Creato da vladimiromajakovskij il 17/04/2009
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Le zendraglie (Les entrailles)

Post n°5 pubblicato il 12 Ottobre 2010 da vladimiromajakovskij
 
Foto di vladimiromajakovskij

«Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile,
prendilo come un segno che non hai capito
né la teoria né il problema che si intendeva risolvere».
(Karl Popper, Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico)

 Mi chiama il Cavaliere Scuro e mi comunica che l’appuntamento con Vulcano è sotto la statua di Salvo D’acquisto. Gli avvocati in Italia sono sotto scacco. Sembra che chi fa le Leggi scambi per assioma il cliché dell’avvocato che cerca di imbrogliare il giudice e spogliare il cliente. Solo così si spiegano offensive virali dai nomi obbrobriosi, mediaconciliazione, specializzazione, ordinamento professionale.
Sfrutteremo il tempo di un pranzo per discutere di questioni e soluzioni. Sì, il foro è luogo di politica oltre che di dialettica espansa. Esibire parole è il nostro mestiere.
Come al solito, ognuno porterà i suoi pensieri pronti a saltare fuori come grilli.
Neanche il tempo di salutarci che Vulcano erutta la prima idea e io non mi trovo d’accordo neanche con la premessa: “Vi fidate di me?”
Mette ai voti la proposta di andare a mangiare trippa in un posto incagliato nei vicoli di Napoli: Io accenno un ma titubato, il Cavaliere Scuro un alla cieca. Involontariamente rivolgo lo sguardo al monumento, ma Salvo non mi risponde e i due, in coro: “Qui tacet consentire parvet!”. 3 a 1, la maggioranza fa l’appetito.
Tre avvocati in quel quartiere in abito d’ordinanza si notano come un drappo rosso nell’arena. Alla Pignasecca di Napoli, la folla è un realtà solida, insieme ai palazzi e le pietre del fondo stradale, si fende come un mare. Non importa se cravatta e borsa di cuoio non sono per curare ma per far ammalare, sempre “dottore” sei e allora cedendo o sopravanzando il passo l’intercalato -Dottò mi scusi, Dottò permesso, Dottò attenzione- ci accompagna a destinazione.
Il luogo è angusto, dove c’è spazio c’è un tavolo. Ci accoglie una cameriera con voce dalla cadenza meccanica. Non faccio fatica a riconoscere l’accento, quella della terra dei miei avi. Irina è russa di Omsk, nel cuore della Siberia. Mi mette ilarità sentirla sciorinare prelibatezze partenopee fino a quando, ad un certo punto, tra un piatto e l’altro ne sussurra uno che è una reminiscenza diventata mito, per non essere mai stata soddisfatta: zuppa di carne cotta. La voglio. Vulcano merita ulteriore considerazione, voglio anche la trippa.
Il tempo culinario si taglia in due, prima la preparazione, poi il consumo.
La gente pensa che la democrazia sia parte del panorama ma la democrazia è un bene prezioso e raro che rischiamo di perdere. Una distorsione del costume occulta l’essenziale, manca la critica della crisi di civiltà che ci sta divorando. Stiamo andando incontro a una dilatazione della forbice delle diseguaglianze”, attacca il Cavaliere Scuro. E Vulcano: “il valore del dubbio, dove lo mettiamo il valore del dubbio? L’uomo moderno ha un travaglio perenne, il dubbio è un elemento forte che si appoggia necessariamente come propensione critica a una certezza ed è per questo non si può invocare il dubbio perché mancano le certezze. La condizione è quella di chi non ha sicurezza ma senza poter esibire un dubbio elemento critico nei confronti di una certezza esibita”.
Già, annuisco, ma non ci ho capito nulla. A cavarmi dall’impaccio arriva Irina e ci stende dinanzi un piatto piano, ampio, con la trippa adagiata su un letto di songino e pomodori, uniti in un convivio voluttuoso. Il piacere del gusto è un piacere tattile e sensuale, che mi restituisce radice e sguardo. E quando la zuppa di carne cotta è servita l’intimo viene fuori da una caverna, e parlare di se stessi diventa facile. Divento leggero. Sento la folla, la famosa folla partenopea, che scorre nella via. Un sangue che pulsa, vivo come la vita e denso come questo vino. Torno a una felicità ingenua. Quella della volta prima, delle primizie, quella di bambino. L’amico da amico mi consegna una pacca sulla spalla e io gli sorrido di gratitudine. L’amicizia è un dono se si avvera. Altrimenti non è niente.

 
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Post n°4 pubblicato il 13 Dicembre 2009 da vladimiromajakovskij
Foto di vladimiromajakovskij

"Aveva l'aria così sicura, vero?
Eppure nessuna delle sue certezze
 valeva un capello di donna"
Albert Camus, Lo straniero, 147

Un messaggino della dottoressa V. mi avvisa che ha un impedimento di lavoro e che non può, purtroppo, prendere il caffè con me all’ora concordata.
Fa nulla - le rispondo - sarà per un’altra volta. E a pungere non è l’orgoglio ferito ma l’otite che si risveglia; il mio fisico reagisce a tema.
Per fortuna a cancellare l’amarezza interviene un aggiornamento: E se il caffè lo trasformassimo in un bicchiere di vino?
E io di rimando: Ho sentito di un tizio che trasformava l’acqua in vino, il caffè in vino è la prima volta. Se ci riesci iniziamo la pratica per la santificazione!
Quando la scorgo rispondo al sorriso con un sorriso ma non la riconosco.
Ho difficoltà a collocare la dottoressa V. tra i miei conoscenti senza il suo camice bianco.
Apre la portiera della macchina e mette subito le cose in chiaro: Come va l’otite?
- Con te in macchina si sente più al sicuro.
Guido, scomposto sul seggiolino, svoltando strade e imboccando possibilità.
Alla fine dell’incrocio, trovo il mare e parcheggio.
Il vetro spesso del locale ci ripara dal freddo, ancor prima del vino, e ci consegna quasi intatto il panorama. Ride di tutto quello che dico, anche quando sono serio.
Ad un certo punto mi rendo conto che l’ineluttabile inizia a tardare. E’ solo questione di trovare l’attimo giusto ma lo farà. Lo so che lo farà, lo farà certamente. E mentre delicatamente agita a vortice il suo Cannonau nel bicchiere panciuto che mi parla di un suo fidanzato passato. Tutte le donne hanno un ex da dimenticare o, almeno, certamente tutte quelle che escono con me, tutte, nessuna esclusa, persino quelle che non l’hanno mai avuto se ne inventano uno. E dopo essersi affrancata dal voto solenne è pronta per fare domande. Vuole sapere chi sono.
Mi ascolto mentre parlo e ancora parlo senza un disegno da ornare e alla fine della bottiglia penso di saperlo, ma è un’illusione che svanirà alla fine della sera. Il mio discorso tocca solo quello che non sono.
Mi fissa diritto negli occhi. Tanto diritto che mi confondo. Lei accavalla le gambe, le sento sotto il tavolo muoversi. Si tende in avanti sul tavolo, mostrando il busto, intravedo l’incavo profondo della scollatura e cerco di mostrare la calma e l’autocontrollo che non ho.
Sei  una persona interessante e non convenzionale, e non solo per l’affare dell’otite. Ecco, ci siamo. La distanza semina il frutto. Cerco di non ripetere cliché, ma oramai ho mischiato tanto le carte che non ho memoria di quelle già uscite. Ci avviamo alla macchina. Ed io apro a lei una portiera che mi pare traballare.
- Sei un cavaliere!  Mi dice, manierata, fingendo una sorpresa. La contraddico che in realtà, effetto della notte e del vino, avevo sbagliato portiera. Ride, spalancando la bocca. Il biancore dei denti segna un luccichio nel buio. In macchina facciamo pochi metri. Mi mette una mano sulla coscia e mi chiede di accostare, proprio lì, dinanzi al mare. Fermo e spengo il motore. Voi che avreste fatto? Beh io no. Aspetto, cerimonioso. Lei mi chiede Quando mi baci? Ha la voce più bassa di un tono e io non sento le gambe. Infilo la mano destra tra il collo e i capelli, muovendomi poco sul sedile. Mi avvicino piano, come in un film in bianco e nero, dove l’imbarazzo di guardarsi dura più del bacio. Ha le labbra umide e gustose.
Succede in quel momento che le nubi che oscurano il cielo decidono di liberare gocce d’acqua grosse come noci. I respiri fanno tirare drappi di panno ai vetri. Scompare alla vista anche il mare e il subisso d’acqua sulla lamiera dell’auto cancella il suono della risacca delle onde che si consumano sul molo.
E mi fermo sul resto.

 
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3.

Post n°3 pubblicato il 28 Novembre 2009 da vladimiromajakovskij
 
Foto di vladimiromajakovskij

È sorprendente la

capacità umana di abituarsi ad una

condizione di per sé inaccettabile

Peter Schneider

Wahnsinnige Nacht

Da qualche giorno mio padre vive incollato alla radio, i muscoli del volto scandiscono le parole pronunciate dallo speaker.
Con la mente segue il rigo di quel che vuol sentirsi dire, della notizia attesa, scandita come conviene.  
I pensieri nella sua testa viaggiano più veloci delle azioni.
Mi chiede se posso accompagnarlo domani.
Gli dico, scherzando, che l’accompagno fino ai confini del mondo.
Mi risponde, serio, che è un po’ più vicino dove deve andare.
Mi sveglia alle 4.
Sento il rumore, continuo, delle gomme sull’asfalto. A tratti la comunicazione si interrompe: il manto stradale è disconnesso, in Italia. Appena fuori, non conosce più interruzioni.
“Andiamo a Berlino” mi dice, piano, come un fatto che si compie in maniera quotidiana e naturale.
E’ il 9 novembre del 1989. La città, ebbra di sogni e di sonni perduti, vive il dolore e la felicità del parto.
La partizione schizotimica è guarita, il muro si sbriciola. Le due Germanie si mescolano, come le carte di un mazzo, le Trabant partono alla scoperta del mondo.
Così le vite si ricongiungono, come brandelli di fogli strappati.
Le divisioni segnano, sulla carne scrivono e sull’anima durano.
Alle Porte di Brandeburgo un uomo anziano imbraccia un violoncello e infila le note in una partitura di liberazione.
Mio padre saluta con la lingua che fu di suo padre il maestro Rostropovich, il più grande violoncellista di tutte le epoche, venuto a suonare il suo personale requiem al capezzale del muro.
Il suo violoncello materializza visioni esultanti e malinconiche, perché ora siamo felici, ma dobbiamo ricordarci che il Muro è stato dolore, separazione, morte.
Le separazioni, le lacerazioni, i dolori che aveva vissuto mio padre in fuga dal suo paese. La notte del 13 agosto del 1961 capita nella parte sbagliata della città degli angeli, è ingabbiato dalla ferita di cemento eretta per tamponare la fuga del popolo verso l’ovest, in quella notte che Berlino Est diviene la prigione nella sua ora d’aria.
Un calice di Rotkäppchen, senza corpo né equilibrio: ecco l’ago del magnete che lo conduce a  Benito Corghi.
Benito viaggia continuamente tra le due Germanie a causa del suo lavoro di autotrasportatore. Una notte del ’63 mio padre con lui varca il confine, addensato come un grumo in un recesso del camion. Quell’uomo, buono, gli concede di vivere quindici anni da cittadino libero di disperarsi altrove. Ha barattato un calice del peggior champagne con il rischio di essere arrestato per il reato di commercio di uomini. 
Una mattina del 5 agosto del 1976 Benito si accorge di aver lasciato alcuni documenti alla frontiera appena varcata. Il camion è troppo ingombrante da girare, scende a piedi ma un militare di guardia gli spara uccidendolo sul colpo perché, si disse, aveva cercato di evitare i controlli posti al confine. Al processo il militare fu assolto.
Ci rechiamo alla stazione di confine tra le città di Rudolphstein e Hirschberg dove Benito fu ucciso e lì, mio padre mescola le lacrime al liquido della bottiglia.

 
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Post n°2 pubblicato il 17 Novembre 2009 da vladimiromajakovskij
Foto di vladimiromajakovskij

Ho un dolore vivo all’orecchio. Colpa dello scooter, mi ripeto.
Ho un dolore all’orecchio”.
Colpa dello scooter!” mi dice mia madre “Devi farti visitare dal dottor V., dicono doni i sensi pure alle campane”.
Le dico di farmi fissare un appuntamento per il mercoledì, martedì ho una causa importante e non posso permettermi un dottore che mi dica di rinunciare per un po’ al mio prezioso mezzo di trasporto. La mia coscienza è già abbastanza appesantita.
Mi apre un segretario, chiedo dell’asso del condotto uditivo.
Mi dice che il luminare non c’è, riceve solo il martedì. Come posso non saperlo?!? Il mercoledì riceve la dottoressa V., stesso cognome. Resto lì titubante, mi tocco l’orecchio, mi convinco che il mio caso merita un parere autorevole. Cerco le parole da evocare per coprirmi la fuga appellandomi all’incomprensione e lì, proprio in quel mentre in cui la prima sillaba sta per vedere la luce, si spalanca una porta ed esce un camice bianco che incornicia la perfetta anatomicità della dottoressa V. che accompagna alla porta una vecchietta che non smette di elogiarla.
Lei è il prossimo?
Sono il prossimo!
Mi accomodo, mi guarda, mi sorride; ecco, penso, sono scoperto!
Mi dica”.
…Mia madre mi ha fissato l’appuntamento, io non sapevo che ci fossero due dottor V. e il martedì…”.
E questo cosa c’entra con i sintomi?
I miei sintomi… …Dunque. C’entra … Ho un dolore all’orecchio destro, terribile… Pensavo che mia madre avesse confuso l’uno con l’altra. Io, invece, cercavo proprio di lei, della dottoressa V.. Si dice un gran bene sul suo conto, sa?
…E il martedì?
E il martedì… …e il martedì mi viene il dolore  anche al sinistro!”
Mi afferra le guance, come ad un bambino, e in questo modo mi tiene fermo mentre procede all’osservazione delle cavità alla ricerca dell’origine del dolore.
Fa sibilare alcuni suoni metallici, prima acuti e poi gravi e poi bassi.
Mi dice che ho una banale otite, ma che proprio non riesce a spiegarsi l’affare del martedì!
Si allontana un attimo dalla stanza, la mia curiosità si dirige verso una colonna di cd, nascosti tra una pila di libri scientifici. Ne sfilo uno, lo guardo con incanto.
Le piace il jazz?”, prende il disco dalla custodia e finalmente nella stanza vibrano note buone a sanare l’anima piuttosto che la carne.
Yusef Lateef, you’ve changed, la mia preferita”.
La buona musica funziona con me come un siero della verità: “Le devo confessare una cosa, ero venuto per il dottor V., non sapevo neanche che ci fosse una dottoressa V. e l’affare del martedì, ecco… mi sono profuso in una penosa arrampicata sugli specchi“.
Evidentemente funzionava anche con lei: “Le devo confessare una cosa: Sono la figlia del dottor V., mi ero accorta del fraintendimento, non è la prima volta che mi succede. Non ho osato confessarglielo prima perché lei mi divertiva troppo. Per farmi perdonare non le farò pagare la visita”.
Facciamo così, la visita gliela pago e lei per farsi perdonare mi offrirà un caffè…
D’accordo, martedì!

Proprio il giorno in cui ho il dolore anche al sinistro!

 
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Post n°1 pubblicato il 06 Novembre 2009 da vladimiromajakovskij
Foto di vladimiromajakovskij

«Ma voi potreste eseguire un notturno su un flauto di grondaie?»

 

 

L’aria oggi mi pare pesante. Calca il mio corpo come una ruta. Mio padre mi saluta ogni mattina con lo stesso augurio: - Che oggi sia un altro giorno in cui il tuo nome possa ricordare un’antica fierezza.

Fierezza, orgoglio e dignità; tutto in un nome, il mio: Vladimiro Majakovskij. Sono nipote del celebre poeta russo Vladimir Vladimirovič Majakovskij. Ne avrete sentito parlare! Il poeta che faceva all’amore con la rivoluzione e la rivoluzione all’amore. Evidentemente non sono poeta: non lo nacqui. Ma divenni avvocato e come tale porto nei tribunali la fierezza, l’orgoglio e la dignità…di mio padre. Intendiamoci: conosco il mare periglioso dell’orgoglio, fatuo tentatore, e la mestizia di una fierezza che è solo solitudine. La dignità poi, non è affar di nome. Con il mio nobile e più famoso omonimo condivido caratteristiche e, mi dicono, somiglianze. Provocatorio, ironico e tumultuoso, mi diletto di arti figurative e la poesia la amo come il corpo di una donna. Nel diritto sublimo la mia passione e vedo fuochi laddove, ad una vista comune, vi è solo paglia. Sarò un buon avvocato. Più spesso un uomo di fascino. Di certo un pessimo poeta. Scarsi rapporti con la grammatica del cuore e una propensione non discreta per l’eleganza, mi rendono arbitro di parole estetiche e tattili, arguto osservatore degli altrui tranelli ed esecutore attento delle norme giuridiche atte allo svelamento e alla dissipazione. Cosa dissipo? Le menzogne. O almeno quelle che, per vincere, devo far credere tali. Non è forse l’arte dell’avvocatura quella di convincere e vincere?

 
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