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Post n°412 pubblicato il 04 Febbraio 2010 da Guerrino35
www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 29-01-10 - n. 304 La morte del P.C.I., un suicidio “assistito” di Domenico Moro La fine del PCI è uno degli avvenimenti chiave della storia recente, le cui conseguenze sono state pesanti sulla sinistra e sull’intero Paese. Eppure, la discussione sulle cause di quella morte è stata scarsa, a riprova della limitatezza teorica della sinistra. Recentemente si sta assistendo, però, ad alcuni tentativi di colmare il deficit. Tra questi è il libro di Guido Liguori, “La morte del PCI” (manifestolibri, euro 20,00, pp.155). Si tratta di un lavoro che ha due pregi. Il primo è quello di essere molto dettagliato, dando conto di tutte le posizioni politico-teorico presenti nel PCI, il secondo è di essere di facile e appassionante lettura, quasi come un giallo. Del resto, la fine del PCI è un po’ un giallo. Fu un suicidio o un omicidio e, se fu omicidio, chi ne fu il colpevole? La morte del PCI viene decretata all’improvviso, come ricostruisce bene Liguori, dall’allora segretario del PCI, Achille Occhetto, sull’onda del crollo del muro di Berlino e del collasso degli Stati dell’Est Europa. Un evento certamente notevole, ma non tale da giustificare la decisione di farne derivare automaticamente la fine del PCI, che da tempo si era distanziato da quelle realtà statuali, sostenendo tenacemente la propria alterità. Inoltre, se quelle società avevano perso consenso, non si poteva dire lo stesso del PCI. La mutazione del PCI in PdS fu un operazione “a perdere”, come evidenzia giustamente Liguori. Lungi dall’ampliare i propri consensi, il PdS ottenne alle politiche del 1992 il 16,1% dei voti, mentre il PCI alle politiche del 1987 raccoglieva ancora il 26,6% e alle europee del 1989 il 27,6%. Un simile smottamento si ebbe nel numero degli iscritti, fra i quali centinaia di migliaia non si iscrissero al nuovo partito. A questo punto sorge la domanda: come fu possibile che un partito di quasi un milione e mezzo di iscritti, che nella maggioranza si considerava comunista, fosse condotto da Occhetto a smobilitare in breve tempo? E perché il PCI non si tramutò in partito socialdemocratico, come alcuni – tra i quali Napolitano - auspicavano, mutando in un qualcosa che non era né carne né pesce e che andrà incontro a successive e travagliate trasformazioni? A queste due domande, mi sembra che Liguori risponda in modo parziale, sebbene spunti per analisi più approfondite emergano dalla sua dettagliata ricostruzione degli eventi. Secondo Liguori un elemento centrale nella relativa facilità con cui Occhetto dismette il PCI sta nella cultura organizzativa dei comunisti italiani, cioè nell’abitudine a sostenere il segretario e a salvaguardare l’unità del partito a qualsiasi costo. Si tratta di un argomento fondato, ma non esaustivo. In realtà, la “svolta della Bolognina” di Occhetto non fu un fulmine a ciel sereno, bensì il risultato di una lunga incubazione. Per un periodo di almeno dieci o quindici anni il PCI subisce un “molecolare” processo di trasformazione non solo della sua politica e dei suoi referenti sociali ma soprattutto della sua “visione del mondo”. Si trattò di un processo lento e progressivo (e non uniforme in tutti i suoi settori) di abbandono del marxismo, anziché di aggiornamento alle mutate condizioni storiche, come sarebbe stato necessario. La liquidazione del pensiero critico si articolò su tre questioni. La prima è il concetto di democrazia. Questa venne concepita sempre di più come un “valore universale autonomo”, finendo per dimenticare che in una società caratterizzata da differenze di classe non può esserci vera democrazia, o come un sistema di procedure, una “tecnica” e perciò neutrale dal punto di vista di classe. Il secondo è l’interpretazione dello Stato visto come entità ancora una volta neutrale e non come organismo, che, pur attraverso forme mutevoli di mediazione tra le classi, ha come obiettivo la difesa dei rapporti di proprietà vigenti. Tale concezione fu favorita da una interpretazione parziale di Gramsci e della categoria di egemonia. Per Gramsci lo Stato era “egemonia corazzata di coercizione”. L’aspetto coercitivo fu espunto dall’orizzonte teorico del PCI come del resto avvenne con il ruolo conservatore sulla trasformazione democratica dello stato esercitato della burocrazia statale, che invece era ben presente in Gramsci. Lo stesso Liguori vede la giustificazione di Berlinguer del “compromesso storico” con il colpo di Stato in Cile come un fatto del tutto strumentale. Mentre dimostra anche quanto pesasse il ricatto dell’uso della forza in periodo, nel quale – non scordiamolo – era in atto la “strategia della tensione”. Infine, il terzo aspetto, che deriva dai precedenti, è il tipo di critica all’URSS. La critica all’URSS non venne incentrata sull’estromissione della classe lavoratrice dal controllo dello Stato e della produzione, cioè sull’assenza di una democrazia dei lavoratori. Al contrario, si assunse progressivamente il punto di vista dell’Occidente, sostituendo il principio ideologico di democrazia formale a quello di liberazione concreta dal dominio e dallo sfruttamento di classe. In buona sostanza, come sosteneva all’epoca Umberto Cerroni, uno degli intellettuali più rappresentativi del nuovo corso del PCI, la democrazia è valida in sé e non ha bisogno di aggettivazioni (democrazia dei lavoratori o borghese), riecheggiando quanto scriveva nel 1990 il gorbacioviano Medvedev (solo omonimo dell’attuale premier russo): “Ma l’umanesimo e la democrazia non sono soltanto mezzi ma anche valori universali autonomi”. L’idea di Occhetto (e di Gorbaciov) che la mutazione dell’Urss e la globalizzazione avrebbero aperto le porte alla pace e al benessere mondiali avrebbe avuto negli anni successivi una secca smentita. Nei Paesi dell’Est le condizioni di vita sarebbero crollate verticalmente, in Occidente i salari reali ed il welfare state si sarebbero contratti e l’ideologia democratica sarebbe stata usata dagli Usa e dall’Occidente per giustificare una ininterrotta serie di guerre di aggressione. Così il PCI subì un lento processo di svuotamento culturale dall’interno che eliminò, fra la massa dei suoi iscritti e dei suoi quadri, gli strumenti di analisi della società, gli “anticorpi” che avrebbero dovuto preservarlo a fronte della caduta dei Paesi dell’Est. Eppure il PCI non diventa un “normale” partito socialista o socialdemocratico. Perché? In primo luogo, perché il clima internazionale è cambiato con l’affermazione neoliberista di Thatcher e Reagan negli anni ’80, ed anche la socialdemocrazia europea sta mutando. Punto di riferimento è sempre meno il riformismo socialista e sempre di più la liberaldemocrazia. Ne è testimonianza la fortuna presso la sinistra italiana ed europea del filosofo e sociologo liberale Ralf Dahrendorf, che aveva fatto l’esperienza della collaborazione tra socialdemocratici e liberali tedeschi. In secondo luogo, perché le forze sociali e ideologiche che in Italia spingono per la trasformazione del PCI non premono per un partito socialdemocratico ma per un partito che non sia in alcun modo espressione della classe operaia e delle masse popolari. Si tratta di forze importanti economicamente e culturalmente, identificabili, come non manca di sottolineare Liguori, nella finanza laica. Legati a questa, il gruppo l’Espresso e la Repubblica svolsero un non sottovalutabile ruolo nel processo di smobilitazione del PCI, continuando a svolgere un ruolo di direzione politico-culturale sul PdS, sui DS e ora sul PD. Né va tralasciato il ruolo del blocco socio-economico legato al mondo della cooperazione, presente soprattutto nel PCI emiliano, che rappresentò, come evidenzia lo stesso Liguori, il principale sostegno interno a Occhetto. In sintesi, una volta abbandonato il marxismo, il partito tende a prendere “spontaneamente” le ideologie che sono dominanti all’interno della società e che sono influenzate dai settori sociali che controllano i mezzi di comunicazione e di produzione culturale. Il risultato, comunque, fu l’affermazione sul piano culturale di un eclettismo in cui non esisteva più la centralità dei lavoratori e del conflitto lavoro salariato-capitale e con essa neanche la necessità di un partito socialdemocratico. Vengono, invece, mischiate in un gran calderone molte questioni (quella di genere, quella ecologica, quella morale) che, anziché essere ricondotte ad una critica complessiva al modello di accumulazione capitalistico, diventano ognuna una “issue” a se stante. In conclusione, se dobbiamo rispondere alla domanda iniziale, quello del PCI fu un suicidio assistito da quelle forze sociali ed economiche che avevano tutto l’interesse, da una parte, ad eliminare una rappresentanza politica dei lavoratori e, dall’altra, a favorire la nascita di un partito che rappresentasse le proprie istanze “riformiste” degli assetti della Prima Repubblica. La spinta di molta parte dell’ultimo gruppo dirigente dell’ex PCI all’inizio degli anni ‘90 verso il maggioritario e oggi verso le controriforme istituzionali, che stravolgono la Costituzione, affonda le proprie radici lontano, non solo nella voglia di accedere finalmente al potere dopo decenni di opposizione, ma anche nel lungo processo di stravolgimento della originaria concezione del PCI di democrazia e di Stato.
Post n°411 pubblicato il 27 Gennaio 2010 da Guerrino35
Radio Singer, ricordata a Leinì con un documentario (29 febbraio) 27 / 01 / 2010 - Leinì rivolge venerdì 29 gennaio uno sguardo particolare al suo passato. Un passato vicino ma per molti caduto nell’oblio, per altri cancellato, per altri ancora mai conosciuto. Un recupero della memoria collettiva di questo comune alle porte di Torino con la vicenda storica più importante da quasi quarant’anni a questa parte: l’occupazione della Singer.
“Radio Singer fu una grande esperienza di comunicazione. Oltre ai comunicati del Consiglio di fabbrica e al calendario delle lotte, molti furono i dibattiti e le interviste. La radio che aveva costruito Orso, operaio della Indesit, si sentiva in tutto il territorio di Leini fino a Mappano perché installata sul campanile della chiesa. Campanile utilizzato per montare l’antenna grazie al permesso del parroco, don Piero” ci ricorda Guerrino Babbini uno dei protagonisti di quegli avvenimenti, autore del libro autobiografico “Quando”, edito dalle Edizioni n.d.r., nel quale ricorda anche l’esperienza di Radio Singer. Babbini sarà uno dei testimoni che, attraverso la proiezione del documentario “Radio Singer” del regista Pietro Balla venerdì prossimo, ricorderà quella esperienza. Il documentario di Pietro Balla è passato in rassegna nel recente Torino Film Festival ed è considerato tra i 12 migliori documentari del 2009 oltre ad essere in concorso in questi giorni a Bari al BIF&ST. Il materiale di repertorio per il documentario è stato fornito dal fotografo leinicese Bruno Brancaleoni e da alcuni lavoratori della Singer. Alla proiezione saranno presenti le autorità comunali e la Fondazione Vera Nocentini. Da non mancare per riscoprire o scoprire l’altra faccia degli anni ’70 che vengono ricordati solo come gli anni bui del terrorismo in Italia.
(Dario De Vecchis)
Post n°410 pubblicato il 21 Gennaio 2010 da Guerrino35
Manifestazione NO TAV Sabato 23 gennaio 2010 ore 14.00 – concentramento presidio No tav di Susa Autoporto Ancora una volta sono arrivati di notte a militarizzare la valle per piantare una trivella. Botte a parte, è il copione del 2005. E la risposta popolare è stata pronta e ferma. Come allora. In questi giorni la valle di Susa, Sangone, Area Torinese e il movimento No Tav stanno subendo una serie di attacchi orchestrati dai promotori del Tav Torino-Lione. Di fronte tentativo di piazzare le trivelle per cominciare i sondaggi (ne sono previsti circa 90 in tutto il territorio che va da SettimoT.se a Chiomonte) tante persone si sono mobilitate in queste settimane. E' nato il presidio Maiero-Meyer all'autoporto di Susa dove dal 9 gennaio centinaia di persone si danno il cambio giorno e notte per impedire i carotaggi. Sono state piazzate alcune trivelle in zone periferiche di Torino e cintura e per farlo sono stati impiegati centinaia di agenti di polizia che vegliano i cantieri. Alla stazione ferroviaria di Collegno per quattro giorni un presidio di attivisti ha contrastato i lavori di sondaggio. Nuovi presidi permanenti sono partiti negli ultimi giorni in valsangone (sulla provinciale tra Rivoli e Villarbasse) e nei pressi della stazione di S.Antonino per monitorare il territorio e comunicare con la popolazione. Sabato sera mani ignote hanno appiccato il fuoco al presidio di Bruzolo disabitato in quel momento, questo attacco è un gesto intimidatorio, tipico del modo con cui la delinquenza organizzata ha operato da sempre, in Italia per intimidire la resistenza popolare contro la speculazione e la distruzione dei beni comuni. L’attacco si inserisce appieno nel clima di discriminazione vergognosa creato ad arte dai mass media contro il movimento NO TAV. Vengono nascoste le ragioni dell'opposizione e ampio spazio viene dato agli slogan dei politici che con la loro superficialità e arroganza minimizzano la portata di un movimento popolare di massa che in questi anni ha saputo con fiera determinazione impedire la truffa colossale del Tav salvando la valle di Susa da una devastazione annunciata. Anche gli amministratori della valle, democraticamente eletti, stanno subendo affronti e tentativi di delegittimazione dalle autorità provinciali e regionali e l'Osservatorio, spacciato inizialmente come luogo di confronto tecnico, ha ormai svelato chiaramente il suo ruolo: la progettazione della nuova linea Torino-Lione. Chi ci sta otterrà in elemosina le compensazioni, gli altri sono esclusi e scavalcati: alla faccia della democrazia! Una prima risposta a tutto ciò è stata data domenica scorsa con una fiaccolata a Bruzolo che ha visto la partecipazione di alcune migliaia di persone accorse per respingere con forza l'attacco di stampo mafioso contro il presidio. Ma l'indignazione popolare è crescente in valle di Susa e non solo, tanta gente non ne può più di questo clima ed è disposta a dimostrarlo ancora una volta SABATO 23 GENNAIO 2010 con una GRANDE MANIFESTAZIONE che partirà alle ore 14.00 dal PRESIDIO NO TAV DI SUSA AUTOPORTO per raggiungere la città di Susa. Partecipiamo in tanti, partecipiamo tutti - Per ribadire ancora una volta il No al Tav (in qualsiasi forma e tracciato si presenti) - Per respingere la campagna di sondaggi truffa - Contro il partito trasversale degli affari che vorrebbe trasformare il nostro territorio in un enorme cantiere per almeno vent'anni - In solidarietà alle amministrazioni comunali sotto attacco. FUORI LE MAFIE DALLA VALSUSA I VALSUSINI NON PAGHERANNO IL “PIZZO”! SE VUOI DIFENDERE LA TUA TERRA E IL TUO FUTURO SABATO NON PUOI MANCARE! Comitati NOTAV della Valle di Susa, Val Sangone, Torino e Cintura
Post n°409 pubblicato il 17 Gennaio 2010 da Guerrino35
di Massimo Gramellini
Post n°408 pubblicato il 14 Gennaio 2010 da Guerrino35
Caro Babbini, Sono andata a vedere il documentario con grandi aspettative: il privilegio di aver letto in anteprima Cominciamo con ordine:
A noi è stato chiesto materiale fotografico e documentari che abbiamo fornito generosamente, in particolare Brancaleone. Siamo stati intervistati in corso d'opera su ogni argomento, senza sapere quale racconto avrebbe fatto il regista e come avrebbe utilizzato i nostri documenti e le nostre parole. Il documentario lo abbiamo visto a cose fatte, con il pubblico. Ribadisco che ciascuno è libero di raccontare come meglio crede, così ho fatto io. Trovo strano che un organismo sindacale diventi autore di un racconto dove, il contesto terroristico dilaghi quasi a nascondere la creatività e il vero significato delle lotte operaie, nascondendone la positività. Anch'io e i miei compagni siamo rimasti molto delusi per il buio con cui si continua ad oscurare la nostra lotta solare.
Post n°407 pubblicato il 13 Gennaio 2010 da Guerrino35
Fratelli della Gran Madre Africa,
ho visto in TV le immagini dei posti dove siete stati costretti a vivere a Rosarno e, per la prima volta in vita mia, mi sono vergognato di essere calabrese. Non pensavo che la mia terra, di grande ospitalità e dignità, potesse cadere così in basso! La Calabria nei millenni ha accolto tutte le popolazioni che sono arrivate alle sue sponde: fenici, greci, ebrei, longobardi, bizantini, normanni, aragonesi, spagnoli, occitani, valdesi, albanesi e più recentemente curdi, cinesi, ucraini…
Nel mio libro Ritorno in Calabria, uscito nel 1994 e ora gratuito in rete, avevo scritto alla fine del capitolo 28:
…vidi al lato della strada litoranea due giovani africani che avanzavano a piedi, alti e scuri. Mi sembrò di aver già visto quella scena e cercai di ricordare dove… Ma certo! Somigliavano ai due Bronzi di Riace, anche loro alti e scuri. Mi venne uno strano presentimento, misto a emozione e speranza. Bronzi millenari emergevano dal nostro mare e popoli d’Africa arrivavano nei nostri paesi in cerca di un futuro migliore. Cose grandi ed arcane stavano succedendo! Forse gli antichi dèi, ai quali il Sud fu tanto caro, si erano ricordati della Calabria e stavano tornando tra noi?
Voi siete venuti in Italia per cercare una vita migliore, e avete trovato disprezzo e sfruttamento. Eppure la scienza insegna che l’umanità ha avuto origine in Africa: lì è nato l’uomo e da lì ha iniziato a migrare per il nostro pianeta!
In tutti i miei scritti ho sostenuto che la nuova civiltà del mondo, la Civiltà Sissiziale, verrà dalla Calabria dove l’Italia è nata, e la vostra rivolta mi dice che è giunto il grande momento! Non crediate di essere soli. Io sono l’onore e la grande anima filosofica della Calabria e vi ringrazio di essere venuti da lontano per portarci il fiore dei vostri giovani anni!
Vi chiedo perdono per come siete stati trattati e, più che fratello mi considero vostro padre per i miei bianchi capelli: perciò mi unisco a voi per dare umanità al mondo che diventa disumano ogni giorno di più. Il mio cuore, la mia penna, la mia mente, sono e saranno sempre con voi per il vostro pane, la vostra dignità, il vostro e nostro onore! Evviva l’Africa libera, evviva l’Italia libera! Milano, 13 febbraio 2010 Salvatore Mongiardo
Post n°406 pubblicato il 03 Gennaio 2010 da Guerrino35
Post n°405 pubblicato il 02 Gennaio 2010 da Guerrino35
Caro 2010, restituiscici almeno la capacità di sognare. Ce l'hanno LUIGI CONS
Post n°403 pubblicato il 29 Dicembre 2009 da Guerrino35
Credo sia giunto il momento dopo varie sconfitte,di costruire una sinistra comunista,anticapitalista,antimperialista e sensibile all’ambiente degna di questo nome. Che abbia come primo punto programmatico l’opposizione delle destre ma anche del PD. Un’altra sinistra che faccia quello che dice, che sia coerente con i propri valori, rispettosa e impegnata a fondo nel conflitto sociale,alternativa al PD a livello nazionale come a Roma o in Sardegna. Una sinistra che non rinuncia alla falce e martello, perché i simboli del lavoro e delle lotte non siano sacrificati all’ennesima svolta a destra. Reputo quindi che ci sia l’esigenza di formare un Partito unico,azzerando quelli esistenti ed unendoli ,formando il nuovo Partito su alcuni punti principali condivisi da coloro che ci stanno dentro e fuori i Partiti. I punti principali oltre a quello di non fare nessun accordo con il Pd devono essere morali ,sociali e civili. Cito alcuni punti:
Post n°402 pubblicato il 22 Dicembre 2009 da Guerrino35
Non credo al diritto del più forte al linguaggio delle armi, alla potenza dei potenti. Voglio credere al diritto dell’essere umano, alla mano aperta, alla potenza dei non violenti. Non credo alla razza o alla ricchezza, ai privilegi, all’ordine stabilito. Voglio credere che tutti gli esseri umani siano esseri umani, e che l’ordine del potere e dell’ingiustizia sia un disordine. Non credo di potermi disinteressare a ciò che succede lontano da qui. Voglio credere che il mondo intero sia la mia casa e il campo nel quale semino, e che tutti mietano ciò che tutti hanno seminato. Non credo di poter combattere altrove l’oppressione se tollero l’ingiustizia qui. Voglio credere che il diritto sia uno, tanto qui, quanto altrove; e che non sono libera finché un solo essere umano sia schiavo. Non credo che la guerra e la fame siano inevitabili e la pace irraggiungibile. Voglio credere all’azione semplice, all’amore a mani nude, alla pace sulla terra. Non credo che il sogno degli esseri umani resterà sogno e che la morte sarà la fine. Oso credere invece sempre e nonostante tutto, alla creatura nuova. Oso credere al sogno di Dio stesso, un cielo nuovo, una terra nuova dove abiterà la giustizia. (Dorothee Sölle)
Post n°401 pubblicato il 02 Dicembre 2009 da Guerrino35
Fondazione Vera Nocentini Archivio e biblioteca storico-sindacale via Madama Cristina, 50 - 10125 Torino Tel. 011.532530 - Tel. e fax 011.547168 Sito web: www.fondazioneveranocentini.it Care tutte/i, vi segnaliamo con piacere che il documentario Radio Singer (regia di Pietro Balla, sceneggiatura di Marcella Filippa e Enrico Miletto), prodotto dalla Fondazione Vera Nocentini e da Deriva Film, in concorso nella sezione Italiana.doc al 27 Torino Film Festival, ha ricevuto la menzione speciale della giuria nazionale UCCA (Unione Circoli Cinematografici Arci) con la seguente motivazione: "per avere brillantemente restituito, con un sapiente lavoro di montaggio di materiale di repertorio e nuove immagini, una importante pagina della nostra storia, di un'epoca così lontana e così vicina, di particolare fermento sociale e culturale". Inoltre il documentario, selezionato dalla direzione artistica tra i 12 migliori documentari del 2009, è in concorso al BIF&ST (Bari International Film & Tv Festival, 23-27 gennaio 2010). Cordiali saluti il direttore Marcella Filippa
Post n°400 pubblicato il 25 Novembre 2009 da Guerrino35
Poesia del 15 giugno 1843, trovata da Piera tra le carte di suo padre. Autore a me sconosciuto.
Messer Domenedio dopo tant'anni Mosso a pietà dei nostri lunghi affanni, Aperto su nel cielo un finestrino Fè capolino;
E con un colpo d'occhio da maestro Scorse il lato sinistro e il lato destro; Restò confuso e si rivolse a Pietro Che aveva dietro.
E disse: o Pietro! o io non son più Dio o è venuto men l'ingegno mio. Affacciati e rimira l'universo. Oh tempo perso!
E Pietro messo il capo al finestrino, Disse: Cos'è, Signor, quel burattino Che in Roma vedo in gran pompa ornato e imbavagliato.
Sorridendo a lui disse il Signore: O Pietro! E' il tuo gran successore; Gli hanno le man, la testa e i piè legati i potentati.
E col filo a vicenda se lo tirano, Lo volgono, lo piegano, lo aggirano; e il popol ignorante tutto vede. Eppur ci crede.
Ed ei, povero vecchio, la cuccagna Si gode di far niente e di scampagna Vuotarsi la bottiglia senza spesa. Povera chiesa.
Esclamò Pietro: ov'è la primitiva Semplicità che al mondo si fè viva? Ov'è quella miseria che provai? Cangiata è assai.
E quel che è peggio, o Pietro, in nome mio Che solo il ben degli uomini desio, Si vendono gli anatemi e le indulgenze Dalle Eminenze.
Si lucra sul battesimo e la cresima, E si guadagna ancor sulla quaresima. E poi chi può pagar, per quanto n'odo, Mangia a suo modo.
Senti quei corvi neri appollaiati Che urlando van contro gli altrui peccati Minacciando ruine e distruzioni Come padroni.
E tutto in nome mio che non so niente, Che felice vorrei tutta la gente; Ma lor farò vedere che non son schiavo. E Pietro: Bravo.
E questi re, che cinti di splendore Van gridando: Siamo unti del Signore; Darò lor l'unto come si conviene. E Pietro: Bene
Vantan diritti ed io non ne so nulla, Eguali li creai fin dalla culla, e son re perchè gli altri son balordi, Pietro, l'accordi?
Almen se il ben dei sudditi cercassero. Se con buone maniere comandassero, Se le leggi facessero da savi Direi lor bravi.
Se mostrassero al popolo buon cuore, Per l'arti e per le scienze un vero amore E vivi affetti d'onorevol storia Avrebber Gloria.
Ma invece fanno a chi le fa più belle, Il mondo pèar la torre di Babele. Non commetton che stragi ed uccisioni Oh! che birboni!
Ruban a più non posso e poi fan guerre; Scavano le prigioni sotto terra Innalzano teatri e insiem patiboli, Chiese e postriboli.
E poi chi ne è l'autor, se senti i frati? E' Dio che li castiga dei peccati; Tutto s'addossa alle spalle mie, Anche le spie.
E l'ignorante, oppresso e gramo Va dicendo che il popolo non amo. Bestemmia e mi manca di rispetto. Se mi ci metto...
Io che creai, può dirsi in un momento La terra e il mare e tutto il firmamento e credei di far il mio simile, l'uomo Un galant'uomo.
Che mi detti persino la premura di porre a suo servizio la natura. Mi veggo in modo tal remunerato. O mondo ingrato!
E Pietro allor: Signor, non v'affliggete, Di tanti mali la cagion non siete. Sono i principi, i frati, i preti, il papa, Teste di rapa.
Senti Pietro, il bambin non l'ho mai fatto Ma se mi salta un ghiribizzo matto Con le mie mani li bastono forte. E Pietro: a morte.
Dunque, Pierin, guardami bene in viso Tu che il guardiano sei del paradiso, Se c'entra un sol, non so se ben mi spiego, Perdi l'impiego.
Così dicendo chiuse il finestrino, E messo bravamente il nottolino, Se ne andò a passeggiar inosservato Sopra il creato.
Post n°399 pubblicato il 18 Novembre 2009 da Guerrino35
Da Il Canavese del 18 novembre2009
La storia della Singer al Torino film festival Il documentarioè realizzato da Pietro Balla
Leini (pro) Sabato scorso al Torino Film Festival, che si conclude questo weekend, è stato proiettato per la prima volta il documentario “Radio Singer” di Pietro Balla. Non un film qualsiasi: la pellicola, infatti, narra della lotta degli operai della fabbrica di Leini contro la chiusura dello stabilimento, deciso dalla multinazionale americana, che produce elettrodomestici. Il documentario, in corsa per il premio finale nella categoria “Italiana.doc” è un condensato di emozioni: 52 minuti intensi, realizzati con le testimonianze dei leinicesi che, allora, vissero in prima persona l’esperienza di lotta per la salvaguardia del posto di lavoro. Con tanto di documenti originali forniti da persone del calibro di Guerrino Babbini e Bruno Brancaleoni, lo storico fotografo che, per l’occasione , ha prestato anche alcuni video inediti, da lui custoditi nell’immenso archivio patrimonio storico dell’intero paese. Ed è stato un successo. “Non sono uno storico, né un sociologo –dice il regista Pietro Balla – il mio mestiere è quello di raccontare delle storie in questo caso sono partito dai giorni nostri per raccontare un episodio avvenuto più di trent’anni fa. Non conosco nessuna verità, né è mio intento darne una. Ho solo cercato di ricreare la memoria attraverso l’invenzione”. La Singer di Leini nacque negli anni ’50 e chiuse definitivamente nel 1978. Il suo arrivo segnò profondamente le dinamiche del paese e la storia della fabbrica racconta quanto stava succedendo in gran parte dell’Italia settentrionale: i percorsi di lavoro e di immigrazione, con i grandi flussi di lavoratori dal Veneto, dal Sud, e da altre regioni italiane. Il conseguente spopolamento della campagna in favore delle nuove aree industriali. La fabbrica e le sue vicende diventano un punto di osservazione privilegiato per narrare i nuovi universi lavorativi che mescolano tempo libero ed esperienze sindacali. Alla notizia della chiusura dello stabilimento, ed è questo che rende la Singer di Leini in qualche modo unica, non ci si limita a scioperi, cortei e manifestazioni. All’interno della fabbrica occupata, le lotte per la difesa del posto di lavoro si intrecciano con eventi culturali di altissimo livello organizzati dai lavoratori. Sul palco della Singer si esibiscono Guccini, Milva, Franca Rame, Dario Fo e i LivingTheatre. Un percorso di protesta che si fa percorso creativo, grazie anche alla diretta partecipazione dei lavoratori che danno vita a “Radio Singer”, la prima radio libera a trasmettere da una fabbrica. Hanno partecipato alla realizzazione del documentario, tra gli altri, Erika di Crescenzo, Salvatore Merola, Guerrino Babbini, Eugenio Pregnolato, Bruno Brancaleoni, Dario Fo, Franca Rame, Piero Fassino, Salvatore Troppa, Adriano Serafino, Enrico Boffa, Luigi Ciullo, Benito Quaglia, Vittoria Capone, Agnese Cappelletto, Rosaria Gigantiello.
Post n°398 pubblicato il 10 Ottobre 2009 da Guerrino35
Stupisce il silenzio delle donne dei partiti di governo
Nelle offese a Rosy Bindi. Il premier che "adora le donne", come ha graziosamente risposto al giornalista spagnolo che lo interrogava sulle sue frequentazioni, perde non solo le staffe, ma ogni senso della buona educazione e del limite appena una donna, una sua collega parlamentare e vicepresidente della camera, si permette di criticarlo. Nella cultura da caserma in cui sembra trovarsi a suo agio quando tratta di donne e con le donne, non gli basta insultarla genericamente come comunista mangiabambini, come fa di consueto con gli oppositori del suo stesso sesso. Non può trattenersi dall'appoggiare il suo disprezzo ad un giudizio estetico. Confermando che per lui - per altro brutto, tinto e rifatto, oltre che piuttosto anziano - le donne si dividono in due categorie: quelle (per lui) guardabili e potenzialmente utilizzabili (se non già utilizzate), la cui intelligenza è eventualmente un optional e comunque non deve velarne il giudizio obbligatoriamente positivo nei suoi confronti, e tutte le altre. Le non convenzionalmente belle e le anziane sono accettabili solo se adoranti. Altrimenti cadono sotto la mannaia del giudizio di non esistenza. Il leghista Castelli ha offerto un'altra variante della stessa cultura da caserma, scegliendo un altro topos classico, quello della zitella. Come se, tra l'altro, una donna senza un uomo fosse automaticamente una donna non voluta, non desiderata e non una che ha scelto di non avere un compagno (saggiamente, verrebbe da dire, se questi fossero gli unici tipi di maschi disponibili sul mercato). Per i leghisti, apparentemente, le donne non devono coprirsi il volto e il capo per motivi religiosi, ma vale sempre l'esortazione del Veneto profondo, secondo cui la donna "Che la tosa la tasa, che la piasa, che la staga a casa" - un atteggiamento non molto distante da quello degli uomini tradizionalisti mussulmani da cui gli orgogliosi leghisti nordici si sentono tanto diversi. Con prontezza, Rosy Bindi ha reagito all'insulto osservando che ovviamente lei non appartiene alla categoria delle disponibili e utilizzabili . Ma è stata la sola a reagire alla maleducazione di Berlusconi e Castelli. Nonostante qualche faccia imbarazzata, nessuno dei maschi presenti, incluso il conduttore, ha ritenuto doveroso prendere le distanze da questo tipo di linguaggio e comportamento gravemente sessista, che rende difficile partecipare alla comunicazione pubblica le poche donne cui, raramente, si concede la parola (Bindi era la sola donna l'altra sera a Porta a Porta, in un folto parterre di uomini). Nessuno dei molti brutti, sfatti e rifatti uomini più o meno anziani che popolano la politica italiana deve temere di essere insultato e delegittimato per questo dai propri interlocutori, per quanto aggressivi. Il silenzio - complice, imbarazzato o codardo - degli uomini sia alleati a Berlusconi che all'opposizione, sia in politica che nei media è una questione politicamente seria che andrebbe affrontata, perché segnala quanto siano profonde le radici culturali del sessismo nel nostro paese. Non dimentichiamo che in Spagna Zapatero è stato attaccato dalla stampa per aver assistito in silenzio allo show in cui Berlusconi ha spiegato come intende le norme di ospitalità quando si trova di fronte una bella donna potenzialmente disponibile. Ma c'è anche un altro silenzio che disturba: quello delle donne dei partiti di governo, a cominciare dalle ministre. Le loro voci si sono levate solo quando il capo le ha chiamate all'appello perché lo difendessero allorché scoppiarono gli scandali a catena: dalle candidature promesse alle veline a Noemi ai festini di Villa Certosa. Mai nessuna presa di distanza dalla immagine di donna - e di loro come politiche e come ministre - che emerge dalle appassionate autodifese del loro capo. Particolarmente silente è la ministra delle Pari opportunità, che pure dovrebbe parlare per dovere istituzionale. Qualsiasi siano i motivi per cui è finita lì, cerchi di ricordarsi per favore che le pari opportunità non sono un concorso di bellezza. E che non si può lasciare a dei vecchi mandrilli, per quanto ricchi e potenti, il potere di parola e di giudizio su ciò che sono, sanno e possono fare e dire le donne, a prescindere dall'età e dai canoni estetici. Lasciare insultare una collega, anche della opposizione, con argomenti che nulla hanno a che fare con la politica, ma solo con il sessismo, è un errore grave, di cui paghiamo il prezzo tutte. (9 ottobre 2009) http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/giustizia-12/offesa-bindi/offesa-bindi.html var SEZIONE='politica';
Post n°397 pubblicato il 07 Ottobre 2009 da Guerrino35
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Fu un avvenimento che arrivò sulle pagine dei giornali nazionali e che attrasse l’attenzione non soltanto della 

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