni iconiche, che introduce e giustifica l’aggancio alla Cabala”.

   Sicuramente la lettura sarà ostica, vista l’elegante allure del testo criptico-cabalistica. Se arriverò in fondo ne riparleremo. Per ora voglio citare il divertente esergo del capitolo “La parte e il Tutto” (p. 51) che secondo me spiega quanto un libro. Si tratta di un canto popolare marchigiano che anticipa l’essenziale del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in particolare cinque dei versi tra i più famosi (100-105): “Questo io conosco e sento / che degli eterni giri, / che dell’esser mio frale, / qualche bene o contento / avrà fors’altri, / a me la vita è male”.

   Questo il canto popolare marchigiano:

   Da piccola fanciulla principiai

   a non aver mai bene in vita mia.

   Quando che mi portava a battezzare

   Il compar mio si morse in su la via

   In chiesa mi si morse la comare

   La chiave della porta non apria.

   E quel catino dove mi lavava

   Non era rotto e l’acqua non tenia,

   e quella fascia con cui m’infasciava

   tutta tramata di malinconia,

   e quella cuna dove mi ninnava

   era di legno e frutto non facia.

*

   Via Olindo Guerrini è una delle strade della zona più recente, quella media alto borghese del Quartiere Talenti (dove per circa venti anni abitai e nelle cui vicinanze tornai dopo un trentennale …esilio a Tor Tre Teste) descritto al suo nascere con interessanti notazioni da Ennio Flaiano, che abitava in una delle stradine dell’attiguo Monte Sacro alto. Lorenzo Stecchetti, questo lo pseudonimo principale, fra tanti altri eteronomi, del Guerrini, fu un poeta verista, con suggestioni baudelairiane e poeiane che lo avvicinarono alla scapigliatura; fu poeta latamente verista e bibliofilo e politico locale (assessore fra l’altro in Forlì, dove era nato, e in Ravenna), fu massone iscritto alla Logia Dante Alighieri di Forlì, ammiratore di Carducci e stranamente meno di Pascoli, al quale per alcune tematiche fu assai prossimo. Ne lessi in gioventù Postuma, che esteticamente mi lasciò indifferente, ma che mi divertì per il suo spirito irriverente (fu denunciato anche da un vescovo che si ritenne offeso, e in un primo tempo condannato).

   Se oggi ne parlo è perché ho scoperto che nella strada a lui dedicata, tra via Dario Nicodemi e via della Bufalotta, trasmette una radio dal nome Radio Radio, che da emittente locale ormai vanta una espansione nazionale e internazionale. Mi risulta fondata una quarantina di anni or sono  da Ilario Di Giovanbattista  che ebbe ed ha fra i suoi collaboratori più stretti un personaggio dalla personalità complessa, variegata e multiforme, nato cantautore (vanta un personale rapporto  con papa Wojtila per aver messo in musica le sue poesie e importanti amicizie e collaborazioni coi principali artisti del secolo scorso e di questo, da Modugno a Battiato) e finito plurilaureato e psicologo di scuola psicanalitica e prof di letteratura in Istituti privati della Capitale eccetera eccetera: di Mimo o Mimmo Politanò, dico, un calabrese dell’Aspromonte emigrato fanciullo coi suoi in Argentina e tornato dopo una ventina d’anni mantenendo con tutta l’America Latina stretti legami  umani e artistici. Mimmo Politanò mi fa simpaticamente compagnia nelle primissime ore del giorno con la sua ricca trasmissione ‘Accarezzami l’anima’ e debbo confessare di trovarlo fine, intelligente, colto, spiritoso, mentalmente aperto e libero, ed anarchico e polemico quanto basta, di molto più presentabile e credibile della maggior parte dei personaggi per lo più appigionati imperversanti dalle radio di maggior nomea, pubbliche o private. Visto che trasmette da non più di due o tre km da casa, mi piacerebbe fare una capatina in Via Guerrini, discorrere con lui di molte tematiche filosofiche letterarie e musicali da lui trattate e da me condivise, per poi riferirne ai miei cinque lettori. Tenterò.   

 

 
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