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La donna e l'oppressione coloniale

Post n°473 pubblicato il 25 Giugno 2015 da Guerrino35

www.resistenze.org - popoli resistenti - senegal - 22-06-15 - n. 549

La donna e l'oppressione neocoloniale

Guy Marius Sagna* | afriquesenlutte.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

08/06/2015

Si racconta che Napoleone rimproverò una sua compatriota sul fatto che si occupasse di politica; ella gli rispose: "Sire, in un paese nel quale le donne sono condannate a morte è perfettamente naturale che vogliano sapere il perché". Cari compatrioti, in questo Senegal dove le donne sono la maggioranza di quel 46,6% della popolazione che vive sotto la soglia della povertà, dove sono la maggioranza di quel 50% di quindicenni non alfabetizzati, dove 392 di esse sono costrette a morire ogni 100.000 parti, dove ci sono appena due ostetriche ogni 1.000 partorienti – molto lontano dagli standard OMS, che ne raccomanda sei ogni 1.000 nati vivi - dove ogni giorno 93 donne – più di 33.000 all'anno - piangono la morte di un loro figlio con meno di cinque anni, dove quando nascono non possono sperare di vivere più di 59 anni – 10 anni in meno della media mondiale - ... è perfettamente naturale che qualcuno si chieda "perché?". Il destino ha riservato alla donna senegalese due bocconi amari: essere nata in un paese semicoloniale ed essere nata donna.

Essere nata in un paese semicoloniale

La verità è che non c'è nulla da esser fieri. La situazione del Senegal è grave. Per fare una dialisi non si hanno a disposizione che tra i 40 e 50 macchinari, mentre in altri paesi con una popolazione simile, la dotazione di questi macchinari è tra i 560 e i 600. Il Senegal vuole aumentare la sua produzione di sementi certificate dal 12 al 25% da qui al 2017. Nella regione di Sedhiou, 116 villaggi su un totale di 924 dispongono dell'elettricità, cioè il 12,6%. Ed il 40% delle aule scolastiche è situato in ambienti precari, cioè 1.666 su un totale di 2.996 aule.

In questo contesto, è possibile vedere una minoranza di senegalesi, servitori della maggioranza, condurre le stesse automobili con le quali si muovono i ministri e i deputati di paesi con un PIL altissimo o che posseggono ville, fortune, salari e fondi neri che fanno impallidire di invidia molti dei paesi sviluppati; uno scandalo. Infine, questo stato di cose, nonostante il frastuono fatto sulla buona gestione, è la condizione affinché questa minoranza accetti di percorrere la via del tradimento anti nazionale.

Il personaggio di Ousmane Sembène, Guelewar, sarebbe ancora più abietto di fronte al regalo fatto venerdì 13 febbraio 2015 di 2,3 miliardi di franchi CFA del Giappone al Senegal per l'acquisto di 8.000 tonnellate di riso nel quadro di un programma di aiuto alimentare. O di fronte, lo stesso giorno, all'incasso, dal Senegal, di una donazione di 1,2 miliardi di franchi CFA per l'elettrificazione solare di 120 centri di salute nel quadro del progetto di miglioramento delle prestazioni del settore sanitario in ambiente contadino. Che cosa dire allora – più di recente - delle 10.000 tonnellate di medicine del re [del Marocco] Mohamed V?

Il colono francese, quando fu concessa l'indipendenza, piazzò alla testa del Senegal quelle e quei nostri concittadini che non avevano mai pronunciato prima la parola "indipendenza" e la fuggivano appena la sentivano. Tutto questo con l'obiettivo di facilitare l'impresa di saccheggio e dominazione del nostro popolo attraverso politiche liberali. Questi concittadini per i quali il tradimento risultava redditizio si sono affannati per mantenere il potere per tutto il tempo che fosse possibile, fino ai nostri giorni. Il Senegal degno, con le sue battaglie vinte, ma senza aver mai vinto la guerra, non ha smesso mai di lottare per il [partito] "Mom Sa Rew" nonostante le angherie, le marginalizzazioni, gli assassinii... Ecco perché queste politiche neoliberali, ieri piani di adeguamento strutturali (PAS) e oggi accordi di partenariato economico (APE), come anche altri meccanismi come il franco CFA, sono stati imposti al nostro popolo con la complicità del Senegal indegno.

Sono queste politiche che privano il nostro popolo delle risorse necessarie per avere sufficienti ostetriche, pediatri, ginecologi, infermieri, infrastrutture sanitarie, personale e strutture educative; industrie e un mercato nazionale per queste; sufficienti macchinari per l'agricoltura e sovvenzionamenti per la popolazioni contadine...

Sono queste politiche che si accaparrano il settore bancario ed altre aree strategiche. Che privano il nostro popolo della sua terra e delle sue risorse alieutiche... anche del suo oro. Il presidente della repubblica del Senegal ha appena riconosciuto che "noi non possediamo più del 3 % dell'oro che si estrae nel nostro paese." La stessa cosa accadrà col petrolio che si è appena scoperto, finché il Senegal indegno sarà al potere. Il capitale a scapito del lavoro! L'attività africana di Bolloré è, secondo Capital.fr, di gran lunga la più proficua del gruppo, rappresenta solo il 25% del giro di affari, ma produce l'80% dei profitti; per i popoli africani implicati, è tutto tranne che il paese della cuccagna. Senza una vera sovranità, la crescita economica non si trasformerà mai nello sviluppo dei popoli".

Il 6 maggio 2015, durante la cerimonia di riabilitazione del programma "Jangando" per la regione di Dakar, l'ispettore accademico di Dakar disse: "stiamo ritornando ad assumere ad un minore costo". Allo stesso modo che i senegalesi nelle piroghe del 2006 o nelle bagnarole nel 2015 sono la dimostrazione di un Senegal raggiunto dalla Nuova Politica Industriale, la Nuova Politica Agricola ed i Piani di Adeguamento Strutturale, antenati degli Accordi di Partenariato Economico. Un chilometro di pista costa tra i 20 e i 25 milioni; un ospedale ben equipaggiato,1,5 miliardi; un magazzino di stoccaggio costa 80 milioni; un insegnate ed un ginecologo costano... Queste politiche ci privano di risorse che ci permetterebbero di fare di fronte alle necessità del nostro popolo. Come avere risorse sufficienti quando i telefoni, l'acqua, la ferrovia... sono privatizzati? Privatizzazioni imposte dal FMI e dalla Banca Mondiale. Privatizzazioni di cui beneficiano le multinazionali del Nord.

Per illustrare questo, ritorniamo al caso della regione di Sedhiou. Prima del consiglio di ministri decentrato realizzato a Sedhiou, le necessità di investimento si stimavano in 856 miliardi di franchi CFA. Il primo ministro informa che lo Stato e i suoi partner hanno già individuato 137 miliardi (c'è dunque un gap di 719 miliardi). Ma il costo dell'urgenza è valutato 356 miliardi di franchi CFA (secondo Nfaly Badji, direttore del ARD di Sédhiou, in Le Soleil di martedì 24 febbraio 2015). Il consiglio dei ministri decentrato del 25 di febbraio 2015 annuncia un'estensione di 13 miliardi effettuata da Macky Sall ai 187 miliardi portati in bilancio dal consiglio interministeriale la vigilia. Cioè 200 miliardi d'investimento nel quadro di un programma speciale d'investimenti pubblici 2015-2017. In seguito si viene pubblicamente a conoscenza che ci sarà un programma triennale 2018-2021 che prenderà la staffetta dei grandi investimenti.

Questo è altrettanto vitale per il resto delle regioni senegalesi, come quella di Kaffrine. Per modernizzarsi, questa regione deve realizzare un programma di 344.431.664.403 F CFA. . Solo 19.745.250.252, cioè il 6% dell'importo, è già pronto da parte dello Stato e dei suoi partner, ha detto il governo.

Per la campagna agricola di questo anno, il governo ha informato che sovvenzionerebbe 13.000 seminatrici, 1.040 zappe occidentali e 650 zappe cinesi. Ci sono 14.958 villaggi in Senegal. Nel settore dell'agricoltura, la politica di oppressione contro il popolo senegalese in generale e in particolare del suo settore contadino, fornisce 0,869 seminatrici per villaggio, 0,069 zappe occidentali per villaggio e 0,043 zappe cinesi per villaggio. Queste quantità infinitesimali raddoppiate dalla mancanza di controllo dell'acqua, conseguenza sempre dell'oppressione neocoloniale del Senegal, in un anno di scarse piogge come è stato 2014, hanno come conseguenza 1,5 milioni di senegalesi in situazione di insicurezza alimentare a giugno 2015; una situazione che rivela la tragedia del mondo rurale senegalese, della donna contadina del Senegal in particolare.

Queste politiche colpiscono indistintamente tutti i senegalesi, non importa quale sia il loro sesso, né la loro età. È per questo motivo che spetta a tutti i senegalesi, senza distinzione di sesso ed età, il compito di liberare il nostro paese dalla dominazione di un sistema che c'impone una situazione tragica segnata in particolare da un gap da colmare di 4000 ostetriche e dove solo il 59% dei parti è assistito da personale medico qualificato.

"Se sentite le vostre catene, siete già per metà libere"

Attualmente, l'interesse dei popoli del Senegal e dell'Africa esige, con una forza particolare, l'entrata delle donne nelle fila organizzate del paese e del continente degno, per la liberazione del Senegal e dell'Africa. Questo compito sarà realizzato con più facilità nella misura in cui le donne vi prenderanno parte; la parte più importante, la più cosciente e la più volontaria.

Dato che le organizzazioni antimperialiste pretendono di prendere il potere, è pericoloso non agire sulle masse inerti delle donne non preparate nel movimento come quello delle casalinghe, delle impiegate, delle contadine... carenti nel concetto di collaborazione e non affrancate dai pregiudizi e non legate da un vincolo qualunque al gran movimento di liberazione che è l'antimperialismo. Le donne senegalesi che non partecipano a quel movimento costituiscono inevitabilmente un appoggio all'imperialismo ed ai suoi collaboratori ed un obiettivo per la loro propaganda semi coloniale. La mancanza di coscienza delle donne può svolgere un ruolo negativo nella lotta del nostro popolo contro l'imperialismo ed i suoi effetti.

Tutto quello che abbiamo appena detto è il compito immediato delle donne eredi di quelle di Nder: estendere l'influenza dell'antimperialismo ai vasti strati della popolazione femminile del Senegal e sottrarre le donne dall'influenza delle concezioni imperialiste e dall'azione dei partiti collaborazionisti per fare di esse autentiche combattenti per la liberazione totale della donna.

Quello che l'antimperialismo darà alla donna, in alcun caso potrà darlo il movimento femminile collaborazionista. Finché il Senegal è oggetto della dominazione, la liberazione della donna è impossibile.

La parità non elimina la sovranità imperialista

Qualsiasi relazione ed appoggio della donna antimperialista al femminismo pro imperialista non fa che indebolire le forze per l'indipendenza e ritardare la rivoluzione antimperialista, vale dire, la liberazione della donna. Libereremo Senegal ed Africa con l'unione nella lotta di tutte le donne e gli uomini antimperialisti e non con l'unione delle forze femminili appartenenti ai due campi opposti (anti e pro imperialisti). Di fronte alla questione nazionale, la questione di genere passa in secondo piano.

La lotta della donna contro la sua doppia oppressione, l'imperialismo e la dipendenza familiare e domestica, sono una lotta degli antimperialisti di entrambi i sessi contro l'imperialismo e per l'emancipazione delle donne.

Le radici dell'oppressione delle donne senegalesi sta in primo luogo nell'imperialismo. Per finire con questa oppressione è necessario un nuovo ordine sociale: un Senegal liberato dall'imperialismo.

Ciò ci porta ad interrogarci sulla parità uomo-donna nelle funzioni elettive senegalesi. Che cosa è cambiato nella gestione dei comuni senegalesi dal 29 giugno 2014, data delle prime elezioni municipali nelle quali si esigeva la parità di genere (sorta di quote rosa ndt) nella costituzione delle liste dei candidati? È differente il Consiglio Socioeconomico ed Ambientale da quando alla sua testa si trova una donna? Esiste un'assemblea nazionale senegalese di rottura sul fatto della parità nella costituzione delle liste di candidati durante le elezioni legislative del 2012? Le 33.000 donne che ogni anno perdono il loro figlio di meno di cinque anni, che perdono i loro figli o i loro mariti nelle fosse comuni del Mediterraneo ed altri mari o nel deserto come conseguenza delle politiche neoliberali o quelle comprese nel 46,6% che vivono sotto la soglia della povertà...

La parità è la loro priorità? Nello stesso modo in cui la borghesia fuorvia il popolo tentando di ricongiungerlo sotto la sua bandiera, allo stesso modo la borghesia e la piccola borghesia femminile si sono prese gioco delle grandi masse di donne riconducendole al loro ordine del giorno piccolo borghese.

La maggioranza delle donne senegalesi, ognuna nella sua capanna, pensa di alleviare il suo lavoro domestico, di avere accesso all'acqua, anela di potere lavorare fuori della sua casa... Mentre le altre, nei loro palazzi, sognano la partecipazione al parassitismo delle nostre risorse.

Nel quadro attuale, la lotta per la parità non può essere assimilata alla consegna leninista "Ogni cuoca deve imparare a dirigere lo Stato", lanciata in un contesto come quello russo nel quale era necessario attrarre le donne russe, anche quelle più arretrate, alla vita pubblica per i soviet. Qui quello che si insegna a fare è come imbrogliare i propri mandanti, cioè il popolo.

Cambiamo la situazione economica e sociale della donna senegalese e questa sarà emancipata. Non permettiamo che le donne piccolo borghesi accedano ai posti elettivi e che esse si integrino nella burocrazia borghese mediante l'accesso ai mezzi di arricchimento personale come i loro compagni maschili. Non è necessario reinventare G.Deville le cui parole suonano tanto adeguate: "(...) non intraprendiamo oggigiorno una campagna per l'ammissione delle donne ai diritti politici e di conseguenza la fantasia della candidatura femminile non ci conti tra i suoi sostenitori, benché, nei gruppi del partito operaio le donne hanno la più completa uguaglianza con gli uomini? Sapendo che il diritto al suffragio non è la strada verso l'emancipazione umana, non possiamo perdere un tempo prezioso nella persecuzione di un obiettivo che, per impossibile da raggiungere, è incapace di migliorare la situazione della donna. Per essa e per coloro i cui sforzi andrebbero persi, sarebbe un'altra delusione che si sommerebbe alla lunga lista di delusioni provocate dal suffragio universale; benché, in questo caso, la responsabilità cadrebbe interamente su chi si fosse abbandonato ad un sentimentalismo per niente riflessivo. L'emancipazione femminile è subordinata alla trasformazione economica; solo lavorando per questa trasformazione si farà qualcosa per la liberazione dalla donna. Agire è altrimenti, coscientemente o no, farsi complici di deviazioni dannose agli interessi che si pretende di difendere."

Allo stesso Deville chiederemo in prestito l'immagine. Così, infatti, come il malato ha del suo dolore una nozione più esatta del medico che lo cura, la donna ha più che tutto un'idea precisa delle privazioni che patisce, appena si tratta del rimedio da applicare, le donne, in quanto donne, non sono più atte ad indicare la soluzione della questione sociale, come i malati a diagnosticare il trattamento adatto; quando esiste, la loro competenza in questa materia proviene da studi speciali e non dal loro sesso di donne. Che siano un uomo o una donna (o un giovane) che sia eletto sotto la bandiera della collaborazione imperialistica, il risultato sarà lo stesso. La candidatura femminista in Senegal, in quanto è solamente la candidatura di una donna, è un'illusione. Occorre, oggi nel Senegal dominato, una candidatura anti imperialista. E per ciò bisogna scegliere dei candidati in virtù dei servizi che possono fare in termini di rottura e non del loro sesso o della loro età.
Cabral lo diceva già: il "nostro partito e la lotta dovrebbero essere dirette ai migliori figli e figlie del nostro popolo." E' lo stesso per i comuni e l'assemblea nazionale... quando gli antimperialisti avranno conquistato il potere.

Essere nate donne

Nella rubrica "Faits divers" ci parlano di una storia che si svolgea Yang-Yang. Quella di Taubel una donna uccisa, il 1° giugno 2015 da suo marito. Le avrebbe tagliato la carotide e reciso la spalla ed il ginocchio destri. Il 5 giugno, ci parlano di Fanta, questa volta a Goudiry che era stata picchiata da suo marito e dopo pugnalata. Questi atti di violenza, come altri praticati contro donne senegalesi sono lungi dall'essere fatti diversi. È il destino di molte donne senegalesi solo per il fatto di essere donne.

Nel 2014 si sono registrati 3.600 casi di violazione in Senegal. Potremmo parafrasare Angela Davis: La violenza deve ricordare alla donna l'immutabilità essenziale della sua femminilità. Nella società fallocratica senegalese, la parola "donna" continua a significare passività, accettazione, debolezza, rassegnazione, inferiorità. Essere umano di una dignità inferiore a quella dell'uomo e del cui corpo l'uomo può impadronirsi.

L'oppressione delle nostre compatriote per il fatto della loro condizione femminile è tale che il loro corpo non gli appartiene. E' ciò che conferma l'ultima indagine demografica e di salute continua (Eds-c). Il 25% delle donne tra i 15 e i 49 anni dichiara di avere subito l'escissione del clitoride .

L'uso dei contraccettivi è aumentato di otto punti tra il 2010 e il 2014, cioè, è passato dal 12 al 20,3 %. La maggioranza delle donne non può utilizzare metodi contraccettivi senza il permesso del marito. Allora, l'interruzione volontaria della gravidanza? I custodi del tempio fallocratico vegliano.

Un'altra immagine dell'oppressione che vivono le donne senegalesi è che l'80 % di esse non ha accesso diretto ai beni immobili. Solo il 20 % delle donne possiede un titolo regolare di proprietà della propria terra. A questo è necessario aggiungere che la superficie media degli appezzamenti sfruttati da un uomo senegalese gira intorno ai 6,9 ettari, mentre quelle delle donne è intorno ai 3,4 ettari.

È impossibile non ricordare questo altro pernicioso esempio della doppia oppressione delle nostre sorelle e madri rappresentata dalla pratica che consiste nello sbiancarsi la pelle generalmente chiamato "xeesal.". Il 50 al 60% delle senegalesi si dedicano al "xeesal". Un vero problema di salute pubblica. Alcune dei nostri compatrioti non dubitano e dicono con orgoglio: "Io la cosa unica che faccio è il leral." Due oppressioni contemporaneamente: razziale e fallocratica. Oltre alla lotta condivisa col resto dei senegalesi, le senegalesi hanno rivendicazioni specifiche.

Nella società che vogliono edificare i progressisti senegalesi, la donna è uguale all'uomo. È per questo che una lotta risoluta che si libera dalle teorie e dalle pratiche che mettono la donna su un piano di inferiorità continuerà ad essere condotta.

La trasformazione sociale del Senegal passa attraverso la liberazione dai legami con l'imperialismo; se non sarà così, non sarà possibile. Parallelamente, apostrofiamo i più audaci come lo fece così bene Sojourner Truth: "Piccolo signore in nero, laggiù, si dice che le donne non possono avere gli stessi diritti degli uomini perché Cristo non era una donna. Da dove viene il cristo? Da dove viene il vostro Cristo? Da Dio o da una donna? L'uomo non ha niente a che vedere con lui!". E se non sono disposti a capire, aggiungiamo: "Se la prima donna creata da Dio ero tanto forte da rovesciare il mondo ella sola, le donne dovrebbero essere capaci di tornare a metterlo diritto!". Non lavorare per l'emancipazione della donna equivale a mutilarsi. È la stessa cosa decidere di usare una sola gamba invece di tutte e due. Ma il Senegal andrebbe molto più rapidamente con due gambe che con una. La rivoluzione antimperialista anche. Di qui tutta la precisione di Sankara quando dice: "La rivoluzione e la liberazione della donna vanno insieme. E non è un atto di carità o uno slancio d'umanesimo parlare dell'emancipazione delle donne. È una necessità fondamentale per il trionfo della rivoluzione. Le donne sono l'altra metà del cielo". Questa metà, gli antimperialisti dei due sessi la conquisteranno insieme.

In un Senegal liberato, libereremo la donna poiché ogni azione contro l'oppressione neocoloniale è un progresso che allevia la situazione della donna. Incorporiamo la maggioranza delle donne senegalesi alla lotta contro l'oppressione neocoloniale. Esse costituiranno l'esercito decisivo che cambierà i fondamenti del Senegal. E si dirà di loro più di quello che si disse delle donne russe, cinesi, cubane, algerine, sudafricane... O anche ciò che un osservatore borghese della comune scriveva nel 1871 in un diario inglese: "Se la nazione francese fosse composta solo di donne, che terribile nazione sarebbe!".

Dakar, 7 giugno di 2015

Riferimenti bibliografici:

Femmes, race et classe, Angela Davis, 1981

La femme et le communisme, Jean Freville, Janvier 1950

La propagande parmi les femmes, IIIe congrès Internationale Communiste, Juin 1921

* Guy Marius Sagna è coordinatore della coalizione nazionale "Non aux APE Sénégal"
 
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GIU' LE MANI DALL'ERITREA

Post n°472 pubblicato il 25 Giugno 2015 da Guerrino35

www.resistenze.org - popoli resistenti - eritrea - 23-06-15 - n. 549

Mohamed Hassan: "Giù le mani dall'Eritrea!"

Grégoire Lalieu, Investig'Action | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

22/06/2015

La tragedia umanitaria dei migranti nel Mediterraneo ha posto un paese del Corno d'Africa relativamente sconosciuto al centro dell'attenzione dei media. L'Eritrea sarebbe in effetti il più grande fornitore di rifugiati. Le loro testimonianze costruiscono l'immagine di uno Stato terrificante dove regna la dittatura, la tortura e la fame. Pochissimi giornalisti hanno visitato l'Eritrea. Andando controcorrente rispetto alcune informazioni che riceviamo su questo paese misterioso, Mohamed Hassan denuncia una campagna di demonizzazione. Conoscitore del Corno d'Africa, egli mette in dubbio ciò che viene detto, ma soprattutto quello che non viene detto sull'Eritrea. E si unisce ai rappresentanti delle comunità eritree in Europa, riunitisi il 22 giugno a Ginevra per inviare un messaggio chiaro all'Occidente: "Giù le mani dall'Eritrea!" (#handsoffEritrea)

Dopo l'ultimo naufragio dei migranti nel Mediterraneo, l'Eritrea è al centro dell'attenzione. Lei che conosce questo paese e che lo visita spesso, cosa ne pensa di quanto è stato scritto sull'Eritrea dalla stampa occidentale?

Occorre innanzitutto interrogarsi sul modo in cui i media ci informano sull'Eritrea. Le testimonianze dei rifugiati sono numerose. Ma avete sentito quelli della diaspora che sostengono il governo eritreo? Avete potuto leggere le risposte del presidente, di un ministro o anche di un ambasciatore agli attacchi indirizzati all'Eritrea? Immaginate di dovervi informare su Cuba. Quale sarebbe la vostra opinione se non si prendessero in considerazione che le testimonianze degli esuli cubani in Florida? Quando la stampa procede in modo tanto unilaterale, senza dare la parola a tutte le parti, fa più propaganda che informazione.

Le testimonianze riportate secondo lei non sono affidabili?

Ovviamente, coloro che fuggono dall'Eritrea hanno il loro punto di vista. Ma ho notato alcune lacune sistematiche nel ritratto che viene fatto di questo paese. Ad esempio, si sottolinea il fatto che nessuna elezione si sia svolta dopo l'indipendenza del paese nel 1993. Si fa anche riferimento alle misure adottate dal governo nel 2001, vale a dire la chiusura di media privati e l'arresto delle opposizione politiche. Ma non si dice nulla del contesto. Potremmo quindi semplicemente credere che il presidente Isaias Afwerki sia stato improvvisamente colto da un eccesso di autoritarismo, tratteggiando così il ritratto di un tiranno capriccioso. Lo hanno anche accusato di essere un alcolizzato e di avere denaro nascosto in Svizzera. Senza fornire alcuna prova, naturalmente. La realtà è diversa. Isaias Afwerki è un uomo lucido, che non ha alcun problema col bere. Conoscendo un minimo l'Eritrea, è assurdo dover controbattere simili voci! Il presidente è modesto. Se vi recaste ad Asmara, lo potreste incontrare mentre cammina per strada, in sandali e senza guardie del corpo. Ciò è molto lontano dall'immagine del tiranno megalomane che sfrutta il suo popolo per la sua ricchezza personale.

Ha parlato di misure nel 2001. Che cosa è successo che i media non dicono?

Nel 2001, l'Eritrea stava emergendo da una guerra terribile con il suo vicino etiope. L'Eritrea è stata una ex colonia dell'Etiopia e ha condotto la più lunga lotta del continente africano per ottenere l'indipendenza. Ma l'Etiopia non lo ha mai digerito e nel 1998 tra i due paesi scoppiò un conflitto. Durante la guerra, alcuni media privati eritrei, corrotti dall'Etiopia, chiamarono a rovesciare il governo. Anche alcuni politici e ufficiali dell'esercito collaborarono con il nemico, sperando di approfittare del conflitto per prendere il potere ad Asmara. Questa guerra fece cadere molte maschere in Eritrea, tanto più che erano in pochi a pensare che il governo vendesse cara la pelle. Ma alla fine riuscì a respingere l'invasione etiopica. E successivamente prese delle misure di sicurezza che vietano i media privati, imprigionando coloro che avevano collaborato con il nemico. Va anche ricordato che prima della guerra erano state pianificate le elezioni, istituita una commissione elettorale e predisposto il voto appena prima dell'invasione.

Sul piano democratico, la situazione non è certo delle più gratificanti. Ma nell'affrontare questo problema, si deve compiere un'analisi completa che tenga conto del contesto. Quello che i media occidentali non lo fanno.

Non c'è stata alcuna guerra con l'Etiopia da quindici anni a questa parte. Ma ancora non ci sono state le elezioni. E l'informazione resta nelle mani dello Stato. Perché?

In primo luogo, tra i due paesi le tensioni rimangono palpabili. Il governo etiope si lancia regolarmente in diatribe bellicose contro il suo vicino. E' anche alla luce di questa situazione di tensione che va analizzata la questione della coscrizione in Eritrea. Contrariamente a quanto è stato scritto dalla stampa, i giovani non sono arruolati a forza e a vita per il servizio militare. Prima della guerra, la durata del servizio era fissato a diciotto mesi. Poi si è alzata durante il conflitto, ma dopo è stata riportata alla sua durata originaria. L'Eritrea ha circa 6 milioni di abitanti, quasi la metà del Belgio. Dall'altro lato, l'Etiopia ha una popolazione di 90 milioni. Si capisce molto rapidamente che l'Eritrea non ha i mezzi umani e materiali per costruire un grande esercito in grado di tenere testa al suo vicino. Il governo non ha d'altronde la volontà di spenderci tanto denaro. Da qui, il servizio di leva che permette di utilizzare un esercito di riserva in caso di conflitto.

Quindi non dimenticate che l'Eritrea si trova in una delle regioni più caotiche dell'Africa. Su questo tema, inoltre, il governo ha una visione molto interessante di cui purtroppo non sentiamo parlare. Esso ritiene che l'ingerenza delle potenze neo-coloniali sia la principale responsabile dei conflitti che attraversano il Corno d'Africa. E per attenuare la tensione, l'Eritrea chiama a riunire tutti gli attori regionali intorno a un tavolo per dialogare pacificamente, senza intromissione delle potenze straniere. Infine, il governo è molto franco su questo argomento: elezioni e media privati non sono una priorità, senza offesa per la visione etnocentrica degli occidentali che glorificano il voto a scapito di altre questioni più critiche. Il governo eritreo sta combattendo in primo luogo sul terreno dello sviluppo. Di questo i media non parlano, finendo così col perdere, io credo, il punto essenziale. In effetti, dopo l'indipendenza l'Eritrea ha rifiutato gli aiuti della Banca mondiale e del Fmi, così come i programmi ad essi collegati. "Gli eritrei sanno meglio di queste istituzioni internazionali cosa è meglio per l'Eritrea", aveva obiettato il presidente Afwerki.

Così facendo, l'Eritrea è diventato il primo paese in Africa a raggiungere gli Obiettivi del millennio. Questo programma è stato messo a punto dalle Nazioni Unite nel 2000 per eliminare la fame, espandere l'assistenza sanitaria e l'istruzione, migliorare le condizioni di vita di donne e bambini, ecc. Esso si basa principalmente sull'aiuto dell'Occidente, ma è un po' caduto nel dimenticatoio con la crisi economica. Ora, ciò che di eccezionale ci mostra l'Eritrea è che un paese africano non ha bisogno di elemosine dall'Occidente per svilupparsi. Al contrario, dobbiamo fermare i saccheggi organizzati dalla Banca mondiale, dal Fmi e da tutte quelle istituzioni che vogliono imporre il neoliberismo ai paesi del Sud.

Ai primi di giugno, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha pubblicato un rapporto di condanna dell'Eritrea. Secondo il rapporto, "il governo eritreo è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, sistematiche e diffuse". Il rapporto aggiunge che "queste violazioni potrebbero costituire dei crimini contro l'umanità".

Anche in questo caso, il rapporto si basa esclusivamente sulle testimonianze di rifugiati, avendo il governo eritreo negato l'accesso alla commissione di indagine delle Nazioni Unite. Ma un rapporto costruito a partire dalle sole testimonianze dei richiedenti asilo non può essere attendibile. Infatti, per ottenere lo status di rifugiato politico, alcuni non esitano a mascherare la loro nazionalità e a raccontare ciò che il paese ospitante vuole sentire. Tra i profughi eritrei, si trovano pertanto degli etiopi che si fanno passare per quello che non sono al fine di ottenere asilo. Nel 2013, due parlamentari francesi hanno presentato al ministro degli Interni un rapporto che indica la pericolosa contiguità tra coloro che aspirano allo status di rifugiati politici e i migranti economici. A questi ultimi, le reti mafiose che gestiscono le filiere di transito verso l'Europa propongono la falsa testimonianza e dei dossier sulla persecuzione già pronti. Quindi, se alcuni ispettori dell'Onu fanno il loro lavoro con coraggio, anche dispiacendo le grandi potenze, altri non esitano a sacrificare il loro dovere di obiettività sull'altare degli interessi politici. Nel 2011, ad esempio, lo stesso Alto commissariato per i diritti umani agevolò l'intervento della Nato in Libia denunciando la repressione di manifestanti pacifici con carri armati, elicotteri e aerei. Oggi sappiamo che queste accuse erano del tutto campate in aria. Ma avevano lo scopo di fare pressione sul governo libico. La stessa cosa sta accadendo con l'Eritrea.

Chi vuole mettere pressione sull'Eritrea e perché?

Economicamente e politicamente, l'Eritrea è un sasso nella scarpa del neocolonialismo occidentale. L'Africa è un eldorado per le multinazionali. E' il continente più ricco... con le persone più povere! Ed ecco che un paese africano dichiara e dimostra attraverso la pratica che l'Africa può svilupparsi solo liberandosi dalla tutela occidentale. Il presidente Afwerki è stato molto chiaro sulla questione: "Cinquanta anni e miliardi di dollari di aiuti internazionali post-coloniali hanno fatto ben poco per sollevare l'Africa dalla sua povertà cronica. Le società africane sono diventate delle società zoppicanti". Egli ha aggiunto che l'Eritrea deve camminare con le proprie gambe. Poi, come tutti i leader africani che hanno tenuto questo genere di discorsi contro il colonialismo, Isaias Afwerki è diventato un uomo da abbattere agli occhi dell'Occidente.

Il governo eritreo non facilita questa campagna di demonizzazione rifiutando di ospitare una commissione di inchiesta delle Nazioni Unite?

E' necessario comprendere ciò che può apparire come un atteggiamento di chiusura. In primo luogo, l'Eritrea si trascina un pesante contenzioso con le Nazioni Unite. Il paese fu colonizzato dagli italiani. Dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta di Mussolini, l'Eritrea avrebbe dovuto ottenere la sua indipendenza, ma fu ricongiunto all'Etiopia contro la sua volontà. L'ex segretario di Stato Usa, John Foster Dulles, all'epoca dichiarò: "Dal punto di vista della giustizia, le opinioni del popolo eritreo devono essere prese in considerazione. Tuttavia, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo rendono necessario che questo paese sia ricongiunto al nostro alleato, l'Etiopia". Questa decisione ha avuto conseguenze catastrofiche per gli eritrei. Sono stati letteralmente colonizzati dall'Etiopia e hanno dovuto condurre una terribile lotta lunga 30 anni per ottenere la propria indipendenza.

Inoltre, durante questa lotta, gli eritrei hanno affrontato un governo etiopico sostenuto alternativamente da Stati Uniti e Unione Sovietica. Durante la Guerra fredda, di solito si faceva parte di un blocco o dell'altro. Ma non accadeva mai di avere sulla schiena entrambe le due superpotenze del tempo! Cosa che lascia dei segni, ovviamente.

Ecco perché oggi l'Eritrea ritiene di non avere alcuna responsabilità nei confronti della cosiddetta "comunità internazionale". Essa difende fieramente la propria sovranità per sviluppare al meglio la sua rivoluzione. Non tutto è perfetto, naturalmente. Gli eritrei sono i primi a riconoscerlo. Nonostante i risultati eccezionali per un tale paese in termini di sanità, istruzione e di sicurezza alimentare, tutti vi risponderanno con grande umiltà che c'è ancora molto da fare. Ma perché l'Eritrea continui a progredire, la cosa migliore da fare è di non voler decidere al posto degli eritrei. Per questo mi unisco alla diaspora nel dire alle Nazioni Unite: "Giù le mani dall'Eritrea!"

Per un approfondimento, vedi il dossier: Tutto quello che non dovreste sapere sull'Eritrea
 
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La Comune di Parigi

Post n°471 pubblicato il 03 Aprile 2015 da Guerrino35

www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 31-03-15 - n. 537

144 anni dalla gloriosa comune di Parigi

Giorgio Apostolou ilpartitocomunista.it

31/03/2015

Il 28 Marzo 1871 dalle fiamme della guerra Franco-Prussiana veniva proclamato solennemente il primo governo operaio rivoluzionario, la Comune di Parigi. Per la prima volta nella storia dell'umanità, all'interno della società capitalista, il potere statale passò per un breve periodo nelle mani del proletariato, nelle mani della classe operaia,  classe sociale d'avanguardia,  oggettivamente e risolutamente rivoluzionaria fino alla fine.

La Comune fondata dagli operai di Parigi durò 72 giorni, ma la sua importanza per l'ulteriore lotta di liberazione della classe operaia fu enorme. Dimostrò in modo inconfutabile che essa era entrata con determinazione nell'epicentro dello sviluppo sociale del nuovo periodo storico-politico.

Il maggior insegnamento della Comune di Parigi come scrive Karl Marx è che dando l'assalto al cielo, "la Comune ha fornito la prova che la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta a metterla in moto per i suoi fini."

L'idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare, demolire la "macchina statale già pronta" e non  limitarsi ad impossessarsene. "Spezzare la macchina burocratica e militare": in questo concetto è espresso in modo chiaro e lampante l'insegnamento centrale del marxismo rivoluzionario sui compiti del proletariato nella rivoluzione per ciò che riguarda lo stato. Questo è il punto basilare che viene "dimenticato"  e cancellato dagli opportunisti, revisionisti e riformisti di ogni specie e di ogni latitudine e longitudine.

La Comune al posto della dittatura del capitale e della classe borghese crea la macchina statale instaurata dalla classe operaia; la dittatura del proletariato. Un genuino e autentico potere democratico di partecipazione e decisione, una diga d'acciaio contro le forze controrivoluzionarie, un potere classista autenticamente popolare e democratico finché esisterà ancora lo stato. Questo esprime anche la prima dichiarazione della Comune di Parigi con la quale il posto dell'esercito governativo fu preso dal popolo armato, composto principalmente da operai soldati di leva e dai "federali" cioè da operai armati dei quartieri di Parigi .  La Comune  fece lo stesso con la polizia e la magistratura.

La Comune fu un nuovo tipo di stato, non più un organo di repressione al servizio della minoranza borghese contro la grande maggioranza del popolo ma al contrario, uno stato al servizio del popolo contro i suoi sfruttatori.

La Comune fu un corpo operante, legislativo ed esecutivo contemporaneamente. Tutti i suoi eletti erano direttamente revocabili e i loro stipendi non potevano superare lo stipendio  di un operaio ( max. 6.000 franchi all'anno) . Gli eletti della Comune lavoravano obbligatoriamente, sorvegliavano l' applicazione delle leggi e rispondevano direttamente nei confronti dei loro elettori.

Come parte finale di queste brevi annotazioni consideriamo utile ed istruttivo esporre alcune citazioni  presi da due scritti del grande dirigente rivoluzionario Vladimir Ilic Lenin, riguardanti la gloriosa Comune di Parigi del 1871.

Scrive Lenin:

" ….Del resto, malgrado le condizioni cosi sfavorevoli, malgrado la brevità della sua esistenza, la Comune riuscì ad adottare qualche misura che caratterizza sufficientemente il suo vero significato e i suoi scopi. Essa sostituì l'esercito permanente, strumento cieco delle classi dominanti, con l'armamento generale del popolo, proclamò la separazione della Chiesa dallo Stato, soppresse il bilancio dei culti (cioè lo stipendio statale ai preti), diede all'istruzione pubblica un carattere puramente laico, arrecando un grave colpo ai gendarmi in sottana nera.

Nel campo puramente sociale, essa poté far poco; ma questo poco dimostra con sufficiente chiarezza il suo carattere di governo del popolo, di governo degli operai. Il lavoro notturno nelle panetterie fu proibito; il sistema delle multe, questo furto legalizzato a danno degli operai, fu abolito; infine, la Comune promulgò il famoso decreto in virtù del quale tutte le officine, fabbriche e opifici abbandonati o lasciati inattivi dai loro proprietari venivano rimessi a cooperative operaie per la ripresa della produzione. Per accentuare il suo carattere realmente democratico e proletario, la Comune decretò che lo stipendio di tutti i suoi funzionari e dei membri del governo non potesse sorpassare il salario normale degli operai e in nessun caso superare i 6000 franchi all'anno (meno di 200 rubli al mese)."

"….Il ricordo dei combattenti della Comune è venerato non solo dagli operai francesi, ma dal proletariato di tutti i paesi. Perché la Comune non combatté per una causa puramente locale o strettamente nazionale, ma per l'emancipazione di tutta l'umanità lavoratrice, di tutti i diseredati e di tutti gli offesi. Combattente avanzata della rivoluzione sociale, la Comune si è guadagnata le simpatie dovunque il proletariato soffre e combatte. Il quadro della sua vita e della sua morte, la visione del governo operaio che prese e conservò per oltre due mesi la capitale del mondo, lo spettacolo della lotta eroica del proletariato e delle sue sofferenze dopo la sconfitta, tutto questo ha rinvigorito il morale di milioni di operai, ha risvegliato le loro speranze, ha conquistato le loro simpatie al socialismo. Il rombo dei cannoni di Parigi ha svegliato dal sonno profondo gli strati sociali più arretrati del proletariato e ha dato ovunque nuovo impulso allo sviluppo della propaganda rivoluzionaria socialista. Ecco perché l'opera della Comune non è morta; essa rivive in ciascuno di noi.

La causa della Comune è la causa della rivoluzione socialista, la causa dell'integrale emancipazione politica ed economica dei lavoratori, è la causa del proletariato mondiale. In questo senso essa è immortale."
Rabociaia Gazieta, n. 4-5, 15 (28) aprile 1911
 
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AFRICA: le mani sui terreni agricoli africani

Post n°470 pubblicato il 12 Febbraio 2015 da Guerrino35

Africa: Gli agro-imperialisti fanno man bassa di terreni agricoli

Lyès Menacer | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/01/2015

Il continente africano, che possiede da solo un quarto delle terre fertili mondiali, concentra il 41% delle transazioni fondiarie, su un numero totale di 1.515 transazioni nel mondo, secondo una recente relazione dell'ONG ActionAid International datata fine maggio 2014. "Dal 2000, più di 1.600 transazioni su larga scala sono state documentate, su una superficie totale di 60 milioni di ettari", ha dichiarato l'ONG che ha precisato che "è probabile anche che un buono numero di acquisizioni di media o grande portata rimangano ad oggi non documentate, né quantificate". Questa relazione di una ventina di pagine intitolata "La Rapina delle terre: come il mondo apre la via agli accaparramenti delle terre da parte delle imprese" ci rivela infatti l'ampiezza di questo fenomeno che minaccia non soltanto la sopravvivenza di milioni di persone nel mondo, ma anche gli ecosistemi, le foreste e le specie animali in pericolo di estinzione.

L'ONG si è enormemente interessata all'Africa, poiché questo continente è diventato la nuova attrazione delle multinazionali, dei fondi pensione e dei grandi gruppi agroalimentari che hanno acquisito, con le complicità dei governi locali, milioni di ettari di terre coltivabili.

Anche gli Stati si sono messi a comperare le terre fertili, per soddisfare i loro fabbisogni alimentari e produrre biocarburanti. L'Arabia Saudita, il Qatar, l'India sono spesso citati nelle relazioni di queste ONG, che tirano in ballo anche le grandi potenze come gli Stati Uniti, alcuni Stati membri dell'Unione europea (Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi) e, da qualche anno, la Cina, che vuole avere la sua parte in Africa per soddisfare la sua domanda interna. Nell'Africa subsahariana, regione insicura e a forte instabilità politica, l'accaparramento delle poche terre fertili è stato realizzato dalle autorità che hanno privato migliaia di contadini della loro principale risorsa di sopravvivenza.

Il sequestro delle terre è stato facilitato dall'assenza degli atti di possesso che questi contadini non hanno mai potuto far valere, in una regione in cui i beni sono gestiti dai capi tribù.

Stati in guerra, paese da vendere?

Nell'Africa subsahariana, il 10% di queste terre coltivabili è registrato nei registri ufficiali. Sotto la copertura del rilancio dell'agricoltura per sradicare la carestia che sconvolge regolarmente la vita di milioni di persone in questa zona arida, i governi locali hanno ceduto quasi ad un prezzo simbolico centinaia di migliaia di ettari ai produttori di biocarburante. Questo fatto è stato denunciato da numerose ONG, tra le quali Grain che è costantemente oggetto di attacchi da parte di alcuni paesi acquirenti di queste terre.

È facile constatare che i paesi indicati come quelli che si fanno passare per investitori sono gli stessi che attualmente sono scossi dai conflitti politici e dalle guerre etniche e religiose. Si può citare il Sudan del Sud, la Repubblica Democratica del Congo (RDC o Congo-Kinshasa), il Sudan, la Sierra Leone, il Mozambico, la Liberia, la Tanzania, il Kenia, lo Zimbabwe, la Nigeria e la Repubblica Congolese (Congo-Brazzaville). L'Isola Rossa (il Madagascar) che ha vissuto una crisi politica nel 2009, dopo una protesta contro la vendita di 300.000 ettari di terre all'impresa sudcoreana Daewoo, resta un obiettivo dei predatori di terre fertili.

In altre parole, oltre alla guerra per il controllo dei giacimenti petroliferi e minerari in questi paesi, un'altra guerra si svolge lontano dagli sguardi e dalle curiosità dei media, che spesso vedono nella rivolta dei poveri in Africa soltanto delle violenze tribali per lo sfruttamento delle fonti d'acqua e delle zone di pascolo. Tuttavia, decine di persone, tra agricoltori ed allevatori, subiscono la repressione dei propri governi, che li cacciano a colpi colpi di polvere da sparo e di bulldozer dai territori che occupano da secoli. Territori che non sono soltanto spazi di vita economica, ma di culture ancestrali. Le sommosse della fame che hanno scosso Maputo nel 2010 non hanno impedito dal governo di cedere 6,6 milioni di ettari agli Stati Uniti ed a società straniere. Il Mozambico dispone di 36 milioni di ettari di terre coltivabili, cioè il 46% del suo territorio, di cui soltanto il 10% è sfruttato.

Anziché approntare una politica agrario-alimentare che garantisca la sicurezza alimentare, il governo Maputo preferisce cedere le sue terre all'industria distruttiva dei biocarburanti. Nel frattempo, secondo le cifre ufficiali delle ONG dell'ONU, il 40% dei mozambicani soffre di malnutrizione.

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) non ha fatto eccezione, poiché il 50% delle sue terre fertili è passato sotto il controllo di paesi stranieri e delle imprese internazionali che sono più interessate dallo sfruttamento il sottosuolo che all'agricoltura, senza pagare tasse o diritti.

E quando devono pagare, le somme sono irrisorie e vanno per lo più a vantaggio dei membri del clan al potere. È il caso anche della vicina Repubblica congolese, che ha ceduto il 46% delle sue terre fertili agli stessi predatori che sono alla ricerca di ogni porzione di terreno coltivabile, che sia per l'industria agroalimentare o per nutrire la popolazione del paese acquirente, come nel caso dell'Arabia Saudita e del Qatar, due paesi desertici che importano tutti i loro prodotti alimentari. Questi due paesi hanno acquisito, al prezzo della repressione condotta dal governo di Addis-Abeba contro i contadini e gli allevatori, decine di migliaia di ettari per soddisfare la loro domanda interna di frutta e verdura. Le denunce dei massacri orchestrati dall'esercito etiopico per dissodare il terreno "agli investitori" sono rimaste lettera morta.

Chi sono gli acquirenti?

"Gli Stati Uniti sono all'origine della maggior parte degli investimenti portati a termine (7,09 milioni di ettari), seguiti dalla Malesia (3,35), dagli Emirati Arabi Uniti (2,82), dal Regno Unito (2,96), dall'India (1,99), Singapore (1,88), Paesi Bassi (1,68), Arabia Saudita (1,57), Brasile (1,37) e Cina (1,34)". Tutti questi paesi sono presenti nel documento reso pubblico da ActionAid International, che cita Land Matrix, un organismo indipendente che dispone di un ricco archivio delle transazioni fondiarie registrate in tutto il mondo.

Oltre agli Stati acquirenti, gli organismi finanziari, i fondi investimento e i gruppi industriali che sono stati molto toccati dalla crisi economica del 2008, hanno orientato il loro interesse verso questo mercato.

"Uno studio condotto dalla Deutsche Bank Research mette in luce l'esistenza di tre grandi gruppi di attori economici implicati nel settore dei terreni agricoli: i governi, che cercano di acquistare terreni all'estero per assicurare le loro riserve in prodotti alimentari ed energia, le imprese agricole che cercano sia di aumentare la loro produzione, sia di integrare la catena d'approvvigionamento, e gli investitori finanziari" aggiunge sempre lo stesso testo. Gli attori influenti delle industrie minerarie, delle imprese del turismo e delle concessioni forestali non sono restati lontani da questa battaglia che causerà, a lungo termine, una grande esplosione sociale nel continente. "Lo studio mostra che questi attori non agiscono in modo isolato. Viene aggiunto nella relazione di ActionAid International che, facendo pressione sulla terra, gli interessi di uno dei gruppi di attori motiveranno le azioni degli altri gruppi".

I contadini dei paesi africani provano ad organizzarsi, aiutati dalle ONG che tentano alla meno peggio di dare l'allarme all'opinione pubblica internazionale e alle alte istanze dell'ONU. Una battaglia che, per il momento, è in molti casi compromessa, con le varie dittature locali che reprimono ed imprigionano tutti coloro che osano mettersi contro ciò che è chiamato progetto d'investimento, sviluppo sostenibile, rilancio economico, ecc.

 
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VIOLENZA DI GENERE; VIOLENZA DI CLASSE

Post n°469 pubblicato il 22 Novembre 2014 da Guerrino35

Violenza di genere, violenza di classe

Partito Comunista | ilpartitocomunista.it

16/11/2014

Le donne del Partito Comunista partecipano alla manifestazione di Bologna in Piazza XX settembre, concentramento ore 18.00, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne

La giornata contro la violenza sulle donne per noi comuniste non è semplicemente una data da "commemorare" eventualmente  con tanto di gran cassa mediatica, come da alcuni anni a questa parte viene fatto da media e partiti di governo/ opposizione (la differenza non ha più alcun senso!)

La data e la vicenda delle sorelle Mirabal che la giornata internazionale vuole ricordare, ci parla di una lotta di classe, fatte dalle donne più povere e sfruttate, contro una dittatura imposta, organizzata e consolidata dallo stato principe del capitalismo.

E ancora oggi la situazione è la medesima: violenza, omicidio e  il disprezzo più atroce contro le donne arrivano dopo una serie infinita di violenze che la società retta dai principi capitalistici di prevaricazione e sfruttamento dei più deboli, viene portata avanti con sistematicità in ogni rapporto sociale, economico, culturale ed interpersonale.

Il degrado della condizione delle donne, dopo le conquiste degli anni 70 che in Italia sono avanzate grazie alla mobilitazione di massa ed alla presa di coscienza di strati sempre più vasti delle classi lavoratrici, è oggi più intenso che mai, in concomitanza con la condizione di difficoltà sociale e politica che gli stessi strati popolari stanno vivendo.

La forza del capitalismo e l'assenza di una rappresentanza politica e sindacale di classe effettiva, non solo impedisce ed ostacola la difesa degli interessi delle classi popolari e in particolare delle donne ma li ricaccia in condizioni sempre più critiche.

In una simile condizione le donne pagano un doppio prezzo di sfruttamento e violenza. Una violenza che inizia con l'esclusione e l'espulsione dal mondo del lavoro che, in una situazione di crisi strutturale, caccia per prime le donne, privandole di autonomia ed indipendenza economica, costringendole allo sfruttamento rappresentato sia dalla disoccupazione che dall'obbligo di sopperire gratuitamente ai lavori familiari e di cura. I servizi pubblici come sanità, scuola , trasporti, servizi sociali, inoltre, sono messi ormai da anni, pesantemente a rischio dalle politiche liberiste assunte come diktat dalle amministrazioni pubbliche centrali e locali di ogni colore, sempre e solo a danno degli strati popolari e prime fra tutte, le donne.

La privazione dell'indipendenza economica e delle conquiste legate all'autodeterminazione delle donne ha portato alla progressiva regressione della condizione sostanziale e culturale che nella considerazione generale, propagandata dai media e imposta da stereotipi tornati imperanti, impongono alle donne un ruolo subordinato, segnato dal pregiudizio e dalla emarginazione sessuale.

In un simile contesto la violenza contro le donne diventa una ovvia, normale conseguenza, ribadita in famiglia, nei rapporti interpersonali e nelle relazioni sociali che ridisegnano il ruolo delle donne come soggetto da sfruttare nel lavoro, nelle società e nelle relazioni.

Le ipocrite campagne mediatiche contro la violenza alle donne che puntualmente tornano in occasione del 25 novembre, le altisonanti azioni di propaganda dei partiti al governo / opposizione e delle loro vecchie e nuove cinghie di trasmissione,  tendono unicamente a svolgere la funzione di assicurare e mantenere saldo quel che resta del legame di consenso elettorale a queste compagini. Compagini il cui unico obiettivo è quello di amministrare un potere le cui regole sono dettate dai grandi potentati economici e sociali. Nessun miglioramento può derivare alle reali condizioni di vita delle donne da simili politiche che non solo sono eterodirette ma sono sostanzialmente contrarie agli interessi delle donne delle classi popolari. Partiti, sindacati, associazioni che non mettono in discussione l'attuale sistema sociale fondato sulle regole dello sfruttamento e quindi della violenza, non possono dunque aver alcuna credibilità nella lotta e nel movimento delle donne contro la violenza.

Le differenze di classe imposte dalla società capitalista generano violenza di classe e ancora più violenza sulle donne delle classi operaie, lavoratrici e popolari. Per le donne ricche non ci sono differenze né discriminazioni per ragioni economiche o di genere, di sesso o sociali: solo chi vive la realtà sociale dello sfruttamento conosce sulla propria pelle la violenza che la società capitalista usa abitualmente come propria arma.

Per le donne del Partito Comunista, dunque, occorre unire tutte le forze espresse nelle lotte delle donne per battere la violenza di genere che non è che un aspetto della violenza di classe messa in atto dalla classe dominante;  costruire una rappresentanza degli interessi di classe e quindi delle donne di questa stessa classe sociale con l'obiettivo di costruire una società nuova, retta dal principio socialista dell'uguaglianza sociale.

Con questi obiettivi le donne del Partito Comunista partecipano alla manifestazione di Bologna contro la violenza alle donne del 25 novembre e invitano tutte le lavoratrici, coloro che hanno perso il lavoro e che vivono le condizioni di sfruttamento ed emarginazione sociale imposte dalla crisi a partecipare al corteo che partirà alle ore 18.00 da P.zza XX Settembre.


 
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Le vicende del Burchina viste da Miriam Sankara

Post n°468 pubblicato il 13 Novembre 2014 da Guerrino35

www.resistenze.org - popoli resistenti - burkina faso - 09-11-14 - n. 519

Mariam Sankara: Blaise Compaore deve rispondere delle sue azioni e dei suoi crimini di sangue


Mariam Sankara |
thomassankara.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare


04/11/2014

In questo giorno storico, provo una immensa gioia. La mia gioia è quella della famiglia Sankara, è la vostra, quella dei numerosi amici che seguono con interesse le vicende del Burkina.

Si tratta di vera e propria esultanza per il successo dei coraggiosi burkinabé: le donne, i giovani, la società civile, i partiti di opposizione e gran parte dell'esercito repubblicano, rispettoso del popolo. La felicità di vedere spodestato colui che credeva che il Burkina gli appartenesse in eterno.

Cari compatrioti, compagni e cari amici. Blaise Compaoré non avrebbe mai immaginato una mobilitazione come quella che si è realizzata questo 30 ottobre 2014. Avete vinto una vittoria senza precedenti attraverso l'insurrezione popolare. Facendo riferimento alla rivoluzione del 4 agosto, i giovani hanno riabilitato il Presidente del Burkina Faso, Thomas Sankara. Sono fiera di voi, del vostro spirito combattivo, mi congratulo con voi. Voglio ringraziare tutti coloro che hanno contribuito in un modo o nell'altro, a evitare il caos politico in cui Compaoré e i suoi amici volevano far precipitare il Burkina.

Compaoré e i suoi seguaci hanno inflitto l'ennesimo lutto sul popolo. Condivido il dolore delle famiglie delle vittime e porgo le mie più sincere condoglianze. Auguro una pronta guarigione ai molti feriti.

Inoltre, esorto le famiglie a interpellare la giustizia nazionale e internazionale perché Blaise Compaoré sia chiamato a rispondere dei suoi crimini.

L'immagine di mediatore della regione di cui si è ammantato, non deve esonerarci dal procedere contro di lui. E dire che nel 2012 ha anche accarezzato la scabrosa idea di esser premiato del Nobel per la pace, dimenticando tutti i crimini orditi dal 1987. Questo signore, che ha mediato i conflitti, ne era in realtà l'artefice. Paesi come Angola, Liberia, Sierra Leone, Guinea, Mali e Costa d'Avorio, dove ha trovato rifugio, hanno subito le sue manovre di destabilizzazione.

No, non deve trascorre giornate tranquille a Yamoussoukro. Deve rispondere delle sue azioni e dei suoi crimini sanguinari. Dobbiamo impegnarci fino alla vittoria finale che vedrà l'organizzazione di libere elezioni, eque e trasparenti.

Nel frattempo mi unisco all'idea che la gestione della transizione debba essere assicurata dai civili, nel rispetto del carattere democratico della nostra lotta. Questa vittoria non era attesa solo dal popolo del Burkina Faso, viste le molte testimonianze e i molti messaggi che ricevo da tutto il mondo.

Ora dobbiamo essere degni di questa vittoria, dobbiamo dimostrare che Blaise Compaoré non era indispensabile. Nulla sia più come prima, che le forze del cambiamento restino unite e vigili, preparino una alternativa politica, economica, sociale e culturale per il benessere del Burkina Faso.

Viva la democrazia e viva il Burkina Faso,
Patria o morte, vinceremo!

Mariam Sankara

Montpellier, 1° novembre
 
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Ebola

Post n°467 pubblicato il 13 Novembre 2014 da Guerrino35

Ebola in Africa: un prodotto della storia, non un fenomeno naturale

Agosto H. Nimtz * | pambazuka.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

29/10/2014

Non c'è nulla di inevitabile nell'epidemia di Ebola che sta ora devastando intere parti dell'Africa. Come altri disastri, anch'esso è il prodotto della storia e delle decisioni prese dai governi, in passato come nel presente.

La storia moderna africana insegna, spesso tragicamente, come sia necessario distinguere tra quelli che si potrebbe chiamare fenomeni naturali e quelli che sono essenzialmente fenomeni socio-economico-politici. I periodi di siccità che hanno devastato molte parti del continente nei primi anni 1970 sono stati un esempio del primo caso. (Lascio da parte la questione dell'influenza delle azioni umane sul riscaldamento globale.) Come mostra la California attualmente colpita dalla siccità, le carestie e le decine di migliaia di vite perse che sono arrivate dopo la sua scia non erano, però, inevitabili. Questo risultato orribile era in gran parte il prodotto delle politiche messe in atto dai governi coloniali e doverosamente e tristemente riprodotti da regimi post-coloniali.

La stessa lezione viene insegnata, ancora una volta, tragicamente, dall'ultima piaga del continente. Gli agenti patogeni umani esistono in Africa da quando la nostra specie ha cominciato lì a evolversi, e nello stesso tempo si sono evoluti anche loro, a volte con risultati come quello del virus Ebola. Ma non c'è nulla di inevitabile nell'epidemia di Ebola che è tuttora in evoluzione. Come le carestie, essa èanche il prodotto della storia, delle decisioni che i governi hanno preso nel  passato e nel presente. La questione rilevante è: gli interessi di chi  sono stati preferiti in queste scelte? Il modo in cui una società risponde al più naturale dei processi, l'evoluzione dei patogeni umani, mostra le risposte che si possono dare a questa domanda.

I regimi coloniali, al potere dall'ultimo quarto del XIX secolo, sino ad una decina di anni dopo la seconda guerra mondiale, sono stati disegnati soprattutto  per estrarre le risorse naturali dell'Africa nel modo più redditizio. I servizi sociali di cui avrebbero potuto beneficiare i soggetti coloniali, come la sanità e l'istruzione, se mai concessi, sono stati ridotti al minimo, per risparmiare sui costi. Questo spiega il carattere profondamente antidemocratico di quei regimi. L'ultima cosa che gli estrattori di risorse volevano era quella che i sudditi avessero  un po' di voce in capitolo circa il modo in cui erano governati e, quindi, come dovessero essere utilizzate le loro risorse naturali. Queste erano le condizioni del regime che le élite post-coloniali non solo ereditarono e prontamente abbracciarono,  ma che intensificarono al fine di privilegiare gli interessi della loro classe ristretta.  Nel caso della Liberia, una semi-colonia degli Stati Uniti, nominalmente indipendente dal 1847, la sua élite (i discendenti degli schiavi rimpatriati dall'America) garantì che la  Firestone Gomma potesse trarre enormi profitti dai suoi investimenti nel paese. È così che si produce la situazione scandalosamente ironica di oggi, dove in uno dei paesi produttori di gomma più importanti del mondo non sono  disponibili per i suoi abitanti sufficienti guanti di gomma per proteggerli dall'epidemia.

Negli ultimi decenni, in nome della lotta contro la spesa pubblica, gli sprechi e la corruzione, le agenzie internazionali di prestito, come il Fondo monetario internazionale, hanno richiesto, come condizione per ottenere nuovi finanziamenti, che  i governi africani riducessero le loro spese. Le élite africane hanno volontariamente accettato di farlo con i tagli imposti al settore sanitario e all'istruzione-contribuendo a creare la tempesta perfetta per il virus Ebola.

Affinché non si presuma che solo i paesi poveri o in via di sviluppo siano afflitti da tali esiti tragici, si prenda in considerazione quello che è successo nel paese più ricco del mondo nel 2005. Sulla scia di un fenomeno naturale, l'uragano Katrina - di nuovo tenendo da parte il riscaldamento globale - più di 1.600 persone (un numero ancora in fase di verifica, per quelli di noi che hanno familiarità con quello che è successo) hanno perso la vita a New Orleans e dintorni. Eppure, due mesi prima, un uragano di maggiore intensità, Dennis, ha colpito Cuba due volte e solo 15 dei suoi cittadini sono morti. Né l'esito era inevitabile. La differenza, invece, ha evidenziato le profonde trasformazioni strutturali in corso nella società cubana dopo il 1959, con l'avvento della sua rivoluzione. Per la prima volta nella storia di Cuba, i suoi proletari avevano un governo che dava priorità ai loro interessi e non a quelli di una piccola élite. La loro speranza di vita, così come misurata, ad esempio, dai tassi di mortalità infantile, le aspettative di vita, i livelli di istruzione, sono notevolmente migliorati, nonostante il fatto che Cuba sia ancora povera e sottosviluppata. I postumi crudemente diversi dei due uragani nelle due società, l'hanno detta lunga su quello che i proletari di Cuba avevano raggiunto e su ciò che le loro apparentemente benestanti controparti di 400 miglia a nord non avevano avuto.

Né è un caso che Cuba abbia fatto un passo in avanti, a differenza di qualsiasi altro paese, per inviare  il personale sanitario al fine di combattere la piaga dell'Ebola. Quattrocentosessantuno cubani si trovano in viaggio o già nelle zone colpite. Sono stati selezionati su 15.000 dei loro 11 milioni di cittadini che  hanno espresso la volontà di andare. Tutto ciò in significativo confronto con i soli 2.500 cittadini americani in rapporto ad una popolazione di 316 milioni di persone che, in accordo con l'agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, si sono dichiarati volontari, per il medesimo obiettivo. Per i cubani non vi è nulla di insolito in quello che stanno facendo, posto che 4.000 dei loro operatori sanitari già sono in servizio in 38 paesi africani e circa 45.000 in altri 28 paesi. In tal modo, le scelte politiche di una società generano conseguenze non solo per le opportunità di vita dei propri cittadini, ma anche per quelli di altri paesi. E qui sta la lezione più importante. Fino a quando i proletari, non solo in Africa, ma altrove, non hanno governi che servano i loro interessi, rischiano di essere ancora una volta vittime inutili di fenomeni naturali.

* Agosto H.Nimtz è professore di scienze politiche e studi afroamericani ed africani presso l'Università del Minnesota.

 
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BURKINA FASO

Post n°466 pubblicato il 06 Novembre 2014 da Guerrino35

Un sogno all'ALBA per il paese degli "uomini integri"

Marinella Correggia | albainformazione.wordpress.com

02/11/2014

Il 31 ottobre 2014 il popolo del Burkina Faso [Paese degli uomini integri] è sceso in piazza in massa ottenendo le dimissioni e la partenza del presidente Blaise Compaoré, al potere da ventisette anni, dopo il colpo di Stato che il 15 ottobre 1987 uccise la rivoluzione del "Paese degli integri" e la sua guida, l'allora 37enne presidente Thomas Sankara. La "rivoluzione della dignità" in soli quattro anni (1983-1987) aveva trasformato il poverissimo paese saheliano in un laboratorio di futuro, di giustizia, solidarietà, antimperialismo, pace, ecosocialismo potremmo dire. Tutto molto scomodo per le élites mondiali e per quelle africane.

Non sappiamo ancora se la sollevazione di questi giorni si trasformerà – a causa delle interferenze esterne, in particolare da parte della Francia, ex potenza coloniale – in una delle tante "primavere manipolate", oppure se il paese saheliano recupererà la rivoluzione di Sankara. All'ex presidente burkinabè,  i sankaristi che con altre forze hanno partecipato alle manifestazioni di piazza in Burkina Faso hanno dedicato questa parziale vittoria.
Alassane, burkinabè sankarista che vive in Italia, ci ha detto: «Spero per il mio paese e per il mio popolo in una vera rivoluzione, come quelle dell'America Latina… Sankara era amico di Fidel e del Nicaragua; il presidente Chavez arrivò al potere quando lui era morto da oltre dieci anni, ma lo citò varie volte».
A una grande speranza, quella del Burkina nell'ALBA (Alleanza bolivariana), con tanti altri paesi africani, dedichiamo un piccolo sogno, ambientato nel 2017, a trent'anni dalla morte di Thomas Sankara. Che si avveri!

Capodanno 2017. La pagina internet curata in ventidue lingue da un gruppo di studenti del Burkina Faso traccia un bilancio dell'anno appena concluso.

Il nostro paese è stato insignito da Bolivia ed Ecuador del premio "Sumak Kawsay". In lingua quechua andina significa "Ben vivere collettivo". Noi burkinabè ci siamo arrivati in pochi decenni partendo da una condizione di morti di fame, in una nazione che era "il concentrato di tutte le disgrazie del mondo" come disse il nostro presidente Thomas Sankara all'Onu nel 1984.

L'associazione delle coltivatrici del Burkina Faso ha appena assunto la presidenza del movimento agricolo internazionale Via Campesina e, affiancata dal governo, s'impegna a perfezionare l'indipendenza alimentare del paese e lo sviluppo delle condizioni di vita nelle campagne.

La sicurezza e sovranità alimentare ("Mangiamo quello che produciamo, produciamo quello che mangiamo") è da qualche anno raggiunta malgrado le condizioni climatiche non favorevoli, tanto che i nostri agricoltori e nutrizionisti sono regolarmente utilizzati come consulenti anche da un Occidente sempre più in crisi, dove per fortuna i migranti – quelli che non sono ancora tornati nei paesi d'origine – hanno iniziato a prendere in mano la situazione.

Finalmente la barriera contro il deserto in Burkina è ultimata  e alberi resistenti ai climi aridi – neem, moringa, manghi, tamarindi, albicocchi africani, pistacchi, karité, acacie, giuggioli – popolano campagne e città, intorno a case e scuole dotate di pannelli fotovoltaici, essiccatoi, pompe, cucine, macchinari agricoli, tutto a energia solare.

Stiamo esportando nei paesi amici diversi principi attivi di origine agricola utili a curare malattie di massa prima trascurate; otteniamo in cambio materie prime necessarie e tecnologia. Ormai facciamo parte di un pool internazionale riconosciuto in materia di sanità per tutti, insieme – fra gli altri –  a Cuba e Venezuela.  

Partendo da una riunione di capi di Stato africani ad Addis Abeba nel 1987, su impulso del nostro presidente Sankara era stato creato un fronte unito contro il debito estero e per l'unione di tutta l'Africa. Ormai il progetto ha dato frutti e il debito ingiusto non lo paga più nessun paese del Sud del mondo… gli speculatori hanno giocato a lungo ma alla fine hanno perso.

Il Burkina Faso e altri venticinque paesi fanno parte dell'ALBA internazionale, Alleanza bolivariana dei popoli dell'America latina, Asia e Africa, un progetto di cooperazione anziché competizione fra paesi fratelli, nazioni sorelle. In origine si chiamava Alba. Nacque nel 2004 in America latina a opera dei governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela, e si estese presto ad altri paesi progressisti dell'America del Sud.

Dopo la rivoluzione dell'ottobre 2014, che ha costretto il presidente Compaoré alle dimissioni, il nostro paese è quasi subito diventato il primo membro africano dell'Alleanza, trascinandone poi altri e i risultati in termini di sviluppo corale in pochi anni sono stati così evidenti che i popoli di diversi paesi africani e asiatici hanno votato alle elezioni in favore di candidati che avevano i principi e l'adesione all'ALBA nel loro programma.

Un processo a catena. L'ALBA, i cui membri sono in pace da tempo e non fanno guerre,  è stata nominata dall'Onu come mediatrice nel caso di conflitti interstatuali e interni. Già in varie occasioni, a partire dal 1991 anche prima dell'Alba i paesi non allineati erano riusciti a smascherare di fronte all'opinione pubblica i pretesti che avrebbero condotto a guerre in Medioriente da parte dell'organizzazione militaresca offensiva chiamata «Nato per uccidere», un pool di paesi occidentali belligeranti spesso in combutta con le medioevali petro-monarchie del Golfo.

Dimenticavamo: la Nato è in via di scioglimento. Nessuno ne sentirà la mancanza.

 
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operazione Van Troi

Post n°465 pubblicato il 16 Ottobre 2014 da Guerrino35

www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 13-10-14 - n. 515

50 anni dell'Operazione "Van Troi"

Roso Grimau | prensapcv.wordpress.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

06/10/2014

Questo 9 ottobre si compiono i 50 anni dell'Operazione "Van Troi" durante la quale l'Unità Tattica di Combattimento (UTC) "Ivan Barreto Miliani" delle Forze Armate di Liberazione Nazionale (FALN), formata da militanti della Gioventù Comunista del Venezuela (JCV), catturò il Tenente Colonello dell'aviazione degli Stati Uniti, Michael Smolen, secondo agente della CIA in Venezuela, per ottenere uno scambio umanitario col patriota vietnamita Nguyen Van Troi, che era condannato a morte nel Vietnam del Sud.

Il compagno Van Troi, membro dell'Unità Speciale d'Azione Armata del Fronte Nazionale di Liberazione del Vietnam del Sud, era stato fatto prigioniero nell'antica Saigon il 9 maggio del 1964 dalle truppe nordamericane, mentre minava un ponte che si trovava sotto controllo dell'esercito degli Stati Uniti,
a Cong Ly e che sarebbe stato attraversato il giorno seguente dal Segretario della Difesa degli USA, Robert McNamara e dall'ambasciatore Henry Cabot Lodge.

Anche se fu selvaggiamente torturato per cinque mesi, Van Troi mai rivelò come fosse riuscito ad aggirare il sistema di controllo e ad accedere alla zona militare statunitense dove si trovava il ponte. Dopo vari tentativi di fuga, il governo del presidente Khanh, imposto in Vietnam del Sud da Washington, condannò Van Troi a morte per fucilazione il 10 agosto dello stesso anno.

Ricordiamo con orgoglio l'audace azione realizzata dai nostri giovani, storico atto di solidarietà internazionale tra il Venezuela e l'eroico popolo vietnamita, nei momenti in cui questo popolo, diretto da Ho Chi Minh e dal Generale Vo Nguyen Giap, difendeva la propria sovranità e autodeterminazione contro l'attacco criminale delle truppe d'invasione dell'imperialismo statunitense.

L'operazione in marcia

Alla testa della UTC si trovava il compagno Luis Fernando Vera, Comandante Plutarco; si formarono 4 gruppi indipendenti che entrarono in contatto solo tra la fine di una fase dell'operazione e l'inizio della seguente: un gruppo di cattura, uno di trasporto, uno di custodia e l'altro di consegna. Tutti i militanti erano integrati nella JCV, appartenenti al Distaccamento "Livia Gouverneur" del Plotone "Daniel Mellado" della Brigata "Capitano Wilfrido Omaña" delle FALN.

La mattina del venerdi 9 ottobre i compagni David Salazar e Carlos Rey assicurarono un carro per l'operazione, nel quale trasportarono i 4 membri del gruppo di cattura verso il sito della residenza dell'ufficiale della CIA. Alle 8:03 am, Smolen uscì di casa insieme al Colonello Henry Lee. Memtre i compagni Noel Quintero e Carlos Rey vigilavano ogni accesso alla strada, il compagno Carlos Argenis Martínez assicurò, ammanettandolo, la cattura di Smolen; Lee riuscì a scappare.

Qualche minuto dopo, Smolen fu consegnato al gruppo di trasporto a carico del compagno Gonzalo Sepúlveda, il quale portò l'ostaggio nell'appartamento dell'artista Ángel Luque, dove aspettavano il compagno Raúl Rodríguez Fernández e il gruppo di custodia. In questo appartamento Smolen rimase per tre giorni; dopo aver tolto la benda dagli occhi, il gruppo di custodia dialogò con lui sul criminale attacco degli USA in Vietnam e gli spiegò che il suo sequestro aveva il fine di impedire la fucilazione di Nguyen Van Troi.

Si scatena la repressione

In poco tempo, l'agenzia internazionale Associated Press (AP) diffuse al mondo la notizia: Smolen era stato catturato e sarebbe stato fucilato se Van Troi fosse stato assassinato. Il governo imperialista accusò l'inaspettato colpo e ordinò immediatamente di sospendere l'esecuzione del vietnamita. Ma allo stesso tempo scatenò una violenta caccia all'uomo a Caracas, attraverso i suoi agenti della CIA e dell'FBI che dirigevano le forze di repressione del governo del presidente venezuelano Raul Leoni.

Lyndon Johnson, presidente degli Stati Uniti, ordinò al Pentagono di mantenere il contatto permanente con la sua ambasciata a Caracas; tutte le informative dovevano passare dal Dipartimento di Stato per dirigere da lì le operazioni da realizzarsi in Venezuela. Sotto la pressione esercitata dagli USA sul governo di Leoni si creò un comando unificato per il caso, integrato dalla Direzione Generale delle Relazioni Interne, il Servizio d'Intelligence delle Forze Armate (SIFA), la Direzione Generale della Polizia (DIGEPOL) e la Polizia Tecnica Giudiziaria (PTJ).

La violenza fu brutale, ma i giovani comunisti venezuelani mantennero il sequestro di Smolen secondo i piani. Ci furono più di 5 mila arresti, centinaia di incursioni, mobilitazioni di truppe; circa trecento persone vennero imprigionate per indagini, vennero offerte ricompense per coloro che avrebbero dato informazioni sul caso e si pensò all'occupazione militare e alla chiusura dell'Università Centrale. I corpi repressivi, con criminali metodi di tortura, ottennero da alcuni detenuti il tradimento delle identità dei loro compagni.

La liberazione di Smolen

Di fronte al cerchio poliziesco e militare che si stringeva, il comando delle FALN discusse sul da farsi. C'erano opinioni a favore che Smolen fosse giustiziato, ma considerando le ripercussioni che ci sarebbero state sia in Venezuela che in Vietnam, si prese la decisione finale di liberare l'agente della CIA.

Così alle 10:40 pm del 12 ottobre venne liberato con grandi precauzioni per la minaccia repressiva. Il giorno seguente, la polizia politica catturò alcune persone collegate all'operazione e al suo ambiente, fu perquisito l'appartamento dove era stato tenuto in ostaggio fino a poche ore prima.

Immediatamente, le autorità yankee ordinarono al governo fantoccio di Saigon di procedere con l'esecuzione di Van Troi. Il 15 ottobre alle ore 9:45 am, alla presenza di giornalisti e cameramen internazionali, Van Troi, legato mani e piedi, venne legato a un palo di legno. Anche se rifiutò la benda agli occhi, i suoi carnefici gliela apposero; poi gridò le sue ultime parole: "Viva il Vietnam! Lunga vita a Ho Chi Minh"! Allora il plotone di esecuzione sudvietnamita lo fucilò.
 
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le sinistre hanno l'elastico - indice

Post n°464 pubblicato il 19 Settembre 2014 da Guerrino35

 

Indice

 

Senior

Coetanei

Operai

Quando

Scrittore

L'altra metà del cielo

Letteratura

Animali

Carmelo

Babbo Natale

L'invito

Invisibili

5 parole

Religione

No Tav

Democrazia

Chi comanda a Torino

Piccolo è bello

Vicenza

20 mila sul valico

25 Aprile

1° Maggio

Patto di mutuo soccorso

Aria

Inquinamenti

Nuove rotte

Alla tavola dell'Europa

Africa

Il giorno della decadenza

Un altro mondo è possibile

I barbari

La vendetta del Tav

Funerali

 
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Le sinistre hanno l'elastico

Post n°463 pubblicato il 08 Settembre 2014 da Guerrino35

Le Sinistre hanno l'elastico
 
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Le Sinistre hanno l'elastico
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Descrizione prodottoSinossi

Si scrive sempre lo stesso libro. Questo ha il pregio di essere un libro bastardo, incrocio tra saggio e narrativa, che vuol ricostruire una risaia. Si vuol parlare della comunicazione. Si vuol raccontare le difficoltà che si incontrano nel comunicare tra generazioni, tra generi, tra i compagni. Il racconto è esente da fantasia, eccetto piccole porzioni, quando si auspica il cambiamento. Senza fantasia non sarebbero possibili le religioni e neanche il marxismo, che partano da presupposti scientifici e si perdono in ipotesi.

I Balanta, etnia meravigliosa dell'Africa tropicale, non conoscono l'aggettivo "vecchio". Gli anziani sono /lante n'dan/, uomini grandi. Più sei in là con gli anni e più sei grande.

Da noi tentano di emarginarti verso i cinquant'anni buttandoti fuori dal lavoro. Se il lavoro non lo hai mai trovato, non sei mai esistito. Chi invece con la politica o con i soldi o l'arte diventa un personaggio è più vivo degli altri.
Le coordinate di questo libro:
Quando: i primi anni del terzo millennio
Dove: sudovest a sinistra

 
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RANIERO PANZIERI

Post n°462 pubblicato il 05 Settembre 2014 da Guerrino35

 

Cesare PIANCIOLA, Raniero Panzieri, Pistoia, Centro di documentazione ed., 2014, pg. 87, euro 10.

L’interessante e contro corrente collana gli antimoderati, dopo i due testi su Bianciardi e Giovanni Pirelli, prosegue con un interessante saggio di Cesare Pianciola, filosofo torinese, già autore di studi su Marx, Arendt, Sartre e l’esistenzialismo, sulla sempre attuale, anche se colpevolmente dimenticata, figura di Raniero Panzieri.

Panzieri (1921- 1964) è intellettuale e dirigente socialista dall’immediato dopoguerra. Partecipa alle lotte contadine e alla riorganizzazione del PSI in Sicilia, quindi, a livello nazionale, alla proposta di politica culturale del PSI (vedi Mariamargherita SCOTTI, Da sinistra, Roma, Ediesse ed, 2011) e alla miglior fase della rivista “Mondoperaio”. Vittorio Foa scrive di lui: Panzieri reintrodusse, in forma non scolastica o accademica, ma militante il marxismo teorico in Italia.

Questo nella ricca e tumultuosa fase che segue il 1956 e apre la strada ai fervidi anni ’60, alla rimessa in discussione delle ortodossie e delle certezze e che per Panzieri significa opposizione alla scelta per il centro sinistra del suo partito, emarginazione e ricerca di una via autonoma che lo porta alla fondazione dei “Quaderni rossi”, sino alla morte improvvisa e prematura.

Pianciola non percorre l’intera vita di Panzieri, ma si sofferma sulla fase che giudica più creativa e feconda, quella dei “Quaderni rossi” e della riproposizione di un marxismo non scolastico.

Tre gli elementi di ricchezza dei “Quaderni rossi” evidenziati nel testo:

  • Il ritorno a Marx, attingendo non alle scuole marxiste, ma a lui direttamente, come strumento per l’analisi del capitalismo

  • La lettura del capitalismo come formazione dinamica, che supera quella di un capitalismo italiano “straccione” e ritiene che la lotta di classe sia prodotta ai livelli più avanzati

  • Il rifiuto dello schema dell’integrazione della classe operaia.

Sempre operando una sintesi di un pensiero e di temi molto complessi, l’autore ricava quattro tesi dal lavoro panzieriano svolto nei suoi ultimi anni:

  • La critica dell’ortodossia dello sviluppo delle forze produttive ostacolato dai rapporti capitalistici di produzione e critica della visione apologetica del progresso tecnico- scientifico diffusa nella vulgata matxista

  • Nel capitalismo la concorrenza è una fase soltanto transitoria e, inversamente, la pianificazione non è sufficiente a caratterizzare il socialismo

  • Nelle lotte dei lavoratori, sia nella società capitalistica sia nei paesi socialisti, c’è l’istanza di una democrazia non delegata, come potere diretto a partire dai luoghi di produzione

  • Il livello della coscienza di classe – nei suoi aspetti antagonistici e non solo conflittuali- non si lascia dedurre dall’analisi delle trasformazioni oggettive del capitalismo: occorre l’inchiesta operaia.

Proprio all’uso socialista dell’inchiesta operaia è dedicato l’ultimo scritto di Panzieri che la legge come nesso tra elaborazione teorica e verifica pratica. E’ questo uso critico degli strumenti sociologici, questo uso “marxista” della sociologia ad impedire ogni caduta in una visione mistica del movimento operaio, rimproverata a chi (Tronti, Asor Rosa, Negri…) nel 1963, dà vita, da una frattura nei “Quaderni rossi”, alla rivista “Classe operaia”.

Il testo, oltre ad una analisi delle tematiche panzieriane, offre una breve biografia, una attenta bibliografia, una postfazione di Attilio Mangano, numerose testimonianze (Foa, Asor Rosa, Tronti, Fortini, Fofi, Lanzardo, Ferraris, Baranelli, Lanzardo, Masi, Miegge, Mottura, Rieser) che ripercorrono, anche criticamente, alcuni aspetti del suo pensiero. Ne emerge uno spaccato del dibattito politico- culturale di una stagione che può parere lontana, ma che offre elementi di analisi che si dimostrano invece molto attuali.

La sintesi del pensiero e dell’opera di Panzieri è inserita da Pianciola nel quadro del dibattito culturale degli anni ‘50/’60.

La affermazione di Panzieri come maggiore interprete del ritorno a Marx è inquadrata in uno studio, sintetizzato in poche pagine, ma di grande profondità sul marxismo degli anni ’60.

Pianciola riesce, con grandissima capacità, a padroneggiare le diverse tesi del marxismo come storicismo, come scienza positiva (Della Volpe), le tematiche della scuola di Francoforte, la lettura di Marx fondata sui Grundrisse, la scoperta di Lukàcs e Korsch, il materialismo di Timpanaro, il neopositivismo.

Questa ricchezza di dibattito e di posizioni è alla base della ricaduta politica dei primi anni ’60 e della stagione successiva, dalle Tesi sul controllo operaio alla “stagione delle riviste”, dal “ritorno a Lenin” alla ricerca di parti, rimosse, della storia del movimento operaio.

Le ultime pagine, di grande profondità ed attualità, partono dalla valutazione di un Panzieri rifondatore del marxismo militante in Italia, ma si chiedono quanto resti del ricco dibattito sul marxismo e se e quanto sia possibile riferirsi a Marx, nella complessa e mutata realtà attuale.

La panoramica offerta di posizioni, valutazioni, interpretazioni anche diverse spazia da Sartre a Merleau Ponty, da Aron a Bobbio, da Giolitti a Chiodi, da Negri a Bellofiore e costituisce una sorta di saggio nel saggio che si chiude con la valutazione della necessità di un approccio a Marx come classico imprescindibile, ma non direttamente spendibile in un programma politico.

Certo, Panzieri avrebbe trovato questa conclusione “revisionista”, nel suo coraggio di andare contro corrente, di cercare nuove strade, nella sua speranza di un socialismo diverso da quello dei regimi autoritari che ne avevano usurpato il nome, di accettare l’emarginazione.

Il mezzo secolo che ci separa da lui esige bilanci, giudizi anche diversi. Ad esempio, del tutto differenti sono le conclusioni sulla sua attualità in Paolo FERRERO (a cura di), Raniero Panzieri, un uomo di fontiera, Milano- Roma, ed. Punto rosso- Carta, 2005.

Un testo breve, aperto, da discutersi, volutamente non una biografia, ma un saggio aspetti centrali del grande laboratorio aperto da Panzieri.

Il ricordo, leggendo queste pagine, non può non andare all’amico Vittorio Rieser che ci ha recentemente lasciati.

Sergio Dalmasso

 

 

 
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il nostro Gramsci di Sergio Dalmasso

Post n°461 pubblicato il 31 Agosto 2014 da Guerrino35

 

Sergio Dalmasso

 

IL NOSTRO GRAMSCI.

 

Possiamo schematicamente dividere l’attività di Gramsci in tre periodi: gli anni torinesi e l’ ”Ordine nuovo, la costruzione del partito, il carcere. Li percorriamo sinteticamente, facendo seguire alcune brevi considerazioni.

 

Gli anni torinesi e l’ “Ordine nuovo”

Antonio Gramsci è a Torino all’età di vent’anni, nel 1911, vincitore di una borsa di studio per la frequenza della facoltà di lettere.

In Sardegna ha maturato le prime letture (Salvemini, Croce, Marx, “La Voce”), aderendo a tesi autonomistiche (è da discutersi se, in seguito, abbandonate o meno).

Nel 1913 si iscrive al PSI, anche per la profonda amicizia con Angelo Tasca che gli trasmetterà una forte impronta culturale e pedagogica. Torino è il maggior centro industriale del paese e non è retorica l’affermazione per cui il giovane studente va a scuola dalla classe operaia, pur mantenendo sempre uno spiccato interesse meridionalista (la lezione di Salvemini).

Nel 1915 la svolta nella sua vita:

Sono entrato nell’ “Avanti” quando il PSI era ridotto agli estremi…liberamente, per convinzione. Nei primi giorni del dicembre 1915 ero stato nominato direttore del ginnasio di Oulx, con 2500 lire di stipendio e tre mesi di vacanza. Il 10 dicembre 1915 mi sono invece impegnato con l’ “Avanti”, per 90 lire al mese di stipendio.

Qui si manifestano i suoi interessi: l’attenzione alla cultura, al teatro, al costume, al senso comune. La sua rubrica “Sotto la Mole”, calendarietto di vita cittadina, modifica il linguaggio, trasforma il pettegolezzo di tanti giornali, affronta, attraverso pagine minute di vita, aspetti complessivi, così come i suoi articoli politici.

Dopo i moti torinesi contro il caro vita e la guerra, nell’agosto 1917, diviene segretario della sezione socialista e direttore del “Grido del popolo”. Nel novembre, dopo Caporetto, è delegato al convegno nazionale della frazione massimalista. Le iniziali incertezze, con qualche simpatia interventista, si è trasformata in un chiaro astensionismo.

Il 1 maggio 1919 nasce l’ “Ordine nuovo”, inizialmente settimanale. Siamo nel cuore del “biennio rosso”, massimo intreccio tra la crisi del capitalismo internazionale e la spinta operaia che sogna di fare come in Russia, di trasformare e rovesciare il mondo poggiandolo sulle classi subordinate.

La testata del settimanale sintetizza elementi del pensiero gramsciano: la spontaneità e le spinta delle masse (Agitatevi), la necessità di forza e di strutturazione politica (Organizzatevi), la necessità dell’istruzione, della formazione, della cultura (Istruitevi). L’influenza del leninismo e della rivoluzione sovietica si coniuga con la impietosa analisi delle organizzazioni operaie e dei sindacati tradizionali.

E’ la fase in cui maggiormente Gramsci concepiscel’organizzazione politica come necessariamente fondata sulla fabbrica, sul ruolo centrale dell’operaio nel processo produttivo. Il capitalismo è caratterizzato da concorrenza, anarchia nella produzione, individualismo, disordine, indisciplina.

L’alternativa è data dalla fabbrica, dalla coesione materiale del proletariato; è la fabbrica a costituire il modello organizzativo, su essa si modella il futuro dello stato operaio. I lavoratori sono educati alla rivoluzione comunista da questo apparato.

Inevitabile la teorizzazione del doppio potere. E’ il rapporto tra operai nella produzione a sviluppare modi di vita e di pensiero alternativi a quelli della borghesia e la conseguente necessità di una struttura organizzativa. I consigli operai sono, quindi, intesi come strumento di lotta rivoluzionaria e, al tempo stesso, come modello istituzionale per lo stato operaio. Nel ’20, Gramsci, avendo acquisito la teoria leniniana del dualismo di potere, scrive: Esistono due poteri in Italia.

E’ chiaro, oggi, il nodo problematico: è in discussione l’ideologia della neutralità delle forze produttive e dell’organizzazione del lavoro, propria anche del Lenin di Soviet più elettrificazione.

Il 1 gennaio 1921 l’ “Ordine nuovo” si trasforma in quotidiano. 20 giorni dopo a Livorno viene fondato il Partito comunista d’Italia (PCd’I). Il gruppo torinese, pur rappresentando la più significativa esperienza di massa è inizialmente subordinato all’esperienza e all’iniziativa della componente che fa capo ad Amadeo Bordiga.

La convinzione comune è che la situazione veda ancora la fase ascendente aperta dalla rivoluzione sovietica, che il capitalismo non significhi che putrescenza e caos, che l’emergente fascismo no sia pericolo reale, ma un semplice colpo di coda. Da qui la critica frontale al Partito socialista e alla CGIL, in Gramsci mai così netta.

 

La formazione del partito

Il partito bordighiano è centrato su un programma comunista, su una concezione statica del marxismo, fondato su principi immutabili, sulla proposta astensionista.

La tendenza comunista astensionista non ha mai avuto la pretesa che le viene affibbiata di essere la più fedele interprete del pensiero di Lenin. Essa ha sempre sostenuto che il bolscevismo non è altro se non il richiamo al più rigido, severo, classico, marxismo al quale continuamente fa appello e a cui continuamente si riporta lo stesso Lenin.

Il gruppo torinese, nei primi anni subordinato a questo (Gramsci avrà sempre grande stima per la statura politica di Bordiga) inizia nel ’23 a proporre un’altra ipotesi di partito e di lavoro politico.

La caratterizzano la creazione di cellule nei luoghi di produzione, l’impegno nel sindacato, la centralità della fabbrica, l’attenzione alla formazione dei quadri (le scuole di partito).

Nel 1924, anche per l’intervento e l’appoggio dell’Internazionale, Gramsci è in maggioranza.

Sono gli anni in cui, nonostante l’affermarsi della dittatura fascista, il PCd’I cresce, raddoppia il numero degli iscritti, nasce e si afferma il quotidiano “L’Unità”; sull’onda dell’opposizione aperta dall’indignazione per il delitto Matteotti, il partito sembra ritrovare slancio e ruolo. Tutti gli scritti di Gramsci colgono le grandi potenzialità, ma contemporaneamente la sproporzione fra la spinta di massa e le capacità ancora insufficienti dell’organizzazione politica.

L’affermazione definitiva della nuova direzione è segnata dal congresso di Lione (1926) le cui tesi segnano un grande documento, capace di analisi strutturale, di applicazione del marxismo all’analisi concreta della realtà italiana ed internazionale.

Le tesi propongono la linea di massa per il partito, il funzionamento collegiale degli organi politici, il maggior ruolo degli organi periferici, la capacità di calarsi nel lavoro illegale, l’analisi precisa dell’imperialismo italiano, l’attenzione alla questione contadina e all’influenza della religione cattolica sulla società, in particolare sulla masse contadine meridionali, propone l’incontro di operai e contadini in un blocco storico capace di trasformare la società.

L’originalità e l’anticonformismo di Gramsci, autentico marxista critico, si manifestano nel 1926, quando davanti allo scontro nato nel Partito comunista dell’URSS, una sua lettera critica metodi e deformazioni che stanno affermandosi. La lettera è bloccata da Togliatti che risponde nervosamente e per anni ne sarà negata l’esistenza (verrà pubblicata ufficialmente solo nel 1966) e denota, indubbiamente una lettura diversa delle caratteristiche della società socialista. Trotskij, Zinoviev e Kamenev hanno posizioni errate, ma ci hanno educati…ci hanno qualche volta corretto molto energicamente e severamente, sono stati fra i nostri maestri. La maggioranza non deve stravincere, deve evitare le misure eccessive. E’ ovvio che già nel ’26 e più ancora dal carcere, il confronto fra la realtà dello stalinismo e gli anni e la prassi leninista portino il comunista italiano a riflettere sui pericoli di degenerazione e di potere personale in URSS e sulla degenerazione che sta investendo il movimento internazionale.

 

Il carcere

Ancor più netto, ormai dal carcere di Turi, il dissenso di Gramsci nel 1929, davanti alla ennesima, netta svolta dell’ Internazionale. La crisi economica viene letta, da parte comunista, come il segno dell’imminente crollo del sistema capitalistico e della inevitabile vittoria di una ipotesi rivoluzionaria, solamente “sospesa”dopo il biennio 1919- 1920. In questo quadro, il compito dei comunisti italiani sfuggiti alla repressione fascista è il rientro in Italia, paese prossimo non solo al crollo del regime, ma alla rivoluzione sociale; la parola d’ordine: Tutti in Italia, conseguenza di questa analisi schematica e scolastica, è contraddetta da Gramsci che dal carcere elabora una ipotesi politica radicalmente diversa:

- E’ assurda l’ipotesi del crollo imminente a livello mondiale del sistema capitalistico,

- è errata l’ipotesi del socialfascismo (un blocco unico contro il comunismo che accomuna fascismo e forze democratiche) che tra l’altro cancella e vanifica tutta la polemica leniniana contro l’estremismo,

- tra fascismo e socialismo è necessario prevedere una fase di transizione (la Costituente non come fine, ma come mezzo in cui trovino posto le rivendicazioni più immediate della classe lavoratrice).

L’isolamento in cui Gramsci passa gli ultimi anni della sua vita, i contrasti con gli stessi compagni di carcere sono conseguenza di queste posizioni e sono documentati dalle lettere.

Per questo, l’albero genealogico spesso presentato: Gramsci- Togliatti- Longo- Berlinguer è elemento propagandistico, non sempre motivato, o comunque da discutere storicamente se non politicamente.

 

Per una riflessione

Un uomo isolato, distrutto fisicamente e psicologicamente produce, dalla cella di un carcere, con quasi inesistenti contatti con il mondo esterno e con pochissimi strumenti, una delle opere di maggior importanza per la cultura, non solamente italiana, del ‘900. La prima, certo imprecisa, suddivisione dei Quaderni dal carcere, così li titola tematicamente: Materialismo storico, Gli intellettuali, Sul Risorgimento, Note sul Machiavelli, Letteratura e vita nazionale, Passato e presente.

Chiaro l’intendimento di una riflessione non contingente, ma di lungo periodo.

Il marxismo della Seconda internazionale ha piegato il pensiero critico e dialettico di Marx verso una china oggettivistica e scientifica. Leggi oggettive regolano lo sviluppo della natura e la storia. Le leggi dell’evoluzione, applicabili nello studio della continua e progressiva evoluzione della specie, sono da applicarsi anche alla storia. L’affermazione della classe operaia è un portato dell’evoluzione e avverrà attraverso progressive conquiste e dislocamenti progressivi del potere (vedi, per questa interpretazione: Lelio BASSO, Socialismo e rivoluzione, Milano, Feltrinelli, 1980).

Bernstein, Kautsky, Plechanov…pur nelle differenze, concordano su questa prospettiva gradualista.

Gramsci, fin dai suoi primi scritti, rivaluta, al contrario l’intervento attivo dell’uomo nella storia. La rivoluzione contro il Capitale, scritto con cui saluta la rivoluzione sovietica, è l’esaltazione dell’intervento cosciente che ha piegato le leggi ferree dell’evoluzione, a parer suo, teorizzate nel Capitale di Marx.

Fra le due guerre, la spaccatura fra le due letture del marxismo si accresce. La situazione (isolamento dell’URSS, crescita della destra) favorisce l’irrigidimento ideologico. In URSS si conia, come dottrina ufficiale, il materialismo dialettico (Diamat). Stalin scrive Sul materialismo dialettico e sul materialismo storico. Ogni deviazione dalla dottrina ufficiale è considerata errore e tradimento, strumento utile per la reazione.

Contro l’economicismo che considera unicamente la base economica e in contrapposizione a questa logica riduttiva e parziale vengono pubblicati, nel 1923, due testi: Storia e coscienza di classe di Gyorgy Lukacs e Marxismo e filosofia di Karl Korsch.

In questi, la logica è opposta. Cardini del loro pensiero sono il concetto di totalità e il ruolo centrale del proletariato. Per comprendere un fenomeno storico, occorre tenere conto di ogni dato, del contesto, non solamente del quadro economico. E’ il materialismo storico di Marx a darci la chiave per comprendere i fenomeni storici; una visione globale non appartiene a tutti, ma solamente a chi si immedesima nella coscienza collettiva di una classe sociale. La borghesia può cogliere la totalità, ma la vede nei rapporti economici, nella merce. Solamente il proletariato può spezzare questa logica, vedendo la società nella sua realtà. E’ il comunismo la società in cui i rapporti fra esseri umani non sono più sottoposti alle regole di mercato.

Nel 1925, il quinto congresso dell’Internazionale “scomunica” i due testi come cedimento piccolo borghese a concezioni idealistiche. Il Diamat si afferma come legittimazione della società esistente.

Anche la Scuola di Francoforte, con il suo tentativo di legare marxismo e psicoanalisi, di inserimento di questa in una sfera sociale, con la sua grande capacità di lettura della società di massa e dell’autorità in tutte le sue forme, sarà oggetto di una chiusura totale e riscoperta (non a caso come Rosa Luxemburg) solamente negli anni ’60.

Davanti alla sconfitta politica e all’impoverimento culturale del movimento comunista, è Antonio Gramsci l’autore della più compiuta riflessione sullo scacco degli anni ’20 e contemporaneamente e teorizzatore di un pensiero (e forse addirittura di un comunismo) diverso e più ricco.

 

I Quaderni dal carcere

Di questi che rappresentano uno dei maggiori contributi alla cultura italiana del ‘900 e al marxismo teorico e che offrono, a distanza di 80 anni, apporti alla filosofia, al pensiero politico, alla storiografia internazionale (bastino il concetto di egemonia, il rapporto dialettico struttura/ sovrastruttura, o il nesso stato/società civile) isoliamo unicamente alcuni temi.

La critica a Bucharin. La propaganda marxista ha spesso prodotto una fase popolaresca, con tendenze deterministiche, fatalistiche, meccaniche. In fasi di sconfitta, questa concezione può divenire elemento di forza, di fede, di resistenza. Al contrario, quando il movimento rivoluzionario diviene forza dirigente, l’interpretazione meccanicistica si trasforma in un pericolo.

Esempio di questa semplificazione è il testo di Nicola Bucharin La teoria del materialismo storico, manuale popolare di sociologia marxista (1921) che riduce la filosofia della prassi (come Gramsci, non solo a causa della censura carceraria, chiama il marxismo) a ideologia, a verità assoluta, volgarizzandola.

Il marxismo rischia di essere ridotto alla teorizzazione di tesi meccanicistiche, di divenire un sistema dogmatico di verità assolute che giudica come assurde e prive di fondamento tutte le teorie precedenti: E’ indubbio come la critica gramsciana tenti di ridare al marxismo la veste di filosofia critica della storia e attribuisca centralità al momento filosofico superiore rispetto alle altre fonti (economia politica classica, rivoluzione francese) che riesce a sintetizzare.

La sua interpretazione coglie la natura anche filosofica della critica dell’economia politica contro la Seconda internazionale che nel Capitale vede solamente una nuova e superiore teoria economica. La critica dell’economia politica investe, invece, l’intera società capitalistica, in tutti i suoi aspetti, come “non universale”, ma capace di rispondere solo ad una classe sociale.

Il confronto con Croce. E’ indubbio che il confronto, anche se dal carcere, con Croce, coinvolga le due maggiori personalità culturali del ‘900 italiano, perlomeno quelle che maggiore influenza hanno avuto sul clima e sulla formazione intellettuale del nostro paese.

Se una ripresa del marxismo può avvenire solo confrontandosi con il livello più alto della cultura mondiale, in Italia il passaggio per la critica alle posizioni crociane è inevitabile. Diversa è la concezione dell’intellettuale (“tradizionale” in Croce, centrato sulla militanza politica nei Quaderni), netta la critica al peso avuto dai grandi intellettuali meridionali nella formazione complessiva della cultura e del senso comune nelle regioni del sud: Croce è una specie di papa laico. E’ il legame organico al proletariato a permettere all’intellettualità di avere un nuovo ruolo, di assumere impegno politico davanti ai nodi storici reali.

Tornano e si esplicitano, in questo confronto, i grandi temi del pensiero gramsciano: la questione meridionale, il ruolo della religione cattolica, il superamento dell’intellettuale “tradizionale” in quello “collettivo”

 

Il Risorgimento. Il Risorgimento italiano è “rivoluzione passiva”, cioè rivoluzione borghese parziale ed incompiuta. In esso non hanno avuto ruolo le grandi masse popolari, in particolare il mondo contadino. Le forze borghesi, ma anche quelle democratiche, rappresentate soprattutto dal Partito d’Azione non hanno saputo e voluto promuovere quella riforma agraria che sola avrebbe potuto muovere le masse contadine, legando ‘idealità nazionale a precise e concrete motivazioni sociali.

Questo mancato collegamento ha avuto conseguenze gravi e irrimediabili per lo stato unitario che si è costruito sul legame tra grandi proprietari terrieri meridionali e la nascente industria del nord, escludendo totalmente le masse popolari (contadini, operai…). La permanenza, a sud, di residui feudali e la politica reazionaria delle classi dirigenti hanno permesso una politica che non ha mai affrontato le grandi questioni sociali, la questione meridionale, quella della partecipazione del proletariato, scaricando sulla migrazione, su un ritardato colonialismo da piccolo imperialismo, su un intreccio fra repressione e clientelismo i problemi irrisolti.

Da qui la cronica debolezza istituzionale, da qui l’incompiutezza, a confronto con altri paesi, della nostra democrazia, da qui l’avvento del fascismo come risposta al fallimento dell’Italia liberale.

 

Americanismo e fordismo. L’imperialismo statunitense, affermatosi già negli ultimi decenni dell’ ‘800, agisce, con tutto il suo peso, sull’intero ventesimo secolo (tralasciamo considerazioni sull’oggi), a causa della sua grande potenza economica e militare, ma anche per una evidente egemonia politico- culturale. Nella riflessione di Gramsci emerge nettamente il legame organico fra l’egemonia americanista e le punte più avanzate del capitalismo. L’americanismo, quindi, non è limitato agli USA, ma è da intendersi come forma universale dell’egemonia capitalistica.

Oltre all’aspetto strutturale, l’analisi tocca il nuovo tipo umano che esso produce. L’uomo ridotto a scimmia dalla taylorizzazione, controllato in ogni aspetto della vita (dalla produzione, alla famiglia, al tempo libero) è esemplificato dall’espresione “uomo scimmia” e, nel cinema, dal personaggio chapliniano di Tempi moderni.

Il fordismo è caratterizzato dalla radicalizzazione e generalizzazione del taylorismo, dalla sussunzione diretta, sotto il capitale, di ogni forma di riproduzione della forza lavoro.

Ancora una volta, come già negli scritti sull’ “Ordine nuovo” circa la crescita della classe operaia e del regime di fabbrica, Gramsci coglie l’aspetto potenzialmente positivo di questo processo: l’americanismo e il fordismo derivano dalla necessità di pervenire ad una economia programmata. Questa segna il passaggio da un capitalismo individualistico ad uno monopolistico. Qui sta il terreno concreto, perché il proletariato possa rovesciare il capitalismo.

E’ ovvio che oggi l’eccezionale attualità dell’analisi gramsciana e della sua “scoperta” (chi altri coglie la enorme novità nell’economia, nella politica e nel modo di pensare di quella trasformazione nel momento in cui si svolge?) debba essere verificata a distanza di decenni.

La quasi scomparsa dell’operaio- massa nei paesi occidentali è compensata dalla crescita industriale in nuove aree? E’ corretto parlare di post fordismo davanti a paesi come Cina, India, all’area asiatica? Perché non si è verificata la previsione gramsciana secondo la quale contro l’americanismo sarebbe cresciuto lo spirito critico e invece crescono i fenomeni di spoliticizzazione e di conformismo di massa?

E’ chiaro che anche Antonio Gramsci sia da rileggere criticamente. Anche a settant’anni dalla morte.

In sintesi.

  • L’opera di Gramsci è da intendersi come unitaria e non è corretto contrapporre il periodo ordinovista a quello “partitista” a quello dei Quaderni.

  • I Quaderni non presentano una tematica del tutto nuova e diversa rispetto alle elaborazioni precedenti l’arresto (1926), ma una matura sistemazione teorica di problemi sorti nel corso della attività politica.

  • Il pensiero gramsciano si sviluppa interamente attorno alla scelta irreversibile compiuta nel 1917: adesione alla rivoluzione d’Ottobre e alla concezione della democrazia soviettista, non migliore, ma del tutto diversa rispetto alle altre forme di governo e concezioni della democrazia.

 
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Le sinistre hanno l'elastico

Post n°460 pubblicato il 20 Agosto 2014 da Guerrino35

L LIBRO

Il libro, dal titolo “Le sinistre hanno l’elastico”, parla della comunicazione. Comunicazione tra generazioni, tra generi, tra schieramenti politici. I Balanta non conoscono l’aggettivo “vecchio”, gli anziani sono i “lante n’dan”, uomini grandi. Sull’Africa i mezzi di comunicazione di massa continuano a ripetere e alimentare i pregiudizi più assurdi, che il testo tenta di scardinare.

Per leggere un’anteprima del libro cliccate qui!

 

Guerrino Babbini

 
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le bombe

Post n°459 pubblicato il 20 Agosto 2014 da Guerrino35

Le bombe alimentano rabbia, paura e guerra.
La giustizia non scende dai cieli
né con le bombe né con gli aerei-bomba:
può solo salire dalla terra, dal grido delle vittime.
Noi lottiamo per esistere in pace e dignità.
La nostra Intifada si chiama Serhildan
ed ha lo stesso significato della parola palestinese:
camminare a testa alta.
Lottiamo contro una globalizzazione che nega i kurdi,
i palestinesi, gli indios, che nega interi continenti,
ma anche bisogni e soggetti qui in occidente.
Lottiamo per esistere liberi e uguali,
non per schiacciare altri popoli.
(intervento di Hevi Dilara, militante kurda del PKK
Roma, 8 novembre 2001, un mese dopo l'inizio della guerra in Afghanistan)

 
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