La resurrezione dei (P)orti

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E’ bastato che la regione Calabria pubblicasse un bando per finanziare porti che subito ecco assistere alla corsa dei sindaci calabresi per avere un porto nel proprio paese.  La cifra è abbastanza appetibile, si parla di circa 5 milioni di euro a porto, ma si parte da quelli già esistenti e che avrebbero bisogno di qualche aggiustamento o qualche riparazione, come quello di Cetraro, di Amantea o di Belvedere M.mo, per quanto riguarda il Tirreno superiore, e per Roccella Jonica e Cirò Marina per la jonica e Tropea e Scilla per il Tirreno inferiore.  Il bando parla chiaro e chiarisce che “  Alla data di presentazione della domanda, pena la non ammissibilità, deve essere attestata dal Comune proponente la completa regolarità dell’infrastruttura portuale oggetto di intervento, sotto i profili demaniale marittimo e di conformità agli strumenti urbanistici vigenti”. Questa clausola quindi escluderebbe i nuovi porti e comunque quelli che ancora sono privi di autorizzazione , o gestiti da privati, come quello di Diamante in itinere, nonostante il concessionario non abbia adempiuto al suo inizio e completamento. Ma il bando parla anche , in modo contraddittorio della portualità in generale, nel territorio calabrese e scrive che “ L’iniziativa rientra nel percorso di sviluppo dei porti avviato già dal 2017 per la valorizzazione e il recupero della portualità, che ha previsto un impegno di risorse di matrice regionale pari a circa 120 milioni di Euro a valere sul Programma Operativo Regionale, sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e sul Piano di Azione Coesione. In questo ambito un ruolo cruciale viene affidato alla portualità turistica. La consultazione dei principali attori del percorso che è avviata con l’Avviso si prefigge di costruire un quadro completo delle esigenze dei Comuni nel cui territorio gli strumenti di pianificazione regionale prevedono la realizzazione di un nuovo porto. L’ambito di intervento dell’avviso riguarda dunque i 23 ambiti di nuova portualità individuati dal Piano Regionale dei Trasporti della Regione Calabria, oltre le infrastrutture portuali che necessitano di corposi interventi di rifunzionalizzazione”. Questa parte del bando ha quindi scatenato la fantasia dei sindaci che subito hanno cacciato dai loro cassetti progetti di porti dati per morti da decenni e adesso resuscitati per motivi esclusivamente elettoralistici.

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Ecco, quindi,  resuscitato il porto di Scalea attorno alla Torre Talao, bocciato un decennio fa. Ecco il porto di San Nicola-Tortora-Praia a Mare, ecco il porto di Santa Maria del Cedro, del quale nessuno ne era a  conoscenza. Il sindaco Ugo Vetere, si è fatto fotografare con in mano il progetto della darsena che darebbe a Santa Maria un porto, lontano pochi km da quello di Diamante. Per pura informazione, bisogna dire che , nell’annosa diatriba sul porto di Diamante, che la precedente giunta Sollazzo, stava per rescindere , è entrato dal mese di agosto, proprio il sindaco di Santa Maria del cedro, nominato dal nuovo sindaco di Diamante, sen. Ernesto Magorno, quale presidente di un Comitato di sindaci del tirreno che, secondo i comunicati stampa , vedevano il porto di Diamante come fulcro centrale per lo sviluppo del tirreno cosentino. Il sindaco di Santa Maria del cedro, assieme ad altri sindaci, ( Angela Barbiero, sindaco di Buonvicino; Vincenzo Cascini, sindaco di Belvedere Marittimo; Antonio Longo, sindaco di Grisolia; Raffaele Perrone, vicesindaco di Maierà; Antonio De Caprio, sindaco di Orsomarso; Michele Guardia, sindaco di Sangineto; Ugo Vetere, sindaco di Santa Maria del Cedro; Gennaro Licursi, sindaco di Scalea; Francesco Silvestri, sindaco di Verbicaro) guidati dal sindaco Magorno, entrarono l’8 agosto scorso, folcloristicamente, nell’area abbandonata del porto di Diamante,  per stigmatizzare la situazione di abbandono da una parte e dall’altra cercare un rilancio per la ripresa dei lavori da parte del concessionario. Il Comitato dei sindaci per il porto di Diamante, aveva sancito, secondo il sindaco Magorno, la centralità di Diamante , nell’avvio di uno sviluppo turistico agognato da tutti e per prima dai diamantesi stessi, diventati fanalino di coda degli altri paesi della costa tirrenica. «L’incontro di oggi – dichiarò alla stampa Magorno – sancisce, quindi, che quella del Porto di Diamante è una “questione di territorio” che deve essere risolta attraverso una importante collaborazione istituzionale che, da oggi, vede i sindaci del comprensorio intraprendere insieme un percorso comune che potrà riguardare altre importanti vicende che interessano l’Alto Tirreno cosentino». Magorno fece dichiarazioni roboanti e i commercianti, gli albergatori, gli imprenditori turistici, delusi dall’ immobilismo della precedente amministrazione abboccarono all’amo. Ora quei sindaci, hanno tutti voltato le spalle al sindaco di Diamante ed ognuno si è presentato con il proprio progetto di porto mettendo all’angolo indirettamente quello di Diamante , che, al contrario,  non potrà accedere a questi finanziamenti proprio perché ancora sotto contratto con un privato.

Ed i corvi intanto vi bivaccano. corvo sul porto

Archeologia trafugata, perduta, dimenticata

Il Codex purpureus

Il Codex purpureus

Andare a Rossano, per visitarla, è stata una boccata d’ossigeno. La prova, provata, che una Calabria possibile, esiste , una Calabria dalla quale ripartire. La prima sorpresa viene dalla visita al Museo Diocesano, in pieno centro storico. Un Museo, multimediale, dove è possibile ammirare il Codex Purpureus e la sua misteriosa bellezza, al di là della fede che si può riporre in questo libro considerato uno dei primi vangeli scritti a mano con finissime miniature in oro e argento. Il Museo è stato aperto da qualche anno, è ricco di tesori, che vanno oltre il Codex, che rimane al centro della visita.

Una pagina del Codex

Una pagina del Codex

Solo un gruppo di turisti provenienti da Catanzaro, entra con noi, e la cosa non mi meraviglia. Le bellezze vere ed autentiche della Calabria sono poco conosciute e poco frequentate sia da turisti che dai residenti stessi. Salire dalla 106 ionica, diretti verso il centro storico di Rossano, è un’impresa vera e propria. Come in tutta la Calabria, la segnaletica è a zero. E solo nelle vicinanze del Museo Diocesano compare qualche cartello segnaletico di colore marrone. E difatti ci perdiamo, fra rotonde e sensi unici, ma alla fine si arriva. Grazie ad alcuni pensionati seduti sulle panchine di una bella piazza, che ci salvano e ci indicano la strada da fare, altro che tom tom. Il centro storico di Rossano è davvero bello, ma come tutti i nostri centri antichi, è completamente abbandonato dalla gente, che si è riversata verso il mare. Su tantissime case, cartelli di vendesi ne dimostrano l’abbandono.

la Cattedrale dell'Achiropita a Rossano

la Cattedrale dell’Achiropita a Rossano

la madonna Achiropita

la madonna Achiropita

Dopo la visita al Museo Diocesano, abbiamo visitato la bellissima cattedrale con il dipinto della Madonna Achiropita, con tutti i misteri che ne circondano il dipinto di origine bizantina. Poi eccoci davanti alle absidi della Chiesa di San Marco, un grande esempio di architettura bizantina.  Quando la fame ha cominciato a farsi sentire, abbiamo trovato difficoltà, anche trovare qualche trattoria aperta e ci siamo riversati su un agritrurismo sulla costa, il Giardino di Iti, dove abbiamo mangiato biologico e soprattutto squisitamente bene. Da qui, visita alla vicina Castiglione di Paludi, dove è stata scoperta l’unica città dei Brettii. Una meraviglia che non ha eguali in tutta la Calabria. Anche in questo caso, nessun visitatore, solo noi, e attorno a noi nessun guardiano. Il Museo, adiacente alla città, completamente chiuso, non sappiamo quindi cosa vi è dentro.

Cossa

Cossa

La città bruzia, si chiamava Cossa, ed era anche un avamposto militare per controllare il fiume sottostante e il mare. Le mura possenti ne dimostrano il grado di civiltà. Rimandiamo, data l’ora tarda la visita al Patirion, ma vi ritorneremo.

Il Patirion di Rossano, aveva un fonte battesimCattura-18ale, che come altri reperti archeologici sono stati rubati alla Calabria e risultano esposti in altri musei del mondo. Oggi , se si vuole vedere e ammirare questo Fonte battesimale bisogna andare a New York presso il Metropolitan Museum di New York al quale nel 1917 venne donato da John Pierpont Morgan. Ma non è solo il Fonte battesimale ad essere sparito dalla Calabria. Una grande opera, madre di tutte le nostre Madonne, sparse nelle nostre chiese oggi è visibile solo a Berlino. Si tratta della Persefone di Locri.

la Persefone di Locri nel museo Alte di Berlino

la Persefone di Locri nel museo Alte di Berlino

Questa bellissima statua venne esposta per la prima volta nel 1915 nel Museo Reale di Berlino. Del caso si occupò uno studioso calabrese, il prof. Vincenzo Casagrandi che dopo una serie di accurati studi, pubblicò un libro nel quale descrisse come questa opera fosse stata trafugata ed invitava le forze politiche calabresi a muoversi per rivendicare l’opera e farla ritornare in Calabria o almeno in Italia.

Nel libro viene spiegato come avvenne il trafugamento secondo una puntigliosa ricostruzione fatta dallo studioso. La storia ha inizio a Locri. Durante dei lavori all’interno della vigna della famiglia Scannapieco  venne alla luce la meravigliosa statua.               Il proprietario del terreno , la fece subito nascondere in un frantoio di sua proprietà capendo l’importanza del reperto dal punto di vista  del guadagno. E si mise subito all’opera per trovare un compratore. Che trovò da lì a poco, non si sa come.  Insieme al compratore , un ricco tedesco, misero la statua in una capiente cassa di legno e la imbarcarono su una nave che da Gioiosa Ionica la portò fino a Taranto. Qui grazie ad amicizie del tedesco la cassa con la statua venne nascosta nell’Arsenale. Ma qui avvenne l’imprevedibile. La statua venne trovata da alcuni operai, i quali senza capire l’importanza del contenuto, la trasferirono in un altro posto. Gli operai si misero al lavoro per cercare un compratore che trovarono ben presto in un furbo marchese, tale Francesco De Maldè che per una inezia la comprò. Questo marchese fece trasportare la statua in un luogo sicuro e poi la trasferì ad Eboli dove venne studiata minuziosamente da Virzì , un famoso antiquario palermitano spostatosi dalla Sicilia appositamente. Alcuni anni dopo la statua venne denunciata alla dogana come “statua da giardino barocca” e fini nelle mani dell’antiquario bavarese Hirsh, il quale la espose a Parigi nel 1914. Quell’anno, come sappiamo, scoppiò la prima guerra mondiale, ed il governo francese confiscò la statua, in quanto appartenente ad una persona di nazionalità tedesca e quindi nemica. A questo punto l’Hirsh cercò, come ultimo disperato tentativo per non perdere la statua, di far intercedere per lui presso le autorità francesi il suo amico Virzì, l’antiquario palermitano già citato in precedenza. Questi, forte anche della sua cariche istituzionali (era Console in una repubblica del Sud America) e del fatto che la Francia in quel periodo travagliato voleva che i rapporti con l’Italia rimanessero più che buoni, riuscì, affermando di essere il legittimo proprietario della statua, a far dissequestrare l’opera.  L’opera, però, non tornò mai in Italia; dalla Francia passò in Svizzera e qui l’Hirsh, tornatone in possesso, la offrì al Governo tedesco in cambio di un milione di marchi (una cifra enorme per l’epoca, siamo nel 1915). Nonostante la cifra però, il Governo tedesco raccolse in brevissimo tempo il denaro (anche attraverso una sottoscrizione pubblica) e lo stesso imperatore versò circa mezzo milione di marchi per la statua. Finalmente il cerchio si chiude, la statua (che, è bene ricordarlo, venne inventariata come “Persefone in trono da Locri”) trova dimora definitiva presso il Museo Reale di Berlino ed all’Italia, alla Magna Grecia, non resta nulla se non le polemiche.

L'ascia votiva nel British Museum a Londra

L’ascia votiva nel British Museum a Londra

Ed è una. Passiamo all’altra grande opera trafugata. Si tratta dell’Ascia Votiva di san Sosti. Si trova nel British Museum di Londra. Anche questa ha avuto un tortuoso iter dalla Calabria fino a Londra. Fino agli anni 70 la targhetta esplicativa del museo londinese, riportava come luogo del ritrovamento “Casilini di S.Agata”, la studiosa Zancani-Montuoro fece poi correggere la targhetta con “Casilini di SanctuSosti”. Oggi, grazie al lavoro del Dottor Vincenzo De Luca, la dicitura è stata definitivamente corretta riportando “ From San Sosti, Calabria, Italy”.  Andiamo adesso a Papasidero. Qui non si è trattato di un trafugamento, ma di un semplice spostamento in un museo comunque italiano, quello di Firenze. Gli scheletri vennero trovati nella Grotta del Romito. Nella grotta, visitata da molti turisti, è possibile osservare, nel luogo del loro rinvenimento, delle sepolture contenenti ciascuno una coppia di individui disposti secondo un rituale ben definito. Una di queste coppie di sepoltura è stata rinvenuta nella grotta e due altre coppie nel riparo, poco distanti dal masso con la figura del toro. Di queste coppie di scheletri, la prima è conservata nel museo nazionale di Reggio Calabria, la seconda si trova nel museo fiorentino di Preistoria, insieme alle schegge litiche (circa 300) trovate nei vari strati esaminati nel riparo e nella grotta, la terza è ancora oggetto di studio da parte dell’Istituto di Preistoria di Firenze. Recenti scavi hanno portato alla luce i resti di una quarta sepoltura ancora più antica delle precedenti, evidente testimonianza di una intensa frequentazione del riparo del Romito da parte dell’uomo preistorico. Una notizia positiva finale, che comunque dimostra quanti reperti siano stati trafugati negli anni passati proviene da Sibari. Qui nel 2001 vennero restituiti dal J.P.Getty Museum di Malibù e dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Berna ben cinquemila reperti trafugati dal sito archeologico di Timpone della Motta nel territorio di Francavilla marittima a metà degli anni 70.  Come questi reperti finirono nelle vetrine di quei due musei non si mai potuto appurare. Dell’antico insediamento, tra gli ulivi e i cespugli, sono state rimesse in luce le fondazioni di edifici a pianta rettangolare, costruiti con blocchi di pietra. Sull’acropoli (Timpone della Motta) sono affiorati i resti di un grande santuario dedicato ad Athena, le cui testimonianze vanno dal VII al IV secolo a.C. Il santuario di questa divinità, nel quale convenivano sia gli abitanti della non lontana Sibari, sia gli indigeni che ancora abitavano tutt’intorno, non fu istituito “ex novo”. La collina della Motta era stata, infatti, sede di un importante centro abitato da Enotri, fin dall’età del Bronzo (Il millennio a.C.). Numerosi sono i depositi votivi dell’area che hanno restituito materiali compresi tra il 730 e il IV sec. a.C.: terrecotte votive, metalli,oggetti d’ornamento e un’enorme quantità di ceramica, d’importazione e locale. Vale la pena ricordare che quando fu istituito il Museo della Sibaritide, nel 1969, il materiale esposto nelle vetrine del piccolo edificio del Consorzio di bonifica, adibito a sede provvisoria del Museo stesso, era costituito in prevalenza dai reperti provenienti da Francavilla Marittima, più precisamente dai siti di T’impone della Motta e Macchiabate. Quei materiali, dal 1996, hanno trovato più decorosa sistemazione nel nuovo museo di Sibari, che custodisce oggi numerosi altri reperti di varie epoche, provenienti sia dagli scavi di Sybaris-Thurii-Copia, sia da tanti altri siti della “chora” sibarita.

Lorica1-606x400E finiamo con l’ultimo ritrovamento archeologico avvenuto nel lago Cecita ed abbandonato a se stesso per mancanza di finanziamenti. Si tratta  di uno scheletro fossile completo di Elephas Antiquus. Una specie estintasi circa 30,000 anni fa. Un vero tesoro archeologico. La regione Calabria aveva promesso un finanziamento per coprire le spese sostenute per gli scavi e per lo studio ed il restauro dei reperti, che poi sarebbero dovuti tornare in Sila per divenire attrazione turistica. Promesse non mantenute.

Quando si parla di destagionalizzare il turismo calabrese, bisognerebbe parlare solo di questo. Puntare sull’archeologia e la cultura. Puntare sulle scuole, sui centri storici, su cose che abbiamo già. Puntare su un turismo che faccia cultura e dia cultura ai territori. Ma per fare questo bisogna partire dai territori, responsabilizzando le associazioni, i comuni, le provincie, dando loro i finanziamenti necessari e soprattutto intervenendo sui trasporti, le strade, la segnaletica.  Le elezioni regionali sono prossime, quale candidato , se ne esistono, si farà carico di tutto questo ?

Franco Muto a casa a Cetraro, arriva l’indignazione ad orologeria

la nave dei veleni Cunsky

la nave dei veleni Cunsky

Quando il pentito Fonti, nel 2005, dichiarò di essere stato lui ad affondare tre navi dei veleni , una a Cetraro, l’altra a Maratea e l’altra a Melito, tutto il mondo politico sobbalzò in aria e nacque il partito dei rassicuratori, fatto da sindaci, imprenditori turistici, commercianti. Il Presidente del tribunale di Paola, dott. Bruno Giordano, che  ebbe il coraggio di aprire l’inchiesta, nel 2009 venne subito isolato da tutti ed iniziò una campagna di delegittimazione, verso il procuratore,  che coinvolse tutti coloro che sostenevano le tesi , non solo del pentito Fonti ma anche della Regione Calabria che allora con Greco assessore all’ambiente finanziò una mini spedizione per fotografare la nave.

Il Procuratore capo Bruno Giordano

Il Procuratore capo Bruno Giordano

La ricerca subacquea dell’assessore Greco arrivò nei fondali davanti a Cetraro e fotografò la nave Cunsky, dagli oblò i bidoni al suo interno, e fotografò anche un’ enorme macchia nera che circondava la nave. Gli ambientalisti per il 29 ottobre del 2009 indissero una grande manifestazione ad Amantea per sostenere l’azione giudiziaria della Procura di Paola, e quella dell’Ass. Greco e per ricordare anche l’omicidio del capitano di corvetta De Grazia deceduto nel 1995 durante un’inchiesta del procuratore di Reggio Calabria Neri sulla nave dei veleni Rigel e Jolly Rosso.  La mobilitazione portò ad Amantea 35 mila persone e pose la questione delle navi dei veleni, per la prima volta a livello nazionale. Il governo Berlusconi messo alle strette, dai vari servizi giornalistici, dovette intervenire e mandò la ministra all’ambiente, Prestigiacomo a mettere la parola fine sulla vicenda, appoggiando indirettamente il boss Franco Muto, che il pentito Fonti aveva accusato come esecutore materiale degli affondamenti, avendo messo a disposizione di lui stesso ,la sua flottiglia nel porto di Cetraro. Fonti dichiarò che per ogni affondamento aveva consegnato a Muto ben 600 milioni di vecchie lire, 200 milioni a nave.  Berlusconi, mandò la Mare Oceano, nave oceanografica dell’armatore Attanasio suo grande amico e coinvolto in alcuni processi con lo stesso Presidente.

633924979171962287_La Cagliari non è CunskyCome ci si attendeva la nave oceanografica dopo un mese di ricerche nei nostri mari, nel rapporto scrisse che la  nave Cunsky, davanti Cetraro non era altro che una nave da guerra, la Cagliari   ( in un primo momento la Prestigiacomo disse che era la Catania) , che la nave davanti Maratea era una nave romana e che quella di Mileto non esisteva proprio. Tutti brindarono allo scampato pericolo, i sindaci del tirreno cosentino per primi. Ed anche Muto e la sua flottiglia brindarono assieme a loro. Non si aprì nessuna inchiesta su di lui, e viceversa al pentito Fonti venne tolta ogni credibilità, togliendogli  anche ogni protezione.  Anzi per dimostrare la purezza del pescato, il Governatore della Calabria, Oliverio, e diversi sindaci, andarono in un ristorante del porto di Cetraro per mangiare alici. Tutto pulito, il mare si può bere e le alici si possono mangiare. Peccato che proprio la capitaneria di porto di Cetraro, qualche mese prima aveva emesso un’ordinanza che vietava la pesca in una zona di mare, attigua alla nave affondata, dove era stata rilevata la presenza di cobalto, metalli pesanti, arsenico. Quell’ordinanza venne misteriosamente ritirata nel 2010.  Ora ci si indigna perché, Franco Muto, vecchio e malato, è stato andato ai domiciliari. Ci si indigna ora per un suo diritto,  perché il nostro ordinamento penitenziario, è scritto nella Costituzione, all’articolo 27, comma 3, stabilisce che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. I sindaci si indignano ora, e si indignano per un vecchio malato che viene mandato a casa, non si indignano per tanti altri che restano in carcere, perché anche loro ammalati, tossicodipendenti, o psicologicamente inadeguati alla carcerazione, non si indignano per il non detto sulla nave Cunsky.

la grande manifestazione ad Amantea

la grande manifestazione ad Amantea

Anche perchè la Prestigiacomo, a rafforzare la sua teoria che quella nave non fosse la Cunsky, disse incautamente che quella nave venne smantellata ad Alang, in India. Ma il Governo indiano, la smentì clamorosamente un anno dopo. Dopo una ricerca nei cantieri di Alang dove risultò che quella nave non era mai arrivata.

Cemento al posto  della terra, una riviera senza cedri e la vera autentica Calabria sta più a  sud

 

maxresdefaultPer quelli che provengono dal sud della Calabria, bisognerebbe mettere un check- point all’uscita autostradale di Falerna. Queste persone, siano esse turisti o visitatori, o anche semplici passeggeri dovrebbero essere condotti  in un edificio apposito e qui aiutati a ritornare dall’altra parte del check- point, da un gruppo di psicologi. Perché bisogna sapere che,  chi ritorna verso l’alto tirreno cosentino, proveniente dalla Locride o dall’area grecanica del reggino, avrà seri problemi di reinserimento. I sintomi, sono crisi di pianto, depressione, palpitazioni, tremiti alle mani, perdita dell’ equilibrio. A Falerna, è come passare attraverso una porta del tempo, da una dimensione all’altra ( ricordate Stargate ?) . Da una parte la Calabria degli anni 50-60 dall’altra quella dagli anni 70 in poi. Da una parte i resti della civiltà agro pastorale dall’altra l’ inciviltà della moderna cementificazione.  A Falerna appena si entra, sulla sinistra, si vede sulla spiaggia un simbolo di questa devastazione che ancora resiste e rimane a bella mostra come se fosse un monumento alla bruttezza e alla devastazione, o un avvertimento  dantesco, “guai a voi anime prave…”.  Tre piani di cemento, direttamente  costruito sulla spiaggia a pochi metri dal mare. Nessuno si è mai veramente interessato ad abbatterlo, e il monumento resta lì a futura memoria. Da Falerna , salendo verso nord, addentrandosi  fino a Tortora si attraversa una costa popolata da 1 milione e mezzo di persone, che stazionano in questa area per  circa un mese e mezzo se non di meno. Questa zona della Calabria viene conosciuta come “Riviera dei cedri” e in inverno ha 125 mila residenti . “Riviera dei cedri”, in effetti,  è una fake news,  in quanto non esistono più cedri in tutta la zona, salvo che in un piccolo lembo di terreni lungo il fiume Lao e Abatemarco. Questi cedri sono stati distrutti proprio per far posto a questa massa di persone , e la distruzione è iniziata negli anni 70/80, con la cementificazione di tutta la costa, comprese spiagge, colline , terreni agricoli, e i cedri che resistono sono avvelenati da 42 tipi di pesticidi , per renderli lisci e poterli vendere ai rabbini. Questa Riviera, che potrebbe oggi chiamarsi “Riviera di cosa ? ”,  è paragonabile alla striscia di Gaza, nel periodo estivo, sia per intensità di popolazione che per l’abbandono dei luoghi . Lungo la statale ss 18, circa 80 km,  a destra ed a sinistra un lungo serpentone di cemento, fatto di villaggi turistici, ipermercati, alberghi, casermoni abitativi, ristoranti, discoteche, pizzerie,  campeggi, aree soste di ogni genere piene di immondizia. L’assalto alle coste si vede anche dal moltiplicarsi di bivi a destra e a sinistra ed a una segnaletica improvvisata . Basta per tutto, il cartello dell’Anas nei pressi di san Nicola A., che indica una Grotta Brasiliana, facendo intendere ad una qualche discoteca costruita in una grotta, piena di ballerine brasiliane, ma ahimè trattasi di una grotta del periodo basiliano. A San Nicola però c’è l’abitudine di occupare anche grotte e difatti , la famosa grotta del Prete , nei pressi dello splendido Arcomagno, è stata adibita da anni a bar e ristorante. Una meraviglia trasformata in oggetto turistico.  Ma qui tutto è oggetto turistico nella costa tirrenica del milione e mezzo di famelici turisti-mannari. Niente è stato rispettato. Tutto ciò che è stato possibile cementificare è stato fatto. Così abbiamo un albergone davanti la splendida Isola di Dino in area sic, abbiamo una aviosuperficie lungo il fiume lao in zona sic anch’essa ( completamente abbandonata), un villaggio bar in area demaniale a Santa Maria del cedro ( solo da pochi giorni espropriato dal sindaco Vetere) , un enorme “palestrone” trasformato recentemente in appartamenti  sulla scogliera di Cirella, ipermercati che hanno azzerato colline come a Belvedere e Diamante ed una lunga striscia di cemento lato mare tutto costruito su aree demaniali . Una strage del paesaggio immensa che produce solo milioni di euro ad uno stretto giro di persone , mentre tutto il lavoro resta al nero e la disoccupazione è a livelli altissimi, mitigata solo in parte dal reddito di cittadinanza. Tutta questa striscia di cemento grava su una variante stradale ss18, che attraversa tutti i paesi e sulla quale convergono migliaia e migliaia di auto. Una lunga fila di auto ogni giorno si dipana da Paola a Tortora  senza alcun controllo, se non quello affidato agli autovelox, con continui incidenti stradali. Avere un incidente in questa zona nel periodo estivo ed essere trasportato in uno degli ospedali della zona è davvero un rischio, peggio dell’incidente stesso.  E’ più facile uscire vivo da un ospedale di Gaza dopo un bombardamento israeliano. La notte è un caos completo. Migliaia di giovani alla ricerca dello sballo si muovono dalle discoteche di Scalea a quelle di Sangineto. E’ un via vai di auto che termina solo alle 5 del mattino. Giusto in tempo per l’inizio della mattinata per andare al mare. Alle prime luci dell’alba migliaia di villeggianti si mettono in moto per andare ad assicurarsi il proprio posto sulla battigia. Schiere di turisti mannari si riversano sulle spiagge, allivellate dalle ruspe che hanno distrutto la vegetazione dunale, alla ricerca della prima fila .  Dopo le 8 si è già in seconda fila, alle 9 in terza fila, alle 10 in quarta, e via di seguito fino a quando l’intera spiaggia è occupata. Il ritorno alla sera è drammatico, di nuovo tutti in fila per passare dal primo supermercato e tornare a casa per riconquistare il parcheggio nel condominio o nelle vicinanze.  Tutto questo produce tonnellate di immondizia, che nessuna ditta riesce a smaltire seguendo le linee della differenziata, per cui tutto finisce in discarica. La giornata al mare è filata liscia, ma le spiagge restano sporche , con migliaia di sigarette lasciate sulle spiagge, rifiuti di carta e plastica e un mare da brividi. Non c’è depuratore che tenga, non è possibile che funzionino se non  vengono adeguati alla massa di villeggianti. E i liquami dei camperisti dove finiscono ? E quelli degli autorpurgo che circolano liberamente da mattina a sera ? e quelli dei ristoranti nati lungo i fiumi ? Il tirreno resta un territorio incontrollato e la questione mare pulito resta il problema di sempre, smorzato vanamente da qualche sindaco che per tranquillizzare i turisti ne beve un bicchiere a dimostrazione della sua qualità. Dall’altra parte del check point, resiste una Calabria diversa. Vuoi per la cattiva pubblicità dovuta alla presenza delle cosche n’dranghetiste, vuoi per una politica diversa fatta negli anni precedenti, in quella parte della Calabria non si vedono le brutture del tirreno. Qui il tempo sembra essersi fermato. Non c’è alcuna invasione turistica, non esistono spiagge blindate, e lungo la 106,  tra uno stabilimento balneare e l’altro ci sono km di spiagge libere . Caulonia, Stigliano, Riace, Camini, Monasterace, Siderno conservano ancora oggi spiagge stupende, e ancora di più andando verso Reggio Calabria ci si abbaglia per la bellezza di panorami stupendi liberi dal cemento e da formicai umani . I paesi che si attraversano percorrendo la 106, vigilano molto sulla propria identità culturale e gastronomica. Hanno una storia millenaria e nelle feste paesane si sentono solo tarantelle e si vede gente ballare solo la tarantella calabra. Il dialetto è quello reggino che varia da paese a paese, e le influenze sono solo quelle dei territori . Paesi straordinari con centri storici come quello di Bova di Bivongi, di Caulonia, di Riace,  Monasterace, o Locri, mantengono ancora quegli antichi profumi e sapori della vecchia Calabria. I segni dell’abbandono, dei centri storici, sono i segni della politica calabrese, non quelli del turismo  caciarone e aggressivo. La cosa è ben diversa ed è proprio da qui che potrebbe nascere il sogno di una Calabria diversa, basata su un turismo fatto di visitatori e non di mannari, rispettosi delle tradizioni locali e della gente e rispettosa dell’enorme patrimonio storico culturale che qui è presente in ogni paese.  Il Museo Archeologico di Locri è un segno evidente della nostra storia e della nostra memoria spesso abbandonata. Provate, l’estate prossima , a venire da queste parti e gusterete davvero i sapori di una Calabria che purtroppo sta scomparendo.

Dall’Irlanda alla Calabria sognando ad ogni aperti

 

downloadSono tornato da una settimana di vacanza dall’Irlanda e dopo due giorni dal mio arrivo, mi sono spostato nella locride calabrese, e precisamente in un paesino alle pendici delle Serre che si chiama Bivongi. Dal verde irlandese al verde calabro. Stessi colori, stessi paesaggi, con le dovute differenze ma con un livello organizzativo molto diverso. Se in Irlanda il livello massimo è dieci qui siamo a zero. Siamo nella locride, qui non vediamo le speculazioni cementificatrici del tirreno cosentino e non ci sono quei turisti-mannari che occupano spiagge, strade parcheggi, vie , vicoletti e condomini. Qui, per fortuna , non è arrivato, ancora, quel turismo di massa che, in altre zone della Calabria, porta ed ha portato ricchezza solo a chi era ed è già ricco e che invece ha distrutto storie e tradizioni millenarie, passandoci sopra come un carrarmato, stravolgendone perfino la gastronomia, mettendo al posto di quella contadina e marinara quella delle città dalle quali provengono la maggior parte dei turisti. Anche il dialetto in Calabria, sta scomparendo sostituito da altri dialetti, mentre in Irlanda lo studiano a scuola. Qui nella locride, e in genere nella provincia reggina , ancora è tutto come la Calabria di un tempo, di 30-40 anni fa. Da questi luoghi , potrebbe cominciare un turismo sostenibile e responsabile, fatto di visitatori e non da turisti consumatori di territori . Una rinascita sociale  capace di tenere unite le tradizioni, la cultura, la gastronomia, con la modernità necessaria capace di elevare il tenore di vita nel quale vive è ridotta la stragrande maggioranza del popolo calabrese. Bivongi dove si soggiorna in piena pace, ha delle bellezze che non hanno niente da invidiare all’Irlanda. Non sto mentendo , è la verità, la bellezza nella quale sono incastonati paesini antichi, come Stilo, patria di Tommaso Campanella, Bivongi, Pazzano, Monasterace e l’antica Kaulon, Caulonia, Riace, è straordinaria. Una zona ricca di storie e memorie che non hanno eguali in altri luoghi e che hanno radici antiche che risalgono alla Grecia, la nostra patria madre. Visitate il monastero dei monaci di San Giovanni Theristis fra le bellissime montagne che sovrastano la grande fiumara nella vallata dello Stilaro, o le cascate del Marmarico luogo magico pieno di elfi. La grande fiumara piena di pietre bianche  che abbagliano, circondata da piccole case abbandonate da pastori e contadini, segni di un lavoro oramai scomparso. Se tutto questo fosse in un angolo sperduto dell’Irlanda, sarebbe valorizzato al massimo. Le strade sarebbero percorribili, la segnaletica sarebbe ben visibile e non bucherellata, il lavoro sarebbe rivalutato e attorno a queste bellezze ci lavorerebbero decine di giovani che avrebbero la possibilità di inventarsi tante nuove occasioni per restare in questi luoghi. La politica, le istituzioni, lo Stato, sono lontani da questi luoghi, se ne avverte a naso la loro assenza, la loro negligenza, la loro distanza stellare. La gente si abitua al degrado, non avverte la bellezza dei luoghi di appartenenza , non li sente appartenere a se stessi, e non ne capisce l’utilità. C’è bisogno di una rinascimento, nella nostra Calabria, che spazzi via questo modo arcaico di pensare, che fa da base portante alla ‘ndrangheta, rendendoci tutti ‘ndranghetisti, complici silenti, affiliati senza farsi bruciare le madonne fra le mani. Le istituzioni calabresi, sono oramai incancrenite, non sono capaci di poter risolvere queste problematiche, perchè sono oramai corrotte fino all’osso, infiltrate dagli interessi economici della delinquenza, dai massoni, dalle camarille politiche e vogliono che tutto resti così com’è. I partiti, anche quelli che esistono sulla carta sono oramai nelle mani di arrivisti di ogni risma legati solo alla conquista ed al mantenimento delle poltrone conquistate comprandosi i voti. Anche la magistratura è inquinata ed infiltrata e si muove solo per convenienze politiche  e di appartenenze ad un clan piuttosto che ad un altro. Non è mai entrata nei gangli del potere, fra i colletti bianchi, nelle banche, nelle varie agenzie  di credito, non ha mai sondato la vita dei politici e di come riescano ad ottenere migliaia di voti, senza essere mai presenti nei territori, fra la gente. La Chiesa che avrebbe potuto avere un ruolo, come lo ha fra i poveri, la Chiesa sud americana, è completamente assente, divisa da lotte interne di potere per gestire le uniche entrate provenienti dai luoghi di culto e di miracoli nei quali a migliaia si recano i calabresi. Ogni esperienza positiva, che nasce in Calabria, dall’esperienza collettiva dei comitati del “sud ribelle”, all’esperienza umana di Padre Fedele, al coraggio di Mimmo Lucano a Riace, deve essere distrutta, perseguita, incarcerata, e presentata agli occhi di tutti, come negativa. L’ultimo esperimento, politico giudiziario,  è avvenuto su Riace. Riace era una risposta dal basso, al degrado calabrese. In quel paesino di poche migliaia di abitanti, erano concentrate la forza del dialogo, la lotta alla ‘ndrangheta, il recupero dei centri storici, la lotta alle speculazioni, il recupero del lavoro legato alle tradizioni popolari, l’accoglienza e la piena integrazione. Era un esperimento che poteva allargarsi, ai paesi vicini, poi alla provincia e infine avrebbe potuto contaminare l’intera regione. La Calabria della solidarietà, dell’accoglienza, della storia e della memoria, lontana dalla politica politicata, dalle camarille e dalle clientele, si stava riconoscendo nell’azione pratica di questo piccolo sindaco, che aveva adottato come forma di governo solo l’istinto umano, non la Costituzione, non le leggi giuste, ma solo il principio dell’umanità, che non riconosce il colore della pelle o del linguaggio, ma solo quello cristiano e marxista dell’altro che diventa “noi”. Mimmo Lucano è entrato quindi nel mirino dei potenti, dei conquistadores, prima del super poliziotto Minniti, poi di Salvini, poi di integerrimi prefetti, di magistrati sconosciuti e mai conosciuti per lotte ai boss locali, e quindi di tutte le armi della nostra giustizia, carabinieri, poliziotti, guardie di finanza, forestale. Tutti hanno fatto visita a Riace, sequestrando tutto ciò che c’era da sequestrare, finanche le stalle degli asini, poi cacciando l’umanità, deportando oltre 600 donne, uomini e bambini cresciuti e nati a Riace, in altri luoghi  del sud Italia. La più grande deportazione avvenuta in Italia negli ultimi 70 anni, avvenuta nel silenzio di tutti. Lucano oggi è sotto processo nel Tribunale di Locri e rischia 15 anni di carcere, per delitti commessi in nome dell’accoglienza e dell’umanità. Non ha rubato soldi, non ha un libretto anonimo alle Maldive, vive da povero in una casa lontana dalla sua Riace dove è confinato, come mai è stato fatto ad un qualsiasi boss della locride. Lucano è più pericoloso di un boss, e forse questo è assolutamente vero, perchè il messaggio di Lucano, rompe gli schemi del potere e rende liberi gli uomini, mentre quelli dei boss rafforzano il potere, lo rendono necessario, creando uomini servi, accomodanti, succubi dei poteri stessi. Per tutto questo la Calabria resta terra di emigranti. Chi non fa parte di queste logiche, appena può se ne scappa e non ha intenzione di ritornarvi per nessun motivo. Sono migliaia i giovani che appena si laureano nelle nostre università , se ne scappano all’estero dove trovano subito lavoro ben retribuito e soprattutto civiltà nel vivere. Per tutto questo, in Calabria non servono i Gratteri, o  mille poliziotti in più, o  cento nuovi posti di blocco, o l’esercito, o la costruzione di nuove carceri. Servono libri, cultura, luoghi di incontro, dialogo, cinema, arte, conoscenza dei luoghi. La scuola deve diventare gratuita per tutti ed a tutti deve essere consentito la continuità negli studi con libri gratis, senza tasse, con case gratuite per chi studia fuori il proprio comune. Sarebbe questa la vera rivoluzione culturale , che attraverserebbe tutta la società, restituendo ad ogni cittadino la propria storia, la propria cultura, le proprie radici. Un movimento culturale che parte dal basso è di questo che avrebbe bisogno, più di ogni altro programma elettorale .  E’ più forte una lezione del naturalista Francesco Bevilacqua ai giovani delle scuole, che una retata di Gratteri, perchè la retata, in un ambiente che si decuplica da solo, fa solo spazio ad altri pronti a prenderne il posto degli arrestati, che finiscono in un carcere dove vengono accolti ed educati, da quelli che ci sono finiti prima, mettendo in moto un circolo vizioso che dura oramai da secoli. Bisogna ripulire l’acqua inquinata, e fino a quando l’acqua resterà inquinata , i pesci saranno sempre inquinati. La lezione di Bevilacqua apre la mente, lo stimola a conoscere il proprio territorio, a tenerlo pulito, a difenderlo se necessario da cementificazioni, o distruzioni e soprattutto dona speranza, dimostrando che tutto ciò di cui abbiamo bisogno per far ripartire alla grande la nostra regione lo abbiamo già.

Cosa vuole dirci Francesca Lagatta

io e lagattaSi è parlato negli ultimi giorni della giornalista Francesca Lagatta per un’aggressione da lei subita nell’Ospedale di Cetraro, mentre svolgeva il proprio lavoro di giornalista d’inchiesta. Lagatta è “specializzata” in questioni sanitarie ed ha pubblicato, proprio pochi giorni fa un libro inchiesta sulla tragica situazione sanitaria che la Calabria ed in particolare la nostra costa tirrenica attraversa. Non ha fatto niente di speciale Lagatta se non quello di raccontare la nostra realtà, fatta di mafiosi, di colletti bianchi, di “gente per bene” che si nascondono dietro professioni che dovrebbero essere al servizio dei cittadini e che invece sono al servizio di chi ha soldi, di chi ha amicizie, di chi ha santi in paradiso. Il lavoro di Francesca se lo facessero tutti i cosiddetti “addetti ai lavori” la situazione sarebbe ben diversa e si sentirebbero tutti con il fiato sul collo come si usa dire. Ed invece a parte i like di tastiera, ( tutti bravi chiaramente a dare solidarietà dietro una tastiera, molto pochi a farsi vedere partecipi alla presentazione del suo libro) nella pratica non si muove nulla. Il giorno dopo l’aggressione , nessun altro giornalista o televisione si è inoltrato nell’ospedale di Cetraro, nessun partito ha indetto una manifestazione, nessuno se l’è sentita di riportare quanto sta avvenendo nei nostri ospedali. Francesca ieri mattina vi è ritornata di nuovo a Cetraro, sul luogo del delitto, e di nuovo si è messa ad indagare a cercare di parlare con qualcuno, e soprattutto a tenere accesi i riflettori sulla morte di una povera ragazza , che ha avuto la sfortuna di trovarsi nel giorno sbagliato, nel momento sbagliato, nel posto sbagliato e con medici sbagliati. Non si può morire così e ci sarebbe voluto una sollevazione popolare che invece non c’è stata e temo non ci sarà. Francesca vuole dirci questo, io faccio il mio lavoro voi cercate di fare il vostro. Brava Francesca, ti sono vicino, non dietro il computer ma nella pratica, ritienimi a disposizione per quando vai davanti una discarica, in un ospedale, davanti una costruzione abusiva, davanti la casa di qualche mafioso, su un’opera abbandonata , su una spiaggia chiusa. Cose che dovremmo fare tutti, se davvero vogliamo liberarci una volta per tutte di questa Calabria che odiamo e che abbiamo sempre odiato.

L’Ira di Dio

2017_paravati_natuzzaNatuzza, l’ultimatum del vescovo cade nel vuoto: «Non avrete la nostra chiesa»

La lira non c’è più ,ma tutto è iniziato con la vecchia lira, poi trasformatosi in euro ed ora in oro puro.

Parliamo della Fondazione di Paravati che gestisce milioni di euro sfruttando la santa NATUZZA che della povertà aveva fatto l’emblema della sua vita. Centinaia di migliaia di persone ogni anno invadono questo piccolo paesino del vibonese e visitano la grande chiesa che è stata costruita per onorare la sua storia e il suo impegno religioso e civico. Ma alla fine ci sono di mezzo sempre i soldi come dicono Marx e Mahmood. La megastruttura religiosa produce ogni anni milioni di euro ed a gestirli sono gli adepti della fondazione . E ora la Chiesa vorrebbe metterci le mani sopra. Non è nuova la Chiesa calabrese a cose di questo genere. Lo fece in Calabria con l’Oasi francescana di padre Fedele, che però al contrario non produceva soldi,ma che li avrebbe potuto produrre se condotta diversamente e non con i principi del frate. Sappiamo tutti come finì. Si costruì su di lui una gigantesca montatura che portò al suo arresto, al suo allontanamento dall’0asi, al togliergli finanche il diritto ad officiare messa ed essere espulso dalla Chiesa. Poi Padre fedele venne completamente assolto da ogni accusa, ma l’Oasi è oggi nelle mani della Chiesa. Altro scandalo fu quello del Papa Giovanni. Anche lì in quell’Istituto dove venivano ricoverati i poveri, si era creato un sistema per fare montagne di danaro sfruttando le miserie di questa gente. Tutti i dirigenti della Chiesa di Cosenza erano coinvolti nella vicenda , ma solo il rettore finì in carcere e nella sua casa vennero trovate posate in oro, bagni in oro, e argenteria a non finire. La Chiesa vive di queste cose, ed è per questo che resta lo Stato più ricco del mondo, checché ne dica nelle omelie Papa Francesco, classificando il danaro come “sterco del diavolo”. La gerarchia cattolica campa su queste opere, sulla paura della morte, sulle messe pagate, sui funerali e investe questo danaro in borsa, nell’economia mondiale, alla faccia del vangelo e di Gesù che cacciò a frustate i farisei dal tempio. Nel mirino adesso ci sono loro, e finirà male di sicuro, se non si sottometteranno all’autorità della Chiesa. La Fondazione di Paravati non ha intenzione di cedere in comodato d’uso per cento anni la Chiesa di Natuzza, nonostante Monsignor Renzo abbia minacciato loro di revocare il decreto ecclesiale di religione e culto. Il santuario dedicato alla mistica non è mai stato consacrato. Con l’arroganza tipica di chi gestisce danaro ecco cosa rispondono: «Il Consiglio d’amministrazione della Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime”, riunitosi per discutere dell’ultima proposta di Sua eccellenza monsignor Luigi Renzo, ha deliberato di non poter adottare soluzioni che snaturino l’identità della Fondazione e contrastino con i suoi scopi umanitari». Parole che si prestano a mille interpretazioni e acuiscono ulteriormente lo scontro. Il “non detto” prende forma nel passaggio successivo della nota, quando si comunica che è stato deciso di «dare ampia comunicazione alle Autorità competenti, Ecclesiastiche e Civili, delle vicende che hanno caratterizzato gli ultimi anni della vita della Fondazione». Una sorta di “to be continued” che promette nuove rivelazioni e capitoli in quella che ormai è una vera e propria saga che ruota intorno alla figura di Mamma Natuzza, che ha già intrapreso il cammino verso la santità, attraverso il processo di canonizzazione che la vede ora sul primo scalino, quello di “Serva di Dio”.  La penultima puntata era stata scritta dal vescovo, che, appunto, aveva subordinato la consacrazione della grande chiesa dedicata alla mistica ad alcune modifiche dello statuto della Fondazione che considera imprescindibili. Prima fra tutte, la cessione del tempio in comodato d’uso alla Diocesi per 99 anni. In caso contrario – aveva assicurato l’alto prelato – il decreto di religione e culto sarebbe stato revocato e il tempio non sarebbe stato consacrato.

Progetto-2-960x250 (1)Ultimatum che non ha sortito l’effetto sperato dalle autorità vaticane, ma ha sgomberato il campo da ipocrisie e giri di parole, rendendo più evidente che mai la distanza tra Diocesi e Fondazione. Anche padre Cosimo, a Placanica,  entrerà nel mirino della Chiesa calabrese. Così come Natuzza, anche qui esiste una fondazione a gestire il fiume di danaro, che serve a costruire una Chiesa enorme capace di contenere ben 20 mila fedeli. Anche se i preti vengono a dire messa ogni ultimo venerdì del mese, ancora , così come quella di Paravati, il culto non è stato riconosciuto, ma i carri armati della Chiesa, arriveranno presto anche qui. Ultimo a gestire soldi, è il Convento di San Francesco di Paola. Qui l’intraprendenza dei poveri frati francescani li aveva portati a dare la gestione dei soldi ad un commercialista, che invece li aveva intascati assieme ad altri suoi sodali. Si parla di oltre 1 milioni di euro, che dal processo ancora in via di definizione dovrebbero essere restituiti tutti.

Processo Marlane sempre più lontana la verità

 

i veleni trovati nei terreni della Marlane , sono ancora lì

i veleni trovati nei terreni della Marlane 

La montagna storicamente partorisce sempre topolini. E così sta avvenendo con il processo Marlane bis. Nell’udienza del 27 giugno scorso, ecco la novità Il sito non può dichiararsi contaminato anche se , dalla perizia ultima e dai mesi di carotaggi, è venuto fuori, che si i veleni ci sono, ma oramai sono innocui. I metalli pesanti, il cromo VI, e tutto il resto, non sono un pericolo per la comunità e secondo le leggi vigenti non si può più parlare di disastro ambientale. Amen. Invece la Gip del Tribunale di Paola , Maria Grazia Elia  accettando la richiesta della Procura,ha deciso di affidare l’incarico di una nuova perizia, al medico legale Claudio Buccelli dell’Università di Napoli,  al prof. Eduardo Farinaro responsabile dell’ Unità di Medicina del Lavoro dell’Università Federico II di Napoli e alla dottoressa Maria Pieri    tossicologa forense. I tre professori, alla luce della perizia già effettuata dai consulenti del Tribunale Gargini e Pavan , dovranno stabilire, dati alla mano, se esiste un nesso di casualità con le patologie tumorali degli operai che hanno lavorato nella fabbrica. Anche nel primo processo si è fatto un simile ragionamento ed anche dal primo processo ne sono venuti tutti assolti. E dico questo, perché alla luce del precedente processo, non mi fido delle perizie fatte dalla Procura, non mi fido dei professori universitari di parte, non mi fido di un processo dove gli operai ed i loro familiari non sono adeguatamente rappresentati. Già la scelta di dove fare i carotaggi, all’interno della fabbrica , è venuta falsata da conoscenze errate basate su vecchie mappe e su vecchi punti di rilievo già effettuati. Voglio dire che non si è scavato dove si doveva e tutto è stato lasciato al caso. Basta dire che l’unico operaio a conoscenza dei veleni e di quanto vi è stato sotterrato non è stato chiamato né dalla Procura né dalle parti civili. Parlo della memoria storica della Marlane che è Luigi Pacchiano. Di lui ci si poteva fidare, della sua conoscenza, di quello che ha visto e che ricorda perfettamente. Non è stato calcolato proprio. E quando nel precedente processo,  la testimonianza di un operaio, non venne presa in considerazione, cioè quella di Francesco De Palma, né la suo video testimonianza, venne  mostrata durante le udienze, nonostante fosse agli atti di tutti i soggetti del processo, la dice lunga sulla volontà di cercare davvero la verità. Francesco de Palma era la testimonianza base di tutto il processo, per il semplice fatto che era lui, assieme ad un altro operaio che sotterrava ogni sabato i veleni per conto della dirigenza della fabbrica Marlane. E che dire delle transazioni fatte, che hanno eliminato nel precedente processo tutte le parti civili, facendo perdere credibilità all’accusa e lasciando solo i Pm e tutti il lavoro da loro fatto.

img_19892Una cosa vergognosa, sulla quale bisognerà tornare. Nella transazione e il grande accordo fatto fra tutte le parti, esclusi i Pm, anche il Comune di Praia a Mare ed in particolare il sindaco Antonio Praticò sono stati parte integrante. Il sindaco di Praia accettò il ritiro della parte civile del Comune in cambio dei terreni contaminati , offrendo il cambio di destinazione d’uso dei capannoni alla dirigenza Marzotto. Su quei terreni ora incombe, quando tutto sarà finito, una grandissima speculazione edile , con tanto di darsena, negozi commerciali, e quant’altro. Se i terreni non sono contaminati questo vorrà dire che non ci sarà bisogno nemmeno di bonifiche. In questa situazione , come si potrà mai stabilire che c’è stato un nesso fra sostanze usate e operai colpiti dal tumore ? Se tutto il processo ora si basa su queste sole prove,  si va dritti  verso una nuova assoluzione ed a eventuali nuove transazioni. Spero solo di sbagliarmi.

Minniti o Salvini? Uno peggio dell’altro

salvini san vittoreL’ex ministro critica Salvini: “Io ero un molestatore seriale “

Nei giorni nei quali Salvini è nell’occhio del ciclone, per il suo assenteismo e per l’uso degli elicotteri della polizia, Minniti parla della sua giornata al lavoro, quando era Ministro degli Interni.  E leggendo le sue dichiarazioni, non si sa, di chi bisogna avere più paura. Di uno come Salvini, scialacquone e buffone, che lascia il Viminale nelle mani di suoi sostituti, o di uno come Minniti, che invece non si muove dal suo ufficio e controlla continuamente le piazze, i militari, i prefetti, i commissariati ?  «Sulla scrivania- spiega Minniti a Repubblica- avevo un telefono digitale, mi bastava un clic sul monitor per telefonare –ai capi dipartimento, al capo della polizia, ai vertici dei servizi segreti. Li chiamavo in ogni momento, più’ volte… -sì, ero un molestatore seriale. Ma un ministro dell’Interno deve fare così, altrimenti non riesce a realizzare scelte strategiche per la sicurezza pubblica; Non serve a niente farsi raccontare al telefono ciò che succede in Italia, se poi  ti disinteressi e non sai incidere». Certo per quello che viene definita la sicurezza, serve più uno come Minniti, per la sua efficienza e per la sua presenza. Da più garanzie, in caso che succeda qualcosa di grosso, e si punta più sulla prevenzione. Ma sul lato politico , mi sembra di essere costantemente sotto controllo e la questione potrebbe sfuggire di mano. Salvini, è più insicuro, da questo punto di vista, perché pensa solo ai porti e difatti, le piazze dello spaccio, la ‘ndrangheta e tutto il resto prolifera senza alcuna sosta. Salvini, spara cavolate , una dietro l’altro e nei fatti non fa nulla.

Salvini, nell’inchiesta fatta dal giornale Repubblica, è stato al Viminale 17 giorni effettivi, mattina e pomeriggio, ma ha partecipato a 211 eventi pubblici in giro per l’Italia, Comizi elettorali, feste della Lega, appuntamenti di partito. Salvini sostiene di poter assolvere il suo mandato anche senza stare al Viminale, delegando il suo capo di gabinetto. E su questo Minniti risponde in modo chiaro: «ll capo di gabinetto è un prefetto, quindi un pari grado dei cinque capi dipartimento in cui è articolato il dicastero. Serve l’autorità politica per assumersi la responsabilità delle , decisioni. Il ministro dell’Interno lavora bene quando non fa notizia. E non è un caso che la Democrazia Cristiana, nella sua lunghissima stagione di governo, evitasse di scegliere, per quest’ incarico, i propri capi corrente o i leader di altri partiti». Minniti proviene dalla scuola di Cossiga e sa bene come sia rilevante questo incarico, e come sia vitale la sua presenza nel Viminale. E se un ministro è assente questo comporta, «Che ogni dipartimento si comporti come una realtà a sé, senza un indirizzo e una strategia comune. La presenza del ministro al Viminale è cruciale, poi, nelle emergenze di  ordine pubblico, ad esempio durante manifestazioni ad alto rischio. Io rimanevo per ore a fissare i monitor nella sala operativa, per controllare ciò che stava accadendo. In tempo reale interloquivo con il Capo della polizia. Solo in questo modo si riesce a graduare la risposta delle forze impegnate sul terreno, garantendo la libertà di espressione e prevenendo ogni forma di violenza».  Di quanto succede nella piazza a Salvini non interessa, in quanto ha dato ordine alla polizia di reprimere e basta il dissenso. Da qui si capisce eprchè la Digos di occupa di togliere striscioni dalle finestre e dai balconi, o che la polizia non intervenga contro i fascisti nei cortei non autorizzati come avvenuto a Roma con Forza Nuova che in 30 sono stati fatti sfilare fino all’Università, in attesa che avvenissero incidenti. E anche quando un caporione fascista a schiaffeggiato uno studente dalla polizia questa non è assolutamente intervenuta.Lo stesso è avvenuto a Casalbruciato dove a Casapound è stato permesso di aprire un gazebo proprio sottol ‘abitazione della famiglia rom concessionaria della casa popolare. E difatti Minniti avverte questo pericolo di una situazione che sfugge di mano al Ministro. «La campagna elettorale permanente in cui questo governo ha gettato il Paese rischia di produrre pericolose tensioni nel sistema democratico. Il ministero dell’ lnterno è terzo per antonomasia, deve garantirei diritti di tutti, anche di chi non l’ha votato o non la pensa come lui. Il suo compito non è fare comizi, ma, rassicuare che  altri possano farli››. Nei miei 16 mesi al Viminale mai ho fatto comizi in piazza, solo iniziative al chiuso. C’è una bella differenza». «Il comizio è la massima espressione di un punto divista unilaterale. Sollecita dichiarazioni a effetto. Una parola sbagliata detta su un palco da un leader politico che è anche ministro dell”Interno, dunque depositario di poteri straordinari e terminale di informazioni riservate, può apparire come una minaccia». Minniti dimentica, il suo decreto sui fgli di via, che ha allontanato da manifestazioni di protesta militanti contestatori, come quello al G7 di Taormina. Dimentica, le cariche all’Università di Cosenza, per un suo comizio dentro l’aula magna. Questo lo accomuna molto a Salvini e l’intervistatore avrebbe potuto contestarglielo . Infine Minniti interviene sugli aerei di stato usati da Salvini. Il ministro Salvini per spostarsi utilizza gli aerei e gli elicotteri della Polizia anche quando la trasferta  non è solo di tipo istituzionale chiede: «Beh, evidentemente vedendolo in divisa l’hanno scambiato per uno di loro.  Le volte si contano sulle dita di due mani. Mi sono sforzato di usare quei velivoli solo per finalità strettamente istituzionali, che si concludevano in un arco ristretto di tempo. E riguardo agli striscioni rimossi Minniti dice: «L’unica cosa che non si può e non si deve fare è mettere ‘magliette’ alle forze di polizia. Sono un patrimonio dell’italia”. Quando la polizia caricò all’Unical, gli stduenti che contestavano Minniti ministro, lo fecero per far togliere un grande lenzuolo sul quale c’era scritto “ Foglio di via per Minniti”. Al rifiuto di toglierlo, da parte degli studenti,  la polizia caricò, manganellando tutti e rompendo un occhio ad uno studente, ora in causa contro la polizia, per il danno subito.

La bolla di sapone dei fascisti

roma-17-febbraio-19771Scorrendo le notizie degli ultimi giorni, mi sono fatto un’idea sui tempi che stiamo vivendo, costretti ogni momento a parlare di fascismo, di fascisti, di casapound , di forza nuova , di rom,  e di barconi. Questa storia dei fascisti viene alimentata ad arte dai mass media berlusconiani e salviniani, per nascondere problemi gravi che stiamo attraversando dal punto di vista economico e sociale , e far voltare  lo sguardo altrove. I fascisti, in percentuale nella nostra Italia da operetta non arrivano alle elezioni neanche all’1%. Alimentati dalla polizia e dalle direttive di Salvini, riescono in trenta, in una città come Roma, ed avvertiti da una talpa nel Comune , ad essere subito presenti ove si creano situazioni tipo Torre Maura o Casalbruciato. Sembrano in tanti, ma sono sempre gli stessi, ed a loro in questi quartieri periferici si aggiungono spesso delinquenti, spacciatori, stupratori e qualche arrabbiato per conto suo. Loro pensano di prendere voti in questo modo, e qualche babbuino sicuramente ci cascherà, a forza di essere martellato, ma non andranno più in là dello 0,80% che ha contraddistinto fino ad ora la loro avventura elettorale. Finiranno fra le braccia di Salvini e della Meloni, e per questo, i due, li stanno cavalcando, agevolandoli nelle loro false proteste. Vi sembra logico che in una situazione di scontro come quella di Casalbruciato, si possa consentire, a questi nostalgici fascisti, di aprire un gazebo, proprio davanti il portone da dove, necessariamente, deve passare questa famiglia rom ? La Cassazione decide in una sentenza di dichiarare apologia di fascismo, l’azione di Casapound a Bari, dove sono stati aggrediti dei manifestanti anti razzisti, compresa l’europarlamentare Eleonora Fiorenza, e viene chiusa la loro sede, ed a Roma invece si fanno aprire gazebo impunemente, e si fanno fare minacce ed insulti tipo, “puttana ti stupro”, senza che la polizia intervenga. Di contro  a tutto questo, però, c’è un fatto positivo e cioè che Salvini, pur riempiendo le piazze di suoi accoliti, sta mobilitando le coscienze civili, insite in gran parte del popolo italiano. Le Tv fanno vedere le piazze salviniane, con lui che si sbraccia a fare selfie, ma non fa vedere le altre piazze di migliaia di persone civili che manifestano per le libertà di tutti. In tante città italiane, fiumi di persone si riversano nelle strade, a testimonianza che esiste un’altra Italia e che questo fascismo, vecchio e nuovo, avrà delle serie difficoltà a passare. Storicamente l’Italia e gli italiani hanno dimostrato, non solo di chiudere col fascismo a Piazzale Loreto nel 1945, ma anche di saper lottare in piazza contro il Ministro Scelba e le sue leggi liberticide, contro Cossiga ed i suoi servizi segreti bombaroli, contro chi alimentava le stragi nelle piazze e sui treni. Siamo passati da tutto questo e bisogna dirlo non ci siamo fermati. La mobilitazione serve e la dimostrazione è venuta fuori proprio ieri a Casalbruciato, dove sia la sindaca Raggi, che migliaia di manifestanti hanno fatto un corteo attorno al condominio, portando la solidarietà di un’altra Roma alla povera famiglia bosniaca. La sindaca Raggi, non solo è stata coperta di insulti dai soliti 30 babbuini, ma ha ricevuto un alt dal  suo collega di partito Di Maio, che succube dei ricatti di Salvini, ha dovuto dichiarare che la sua visita alla famiglia rom era stata inopportuna, e che bisogna pensare “prima a i romani” ! . La mobilitazione serve, e lo si è visto riguardo al Salone del libro di Torino, dove una sottospecie di casa editrice, guidata da un picchiatore fascista aveva avuto ospitalità nel salone. Molte case editrici  e scrittori, avevano tolto il proprio sostegno ed avevano detto che non avrebbero partecipato, così il Museo di Auscwitz, e infine sia il Comune di Torino che la regione Piemonte  , e così alla fine ,  la sedicente casa editrice è stata messa fuori. Il fascismo attecchisce solo col silenzio e la paura della gente, e come diceva Brecht, è il sonno della ragione che genera mostri, e questi sono mostri.

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