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La signorina Else

Post n°458 pubblicato il 02 Aprile 2008 da kiblyn

La signorina Else

A leggere le note di regia de La signorina Else, seduti sulle sedie scomode del Piccolo Jovinelli di Roma, si è presi da un senso di malessere.

Il regista, Federico Olivetti,
nell'arco di una paginetta riesce a chiamare in causa Camus,
Schopenhauer (che, detto per inciso, si scrive con la c dopo la S),
Jung, Musil, Joyce e Beckett, poi basta voltar pagina e arriva anche
Wagner e l'Induismo.

Afflitti da tanto citazionismo, e preparati
dunque al peggio, aspettiamo rassegnati che lo spettacolo inizi, nel
vociare di un pubblico "da grandi occasioni", con star del cinema e
della tv in sala. Poi, come si schiudesse una rossa scatola, magica o
infernale, si aprono due delle quattro pareti - aggettanti sul
proscenio - che chiudono lo spazio, ed ecco che lo spettacolo prende il
via, affidato alle corde, alla esile e bella figura di Cecilia Cinardi.

Volto
che ricorda quello solare di Julie Andrews, abito rosso come
l'espressionista ballerina Anita di Otto Dix (altra citazione, vista
l'immagine che fa bella mostra di sé in locandina), la Cinardi parte in
quarta, con entusiasmo e freschezza: fa della Else raccontata da
Schnitzler una ragazzina pervasa di passioni e candori, "al limitar di
gioventù", come diceva il poeta, ma un po' più disinvolta. Dà voce al
suo mondo, agli incontri, alle passioni, alle paure e alle fragilità di
una giovane perbene, incantata ma non troppo, curiosa e smaniosa di
vita. Arde di entusiasmi e si spegne in ingenuità, questa Else, troppo
donna e troppo bella per essere davvero innocente e troppo bambina per
essere ancora spudorata o semplicemente consapevole.

Eppure
non è adamantina, la fanciulla: nei quadri che si succedono, sotto un
surreale e occhiuto lampione annodato, la Else affonda in se stessa e
corre veloce verso l'epilogo tragico di uno squallido dramma borghese
di un'Austria poi non così lontana.

Vittima delle sventure
economiche del padre, Else deve "sacrificarsi", vendersi in cerca di un
prestito che possa sanare la pericolosa situazione familiare. Deciderà
di non decidere, ovvero di immolarsi al ricco signor von Dorsday ma in
una trance, obnubilata dai barbiturici. Corre, insomma, verso il
suicidio esemplare, folgorante nella sua bellezza nuda, inebriata di
sensi e ancora con una grande voglia di vivere...

Se è vero
che Freud chiamava "caro collega" lo scrittore austriaco, il racconto
di Else è una seduta di (auto)analisi sulle possibilità della
perversione innocente: strano ossimoro, certo, ma quanto mai adatto per
questa figura di ragazza. Vuole vivere, Else, desidera con tutta se
stessa la passione, ma al tempo stesso desidera e teme la morte, grande
e voluttuosa seduttrice.

Cecilia Cinardi riesce a tenere alta la
tensione e la fascinazione: gioca con seduzione sul suo corpo,
intuibile dietro il velo del vestito aderente, e asseconda il disegno
registico fatto, come detto, di (eccessive) citazioni e allusioni, di
rimandi e inciampi, di straniamenti e spezzettature, di nevrosi e
ironie. Olivetti focalizza l'attenzione sul parossismo degli ultimi
istanti: è una danza macabra (sulle coreografie tracciate da Michela Lucenti), quasi fosse un lungo flashback, un susseguirsi di immagini e voci, di ricordi e suggestioni. Questa Signorina Else, certo non perfetta ma perfettibile, è un grido disperato, di una insostenibile solitudine destinata a rimaner tale.


di Andrea Porcheddu

 
 
 
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Alma ausente

No te conoce el toro ni la higuera,
ni caballos ni hormias de tu casa.
No te conoce el niño ni la tarde
porque te has muerto para siempre.

No te conoce el lomo de la piedra,
ni el raso negro donde te destrozas.
No te conoce tu recuerdo mudo
porque te has muerto para siempre.

El Otoño vendrá con caracolas,
uva de niebla y montes agrupados,
pero nadie querrá mirar tus ojos
porque te has muerto para siempre.

Porque te has muerto para siempre,
como todos los muertos de la Tierra,
como todos los muertos que se olvidan
en un montón de perros apagados.

No te conoce nadie. No. Pero yo te canto.
Yo canto para luego tu perfil y tu gracia.
La madurez insigne de tu conocimiento.
Tu apetencia de muerte y el gusto de su boca.
La tristeza que tuvo tu valiente alegría.

Tardará mucho tiempo en nacer, si es que nace,
un andaluz tan claro, tan rico de aventura.
Yo canto su elegancia con palabras que gimen
y recuerdo una brisa triste por los olivos.

Di

Federico García Lorca
 

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