L’APOSTOLO PIETRO NON E’ MAI STATO A ROMA … DIRE IL CONTRARIO E’ PURA MISTIFICAZIONE …

L’APOSTOLO PIETRO NON E’ MAI STATO A ROMA … DIRE IL CONTRARIO E’ PURA MISTIFICAZIONE …

 

PIETRO PER LA BIBBIA NON E’ IL PRIMO Vescovo di Roma è non ha mai vissuto a Roma Il libro che ho tra le mani è una Bibbia Cattolica Romana. Leggiamo il titolo « la SACRA BIBBIA », traduzione del P. Eusebio Tintori o.f.m., stampato dalla Pia Società San Paolo, Alba (Cuneo).
A pagina 13 dell’introduzione, l’autore ci dice che la sua versione è stata fatta sulla Volgata, la quale dal Concilio di Trento venne dichiarata autentica. In seconda pagina, l’opera è munita « dell’Imprimatur » ecclesiastico e ciò significa che questa Bibbia è accettata dalla Chiesa Cattolica Romana. Il papa Benedetto XV, in una delle sue lettere apostoliche, scrisse : « La responsabilità del nostro Ufficio Apostolico ci spinge a. promuovere lo studio della Sacra Scrittura, uniformandoci, in questo, agli insegnamenti dei nostri predecessori Leone XIII e Pio X… Non cesseremo mai di raccomandare ai fedeli di leggere tutti i giorni i Vangeli, gli Atti e le Lettere degli apostoli (Epistole), come per raccogliere cibo per le loro anime… Ignoranza della Bibbia significa ignoranza di Cristo ».

Nella prefazione di una Bibbia Cattolica Romana leggiamo queste incoraggianti parole :

« La Chiesa cattolica non ha mai esitato a credere nella divina autorità e perfetta verità della Bibbia, ritenendola la Parola ispirata da Dio. Così pure, la Chiesa non ha trascurato il fatto che questo messaggio potrebbe restare muto e sigillato per tanti dei suoi figli, se non viene loro trasmesso nella loro lingua ».
Ricordo anche le parole di Pio X: « Più si legge il Vangelo, più la fede s’irrobustisce ». I Cattolici, dunque, vengono spinti dai Capi della Chiesa a studiare la Parola di Dio.

Ora facciamoci due domande che sono di massima importanza sia per i Cristiani e rivolgiamoci alla Bibbia Cattolica Romana che ho tra le mani per averne la risposta. Essa è l’autorevole Parola di Dio cioè, è infallibile, poiché è il Libro di Dio.

Ecco le domande:

Disse Gesù che avrebbe edificato su Pietro la sua Chiesa?
Gesù disse (cito la Bibbia Cattolica Romana): « Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Matteo 16:18), ma non disse che avrebbe edificato su Pietro la Sua Chiesa. Le chiavi ed il potere di legare che Egli da a Pietro in Matteo 16:19 rappresentano l’autorità che concede a tutti i credenti (Cf. Matteo 18:18, 19).

 

La lingua greca per dire Pietro usa la parola « petros » che significa « piccolo sasso » ; mentre per indicare « La Roccia » si serve della parola « petra ». Quel che disse Gesù, dunque, fu : « Io edificherò la mia Chiesa sulla Roccia », e la Roccia sulla quale avrebbe edificato era Se stesso. Gesù non disse che avrebbe edificato la Sua Chiesa su Pietro «un piccolo sasso»; sarebbe stato un fondamento debole e difettoso.

 

Nella sua prima lettera, al capitolo 2:5-8, Pietro stesso chiama i credenti « pietre » e Gesù « Roccia ». Così pure, nella prima ai Corinzi e in quella agli Efesini, capitolo 2:19-21, Gesù viene chiamato Pietra Angolare, Fondamento e Roccia. Perciò, la Chiesa, non è costruita su Pietro o i suoi successori, ma su Gesù Cristo, cioè, sulla Roccia.
Come autorità suprema, in conferma della mia affermazione, io cito il grande Apostolo Paolo. In 1 Cor. 3:11, di questa meravigliosa Bibbia Cattolica, egli dice :
« Poiché nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù ». Paolo dunque dice che Gesù Cristo è il Fondamento, la Roccia, ed è su questa Roccia che la Chiesa è fondata.

 

Il Nuovo Testamento non fa mai apparire Pietro come il capo della cristianità, e l’apostolo non crede di essere il successore di Gesù alla testa della Chiesa. Il suo Maestro, ch’egli servirà fino al martirio, ha dato a lui e a tutti i discepoli un consiglio che non dimenticherà mai: «Ma voi non vi fate chiamar “Maestro”; perché uno solo è il vostro maestro, e voi siete tutti fratelli. E non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è ne’ cieli. E non vi fate chiamar guide, perché una sola è la vostra guida, il Cristo:ma il maggior fra voi sia vostro servitore. Chiunque s’innalzerà sarà abbassato, e chiunque si abbasserà sarà innalzato» (Matteo 23:8-12).
 

Il vero successore di Gesù sulla terra è lo Spirito Santo, il divino Consolatore:« E io pregherò il Padre, disse Gesù stesso, ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché stia con voi in perpetuo, lo Spirito della verità. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto quello che v’ho detto» (Giovanni 14:16, 26).

 

La Chiesa Cattolica dice che Pietro fu il primo papa di Roma dal 41 al 66 d.C. per un periodo di 25 anni, ma la Bibbia mostra una storia diversa. Il libro degli Atti degli apostoli menziona ciò che segue: Pietro predicò il Vangelo per la circoncisione (ai Giudei) a Cesarea e Joppa in Palestina, ministrando nella casa di Cornelio, a una distanza di circa 2700 chilometri da Roma. (Atti 10:23,24) Subito dopo, verso l’anno 44 d.C. (Atti 12), Pietro fu gettato in carcere a Gerusalemme da Erode, ma fu liberato da un angelo. Dal 46 al 52 d.C., leggiamo nel capitolo 13 che egli si trovava a Gerusalemme per predicare la differenza tra la Legge e la Grazia. Saulo si convertì nel 34 d.C. e diventò Paolo l’Apostolo (Atti 9). Paolo ci dice che tre anni dopo la sua conversione nel 37 d. C., salì a Gerusalemme per vedere Pietro (Galati 1:18), e nel 51 d.C., 14 anni dopo, risalì a Gerusalemme (Galati 2:1,8) e Pietro viene menzionato. Subito dopo aver incontrato Pietro in Antiochia, Paolo dice: “Io gli resistetti in faccia perché egli era da condannare”. (Galati 2:11).

 

Pietro morì e fu sepolto a Gerusalemme, il che è facilmente comprensibile dato che né la storia né la Bibbia dicono che Pietro sia stato a Roma. Per chiarire l’argomento, la Bibbia ci riporta che Pietro fu l’apostolo dei Giudei. Fu Paolo ad essere l’apostolo dei Gentili, e sia la storia che la Bibbia raccontano che lui fu a Roma. Non c’è da stupirsi che il vescovo cattolico Strossmayer, nel suo importante discorso contro l’infallibilità papale davanti al papa e al concilio del 1870, dica: “Scaliger, uno degli uomini più preparati, non ha esitato a dire che l’episcopato di san Pietro e la residenza a Roma dovrebbero essere classificate come ridicole leggende”.

 

Eusebio, uno degli uomini più istruiti del suo tempo, che scrisse la storia della chiesa fino all’anno 325 dopo Cristo, affermò che Pietro non è mai stato a Roma. Questa storia della chiesa fu tradotta da Jerome dal greco originale, ma nella sua traduzione lui ha aggiunto la storia inventata della residenza di Pietro a Roma. Questa pratica era comune per cercare di creare fede nelle loro dottrine, usando false dichiarazioni, false lettere e falsificando la storia. Questa è un’altra ragione per cui non possiamo basarci sulla tradizione, ma solo sulla Parola infallibile di Dio.

 

Il grande storico Schaff, afferma che l’idea che Pietro sia stato a Roma è incompatibile col silenzio delle Scritture, e anche col puro fatto della epistola di Paolo ai Romani. Nell’anno 58, Paolo scrisse la sua epistola alla chiesa romana, ma non menziona Pietro, benché nomini 28 capi della chiesa di Roma (Romani 16:7).

 

Si deve infine concludere che se l’intero argomento viene trattato con distaccata obiettività, si deve trarre l’inevitabile conclusione che Pietro non sia mai stato a Roma. Fu Paolo ad essere vissuto e che scrisse a Roma, ma dichiarò che: “Il solo Luca è con me”. (II° Timoteo 4:11)

 

In conclusione: se è vero – come è vero – che ogni Cristiano è nella Chiesa come una piccola «pietra vivente» (così dice Pietro in 1Pietro 2:5) inserita nell’edificio che si staglia a partire dalla pietra angolare-Gesù, sul fondamento dell’insegnamento apostolico, possiamo senz’altro dire che Pietro, con la sua confessione di fede, fu una prima pietra nell’edificio di Dio, grazie alla professione di fede nella pietra-roccia che è Cristo Figlio di Dio. Noi dunque, se ripetiamo la dichiarazione di Pietro, ci crediamo veramente e ubbidiamo all’autorità del Signore (ossia alla sua Parola), entriamo come pietre vive, sulla scia di Pietro e degli Apostoli, nella costruzione di Dio. Ma l’unico vero primato è quello del Signore Gesù, «Re dei re e Signore dei signori» (Apocalisse 19:16). Egli ha promesso di essere per sempre vicino e presente, con la sua Parola e col suo Spirito, a coloro che lo vogliono seguire e ubbidire, essendo sempre in mezzo a loro (leggi Matteo 18:20, 28:20). Se vogliamo essere Cristiani secondo il Nuovo Testamento, non abbiamo bisogno di vicari, ossia rappresentanti di Cristo sulla terra, perché Cristo è in mezzo a noi. Solo una mancanza di vista spirituale e una errata sequela della Parola di Dio può impedirci vedere tutto ciò, e solo la nostra carnalità può farci aderire a uomini che pretendono di svolgere un ruolo che non compete loro.

 

Abbiamo bisogno di nascere di nuovo?

 

Anche questa domanda ha la sua risposta in questa Bibbia Cattolica Romana e potrai trovarla in Giovanni 3:3, 7: «Gesù gli rispose: In verità, in verità ti dico che uno, se non nascerà di nuovo, non può vedere il regno di Dio. Non ti meravigliare, se ti ho detto : bisogna che voi siate generati di nuovo ». Così, dunque, se non sarai nato di nuovo, non potrai entrare in cielo; questo dice la Bibbia. Ora, ti prego, non, confondere la nuova nascita con il battesimo in acqua, poiché il battesimo non ha nulla a che vedere con la nuova nascita. La nuova nascita è l’infusione della Vita Divina, della vita di Dio, nel cuore dell’uomo, per mezzo dello Spirito e della Parola. La parola « Acqua », in Giovanni 3:5, significa la « Parola ». Vedi Efesini 5:26, Giacomo 1:18, e 1 Pietro 1:23. Il ladrone non fu battezzato. Cornelio fu salvato prima del battesimo; il battesimo non salva nessuno e non salverà neppure tè.

 

« Tu devi nascere di nuovo». Amico, sei tu nato di nuovo?
Si ha la salvezza per mezzo di Cristo o della Chiesa?
Molti pensano che è la Chiesa che salva, e che non vi sia salvezza fuori della Chiesa Cattolica Romana. Essi fanno confusione tra Cristo e Chiesa. Che cosa dice la Scrittura? Come risponde la nostra ispirata Bibbia Cattolica Romana a questa domanda importantissima?
« Ma a quanti lo accolsero, a quelli che credono nel suo nome, diede il potere di diventare figli di Dio» (Giovanni 1:12). Che dice dunque? Come diventiamo figli di Dio? Accettando Lui, Gesù Cristo, come nostro Salvatore. Non si dice una sola parola della Chiesa, non è cosi?
« Affinché chiunque crede in lui, abbia la vita eterna» (Giovanni 3 •15). In che modo? Appartenendo alla Chiesa? No! Ma, credendo nel nostro Signore Gesù Cristo.
« Infatti, Dio ha tanto amato il mondo, che ha sacrificato il suo Figlio Unigenito, affinché ognuno che crede in lui, non perisca, ma abbia la vita eterna » (Giovanni 3 ;16). Anche qui, nessuna parola della Chiesa. Ancora una volta è Cristo ; tutti quelli che hanno fiducia in Lui avranno la vita eterna. « Chi crede nel Figlio, ha la vita eterna, ma chi rifiuta di credere nel Figlio, non vedrà la vita, che anzi sopra di lui rimane sospesa l’ira di Dio» (Giovanni 3:36). Dipende tutto dalla tua unione con Cristo e non con la Chiesa; e Cristo che salva; la Chiesa non viene menzionata.
 

« Io sono la via… nessuno può venire al Padre mio se non per me» (Giovanni 14:6). Gesù disse queste parole. Nota che Egli non disse : « La Chiesa è la via, nessuno viene al Padre se non per mezzo della Chiesa». No, amico! Egli disse: «Io sono la via ». Gesù Cristo è l’unica via che conduce a Dio. « Colui che ha il Figlio, ha la vita ; chi non ha il Figlio di Dio non ha la vita» (1 Giovanni 5:12). Ancora la medesima risposta, dunque, e questa volta dalle labbra ispirate dell’apostolo Giovanni ; non la Chiesa, ma Cristo : « Colui che ha il Figlio ».
« E non vi è in nessun altro salvezza. Non esiste. infatti, sotto il cielo altro nome dato agli uomini per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvi» (Atti 4:12). Queste parole sono pronunciate da Pietro e rappresentano la voce autorevole dello stesso apostolo. Che cosa dice? Dice che la salvezza è in Cristo e in nessun altro. « Non esiste altro nome », egli dice ; ne Protestantesimo, ne Cattolicesimo Romano; non ministro, sacerdote, papa e neppure la Vergine Maria o altri santi ben che meno i nuovi pastori nati dalle nuove religioni protestanti. « Non esiste, sotto il cielo altro nome », afferma Pietro. La salvezza ci viene solo da Cristo. E, allora, perché non rivolgerci direttamente a Lui per essere salvati? Questa Bibbia Cattolica Romana ci dice che è Cristo che salva e non la Chiesa. …allora ubbidiamo a Gesù conformandoci al suo modello di vita…Sapendo che una sola è la Chiesa fondata da Dio…lo Spirito Santo e Gesù…che trovi descritta nella Bibbia in Atti 2 dal versetto 36 al 48….

 

A tal proposito vi scrivo il discorso di  Joseph Georg Strossmayer vescovo di Diakovar (Croazia), pronunciato durante il Concilio Vaticano I (1870) per contestare il dogma sulll’infallibilità papale che Pio IX, con l’acqua alla gola e i bersaglieri alle porte, stava per promulgare.

 

“Il papato alla luce della storia e della Scrittura” p.8, Ed. Sentieri diritti. Roma 1981

 

 

L’apostolo Paolo non menziona in nessuna delle sue lettere il primato di San Pietro. Se tale esisteva, se in una parola la chiesa aveva nel suo corpo un capo supremo, infallibile nell’insegnamento, avrebbe il grande apostolo dei Gentili trascurato di farne menzione? Ma che dico! Avrebbe dovuto scrivere una lunga lettera attorno a questo importantissimo soggetto. Quando veniva eretto l’edificio della nostra Dottrina poteva essere dimenticato il fondamento, l’architrave?

>< Né negli scritti di San Paolo e di San Giovanni né in quelli di San Giacomo ho trovato traccia o geme del potere papale. San Luca, lo storico dei fatti missionari degli apostoli tace su questo importantissimo punto di cui, pure, se cosi come voi pretendete, avrebbe anche lui dovuto per forza trattare. Il silenzio di questi santi uomini, i cui scritti sono nel canone delle scritture ispirate da DIO, qualora San Pietro fosse stato papa, m’è sembrato insostenibile e impossibile, e tanto ingiustificabile quanto sarebbe se il Thiers, scrivendo la storia di Napoleone, avesse omesso il titolo di imperatore ><

 

Per secoli nessuno ha mai osato mettere in dubbio che San Pietro fu il primo Vescovo di Roma e qui venne martirizzato sotto la persecuzione di Nerone del 64 d.C.
Pochi tuttavia sanno che non esistono prove storicamente e filologicamente sostenibili che ciò sia avvenuto, che tutta la tradizione che ha tramandato tale venuta si è formata oltre un secolo dopo i fatti e che in Turchia e Siria esiste una tradizione ugualmente solida che attesta che Pietro operò tra la Palestina e la Siria, dove morì come Vescovo di Antiochia.

Il mito del soggiorno di Pietro a Roma nacque tardivamente, almeno 150 anni dopo la morte di Gesù, e venne costruito a tavolino per affermare il traballante primato del Vescovo di Roma sulle altre diocesi dell’Impero.

Come spiegare allora un fatto dato per certo dalla totalità dei cattolici?
Semplicemente approfondendo la questione del primato del vescovo di Roma.
Una questione che nasce da lontano, ma che è alla base della legittimazione del Vaticano che ha fondato tutto il suo magistero sulla Successione Apostolica.

Dottrina ed “eresie”

Partiamo da una premessa sostanziale: fino algli albori del non esisteva un “papa” ma solo dei “vescovi.
Il concetto di “papa” come lo intendiamo oggi nasce al tempo dei Longobardi e poi dei Franchi, tra il 700 e l’800, quando per legittimare la sovranità sulla cristianità ed il potere temporale la Chiesa fabbricò addirittura un falso: “la donazione di Costantino”. Nel I, II e III secolo in tutto il mondo civilizzato le religioni, ebraismo e cristianesimo inclusi, erano gestite localmente. Come non esisteva un capo assoluto che avesse autorità su tutti templi di Iside, o di Cibele, o di Apollo sparsi per l’Impero, non esisteva alcun vescovo cristiano che avesse autorità sugli altri vescovi.
Men che mai quello che stava a Roma. Fino a quando gli imperatori ebbero come base l’Urbe i Vescovi romani tennero un profilo piuttosto basso, poi quando l’asse dell’impero si spostò ad oriente quella di Roma benché prestigiosa fu una diocesi considerata di pari autorevolezza di quelle di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme.
Tuttavia l’auctoritas del capo della diocesi romana sembrava promanare da quella dell’Urbe stessa e poteva rappresentare un faro unitario che potesse difendere una dottrina comune dalle numerose interpretazioni che sorgevano ai quattro angoli dell’impero: fu per questo che i vescovi romani, mentre tentavano di imporsi agli altri vescovi, dovettero trovare qualcosa in grado di legittimare quella che, per i tempi, era una vera e propria rivoluzione: l’istituzione di una gerarchia piramidale.

Eresia e giurisdizione erano in realtà due facce della stessa medaglia: gerarchia e dottrina unica ed omogenea furono i due fattori indispensabili per costruire il potere temporale della Chiesa di Roma, che tuttavia necessitava di essere legittimato da un fatto concreto che nel II secolo era ancora assente dalla tradizione e dalla letteratura e che a lume di logica era del tutto inverosimile.

La tradizione cattolica vuole che Pietro sia venuto una prima volta a Roma, sotto Claudio. Di tale viaggio non c’è traccia negli “Atti degli Apostoli” l’unica fonte pervenutaci, insieme alle Epistole di S.Paolo che abbia attendibilità storica e che solitamente è ricca di dettagli.
Negli “Atti”(12,17) invece si narra di come Pietro venne arrestato da Erode e poi liberato da un angelo.
“Egli allora, fatto segno con la mano di tacere, narrò come il Signore lo aveva tratto fuori del carcere, e aggiunse: «Riferite questo a Giacomo e ai fratelli». Poi uscì e s’incamminò verso un altro luogo”.
Per far tornare i conti, ed usando una buona dose di fantasia, gli esegeti interpretano questo “altro luogo” come Roma. Il mese successivo Erode Agrippa, muore d’infarto:
“Nel giorno fissato Erode, vestito del manto regale e seduto sul podio, tenne loro un discorso. Il popolo acclamava: «Parola di un dio e non di un uomo!». Ma improvvisamente un angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato gloria a Dio; e roso, dai vermi, spirò” (Atti 12, 21).
La storia, quella vera, ci dice che Erode Agrippa morì qualche settimana dopo la Pasqua del 44. Quindi, a dar retta alla tradizione Pietro, senza mezzi, in meno di cinque anni avrebbe compiuto un viaggio lunghissimo e pericoloso (senza che ve ne fosse alcun motivo visto che aveva sempre combattuto l’idea di estendere ai Gentili la nuova dottrina ebraica di Gesù), avrebbe soggiornato a Roma durante l’imperium di Claudio per il tempo necessario a fondare la comunità e sarebbe poi tornato a Gerusalemme nel 50, in tempo per partecipare al famoso concilio?

Non solo: da un’attenta lettura dell’epistola ai Galati, Pietro risulterebbe essere fra il 45 e il 48 ad Antiochia, dove si scontrò con Paolo:
“11.Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. 12. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. 14. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei”?

Gli Atti, oltre a non parlare mai di una presenza di Pietro a Roma, ci mostrano Pietro come figura preminente nel gruppo giudaico – cristiano, ma sempre in posizione subalterna a Giacomo, il fratello di Gesù.

Nel concilio citato, Pietro introduce la questione dell’accettazione dei Gentili nella comunità dei cristiani senza che essi passino per la conversione all’ebraismo, sintetizzata e simboleggiata nella circoncisione, ma chi conclude e decide è Giacomo. Se Pietro fosse già stato riconosciuto come capo della nascente Chiesa, perché il Concilio di Gerusalemme, pietra angolare di tutte le scelte che sarebbero state fatte da quel momento in avanti, venne convocato e presieduto da Giacomo e non da lui?
La tradizione poi ci racconta che Pietro è ancora a Roma dopo il 55, dove morrà crocifisso a testa in giù nel 64, durante la persecuzione neroniana.

Contraddizioni ed incongruenze

Che motivi avrebbe avuto Pietro di venire a Roma? Ebreo di umili origini e di credenze semplici, che mai avrebbe voluto contaminare le sue usanze e le sue tradizioni mischiandosi ai Gentili, aveva combattuto una battaglia lunga oltre 10 anni contro l’idea di Paolo (accettata poi obtorto collo), che intendeva dividere la sfera di evangelizzazione riservandosi i gentili, e lasciando al gruppo di Gerusalemme gli ebrei.

Venire a Roma avrebbe per lui significato tradire le proprie convinzioni, la propria visione del messaggio di Gesù e – in fin dei conti – la propria fede.
Ed ancora: mentre sappiamo tutto sulla geografia e la tempistica dei viaggi di Paolo, perché non sappiamo nulla di quelli di Pietro? Ma soprattutto: conoscendo le difficoltà enormi incontrate da Paolo, cittadino romano, nel suo lungo e pericoloso viaggio verso Roma (oltretutto a spese del governo), ci domandiamo come un pescatore ebreo ignorante e semianalfabeta abbia potuto trovare i mezzi per affrontare ben due viaggi del genere.
Stanti tali fatti, perché gli Atti non menzionano neppure di sfuggita tali spostamenti di Pietro, di cui si parla diffusamente per oltre metà dell’opera?
E, soprattutto, perché Paolo nella sua “epistola ai Romani” del 58 (e in nessuna altra epistola) non nomina mai Pietro e una sua qualche attività a Roma?
Infine, come mai nelle due epistole attribuitegli neppure Pietro fa alcun riferimento a Roma, ad ambienti romani, a personaggi o situazioni romane?

Il silenzio delle fonti fino al 180 d.C.

Non c’è nessuna testimonianza attendibile anteriore al 180 d.C. della presenza di Pietro a Roma ma, contestualmente è assordante il silenzio su tale presenza non solo da parte di Paolo, ma anche in testimoni come Giustino di Nablus, di cui abbiamo molti scritti e perfino gli atti del suo processo da parte romana, nel 168.
Si trovano  invece solo  testimonianze di terza e quarta battuta come quelle dell’inizio del terzo secolo (Origene e Tertulliano) che poi esplodono dopo la rivoluzione di Costantino attraverso tutta la letteratura promossa da Eusebio di Cesarea al fine di fondare e dare organicità ad una dottrina univoca.
Chiunque legga le argomentazioni che la maggior parte dei teologi utilizzano per dimostrare che Pietro ha subito il martirio a Roma, si renderà conto che essi citano come prova fonti del IV secolo: scritte da vescovi che erano CERTI di tale venuta, perché (se proprio vogliamo accreditarli di buona fede) ne sentivano parlare come di cosa vera da oltre centotrenta anni!

Sostenendo di poter essere seppellito per poi risorgere dopo tre giorni, morì nella prova. Un’altra leggenda afferma invece che, nel tentativo di mostrare a Nerone la sua capacità di levitazione, precipitò morendo sul colpo grazie alle preghiere di Pietro e Paolo (comportamento molto edificante e cristiano!).

Tornando alla presunta incarcerazione di Pietro nel Tullianum è interessante notare come i miti si sovrappongano nel tempo e come, col passare dei secoli, una leggenda possa diventare verità conclamata e determinare accadimenti che generano altre leggende: nel quinto secolo l’imperatrice Augusta Eudossia, moglie dell’Imperatore d’Oriente Valentiniano III (425-455), volle donare le catene della prigionia di San Pietro a Gerusalemme al Papa San Leone Magno (440-461). Questi, accostando tali catene a quelle della prigionia di San Pietro a Roma, al carcere Mamertino, fu testimone di un fatto prodigioso: le due catene si fusero in un’unica catena, ancora oggi visibile.

Ma, si sa, le leggende non solo sono dure a morire, ma divengono fonte di profitto per i furbi. Ne è prova l’avvilente sfruttamento commerciale della leggenda del carcere Mamertino, con gli operatori che arrivano a pubblicizzare “il carcere dei martiri Pietro e Paolo” sui bus turistici conducendo frotte di ignari turisti a visitare un luogo che meriterebbe ben altra memoria, carico com’è di storia vera.

Le “prove” addotte dalla Chiesa Cattolica

La più antica prova che viene addotta dalla Chiesa sulla venuta di Pietro a Roma è la “lettera ai Corinzi” di Clemente Romano che viene indicato come quarto nell’elenco dei Papi secondo l’elenco stilato nel 160 da Egesippo. Tale lettera, datata con probabilità al 96 d.C, probabilmente non se l’è letta mai nessuno se ancora si ha il coraggio di addurla come prova. Giudicate voi:

“Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. Prendiamo i buoni apostoli. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il posto della gloria. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’oriente e nell’occidente, ebbe la nobile fama della fede.
Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza”.

Qualcuno mi dovrebbe indicare in quale punto è nominata Roma. È ridicolo pensare come si possa citare questo passo come prova del soggiorno di Pietro a Roma, effettuando l’arbitraria deduzione che il “noi”, piuttosto che alla comunità dei seguaci di Gesù, si riferisse ai romani, per il semplice fatto che Clemente era romano e scriveva da Roma.

La successiva “fonte” portata come prova è una lettera ai romani scritta da Ignazio di Antiochia, probabilmente nel 107.

A proposito di Antiochia…

Un’altra considerazione sulla impossibilità della presenza a Roma di Pietro.
Tutte le fonti indicano Ignazio come immediato successore di Pietro all’episcopato di Antiochia.
Ora noi sappiamo che il cosiddetto “incidente di Antiochia” avviene immediatamente prima del Concilio di Gerusalemme che pone gli episodi fra il 49 e il 51 e che Pietro esce dalla storia con il suo discorso durante il Concilio di Gerusalemme: dopo quell’intervento gli Atti non parlano più di lui. Possiamo, quindi, fare soltanto delle ipotesi. Pietro non può tornare ad Antiochia che dopo il 52, giacché nel 51 furono Paolo, Barnaba, Giuda e Sila a recarvisi per riferire le decisioni prese. Ammettiamo che dal 52 divenga formalmente il “vescovo” di Antiochia e che abbia mantenuto tale carica per due soli anni, (un po’pochi per affermare una tradizione che in Oriente è invece viva e conosolidata) per poi intraprendere il suo viaggio che lo porterà a Roma nel 55.
Tutto ciò premesso se ne deduce che Ignazio dovrebbe aver avuto l’investitura a vescovo di Antiochia nel 54. Quanti anni poteva avere? Anche se fosse stato molto giovane è difficile pensare che un vescovo abbia potuto essere un adolescente. Ipotizziamo che avesse 30-35 anni, età appena plausibile, anche perché le fonti ci dicono che non nacque cristiano e che si convertì da adulto.
Considerato che è stato giustiziato nel 107 dovremmo dedurre che abbia affrontato poco meno che novantenne l’improbo viaggio di quasi 3.000 km. durante il quale fu così vitale da scrivere epistole come un grafomane! Poco convincente. è molto più logico pensare che Pietro dopo il 52 si recò ad Antiochia, di cui fu vescovo fino alla morte con data e modalità storicamente ignote e Ignazio gli sia succeduto intorno al 70-75 d.C.

Il viaggio di Ignazio

Questo Ignazio fu il successore di Pietro alla guida della comunità di Antiochia ed era stato arrestato sotto Traiano con capo di imputazione a noi sconosciuto. Inviato a Roma per il supplizio percorse per mare il tratto che dalla Siria lo portò in Panfilia; poi, per via di terra, attraversò la Caria e la Lidia (tutte province dell’Asia minore) e così giunse a Smirne e, da lì, per via mare, alla Troade. Arrivato a Roma, fu fatto dilaniare dalle fiere nel 107. Durante il viaggio, riuscì a comporre sette lettere: da Smirne scrisse alle comunità dell’Asia Minore (Efeso, Magnesia e Tralle) e poi ai Romani per impedir loro di intercedere in suo favore presso Traiano; da Troade scrisse alle comunità di Filadelfia e di Smirne e, infine, a Policarpo.

 “Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi io tuttora uno schiavo. Ma se soffro sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla”.

Assumere il “non vi comando come Pietro e Paolo” come prova di un comando diretto di Pietro come Vescovo di Roma è un’operazione al limite del raggiro. La locuzione può riferirsi ad un “comando” carismatico esercitato su tutta la comunità, ma non va dimenticato che Pietro era succeduto a Simeone come capo della comunità di Antiochia, quindi non è improbabile che il suo successore Ignazio lo vedesse come uno che aveva “comandato”. Che la deduzione sia arbitraria lo dimostra anche il fatto che se per tale frase si dimostrava che Pietro era stato Vescovo di Roma avrebbe dovuto esserlo stato, automaticamente, anche Paolo.
L’esegeta onesto deve affermare che questo testo non prova né che Pietro abbia comandato a Roma, né il suo contrario. Si tratta di una testimonianza del tutto irrilevante per il problema in questione.
Mi permetto solo una brevissima annotazione sulla lunghezza, la difficoltà e le molte tappe (corrispondenti ad altrettante lettere) di questo viaggio “in vinculis” fino a Roma per sottolineare ancora una volta come esso fosse difficile e complesso e quanto improbabile sia l’ipotesi che Pietro abbia potuto compierne due (ciascuno con andata e relativo ritorno) in pochi anni e senza lasciarne traccia. Ugualmente tralascerò ogni testimonianza di cui non possediamo fonti di prima mano ma che esistono solo attraverso racconti o citazioni di Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica, autore storicamente inattendibile, giacché ciò che scrive è strumentale agli scopi del disegno politico costantiniano: quindi ciò che lui afferma che abbiano scritto Dionigi di Corinto, Clemente Alessandrino e Papia di Gerapoli (scritti per noi perduti) non prova assolutamente nulla.

CONCLUDENDO:

L’idea che Pietro sia stato a Roma è incompatibile col silenzio delle Scritture, e anche col puro fatto della epistola di Paolo ai Romani. Nell’anno 58, Paolo scrisse la sua epistola alla chiesa romana, ma non menziona Pietro, benché nomini 28 capi della chiesa di Roma (Romani 16:7). Si deve infine concludere che se l’intero argomento viene trattato con distaccata obiettività, si deve trarre l’inevitabile conclusione che Pietro non sia mai stato a Roma. Fu Paolo ad essere vissuto e che scrisse a Roma, ma dichiarò che: “Il solo Luca è con me”. (II° Timoteo 4:11)

 

Insomma in poche parole è la solita farsa per indurre le menti più sceme ad abboccare ad un amo soltanto sporco ….

 

MERCIMONIO … LURIDO … MERCIMONIO ….

L’APOSTOLO PIETRO NON E’ MAI STATO A ROMA … DIRE IL CONTRARIO E’ PURA MISTIFICAZIONE …ultima modifica: 2017-05-09T14:23:37+02:00da RomaninoRomano

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