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Il romanzo di Ferrara

Post n°470 pubblicato il 15 Aprile 2008 da kiblyn


Con molto piacere vi presento lo spettacolo di un mio carissimo amico
Marco Trebian


Il romanzo di Ferrara


Proprio nel giorno in cui Dell'Utri annuncia di voler far riscrivere i
libri di storia, va in scena a Roma - in un gremitissimo teatro
Palladium - uno struggente affondo nella Storia. Stiamo parlando de Il romanzo di Ferrara, che Tullio Kezich ha magistralmente adattato dall'opera di uno scrittore come Giorgio Bassani e che Piero Maccarinelli ha messo in scena con un nutrito gruppo di attori
giovanissimi, per la produzione di Artisti Associati.

Il romanzo di Ferrara è un attraversamento di Cinque storie ferraresi e Il giardino dei Finzi Contini,
focalizzandosi nel periodo che va dal 1938 (anno delle leggi razziali)
al 1946, ovvero l'immediato dopo-guerra. Bassani racconta, ricorda,
scrive opere che sono una storia di altre storie, memoria di memorie: e
Kezich trae da quella prosa un lavoro dal forte impianto corale, pur
individuando in un protagonista-narratore la chiave della vicenda. È
Geo Josz, che torna da Auschwitz nella sua Ferrara, già pronta a
scoprire lapidi e a rielaborare velocemente il ricordo, il lutto, il
compromesso della guerra civile italiana. In una città borghese e
fascista, che mal si adatta alla presenza scomoda del reduce ebreo, si
chiama frettolosamente in causa il "destino" per non parlare delle
responsabilità degli uomini. Ed è qui il nodo, il problema: il ruolo di
ciascuno, la responsabilità dei singoli di fronte ad una delle pagine
più cupe della nostra storia recente.

L'Italia post-fascista di
allora - non troppo diversa da certa Italia di oggi, arrogante e
violenta, razzista e ipocrita, malata di oblio e di superficialità -
vede gli ex-gerarchi trasformarsi prontamente, riciclarsi e fare
discorsi in memoria di quegli stessi uomini e donne che fino a poco
prima avevano pestato e perseguitato. E Geo Josz piomba in quel mondo
che si stava subdolamente reinventando, patendo sulla propria pelle la
leggerezza di chi vuol dimenticare.

Quello della memoria, ci
dice Paul Ricoer, è un lavoro faticoso, inarrestabile: fatto di
evanescenze e di riscoperte, di dissolvenze ed esplosioni. La memoria
può cancellare e consolare, ma può essere un rovello continuo, una
monito sempre presente, una denuncia constante in quel tribunale
integerrimo che può essere la coscienza. La scrittura di Bassani è
dunque un grido doloroso e poetico per non dimenticare: e oggi, che
tutti allegramente riscrivono e negano, che mettono sullo stesso
livello repubblichini e partigiani, fascisti uccisi ed ebrei deportati,
far rivivere quella sua Ferrara vuol dire non cedere alle lusinghe
della complicità, non fare sconti al passato né, tanto meno, al
presente.

"Come far capire che certi fatti sono avvenuti?" si
chiede disperato il protagonista. Lui, che non chiede altro che essere
riconosciuto, che vuole solo tornare alla casa di via Campoformio, si
lascia andare alla memoria: ricorda con struggimento la sua passione
per la bella Micol Finzi Contini, rievoca gli antifascisti come la
pasionaria maestra Clelia Trotti, fa rivivere il teatrino di
Bonaventura e l'agghiacciante retata fascista di 183 ebrei ferraresi,
si indigna ancora per la strage di undici intellettuali...

Maccarinelli
allestisce una scena su quattro livelli: sono le strade della città, i
marciapiedi, le mura, ma sono anche gli interni di un mondo vivace e
provinciale, ricco e borghese. Poi, sullo sfondo, gli alberi di un
giardino: è naturalmente quello dei Finzi Contini, quell'area protetta,
ma non salva, in cui bruciano gli ultimi fuochi di una Italia libera e
spensierata ancora per poco.

In questo contesto, il regista
sceglie di lasciar parlare il testo: l'urgenza è contenutistica,
ovviamente, giacché la prosa di Bassani-Kezich è alta, e toccante.
L'elenco dei nomi dei deportati, salmodiato in un rito da sinagoga, è
straziante: e i racconti, intessuti di matrici dialettali o di
gestualità quotidiane, prendono giustamente il sopravvento.

Il
giovanissimo gruppo di quindici interpreti - scelti sulla base di un
concorso tra i diplomati della "Silvio d'Amico" e del Centro
Sperimentale di Cinematografia - hanno il merito di restituire la
freschezza
anagrafica dei protagonisti delle storie di Bassani: erano
universitari, ancora in cerca di laurea, che si trovarono ad affrontare
la violenza, la deportazione, la morte. Seppure non tutti gli attori
hanno la forza e la pregnanza scenica per reggere l'impianto testuale,
vale la pena, però, segnalare almeno Daniele Monterosi, generoso nel ruolo protagonista; accanto a lui l'ambiguo
marchese Barbicinti di Marco Trebian, la fresca Micol Finzi Contini di Federica Vincenti, l'intensa Clelia Trotti dell'ottima Elisa Amore e la torbida ed appassionata Anna Barillari di Veronica Gentili.

E quando, verso il finale, Il Romanzo assume
un clima più vicino a Cechov o ad una Spoon River di un Edgar Lee
Master ferrarese, ecco che la memoria, il fardello necessario, di Geo
Josz diventa quello di Giorgio Bassani ed è ancora capace di parlare
alla coscienza di ogni singolo spettatore. Alla prima, lunghi applausi
del pubblico.



di Andrea Porcheddu

 
 
 
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Data di creazione: 11/06/2007
 

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Alma ausente

No te conoce el toro ni la higuera,
ni caballos ni hormias de tu casa.
No te conoce el niño ni la tarde
porque te has muerto para siempre.

No te conoce el lomo de la piedra,
ni el raso negro donde te destrozas.
No te conoce tu recuerdo mudo
porque te has muerto para siempre.

El Otoño vendrá con caracolas,
uva de niebla y montes agrupados,
pero nadie querrá mirar tus ojos
porque te has muerto para siempre.

Porque te has muerto para siempre,
como todos los muertos de la Tierra,
como todos los muertos que se olvidan
en un montón de perros apagados.

No te conoce nadie. No. Pero yo te canto.
Yo canto para luego tu perfil y tu gracia.
La madurez insigne de tu conocimiento.
Tu apetencia de muerte y el gusto de su boca.
La tristeza que tuvo tu valiente alegría.

Tardará mucho tiempo en nacer, si es que nace,
un andaluz tan claro, tan rico de aventura.
Yo canto su elegancia con palabras que gimen
y recuerdo una brisa triste por los olivos.

Di

Federico García Lorca
 

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