Gli eroi sono tutti giovani e belli

54522565_2069747779810351_2148820306247024640_nIn memoria dell’anarchico Lorenzo Orsetti detto Orso

La locomotiva di Francesco Guccini ,canzone scritta nel lontano  1972 e sembra parlare proprio di questo giovane eroe fiorentino, che per i suoi ideali si è recato a combattere il maggior pericolo, per tutti noi occidentali,  oggi esistente sulla terra. Lorenzo Orsetti , detto orso, era a fianco dei kurdi per un suo ideale ma anche per tutti noi. Il suo gesto è un gesto eroico, tipico di quegli anarchici dell’800 descritti nella formidabile canzone di Guccini. La canzone, la Locomotiva,  si riferisce a un fatto realmente accaduto, raccontato con alcuni adattamenti poetici. Protagonista della vicenda il macchinista (fuochista) anarchico Pietro Rigosi, 28 anni, sposato e padre di due bambine di tre anni e dieci mesi. Poco prima delle 5 pomeridiane del 20 luglio 1893 Rigosi si impadronì di una locomotiva sganciata da un treno merci nei pressi della stazione di Poggio Renatico e si diresse alla velocità di 50 km/h, che per quei tempi era notevole, verso la stazione di Bologna. Il personale tecnico della stazione deviò la corsa della locomotiva su un binario morto, dove essa si schiantò contro sei carri merci in sosta. L’impatto fu tremendo e l’uomo venne sbalzato via in seguito all’urto; sopravvisse, ma gli venne amputata una gamba e rimase sfigurato in viso. Dopo due mesi venne dimesso dall’ospedale e esonerato dal servizio in ferrovia per motivi di salute. Non si sono mai saputi i motivi che spinsero l’uomo a questo folle gesto, ma le sue idee profondamente anarchiche ed una dichiarazione resa dopo il ricovero: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!” convinsero l’opinione pubblica che si trattasse di un gesto di protesta contro le dure condizioni di vita e di lavoro di quegli anni e contro l’ingiustizia sociale, che si manifestava in ogni situazione come ad esempio nell’ambito ferroviario dove c’era una prima classe lussuosa e confortevole, mentre le carrozze delle classi inferiori erano fatiscenti e scomode. Gran parte dei giornali dell’epoca, invece, chiuse la vicenda, definendola un puro atto di pazzia.  Guccini colse il significato anarchico del gesto e, immaginando l’uomo come un eroe proletario, riadattò la vicenda per crearne un pezzo importante e significativo per questa determinata corrente di pensiero e fece diventare il personaggio di Rigosi simbolo della lotta di classe.

 

La Locomotiva di Francesco Guccini

 Non so che viso avesse, neppure come si chiamava, con che voce parlasse, con quale voce poi cantava, quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli, ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e belli… Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere: i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere, i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti  sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso lanciato sopra i continenti,  lanciato sopra i continenti, lanciato sopra i continenti… E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano  che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano: ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite, sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite, la stessa forza della dinamite, la stessa forza della dinamite. Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali” e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via la bomba proletaria e illuminava l’ aria la fiaccola dell’ anarchia, la fiaccola dell’ anarchia, la fiaccola dell’ anarchia…Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione, un treno di lusso, lontana destinazione: vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori, pensava al magro giorno della sua gente attorno, pensava un treno pieno di signori, pensava un treno pieno di signori, pensava un treno pieno di signori…Non so che cosa accadde, perché prese la decisione, forse una rabbia antica, generazioni senza nome che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore: dimenticò pietà, scordò la sua bontà, la bomba sua la macchina a vapore, la bomba sua la macchina a vapore, la bomba sua la macchina a vapore…E sul binario stava la locomotiva, la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva, sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio, con forza cieca di baleno, con forza cieca di baleno,  con forza cieca di baleno… E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto. Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura e prima di pensare a quel che stava a fare, il mostro divorava la pianura, il mostro divorava la pianura, il mostro divorava la pianura… Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta, nessuno immaginava di andare verso la vendetta, ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno: “notizia di emergenza, agite con urgenza, un pazzo si è lanciato contro al treno, un pazzo si è lanciato contro al treno, un pazzo si è lanciato contro al treno…” Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva  e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria: “Fratello, non temere, che corro al mio dovere! Trionfi la giustizia proletaria! Trionfi la giustizia proletaria! Trionfi la giustizia proletaria!”  E intanto corre corre corre sempre più forte  e corre corre corre corre verso la morte e niente ormai può trattenere l’ immensa forza distruttrice, aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto della grande consolatrice, della grande consolatrice, della grande consolatrice…La storia ci racconta come finì la corsa la macchina deviata lungo una linea morta… con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava,  esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo: lo raccolsero che ancora respirava,  lo raccolsero che ancora respirava, lo raccolsero che ancora respirava… Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore mentre fa correr via la macchina a vapore e che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ ingiustizia, lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,  lanciata a bomba contro l’ ingiustizia!

L’8 Marzo delle operaie dimenticate della Marlane

 

i veleni col vapore uscivano da queste vasche

i veleni col vapore uscivano da queste vasche

Furono decine le operaie della Marlane morte per tumori

 

Le operaie della Marlane, molto più degli operai, erano quelle che credevano più di tutti alle potenzialità di quella fabbrica, alla crescita economica ed alla fine della fame che nelle loro famiglie avevano  subìto nel dopoguerra. Molte di loro erano figlie di contadini. Avevano visto , con i loro occhi, le proprie madri, lavorare la terra . Molte di loro avevano visto le proprie madri lavorare ai telai, che avevano in casa, ed al duro lavoro, senza riuscire a fare quel salto economico che tutti si aspettavano dal lavoro. Poi la svolta. Il lavoro salariato, la paga a fine mese, i contributi, le ferie, la sicurezza di poter comprare una nuova casa. Le operaie, più degli uomini, pensano al progresso della famiglia, al futuro dei propri figli, al lavoro che un domani avrebbero potuto fare anche i propri figli. Teresa Maimone era una di queste operaie. Arrivava in fabbrica in bicicletta, desiderosa di affermarsi, di andare avanti di portare il pane alla famiglia. Poi le morti per tumore, una dopo l’altra. Un elenco di donne  operaie dimenticato, che nessuno ha intenzione di voler ricordare. A Tortora , esiste una via dedicata a Stefano Rivetti, fondatore della fabbrica, ma non una via dedicata alle donne ed agli uomini della Marlane. Niente esiste neanche a Praia a Mare.

i veleni trovati nei terreni della Marlane , sono ancora lì

i veleni trovati nei terreni della Marlane , sono ancora lì

Lì sono rimasti solo le tonnellate di rifiuti, certificati anche dall’ultima perizia depositata una settimana fa nel tribunale di paola. Una perizia che dovrebbe essere distribuita casa per casa, per far capire i pericoli esistenti in quei terreni, ed i pericoli che i cittadini corrono in quella cittadina. Il Comune di Tortora, sindaco Lamboglia, è l’unico comune della costa tirrenica che si è costituito parte civile nel processo contro i dirigenti della fabbrica. Gli altri sindaci, compreso quello di Praia a Mare fa finta di non sapere niente. Ma le morti ed i veleni ci sono, e nessuno oggi ha voglia di ricordarsene.   Come nessuno ricorda le donne operaie, in questo 8 marzo dedicato a balli e spogliarelli maschili, nei locali della costa tirrenica . Francesca Bocchino di Maratea è morta nel 1995 all’età di 49 anni per carcinoma al colon, Maria Rodilosso di Aieta è morta nel 1998 all’età di 50 anni per carcinoma mammario, Nelide Scarpino di San Nicola Arcella è morta nel 1999 all’età di 60 anni per tumore allo stomaco, Teresa Maimone di Maratea è morta nel 2000 all’età di 54 anni per tumore all’utero, Pasqualina Licordari, di Gallina è morta nel 2002 all’età di 61 anni  per carcinoma del colon,  Resina Manzi di Aieta è morta nel 2005 all’età di 62 anni per tumore mammario,Domenica Felice di Tortora è morta nel 2003 all’età di 48 anni per  carcinoma midollare della mammella,  Maria Iannotti di Trecchina morta nel 1988 all’età di 48 anni per tumore maligno del colon. Queste alcune delle decine e decine di operaie della fabbrica della morte , Marlane di Praia a Mare colpite o decedute per terribili tumori maligni dovuti ai fumi cancerogeni che venivano fuori dalle vasche del reparto tintoria e dalle polveri dell’amianto sparse per  l’unico ambiente del capannone. Lavoravano tutte senza mascherine, né tute di protezione, né guanti, in un unico ambiente al centro del quale vi erano le macchine della tintoria dove venivano usati ,all’insaputa di tutti terribili veleni chimici. Nel 2013, durante il processo Marlane, in primo grado,  nel tribunale di Paola, l’ironia della sorte volle che un’udienza capitasse proprio un Venerdì 8 marzo.  Un processo che si chiuse in primo e secondo grado con la completa assoluzione di tutti gli imputati comeso il capo Marzotto. Ora si cerca di aprire un nuovo processo, nella speranza che si giunga alla verità, perché queste donne , così come le centinaia di altri operai, abbiano filanlmente giustizia, ed una piazza che li ricordi.

Dedichiamo questa giornata al ricordo delle tante operaie che non potranno festeggiare il giorno dedicato alle donne e proprio in loro nome resteremo vigili e presenti, fuori e dentro il tribunale con le nostre lenzuola bianche, perché il processo si svolga con la massima celerità per giungere alla verità e dia giustizia alle operaie, agli operai ed ai loro familiari che hanno subito e continuano a subire tante sofferenze.

La banalizzazione della mafia ad opera di Gratteri

Schermata-2014-12-10-alle-20.36.50Gratteri esalta la mafia, banalizzandola, ne spiega la potenza , i legami con la politica, ne racconta la storia, ne ricorda fatti di anni passati, spesso non provati, ma ne parla, rendendola ancora più forte. Il cittadino normale, che lavora quotidianamente per guadagnarsi il pane, la casalinga che porta i figli a scuola, il sindaco onesto che cerca di mantenere il proprio paese pulito, che deve fare di fronte a questa potenza ? Capiscono tutti che non si può fare niente e che l’unica arma per difendersi è quella di continuare a fare il proprio lavoro tenendosi lontano da qualsiasi tentazione collaborativa; sia con lo stato che con i mafiosi. Di fronte ai racconti che fa Gratteri, si avverte un senso di impotenza estremo. Le sue minacce continue a sciogliere più comuni, senza che questi avvengano, le sue esternazioni sulla politica che ha protetto i ladri di polli facendoli diventare criminali internazionali, lasciano tutti basiti. E mò ? ci si chiede, che facciamo ? Lui, Gratteri, gira in auto super protetto , ma noi, che viviamo per strada ? E se ci troviamo in un bar dove il boss mafioso, ti offre gentilmente il caffè, che facciamo ? le ultime esternazioni, del super procuratore Gratteri,  vengono da una lezione di “Master in intelligence” dell’università della Calabria tenuto a Catanzaro qualche giorno fa. Qui Gratteri , “ha citato l’esempio di un trafficante di San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, che non aveva pagato una partita di droga ai cartelli colombiani e che è stato intercettato dai terroristi spagnoli dell’Eta”. Tali interazioni, a giudizio del magistrato, possono trovare un’ipotesi di convergenza sopratutto nell’ambito dei porti che è difficile controllare anche per le loro estensioni, come quello di Santos che ha 35 chilometri di banchine oppure quello di Amsterdam che si sviluppa per 17. “Appunto per questo ,  l’attività di intelligence diventa decisiva. Un fenomeno a cui prestare particolare attenzione è verificare se le mafie riescano a condizionare direttamente o indirettamente alcuni media di élite che sistematicamente cercano di delegittimare le attività dei servitori dello Stato”. “Il fenomeno della ‘Ndrangheta- dice Gratteri-  è stato sottovalutato. Bisogna conoscere la storia per capire come mai da noi i ladri di polli sono diventati la mafia più ricca del mondo e altrove sono rimasti ladri di polli”. E questo Gratteri dovrebbe dirlo al Ministro Salvini, concentrato sui migranti e su decreti sicurezza che tendono solo a sgomberare baracche e centri sociali . Poi riferendosi a noi poveri abitanti della Calabria , dice che “i calabresi non sono omertosi, sono delusi, stanchi del potere, sfibrati da mille maneggi “.  Ma intanto votiamo a Salvini, e dovrebbe capirne il motivo, recondito che sta dietro alle mosse elettoralistiche compiute con certi personaggi oggi nel parlamento. Starà indagando su questa gente ? Vogliamo immaginare di si. “Il riciclaggio- ha proseguito Gratteri –  più che dai grandi istituti di credito viene compiuto spesso dalle banche locali i cui vertici sono più condizionabili.

mappa ndranghetaI capi delle mafie non sono in grado di fare operazioni raffinate di riciclaggio e quindi si servono di professionisti e di finanziarie, quasi sempre del Nord e principalmente lombarde , “le mafie sono state storicamente legittimate dalle classi dirigenti, come dimostra il primo scioglimento di un consiglio comunale per mafia avvenuto a Reggio Calabria nel 1869”. “Abbiamo sciolto tanti comuni per mafia e ne scioglieremo ancora di più. Il voto inquinato non si risolve con la decadenza dei consigli comunali ma assegnando più poteri ai commissari”.  Più poteri ai commissari e niente politica ci pare di capire, e già che ci siamo potremmo ritornare ai “prefetti di ferro” di memoria mussoliniana.  “In Colombia – ha sostenuto – ci sono grandi professionalità nel contrasto al narcotraffico, affiancate dagli operatori della Dea statunitense. Spesso collaboriamo meglio con la locale magistratura e polizia che con gli omologhi europei. Mi sono dichiarato contrario all’accordo con i terroristi delle Farc che ha provocato 260 mila morti e che è stato poi bocciato dalla popolazione”.  Questo passaggio non si capisce, dal momento che non è mai stato dimostrato che le Farc avessero a che fare con i grandi trafficanti di droga, e non per caso messi al bando non dalle popolazioni ma dagli Usa. Poi parla della scuola e qui non si capisce dove vuole arrivare: “Il livello dell’istruzione- spiega Gratteri-  in scuole e università oggi è spesso scadente per cui occorre investire nella serietà degli studi con orari a tempo pieno, non finalizzando i finanziamenti al numero e ai tempi dei promossi e remunerando meglio gli insegnanti. Amo la mia terra – ha concluso – e amo il mio lavoro ma sono indignato perché ho sessanta anni e solo ora comincio a vedere qualche cambiamento, una rivoluzione mentale che coinvolge una giovane generazione di servitori dello Stato che potrebbe invertire radicalmente la tendenza in Calabria e in Italia. Non è semplice, ma è l’unica strada”. “L’informatica risolve gran parte dei problemi dell’umanità poiché oggi anche le macchine si guidano da sole e i robot effettuano operazioni chirurgiche sull’uomo. È mai possibile che solo nella giustizia occorra rimanere ancora alla penna e al calamaio?”. E questo è l’unico punto che mi trova concorde con il magistrato. “È chiaro – ha aggiunto Gratteri – che si toccano precisi interessi a rendere veloci e trasparenti le procedure. L’informatizzazione del processo significherebbe, tra l’altro, utilizzare meglio i 10 mila addetti della polizia penitenziaria sui 44 mila totali che ogni giorno sono impegnati nelle traduzioni e nei trasferimenti dei detenuti. Questo comporta non solo un costo aggiuntivo annuo di 70 milioni di euro ma anche la chiusura di intere sezioni delle carceri per mancanza di personale, contribuendo al sovraffollamento. Inoltre, le notifiche giudiziarie elettroniche sgraverebbero quotidianamente migliaia di operatori delle forze dell’ordine da queste incombenze. Così come assegnare ai detenuti un tablet dove notificare tutti gli atti processuali migliorerebbe enormemente il sistema di amministrazione della giustizia. Questo – ha concluso – è l’esatto contrario dell’abbassamento dei livelli di garanzia”.

boss salutaMa questo bisogna dirlo ai due geni , che hanno in mano la giustizia italiana, in questo momento e cioè al ministro dell’angoscia Salvini, che si è salvato da un processo grazie all’immunità parlamentare, ed a un ministro della giustizia che , pur essendo laureato in legge , ne sa di giustizia quanto un ragioniere. Basta vedere come ha gestito l’arresto e l’arrivo di Battisti in Italia, per capire quale sia il senso di giustizia di questo soggetto.  Contro le mafie, ci vuole una mobilitazione nazionale, una presa di coscienza collettiva , colpendo al cuore dello stato mafioso, attraverso controlli serrati nelle banche  per seguire i flussi finanziari. Occorre delegittimare tutti quei parlamentari che giocano con l’elettorato mafioso, che hanno legami con le massonerie che bisogna sciogliere. Bisogna aprire gli archivi di stato, per capire chi siano stati i mandanti di tutte le stragi avvenute in Italia da Portella delle Ginestre ad oggi. Nel contempo c’è bisogno di un assunzione del meridione come nuova questione . Se la ‘ndrangheta è stata sottovalutata, come dice Gratteri, anche le regioni del sud hanno subito questo fenomeno per secoli, determinando una sotto cultura, un sotto progresso, un arretramento culturale e civile, che va immediatamente recuperato. E va recuperato partendo dai territori, dai paesi più lontani, togliendo alle mafie la mano d’opera necessaria per portare avanti le proprie attività. E bisogna avere il coraggio di eliminare dai loro traffici la più grande risorsa che è quella della droga. Liberalizzando le droghe leggere prima di tutto, e su questo Gratteri dimostra di avere un grave ritardo culturale. Oggi la marjiuana è libera in molti stati degli Usa, in molte nazioni europee,  e dove questo è avvenuto, lo stato ha guadagnato e le mafie hanno perso. Le mafie nigeriane e albanesi , vivono con lo spaccio, liberalizzando le droghe, restano senza fare niente. Lo stesso con la prostituzione. Se si vogliono liberare le giovani donne ancora per le strade , bisogna dare loro la possibilità di potersi autogestire, se lo vogliono, liberandosi così dai magnaccia. I segnali da dare, alla gente sono questi. Una presenza cotante dello stato e soprattutto non il reddito di cittadinanza dato così senza un valore, ma lavoro vero e duraturo che metta in gioco le persone , le loro idee e intelligenze, sfruttando le risorse dei territori calabresi e meridionali, ricchi di tutto, di storia, di gastronomia, di arte, archeologia e soprattutto di una grande valenza sociale e solidale che in Italia si sta spegnendo.

Non ci sono più i vescovi di una volta

cropped-Odio-senza-perdono.jpgNon ci sono più i vescovi di una volta. Oggi , in un paesino sperduto lacrima una statua , e subito il vescovo, smentisce tutto , dicendo che si tratta  di una “reazione chimica possibile nella natura delle cose”. Sulla statua di S. Francesco di Paola custodita nella parrocchia di Pannaconi di Cessaniti, oggetto nei giorni scorsi di una presunta lacrimazione, sulla quale lo stesso parroco don Felice Palamara sin da subito aveva invitato alla prudenza, il responso del vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera Tropea monsignor Luigi Renzo è negativo. Il fenomeno per la chiesa “resta al momento inspiegabile, ma non per questo vuol significare che si sia trattato di un evento soprannaturale”.  Il presule – dopo avere tenuto la statua in custodia per dieci giorni ed averla sottoposta ad una “serrata osservazione” e ad serie di “scrupolosi e prolungati controlli per verificare l’eventuale ripetersi del fenomeno” – ha avuto modo di constatare di persone che “non è affiorato nulla negli occhi e sul volto della statua. C’è da aggiungere – fa notare l’ufficio stampa della Curia vescovile – che non avendo provveduto a suo tempo a raccogliere le gocce d’acqua comparse sul viso della statua, non è stato nemmeno possibile e non sarà possibile effettuare le dovute analisi chimiche necessarie. Pertanto non si può dire nulla sulla loro natura fisico-chimica”.  Una delle possibili spiegazioni potrebbe essere legata allo spostamento della statua avvenuto nei giorni scorsi dalla chiesa in sagrestia per effettuare alcuni rilievi in vista di un suo prossimo restauro. “E’ plausibile che il cambiamento di sito e di clima, magari più umido nella sagrestia abbia potuto provocare la condensa di gocce d’acqua, riprese in quel momento con video e foto. Il legno, come si sa, può assorbire umidità, che poi in situazioni nuove di temperatura rigetta sotto forma di gocce di acqua. Non è da escludere nulla, visto tra l’altro che si è trattato di un fenomeno occasionale, non più ripetuto nel tempo”.  Non è possibile che oggi avvenga una cosa simile. La gente vuole vedere più che credere, ed in un momento come questo, il vescovo avrebbe potuto fare quello che fanno tanti altri vescovi d’Italia che fanno credere a tante cose. A Torino fanno credere che la sindone sia il sudario di Cristo nonostante una prova in tre laboratori del mondo dicano che sia un telo medioevale, a Napoli fanno sciogliere il sangue di San Gennaro, a Paravati hanno costruito un tempio enorme in memoria di Natuzza Evola che vedeva i morti, Teresa Scopelliti vede la madonna di Quarantano e parla con lei quasi ogni giorno, e così a Placanica dove Fratel Cosimo, un ex pastore, parla con la madonna  consolando poi la gente che va a migliaia ogni ultimo venerdì del mese.  Tutto questo produce un turismo religioso enorme che sposta migliaia di persone da una parte all’altra della Calabria . Gente afflitta,  che porta soldi e li consegna a confraternite che costruiscono enormi chiese, parcheggi per bus, bar e vendite di mattonelle e rosari. Perché quindi a Cessaniti san Francesco di Paola non può liberamente lacrimare ? Il vescovo ripensi a questo grave errore e dia via libera ai tanti fedeli pronti a recarsi a Cessaniti, con tanto di pullman e coroncine del rosario appresso.

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Sensazionalismo giornalistico senza sapere nulla del caso

jollyPer una dichiarazione fatta dal generale Vadalà si parla di nuovo della Jolly Rosso

Avevevo ben sperato e con me tutti quei giornalisti d’inchiesta che dal 1990 ad oggi ci siamo occupati delle navi dei veleni ed ella Jolly Rosso. Molti giornali di ieri riportavano infatti, la notizia, che nella Commissione delle Ecomafie si era parlato della Jolly Rosso. Pensavano ad un  nuovo filone d’indagine, all’apertura di una nuova inchiesta, ed invece sono state semplici parole fatte dal Commissario straordinario, Generale dei carabinieri Vadalà. Il generale dei carabinieri fa parte della  commissione straordinaria alle discariche abusive , ed ha  deciso di chiedere , alla Commissione bicamerale sulle ecomafie , di “attenzionare” l’area ad Amantea dove è stato smaltito il carico trasportato dalla nave a perdere Jolly Rosso. L’obbiettivo, dunque, è quello di capire “cosa è stato effettivamente smaltito nel sito” tanto da coinvolgere anche la Procura sul caso Amantea.  Per questo motivo Vadalà intende chiedere una “speciale attenzione da parte della Commissione”.  Durante l’audizione è emerso che il nostro Paese rischia una procedura di infrazione per la mancata bonifica di una quarantina di discariche di rifiuti, in buona parte in Basilicata, oltre che per la discarica romana di Malagrotta, chiusa nel 2013.  Tuttavia, come spiegato dal commissario, negli ultimi 22 mesi di attività, le discariche abusive in procedura di infrazione sono passate da 80 a 52, con altre 8 già bonificate al vaglio della Commissione Europea. La multa semestrale pagata dall’Italia è quindi scesa da 42,8 milioni di euro a 11,6 milioni di euro.  Vadalà, che è stato nominato commissario a marzo del 2017, ha spiegato che la commissione ha inviato “19 informative all’autorità giudiziaria (presto saranno 20)” ed che è stato siglato “un protocollo con la Direzione nazionale antimafia, che su tre delle discariche in questione sta svolgendo approfondimenti”.  “Stiamo lavorando almeno su 20 siti al momento – ha proseguito il generale -, di cui 10 da chiudere entro il 2 giugno 2019 e 10 entro il 2 dicembre 2019, con l’obiettivo di lasciare altri 24 siti al 2020 e 2021”.  Si tratta, ha spiegato, di discariche abusive nate tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando “le amministrazioni comunali, non sapendo come smaltire bene questi rifiuti, li gettavano dalla sommità delle colline negli alvei torrentizi, o li lasciavano in depositi temporanei”. Insomma di striscio si è parlato della Jolly Rosso. Il fatto è che, e forse molti non lo sanno ancora, che la Jolly Rosso, non esiste più. E bisognerebbe indagare su chi si è reso responsabile della sua sparizione. Perché nel 1991, a pochi mesi dallo spiaggiamento della Motonave sulla spiaggia di Formiciche a Campora San Giovanni, avvenuto il 14 dicembre del 1990, quando ancora le indagini erano in corso, la Procura di Paola, ne ordinò la demolizione, a seguito di una richiesta fatta in fretta e furia dalla società armatrice della motonave, Messina. La società Messina, incaricò, prima una società olandese , la Smith e tack, esperta in recupero di navi affondate, poi improvvisamente , dopo aver pagato alla stessa società olandese 800 milioni di vecchie lire, decise di affidare ad una società crotonese lo smantellamento intero della nave. Il Pm che conduceva l’indagine era Domenico Fiordalisi , e non ebbe alcuna esitazione ad ordinarne lo smantellamento, chiudendo subito il caso. Quella nave non era una nave dei veleni, non trasportava rifiuti tossici o radioattivi, non dove essere affondata. Non interrogò per questo l’equipaggio, non interrogò, il cuoco Ciro Cinque, che scese impaurito nel porto di Napoli, non si preoccupò nemmeno di interrogare il maresciallo Bellantone che era salito sulla nave ed aveva dichiarato di aver visto sulla plancia dei comandi delle strane piante marittime con dei cerchi su alcune aree. Tutto normale per Fiordalisi che chiuse il caso. La questione invece non andò giù al Capitano de Grazia che sentì puzza di bruciato e che indirizzato dal procuratore Neri della Procura di Reggio Calabria, che indagava su un’altra nave affondata davanti Capo Spartivento, la Rigel, cominciò delle indagini, che come sappiamo lo portò alla morte per avvelenamento. Quindi oggi , su Amantea possiamo parlare solo di bonifiche totali, del territorio. Bonifica del fiume Olivo, della cava della mafia lungo il fiume delle due discariche di Amantea. Questi sono luoghi dove , sicuramente vennero sotterrate le scorie, i materiali, ed altro che erano contenute nella Motonave piaggiata.  Non parliamo di altro, non confondiamo le idee e le cose. Questa è l’unica strada da proseguire,  se veramente vogliamo arrivare alla soluzione di un atto, nel quale sono state aggregate forze della mafia locale e territoriale, servizi segreti, magistratura corrotta. Per questo cercate di non prenderci per il culo !

 

Il ministro cacasotto.

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salvini san vittore

 

Salvini , ha paura della magistratura e  non rinuncia all’immunità parlamentare

In una lettera al Corriere della sera, il Ministro cacasotto, ha detto di non rinunciare alla sua immunità parlamentare e di non volere il processo. “Dopo aver riflettuto a lungo su tutta la vicenda, ritengo che l’autorizzazione a procedere debba essere negata. E in questo non c’entra la mia persona”. Avete capito bene ? Il ministro che fa il forte con i deboli, con i poveri, con i barboni ed i rom, il ministro che sfida le leggi internazionali, che vuole fare la guerra alla Francia , alla Germania, all’Olanda, il ministro tutto di un pezzo che indossa le divise della polizia, dei carabinieri, della forestale, dei pompieri, eccolo alla prima occasione, a farsela sotto dalla paura, e sottrarsi alla legge ed alla giustizia. “Il Tribunale dei ministri di Catania mi accusa di ‘sequestro di persona’ – scrive Salvini – perché avrei bloccato la procedura di sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti. Attenzione: non si tratta di un potenziale reato commesso da privato cittadino o da leader di partito. I giudici mi accusano di aver violato la legge imponendo lo stop allo sbarco, in virtù del mio ruolo di ministro dell’Interno”.  Ma, spiega il cacasotto, “ai sensi dell’articolo 9, comma terzo, della legge costituzionale n. 1/1989, il Senato nega l’autorizzazione ‘ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo’”.  Salvini, insomma, ritiene di aver agito a  tutela di un interesse pubblico, e che per questo il Senato debba opporsi alla richiesta del Tribunale dei Ministri. “Il Senato non è chiamato a giudicare se esista il cosiddetto fumus persecutionis nei miei confronti dal momento che in questa decisione non vi è nulla di personale”, scrive il leader della Lega. “La Giunta prima, e l’Aula poi, sono chiamati a giudicare le azioni di un ministro. Altrettanto chiaro è che il Senato non si sostituisce all’autorità giudiziaria, bensì è chiamato esclusivamente a verificare la sussistenza di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o di un preminente interesse pubblico”.  “In secondo luogo – prosegue il vicepremier – ma non per questo meno importante, ci sono precise considerazioni politiche. Il governo italiano, quindi non Matteo Salvini personalmente, ha agito al fine di verificare la possibilità di un’equa ripartizione tra i Paesi dell’Ue degli immigrati a bordo della nave Diciotti”. Si tratta di un obiettivo che, per Salvini, “emerge con chiarezza dalle conclusioni del Consiglio europeo del 28 giugno del 2018”. Nella missiva, Salvini rivendica anche i risultati ottenuti da ministro dell’Interno sul fronte dell’immigrazione. “Avevo detto che avrei contrastato l’immigrazione clandestina e difeso i confini nazionali. Faccio parlare i numeri. Nel 2018 ci sono stati meno morti, 23.370 sbarchi contro i 119.369 dell’anno precedente”, scrive il vicepremier. Quindi il ministro pensa di avere ragione, e quindi quale occasione migliore per sottoporsi al giudizio di un Tribunale italiano? Lo fanno tutti i cittadini italiani, che hanno a che fare con la giustizia per  i problemi vari della vita quotidiana. Se ognuno, scrivesse una lettera al Corriere della Sera per sottrarsi alle proprie responsabilità, i palazzi di giustizia sarebbero deserti, i magistrati a fare altro e gli avvocati a spasso. L’uomo forte, Il grande Ministro dell’ordine e disciplina,  dimostra, al primo caso, di farsela sotto. D’altra parte nella storia dei potenti italiani, tutti, da Agnelli, a Berlusconi, a Leone, a Craxi, ad Andreotti,  di fronte la giustizia sono fuggiti o hanno cercato escamotage, come la prescrizione o la fuga all’estero. Salvini non è da meno, è un potente, o almeno si sente tale, o lo fanno sentire tale , e come uomo potente , difende i propri interessi e quelli degli altri come lui. La Lega ha già dimostrato, la propria potenza, evitando il carcere a chi ha rubato 49 milioni di soldi pubblici , e lo dimostra anche in questa occasione.

Bella la Calabria con 166 organizzazioni criminali

boss saluta Mentre le Tv di Stato, spartite fra Cinquestelle e Lega, bombardano sulla nave Sea Watch, su Maduro ed il Venezuela, sul pericolo degli immigrati, sulle esternazioni di Salvini e le barzellette di Berlusconi, passa pressoché inosservata la relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario fatta dal Presidente della Corte d’appello di Catanzaro Domenico Introcaso. Le cose lette dal Presidente ,offrono al lettore una visione reale della situazione che viviamo in Calabria e di conseguenza in genere in tutta Italia. Non sono gli  immigrati l’emergenza, non sono gli sbarchi, non siamo aggrediti da nessun uomo di colore, non c’è in atto alcuna invasione, che mette in pericolo i nostri valori secolari. Niente di tutto questo. Il vero pericolo, che mette in discussione la nostra vita quotidiana è la ‘ndrangheta, ancora presente e massiccia e soprattutto operativa in tutta la nostra regione. Di questo dovrebbe preoccuparsi il Ministro dell’angoscia Salvini. Ma , il ministro della paura,  sa che occupandosi di ‘ndrangheta , non prenderebbe voti, anzi li perderebbe , come dimostrato dal bacino elettorale, di stampo ‘ndranghetistico che si è riversato sulla sua lista , nelle ultime elezioni nazionali.  Nella relazione, Domenico Introcaso ha detto che in  Calabria sono attive 166 organizzazioni criminali, con oltre 4mila affilati di cui oltre 2mila nel distretto di Catanzaro. Nella relazione l’alto magistrato ha dedicato largo spazio al fenomeno della presenza della ‘ndrangheta nel territorio, confermando la pervasivita’ delle cosche: l’analisi di Introcaso si e’ fondata, in particolare, come “maggiore fonte di conoscenza” sulla relazione del procuratore della Repubblica, Nicola Gratteri, sulla relazione della Commissione parlamentare antimafia (presidenza Bindi), sulle riflessioni dei presidenti di tribunale e dei procuratori del distretto. “Il distretto di Catanzaro – ha sostenuto il presidente della Corte d’appello – presenta numerose associazioni, variamente articolate e strutturate con segmentazioni operative a riferimenti omogenei ma diverse nelle imputazioni personali. Le dinamiche espansive conducono all’esportazione dei moduli organizzativi locali calabresi, stabili nelle regole di azione, immutati nelle strutture, in rapporto organico e funzionale con i nuclei originari, dai quali traggono genesi e derivazioni, ma nuovi nelle attivita’ criminali. In tal modo si corrompe l’elemento centrale dell’economia capitalistica, “il mercato”, con tutte le conseguenze in termini economici e sociali. Questa modalita’ – ha rilevato Introcaso – si riversa immediatamente nei settori maggiormente produttivi e piu’ facilmente aggredibili, gli appalti pubblici, con ricadute in termini di pregiudizio e corruzione del procedimento elettorale, di formazione e raccolta del consenso, perche’ la procedura per l’appalto pubblico coinvolge gli amministratori eletti. La gestione del consenso trova ragione nella legislazione di decentramento politico e di creazione di organismi amministrativi intermedi, tali da lineare una potesta’ amministrativa diffusa (si pensi alla centralita’ dei sindaci, eletti direttamente) per sua natura e funzione titolare di discrezionali incidente direttamente sull’andamento generale dell’amministrazione, e per questo aggredibile, anzi di facile e diretto accesso da parte delle organizzazioni criminali”.

mappa ndranghetaIntrocaso ha poi evidenziato il dato della “partecipazione diretta” degli affiliati alle attivita’ istituzionali, definendo come “purtroppo esperienza diffusa – e tragico fenomeno – lo scioglimento di numerosissime amministrazioni comunali e di formazione intermedia per infiltrazione e influenza mafiosa. Gli uffici giudiziari del distretto sono sempre piu’ spesso chiamati a deliberare provvedimenti di incandidabilita’ impugnati dagli amministratori”. Nella sua relazione, inoltre,il presidente della Corte d’appello di Catanzaro ha spiegato come “la forza delle associazioni deriva giustappunto dalla capacita’ di adattamento alle situazioni e ai mutamenti in modo tale che esse si aggregano, si disfano, si ricostituiscono, si fondono a seconda della rilevanza criminale dei soggetti compartecipanti, dello stato di liberta’ e dell’esistenza in vita degli stessi”. Introcaso ha poi illustrato le dinamiche della criminalita’ organizzata calabrese: “La ‘ndrangheta nasce come organizzazione unitaria e orizzontale, ma con il tempo cambia e si dota di una struttura piu’ complessa e gerarchica. La creazione della ‘santa’, alla fine degli anni ’60, costituisce una novita’, una ‘rivoluzione interna’ alla ‘ndrangheta, che si struttura con una componente piu’ riservata di cui fanno parte ‘ndranghetisti autorizzati a entrare nella massoneria per avere contatti con i quadri della pubblica amministrazione e quindi con medici, ingegneri e avvocati. Con la creazione della ‘santa’ la ‘ndrangheta si ‘sprovincializza’ e al tempo stesso si rafforza la tendenza a creare una struttura che limiti l’autonomia della singola ‘locale’ per spostare verso l’alto il potere e accrescere le potenzialita’ dell’intera articolare. Questa articolazione- ha concluso il presidente della Corte d’appello – trova collocazione nel distretto in numerose ‘locali’ di accertamento giudiziale, distribuite sull’intero territorio e particolarmente stabilizzate nei circondari di Vibo Valentia, Castrovillari, Paola, Lamezia con primazia per valenza criminale e forza intimidatrice delle ‘locali’ del territorio di Vibo Valentia, Crotone, Castrovillari, Paola”.

 

 

LA MORTE DI UN MOLDAVO NON VALE  UNA PRIMA PAGINA

Vitali Mardari, 29 anni, lavorava al nero nei boschi del Trentino . Il padrone indagato per omicidio colposo, ma non arrestato. 

48358892_581067509001835_7010230150058999808_nEcco a cosa ci servono gli stranieri. A lavorare al nero, ad essere sfruttati e se succede un incidente sul lavoro non c’è nessuno che ne rivendichi il corpo. E’ quanto è successo a Vitali Mardari moldavo, in Italia per lavoro, assunto al nero da una ditta boschiva. Solo l’imperizia dell’imprenditore ha fatto si che i carabinieri capissero che qualcosa non andava nella morte del moldavo. Appena  Vitali Mardari venne colpito dal cavo di acciaio della teleferica che stavano costruendo, restandone ucciso, l’imprenditore, chiamato dagli altri operai è corso sul posto. Senza farsi alcun scrupolo , l’ha chiuso nel bagagliaio della sua auto e portato a qualche chilometro di distanza, gettandolo in un dirupo. Poi lo stesso imprenditore, ha chiamato i carabinieri dicendo loro  di aver trovato il corpo di uno sconosciuto. Sono stati poi carabinieri a ricostruire i reali fatti, avvenuti il 19 novembre scorso. In un a nota del Comando provinciale dei Carabinieri di Trento si precisa che: “A seguito del rinvenimento del cadavere del giovane boscaiolo di origine Moldava – Vitali Mardari, classe 1990 – avvenuto verso le ore 12 del 19 novembre in circostanze poco chiare nei boschi di Sagron Mis, i Carabinieri di Primiero San Martino di Castrozza e di Imèr intervenivano sul posto per un primo sopralluogo in ‘Val delle Moneghe’. Nell’occasione i militari ravvisavano sin da subito una situazione incongruente rispetto alle testimonianze raccolte a caldo, prima tra tutti l’incompatibilità delle evidenti lesioni riportate dal malcapitato rispetto l’ambiente in cui è stato rinvenuto il corpo esanime. In quella specifica area infatti, non risultavano presenti nè piante tagliate, né rami o sassi che potevano aver colpito il ragazzo cagionando quel genere di lesioni”. Sulla scorta di tali evidenze, gli inquirenti primierotti ascoltando vari testimoni e in seguito ad una serie di acquisizioni di natura tecnica, evidenziavano come l’infortunio mortale si era verificato in un luogo diverso da quello del rinvenimento della salma ipotizzando perciò che sia stato trasportato in quel punto per deviare gli accertamenti delle Forze dell’ordine. “I precisi approfondimenti dei Carabinieri di Primiero – spiega la nota dell’Arma – consentivano quindi di ricostruire l’esatta dinamica dei fatti. Più precisamente è stato appurato come il titolare di un azienda boschiva bellunese ingaggiava ‘in nero’ il giovane Moldavo che andava a prestare manodopera unitamente ad altri colleghi in un cantiere boschivo di Sagron Mis dove, nella mattinata del 19 novembre, nel corso dell’approntamento di una teleferica strumentale all’esbosco, un cavo in acciaio si spezzava, colpendo violentemente Vitali Mardari, che partecipava alle operazioni di ancoraggio. Il giovane boscaiolo sbalzato a qualche decina di metri perdeva la vita sul posto a causa di importanti fratture alla base cranica. Immediatamente i suoi colleghi presenti nel cantiere allertavano il titolare dell’impresa boschiva bellunese”. Dell’imprenditore non si conosce il nome, a tutela della privacy padronale, che comunque resta indagato per  omicidio colposo e frode. Avrà una multa e non farà neanche un giorno di arresto. E’ un padrone e Vitari resta un moldavo. La giustizia in Italia funziona così. Sul web non si è scatenato nessuno. Se fosse stato il moldavo ad uccidere l’imprenditore e portare lontano il suo corpo, si sarebbero scatenati con cori razzisti, pene di morte, blocchi di porti.

 

 

 

La ‘ndrangheta e’ cosa seria e non ci si scherza

boss salutaLa ‘ndrangheta non ha niente a che vedere con i Casamonica, le loro pacchianerie arredamentali, i loro quadri brutti, i loro orribili cavalli dorati. I Casamonica sono cresciuti negli ambienti della destra romana, prima chiedendo l’elemosina poi facendola loro ai partiti, confinanti con “mafia capitale”, distribuendo soldi a destra ed a sinistra. Nei loro comportamenti e modi di vivere restano quello che sono, “zingari”, nel senso negativo del termine, che non ha niente a che vedere con la nobile tradizione dell’etnia rom. Gli ‘ndranghetisti, sono di altra razza.  Loro, vivono in case normali, ville normali e soprattutto non abusive. La ‘ndrangheta, salvo in alcuni casi, non ha bisogno di fare abusivismo, perché , ha i suoi affiliati ovunque e riesce ad ottenere le dovute autorizzazioni in pochissimo tempo. E non lo fa solo per sè, ma anche per gli amici, i parenti, gli amici dei parenti, gli amici degli amici dei parenti. E facendo così controlla il territorio, si espande, il boss acquisisce autorità, rispetto e riceve le necessarie coperture per vivere tranquillo nel territorio che controlla. La struttura ‘ndranghetista è potente perché familiare innanzi tutto, è per questo che è difficile trovare pentiti nel suo seno, in quanto un figlio non accusa il padre o lo zio. In Calabria si scherza poco con gli affiliati a questa organizzazione, perché non fanno quelle smargiassate di picchiare un fotografo o giornalista, o minacciare qualcuno in pubblico. Non fanno niente in pubblico e soprattutto , non subito. Fanno passare mesi, forse anni e poi te li trovi sotto casa, di notte. Ecco perché è facile fare le smargiassate con i Casamonica, andare a farsi fotografare nelle loro case, abbatterle pubblicamente. Si dirà che in Calabria, ci sono sequestri continui di beni sottratti alla ‘ndrangheta, operazioni e arresti. E vi risultano proteste di ‘ndranghetisti per questo ? Fa parte del gioco, dicono. Ma i soldi sono così tanti che possono permettersi di perderne, perché mentre li perdono, li riguadagnano.

boss salutaUn detenuto politico , rinchiuso nel carcere speciale di Palmi nel 1981 , andò a fare le condoglianze ad un capo ‘ndranghetista, al quale il giorno prima gli era stato ucciso il figlio in un agguato, da una cosca contraria. Il mafioso, seduto su una panchina del passeggio, in camicia bianca con una giacca messa sulle spalle, gli strinse la mano, fece segno di accettazione con la testa,e poi con orgoglio disse: ” i morti si contano alla fine”. Ecco questo è il pensiero della ‘ndrangheta, della quale sono sicuro non ci libereremo mai. Ora, il premier Conte nella giornata di ieri è venuto in Calabria per un mini mini tour. Doveva venirci prima,  ha confessato, e poi ha aggiunto che la nostra regione “è davvero trascurata”. Ma guarda un po’, se n’è accorto adesso. Noi caro premier Conte , siamo trascurati da decenni, da tutti i governi e anche dal tuo cosiddetto “governo del cambiamento”, che, comunque non ha previsto nessun intervento nella nostra terra né nel sud in genere, se non il reddito di cittadinanza da qui a venire, se mai arriverà. Il mini mini tour di Conte si è basato su un po’ di fotografie fatte qua e là, fra Reggio Calabria, Locri e Isola capo Rizzuto . A Isola, è andato per un bene confiscato alla ‘ndrangheta,  ha fatto chiudere in un recinto i giornalisti, evitando le loro domande, e dopo solo 15 minuti è uscito da un’altra porta. Ma poteva fare qualcosa di più dirompente , come aveva  fatto con i Casamonica, circondato da 600 vigili urbani, in un’operazione costata più di 1 milione di euro. Per esempio , avrebbe potuto recarsi, a piedi, da solo,sotto la casa del boss di Locri, e farsi fare una fotografia, facendogli capire, al boss, che la sua ora era segnata. boss salutaEcco questo si , sarebbe stata un’ azione muscolare, che avrebbe dato un senso alla sua visita in Calabria, e avrebbe dimostrato che adesso si fa sul serio. Come sono state abbattute le villette dei Casamonica adesso si procederà ad abbattere quelle abusive ( ce ne sarà qualcuna penso)  della Calabria, della Campania, della Sicilia, e il conto verrà pareggiato. Ma il problema vero sarà di natura elettorale. La Lega cresce in Calabria, svuota Forza Italia, e recupera i voti di Scopelliti, e certe forzature a questa gente non piacciono. Meglio  puntare sui Casamonica.

 

 

I DEPORTATI DI RIACE

Proseguono gli attestati di solidarietà per il sindaco sospeso ed esiliato mentre il paese si spopola di immigrati e ritorna fantasma.IMG_20180807_104223

 

 

Ritornare oggi a Riace , dopo aver vissuto dieci anni di comunità con essa, ti fa piangere il cuore. Chi è venuto , almeno una volta, in questo sperduto paesino ai piedi dell’Aspromonte, ha potuto scoprire, che questo è un luogo dell’anima. Un luogo vivo, fatto di lacrime e sangue, di sofferenza, di storia, ma anche di  futuro. Non è solo Domenico Lucano, ad aver costruito questo luogo, ma tutti quelli che lo hanno vissuto sin dall’inizio. Senza tutti loro, Mimmo non avrebbe fatto assolutamente nulla, se non una misera solidarietà di facciata, come avviene in tante altre zone d’Italia. Qui è stato costruito un “campo di umanità”, un circolo di accoglienza dove ognuno ha avuto un suo ruolo specifico. Definii questo luogo, anni fa, quando non c’erano né Minniti né Salvini, il Chiapas calabrese. Un “caracoles” , era Riace, come così si chiamano le comunità zapatiste. In Italiano caracoles significa “chiocciola”. Un’organizzazione, quindi a  forma circolare che cammina verso il centro in modo orizzontale; al centro c’era il paese, quindi tutti. Mimmo Lucano era ed è il cuore di questo progetto, così come lo sono tanti altri, sconosciuti ai più, ma che hanno lavorato come muli per tenere vivo il progetto della comunità. Tutto questo oggi sta scomparendo, grazie alle ruspe messe in atto da Salvini. I negozi stanno chiudendo, la scuola elementare è stata accorpata a quella della marina, l’asilo multi etnico è stato chiuso e così tutte le cooperative con 80 riacesi che vi lavoravano e che ora sono disoccupati . La raccolta dei rifiuti, al centro dello “scandalo” contro Lucano che altro non era che una raccolta differenziata fatta con due asini, ora è nelle mani di una ditta di Lametia Terme, dopo un appalto imposto dalla prefettura al vice sindaco del paese. Le botteghe artigiane gestite dai riacesi e dagli immigrati sono completamente sbarrate. Il Villaggio globale cuore della vita comunitaria degli immigrati è completamente deserto. I bambini sono spariti, le donne non si vedono passare, né sostare davanti le proprie abitazioni. La deportazione iniziata la settimana scorsa, sta portando solo dolore e sconforto. Le nuove destinazioni, in altre strutture Sprar, sono lontane da Riace, ogni famiglia in un luogo diverso, quasi appositamente ideato, ed i posti dove arrivano sono case dove vi sono ammassate più famiglie. Quell’intimità di Riace, dove ogni nucleo familiare aveva una casa arredata di tutto, è sparita. Le donne che salgono sulle auto messe a disposizione delle associazioni di Riace , per essere trasportate alle nuove destinazioni, quando vi salgono piangono e si disperano. Una donna, nigeriana, che era stata indirizzata in un altro luogo, si è vista sistemare,  con i suoi due figli in una stanza con altre donne con altrettanti bambini, ed è ritornata disperata a Riace. Alla telefonata fatta dall’associazione “Città Futura”, evidenziando il sovraffollamento, ci si è visto rispondere che , gli immigrati non devono dare fastidio ed accettare la situazione così com’è. Ecco la differenza lampante e sotto gli occhi di tutti, di cosa voglia dire creare una comunità, libera e autonoma, com’era Riace, ed un mini carcere controllato dal Ministero degli Interni. Tutti siamo sicuri che Lucano ritornerà nel suo paese e che l’esilio forzato, imposto dalla Prefettura di Reggio Calabria e dalla Procura di Locri, dovrà per forza di cose e di legge terminare. E si ricomincerà, senza stato, senza Minniti né Salvini. Le idee ci sono, così le associazioni internazionali che si sono offerte per dare aiuto umanitario ed economico. Ne sono certe anche, quella decina di famiglie che non ha voluto esser deportata ed ha scelto di restare a Riace , pur rischiando di uscire dai progetti Sprar e non avere più assistenza economica di ogni genere. Confidano nella giustezza dell’azione di Mimmo Lucano, confidano in quel popolo che è venuto a manifestare in paese il 6 ottobre scorso e confidano anche nelle centomila persone che hanno sfilato a Roma dietro Mimmo. Il sogno di Mimmo , oramai, è il sogno tangibile di tutti, è questa la forza che è venuta fuori da Riace e che ha permeato, le coscienze di tutti.  In fin dei conti il Prefetto di Reggio Calabria, il procuratore di Locri, l’ex Ministro Minniti, e il Ministro salvini, a Lucano, ed a tutta la comunità hanno fatto un vero piacere, perché l’Italia intera e mezza Europa ha potuto scoprire “l’oro di Riace”, creando una gara di solidarietà per dare aiuto materiale e conforto ad una comunità intera, oltre che una serie di riconoscimenti a Lucano, come l’ultimo giunto dall’Anpi di Torino.  Un migliaio di persone si sono assiepate , sabato scorso, nella prestigiosa sala del Conservatorio Giuseppe Verdi, alla presenza della presidente Carla Nespolo, del presidente del Comitato Resistenza e Costituzione Nino Boeti, della presidente provinciale Anpi Maria Grazia Sestero per consegnare le tessere ad honorem dell’Associazione nazionale Partigiani a Ilaria Cucchi, Domenico Lucano e Ugo nespolo. Gli organizzatori si sono dovuti scusare con altre migliaia di persone che sono dovute restare fuori dal teatro. Domenico Lucano, nel ricevere la tessera, ha ripercorso le tappe degli ultimi mesi. “Sono davvero sorpreso dopo tante amarezze di ricevere questa dimostrazione di affetto, non mi sarei mai aspettato tanta attenzione per ciò che accade in luoghi periferici come Riace, diventato il centro del mondo, simbolo di un’altra umanità possibile”. Anche il comune di Parigi nei giorni scorsi ha voluto deliberare il sostegno al piccolo comune della Locride. Domenico Lucano ha poi dedicato questo momento a tutte le persone presenti e in particolare a Chiara Sasso della Rete dei Comuni Solidali e all’avvocato Lorenzo Trucco al suo fianco in ogni occasione. La manifestazione ha avuto un momento di grande contestazione quando il presidente grillino del Consiglio comunale è intervenuto a parlare di solidarietà. Il pubblico in sala con forza gli ha ricordato il decreto Salvini appena firmato.

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