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Il Trittico Pucciano

Post n°446 pubblicato il 14 Marzo 2008 da kiblyn

Il Trittico Pucciano alla Scala

Quale è l'ordito che lega le tre parti così discordanti del Trittico
pucciniano, dal suo autore voluto e pensato come spettacolo unitario?
Che cosa tiene insieme il cupo naturalismo del Tabarro con l'esangue crepuscolarismo di Suor Angelica e il burlesco colto di Gianni Schcchi?
È difficile a dirsi. Mosco Carner, uno degli studiosi e biografi più
noti, afferma che il riferimento va cercato nelle tre cantiche della Divina Commedia.
Mah! Se i colori dell'inferno si addicono alla vicenda del primo, e con
qualque sforzo di redenzione anche il purgatorio al secondo, come
conciliare il paradiso dantesco col la beffa buffa e grulla dello
Schicchi?

Meglio pensare ai generi, tragedia dramma e commedia e a quell'unità stilistica che Puccini sentiva e che mirabilmente Riccardo Chailly alla direzione ha saputo restituire attenuando i corruschi turgori del Tabarro, evidenziandone invece le venature impressionistiche e portando l'orchestra con naturalezza alle diafane delicatezze della Suor Angelica, per concludere con le smaglianti colorature e delicatezze melodiche del più celebre Gianni Schicchi.
Se un rimprovero al maestro va fatto è quello, a volte, di non tener
conto della capacità delle voci a disposizione; col risultato che
talvolta finiva col soverchiarle. Da tal punto di vista, la prova cui
ho assistito io sembra sia andata meglio della prima, dove il pubblico
ha "buato" qualche interprete.

Qui, mi preme ricordare la professionalità magistrale di Juan Pons nel ruolo dell'intabarrato Michele, meno convincente la pur drammaticamente efficace Paoletta Marrocu nel ruolo di Giorgina, ma incerta nell'emissione, e sgradevole il Luigi di Miroslaw Dvorsky. Nella Suora Angelica, invece, alla bravura indubbia di Barbara Frittoli veniva contrapposta una Mariana Lipovsek,
come zia Principessa, dalla voce troppo usurata, solo un ricordo di
quella che fu. Meglio vocalmente tutta la compagine dello Schicchi, a
partire dal protagonista, il bravo e pur sempre gigione Leo Nucci; ma da ricordare anche il Rinuccio di Vittorio Grigolo.

Dispiace
invece dissentire quasi totalmente dall'impostazione registica e
scenografica dello spettacolo, per l'ammirazione che da sempre nutro
per Luca Ronconi e la sua scenografa, Margherita Palli.
Un unico fondale squarciato per tutti e tre gli atti, il primo di
colore grigio fumo, il secondo celeste, il terzo rosso a ricordare
l'inferno dove il buon Dante ha sistemato il burlone Schicchi. Nello
squarcio, l'arancio del tramonto nel primo, una illuminata madonna nel
secondo, e infine, profilo dantesco di poi cartoline fiorentine nel
terzo; in scena, invece, Ronconi evidenziava e isolava un elemento
iconologico: il barcone sghembo in cui avviene il delitto di gelosia,
la statua di una suorona penitentemente sdraiata, calpestata
iniquamente dalle bianche consorelle e infine, nel terzo, un lettone
sghembo e rosso come il fondale, con il cadavere in evidenza del Buoso
Donati.

Questa terza parte del Trittico, registicamente e
abilmente mossa, mi è parsa la più convincente, anche se non capisco
perché, mentre tutti i comprimari sono vestiti primo Novecento, lo
Schicchi arrivi in abiti ducenteschi. Assolutamente sbagliata la
soluzione per Suora Angelica, il cui libretto pare una commistione del
migliore Matarazzo (ricordate I figli di nessuno con Nazzari e la Sanson) con Gozzano e Palazzeschi.

Ronconi,
invece di attenuare, accentua il ridicolo tardo crepuscolare della
vicenda, facendo sbucare dalla cartapestona della suorona un bimbetto
in carne e ossa, che sgambetta e abbraccia malamente la madre-suora,
morente suicida e redenta. In realtà, Suora Angelica, nonostante una
partitura di tutto rispetto, è da sempre drammaticamente insalvabile.
Quanto al Tabarro, nessuno sforzo creativo, le solite figurine veriste
a contorno della cruda vicenda di corna e di morte.


di Piero Gelli



 
 
 
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SI VEDENO FRAMMENTI
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Alma ausente

No te conoce el toro ni la higuera,
ni caballos ni hormias de tu casa.
No te conoce el niño ni la tarde
porque te has muerto para siempre.

No te conoce el lomo de la piedra,
ni el raso negro donde te destrozas.
No te conoce tu recuerdo mudo
porque te has muerto para siempre.

El Otoño vendrá con caracolas,
uva de niebla y montes agrupados,
pero nadie querrá mirar tus ojos
porque te has muerto para siempre.

Porque te has muerto para siempre,
como todos los muertos de la Tierra,
como todos los muertos que se olvidan
en un montón de perros apagados.

No te conoce nadie. No. Pero yo te canto.
Yo canto para luego tu perfil y tu gracia.
La madurez insigne de tu conocimiento.
Tu apetencia de muerte y el gusto de su boca.
La tristeza que tuvo tu valiente alegría.

Tardará mucho tiempo en nacer, si es que nace,
un andaluz tan claro, tan rico de aventura.
Yo canto su elegancia con palabras que gimen
y recuerdo una brisa triste por los olivos.

Di

Federico García Lorca
 

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