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Natale Plebani “Poplife”

About

Poplife

       Premessa. La parola pop contenuta nel titolo è riferita a un territorio musicale, estremamente vario, che sta nel mezzo a due altri grandi mondi musicali che sono la musica colta, seria, d’arte da una parte e la musica di tradizione orale o folk dall’altra.

       Studiosi ed esperti hanno chiamato questa grande  riserva  “popular music”. All’interno della quale  trovano posto generi musicali come il  rhythm’n’blues, il  rock’n’roll, il jazz, il ragtime, la canzone napoletana, il rock progressivo, il liscio, il beat, il rap, la bossa nova, le canzoni del  Festival di Sanremo, il country,  il soul, il funky la disco-music, la commedia musicale americana,  la canzone d’autore. 

        Chiudo qui l’elenco per timore d’annoiare  ma molti altri sarebbero i generi da includere.

        Il pop a cui faccio riferimento nel titolo del cd non è, dunque, un genere preciso, ma un insieme di generi che ho ascoltato negli  anni e che hanno segnato la mia esperienza con la musica.

        Le prima canzone, o una delle prime canzoni,  che ricordo di avere ascoltato  da bambino è Mamma di  Beniamino Gigli. Me la cantava anche mia mamma, con voce un po’ incerta, e per imperfetta che fosse la sua interpretazione, mi piaceva starla a sentire. Un’altra hit di quando ero piccolo era Lui andava a cavallo, nell’esecuzione di Gino Bramieri. Sentivo queste canzoni via radio, più che altro.

       Questa fase un po’ da grammofono non è durata molto. Nuovi generi, più moderni, si affacciavano.  La svolta avvenne con una canzone di Adriano Celentano, Sei rimasta sola, anno 1962. Una ballata.

        Negli Stati Uniti da alcuni anni imperversava un nuovo genere musicale, il rock’n’roll. In Italia, i portabandiera di questo genere si chiamavano Adriano Celentano, Little Tony e Bobby Solo. Si ispiravano, come modo di cantare, di vestire e di muoversi sul palco a  Elvis Presley. Celentano faceva il verso, anzi imitava  l’attore comico Jerry Lewis.  Un nuovo mondo era alle porte, anzi era già entrato.  Tramontava la canzone tradizionale. La nuova canzone si rivolgeva ad un pubblico mai esistito prima: i giovani.  Io ero ancora piccolo per far parte della categoria, ma ero comunque interessato.

       Giovane, giovane era anche il titolo di una canzone di Cocky Mazzetti.  

       Nascevano le prime riviste musicali rivolte ai giovani, programmi radiofonici, trasmissioni televisive. Si facevano largo nuovi stili di abbigliamento: più colorati, fantasiosi, originali. Si inventavano nuovi tagli di capelli, anche.

        A un certo punto, in Italia, prese piede il beat. I miei gruppi, anzi complessi, di riferimento divennero i Rokes, l’Equipe 84, i Nomadi. Prevalentemente i miei nuovi idoli proponevano cover, ovvero adattamenti in italiano di canzoni che provenivano dai mercati esteri, Gran Bretagna e Stati Uniti soprattutto.

       E al centro dell’attenzione mondiale c’erano soprattutto loro: i Beatles.

       E qui ne approfitto per passare all’attacco e presentare alcune  canzoni del cd. La prima è La salvezza di John Lennon. Una delle convinzioni più diffuse in merito allo scioglimento di Beatles è che la causa della rottura tra i quattro sia stata Yoko Ono (artista d’avanguardia e moglie di Lennon). Per quello che vale dico anch’io  la mia al riguardo. E cioè che a decretare la fine del più importante gruppo popular del Novecento siano stati, secondo me, gli stessi Beatles.

       Credo anzi che l’incontro con Yoko Ono abbia salvato John Lennon da un’avventura personale e professionale giunta alla fine, non per colpa di questo e quello, ma per naturale esaurimento. Sette anni di carriera sempre in prima fila. Gli occhi del mondo continuamente puntati addosso. Ritmi di lavoro in studio e dal vivo da mettere a dura i prova le energie psicofisiche di chiunque.   Se vogliamo dirla in un altro modo: Yoko Ono ha distrutto i Beatles ma ha salvato John Lennon. Secondo me.

      E comunque, al di là di tutto, alla fine quello che conta è la musica che hanno lasciato. Beatles forever.

      Eccetera, ultimo brano dell’album in ordine di ascolto sul cd contiene riferimenti piuttosto espliciti ad una canzone dei Beatles. Un omaggio. Si dice così, no?

      Ho sempre sentito parlare in termini poco lusinghieri  di quelli che scrivono canzoni in giro di Do. Non ho mai condiviso questo atteggiamento di sufficienza e, dico una banalità lo so, resto del parere che a qualunque giro di accordi uno si affidi, se la canzone è buona tale rimame con o senza giro di Do.

      Questo è il senso di Giro di Do, altro pezzo del cd. A un certo punto della canzone l’immaginaria interlocutrice sentendo una canzone con questo giro di accordi, si giustifica con chi gliela canta dicendo che lei ascolta “più che altro musica indie…”. Al che il cantante ribatte: quindi? Che significa? Che se uno pubblica con un’etichetta indipendente non può scrivere una canzone in giro di Do? C’è un po’ quest’idea per cui l’universo musicale indipendente sia di qualità superiore per il solo fatto di appartenere ad un mercato di nicchia. Un po’ come quando in passato dichiararsi cantautori equivaleva a considerarsi qualcosa di più e di meglio degli interpreti puri. Nutro più di una perplessità al riguardo, ma il discorso sarebbe lungo e perciò mi fermo qui.

      Nel mondo della musica popular è passato di tutto e di tutto passerà. Vicende personali e professionali si sono spesso incrociate. Alcuni artisti hanno trovato la loro strada, altri no. Ci sono state popstar di una sola estate che poi non sono riuscite a confermarsi e hanno aperto dei ristoranti chiamandoli con il titolo della canzone che ha portato loro fortuna. Alcuni sono stati ripescati da trasmissioni televisive amrcord di successo.

      Perché the show must go on e viene il momento in cui tocca prendere atto che l’onda del successo va e viene e spesso  non si fa nemmeno  vedere. Come un’onda. Che è il titolo di un’altra canzone del cd.

       Settembre è  certamente uno dei mesi più presenti nei titoli di canzoni italiane.  Luca Carboni, Alberto Fortis, Peppino Gagliardi, Ivano Fossati, Cristina Donà hanno una canzone intitolata con il nome di questo mese. Per non parlare dell’Equipe 84 (29 Settembre) o della PFM (Impressioni di Settembre). Un mese ricco di suggestioni: la fine dell’estate, la riapertura delle scuole,  la vita che riprende con i ritmi della consuetudine, le giornate che si accorciano e in un attimo siamo già a Natale…

       Questa canzone, Settembre, non so perché mi viene da associarla ad un paio di canzoni degli anni ’70. Una è “Lampada Osram” di Claudio Baglioni, l’altra “Anche per te” di Lucio Battisti. In quegli anni, abbastanza politicizzati,  Claudio Baglioni e Lucio Battisti non riscuotevano grandi consensi di critica. Vendevano quantità industriali di dischi, il  mercato era indubbiamente dalla loro parte, ma la critica musicale specializzata li snobbava un po’. Baglioni, in particolare,  era visto malissimo. Era il simbolo della canzone sentimentale  dell’epoca: quadretti delicati, appuntamenti amorosi, effusioni in riva al mare non erano visti di buon occhio dalla critica musicale dell’epoca.

        Erano anni abbastanza a rischio. Se giravi con un certo giornale in tasca nel posto sbagliato rischiavi grosso. Anni di dura contrapposizione politica tra destra e sinistra. Manifestazioni, attentati, rischi di colpi di stato, formazioni di gruppi di lotta armata. Anni di piombo, vennero in seguito definiti.

         In ambito musicale trionfava la canzone d’autore che faceva capo a Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Claudio Lolli e altri. Quella era la mia musica di riferimento. Il disco di Claudio Baglioni, “Sabato pomeriggio” campeggiava tra questo e quello nelle vetrine dei negozi di dischi o a casa di persone che conoscevi, che in genere si giustificavano dicendo che era del fratello, della sorella, dell’amico o dell’amica. Un po’ come quando la Democrazia Cristiana vinceva le elezioni senza che nessuno ammettesse mai  di averla votata. Ecco, i dischi di Baglioni non li comprava nessuno ma saltavano fuori da tutte le parti. E “Lampada Osram” me la ricordo benissimo.

       Lucio Battisti invece, in quegli anni, era mezzo sparito dalla circolazione, faceva i suoi dischi ma non si concedeva più all’attenzione  di pubblico e stampa come durante i primi anni di carriera. Ricordo la mia delusione quando uscì “Anima latina”, album memorabile, ma troppo avanti per l’epoca, che mi precipitai a comprare.  Il giorno dopo tornai al negozio dove lo avevo acquistato a scatola chiusa, e chiesi al negoziante se poteva sostituirmelo con qualcosa d’altro. Troppa era stata la delusione. Io, quel Battisti lì non lo volevo. Non era più quello che io mi aspettavo. Addio, Lucio. Dopo “Anima latina”, che adesso è il disco di Battisti che ascolto più volentieri, chiusi i ponti con il cantautore di Poggio Bustone. Però, non so perché, Settembre mi viene da accostarla al lato B della “Canzone del sole”: “Anche per te”.

       Lacrime e pioggia. Avevo 11 anni e partecipai ad un concorso canoro per bambini di quell’età lì, poco meno o poco più. All’epoca ero fan di Little Tony e volevo presentare una sua canzone in voga quell’anno. Era La donna di picche. Il sacerdote che organizzava il concorso però mi consigliò di scegliermi un altro pezzo sennò ero fuori. A pensarci adesso posso capire il rifiuto di allora. Il testo conteneva parole come “peccato”, “pentimento”, “male”, “rimorso”, “inferno”. Un po’ troppo per una canzonetta da presentare a un concorso di quel genere. Io ci rimasi male, sapevo che l’avrei cantata nella maniera giusta e così dovetti, all’ultimo, cercarmi un’altra  canzone.

       In Italia erano gli anni delle cover. Così presentai una cover di Rain and tears, degli Aphrodites Childs. L’adattamento in italiano s’intitolava Lacrime e pioggia. La eseguivano i Quelli, che  sarebbero poi divenuti gli apripista in Italia del genere rock progressivo, ovvero la Premiata Forneria Marconi.

        Tempo fa   proposi a Roberto Freak Antoni un duetto su questa canzone, e lui molto generosamente accettò. Grazie, Freak.

        La musica popular s’intreccia alla vita. La vita non è intrattenimento , la musica popular è soprattutto intrattenimento. E non è che ci si limiti ad assistere a concerti o spettacoli in cui viene proposta,  ma se ne parla anche. Tra amici, conoscenti, colleghi di lavoro, appassionati, semplicemente per il gusto di parlarne. Oppure se si vuole approfondire la materia si frequentano conferenze, seminari di studio, si leggono libri, ci si iscrive a corsi universitari che trattino l’argomento in modo più approfondito.

       Il mio interesse per la musica popular lo esprimo spudoratamente in We all love, altro pezzo del cd,  citando a mani basse parole e frasi  di canzoni pescate    qua e là nell’immenso canzoniere della musica italiana e non.

        Altro pezzo, altro mese. Questa volta si tratta del mese di aprile. Aprile se ne frega doveva essere il titolo del cd. Così poi non è stato. Poplife mi è sembrato un titolo più adeguato al senso di questo gruppo di canzoni. Il senso sta nell’importanza che la musica ha sempre avuto per me. Volontariamente e involontariamente. Consapevolmente e inconsapevolmente. Responsabilmente e irresponsabilmente.  Canzonissime, Cantagiri, Dischi per l’Estate, Gondole di Venezia, Festival di Sanremo, Festival del Parco Lambro, rassegne jazz (che trovavo sempre un po’ difficili da seguire, ma ci mettevo un certo impegno perché era sempre un bella medaglia da mostrare in giro). Nella canzone c’è un riferimento (poteva mancare?) ad uno dei versi più celebri della storia della letteratura, del poeta inglese T.S. Eliot: “Aprile è il più crudele dei mesi”.

       Tutto deve cambiare (perché tutto resti uguale) è una canzone che al di là del contenuto ha il merito di avermi fatto leggere un libro che volevo leggere ma la cui lettura non riuscivo mai a portare a termine.  Dopo poche pagine rinunciavo. Ero convinto fosse un bel libro però, e mi sentivo frustrato da questa mia incapacità di lettura. Nel frattempo avevo scritto questa canzone e l’avevo messa su You Tube. Così capitò che nel digitare il titolo mi imbattei incidentalmente in alcune sequenze del film, tratto dal romanzo “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Film, stesso titolo, di Luchino Visconti.

      E, finalmente, qualcosa scattò e accese l’interesse per il libro che questa volta portai a termine. E da lì mi venne  anche voglia di vedere il film di Luchino Visconti, con Claudia Cardinale e Alain Delon. Io poi il libro l’ho letto e riletto, il film l’ho visto e rivisto ed è andata bene così.

      Morale della favola. Pur non c’entrando niente con il libro e con il film, se non incidentalmente (ma c’è chi sostiene che nulla è casuale) per via del titolo che rimanda al tema di fondo del romanzo, alla fine questa canzone è riuscita suo malgrado a farmi leggere un libro che volevo, ma non riuscivo, a leggere.

      Chiudo la questione precisando che il testo della canzone non ha nulla a che fare con il libro e il film.

Il mio paese è giovane è una canzone che rimanda alle radici. Prima o poi si finisce sempre per tornare a casa. Padri e figli. Ognuno fa la sua corsa. Dai padri partiti per la guerra ai figli che non sanno per fortuna cosa sia la guerra. E magari fanno i conti con guerre meno sanguinarie ma comunque impegnative su altri fronti.

Nella canzone sono citate figure che mi viene naturale accostare alla vita del paese che ho in testa. Dall’immagine di Papa Giovanni dentro un quadretto appoggiato sul comò in camera da letto alla madre che si alza presto ogni mattina per andare al lavoro, dal giornalaio che alle cinque di mattina gira per il paese con i giornali da lasciare fuori dalle porte, oppure da vendere alla stazione, al fornaio che alle tre è già in piedi a impastare il pane. Alle sette parte il treno che porta gli studenti dei paesi verso le scuole di città vicine. E’ la vita del paese così come io l’ho vissuta e me la ricordo molti anni fa e in un certo senso è rimasta tale. Il fornaio, per esempio, comincia a lavorare alle tre.

Come tutto, anche i paesi cambiano, ma è come se il paese che hai in testa non cambiasse mai. E rimanesse sempre giovane. Naturalmente la fantasia gioca un ruolo determinante in tutto questo. D’altra parte, parliamo di canzoni.

Per finire, Dice (che non è quel che uno dice / quanto il modo in cui uno lo dice / dice che il segreto è questo). E ho detto tutto.

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Natale Plebani “Poplife”ultima modifica: 2018-09-24T14:05:31+02:00da musicomio

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