Creato da claudia.sogno il 20/02/2010

surfista d'anime

una zingara del pensiero..nomade delle passioni

 

 

Disegnavo un piccolo capanno

Post n°947 pubblicato il 14 Febbraio 2014 da claudia.sogno

Disegnavo un piccolo capanno
ogni sera un po’ più grande
finchè un giorno mi notasti, domandandomi per cosa
avevo tanta cura, se all’interno stava il vuoto


 
-Ho visto un cavallo libero nei prati
in cima a Montevenere,
non posso chiuderlo se non sa chi sono,
che gli voglio bene per come brilla al sole,
ma nel capanno c’è il pastone e la paglia fresca
Forse un giorno, se l’aspetto.. se gli aggiungo delle cose…-
 
Mia madre si commosse, e  come premio degli esami in terza media
riempì il capanno con Zahir, il primo nel disegno.


 
C’è tanto amore in questo andare indietro
a cogliere la bellezza cieca
da proiettare nell’invisibile presente
in ogni sillaba si alza ancora la Tua voce
di Maestro, e tu Blanchot dicevi della poesia:
che nasce nel movimento
in cui Orfeo perde Euridice.  Nel distacco
è l’infinito andare della scia d’argento
o quando la gioia di vivere non basta e scrivi
 
Con la lingua degli angeli 
mi hai insegnato a morire
per tornare nella mastella di lino con le braccia
girando  nell’acqua tiepida  la crusca
coi germogli di soia,  a rimanere,
quando in mezzo alle gambe stringevo altre zampe
ferrando i cavalli , come allacciare le scarpe
a un bambino. vedendo l’intoccabile:
l’anguilla che fa morire, dentro la pancia dei cavalli,
premendo  il viso, e curare il respiro, se cattivo ,
cercando le sanguisuga, tra l’acqua più chiara,
da mettere al collo per vivere. Per poche ore
è così che Zahir  ritrovava il suo galoppo
col salasso più antico. Pitturavi nell’aria quel salto
volando  sui fianchi a Soraya, tirandola appena
verso di te. Mi guidavi come danzare
sopra la cima di  Montevenere, dal primoamore,
passando per Le Croci e sotto l’abetaia di Rossara
sdraiando le nostre schiene, come fossimo sull’acqua,
a ginocchia strette, con la passione di affidarsi,
entravamo nei boschi acquattati come bestie,
negli occhi delle mucche e poi giù, giù col baio chiaro,
con il fulvo sulla pelle umida del corpo
parlandoci senza bocca, col sudore morbido ai polpacci
e il suono dell’orgasmo tra le dita e le redini sottili,  
accogliendo nella pancia la discesa,
l’alfabeto baciato degli zoccoli.
 
c’è un punto esatto- mi segnavi-  tra le orecchie
dei cavalli , piccoli movimenti impercettibili
che congiungono le punte dritte nella luce
formando un otto, solo lì, è dove ti alzi in verticale
 e voli via leggero, risparmiando le salite
 
All’inizio dell’autunno mi hai bendato gli occhi
con una lana a fiori che pungeva
per dirti gli anni dei cavalli o dei dolori
con le mani carezzavo il naso, quei gradini come rughe
che vengono nel tempo, affondavo piano con le dita
sotto gli occhi, nei fossetti; passando poi tra i tendini
e i nodelli, imparavo  le fatiche, e le fessure prima della coda,
per la fame, immaginando la magrezza, dei cavalli nuovi
infine… mi chiedevi la prova che stordiva : del colore
strofinando il pelo, se aveva delle macchie, se grigio o come:
sapevo dalle setole i colori, dallo spessore, e la temperatura
svelava sopra i polsi con dolcezza
se le femmine avevano il calore. Era tutto come amare.
 
Se stringo forte gli occhi  sono al centro del cortile
ancora oggi mentre tu  mi vieni incontro
tenendo un cavallo per la corda poi due e tre
per scoprire il suono che marca  dentro il passo
tra di loro dove la zoppia, di chi, su quale fianco,
avanti o dietro. Alla fine dell’inverno
cavalcavo come cieca nel tondino
ed ero dentro  gli animali e dentro il bosco
quando tremavano col  manto a una pozzanghera,
o tendevano la schiena a un ramo basso.
Annusavo  il buio dei ragazzini ciechi,
che sarebbero arrivati  a primavera,
per vedere con gli occhi dei cavalli
la bellezza
fino  in fondo alla luce dell’estate


 
Sei stato dell’invisibile Maestro,
chi ha fatto i segni sulla strada  
per affidarsi al buio,
per tornare al  Vuoto del capanno
con il suono di ogni albero,
quando si piega,
indicandoti la via.

 

 
 
 

Con una lingua tenera.. ...

Post n°946 pubblicato il 14 Febbraio 2014 da claudia.sogno
 

Viene dall’invisibile

incarnando la presenza delle voci

ogni volta che accendo il fuoco a sera

affonda il verbo nella legna

con la saliva, da buio a buio,

mostrando  lo spacco del sacro -la ferita,

il nome-  delle rose  nei  miei fiori,

sono la nostra anima

                                       là dentro,

nel camino acceso  in cui abita qualcosa,

perché cresca la luce. Piegando le ginocchia

mi accuccio dove viene il rosso

con la veste arrotolata fino al timo

scoprendo la macchia azzurra  sul mio fianco

scintilla nuda e disarmata -immutabile simurgh-

 

Con un piede dopo l’altro ascolto la corteccia da bruciare

le piste dei sogni attraverso gli anni

le pulsazioni di ogni tronco – ognuno canta per anelli

cigolando sotto i miei talloni- sotto le piante

sento gli uccelli volati via dai rami

le foglie rimaste sole

nel rettangolo vuoto del giardino. Mi tramando,

credendomi un albero,

Prego, senza una parola,

sono la stessa cosa. Nella pancia

i legni sono pronti

per rinascere dal fuoco

mi alzo scalza con tutto il corpo,

la riconciliazione nelle mani,

una per una. Odoriamo di pace

come quel giorno, nella sala di commiato,

non separandoti  mai da me stessa

 

Con una lingua tenera

in un bianco leggerissimo di cenere

il nostro esserci è un segreto

ognuna canta nel pensiero

 

 

 

 
 
 

Con le membrane lucide dei sogni

Post n°945 pubblicato il 10 Febbraio 2014 da claudia.sogno
 

 

L’elegia ci fa trovare, al di là

dell’albero più ferito,

di Paesi e continenti, l’acquabuona,

una cascata di perle e di animali,

dove cercavo il mio menhir

sulla riva del laghetto azzurro.

                   Intatta immersa e protetta dall’acqua fresca

                            aveva gli occhi aperti come fosse viva

                                       

 

Ridarle vita con otto stagioni

fu l’unica cerimonia nel cuore dell’inverno

profondo, portare licheni per nutrirla

rimuovendo la brina dagli alberi.

Mi toccò i capelli.

Ti adoro per la dolcezza, per le mani

e così sia,

anche nel silenzio degli uccelli,

canta.

è un miracolo nudo la nostra creatura

le linee della mano tanti rami e

ad ogni dito il suo respiro fa gli anelli

un panno bianco, di cielo in cielo

nel canto d’emergenza coincide con i sensi,

a un poi, che calma, che trascina

la mia immagine nel Vuoto

dove trovo riparo. dove ti riveli

con il viso mentre mangi

mentre raccogli nascosta la mia mano

ti do un nome, allargo tutti i rami

per avere ancora suoni e somiglianza.

Nella danza fragile precipita il respiro

preme il cuore, dentro quella crepa,

la luce, per quel minimo d’azzurro,

ti è salita fino agli occhi dalla pozza

ho tolto le parole per amarti,

cerva di un solo fianco, nel silenzio,

venuta via dall’ombra.

è con l’acqua che ti fascio il viso, ora,

con le membrane lucide  dei sogni,

sei un canale di biancore

tra i rami fino al petto

il segno che racconta un corpo

porta  il tuo Nome adesso –Rimani-

nel respiro degli alberi,

l’impronta più Viva

tra tutte le voci

Anima di gioia

sul bianco del foglio-

senza grida.

 

 

 

 

 
 
 

Malaika The Princess

Post n°944 pubblicato il 05 Febbraio 2014 da claudia.sogno

 

 
 
 

Il canto nel ventre di mia madre

Post n°943 pubblicato il 31 Gennaio 2014 da claudia.sogno
 

Come la testa di un bambino

che oscilla nel ventre della madre

per mettere le mani  nella luce

così  ti faccio nascere

per giungere nell’asse della vita

dove le contrazioni sono scale

e una dopo l’altra nell’evento

scolpendo le mie vertebre sui pioli,

si rompono le acque  come un vaso

nelle profondità dell’incompiuto

 

C’è un’emozione tenera ad Oriente,

dove non si grida. Un’aurora senza sole

si custodisce e vive,

nel tempo della sua composizione,

fino a volgere il viso alla sorgente

cambiando le pietre con il pane

quando torna in sogno. Avviene al caldo

E’ uno speciale sovvenire. Non ritrarti

con le mani, non coprirti gli occhi di paura-

mi ripeto- per generare un fiore

anche il ramo di una quercia sola

parrà giardino intorno alla sorgente

per zampolare il burro e lavare i panni

badando a partorire ancora Leila e Majnun.

 

E’ troppo poco, nell’erba viva

neppure un giorno che sale dalla terra senza te,

e per riempirsi il cielo

sale sul foglio un alfabeto

che pulsa nelle pieghe della mano e in altre forme

china sui fiori la sua lezione di luce

portando sulle labbra la prima comunione

di piccole cose, le sue mani  fanno chiesa

sul capo  ai miei domani - dici

non hai niente da darmi-  È poca cosa forse

il suono e un bosco con i piedi carichi di seta?

 

C’è una retta ideale che congiunge

una coppa immaginaria, tra l’ombelico e il pube,

vestita di maestà, e  annodata sulle reni

con la forza della sua fragilità,

filtrando l’aria come fa l’orecchio

nell’ascolto della terra, come Dio,

lo sa, che fioriscono sogni nei capelli,

scambiando l’acqua con il sangue

da un solstizio all’altro. Dal Vuoto perfetto

nella  totale attrazione è la bellezza

che ritma ogni vita contemplando

l’ombelico nel luogo più immutabile

e sorgente di ogni movimento. E’ là,

fino al soffio dell’ultima sua terra,

nell’estremo orgasmo della Morte,

che oscilla ancora,

in un ritmo binario primordiale,

il Canto nel ventre di mia madre.

 

Col dolore posso sedermi ora, e stare sola

con la gioia, alla bellezza della tua presenza,

lunghe ore dondolando  per uscire

come la testa di un bambino nella luce-

e qualcosa di più grande si fa mondo-

va e viene. calma

 
 
 

Il viso verde del suo nome

Post n°942 pubblicato il 31 Gennaio 2014 da claudia.sogno

Ho potato il giovane albero, i rami più bassi,

suturando le ferite, succhiando il sangue

dalla tunica di pelle, gettata nella polvere;

perché appaia la luce le carni sono aperte,

tagliate  per il frutto che rivela le sue terre-

il nome che ritorna dell’anima vivente-

è così che crescerai, nella potatura,

 mentre io diminuisco,

tenendo in conto l’Altro Amore

 

anche Tu hai perso il sangue di ogni mese

nelle acque uterine della notte

fino a Lui, Adam, sotto la spinta del dolore

con l’arresto della parola Madre

hai  partorito te,  dentro la casa,

passando dalle porte successive,

entrando nella gioia di metterti al mondo

nel cammino verso gli sponsali

hai svegliato il cane  il giardino e i tuoi guardiani

 

Cercavi  la sua immagine e nuove tutte le cose..

penetrando l’ombra  fino in fondo

nei cieli interiori con un bacio

la debolezza  si è capovolta in luce

e ai piedi dell’albero  l’Istante,

gravido d’eterno, è un  viso verde Ora

 

Distesa sotto il mandorlo, ho posto il viso

tra le ginocchia coronate, le più nascoste

delle profondità invernali,

prendendo  forma come un seme,

ho toccato  con la terra estrema

il mio giovane figlio in cielo

alla nascita della sua benedizione .

 

siamo alberi capovolti noi

e come alberi camminiamo

con le radici nell’invisibile

e le fronde sono i piedi e sono madri

morse dal serpente, e sono Edipi gonfi

nel foro aperto Achilli deboli

 

Terremo in mano quel piccolo tallone

rinascendo, con l’Amore

ungeremo i piedi dei bambini

prima della cena, guariremo la ferita-

del padre ucciso, dei figli orfani, e delle vedove

con ciò che è più prezioso , come il nardo

dalla testa ai piedi, avremo cura del germoglio

distinguendo dal nocciolo la scorza

in una sola lingua.  Sulla Porta degli dei

sposeremo nostra Madre

per resuscitare il Padre

nel luogo più profondo e più elevato

saremo congiunzione

divenendo l’un l’altro il Suo Nome

Corona  alla sommità dell’Albero

 

il viso verde del suo nome

 
 
 

Coi nomi degli odori

Post n°941 pubblicato il 31 Gennaio 2014 da claudia.sogno
 

La risacca vi ha restituito solo

qualche frammento colmo di colore:

frammenti dei fratelli, sposi dell’estate

allevata in sé come regina

del mattino

 

quando al sommo si aprì una fessura

dilagando nel sogno e spalancata

la carnale tentazione di cadere,

dilatò nelle pieghe delle vesti

la coscienza scura

 

Fu la notte in cui vi cadde il cielo

nella soffice buca sulla terra

Neppure l’erba alta vi ha nascosti

nelle veglie più domestiche

 

quando avete smesso di mangiare con la luce

foderato le finestre a carta nera

eravate l’uno stretto all’altro nel silenzio

e con un fremito lieve alle radici

tra il bianco e il candido

 

salivate alla gola coi nomi degli odori

frusciando nel buio della stanza quasi ciechi

come dopo un acquazzone nella foresta fitta

imparando a riconoscere la scimmia

dalle foglie con la tigre contro gli alberi

ed un nome Condiviso

 

con l’alito di vento vi ha salvato,

più che la vista, la fragranza del celeste

Ed ora, con le mani sporche di pittura

appoggiate alla spalliera di una sedia

tra la tenerezza e la paura

 

è come se da un momento all’altro voi

poteste respirare con l’odore al seno

a prender forma di mammiferi ancestrali

accendendo quella lampada sul viso

con la forza della nostalgia

 

dipingendo tra sussurri le radici

coi frammenti dei fratelli per tornare

a quel che non c’è più, salvando i piedi,

nell’odore celeste e grato di un giardino

piantato ancora dentro, prima della Storia:

è qui che sporge un’erba, è qui che canta.

 

P.Gauguin- Noa-Noa- Il fiore in ascolto

 
 
 

Sposami ancora questa notte

Post n°940 pubblicato il 10 Gennaio 2014 da claudia.sogno
 

Sposami ancora questa notte

ogni notte che rimane nuda sposami

nel circo sacro della pelle che cerchiamo

in quella musica perpetua del pensiero

se il dolore delle spine è nutrimento

nel gioco d’archi a sesto una dimora

è il brivido che s’acquatta nella schiena

per l’amore che non vive senza rose

 

tra le ali  e gli alberi dell’anima

abbiamo petali bagnati di visione

e tenerezze nel cuore silenzioso

schiuse gemme solitarie i nostri semi

nello stato di chi ama il delirio delle stelle

al ritmo elementare del tamburo

 

per guadi stretti

dove l’acqua scorre densa

sul percorso ritagliato nella carne

della nostra futura Madre sono i fiori

con la parola aperta delle cime

allo stesso modo un uomo

e la sua sposa sentono la vita

bisbigliare. con lo stesso sole

distaccarsi la preghiera che rientra nell’eterno

cercando i verbi all’infinito

imparammo ad  amare

                                            fino a partorire

la mano aperta di un bambino

con la rosa

dentro gli alisei e le sue gambe

che spingono nell’aria

lo scatto del respiro come un’onda

in cerca dell’uscita tra le cose

nel velo più bello al suo dolore 

 

Sposami ancora questa notte

 
 
 

Aman aman, dalla parte di Swann

Post n°939 pubblicato il 01 Gennaio 2014 da claudia.sogno
 

Ho messo al muro la notte e  il calendario nuovo

dalla parte di Swann, poco sopra dove faccio colazione,

la carta patinata di gennaio ancora nascosto.

Ho comprato  il vischio nei sacchettini con il nastro colorato,

ne ho comprati tre, uno per me e mammet,

l’altro per mio padre domani, e questo è ”per te”,

avrà cura dell’assenza per sempre.

 

Col muso spinto in avanti

ai piedi tamburi fanfare nei passi,

amina è andata a vedere la piena,

io ripeto- narimi- minuscola donna

inzuppata di bosco- rimani

con l’occhio che brilla sul dorso

dove l’anima tende una lenza

al branzino che guizza

pieno d’argento. per ore

e ore. ti dico: possiamo essere ovunque

con gli occhi che tingono il vino

con lanterne rosse di carta

porteremo dei sassolini

lasceremo gli auguri cadere fin là…

c’è un suono che striscia sul muro
più bello di un jeko a mezzanotte
sulle ombre affilate ho teso la mano
cercando la fonte eretta nel vento:
un pugno di ore allo sprazzo di luce

dove sfugge alla regola  un filo

che sale e rilascia sostanza

-cos’ha da suonare- gli chiedo

cercando la forma alla mano

come mille orchestre d’uccelli

-è la notte,

vuole fare la seta sui letti

portando la luce dove il sogno ha già buio-

stringo forte la vista

metto dentro parole

non so fare altrimenti

per fermare il lamento

che “ti dice” qui accanto

dove hai saputo arrivare

raggiungendo il cuore col suono

prima ancora del nero la carta

prima ancora del nero la carta

sto col ventre ritratto

nel sogno

per raccogliere tutta la pioggia,

una scatola di cerini, e una mamma morbida

Sognare è certezza d’esistere, e stare

con le braccia tutte aperte

a disegnare un luogo con l’aria,

con un salto in braccio, da una piccola rincorsa,

raggiungere ogni viso

fin dove cresce questa pianta umana

che rotola, aman aman,

come una stoffa ebraica nella pancia

uscendo in profondità

al lamento del fiato, claudicante.

Sei una pozza di luce impregnata di colore

dove il destino  mi ha fatto immergere le mani

è pieno di spazi il tuo dentro

da potersi  toccare le vertebre, e ancora

dove mi fai scappar lo star male,

colpendo ai fianchi la notte,

con un sorriso,

scaturisci qualcosa che si diffonde,

un nido negli occhi del canto,

dove si sporge  del buono,

staccando la verità, e noi

possiamo soltanto amare

Dalla parte di Swann, a casa della zia Lèonie,

nella stanza ho girato il Nuovo Anno

aman aman

 

 

 

 

Žute dunje

Fu l’amore fra due giovani
Per un mese per un anno,
quando chieser di sposarsi,
di sposarsi aman aman,
i nemici disser no.

S’ammalò Fatma la bella
Figlia unica di madre.
Per guarir mi porterai,
lei gli disse aman aman,
la cotogna d’Istanbùl.

La cotogna andò a cercare
fin nella città imperiale
ma tre anni lui sparì,
per tre anni aman aman,
per tre anni niente più.

Tornò alfine con la mela
Ma trovò il suo funerale.
Gridò a tutti di fermarsi:
vi darò tutto il mio oro
se baciare la potrò.


 (trad. di Paolo Rumiz)

 

 

 

 

 
 
 

Le mani sono belle

Post n°938 pubblicato il 31 Dicembre 2013 da claudia.sogno
 

se metti nelle mani le parole

l’attenzione nell’esistenza umana-

nei gesti incomprensibili la logica,

le province di senso della mente -

dando la parola alla persona,

le mani sono belle

 

se ogni visione dell’Uomo

fa perdere di vista l’uomo [che ho di fronte]

nel silenzio che grida altrimenti,

dando il moto a ciò che sembra fermo-

a chi  fugge ogni contatto

seguitando regole diverse

per discendere l’opaco- sotto il polso

le mani sono belle. Di fronte alla montagna

ogni figura

che  incontra il suo contrario perturbante,

ciò ch’è estraneo, di straordinaria grazia

di lievità nel petto si fanno le sue mani e sono

la valanga  il pettirosso il falco e la montagna

nomi che coincidono col cuore

fiorendo  nell’orecchio circonciso,

nel consiglio delle voci, c’è l’interno di una mano

 

c’è un piccolo uomo, alla casa sul pozzo-

col ricordo degli occhi che han visto le bestie

nel deserto  la sete  del bambino d’argento-

e disegna  grappoli ai muri pieni di vuoto

per  quanto è alto il dolore

e la testa inclinata. dell’amore

le mani sono belle nel cortile

le ricevi sul tuo viso a spazio immenso,

fenditura per l’acqua dove mettere i piedi,

e una carezza nelle ferite vissute

 tra le ossa e la terra

l’intero durare

che trasfigura le mani

in preghiera

è meno lontano da Te.  la bocca del buio

va crescendo  lentamente una luce

sulla grande presenza sconosciuta

e a un tratto tu la vedi, e le sue mani,

dalla vetta dell’ultima parola, sono belle.

 

le mani sono belle

 
 
 
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