ONE MAN TELENOVELA

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Effervescenza, provincialità e dissuasori mobili; e poi Tronzano
Post n°269 pubblicato il 10 Marzo 2008 da molinaro
Quand’ero bambino fecero la loro comparsa le prime medicine in compresse effervescenti. Saranno state l’aspirina e l’alkaseltzer o non so, non ha importanza quali fossero. Ricordo i dialoghi in casa: – Ma bisogna berla mentre frizza? – Certo, se no a che cosa serve che frizzi? E si ingurgitava tutto quel frizzamento e si mandava giù. A distanza di circa mezzo secolo sono giunto alla conclusione che no, non bisogna berle mentre frizzano, quelle medicine: l’effervescenza è solo un metodo per ottenere lo scioglimento della compressa in acqua. Bisogna anzi aspettare che finiscano di frizzare e che l’acqua torni limpida. Ci sono arrivato da solo (e ne vado abbastanza fiero) perché non l’ho mai trovato scritto da nessuna parte. Forse lo danno per scontato. Strano, in un mondo dove piazzano persino dei treppiedini per dirti che un pavimento bagnato è bagnato. Boh. Per noi provinciali intorno al 1960 non era affatto scontato che l’effervescenza, con tutto quel pirotecnico bollicinoso meraviglioso frr frr frr, servisse solo, banalmente, a sciogliere la pastiglia; mentre era sicuramente scontato che un pavimento bagnato fosse bagnato. Punti di vista. Negli anni Ottanta a Parigi vidi degli strani paletti circolari che nascevano dal selciato, salivano, e poi riscomparivano. Rimasi a lungo affascinato a guardarli. Adesso ci sono anche a Torino, nel quadrilatero romano e pure altrove; qui li chiamano dissuasori mobili (terribili terminologie burocratiche: mi sa che presto chiameranno i semafori persuasori luminosi – persuadono abbastanza poco, peraltro: qui in via Saccarelli angolo via San Donato ormai tutti passano con il rosso!). Sempre negli anni Ottanta il mio amico Sandro, fine aristocratico torinese à la page, mi disse: – Carlo, fai troppo spesso la figura del contadino che rimane a bocca aperta davanti al gioco di prestigio del saltimbanco, lo stesso trucco da tremila anni. Devi smettere! Mi sa che invece continuo. Lo stupore è anche un privilegio. Dopo che hai smontato tutti i giocattoli, con che cosa giochi? Forse l’universo stesso è un giocattolo: di sicuro ne ha l’aspetto, con tutte quelle palline! D’altronde, lo faranno anche da tremila anni, sì, ma non ho ancora capito e forse non capirò mai come riescono certi prestigiatori a tagliare a pezzi le donne e poi ricomporle vive come prima. E non so se m’interessa saperlo. Ieri ero a Tronzano Vercellese, un paesino della bassa, fra le risaie. Ci arrivi in treno e trovi subito qualche scempio: un nuovo sottopassaggio a colata di cemento nudo che sembra un film di periferia criminogena americana (e pure poco pratico: per andare sul binario due devi uscire dalla stazione!) e in compenso la biglietteria soppressa, dunque la scomparsa di ogni presenza umana ferroviaria e quindi l’atrio ridotto a un pisciatoio, come è assolutamente naturale. La sera poi le indicazioni sul pannello luminoso sono sbagliate, dicono che il treno è sul binario uno e invece arriverà sul binario due: io lo so perché so che i treni tengono la sinistra e non credo troppo ai pannelli luminosi, quindi vado sul binario giusto e prendo il treno; ma uno sprovveduto fiducioso (uno che magari sa tutto da sempre dell’effervescenza e dei dissuasori mobili, ma...) sarebbe andato al binario uno, come un pollo, e avrebbe perso il treno (impossibile rimediare attraversando in tempo, con il sottopassaggio newyorkese fuori stazione), e sarebbe rimasto nella fredda notte tronzanese (era l’ultimo treno) e probabilmente sarebbe morto congelato. Eh! Ma, stazione a parte, a Tronzano ci sono alcuni begli scorci: un viale, una piazza. Non è brutto, no. Alice, l’autrice del libro che sono andato a presentare, dice che a Tronzano non c’è vita, ma non è vero. La vita è tante cose diverse. Personalmente non amerei andare ad abitare a Tronzano (e neanche a Vercelli) perché io adesso sono un po’ un animale di città grande. Ma non per tutti è così; e pure io potrei cambiare, chissà mai. Siamo stati a casa di Elisa (siamo: Alice, Andrea, Catia, il ragazzo di Catia e io) e sua madre ci ha fatto il caffè. Poi è arrivato anche suo padre. Il pomeriggio lento. Una casa sparpagliata, una mescolanza di oggetti, un cane, un gatto e un corvo, fotografie già illeggibili di infanzie ancora relativamente vicine (viste da me, almeno: la compagnia riunita era sui venticinque anni di media, credo), un grande bagno freddo, cataste di riviste, camere trasformate in altro, penombre, uno stretto corridoio pieno di panni stesi, di colore prevalentemente blu, che per percorrerlo devi lasciare che ti accarezzino. La casa di Elisa: questo mi basta per dire che c’è vita a Tronzano. In fondo, per ipotizzarla su Marte si basano su molto di meno, e noi gli si dà pure retta. Poi viene la sera, senti stridere la ruota del tempo e a volte la solitudine ti attanaglia, ma credo che questo possa accadere indifferentemente nel centro di Parigi o in quello di Tronzano. Ci sono innumerevoli fili che ci legano al mondo, percorsi dalle nostre sensazioni – ma in certi momenti si interrompono tutti e non c’è niente da fare. Va ben. La presentazione del libro di Alice è andata bene, c’era gente, lei ha venduto una ventina di copie e in soprannumero ne ho vendute pure io due del mio, il libro di poesie del presentatore (annunciato nei manifesti come il poeta torinese Carlo Molinaro). Una copia l’ha comprata proprio Elisa. C’è vita a Tronzano, ma devi andarci in treno, piano, con il regionale, dribblare i pannelli luminosi sbagliati, trovare – ci vuole fortuna – la casa giusta, cogliere i colori e gli odori: insomma, devi conquistartela: come quasi tutte le cose che poi valgono. Anche il libro di Alice vale e ve ne consiglio la lettura; magari date un’occhiata al suo blog, credo ci si trovino tutte le informazioni necessarie. No, sul mode d’emploi delle compresse effervescenti no, quello no. |
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