L’invasione del turista-mannaro

11949371_10204596163686328_6711573428974979918_nQuesto nostro turismo

L’estate si è aperta con la caccia all’immigrato sulle nostre spiagge e si è chiusa con un omicidio per le strade di Diamante da parte di un turista di origine  campana

E’ un argomento che affronto da anni, questo del nostro turismo e dell’invasione italiana in Calabria da parte di turisti in prevalenza campani. Invasione che lentamente ha stravolto la nostra cultura e il nostro di modo di vivere nei nostri stessi territori. Un turismo nato sostanzialmente dagli anni 80 in poi, da una speculazione edilizia gestita da mafiosi, da delinquenti politici e da inetti che ha portato a distruggere un territorio dedito all’artigianato ed all’agricoltura fatta principalmente della coltivazione del cedro. Questo piccolo pezzo di territorio calabrese viene chiamato appunto, “Riviera dei cedri”. Paesini immersi nel verde e nel profumo dei cedri, quali Santa Maria del Cedro, Diamante, Belvedere, Praia a Mare, Scalea, si sono trasformati in pochi anni in piattaforme di cemento, devastati dalle ruspe che hanno buttato a terra, secolari alberi di ulivo, cedriere, calanchi, dune di spiaggia, colline intere. Al loro posto condomini spaventosi, villaggi , alberghi costruiti a prezzo zero. Nessun comune si dotò di piani regolatori, dando così la possibilità di costruire ovunque ed in modo disordinato. Un mini appartamento costava quanto un garage in una qualsiasi città campana. Ed eccoli qui, allettati da un turismo da quattro soldi,a comprarsi l’appartamento, di 30 metri quadri, solo per poter dire di avere la casa al mare in Calabria. Nessuna amministrazione della costa tirrenica si preoccupò di fermare la speculazione edilizia, prese tutte dalle tangenti pagate dai costruttori. Erano solo i gruppetti di estrema sinistra, ante litteram dei verdi e dei grillini, visti da tutti come “contrari al benessere ed al progresso”, di Scalea, Praia, Diamante, Belvedere a denunciare quanto stava avvenendo. A Cetraro intanto iniziava la stagione degli omicidi. La cosca di Muto si allargava indisturbata protetta da procuratori e pretori dell’epoca. Le forze dell’ordine erano inesistenti e lo Stato completamente assente. Solo qualche deputato socialista e comunista ebbe il coraggio di denunciare quanto stava avvenendo. Ricordo, a proposito un’ interrogazione parlamentare del senatore Frasca del partito socialista e del senatore Martorelli del Partito Comunista, che chiedevano ai vari ministri al governo di intervenire su  quanto stava avvenendo sul tirreno cosentino. Tutto inutile. La storia di Giannino Losardo la conosciamo. La macchina dei soldi era oramai in moto, tutti si improvvisavano un lavoro. I contadini abbandonarono le terre e diventarono operai edili con paghe da quattro soldi, i delinquenti diventarono imprenditori, i sindaci , ciechi,  di fronte ad un abusivismo dilagante. Il condono edilizio agli inizi degli anni 80 e il susseguente di Berlusconi misero la pietra tombale su tutti i misfatti avvenuti. Non una sola demolizione avvenne, non un solo sequestro,non un solo fermo dei lavori. Chi mai poteva infilarsi in questo spazio temporale illegale se non un illegale, se non uno senza cultura del luogo, se non uno dedito in proprio al malaffare ? Questa ondata fece scappare, i romani che per primi avevano scoperto questo territorio, poi i cosentini che avevano costruito ville e appartamenti residenziali, infine i torinesi. Al loro posto arrivarono i campani, moltissime brave persone desiderose di rapportarsi con la popolazione locale , ma anche moltissime provenienti da quartieri a rischio o da paesi con il predominio della camorra. Ecco questo è il nostro turismo, e nessuno di noi oggi ne è colpevole, se non gli ignoranti che ancora ne difendono il modello di sviluppo. Chi viene qui è un predatore culturale, io li definisco turisti-mannari, che tengono in ostaggio i ristoratori, i commercianti, gli albergatori e tutti quelli che vivono in ogni caso di turismo sacrificandosi dalla mattina alla sera per due mesi all’anno, in estate e sperare che l’anno successivo vada meglio. “Nui purtamm i soldi” dicono quando si arrabbiano con qualcuno. E’ la logica del turista-mannaro, non quella del visitatore rispettoso dei luoghi, delle persone e delle tradizioni. In un documentario che girai una decina di anni fa, rifiutato da tutti i circuiti letterari di elite, intitolato “Per me una frittura di gamberi e calamari” evidenziai come questo turismo cambiò i nostri costumi, la nostra gastronomia, le nostre tradizioni. Fui tacciato di “ambientalismo d’assalto”, di essere “radical chic” senza sapere che ho lavorato nel commercio per 30 anni e di conoscere bene questo turismo e soprattutto i turisti-mannari con i quali giornalmente ho avuto a che fare. Questa estate è iniziata all’insegna della caccia all’immigrato sulle spiagge, che “rovinava” i commercianti, che sviliva il nostro turismo per bene. Delegazioni di commercianti si sono recate nei vari comuni della costa ad invocare ai sindaci delibere e vigili sulle spiagge. Qualche sindaco lo ha pure fatto. E’ questo il pensiero di gestione dell’estate.

AugeriEd ecco invece un giovane morire accoltellato da un “turista-mannaro”, che viene qui e gira con un coltello in tasca, come un delinquente qualsiasi da quattro soldi. Un infame vigliacco che trasforma la sua “vacanza” in un’occupazione territoriale e che pensa di portare soldi e comandare la piazza, la strada , la spiaggia. Si comporta così ovunque questo personaggio. Va sulla spiaggia e gioca al pallone infastidendo tutti, va in auto nel paese e suona se qualcuno rallenta, entra nei negozi e salta la fila esistente, va la sera nei locali notturni non per divertirsi ma per comandare, per farsi vedere dal branco che ha attorno a se, per riportare qui un comportamento che già ha nel suo paese d’origine. Ecco questo è il nostro turismo, e di fronte al povero immigrato, unico problema di oggi, vanno avanti loro: prima gli italiani.

La Pamafi un altro sogno che ha succhiato soldi allo Stato

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Un altro mostro industriale a poche centinaia di metri in linea d’aria, dalla Marlane e dalla Lini e Lane , in località Castrocucco (PZ),  al confine fra la Calabria e la Basilicata, sta fermo in pieno abbandono, su terreni una volta fertili. Si tratta della Pamafi, acronimo della famiglia Rivetti. Venne costituita nel 1955, con sede legale a Trieste, avente per oggetto l’acquisto, la vendita, l’amministrazione di titoli industriali, di Stato, di obbligazioni da chiunque emesse; l’acquisto e la vendita di fabbricati e di terreni, la partecipazione in società di qualsiasi forma, il compimento di qualsiasi operazione finanziaria, immobiliare e mobiliare, commerciale e industriale in Italia a all’Estero. È questa in pratica una vera società di tipo finanziario che serve a coprire tutte le operazioni di tipo mobiliare e immobiliare del Conte in zona, almeno fino al 1958, quando all’oggetto viene aggiunto: la società potrà inoltre compiere opere di bonifica e di trasformazione agraria, la vendita di prodotti agrari e anche la loro trasformazione. La società, così, riesce ad ottenere i migliori terreni agricoli della zona, al confine calabro-lucano, ed in base alla legge del 26.11.55 n° 1177 oltre 15 milioni per opere di sistemazione, impianti di irrigazione eccetera, e 702 milioni per opere di miglioramento fondiario corrispondenti al 75% circa del costo dichiarato per tale realizzazione, ammesso che questo fosse veritiero. Per la parte lucana riesce ad ottenere il 38% di quanto dichiarato e, considerata esigua tale cifra, grazie all’intervento della Cassa per il Mezzogiorno, il Conte riesce ad ottenere un congruo contributo, come premio, dall’Ispettorato compartimentale agrario della Lucania, perché la Pamafi viene considerata azienda modello. Non passerà qualche anno e il vento forse strumentale, della crisi, investe l’azienda i cui suoli vorrebbero essere sfruttati non più a scopo produttivo ma turistico, e riesce a sopravvivere grazie al forte impegno delle forze sindacali e politiche, ma principalmente dalla determinante volontà di lotte degli operai, poi costituitisi in cooperativa, che più volte all’epoca occupano la sede comunale. Finiti i soldi dello stato, anche qui decine e decine di operai, contadini, allevatori, verranno licenziati e la struttura abbandonata, dopo essere stata messa in vendita dal Conte Rivetti e  acquistata dalla Regione Basilicata,  con i fondi della Cassa Contadina per salvaguardare il territorio di Castrocucco e l’attivita’ produttiva e occupazionale. Successivamente la Regione ha venduto alla Flomar srl l’intera proprietà. La Flomar si impegnò ad estinguere il mutuo presso la Cassa Contadina,impegno non mantenuto. Per effetto del contratto stipulato e del patto di riservato dominio, gli amministratori della Flomar, posta in liquidazione coatta nel 2007,dovevano restituire l’area e gli immobili alla Regione. Tutto questo non avvenne e nel 2011 liquidatori chiesero alla Regione,che non ha accettato ,la vendita di immobili per”saldare la debitoria della cooperativa” e nutrire la liquidazione.

Carcere e società nell’era di Grillo e Salvini

“Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri” . Voltaire

sotto il carcere 025Sandra Berardi è  presidente dell’associazione Yairaiha che si occupa di carcere. 
Cos’è il carcere ce lo spiega la presidente dell’associazione nata  a Cosenza nel marzo del 2006.

Domanda: L’associazione è nata qui a Cosenza nel marzo del 2006. Di cosa si tratta?

Risposta: Per narrare l’associazione devo necessariamente ripercorrere la mia storia politica. Storia personale che è storia collettiva. Un io collettivo che, per forza di cose, non può narrarsi in prima persona. Ogni piccola o grande battaglia costruita, con pochi o molti compagni, è data dall’azione collettiva, senza mai voltarsi indietro, senza guardare se eravamo in tre, trenta o trecento. L’importante era ed è crederci, avere un sogno, una intuizione e la determinazione a portarli avanti fino in fondo. La storia e il presente ci da ragione, nelle vittorie ma anche nelle sconfitte.

Agli inizi degli anni ’90 ho fatto parte del collettivo politico del centro sociale autogestito Granma,  successivamente demmo vita al collettivo “La settima onda” affrontando principalmente la questione dei prigionieri politici. La seconda metà degli anni 90 sono caratterizzati dall’apertura dei primi CPT, grazie alla legge Turco-Napolitano e due vennero aperti proprio in Calabria. Con molti compagni, sia a livello regionale che nazionale, iniziammo ad affrontare la questione migranti e Cpt producendo centinaia di mobilitazioni, inchieste e denunce, per oltre un decennio, per la chiusura delle galere etniche e per il riconoscimento dei diritti di cittadinanza dei migranti. Il confronto con la comunità Kurda  ha permesso un salto di qualità al movimento cosentino. Con diversi compagni iniziamo l’esperienza della Kasbah (personalmente solo nei primi anni, fino al 2005) con l’obiettivo di chiudere le galere etniche e dare cittadinanza ai fratelli migranti tutti, a prescindere dalle artificiose categorie scientemente create, e mettere in discussione le politiche criminogene. Tra le iniziative più significative “Guerre, profughi e migranti” e Fierainmensa. E poi via via movimento no global, no ponte, acqua. Molte esperienze di cui ho fatto parte sono concluse, altre hanno cambiato volto.

Dal 1997 al 2005 ho fatto la volontaria presso il carcere minorile di Catanzaro. E nel 2005 ho avuto modo di fare una ricerca sulla condizione dei migranti nelle carceri per adulti in Calabria e li mi si è aperto uno scenario aberrante.

Immaginare la galera per chi ha commesso un reato è facile ma, entrare in una sezione e vedere le persone recluse peggio degli animali, mi ha restituito la barbarie di cui è ancora capace l’umanità.  Queste esperienze hanno determinato la creazione dell’Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus, che oggi rappresento. Le ispezioni con parlamentari nelle carceri di tutt’Italia in questi anni e la corrispondenza con centinaia di detenuti, ci hanno permesso di incontrare e toccare con mano la brutalità e l’inutilità del sistema penale così come è concepito: una pena che serve solo a recludere le persone senza prospettargli null’altro che di “pagare” il proprio reato alla società con l’annullamento psico-fisico e l’ozio forzato tra ferro e cemento. Nessun accompagnamento alla comprensione del male commesso, nessuna utilità ne “retribuzione” verso le vittime di reato, nessun paracadute sociale all’uscita dal carcere. L’apice della barbarie lo abbiamo “incontrato” con l’ergastolo e il 41 bis assumendo da subito la lotta per l’abolizione di una pena e un regime che sono Tortura e non solo perché ce lo dicono l’Onu e la Cedu, ma perché viviamo al sud e sappiamo bene che “le mafie” non si combattono nelle celle ma sui territori, dicendo no al ponte e al tav, attraverso la lotta alla speculazione edilizia e per il diritto alla casa, attraverso la legalizzazione e la depenalizzazione delle sostanze, attraverso l’introduzione di un reddito dignitoso per tutti e tutte. Basti pensare solo questi ultimi due punti quanto consenso toglierebbero ai sistemi criminali e alla fabbrica penale.

La prima campagna di sensibilizzazione che facemmo fu quella per l’amnistia e l’indulto. In collaborazione con Rifondazione stampammo 500.000 cartoline che distribuimmo davanti a tutte le carceri calabresi ai familiari dei detenuti che a loro volta distribuirono nei loro paesi e città spedendole al presidente della repubblica e al ministro della giustizia.

Nell’agosto del 2006,  il governo Prodi vara l’indulto, prevedendo delle misure d’inserimento per quanti sarebbero usciti di prigione. Cosenza avrebbe potuto accedere a questi stanziamenti consorziandosi con altri comuni e, nei mesi precedenti, provammo anche a sollecitare l’amministrazione affinché si consorziasse con altri comuni della provincia e predisponesse qualche progetto utile. Ma non ci ascoltarono.

A Cosenza ci furono circa 75 persone che beneficiarono dell’indulto. Ma senza alcun sostegno si ritrovarono in mezzo alla strada. Assieme a loro demmo vita ad un presidio quotidiano sotto il comune e a diverse occupazioni del consiglio comunale…LAVORO E DIGNITA’, NE CARCERE NE PRECARIETA’, era lo slogan che riassumeva le loro rivendicazioni. Ricordo ancora i volti letteralmente “sbiancati” del sindaco Perugini e dei consiglieri! Riuscimmo ad ottenere delle borse lavoro dalla regione per 6 mesi. Qualcuno più intraprendente riuscì ad aprire anche una cooperativa e ad ottenere delle commesse.

Da questa lotta vincente poi ci chiesero supporto alcune famiglie in emergenza abitativa. Diamo vita così il movimento di lotta per la casa. Dopo una prima fase, questo movimento si ferma per poi riprendere un anno dopo..e non fermarsi più (almeno fino ad oggi). Molti dei protagonisti di quella prima occupazione li ritrovammo a via Popilia durante un’ispezione che facemmo con Haidi Giuliani nel febbraio successivo. Erano finiti dentro per piccoli reati, storie di mala-vita (nel senso di vite difficili più che “criminali”), storie di sopravvivenza in una città dove il malaffare era, ed è, concentrato nel ciclo del mattone e nella speculazione finanziaria e politica sul bisogno casa.

Domanda: Quante sono le carceri in Calabria e quanti sono i detenuti?

Risposta: In Calabria le carceri sono 12 più un istituto minorile. Sono presenti circa 3000 detenuti provenienti anche da altre regioni o migranti. Per avere un dato relativo al numero di detenuti di origine calabrese bisogna guardare al dato nazionale perché la prevalenza della popolazione detenuta italiana è originaria delle 4 regioni del sud (Calabria, Sicilia, Campania e Puglia).

Domanda: Come vengono trattati i detenuti. Hanno possibilità di incontri familiari in un ambiente condiviso o ancora si parla dietro i vetri?

Risposta: Il vetro e il muro divisorio sopravvivono solo nelle sezioni del 41 bis, i colloqui avvengono in sale comuni con tavoli e sedie, in alcuni istituti sono state attrezzate anche delle aree verdi per i detenuti con minori, ma attenzione, si ha diritto ad usufruire delle aree verdi se si è genitori dei minori, se si è nonni si fa colloquio nelle sale normali. Come vengono trattati? Semplicemente non vengono trattati. Difficilmente il detenuto viene considerato una persona. È un numero tra tanti che viene contato, infantilizzato, si cerca di addomesticarlo non di fargli prendere coscienza dell’errore eventualmente commesso. Le opportunità, tranne che in pochi casi, sono fittizie. Considero la prevalenza delle attività che si svolgono nelle carceri “operazioni di abbellimento”, un’infiocchettatura che serve a restituire un’immagine efficace del carcere quando sia le statistiche che la conoscenza ci restituiscono una realtà prevalentemente fallimentare del carcere. Le poche esperienze che portano le persone detenute ad una rielaborazione critica del proprio passato, soprattutto quando si parla di persone legate ad organizzazioni mafiose, sono riferibili ad esperienze come quella della redazione di Ristretti Orizzonti a Padova. Ma è una esperienza che nasce all’interno del volontariato non nell’ambito “trattamentale”. Poi ci sono le eccezioni. Ma non vale in qualsiasi carcere. La discrezionalità, e la sensibilità, delle singole direzioni hanno un ruolo fondamentale nella possibilità di far fare esperienze positive e utili per la ricostruzione di vite “spezzate”.

Domanda: La battaglia per la liberazione del detenuto dell’Utri gravemente ammalato è riuscita. Ma non è che è riuscita perchè Dell’Utri è un detenuto famoso. Com’è la situazione degli altri detenuti ? C’è speranza per loro ?

Risposta : Senz’altro il detenuto Dell’Utri ha avuto diverse possibilità in più rispetto al detenuto comune, alle migliaia di sig. Nessuno che quotidianamente ci scrivono o che incontriamo durante le ispezioni. Ha avuto l’appoggio di una forza politica, che gli ha dato anche risalto mediatico, e la possibilità economica di presentare ricorsi fino in Cassazione, cosa che non tutti possono permettersi. Ad esempio, stiamo seguendo il caso di un povero cristo, diabetico e sottoposto a terapia insulinica, abbandonato dalla sua famiglia ed anche dai suoi avvocati perché assolutamente indigente, basti pensare che lo sostengono economicamente gli altri detenuti (attualmente si trova a Spoleto ed è di origine palermitana), per fargli fare l’incidente di esecuzione, perché altrimenti rischia di fare 40 anni di carcere per vari processi sempre per lo stesso reato (spaccio) avvenuti nello stesso periodo. Si chiama Michele B. e non Dell’Utri e non aveva più un avvocato disposto a seguirlo.

Domanda: Quali sono le iniziative in corso da parte dell’associazione ?

Risposta: Tante. Oltre alla campagna permanete per l’abolizione dell’ergastolo, ai ricorsi per il lavoro sottopagato (ad oggi abbiamo 35 ricorsi in discussione al tribunale del lavoro di Roma grazie alla disponibilità dei nostri avvocati, Giuseppe Lanzino e Marco Aiello, e di due consulenti del lavoro, Lino Landro e Alessandro Occhiuto, nonostante i bastoni tra le ruote posti da alcune direzioni che hanno reso difficile fin anche l’autentica di una firma!), abbiamo lanciato un appello per la scarcerazione di tutti i detenuti gravemente ammalati al pari e superiori a Dell’Utri. Non è una provocazione ma è paradossale che si riconosca a Dell’Utri il diritto alla sospensione della pena e non a chi ha 3 tumori in atto e 19 interventi oncologici pregressi. Questo è in assoluto il detenuto in condizioni peggiori che fino ad oggi abbiamo incontrato, peraltro in 41 bis e fra due anni finisce di scontare la sua condanna. Anche il magistrato di sorveglianza si è espresso favorevolmente alla detenzione domiciliare, ma il ministero non acconsente. Riporto il caso più emblematico, ma tutti i casi di cui siamo a conoscenza sono stati segnalati al ministero, al Dap, alle magistrature di sorveglianza competenti, ecc.

Domanda : Le dichiarazioni di Grillo sull’abolizione del carcere lasciano sperare in un futuro senza galere ? D’altra parte nei paesi scandinavi questa visione della carcerazione è già operativa da diversi anni.

Risposta : Nell’attuale quadro politico è sicuramente da mettere a valore (gli abbiamo inviato immediatamente una mail, ancora senza risposta) ma esce un po troppo ad “orologeria”, guarda caso il giorno in cui il governo boccia definitivamente la timida riforma Orlando. Avendo capito un po il gioco dei 5stelle diffido. Diffido in generale, ma di quelli che non sono ne di destra ne di sinistra ancor di più. Secondo me con questa uscita di Grillo stanno provando a recuperare terreno nella base tendente a sinistra del loro elettorato, fermo restando il contratto di governo che sta camminando speditamente nelle parti che ratificheranno lo Stato di Polizia in Italia. Vedremo cosa succederà nelle prossime settimane.

Domanda: Un’ultima domanda. Il pronunciamento della Corte Costituzionale in merito all’ergastolo che non da accesso alle misure alternativa è una possibilità concreta di superamento dell’ostatività?

Risposta: È sicuramente un pronunciamento importante che apre uno spiraglio anche se resta vincolato alla discrezionalità dei singoli magistrati di sorveglianza. Quello che sosteniamo da sempre è l’incostituzionalità dell’ergastolo in quanto pena perpetua che cozza con i principi dell’art. 27 della costituzione, nel caso dell c.d. ergastolo “ostativo” si va a rafforzare assolutamente l’incostituzionalità perché chi è condannato ai sensi del 4bis ha una condanna a morte in vita. Peraltro, l’ostatività nel suo complesso, introdotta nel 2008, è stata applicata retroattivamente. La logica suggerisce che se è discriminante per i condannati ai sensi del 630 c.p. e del 289bis c.p. non poter accedere ai benefici lo dovrebbe essere anche per i condannati ai sensi di altri articoli. Anche qua bisognerà aspettare che si presenti un caso concreto per vedere gli effetti che questa sentenza produrrà.

Ritorna il partito dei rassicuratori

E’ banuove 013stato che un giornalista descrivesse dall’alto del suo elicottero, al seguito del Giro d’Italia,  qualche problemino del Tirreno cosentino ed ecco subito la canea politica da destra ai cinque stelle scagliarsi contro la Rai, contro lo stesso giornalista, contro tutti coloro che pensavano di difenderlo.

In effetti cosa ha detto il giornalista di tanto grave ? ha descritto qualche nostro problema e niente altro. Problemi noti ( durante il giro intanto ci sono stati in Calabria tre omicidi, qualche rapina, qualche attentato, qualche auto bruciata…che vuoi che sia )  dalla nave dei veleni a Cetraro alla presenza di qualche cosca mafiosa, e allora ? Perché scandalizzarsi ? perché continuare a nasconderci dietro un dito ? Forse il giornalista, avrebbe potuto evitare di dirlo in questa occasione, dato che i Sindaci e la Regione cacciano bei soldoni per la sfilata ciclistica ( Praia a Mare  caccia ogni anno fino a 100 mila euro !), ma avrebbe potuto dire molto di più, ed a questo punto,  per nostra fortuna  è meglio che non l’abbia fatto.

Avrebbe potuto parlare, per esempio dell’alta incidenza tumorale esistente nel nostro territorio, della mancanza di strutture sanitarie idonee, della stessa ss 18 diventata strada della morte per la sua mancata manutenzione ( salvo che in queste occasioni), dei depuratori che vanno in tilt, delle tonnellate di rifiuti tossici esistenti nell’area della Marlane, dell’archeologia industriale abbandonata quale la Marani di Cetraro, la Foderauto di Belvedere M.mo, della Lini e Lane di Praia a Mare, delle opere pubbliche abbandonate quali il porto di Diamante , dell’aviosuperficie di Scalea, dei depuratori tossici come quello di San sago a Tortora che in due anni ha sversato 4ooo tonnellate di percolato nel mare tirreno, delle aree demaniali occupate a Santa Maria del Cedro e lungo tutta la costa tirrenica, delle speculazioni edilizie in atto con lo sbancamento di intere colline e tanto altro ancora.

Non pensate in definitiva che ci sia andata bene ?

jollyIl giornalista avrà sbagliato, ma la canea che si è scatenata a difesa dei nostri territori a mio avviso è peggiore del suo errore. Una canea che si allea solo per coprire verità note a tutti i cittadini, che in migliaia senza appartenenze politiche nel 2009 sfilarono per le vie di Amanatea fischiando tutti i politici.

Solo a sentire parlare della nave Cunsky affondata a Cetraro e di navi dei veleni,  ecco l’altro giornalismo, supino ai poteri politici saltare subito sulla sedia e parlare subito di “bufala”e di “vicenda chiusa”, dimenticando la ministra Prestigiacomo e le sue vere bufale, dimenticando l’amico di Berlusconi , Attanasio che manda la sua Oceano Mare e cercare una nave della prima guerra mondiale che già conoscevamo, dimenticando le ricostruzioni precise di un pentito sui suoi incontri con la cosca di Cetraro.

I sindaci servono a questo, a  rassicurare subito tutti e far dimenticare tutto.

Ma chiedetelo a Natale De Grazia , eroe INUTILE a questo punto, il sacrificio del quale non è servito a niente,  e che serve solo a farsi vedere scoprire qualche targa in sua memoria il 12 dicembre di ogni anno, chiedetelo ai tanti testimoni coraggiosi che ne hanno parlato nelle varie inchieste aperte da magistrati che poi quelle inchieste se le sono vendute dopo essersi ampiamente pubblicizzati su quotidiani e riviste patinate. Chiedetelo a quei giornalisti coraggiosi come Ilaria Alpi che fino in fondo hanno cercato di portare a galla la verità su quel traffico internazionale di rifiuti tossici e radioattivi che ha portato ad affondare ben 40 navi ( certificate dalla Lloyd di Londra ) nel nostro mediterraneo.

12438_1259471007743_1258703339_787982_3162445_nOtto di queste navi con il loro carico tossico sono lungo le nostre coste attraversate dal Giro d’Italia ( la ASO affondata davanti Locri  nel 1979, la Misurina affondata nel 1981 davanti Capo Spartivento nel 1981, la Maria Pia M. affondata nel 1986 davanti Capo Colonna, la Rigel affondata anche questa davanti capo Spartivento nel 1987, la Jolly Rosso spiaggiata nel 1990 a Campora San Giovanni svuotata dei rifiuti sparsi lungo il fiume Olivo e poi repentinamente smantellata, la Cunsky davanti Cetraro affondata nel 1991, la Marineta affondata nel 1993 davanti Punta Stilo, la Korabi che sparì col suo carico davanti Badolato nel 1995 ).

Chiedetelo al pentito Fonti , oramai morto e dimenticato che ha rivelato i traffici nel nostro mare, chiedetelo a quei giornalisti d’inchiesta che hanno scritto libri e consultato gli archivi dimenticati sulle navi  esistenti nei magazzini polverosi delle nostre procure, ricevendo minacce e decine di querele.

Chiedetelo ai vari cittadini che da anni lottano per bonificare i nostri territori, avere una sanità efficiente, avere un mare pulito per tutto l’anno e non per un mese solo all’anno.

con miliucciMa certo l’estate è vicina e dobbiamo stare zitti. I turisti devono venire a frotte, la nostra costa tirrenica deve diventare la Striscia di Gaza ( a proposito il Giro d’Italia è partito proprio da quelle zone e nessun giornalista si è sognato di nominarla) con 1 milione di presenze in soli 50 chilometri di costa e devono stare tranquilli, anche se non troveranno il mare pulito noi dovremo dire che il mare è pulito, che non esistono tumori, che non esiste la ‘ndrangheta, che nessuno paga tangenti, che tutto va bene insomma e che ogni sindaco, ogni politico fa bene a difendere il proprio elettorato, pardon territorio volevo dire,  contro qualche altro paese vicino.

16243_1280082802641_1247188352_859820_4468406_nE’ così che si va avanti da noi,nascondendoci   le verità, facendo finta di niente, e adesso mi raccomando licenziatelo quel giornalista, perché al di là dell’opportunità o meno di dire quelle cose dall’elicottero, un giornalista può scrivere di tutto e tutti, può inventarsi storie, criminalizzare qualche disgraziato, ma non deve permettersi , mai e poi mai, di dire la verità.

La Calabria resta la terra dei rifiuti tossici e dei tumori

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Pensavamo che la Calabria fosse uscita dalle rotte dei rifiuti tossici, ed invece la recente “Operazione Stige” , messa in atto dal procuratore Gratteri che ha portato all’arresto di colletti bianchi e ‘ndranghetisti, ci fa ripiombare in una triste realtà. Dalle intercettazioni fra i ‘ndranghetisti viene fuori un traffico di rifiuti tossici esistente dall’Ilva di Taranto ai terreni della Calabria. Si parla di dieci, dodici camion al giorno di rifiuti tossici. Non si sa ancora per quanti mesi sia avvenuto questo traffico e soprattutto dove questo materiale sia stato sversato. La Calabria resta quindi meta preferita, ancora del traffico di rifiuti tossici proprio per questa simbiosi fra ‘ndrangheta e amministratori, così come avvenuto nel recente passato. Tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici  sversati, nei fiumi, nei terreni agricoli, nelle montagne, nelle dighe, finanche nel cemento per costruire le case, le scuole,i piazzali. Un disastro immane che trova ancora oggi solo silenzi, perché la Calabria deve restare la terra dei turisti, delle meraviglie, dei percorsi naturalistici, e la macchina dei soldi non può essere fermata da qualche malato di tumore. Ci chiediamo tutti , intanto, come sia possibile che una colonna di camion che ogni giorno transita per le strade della Calabria non venga notata dalla POLSTRADA o da altre forze dell’ordine. Forse perché tutti, abbiamo rimosso le tonnellate di rifiuti di zinco sepolti nella sibaritide. Ne sono state trovate solo 35 mila tonnellate, ma ne mancano all’appello oltre 300 mila. Abbiamo tutti rimosso che uno degli accusati nell’ordinanza di arresto avvenuto nel 1989 fu proprio un assessore all’ambiente della Regione Calabria, che poi come avviene nella nostra regione, a meno che  non si rubi uno stereo o si fumi uno spinello, tutto venne prescritto ed archiviato. Nessun colpevole, nessun processo, nessuna sentenza. Restano solo i tumori. In Calabria non possiamo neanche sapere quanta gente muore di tumore in quanto non esiste ancora un serio registro dei tumori.  Neanche a parlarne di navi dei veleni. Tutto si è perso e dimenticato. L’attenzione venuta fuori dalle dichiarazioni del pentito Fonti, oramai morto, e dalla manifestazione di Amantea nel 2009 è oramai acqua passata. Di navi dei veleni si parla solo , al momento, nelle aule dei tribunali per le denunce per diffamazione che  la Società genovese , Messina ha sparso in tutti i tribunali d’Italia, mentre l’affossatore della nave Cunsky a Cetraro e di tutte le inchieste sulle navi affondate, l’allora Procuratore capo della Dda Grasso, promosso Presidente del senato, è oggi osannato come capo della “sinistra radicale” .  Abbiamo scherzato, ma non possiamo dimenticare. Le malattie tumorali aumentano a vista d’occhio e gli ospedali calabresi non riescono nemmeno più a seguire tutti gli ammalati per mancanza di strutture specifiche, macchinari, medici, reparti specializzati. Per esempio solo a Cosenza, Catanzaro e Reggio è possibile fare la radioterapia. Nella costa tirrenica solo a Paola si può fare la chemio ed in una sala con massimo dieci posti. Questo vuol dire lunghe liste di attesa e fuga nelle altre regioni dei malati. L’allarme tumori venne lanciato già una decina d’anni fa dal dott. De Matteis medico di base di Paola che fece una raccordo con altri medici di base della stessa cittadina mettendo insieme le cartelle cliniche di ben  241 malati di tumore della cittadina.  Quello che il dott. De Matteis,avrebbe voluto era un’indagine a larga scala coinvolgendo anche gli altri paesi della costa.   Secondo la statistica stilata dal medico, nella fascia di età compresa fra i 30 e i 34 anni i giovani si ammalerebbero con una media pari a 2.90 percento rispetto alla media nazionale che è allo 0.74. “Quello che ci vorrebbe , secondo il dottor De Matteis, sarebbe il potenziamento degli strumenti diagnostici e del personale per fare una buona prevenzione “. Come  risposta De Matteis  così come tutti gli ammalati di tumore , ha solo ricevuto la Chiusura degli ospedali piuttosto che il loro potenziamento.  Se non ci sono bonifiche nei terreni della Calabria colpiti dai rifiuti tossici, vuol dire solo che le malattie si propagano come prima. E’ quanto  avviene a Crotone dove non è stata fatta nessuna bonifica per quegli interi quartieri costruiti con il materiale tossico proveniente dalla Pertusola, o a Praia a Mare nel terreno antistante la Marlane, o lungo il fiume Noce dove è stato scaricato di tutto, o lungo il fiume Oliva ad Amantea, a San Calogero di Vibo, nella galleria radioattiva della Limina lungo la Rosarno-Gioiosa Ionica.  Riguardo al Fiume Oliva nell’ordinanza di rinvio a giudizio fatta dal Tribunale di Paola nei confronti dei proprietari di una ditta accusati di aver seppellito rifiuti di ogni genere compresi rifiuti tossici nel fiume, poi assolti nei due gradi di giudizio, leggiamo che due pescatori abituali  di trote in una vasca naturale , luogo che frequentavano fin dal 1993, sono stati colpiti da tumore. Un pescatore è deceduto nel 2009, l’altro è ammalato di “sarcoidosi con interessamento polmonare e linfonodale mediastinico e steatosi epatica ed angioma epatico”. Oggi il fiume Oliva continua ad essere frequentato da pescatori sin dalla foce, e ancora oggi ci si coltiva ed alleva, nonostante che sia stata accertata la presenza di “migliaia di metri cubi di fanghi industriali, di diversa colorazione- ocra,nero,grigio,marrone e verde- con presenza importante di ferro e manganese dispersa nella matrice, rifiuti dell’edilizia, cavi elettrici e rifiuti assimilabili agli RSU ( da alcune decine di migliaia di metri cubi a ca.140 metri cubi) contaminati con metalli pesanti ed altri inquinanti”, e tutto questo determinava, leggiamo sempre nell’ordinanza del tribunale,  “ l’avvelenamento delle acque sotterranee del bacino del fiume Oliva, destinate al consumo umano diretto, all’alimentazione di animali di allevamento, alle varie fasi di un impianto di macellazione industriale, all’irrigazione di colture agricole, con il conseguente , successivo, passaggio nella catena alimentare, ove venivano registrate concentrazioni superiori ai limiti di legge per quanto riguarda i solfati, i nitrati, il manganese, il ferro, il tallio, l’arsenico e il cloroformio, con necessità di interventi di bonifica sulle sorgenti secondarie”    .  A Praia a Mare , ancora oggi, c’è una situazione simile. Sono state accertate le responsabilità di chi ha fatto sotterrare i rifiuti tossici provenienti dalla fabbrica, ma nei due gradi di giudizio anche questa volta assolti. Ci sono a proposito testimonianze, video, foto, accertamenti ed analisi fatte dall’Arpacal e da periti del tribunale di Paola. C’è un nuovo processo in corso , ma intanto i rifiuti sono ancora lì. Il “nuovo” sindaco di Praia a mare, Antonio Praticò , che per altro è il vecchio sindaco, essendo stato dipendente di quella fabbrica sa cosa è successo, ma oggi continua a far finta che in quei terreni non ci sia niente, ed anzi vorrebbe tombare tutto per far dimenticare quella storia. Restiamo speranzosi che questo nuovo caso possa servire a riaprire tutti gli altri  casi rimasti aperti.