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Breve storia delle streghe in Piemonte ovvero delle MASCHE.

Post n°196 pubblicato il 16 Maggio 2011 da rigel2_rm
 

 

 

 

Il termine "masca" è un termine dialettale piemontese che indica la "strega", molto diffuso nelle Langhe e nel Canavese, ma anche nel Biellese. E' una parola molto antica e forse significa "anima di morto".

La "masca", secondo le credenze popolari, è in possesso di facoltà naturali ed opera incatesimi, toglie o indirizza fatture, utilizza medicamenti strani ed eredita la conoscenza dei poteri per via matrilineare dalla madre o dalla nonna. Oltre ai poteri ereditati per via orale, la strega eredita anche il "Libro del Comando", dove con inchiostri di vari colori sono riportati formule e incantesimi.

 

Nell'immaginario collettivo piemontese, le "masche" hanno un volto sgradevole, la pelle ruvida e scura, la fronte bassa e scavata da diverse rughe. Insomma, la vera immagine della strega cattiva delle fiabe di quando eravamo piccoli. Niente a che vedere con l'arcigna ma affascinante matrigna di Biancaneve.

Nonostante ormai il potere di autosuggestione tipico del pensiero popolare, si sia nel corso del tempo affievolito con l'ingrandirsi delle città e dell'evoluzione industriale, in Piemonte pregiudizi e scaramanzie sono ancora largamente diffusi.

 

 

A Pollenzo, si narra ancora oggi la leggenda della strega Micilina. Siamo nell'anno 1544 e Micaela Angiolina Damasius, detta appunto Micilina, avanza avvilita per le angherie subite, tra la folla. La poverina venne accusata di stregoneria e condannata al rogo, venne portata su un carro trainato da due buoi bianchi, alla sommità di una brulla collinetta e legata ad un vecchio castagno. La leggenda però vuole che la donna liberatasi dal bavaglio avvolta tra le fiamme, urlasse una maledizione al popolo che la guardava attonito: "Maledetti! Non saranno le fiamme a liberarvi di me, verrà una tremenda guerra che vi sterminerà che terminerà solo quando questi due buoi torneranno bianchi!". A quel punto si udì un tremendo fragore e i due buoi che l'avevano trainata fin lì, da bianchi che erano divennero rossi come il fuoco ed impazziti si lanciarono contro la folla urlante. Ancora oggi su quella collina si possono notare delle strane macchie rosse sul terreno: si dice che sia il sangue della povera Micilina.

Un'altra leggenda arricchisce il bagaglio culturale popolare piemontese: quella della Masca zoppa nemica degli amanti. A Villafranca, si narra che nei boschi accanto al paese, le coppiette di giovani amanti sparissero. I corpi degli amanti, venivano ritrovati giorni dopo annegati nel Po. Pare che una strega fosse capitata in paese e che di notte raggiungesse le coppiette appartate prima sotto forma di gatto e poi nelle sembianze di un'avvenente fanciulla che seducendo l'uomo attirava nell'acqua entrambi i giovani fino a farli annegare. Ma una sera un robusto ragazzo decise di eliminare la strega e si appartò con la fidanzata. Appena si vide davanti la graziosa fanciulla nella quale la strega si era trasformata, cercò di non farsi incantare ed incoraggiato dalla fidanzata prese un grosso bastone e picchiò forte contro la strega che recuperate le sembianze reali sparì in una spirale di fumo nero. Ancora oggi a Villafranca quando qualcuno cerca di ostacolare una storia d'amore gli si dice: "Che tu possa zoppicare!"

 

 

 

A Camburzano si raccontava che le streghe, prima di morire, lasciavano il gomitolo con cui compievano i loro incantesimi a qualcuno che volesse continuare la loro attività e che lo sapesse dominare e comandare. Se la nuova padrona non sapeva comandarlo, le forze misteriose contenute nel gomitolo, la picchiavano. Nelle valli del Cuneese, si credeva che la masca, prima di morire, trovata la persona adatta a cui affidare la sua eredità di stregoneria, pronunciasse queste parole: "…ti lascio il mestolo".

 

 

A Pragelato, le streghe prima di morire gettavano il bastone tra le vie, mentre nel Biellese, si credeva che la masca non potesse morire se qualcuno non collaborava con lei. Le masche sul punto di morire lasciavano un loro oggetto: chi il gomitolo, chi il mestolo, chi la scopa, chi il libro del comando; ogni oggetto aveva la propietà di trasformare in strega chi ne entrava in possesso. In alcune zone si credeva che nella stanza dove moriva la masca, svolazzasse per ore un moscone. Nel Cuneese, in alcuni racconti, la donna appariva come un'incantatrice, pronta a trasformarsi in masca ma soprattutto in gatto, animale maledetto o in prediletto dal demonio. I piemontesi, inoltre, credevano che le masche scioglievano le fatture fatte dai maghi e trasformavano la magia benigna in magia maligna.

 

 

 

Gli abitanti del Canavese, mettevano di fronte ai casolari un ceppo bruciato nella notte di Natale, per allontanare il temporale, originato dalle masche. Ad Ingria in Val Soana, gli abitanti del paese portavano a benedire in chiesa tutto ciò ritenuto contagiato dalle masche. A Bairo per liberarsi dal maleficio, si mangiava pane benedetto in chiesa nel giorno di San Giorgio. A Vistroso nella Valle dell'Orco i bambini maledetti venivano fatti benedire per tre volte da tre preti differenti e passando, ogni volta, per un corso d'acqua. A Cimaprasole, la fontana di Nivolet portava sfortuna ai viandanti perché era frequentata dalle masche. A Canischio, nel monte Mores, c'era il ritrovo delle masche. Tra Rivara e Forno, un castagneto era il luogo di convegno di streghe e diavoli. Presso Castelnuovo Nigra, i bricchi di Filia grande e piccola, indicavano i luoghi dove furono condotte al rogo le donne accusate di incantesimi e stregonerie.

 

Dal Canavese al Novarese, c'era una lunga lista dove si ritiene abbiano dimorato le masche.

A Ossola le streghe più famose erano la Vaina si presentava come un neonato che emettevavagiti pietosi, e la Splorcia, un mostricciattolo con muso da porco, ali da pipistrello, zammpe di rospo, muggiti, belati, miagolii. Vicino a Novara, si pensava che il terreno dove si era combattuta la battaglia e la sconfitta dei Savoia nel 1849, era popolato da spiriti, specie da un mago: in queste zone la credenza delle masche era cruda e drammatica.

 

Le streghe putroppo non sono appartenute solo alla fantasia ed anche il Piemonte possiede la sua triste realtà legata ai processi per stregoneria. L'immagine dei crimini commessi realmente o partoriti dalla fantasia di irragionevoli giudici della Chiesa e dei tribunali, portavano ad una sorta di esaltazione e dilatazione dei processi che a loro volta coinvolgevano interi paesi. La donna accusata di stregoneria veniva vestita di un camice bianco e portata in corteo fino al luogo dell'esecuzione.

Un documento del 1474, rinvenuto tra le carte dei conti Valperga di Rivara, ci informa che il 23 settembre del 1472 a Forno Rivara vennero bruciate tre donne del luogo, si sa soltanto che si trattava di tre sorelle. Un altro documento sempre del 1474, riporta invece ben 55 capi d'accusa rivolti a quattro donne di Levone: Antonia De Alberto, Francesca Viglone, Bonaveria Viglone e Margarota Braya la quale riuscì a fuggire ed a evitare il rogo.

Nel 1474 nel Canavese, ci fu un processo contro quattro donne del posto, due delle quali furono bruciate vive a Prà Quazzoglio, con l'accusa di aver operato incantesimi e stregonerie. A Rivara, sempre nello stesso periodo, vennero accusate di stregoneria altre cinque donne e a Ciriè altre due donne vennero accusate per lo stesso motivo: le donne venivano sottoposte a torture o esorcizzate. L'esorcismo consiste nell'ottenere l'emissione per vomito, capelli, chiodi, pietre, animali vivi, oggetti. La tortura serve a costringere le donne ad attribuirsi colpe che non hanno e spesso sono condannate al rogo.

 

 

 

Un processo per stregoneria si tenne nel 1470 a Salussola nella chiesa, ora non esiste più, dei SS.Gervasio e Protasio, eletta a sede del Tribunale della Santa Inquisizione, e conclusasi tra le fiamme del tragico rogo del 17 agosto 1471 a Miagliano presso il rio Dunasco, chiamato ancor oggi "rial dij masche" e vedeva protagonista Giovanna Monduro che era considerata una masca. Dato che a quei tempi era diffusa la credenza a diavoli e a streghe, se accadeva qualcosa di strano, si pensava fosse opera delle masche, ovvero delle streghe. Così fu per Giovanna: diverse persone testimoniarono davanti al vicario dell'Inquisizione a sfavore di essa e ne decretarono la condanna al rogo.

 

 

 

 

 (Copia inizio del fascicolo del processo a Giovanna Monduro di Miagliano, abitante a Salussola, scannerizzata dal mio libro)

 

 

(Copia parte interrogatorio a Giovanna Monduro, scannerizzata dal mio libro)

 

(Ponte delle masche sul rio Castellazzo -anticamente rio Dunasco).

 La qualità dell'immagine non  è bella, l'ho scannerizzata dal mio libro, non ho pensato di fare una fotografia oggi pomeriggio, visto che ci sono passata proprio accanto a questa località, ehehehheheh.

 

 

 
 
 
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RICONOSCIBILE NEL MONDO REALE E SONO OGGETTO

DI INGIURIE/OFFESE NEL WEB,POSSONO DENUNCIARE

PENALMENTE L'OFFENSORE

E CITARLO PER DANNO

La Corte di cassazione con la sentenza n. 8824 della Quinta sezione penale depositata il 7 marzo 2011, ha condannato chi, utilizzando un nickname su un forum online diffondeva ingiurie, in forma anonima, nei confronti di altre persone.

L'indirizzo Ip ha inchiodato l'autore della diffamazione, confermando che la traccia digitale permette l'identificazione senza dubbi.

commissariato di P.S. online:

 

 

 

 

Grazie Leon! 

 

 

 

 

 

 

 

 

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