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Post n°271 pubblicato il 18 Ottobre 2011 da lelelele54
 

ANDREA ZANZOTTO
l'ultima poesia

 

 

Il più padano dei poeti italiani compie oggi novant'anni e non rinuncia
all'indignazione: "I leghisti fabbricano spettri"

L'INTERVISTA DI MARCO ALFIERI SU LA STAMPA IN QUELL'OCCASIONE

INVIATO A PIEVE DI SOLIGO
Qui nell’alta marca trevigiana ci sono piccole zone incontaminate che resistono.
Posti dimenticati come Refrontolo che hanno una felicità in sé e conservano un
loro incanto. Ma ormai non si può più nemmeno pensarlo, il vecchio Veneto.
In giro c’è una ferocia tale che si esprime in un impulso alla velocità, alla fretta…»
dice il poeta Andrea Zanzotto. Oggi compie 90 anni e per l’occasione verrà
presentato un libro celebrativo intitolato Nessun consuntivo con un saggio di
Carlo Ossola, contenente una lettera del Presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano. Da Pieve di Soligo, da quel mondo collinare che ha fatto da
fondale ai quadri eterni di Giorgione, Tiziano e Tintoretto, poi devastato dalla
industrializzazione selvaggia e dai capannoni del mitico Nord Est, il più cosmopolita
dei nostri poeti continua a guardare alle cose del mondo e a tutti noi. Non senza
rovelli e nuovi spettri. Zanzotto, a casa sua, è seduto al centro di un piccolo divano,
coperto da un berretto rosso e un plaid marrone. Il suo viso è scavato dall’età e
dagli acciacchi, ma gli occhi si muovono vispi. La testa mobile e curiosa, da indignato
cronico.

È vero che segue da vicino la crisi finanziaria mondiale?
«Questa modernità cannibale mi ossessiona. La stoltezza che circola si palpa come
un vento».

«In questo progresso scorsoio, non so se vengo ingoiato o se ingoio…»,
scrisse qualche tempo fa. Aveva forse previsto tutto?

«La mia cultura è soprattutto letteraria. Per questo mi trovo a inseguire delle realtà
con il dubbio di non raggiungere nessuna e benché minima formulazione di un
quadro attendibile. C’è qualcosa di azzardato e di friabile in questo nostro presente
che sento
di non poter controllare».

Se per questo anche gli economisti non hanno previsto nulla. Zanzotto lei
è in buona compagnia…
«Questo è vero. In alcuni momenti credo di poter formulare qualcosa di abbastanza
stabile. Forse è soltanto il potere della poesia a far sì che riesca a mantenere un
contatto con il mondo nonostante il senso di disappartenenza in cui mi trovo
costretto
a vivere, anzi a sopravvivere. Ma poi mi accorgo che anche questa è un’illusione.
Tutto è pressappoco e ci si trova con il fumo nelle mani…».

Lei parla di illusioni. Però le sue battaglie contro la cementificazione
selvaggia che si sta mangiando mezza pianura del Piave, sono fatti
molto concreti. Qui a Pieve di Soligo si ricordano tutti quella, vinta, a
difesa del prato di via delle Mura. Doveva nascere un mega palazzetto,
lei è riuscito a fermare le ruspe…

«La mia non è una battaglia antimoderna ma un fatto di identità e civiltà. La
marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di
memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto
i piedi. I boschi, i cieli, la campagna sono stati la mia ispirazione poetica fin
dall’infanzia. Ne ho sempre ricevuto una forza di bellezza e tranquillità. Ecco
perché la distruzione del paesaggio è per me un lutto terribile. Bisogna indignarsi
e fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come un’area da edificare».

Un’altra battaglia che combatte da anni è quella contro l’imbroglio della
cultura leghista…

«Mi ha fatto molto piacere sentire il Capo dello stato riaffermare l’unità d’Italia e
liquidare certi giochi di parole che negli anni avevano creato un imbroglio. La
Padania non esiste, il popolo padano neppure. Questa è una storia più che
ventennale di equivocie spettri. La riaffermazione di Napolitano potrà darci il
senso di una tregua. E sono convinto che piano piano questo fantasma sparirà».

Eppure nei comuni qui attorno, in questi luoghi del quartiere del Piave
sacro alla patria – Moriago e Nervesa della Battaglia, il Montello degli
ossari dove correva la linea del fronte della Grande Guerra, l’isola dei
morti dove il 26 ottobre 1918 gli arditi sfondarono le linee austriache -
la Lega e la sua retorica anti italiana fanno il pieno di voti da anni,
com’è possibile?

«Perché esiste una contraddizione molto forte tra la tradizione dell’Italia una e
indivisibile e un paese reale diviso dal punto di vista economico. Questo
dualismolasciato marcire per anni ha confuso i piani producendo l’imbroglio
di due paesi altri tra loro. Arrivando all’equivoco padanico».

Invece riaffermare nel corso del suo 150esimo anniversario l’unità
d’Italia è stato come un urlo liberatorio. Come se Napolitano avesse
gridato: “il re è nudo”, sgonfiando d'incanto la retorica secessionista.

«Il viaggio in Italia di Napolitano in occasione del 150˚ anniversario dell’unità ha
come riscoperto un patriottismo sopito. In precedenza si era sottostimato quel
che era il bisogno di proclamazione unitaria».

In effetti anche l’ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, al dunque si
rimette in testa il cappello da alpino e sventola il tricolore. Il sindaco di
Verona Flavio Tosi pure. Continua però l’abuso del dialetto,
strumentalizzato a fini politici dai dirigenti leghisti…

«La riaffermazione di Napolitano spero dipani anche questo grande equivoco
identitario. Come ci ricorda Gian Luigi Beccaria nel suo splendido libretto Mia
lingua italiana
, per prima è venuta la lingua. Non è stata una nazione a produrre
una letteratura, ma una letteratura a prefigurare il desiderio e il progetto di una
nazione italiana. A partire da Dante, Petrarca e Boccaccio. Naturalmente ci sono
mancanze e ritardi in un processo forse non del tutto riuscito che ha portato
all’Italia unita».

In che senso?

«Storicamente le lingue erano frazionate, c’era una radicalità di dialetti, questo è
vero. I mille sbarcati in Sicilia non si capivano, Cavour e la classe colta piemontese
parlavano francese. Pittoreschi contrasti che però convergevano verso l’unità del
paese, perché la lingua e la nostra tradizione letteraria ci hanno insegnato cosa
significasse essere italiani e non soltanto fiorentini, lombardi, veneti, piemontesi
o siciliani...». Una lezione che i novant’anni di Andrea Zanzotto, veneto di Pieve di
Soligo, la vandea leghista, ricordano a tutti a futura memoria.

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Commenti al Post:
ioxamicizia
ioxamicizia il 18/10/11 alle 21:15 via WEB
Così siamo Dicevano, a Padova, ‘anch’io’ gli amici ‘l’ho conosciuto’. E c’era il romorio d’un acqua sporca Prossima, e d’una sporca fabbrica: stupende nel silenzio. Perché era notte. ‘Anch’io l’ho conosciuto’...non lo conoscevo e sono andata a leggermi qualcosa. non mi esprimo, per grande incompetenza, sul poetare ma come persona era un grande
 
senor11
senor11 il 19/10/11 alle 21:07 via WEB
Non vorrei sbagliarmi, ma Andrea Zanzotto, poeta che non conoscevo, è deceduto proprio l'altro ieri. Dall'intervista ne ho ricavato l'idea di un gran bel personaggio fortemente radicato alla sua terra, che non è la Padania...! Ieri sera, al TG3 ho avuto modo di ascoltare una sua poesia da egli stesso recitata. Stupenda! Altro che Bossi...! Grazie per avermi reso meno ignorante. Eu
 
 
lelelele54
lelelele54 il 19/10/11 alle 21:30 via WEB
anch'io lo conoscevo quasi solo di nome...e come successo per la Merini e Sanguinetti domani vado a comprarlo tutto...che sfiga far il poeta...ti tocca morire perchè gli imbecilli come noi si accorgano che c'eri anche tu....
 
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