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Le sinistre hanno l'elastico

Post n°460 pubblicato il 20 Agosto 2014 da Guerrino35

L LIBRO

Il libro, dal titolo “Le sinistre hanno l’elastico”, parla della comunicazione. Comunicazione tra generazioni, tra generi, tra schieramenti politici. I Balanta non conoscono l’aggettivo “vecchio”, gli anziani sono i “lante n’dan”, uomini grandi. Sull’Africa i mezzi di comunicazione di massa continuano a ripetere e alimentare i pregiudizi più assurdi, che il testo tenta di scardinare.

Per leggere un’anteprima del libro cliccate qui!

 

Guerrino Babbini

 
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le bombe

Post n°459 pubblicato il 20 Agosto 2014 da Guerrino35

Le bombe alimentano rabbia, paura e guerra.
La giustizia non scende dai cieli
né con le bombe né con gli aerei-bomba:
può solo salire dalla terra, dal grido delle vittime.
Noi lottiamo per esistere in pace e dignità.
La nostra Intifada si chiama Serhildan
ed ha lo stesso significato della parola palestinese:
camminare a testa alta.
Lottiamo contro una globalizzazione che nega i kurdi,
i palestinesi, gli indios, che nega interi continenti,
ma anche bisogni e soggetti qui in occidente.
Lottiamo per esistere liberi e uguali,
non per schiacciare altri popoli.
(intervento di Hevi Dilara, militante kurda del PKK
Roma, 8 novembre 2001, un mese dopo l'inizio della guerra in Afghanistan)

 
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Joia

Post n°458 pubblicato il 29 Novembre 2013 da Guerrino35

La figlia di Sachù
Come un chicco di riso.
E’ una bella bambina con un bel nome, Joia è nata il 17 gennaio del 2011. Qualche giorno prima della mia visita per il censimento, era caduta nel fuoco – una disgrazia molto frequente qui, in maggioranza ne sono vittime i bambini, nel villaggio ne ho visto almeno una decina di piccoli con il corpo marchiato dal fuoco o dall’acqua bollente - che tutte le mattine viene acceso per scaldarsi dopo il freddo patito durante la notte. Cadendo, istintivamente aveva allungato le braccia per proteggersi ed a causa del suo peso erano penetrate nelle braci. Il viso non aveva subito danni, ma aveva ustioni fin sopra il gomito. Ora, gli arti superiori gonfi e sanguinolenti, erano ricoperti da specie di bambagia, forse cotone, che serviva a non far posare sulla ferita le mosche ed assorbire il liquido che fuoriusciva dalle piaghe.
Avanzava ondeggiando, come sulla tolda di una nave durante la tempesta,sul terreno accidentato del cortile. Le braccia le portava alzate sopra la testa per evitare lo sfregamento contro i vestiti. Questa postura la induceva ad un instabile equilibrio che, inevitabilmente la faceva incespicare e cadere. Per rialzarsi appoggiava le braccia e le mani a terra imbrattandole di polvere. Ripartiva, e, per l’insicuro incedere della sua età ricadeva dopo qualche passo.
Erano le dieci del mattino, la temperatura, sui venti gradi – come è diversa la percezione individuale dell’ambiente esterno – una condizione per me gradevole, per loro fredda. Il padre sembrava assente, sordo, relegato in un mondo lontano dove non arrivavano i lamenti della figlia. Quasi fosse preda di una sonnambula veglia o nella fase di smaltimento dei postumi di una abbondante bevuta. Accucciato vicino al fuoco si scaldava allungando le mani verso la fiamma. Improvvisamente si risvegliava dal suo stato di catarsi ed iniziava ad imprecare contro la sorella più grande intimandogli di aiutare la piccola. Altrettanto subitaneamente tornava ad essere avviluppato dal lento processo di risveglio delle funzioni del corpo e della mente infreddoliti.
A qualche metro in coppia, le giovani mogli, una delle quali era la madre, pilavano il riso. Con ritmo sincronizzato si alternavano, alzando ed abbassando con forza nodosi bastoni alti più di un metro e rigonfi alle estremità, dentro grossi mortai di legno. Ad ogni colpo un sordo rumore, i chicchi di riso proiettati ai bordi volavano verso l’alto lambendo le pareti, qualcuno riusciva a conquistare la libertà. Finalmente fuori! Sfuggiti alle percosse! Trovavano fuori le galline in agguato che accorrevano per beccarli.
Ogni tanto, anche le madri marcavano la loro presenza. Ad alta voce, aggiungevano i loro rimbrotti a quelli del padre e contemporaneamente continuavano nel loro pestare, lontane dal portare un qualche aiuto.
Perché non l’avete portata subito a medicare, chiesi arrabbiato! Il padre con un sorriso risponde di non avere denaro. Anzi, pretendeva 100 F cfa per comprare dello zucchero! Già alterato, per come si stavano svolgendo i fatti. Sgarbatamente gli dissi che, non avrebbe ricevuto niente se prima non avesse condotto la bimba nella nostra infermeria per prestarle le cure che le erano indispensabili!
Durante questo battibecco, erano stati liberati maiali e capre che ora scorrazzavano nel cortile, i ragazzini maschi facevano uscire le mucche dal recinto interno adiacente la casa, le radunavano per portarle al pascolo ed iniziare la loro giornata di guardiani. In brevissimo tempo tutta l’aia fu punteggiata da escrementi di varie fattezze e dimensioni. La bambina piangente, invano, cercava di rimanere in piedi ed evitare di finire sopra le deiezioni. La sua esistenza era iniziata sotto una cattiva stella, se supererà tutto questo, l’aspetta comunque una vita ben grama. Lei però lotta, con tutte le sue forze, per poterla vivere fino in fondo, rialzandosi.
Non la rividi più, ripartii per l’Italia due giorni dopo.
Pino

 
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Libia a due anni

Post n°457 pubblicato il 21 Novembre 2013 da Guerrino35

www.resistenze.org - popoli resistenti - libia - 18-11-13 - n. 475

Libia: A due anni dalla "liberazione". Cosa ha portato la guerra della NATO?

Enrico Vigna

novembre 2013

A poco più di due anni dalla "liberazione" dal "regime" di Gheddafi, imposta dalla cosiddetta "coalizione dei volonterosi" occidentale (leggasi, al di là di retoriche e demagogie, paesi aggressori e NATO) può essere illuminante, per capire di quante menzogne e falsità mediatiche ci nutrono, fare un punto sulla situazione nel paese e sul livello di violenza e terrore nella realtà della vita quotidiana del popolo libico.

Soprattutto può aiutare a riflettere sulle manipolazioni usate per fare le "guerre umanitarie" e per i diritti umani, e appurarne i risultati nel concreto della vita dei popoli.

La Libia di oggi è un territorio senza più alcuna legalità, a detta di osservatori  internazionali, esperti, giornalisti e testimoni sul campo, Ong come Human Right Watch ed anche l'ONU nell'ultimo rapporto di quest'anno redatto dalla sua missione in Libia (UNSMIL), ha denunciato l'uso sistematico della tortura, dello stupro, di omicidi, di indicibili e feroci atrocità perpetrate nelle prigioni e nei siti a disposizione delle milizie e delle bande criminali che controllano il paese, usati per la detenzione. Un paese teatro di una vera e propria guerra tra bande jiahdiste e criminali che si sono spartite geograficamente il paese e le sue risorse.

Ogni milizia ha creato una ''giustizia privatà", ogni gruppo di mercenari possiede una prigione privata dove rinchiudere e torturare i propri detenuti.

Tutti conoscono il caso di Saif Al Islam Gaddafi, detenuto illegalmente a Zilten ma altri 8000 detenuti si trovano nelle stesse situazioni. Il dato è confermato anche dal Ministero di Giustizia del governo centrale di occupazione, totalmente impotente di contrastare lo strapotere dei battaglioni di mercenari che infestano la Libia.

A fianco di tutto questo c'è un altro aspetto che non ci dicono ma è documentato, ed è il radicamento sempre più largo del Movimento di Liberazione Nazionale, testimoniato dai documenti e comunicati, e dal crescere costante delle attività militari e armate, contro le strutture ed i leader del governo fantasma insediato dalla NATO, ma che in realtà non ha il controllo neanche della capitale.

In una galassia di centinaia di piccole bande e milizie che gestiscono il potere anche solo su quartieri o piccoli villaggi, le due forze mercenarie più forti, sono i salafiti nell'area di Tripoli e le milizie dello "Scudo della Libia" nell'area di Bengasi; questo insieme di bande, impongono leggi loro, vessazioni, tassazioni inique, violenze sistematiche. Quotidianamente la cronaca riporta notize di scontri, sparatorie, attentati, assalti, omicidi fra loro per sopraffare gli altri. Se si sommano alle attività di guerriglia delle Forze di liberazione nazionale, si può immaginare la quotidianeità e la vita delle famiglie libiche.

L'uccisione lo scorso anno del console USA a Bengasi è stato solo il fatto più eclatante e mediatico, ma in questi due anni sono ormai migliaia i morti in uno stillicidio giornaliero ed in crescita costante, stando alle statistiche.

Ormai la Libia è un area incontrollabile e dove vi è, al di là delle apparenze, un vuoto di potere neanche più nascosto, ed una gestione militare del territorio da parte delle forze fondamentaliste qaediste e di altre meramente banditesche; tutto questo è confermato dalla CNN, che ha riferito del trasferimento di oltre 250 marines nella base USA di Sigonella ed in quella spagnola di Moron, nell'ipotesi di dover nuovamente intervenire militarmente nel paese. Ulteriore prova è la creazione della Missione militare italiana " Mare Nostrum", su pressione e richiesta della NATO per mettere sotto controllo il Mediterraneo, oltre a quella già in atto di addestramento e formazione di una polizia e un esercito regolari, che forniscono la prova che tuttora non esistono, se non sulla carta. C'è da aspettarsi altre morti e bare italiane (come da Afghanistan e Iraq), in quanto disarmare un numero stimato di 100-150 mila miliziani armati, animati dal fondamentalismo jiahdista più profondo e dal qaedismo organizzato, non sarà una passeggiata.

Quelle stesse forze che fino a ieri, sono state usate come alleati e compari in quanto "combattenti della libertà", oggi non sono più utili o addirittura scomodi, quindi da rimettere in riga o colpire. Altrochè diritti umani, libertà o democrazia, il loro unico obiettivo era la distruzione della Jamahiriya araba, libica e socialista ed il suo leader, non assoggettati agli interessi economici e militari occidentali; forse la loro colpa vera era di cominciare a richiedere il pagamento del petrolio non più in dollari ma in oro e cercare di fondare una nuova moneta comune africana aurea, chiamata "Dinaro africano"; oppure il finanziamento con i guadagni del petrolio libico, di un Fondo Monetario Africano, liberando così i paesi africani e poveri del mondo, dallo strozzinaggio del Fondo Monetario Internazionale? O forse questa continua e intensa campagna gheddafiana per rafforzare e consolidare sotto tutti gli aspetti (politici, economici, militari e culturali) l'Unità Africana come strumento fondamentale di difesa e di emancipazione dei paesi africani?

Il paese è oggi spartito nell'area della Cirenaica detta anche Barqa, di fatto ormai autonoma, guidata dallo sceicco Ahmed al Senussi; la provincia di Misurata che è gestita dalle milizie fondamentaliste che ne hanno preso possesso nel 2011 e da allora non permettono a nessuno di entrarvi; vi è poi la milizia di Zenten anch'essa autonoma da tutti e dove tra l'altro è prigioniero Saif, il figlio di Gheddafi, di cui è stata finora rifiutata la sua consegna a tribunali o corti  libiche o internazionali, lo hanno definito un "loro prigioniero privato", naturalmente torturato; questa milizia controlla anche di fatto l'aereoporto di Tripoli. Quest'ultima città è la sede del governo "ufficiale", in realtà non governa neanche la città stessa, in quanto interi quartieri vivono sotto leggi e regole imposte dalle bande che si sono insediate e li controllano militarmente, con regole e dettami da clan; quotidianamente ci sono scontri armati, incursioni, sequestri, assalti oltre a posti di blocco fissi agli ingressi dei quartieri o improvvisi per imporre vessazioni o vere e proprie rapine ordinarie. Una vera e propria balcanizzazione e parcellizzazione della Libia, senza regole o leggi statali rispettate da alcuno, un paese dove nenache una Costituzione si è  potuta varare.

Dalle donne alla popolazione nera, dai lealisti della Jamahiriya ai cristiani, dagli stranieri ai non praticanti l'islam più fondamentalista, ciascuno oggi in Libia è perseguito, vessato, possibile obiettivo di queste bande che hanno in mano la nuova Libia…ma questo ormai non interessa più a nessuno, in primis a coloro che premevano sul governo italiano di allora, della assoluta necessità di intervenire per "liberare" il popolo libico come in Afghanistan, in Iraq, in Jugoslavia, in Somalia, oggi in Siria…ma essi da buoni "grilli parlanti", vivono tranquilli una vita al caldo, con internet, vacanze, crisi personali o psicologiche passeggere, qualche problema di denaro mai abbastanza per le loro vite agiate e in benessere….proporio come quei popoli "liberati", quasi la stessa vita. Come mi disse una vecchia amica jugoslava…: "…ma perchè si occupano di noi, del nostro paese, dei nostri problemi, dei nostri governi…sono un problema nostro non di intellettuali, giornalisti, politici o pacifisti italiani o occidentali. Forse che da voi non avete problemi e cercano un occupazione?...".  Già…perchè se ne occupano? Risposta non semplice.

Il 17 marzo 2011, il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione 1973, ha autorizzato la NATO ad intervenire "per proteggere i civili e le aree civili sotto minaccia di attacco in Libia."

Misuriamo il successo della missione della NATO consultando i seguenti dati:

Nel 2010, sotto il "regime di Muammar al-Gaddafi" c'erano in Libia:
- 3.800.000 libici
- 2,5 milioni di lavoratori stranieri
6,3 milioni di abitanti.


Oggi 2013,
- 1.600.000 di libici sono in esilio mentre ,
- 2,5 milioni di immigrati hanno lasciato il paese per sfuggire alle aggressioni razziste.
Sono rimaste circa 2,2 milioni di persone.  
( da SibiaLiria)
 
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AFRICOM

Post n°456 pubblicato il 14 Novembre 2013 da Guerrino35

Criminali di guerra ruandesi sconfitti in Congo, ma AFRICOM cresce in buona salute

Glen Ford | blackagendareport.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

05/11/2013

Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di permettere che qualcosa di simile alla giustizia faccia la sua apparizione in Africa centrale

Dopo 17 anni e la morte di sei milioni di congolesi, gli Stati Uniti hanno alla fine cambiato direzione nei loro sforzi per dominare l'Africa centrale. All'inizio di quest'anno, Washington ha tagliato gli aiuti militari al Ruanda, che insieme all'Uganda, altro alleato degli Stati Uniti, ha saccheggiato e terrorizzato il Congo orientale ricco di risorse minerarie sin dal 1996. In tutti questi anni, le amministrazioni Usa repubblicane e democratiche hanno profuso armi e denaro ai due stati clienti, proteggendoli dalle sanzioni dei forum e tribunali internazionali. Il genocidio in Congo era centrale per la politica statunitense nella regione. Mentre moriva l'8% della popolazione della Repubblica Democratica del Congo, i soldati e i teppisti di Ruanda e Uganda si sono arricchiti in qualità di intermediari, spedendo i preziosi minerali del Congo nei forzieri delle multinazionali. Nel frattempo, sia Ruanda che Uganda hanno forniti soldati per ogni missione militare approvata dagli Usa nel continente, in qualità di mercenari americani in Africa.

Allora, perché gli Stati uniti hanno modificato la loro politica? In primo luogo, a causa della pressione internazionale che alla lunga ha reso insostenibile per Washington continuare a inviare i suoi scagnozzi neri per destabilizzare l'Africa centrale. Il presidente Obama ha nominato l'ex senatore del Wisconsin, Russ Feingold, un liberale per gli standard americani, come suo emissario per la regione dei Grandi Laghi in Africa, e ha bloccato la consegna delle armi al Ruanda. Gli americani hanno permesso alle Nazioni Unite di formare una speciale brigata d'intervento di 3000 uomini autorizzata ad usare la forza contro il cosiddetto gruppo ribelle M23, che in realtà è guidato dal governo tutsi del Ruanda. Questa settimana, le forze d'intervento dell'Onu, sostenute dall'esercito congolese hanno sconfitto il gruppo M23, spingendo alla fuga i suoi resti attraverso i confini ruandesi e ugandesi. I "ribelli" hanno annunciato la fine alla loro insurrezione.

Non ci si può attendere che il dittatore ruandese Paul Kagame si rivolga contro i propri uomini

Tuttavia, il Ruanda non ha mai riconosciuto l'M23 come una propria creazione, o il fatto che molti alti ufficiali dei combattenti sono membri delle forze armate ruandesi. Secondo "Friends of Congo", un gruppo di pressione con sede a Washington, c'è un solo modo per garantire che M23 non riemerga con qualche altro nome: portare a giudizio questi criminali genocidi. Tuttavia, ciò richiederebbe una loro consegna da parte del Ruanda alla Repubblica Democratica del Congo o a qualche autorità internazionale. E dal dittatore ruandese Paul Kagame non si può pretendere che bruci i suoi uomini, mentre agli Stati Uniti non andrebbe a genio di affrontare una serie di processi in cui il loro ruolo nel massacro di milioni di persone sarebbe rivelato con dettagli imbarazzanti.

Pertanto, anche se Washington ha messo della distanza tra Usa e Ruanda, gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di permettere che qualcosa di prossimo alla giustizia faccia la sua apparizione in Africa centrale. Il comando militare statunitense AFRICOM è cresciuto a passi da gigante sotto il presidente Obama - con lo stazionamento permanente di una brigata di truppe americane in Africa - e la rinforzata presenza militare delle Nazioni Unite nella regione fa esattamente quello Washington dice loro di fare. Proprio come accade per i regimi ruandesi e ugandesi, che devono comprendere di essere solo ingranaggi della macchina imperiale. L'impero americano è vivo e in crescita in Africa centrale.

 
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KENIA, IL NON DETTO

Post n°455 pubblicato il 03 Ottobre 2013 da Guerrino35

www.resistenze.org - popoli resistenti - kenya - 02-10-13 - n. 468

Kenia. Il non detto di un attacco che non ha sorpreso nessuno

Jean-Paul Pougala | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/09/2013

Estratto

È ancora presto per trarre insegnamenti dall'attacco al supermercato di Nairobi, ma possiamo porci alcune domande senza tuttavia passare per complottisti: Perché ora? Perché da quando il Kenia ha volto lo sguardo ad Est, verso Pechino e Mosca, gli capita di tutto?

Ormai gli scambi tra il Kenia e un certo numero di paesi saranno realizzati in yuan cinesi piuttosto che in dollari americani. Il Kenia ha appena scoperto nel suo sottosuolo uno dei più grandi giacimenti al mondo di acqua dolce. Quell'acqua tanto ambita dall'Europa. Contemporaneamente, Dakar passa la sua prima settimana senza acqua potabile. Ci dicono che l'impianto di potabilizzazione situato a 280 km, costruito nel 2004 da un'impresa francese con una garanzia di 30 anni, ha problemi di condutture. In alternativa, si propone a questo paese attraversato da 3 fiumi (Senegal, Niger, Casamance) di indebitarsi per 50 miliardi di franchi CFA [Franco delle colonie francesi d'Africa, oggi chiamato Franco della comunità finanziaria africana, ndt] per desalinizzare l'acqua dell'Oceano Atlantico. Se il Senegal rifiutasse, siamo certi che il loro attuale amico, Macky Sall, non sarà presto tradotto al TPI [Tribunale Penale Internazionale] per le cose odiose che egli avrebbe commesso quando era ancora nel grembo di sua madre?

Ritorniamo al Kenia. Inizialmente abbiamo avuto l'incendio all'aeroporto nel momento in cui questo paese metteva in atto una svolta approfittando degli investimenti cinesi, per passare dal turismo che ha portato nel paese solo pedofili e predatori sessuali occidentali, all'industria.

Ci sono poi state manipolazioni con le false notizie pubblicate sui giornali francesi come Liberation del 24/09/2013 su Israele, che avrebbe diretto le operazioni a Nairobi per liberare gli ostaggi chiusi al supermercato. Ciò è, beninteso, falso. Come avrebbe potuto il Kenia, che combatte con successo gli Shebab in Somalia da 10 anni, passare il rapimento degli ostaggi a Israele che non è presente con loro in Somalia? Mistero. Vi consiglio di rivedere il discorso del presidente keniota, soprattutto sui ringraziamenti. Comprenderete tutto.

Quando si assiste a dichiarazioni sui programmi francese come "C'est dans l'Air" su France 5 del 23/09/2013, dove uno pseudo esperto dell'Africa afferma che tutti i capi di stato africani sono sorvegliati da Israele, in modo particolare il presidente camerunese Biya, si capisce rapidamente il perché di tutte queste menzogne: la Francia e il suo preteso exploit in Mali. Si è criticato alla UA [Unione Africana] il fatto che il presidente della CEDEAO, [Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale], Ouattara, ha preferito programmare un intervento africano1 anno dopo per fare venire la Francia in Mali, piuttosto che gli etiopici e kenioti che avevano 10 anni d'esperienza con gli islamisti in Somalia.

Con l'attacco di Nairobi, occorreva fare passare l'immagine dell'incapacità degli Africani ad occuparsene, per convalidare l'insistenza del presidente francese di organizzare una conferenza a Parigi sulla sicurezza in Africa.

Problema: tutti coloro che sono dietro questi maneggi dimenticano di essere loro stessi manipolati da una mafia che li sovrasta, la finanza internazionale, e che non ha volto. Hollande aveva giurato in campagna elettorale di combatterla, prima di andare a Londra a dire che scherzava per ammansire il suo popolo e farsi eleggere, e per riassicurare che la Francia sarebbe rimasta una loro terra di conquista.

Ultima menzogna in ordine di tempo: l'intervento del Kenia e dell'Etiopia per ristabilire uno stato di diritto in Somalia sarebbe finanziato dall'Europa e dagli USA. Falso. Il contenzioso tra gli occidentali e gli africani su quel versante si è concluso molto male, perché gli africani non vogliono più che una missione in Africa sia comandata da non africani. Gli africani avrebbero voluto lo stesso l'aiuto militare degli europei in Somalia ad una sola condizione: che fosse stato sotto comando africano. Gli europei e gli americani hanno rifiutato e da allora, gli africani affrontano soli questo problema e con molto successo.

Questa favola dell'aiuto occidentale alla Somalia somiglia a quella raccontata sullo pseudo-aiuto americano all'esercito egiziano. Come può un esercito comperare il proprio equipaggiamento in un paese con un piano di rimborso e a farlo passare ogni volta come aiuto?

A che serve proclamare che è un "paese ricco", un "paese sviluppato", se alla fine è un pugno di uomini in una banca a piazzare le loro pedine a tutti i livelli finanziari del paese. La mediocrità dei politici generati dalla trappola del suffragio universale ha permesso la creazione di nazioni deboli alla mercé dei finanzieri. Chiedetevi come un paese come la Francia, in soli 5 anni di Sarkozy, abbia totalizzato 700 miliardi di euro di debiti, cioè una volta e mezzo i debiti cumulati da tutti i 54 paesi africani.

Questo perché la tanto elogiata "democrazia" è solamente un sistema molto ordinato dove si può fregare il popolo che viene ridotto in schiavitù ed è anche contento poiché tutti i giorni gli mostrano le immagini di repertorio di bambini malnutriti della guerra del Biafra, facendole passare per l'Africa di oggi.

Con ciò, Obama era sul punto di seguire Hollande e finanziare una guerra in Siria, spingere shebab e jihadisti siriani a piazzare un domani delle bombe in un centro commerciale di Parigi o di New York, mentre il 17 ottobre dovrà riuscire a convincere il proprio Congresso ad alzare ancora il limite massimo del debito, perché il vecchio votato l'anno scorso non basta più. Gli USA continuano a prendere prestiti tutti i giorni dalla Cina per pagare le guardie del corpo di Obama, pagare il pasto servito tutti i giorni sul tavolo.

Guardate questo documentario che è passato ieri sera su Arte (vedere il link al fondo) e comprenderete come tutto l'occidente della democrazia avanzata è tenuto magistralmente per mano dalla mafia. E se si insiste a esportare la democrazia in Cina, non è certamente per rendere questo paese più potente di quanto lo sia oggi, ma solo perché la stessa mafia possa mettere mano anche sulle ricchezze di questo paese.

L'Africa deve trovare la sua via, per evitare che gli esperti in democrazia ci installino durevolmente la loro mafia finanziaria.

Se ci riescono, ne avremo ancora per generazioni e generazioni di sottomissione e schiavitù, esattamente come si vede oggi in Grecia o in Italia o in Spagna.

È l'economia che comanda la politica e non viceversa. Non capirlo significa continuare a vivere nell'illusione di una politica potente, che rimane un castello di carta finché non è stata creata sufficiente ricchezza. Senza ricchezze, qualsiasi potere è dedicato a diventare subalterno "alla mafia democratica" delle potenze del denaro occidentali. Il caso del Mali ben lo dimostra.

A conclusione di questo testo, non abbiamo ancora risposto alla domanda: perché il Kenia?

Il Kenia rappresentava l'Africa degli animali senza gli africani, che una certa letteratura coloniale razzista del XIX secolo aveva tanto descritto. Prendete una televisione come la BBC: il Kenia esiste soltanto rispetto ai parchi faunistici e ai suoi numerosi safari. Il Kenia è là dove si cerca la vita selvaggia, dove si cerca il selvaggio. Perché la Cina e la Russia? Perché sono i soli attualmente a possedere una miniera d'oro, quando gli altri soffrono per l'indebitamento eccessivo.

I dirigenti kenioti si hanno semplicemente seguito l'esempio di altri paesi prima di loro: la Tailandia.

Se la Tailandia sta cessando di essere il bordello degli occidentali, è grazie ai capitali soprattutto russi, ma anche cinesi, nel settore immobiliare in particolare. Oggi abbiamo 30.000 russi che si sono trasferiti in Tailandia, cioè la popolazione agiata che ha abbandonato la Costa Azzurra. La particolarità della Tailandia è cominciata con la guerra di Corea e del Vietnam, dove i marines americani avevano bisogno di trovare un angolo con ragazze facili per sfogarsi.

È così che è nata la meta turistica sessuale della Tailandia che, con l'arrivo del nuovo G2 [accordo informale tra Stati Uniti d'America e Cina, ndt], non vuole più questi turisti depravati che creano molti più problemi. I bordelli chiudono uno dopo l'altro a Pattaya, sostituiti da ville da sogno per questi ricchi. È stato anche creato un ministero speciale per lusingare questi nuovi ricchi russi e cinesi che vogliono portare le loro famiglie in vacanza, negli hotel o nelle loro molte seconde case. Ad esempio, numerose sono le aziende cinesi che offrono come premi di produttività dei viaggi in Tailandia.

Il Kenia sta semplicemente copiando la Tailandia, per lanciare il suo sviluppo e ciò probabilmente a qualcuno non piace.

Perché? Cosa perderanno tutte le grandi catene occidentali del settore alberghiero che vi si sollazzavano? Per saperlo guardate il video qui di seguito. Apprenderete dei bluff dei politici occidentali e di quelli che tirano le fila nell'ombra.

link video:
http://www.arte.tv/guide/fr/045773-...
http://vimeo.com/49904381

 

 
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L'Africa e gli Africani

Post n°454 pubblicato il 18 Luglio 2013 da Guerrino35


L'Africa e gli africani nello specchio degli altri

Mbuyi Kabunda* | alainet.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

21/06/2013

Generalmente, nell'analisi delle realtà africane prevalgono due approcci opposti, quasi dogmatici, che sono: l'afro-pessimismo cronico e l'afro-ottimismo di compiacenza.

È necessario allontanarsi da questi paradigmi per camminare verso l'afro-realismo o l'afro-responsabilità, consistente nello spiegare quelle realtà, non a partire dai loro effetti, bensì delle loro cause storiche ed attuali, strutturali e congiunturali, esterne ed interne, a prescindere delle semplificazioni facili e illecite.

In un mondo dominato dai pregiudizi euro-centrici, scrivere qualcosa di positivo sull'Africa - che normalmente è considerata come un paese o qualcosa di omogeneo e non come un continente - significa che nessuno lo leggerà. Esiste infatti un vero complotto mediatico contro Africa e gli africani, posizionati in basso nella gerarchia delle società umane.

L'afro-pessimismo o l'ultima trasformazione dell'ideologia razzista

L'afro-pessimismo, che si ispira alle tesi hegeliane del XIX secolo, ebbe nuova fortuna all'inizio degli anni 1960, con l'analisi negativa di René Dumont ("afro-pessimismo sfumato") che lancia l'allarme sul modello di sviluppo e sullo Stato imitativo o travisante, adottato dai paesi africani, prima di prendere la forma dell'"afro-pessimismo cinico" o dell'"l'afro-catastrofismo", illustrato dalla "negrologia" di Stephen Smith e nel discorso di Nicolás Sarkozy a Dakar, nel luglio 2007, nel quale si negava agli africani di avere Storia e cultura in quanto "continuano a vivere da millenni secondo i ritmi delle stagioni e della natura".

L'afro-pessimismo vigente è l'ultima trasformazione del disprezzo e/o dell'arroganza occidentale verso l'Africa e gli africani, per il suo ragionamento superficiale e le sue mezze verità, attribuendo la responsabilità dei fallimenti dell'Africa a fattori interni, con la duplicità intellettuale dei rapporti negativi su questo continente stilati delle organizzazioni internazionali, soprattutto negli anni 1980 per giustificare le loro politiche di aggiustamento strutturale, e dei mezzi di comunicazione al loro servizio che, in questo modo, contribuiscono alla diffusione dell'idea, rispetto al futuro del continente, del "disordine africano" e della disperazione.

Si insiste sulla povertà crescente, la fame nera o le calamità naturali, le migrazioni dei miserabili, le "guerre tribali e crudeli", i colpi di stato, i dittatori corrotti... Cioè, una lunga lista di tragedie e di fallimenti che vivono i paesi africani. L'idea soggiacente è che gli africani sono per lo più pari a zero ed incapaci.

Raramente si parla di avvenimenti felici o del dinamismo dei paesi africani o del "rinascimento africano". Non si insiste, per esempio, sulla responsabilità nel "dramma africano" del carico del debito, dei disastri umani e sociali generati dai Piani di aggiustamento strutturale (PAS), del saccheggio delle risorse naturali e dell'accaparramento delle terre africane da parte delle multinazionali del Nord o del fallimento degli aiuti allo sviluppo. Cioè, le pratiche perverse che hanno trasformato l'Africa in un esportatore netto di capitali.

Questa ideologia risulta pericolosa non solo per la sua dimensione razzista, ma anche per essere assunta e riprodotta da alcuni intellettuali africani, che pensano di adottare con ciò un atteggiamento critico, molto apprezzato dai loro mentori occidentali, verso la propria società. Si tratta di una critica economica, spesso superficiale, che riproduce le critiche occidentali.

Disgraziatamente, come denuncia abilmente Boris Diop, il problema col pubblico occidentale in generale, è che gode nel vedere gli stessi africani denigrare l'Africa. L'opinione di questo autore lo ha abituato alle critiche degli intellettuali africani interessati ad attirare a tutti i costi i fondi o la simpatia del pubblico europeo, denigrando la propria società, presentata come arretrata, oppressiva e crudele. L'obiettivo è rimanere con la coscienza tranquilla e responsabilizzare gli africani sui loro problemi e disgrazie.

La "afrodestra latinoamericana", secondo il termine azzeccato di Jesús Chucho García, sta riproducendo lo stesso discorso sull'Africa, per compiacere i dominatori ed ottenere più o meno gli stessi obiettivi. Questa corrente dell'afro-discendenza, che si è nutrita di un eurocentrismo venduto dal boia stesso, si rifiuta di considerare "l'Africa come madre patria", per i supposti fallimenti che incarna questo continente, le umiliazioni che ha sofferto nel passato e che la fanno vergognare, cadendo nell'apologia dei soliti argomenti negativi sull'Africa dei media e di alcuni circoli occidentali. Ha interiorizzato la storia dei "vincitori" per convenienza / opportunismo, trasformandosi in detrattrice della "autenticità africana".

Detto in altre parole, l'afrodestra è caduta nell'eurocentrismo, nutrendosi dalla letteratura negrofoba ed alleandosi coi peggiori responsabili e colpevoli di crimini contro l'umanità o dei loro antenati. Pertanto, siamo di fronte a vittime e, cosa peggiore, incoscienti. Questo atteggiamento masochista, di etnocolonizzazione e autoflagellazione, propria dei popoli dominati, è analizzato nelle opere di Aimé Césaire, Frantz Fanon e Albert Memmi e spiega la tendenza di alcuni membri di questi collettivi a giudicarsi non a partire dai propri parametri, bensì da criteri introiettati dai dominatori.

In definitiva, come afferma Abiola Irele, l'afro-pessimismo, invece di essere una vera preoccupazione della situazione e del futuro dell'Africa, è una visione cinica che permette ad alcuni intellettuali occidentali di fare dell'Africa la loro base commerciale e giustificare la loro carriera nelle istituzioni governative e dello sviluppo in Africa, insistendo in una visione negativa e deformata del continente.

Decostruzione delle basi del programma afro-pessimista

"I popoli africani non hanno Storia e cultura"

La supposta disgrazia permanente degli africani nasce nella versione biblica della "maledizione di Cam", figlio di Noé, dal quale i neri sarebbero discendenti ("razza camitica"). Si tratta di un'invenzione o di una apologia medievale della legittimazione o giustificazione della schiavitù dei neri, perché consisteva nel negare agli africani la parte di umanità, essendo l'obiettivo quello di fornire la manodopera necessaria per le miniere e le piantagioni del Nuovo Mondo.

In quanto alla teoria di assenza di Storia nel continente, fu elaborata dai colonizzatori per giustificare la colonizzazione o la "missione civilizzatrice" e non ha alcun fondamento. È oggi ampiamente dimostrato che la civiltà faraonica nera fu la figlia e non la madre delle civiltà africane (vedere i lavori del professore Cheikh Anta Diop). L'antropologo francese Maurice Delafosse dimostrò che fino al XV secolo le società africane avevano lo stesso livello di sviluppo delle loro equivalenti arabe ed europee (regno del Kongo, impero del Ghana, Mali, Songhai, Kanem-Bornú, Benín, Monomotapa). Non si può neanche prendere in considerazione l'idea che l'Africa fosse una tabula rasa culturale prima dell'arrivo degli europei. Prova di ciò è la persistenza dei valori culturali africani nella santería cubana, candomblé o nella macumba brasiliana e nella cultura latinoamericana in generale. Le rivelazioni dei navigatori dal XV al XVII secolo evidenziano il fatto che l'Africa nera fu una terra di brillanti e ben strutturate civiltà.

"L'Africa è un continente condannato al sottosviluppo e alla povertà"

Normalmente si perde di vista che il sottosviluppo dell'Africa non è una fatalità irreversibile. È il risultato dei meccanismi storici di sfruttamento ed aggressione, delle ingiustizie internazionali istituzionalizzate, insieme alla brutta gestione dei governi post coloniali propensi al neo-patrimonialismo (clientelismo) e predatocrazia. È necessario sottolineare qui la responsabilità dell'educazione ricevuta dalla classe governante africana, educata alla venerazione europea e al disprezzo delle cose africane e che René Dumont esprime in questi termini: "I dirigenti africani sono i nostri alunni. Sono stati formati nelle nostre università, eserciti ed amministrazioni o nelle università neocoloniali africane. Sono stati sedotti dal nostro modello di vita e di sviluppo ed abbiamo insegnato loro come rovinare l'Africa".

Occorre comunque relativizzare il fallimento dell'Africa, che ha ottenuto importanti progressi negli aspetti dello sviluppo umano, annichiliti dagli aggiustamenti strutturali. Si confonde qui il fallimento con la resistenza dei popoli africani al modello economico e sociale dominante, coloniale ed occidentale.

L'affermazione dei disastri africani contrasta con la seguente realtà: il tasso medio di crescita annuale, intorno al 5 % nel 2012-2013, ha reso l'Africa resistente alla crisi dei paesi industrializzati, del Medio Oriente e di quelli emergenti, e alle rivalità tra paesi come Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Cina per la conquista dei mercati africani.

"I conflitti africani sono etnici e l'Africa non è pronta per la democrazia"

Varie analisi e perfino degli accademici attribuiscono normalmente le cause dei conflitti agli unici e semplicistici aspetti etnici o "tribali". I fatti dell'ultimo decennio hanno dimostrato che questa visione è errata.

Conflitti come quelli del Sudan, Angola, Ruanda, Sierra Leona, Liberia, RDC e Somalia hanno evidenziato i molteplici fattori locali, nazionali, regionali ed internazionali, sulla questione delle lotte per il potere e gli abusi di potere, la rottura tra lo Stato e la nazione, la vicinanza agli interessi geopolitici delle potenze esterne e le industrie multinazionali petrolifere o minerarie che, nella loro ricerca del monopolio del profitto, appoggiano i governi, i movimenti di guerriglia o entrambi contemporaneamente.

L'argomento della mancanza di maturità degli africani per la democrazia, prevalente in molti circoli politici del Nord, ha una chiara connotazione eurocentrica, identificando la democrazia e perfino lo sviluppo con l'occidentalizzare.

I fatti non coincidono con questa visione. Sta nascendo una nuova generazione di dirigenti africani più democratici e rispettosi dei diritti umani.

Quello che è fallito in Africa non è lo sviluppo o la democrazia, che non sono prodotti di importazione o esportazione, bensì la riproduzione del modello occidentale o l'occidentalizzazione. Ciò deve interpretarsi come la resistenza degli africani ai modelli imposti dall'esterno.

Conclusione

Si tenta ora di rifiutare all'Africa e alle sue diaspore qualunque forma di pensiero, a partire dagli altri o dalla storia dei vincitori, i quali hanno il monopolio della parola, dei mezzi di comunicazione o informazione.

Scommettiamo sull'afro-centrismo, aperto e non chiuso, o sull'afro-centricità, che consiste nella sottomissione delle relazioni esterne alla razionalità interna, al dare priorità alle esigenze dello sviluppo interno fortificando la capacità di azione ed attuazione degli africani. Con ciò, l'Africa e le sue diaspore usciranno dalla loro esclusione internazionale ed avranno un certo controllo sul proprio destino, attualmente in mano ad altri.

(*) Mbuyi Kabunda è professore di Relazioni Internazionali e Studi Africani nell'Istituto Internazionale di Diritti umani, IIDH, di Strasburgo e del Gruppo di Studi Africani (GEA, dell'Università Autonoma di Madrid) UAM. Direttore dell'Osservatorio di Studi sulla Realtà Sociale dell'Africa Subsahariana (FCA/UAM).

 
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RATZINGER E LA CHIESA DEL POPOLO IN AMERICA LATINA

Post n°453 pubblicato il 28 Febbraio 2013 da Guerrino35

www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 25-02-13 - n. 442

Come Ratzinger ha annientato la chiesa del popolo in America Latina
 
Marc Vandepitte | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
20/02/2013
 
Joseph Ratzinger è conosciuto essenzialmente come papa ma i suoi principali fatti d'arme vanno ricercati nel periodo durante il quale era Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In questa veste fu difatti l'architetto di una delle più vaste campagne ideologiche e politiche del dopoguerra, ciò che venne chiamata la "Restaurazione".
 
Neoconservatorismo
 
Nel 1978, Karol Wojtyla (Giovanni Paolo II) è chiamato a dirigere la più grande comunità religiosa del mondo. Quella che si trova davanti è una chiesa post-conciliare in stato di profonda crisi: partecipazione alle funzioni religiose e vocazioni in caduta libera, elevato numero di divorzi tra i cattolici, rigetto dell'autorità papale in materia di controllo delle nascite. Un mondo pieno di eresia.
 
Egli vuole una svolta radicale. Non più rischi, né esperienze, è finito il tempo di pensare e agire di conseguenza. Si guarda probabilmente ai testi del Concilio ma se ne seppellisce lo spirito. Il papa si prepara ad una politica ecclesiastica centralizzata ed ortodossa, corredata da un riarmo morale e spirituale.
 
Per farlo gioca abilmente col clima di quest'epoca, che presenta del resto molte somiglianze col nostro. A metà degli anni '70 inizia una profonda crisi economica. L'atmosfera ottimista degli anni '60 vacilla e divengono caratteristiche l'aspirazione alla sicurezza e alla protezione, il ricorso ad un'autorità - di preferenza carismatica -, un risveglio etico, la fuga nel campo privato e nell'irrazionale, ecc.
 
È su questo sfondo che si sviluppa il "neoconservatorismo". Questo nuovo conservatorismo non si rintana più sulla difensiva ma lancia al contrario un'offensiva politica e ideologica. Questa corrente è portata dalle personalità "forti", come Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Giocando abilmente con i mass media, traducono una tendenza mondiale ad accogliere un salvatore, la sviluppano con rappresentazioni del mondo semplicistiche, risplendono di sicurezza e di ottimismo, ecc.
 
Il rottweiler di dio
 
Un rompicapo ancora più importante per il papa, è la crescita di una chiesa popolare progressista in America Latina. Wojtyla è polacco e anticomunista fino al midollo: combattere il marxismo e il comunismo nel mondo è uno degli scopi della sua vita. Poiché è innegabile l'influenza del marxismo sulla chiesa di base e la teologia della liberazione, farà di tutto per riportare il continente sulla retta via.
 
Per fare ciò conta su Ratzinger, che nel 1981 è stato nominato Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, una sorta di Ministero dell'ideologia e dell'informazione del Vaticano. Eserciterà queste funzioni per un quarto di secolo e ne farà il migliore uso per imprimere il suo marchio sugli avvenimenti.
 
Ratzinger diventa l'architetto di un'importante offensiva pastorale ed ecclesiale alla quale egli stesso dà il nome di "Restaurazione". Lo scopo è il rafforzamento dell'apparato di direzione centrale e la disarticolazione di ogni forma di dissidenza all'interno della chiesa. Ratzinger si rivela presto un vero grande-inquisitore, cosa che gli varrà il nome di "rottweiler di dio".
 
Tutta la chiesa cattolica viene messa sotto tiro ma i colpi sono diretti soprattutto verso l'America Latina, laddove l'impatto politico è di gran lunga più importante. Dunque nel seguito dell'articolo ci limiteremo a questo continente.
 
L'annientamento della chiesa del popolo e della teologia della liberazione
 
Il primo passo è la costituzione di una banca dati delle conferenze episcopali, dei teologi della liberazione, dei religiosi progressisti, dei progetti pastorali sospetti, ecc. In quasi tutte le diocesi sono nominati vescovi e cardinali ultra-conservatori e apertamente di destra. Solo in Brasile ne sono nominati una cinquantina. Alla fine degli anni '80, cinque su 51 vescovi peruviani sono membri dell'Opus Dei. Il Cile e la Colombia seguono la stessa strada. Dei vescovi dissidenti messi sotto pressione, alcuni ricevono lettere di avvertimento, ad altri è vietato viaggiare o sono chiamati a renderne conto.
 
Questa politica delle nomine è tanto più grave in quanto l'episcopato gioca un ruolo importante in questo continente. In molti casi è la sola opposizione possibile alla repressione militare, alla tortura, ecc. Con i vescovi del Brasile e del Cile ridotti al silenzio, come quelli dell'Argentina, il numero di vittime della repressione sarebbe stato ben più elevato.
 
Pulizia è stata fatta anche ai livelli inferiori. Si lavora sulla formazione dei sacerdoti mettendo sotto pressione seminari e istituti di teologia, riorientandoli o chiudendoli. Si tenta di controllare meglio i religiosi che sono spesso protagonisti della chiesa della liberazione. Particolare attenzione è riservata ai teologi. Sono tenuti sotto controllo e da questo momento viene loro fatto prestare un nuovo giuramento di fedeltà.
 
Nel 1984 Ratzinger redige la "Istruzione della Santa Congregazione per la Dottrina della fede su alcuni aspetti della teologia della liberazione". Attacca frontalmente i teologi della liberazione, soprattutto quelli dell'America Latina. Un anno più tardi è vietato a Leonardo Boff, una delle figure di punta di questo movimento, di esprimersi. Il dominio sui giornali cattolici viene rafforzato e là dove lo si giudica necessario li si censura, viene sostituito il consiglio di redazione o il giornale posto sotto pressione finanziaria.
 
I progetti pastorali progressisti vengono interrotti o messi sotto controllo. Nel 1989 il Vaticano smette di riconoscere la troppo progressista Associazione internazionale della gioventù cattolica. Deve cedere il posto al CIJOC (Coordinamento internazionale della gioventù operaia cristiana), confessionale ed opposto alla sinistra.
 
Accanto alla distruzione di tutto ciò che è progressista, vengono avviati giganteschi progetti per riportare i credenti sulla retta via. Evangelizzazione 2000 e Lumen 2000 sono progetti su grande scala per l'America Latina che hanno non meno di tre satelliti a loro disposizione. I progetti sono stabiliti da persone e da gruppi della destra ultra-conservatrice: Comunione e Liberazione, Azione Maria, Rinnovamento Carismatico Cattolico, ecc. I collaboratori di questi giganti della comunicazione paragonano le loro attività ad un tipo di nuovo "potere della luce".
 
Quelli che sanno leggere sono inondati di libri religiosi pubblicati a buon mercato. Sono organizzate pensioni per i preti e le suore. Per questi progetti spettacolari i vertici della gerarchia cattolica possono contare sull'appoggio finanziario del mondo degli affari.
 
Crociata anticomunista
 
Niente è lasciato al caso. Uno ad uno tutti i pilastri della chiesa del popolo dell'America Latina sono fatti cadere. Alcuni osservatori parlano di smantellamento di una chiesa. Abbiamo qui a che fare con una delle campagne ideologiche e politiche più importanti del dopoguerra.
 
Questa campagna è in linea con la crociata anticomunista della Guerra fredda. Ci si può anche vedere una rivincita degli USA dopo la perdita di potere degli anni precedenti.
 
Durante gli anni '60 e '70 i paesi del Terzo Mondo avevano infatti rinforzato la loro posizione sul mercato mondiale. Strappando prezzi più elevati per le materie prime avevano così migliorato il loro potere d'acquisto sul mercato mondiale. Il punto culminante è la crisi petrolifera del 1973. Nel 1975 il Vietnam infligge una schiacciante disfatta agli Stati Uniti. Poco dopo la Casa Bianca è umiliata due volte prima dalla rivoluzione dei sandinisti nel loro cortile di casa (1979), poi dal dramma degli ostaggi in Iran (1980). Fin dal suo arrivo al potere, Reagan si sente inoltre minacciato dall'atteggiamento di indipendenza economica di due Stati tanto importanti quali il Messico e il Brasile.
 
La Casa Bianca non si arrende e scatena una controffensiva su molti fronti. La teologia della liberazione diventa uno dei bersagli più importanti. Sin dalla fine degli anni '60, la teologia della liberazione, ancora ad un stadio embrionale, era considerata come una minaccia per gli interessi geostrategici degli USA, come testimonia il rapporto Rockefeller.
 
Negli anni '70 furono creati dei centri teologici che avevano il compito di combattere la teologia della liberazione. Ma è soprattutto a partire dagli anni '80 che questa controffensiva raggiunge la sua velocità di crociera. Gli Stati Uniti versarono diversi miliardi di dollari per sostenere la controrivoluzione in America Latina. Questa sporca guerra ha fatto decine di migliaia di vittime. Squadroni della morte, paramilitari, ma anche l'esercito regolare ha svolto questo sporco compito. Nelle file dei movimenti cristiani di liberazione sono caduti molti martiri. I più conosciuti sono Monsignor Romero ed i sei gesuiti del Salvador.
 
Per combattere la teologia della liberazione sul suo terreno, si introdussero delle sette protestanti. Ricevettero il massiccio sostegno finanziario degli USA. Attraverso slogan propagandistici e messaggi sentimentali dovevano provare ad attirare i credenti. Per strapparli all'influenza perniciosa della teologia della liberazione, si è fatto uso di mezzi elettronici costosi. La religione si rivela qui come l'oppio dei popoli nella sua forma più pura. Anche l'esercito è stato arruolato in questa guerra religiosa. Degli ufficiali degli eserciti latino-americani stesero un documento per dare consistenza al "braccio teologico" delle forze armate.
 
Missione compiuta
 
Gli sforzi combinati di Ratzinger e della Casa Bianca hanno pagato. Negli anni '90 un colpo molto duro fu portato alla chiesa di base in America Latina. I gruppi di base cessano di esistere o funzionano a fatica per mancanza del sostegno pastorale, per timore della repressione, perché non si crede più alla svolta sperata, o semplicemente perché liquidati fisicamente. L'ottimismo e l'attivismo degli anni '70 e '80 fanno posto al dubbio e alla riflessione. L'analisi della società perde il suo peso a vantaggio della cultura, dell'etica e della spiritualità, a tutto profitto di Ratzinger.
 
Globalmente il centro di gravità passa dalla liberazione alla devozione, dall'opposizione alla consolazione, dall'analisi all'utopia, dalla sovversione alla sopravvivenza. Il racconto dell'Esodo cede il passo all'Apocalisse e agli Apostoli.
 
In ogni caso, alla fine del secolo la chiesa di base non rappresenta più una minaccia per l'establishment. Tanto il Vaticano che il Pentagono e le élite locali dell'America Latina hanno una preoccupazione in meno per il momento. Questa tregua ha presto fine con l'elezione di Chavez alla presidenza del Venezuela, ma questa è un'altra storia.
 
Nel 2005, Ratzinger è ricompensato per il successo nella sua opera di restaurazione e viene eletto alla testa della chiesa cattolica. Ma è assai meno brillante come manager che come inquisitore. È in definitiva un papa debole. Lascia un'istituzione indebolita, minacciata da una mancanza di sacerdoti e prosciugata in occidente da ripetuti scandali. Il non riuscire a mettere ordine negli affari del Vaticano è forse una delle ragioni per cui abdica.
 
Ratzinger entrerà nella storia innanzitutto come colui che ha compiuto la restaurazione della chiesa cattolica e per aver messo la chiesa del popolo dell'America Latina in condizioni di non nuocere. E questi non sono meriti trascurabili.
 

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S&P

Post n°452 pubblicato il 06 Febbraio 2013 da Guerrino35

La denuncia di Obama a S&P è importante: conferma quanto andiamo dicendo da 20 anni e mette in discussione la base delle liberalizzazioni e cioè l'affidabilità delle agenzie di rating. Si tratta di un punto decisivo perché la denuncia del governo USA dice chiaramente che le agenzie private, essendo pagate dai clienti che devono certificare, fanno giudizi di comodo sulla base dei soldi che prendono. Questo mette in discussione tutto il sistema dei controlli privati inventati con le liberalizzazioni e la deregulation. Dobbiamo costruire una campagna politica su questo usando la denuncia di Obama fino in fondo.

 
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LA MANO DELL'OCCIDENTE IN Africa

Post n°451 pubblicato il 31 Maggio 2012 da Guerrino35

da Partito del Lavoro del Belgio - www.ptb.be/nieuws/artikel/la-main-de-loccident-en-afrique-1-soudan-diviser-pour-regner-sur-les-regions-petroliferes.html
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
La mano dell'Occidente in Africa. Sudan: divide et impera sulle regioni petrolifere
 
Nel luglio del 2011, con l'accordo del Nord, il Sud Sudan dichiarava la sua indipendenza. Il Sud Sudan strappava così il controllo sul 75% dei giacimenti petroliferi sudanesi. Neanche un anno dopo si profila una guerra per l'oro nero.
 
di Staf Henderickx
 
08/05/2012
 
Il Sud Sudan che non ha sbocchi sul mare, deve, per esportare il suo petrolio, utilizzare gli oleodotti che attraversano il Sudan (la parte settentrionale, che ha mantenuto il nome prima della scissione), e che continua così a ricevere una significativa parte dei proventi sull'oro nero. Il Sud Sudan, tuttavia, si rifiuta di pagare il prezzo richiesto dal Nord per il trasporto. Alla fine dello scorso anno, il Sudan ha confiscato 800 milioni di dollari di petrolio nel Sud Sudan, che, per ritorsione, ha chiuso i rubinetti.
 
Il Sud Sudan ha peraltro firmato un accordo con l'Etiopia per la costruzione di un oleodotto per portare il greggio al mare, e un secondo contratto con il Kenya per la costruzione di un oleodotto verso il porto keniota di Lamu. Il Sudan perderebbe definitivamente una parte considerevole dei proventi petroliferi.
 
I disaccordi tra Nord e Sud insistono anche sulla linea di confine, nel tratto che attraversa importanti giacimenti petroliferi. I due governi continuano a sostenere i gruppi di ribelli nel campo avverso. In poco parole: ci sono tutti gli ingredienti per scatenare una guerra.
 
"Schiacciare l'insetto"
 
Tre settimane fa, l'esercito del Sud Sudan ha occupato il campo petrolifero di Heglig, che fornisce la metà della produzione al Sudan del Nord. Il giacimento è gestito da un consorzio che comprende la Cina, principalmente, ma anche la Malesia e l'India. Per l'attacco e la distruzione parziale delle infrastrutture di Heglig, il presidente sud-sudanese Salva Kiir ha comunicato chiaramente che il petrolio appartiene alla sua nuova patria. Nel frattempo, il Sudan ha bombardato città del sud del Sudan prossime ai confini. Omar al-Bahir il suo presidente ha dichiarato che il Sud Sudan è un "insetto che deve essere schiacciato".
Questa guerra supera il livello sudanese regionale: nella regione infatti si contrappongono gli interessi delle superpotenze.
 
Cooperazione con la Cina
 
La Cina, che prende il 7% del suo petrolio dal Sud Sudan, ha tutto l'interesse per la stabilità e la pace in queste regioni petrolifere. Il conflitto attuale ha avuto come conseguenza che la produzione di petrolio nel Sud Sudan si riducesse da 85.000 a 60.000 barili al giorno; mentre la produzione del Sudan è scesa da 60.000 a 48.000. La Cina non desidera una escalation nel conflitto. Nel mese di marzo, una delegazione cinese si è recata sia in Sudan che nel Sud Sudan.
 
Il mese scorso, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir è stato ricevuto a Pechino ed è ripartito con un sostegno di 6 miliardi di euro. Questo denaro verrà utilizzato per costruire strade, ponti, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni e progetti agricoli. La Cina resta fedele a una politica di neutralità: firma contratti di cooperazione con tutti gli Stati africani, non interferisce negli affari interni di un paese e, in caso di conflitto, non prende posizione per una delle parti.
 
Lucrosi contratti in gioco
 
Questa politica di neutralità contrasta vivamente con l'interferenza politica degli Stati Uniti attraverso il pretesto dei "diritti umani, della libertà e della democrazia". Per molti anni, gli Stati Uniti hanno condotto una campagna per fomentare il Sud e il Nord Sudan l'uno contro l'altro, e si sono dimostrati i più ardenti difensori dell'indipendenza del Sud Sudan. Divide et impera, dice il motto.
 
Alla proclamazione della nuova repubblica del Sud Sudan, la multinazionale statunitense Lockheed si è scapicollata, attraverso le sue due controllate, per prendere in carico lo sviluppo dell'esercito del nuovo stato. Nel mese di gennaio, Barack Obama ha inviato cinque ufficiali nel Sud Sudan insieme a una fornitura di armi "per aiutare il Sud Sudan a stare sulle sue proprie gambe."
 
Poco dopo, Obama ha deciso di inviare 100 "forze speciali" in Uganda (paese confinante a nord con il Sud Sudan) per partecipare alla cattura di Kony, un noto signore della guerra. Le teste di cuoio hanno formato il nucleo di una truppa di 5.000 soldati africani. Il colonnello Felix Kulayigye, portavoce dell'esercito ugandese, ha affermato alla BBC che informazioni in suo possesso indicavano che Kony era sostenuto dal Sudan. Kony è probabilmente l'alibi per attraversare il confine in collaborazione con l'esercito ugandese. Per giunta, il capo militare dell'Uganda ha recentemente dichiarato che, in caso di conflitto tra i due Sudan, il suo paese avrebbe combattuto a fianco del Sud.
 
Creare miseria per un cambiamento di regime
 
Gli Stati Uniti avevano dichiarato in precedenza che avrebbero smesso di trattare il Sudan come uno "stato canaglia" se il paese avesse accettato l'indipendenza del Sud Sudan. Washington si è rimangiata questa promessa. È stato mantenuto il boicottaggio economico e viene esercitata pressione su imprese e banche europee perché vi aderiscano.
 
Nessuno potrà negare che l'attuale regime in Sudan è dittatoriale, ma, per quel che concerne i crimini e i saccheggi effettuati da truppe sud-sudanesi, gli statunitensi sono piuttosto compiacenti. Quando, appena formato, il giovane esercito del Sud Sudan fece irruzione - causando notevoli danni - in un campo petrolifero cinese in Sudan, Obama non condannò l'azione, al contrario reagì duramente alla risposta del Sudan.
 
Lo scorso novembre, gli Stati Uniti hanno esteso l'embargo commerciale contro il Sudan, decretato dal 1997. Questo blocco, che grava enormemente soprattutto sul popolo sudanese, ha lo scopo di indebolire il regime di Bashir per sostituirlo con un regime filo-occidentale. Una rivolta a Nord è possibile: l'aumento dei prezzi alimentari e del petrolio spingono i sudanesi a insorgere contro il regime. La popolazione soffre per la guerra, la fame, le malattie... E il denaro disponibile va in armi piuttosto che in istruzione, assistenza sanitaria o acqua potabile... In breve, questa miseria che schiaccia il popolo sudanese, del Nord e del Sud, è il risultato di una strategia che serve solo l'obiettivo degli Stati Uniti: contare su un solido approdo militare ed economico in questa regione ricca di petrolio.
 

 
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Mali

Post n°450 pubblicato il 29 Marzo 2012 da Guerrino35

da elpravda.blogspot.it/2012/03/mali-nueva-guerra-del-africom.html
Estratto e traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Mali, nuova guerra dell'AFRICOM?
 
di Rick Rozoff, attivista per la pace ed analista di temi internazionali
 
La stampa riporta l'intensificarsi dei combattimenti in Mali tra i militari della nazione ed i ribelli di etnia tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione Azawad nel nord del paese [1].
 
Siccome le uniche agenzie di stampa di portata internazionale a disporre dei fondi e delle infrastrutture necessarie a mantenere uffici e corrispondenti in tutto il mondo sono quelle con sede nei principali Stati membri del NATO (Associated Press, Reuters, Agence France-Presse, BBC News e Deutsche Presse-Agentur), la copertura degli attuali avvenimenti in Mali, come di quelli che si verificano in qualunque altro paese, riflettono un taglio occidentale ed un'agenda occidentale.
 
I tipici titoli da luogo comune risultano pertanto:
Reuters: "Armi ed uomini provenienti dalla Libia rafforzano la ribellione in Mali"
CNN: "Presidente: combattenti tuareg della Libia attizzano la violenza in Mali"
The Scotsman: "Tuareg armati dal Colonnello Gheddafi piombano sul Mali"
Agence France-Presse: "La Francia denuncia assassini compiuti dall'offensiva ribelle in Mali"
Voice of America: "Mali: la Francia condanna presunte atrocità di ribelli tuareg"
 
Per arrivare dalla Libia al Mali è necessario un viaggio di almeno 800 chilometri attraverso l'Algeria e/o il Niger. Siccome i ribelli evidentemente non dispongono di una forza aerea, non possono contare su aeroplani da trasporto militari, i titoli citati e la propaganda che rappresentano, implicano che i combattenti tuareg hanno coperto tutta la distanza dalla Libia alla loro patria in convogli terrestri, con armi pesanti al seguito, attraversando una nazione estera senza essere intercettati o per lo meno dissuasi dalle autorità locali. E questo, oltretutto, per lanciare un'offensiva tre mesi dopo l'assassinio del leader libico Muammar Gheddafi, dopo che nell'ottobre scorso il suo convoglio fu attaccato da bombe francesi e da un missile Hellfire statunitense. Ma l'implicazione che Algeria e Niger, specialmente la prima, siano complici del transito di combattenti tuareg e d'armi dalla Libia al Mali è di cattivo presagio in termini di estensione delle accuse e delle azioni occidentali nella regione.
 
Le notizie internazionali dominate dall'Occidente trattano in modo diverso le ribellioni armate, a seconda del modo in cui i ribelli ed i governi cui si oppongono sono visti da importanti membri della NATO.
 
Questi ultimi hanno fornito appoggio militare e logistico a formazioni ribelli armate, nella maggioranza dei casi in attacchi attraverso le frontiere e con piani separatisti ed irredentisti, in anni recenti in Kosovo, Macedonia, Liberia, Costa d'Avorio, Libia ed ora in Siria, e sui fronti dello spionaggio e della "diplomazia" in Russia, Cina, Pakistan, Sudan, Indonesia, Congo, Myanmar, Laos e Bolivia.
 
Tuttavia, importanti potenze della NATO hanno adottato l'indirizzo opposto quando si è trattato di Turchia, Marocco (coi suoi 37 anni d'occupazione del Sahara Occidentale), Colombia, Filippine, Repubblica Centrafricana, Chad ed altre nazioni, che sono loro clienti militari o territori da esse controllati, dove gli USA e i loro alleati occidentali forniscono armi, consiglieri, forze speciali e le cosiddette forze di mantenimento della pace.
 
Il martellamento di notizie allarmanti rispetto al Mali è un segnale che l'Occidente si propone di aprire un'altro fronte militare nel continente africano, dopo la campagna aerea, navale e di forze speciali contro la Libia e le continue operazioni in Somalia ed Africa Centrale, col recente dispiegamento di forze speciali statunitensi in Uganda, Congo, Repubblica Centrafricana ed il Sudan meridionale. Nel febbraio scorso in Costa d'Avorio, il vicino del Mali verso sud, i militari francesi, con le accomodanti truppe delle Nazioni Unite - "forze di pace" - spararono razzi contro la residenza presidenziale e sequestrarono con la forza il presidente Laurent Gbagbo.
 
Il Comando Africa degli USA (AFRICOM) cominciò a funzionare per la prima volta come forza combattente, ciò che avrebbe dovuto essere fin dall'inizio, nel marzo scorso nella prima quindicina di giorni di guerra contro la Libia, con l'"Operazione Alba dell'Odissea", prima di trasferire la campagna alla NATO per oltre sette mesi d'ininterrotti bombardamenti ed attacchi missilistici.
 
Il Mali potrebbe essere la seconda operazione militare dell'AFRICOM.
 
Il paese, senza sbocco al mare, è il raggio della ruota dell'ex Africa Occidentale Francese, confinando con quasi tutti gli altri membri a parte il Benín: Burkina Faso, Guinea (Conakry), Costa d'Avorio, Mauritania, Niger e Senegal. Verso nord condivide inoltre la frontiera con l'Algeria, un altro antico possedimento francese.
 
Il Mali è il terzo produttore d'oro dell'Africa, dopo Sudafrica e Ghana. Possiede considerevoli depositi d'uranio amministrati da concessionarie francesi nel nord del paese, scenario degli attuali combattimenti. Le richieste dei tuareg includono l'ottenimento di un certo controllo sulle miniere d'uranio e sui ricavi che fruttano. Inoltre sono state effettuate negli ultimi anni importanti esplorazioni alla ricerca di petrolio e gas naturale, sempre nel nord del paese.
 
La nazione è pure un asse portante della "Cooperazione Antiterrorismo Trans-Sahara degli USA" stabilita nel 2005 (in origine Iniziativa Antiterrorismo Trans-Sahara), derivante dall'"Iniziativa Pan Sahel" del 2003-2004.
 
In maggio il "Comando Europa delle Operazioni Speciali degli USA" inaugurò l'Iniziativa Antiterrorismo Trans-Sahara inviando 1000 soldati delle forze speciali nell'Africa nordoccidentale per l'"Operazione Flintlock" ("Operazione Fucile a pietra focaia"), con l'obiettivo di addestrare le forze armate di Mali, Algeria, Chad, Mauritania, Niger, Senegal e Tunisia, i sette membri africani originari dell'Iniziativa Antiterrorismo Trans-Sahara, che include attualmente anche Burkina Faso, Marocco e Nigeria. La Libia vi s'inserirà presto, come pure nella cooperazione militare del Dialogo Mediterraneo della NATO.
 
Le forze speciali statunitensi diressero la prima di ciò che è divenuta poi l'"Operazione Flintlock", esercitazione di controinsurrezione a cadenza annuale con le nazioni menzionate del Sahel e del Magreb. L'anno successivo la NATO realizzò i giochi di guerra su vasta scala "Steadfast Jaguar" ("Giaguaro risoluto") nella nazione insulare africana occidentale di Capo Verde, per lanciare la Forza di Reazione della NATO, in base alla quale è stata forgiata la Forza Ausiliare Africana.
 
[......]
 
Benché il proposito dichiarato della Cooperazione Antiterrorismo Trans-Sahara e delle sue esercitazioni plurinazionali "Flintlock" sia addestrare i militari delle nazioni del Sahel e del Magreb al combattimento contro gruppi estremisti islamici nella regione, in realtà gli USA ed i loro alleati l'anno scorso hanno ingaggiato la guerra contro il governo della Libia a sostegno di elementi simili, e l'applicazione pratica dell'addestramento militare e del dispiegamento del Pentagono nell'Africa nordoccidentale è stata combattere contro le milizie tuareg, anziché contro gruppi come Al Qaida nel Magreb Islamico o Boko Haram in Nigeria.
 
Gli USA ed i loro alleati NATO hanno realizzato ed appoggiato altre esercitazioni militari nell'area con propositi simili. Nel 2008 la Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale (ECOWAS), il gruppo economico regionale per il quale fu creata la Forza Ausiliare Africana Occidentale appoggiata da USA e NATO, realizzò un'esercitazione militare denominata "Jigui 2008" in Mali, che secondo quanto riportava allora il Ghana News Agency, era "appoggiata dai governi anfitrioni, così come da Francia, Danimarca, Canada, Germania, Olanda, Regno Unito, USA e Unione Europea".
 
Anche AFRICOM effettua esercitazioni plurinazionali di interoperatività delle comunicazioni, Africa Endeavour, principalmente in Africa Occidentale. La conferenza programmatica dell'anno scorso si svolse a Bamako, capitale del Mali e, secondo l'Esercito USA in Africa, riunì oltre 180 partecipanti di 41 nazioni africane, europee e nordamericane, osservatori della Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale (ECOWAS), della Comunità Economica degli Stati dell'Africa Centrale (ECCAS), della Forza Ausiliare dell'Africa Orientale e della NATO, per preparare la prova d'interoperatività di sistemi di comunicazione e d'informazione delle nazioni partecipanti. Anche l'esercitazione principale avvenne in Mali.
 
I militari statunitensi si sono insediati nella nazione per lo meno dal 2005 e quell'anno Voice of America rivelò che il Pentagono aveva "stabilito un centro operativo temporaneo in una base della Forza Aerea del Mali vicino a Bamako. L'installazione fornirà appoggio logistico e servizi d'emergenza alle truppe USA che addestrano forze locali in cinque paesi della regione".
 
L'anno successivo il Comando Europeo degli USA e capo del Comando Supremo della NATO in Europa, il generale dei marines James Jones, primo consigliere nazionale di sicurezza del governo di Obama, secondo un articolo pubblicato su Ghana Web " rivelò [che] il Pentagono vuole ottenere l'accesso a…. basi in Senegal, Ghana, Mali e Kenya ed altri paesi africani".
 
[......]
 
Nel settembre del 2007 un aereo da trasporto militare statunitense C-130 Hércules fu raggiunto da fuoco di fucile mentre lanciava rifornimenti a truppe del Mali sotto assedio da parte di forze tuareg.
 
[......]
 
Nel 2009 gli USA annunciarono che stavano fornendo al governo del Mali oltre 5 milioni di dollari in veicoli nuovi ed altri equipaggiamenti.
 
[......]
 
Gli USA sono stati collusi con la guerra del Mali nel corso di quasi dodici anni. Recenti storie di atrocità riportate dalla stampa occidentale alimenteranno richieste d'intervento "Responsabilità di Proteggere", sullo stile di quelle realizzate in Costa d'Avorio ed in Libia un anno fa, e forniranno il pretesto per una partecipazione militare statunitense e della NATO nel paese.
 
È possibile che AFRICOM stia pianificando la sua prossima guerra.
 
Nota
 
[1] Il popolo tuareg o imuhagh è un popolo berbero o amazigh, che abita nello zona settentrionale ed occidentale del Sahara e nel nord del Sahel. Per i tuareg il Sahara non è un deserto, bensì molteplici insieme. Tra i deserti del nordovest dell'Africa, si distingue il Tiniwan. Se ne possono citare anche numerosi altri, che essi differenziano in più o meno aridi, pianeggianti o montagnosi. La lingua tuareg o Tamasheq è un gruppo di varianti berbere - il tamasheq, il tamahaq ed il tamajaq (o tamajaght) parlate dai Tuareg. Provengono dalla famiglia di lingue afro-asiatiche. Le varianti tuareg sono le uniche del gruppo berbero ad avere conservato la forma scritta dell'alfabeto libico-berbero, chiamato anche tifinagh, il cui uso è documentato dal secolo III a. C. fino al secolo III d. C. in tutto il nord dell'Africa e nelle Isole Canarie. Gli viene attribuita un'origine punica.

 
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CONGO telefonini insangunati

Post n°449 pubblicato il 04 Marzo 2012 da Guerrino35

Guerra in Congo: Nord Kivu e i telefonini insanguinati
Domenica 04 Marzo 2012 09:17 amministratore
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Per osservare i volti dei profughi di Kibati bisogna alzarsi prima del sole, quando il fumo pesante dei falò morenti avvolge la folla di disperati che ogni notte si accuccia intorno al bagliore di mille fuochi. Le prime vittime di una guerra mai spenta si incontrano qui: duecentocinquantamila anime con gli occhi sbarrati che lottano contro colera e fame ogni giorno. La pista di terra rossa, che partendo da Goma attraversa il campo dei rifugiati e prosegue verso gli inferni delle miniere d’oro e di coltan del nord, si allarga in corrispondenza dei resti di un check point abbandonato nella notte dall’esercito congolese in fuga. Il territorio controllato dalle milizie C.N.D.P. del generale rinnegato Laurent Nkunda inizia qui, ai piedi di un grande albero della gomma chinato verso il tramonto, e comprende le foreste del Massisi e la regione del Nord Kivu fino a Rutshuru, primo villaggio colonizzato dai belgi all’epoca di Leopoldo II e ora residenza dello stato maggiore del Congresso Nazionale per la difesa del popolo. Tra le baracche di questa cittadina della Repubblica Democratica del Congo, vuota di tutto quel che la guerra s’è portata via, si scrive l’ennesima pagina di un conflitto che odio etnico e interessi economici hanno trasformato nella più grande tragedia della storia dalla fine della seconda guerra mondiale.
“Un albero può morire. E restare in piedi. Può marcire. E restare in piedi. Ma anche un popolo può morire, e marcire, e restare in piedi, quando perde la propria sensibilità. La propria energia. Sono qui per informarvi, signori, che il popolo congolese è morto. Voi, siete morti. E state già marcendo.”
Nella sala dell'Istituto Superiore Pedagogico della cittadina di Rutshuru, Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo, il silenzio è spettrale. Il generale rinnegato Laurent Nkunda, leader del movimento ribelle tutsi C.N.D.P., psicologo, pastore della chiesa avventista del settimo giorno, percorre la sala a grandi passi, evoca il passato, cita Ezechiele, infine sentenzia: gli hutu colpevoli di genocidio fino alla settima generazione. Molti dei presenti iniziano a contare con le dita quanti nonni sono trascorsi dal 1994. Troppo pochi.
Sono oltre duecento i cittadini di etnia hutu “invitati” alla prevista seduta di rieducazione ideologica. Ammassati, silenziosi, plaudenti al segnale convenuto. Chi non partecipa, sparisce insieme alla famiglia. Stupri, saccheggi, esecuzioni, mutilazioni: le testimonianze dei pochi sopravvissuti a queste barbarie sono irripetibili. “Il popolo Tutsi, come il popolo di Israele, ha il dovere di combattere per la propria sopravvivenza: con l’aiuto di Dio schiacceremo i nostri nemici, coloro che hanno alzato le mani sui nostri padri così come i politici corrotti di Kinshasa che vendono il nostro futuro ai comunisti cinesi”, conclude il generale. Sulla mimetica, una spilla: rebel for christ.
Dicono poco, i numeri. Raccontano di un contingente di diciassettemila caschi blu che non sanno, o non vogliono, fare il loro dovere. Impantanati nel fango di una guerra combattuta da eserciti medioevali e gruppi ribelli armati di lance e machete, i blindati della Monuc- missione Onu Congo- sono un monumento all’incapacità occidentale di fermare questa strage. Cinque milioni e quattrocentomila morti testimoniano, una volta ancora, l’assoluta inadeguatezza di una istituzione che faticosamente sopravvive ai massacri che dovrebbe arrestare. Ma forse la verità è un’altra. All’indomani delle elezioni farsa del luglio 2006, finanziate da Europa e Stati uniti, che hanno visto il sanguinario presidente Kabila riconfermato alla guida di uno dei paesi più corrotti, e ricchi, del pianeta, gli accordi per lo sfruttamento delle miniere d’oro, diamanti e coltan del nord kivu sono stati rinegoziati in favore di un nuovo partner: la Cina. Contratti per dieci miliardi di dollari.
Secondo un deputato congolese, che vuole restare anonimo, “l’Occidente finanzia il signore della guerra Nkunda per ricattare il governo congolese, colpevole di non aver tutelato gli interessi delle multinazionali occidentali nel settore minerario”. I fatti sembrano confermarlo. Il comandante della Monuc nel nord Kivu, colonnello Chand Saroha, è stato rimosso nel luglio scorso, accusato di aver fornito vettovaglie, informazioni e munizioni ai miliziani del Generale Nkunda. Il Ruanda, paese alleato dell’Occidente, fornisce uomini e armi al C.N.D.P, ed è diventato uno dei principali esportatori di coltan del mondo. Eppure non ne possiede un grammo. L’Uganda, che fornisce armi e mezzi alle truppe di Nkunda, è diventato uno dei principali esportatori d’oro del mondo. Eppure, non ne possiede un grammo. Decine di multinazionali procedono, in un assordante silenzio mediatico, al saccheggio sistematico del paese più ricco del mondo in termini di risorse minerarie ed energetiche, all’ombra di un conflitto di cui nessuno vuole nemmeno sentire parlare.
Il kalashnikov che Sebastien mi porge ha il calcio di legno rosso. In cambio, vuole il mio telefonino. Mi chiede se è possibile chiamare casa, a Bukavu, dalla foresta. Vorrebbe salutare sua mamma. Sebastien compirà tredici anni ad aprile. Presidia questo avamposto da molti mesi, non sa dire quanti. Il C.N.D.P. recluta giovani hutu, per inviarli in zone indifendibili. In caso di diserzione, la sua famiglia verrà sterminata. La foresta pluviale l’ha accolto insieme a una decina di ragazzi e ragazze. Una aspetta un bambino. Nascerà qui, dice, in questa capanna di rami intrecciati che fa ombra a una padella, due lanciarazzi a spalla e una scarpa da ginnastica sfondata. Non si riesce a capire chi sia al comando dell’accampamento: nessuno porta i gradi. E’ la ribellione. Oltre la collina, Kanyabaionga, Kayna, Kirumba, cittadine controllate da milizie xenofobe Mai Mai, Interawhe, Fardl.
Partiamo con tre fuoristrada, uno di scorta : le scritte international press e tv incollate sui finestrini, sull’agenda il nome di un portavoce dei Mai Mai che forse è vivo e forse no, da tirar fuori come un coniglio dal cappello se le cose si mettono male davvero. Scimmie e ippopotami si dividono le sponde di un corso d’acqua limacciosa che taglia la terra di nessuno: poi la pista si arrotola su se stessa, come un boa, e comincia a salire. Ai tonfi sordi dei mortai, migliaia di uccelli si alzano in volo, corrono verso il cielo in fiamme. Mai Mai e FARDC, fino a pochi giorni fa alleati contro le forze del C.N.D.P, combattono da quando, ieri, il sole si è tuffato nella giungla. Una ventina di Mai Mai gravemente feriti riposano all’ospedale di Kayna: dividono le brande con i malati terminali di colera, e la stessa cura : un po’ di zucchero, sciolto nel thé, e qualche benda di fortuna. Dietro la collina, silhouette di profughi in fuga e alberi della gomma si mescolano nel controluce della sera. Una donna ci corre incontro. Si copre i seni, nudi sotto i brandelli insanguinati di quel che resta di una camicia. Sul dorso, un bambino addormentato di pochi mesi: chiede cibo, acqua. Muni sai die. Aiuta mio figlio.
Kayna è deserta. Le case spoglie, bruciate. Sul lato della strada, due cadaveri di cui non rimangono che resti fumanti. Paul ha gli occhi neri di cenere, il copertone di una bicicletta in mano e un berretto rosso da sci. Non gli resta altro. Fino alla notte scorsa, possedeva una baracca di assi, due letti, delle pentole e un frigorifero. Vendeva chapati di manioca e latte cagliato. “Ieri notte i militari del governo sono arrivati su un camion. Erano le dieci. Eravamo a letto. Hanno ucciso mio padre. Hanno preso tutte le nostre cose. Non mi rimane più niente.” Gli chiedo che ha intenzione di fare. Dalle tasche della giacca a vento spunta un pezzo di carta, ingiallito dal tempo. Sopra, scritto a matita, un numero a quattordici cifre, un nome, un indirizzo. “Porta questo a mio fratello, Muzungu. Vive in Italia, forse ancora a Mestre. Digli che la nostra casa, ora, è la foresta”.
All’indomani della spaccatura del C.N.D.P, e del presunto arresto del Generale Nkunda, avvenuto poche settimane fa, il nuovo flagello del Congo porta il nome di uno dei gruppi ribelli ugandesi più spietati della storia africana.
Attacchi indiscriminati contro la popolazione nella regione del Haut Huélé, stupri, esecuzioni di interi villaggi. MSF denuncia l’indifferenza della Monuc: immobile, nonostante la risoluzione del consiglio di sicurezza ONU 1856 del 22 dicembre scorso imponga ai caschi blu di intervenire per proteggere la popolazione da quello che ormai è diventato un massacro sistematico. Migliaia di ombrelli dai colori dell’arcobaleno si incrociano ai bordi delle piste di terra rossa. Vanno in ogni direzione, da nord a sud e viceversa. Non chiedono informazioni, non vogliono sapere più nulla. Maurice e la sua famiglia si sono seduti ai bordi della pista. Hanno deciso di non continuare a camminare. Succhiano qualche canna da zucchero, bevono l’acqua che ogni sera, alle 5 in punto, regala loro la pioggia. Fuggono da troppo tempo per illudersi ancora che esista un luogo in cui ricominciare a vivere in pace.
La guerra, nella Repubblica Democratica del Congo, è ovunque.

Ugo Lucio Borga, Reportage per the witness journal

 
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BURKINA FASO

Post n°448 pubblicato il 02 Febbraio 2012 da Guerrino35

Giustizia per Sankara, giustizia per l'Africa
 
di Guin Guin Bali
 
27/01/12
 
A ottobre di quest'anno sarà trascorso un quarto di secolo dall'assassinio del giovane presidente di quello che era L'Alto Volta e che proprio lui aveva chiamato Burkina Faso (Il paese degli uomini integri): si tratta di Tomas Sankara.
 
Nonostante l'abbondanza di testimoni che denunciano un complotto internazionale, la sua morte continua a essere un mistero. Da ciò nascono varie iniziative perché non si dimentichi la memoria del defunto e tanto meno la sua causa. La più interessante di queste iniziative è chiamata: "Giustizia per Thomas Sankara, giustizia per l'Africa".
 
Se non fosse stato assassinato nel 1987 oggi Sankara avrebbe 62 anni, secondo tutti gli indizi da (fino a quel momento suo amico) Blaise Compaoré, attuale presidente del Burkina Faso. Questi ha fatto un colpo di stato nell'agosto del 1983 e fece di Sankara il presidente. Ma la sua ideologia e il suo agire da marxista in un contesto polarizzato dalla guerra fredda gli procurarono un'infinità di nemici. Ecco perché nel 1987 il suo fedele amico fece un altro colpo di stato, questa volta contro Sankara, con la complicità della comunità internazionale.
 
Thomas Sankara fu la speranza di tutto un continente in una determinata epoca e soprattutto di un modello di leadership decisa, onesta, valida e creativa. Mai prima un presidente africano aveva compiuto azioni come quelle che mise in pratica per farla finita con la disumanizzazione. Prima di tutto cambiò il nome all'ex colonia francese, portò all'ONU scomode questioni circa la meschinità delle nazioni straniere in terra africana, parlò chiaro sui problemi di una geografia politica tracciata nella Vienna ottocentesca, separando etnie e unificando popoli da sempre in contrasto all'interno di nazioni artificiali, del business e degli aiuti umanitari, che condannano i popoli a un'eterna sottomissione ai pochi caritatevoli Stati che offrono tali inganni. Parlò anche delle coltivazioni intensive dei paesi ricchi che fanno sì che i contadini africani vivano in miseria. Così, con una potente miscela di carisma personale e forti convinzioni marxiste e panafricane, il suo governo lottò contro la corruzione e l'imperialismo francese, migliorò la scuola, la sanità, l'agricoltura e la condizione della donna, nazionalizzando le terre, le miniere e i servizi pubblici. I suoi successi gli valsero il soprannome di "Che Guevara africano".
 
In una regione piena di dittatori dinosauri (cominciando proprio dai suoi successori e l'attuale presidente del Burkina Faso, Blaise Campaoré), il suo modo di intendere la politica come servizio ai cittadini è più necessario che mai.
 
Per sapere di più su quella figura bukinabé e africana: "L'Africa di Thomas Sankara", di Carlo Batà.

 
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ROSA LUXEMBURG

Post n°447 pubblicato il 19 Gennaio 2012 da Guerrino35

www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 16-01-12 - n. 392

da www.rebelion.org/noticia.php?id=142963&titular=aniversario-del-asesinato-de-rosa-luxemburgo-y-karl-liebknecht-
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Anniversario dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht
 
David Arrabalí - Mundo Obrero
 
16/01/12 [Estratto]
 
Novantatrè anni fa, la notte del 15 gennaio 1919 a Berlino, veniva arrestata Rosa Luxemburg: una donna indifesa dai capelli grigi, stanca e dimagrita. Una donna che dimostrava molto più dei suoi 48 anni. Uno dei soldati che la circondavano la obbligò a seguirli a spintoni, mentre la folla piena di odio che affollava l’atrio dell’Hotel Eden la insultava. Fu allora che lei li guardò con i suoi neri occhi orgogliosi e quei soldati della truppa d’assalto si sentirono offesi da quello sguardo sdegnoso e quasi compassionevole della "Rosa la Rossa". Loro odiavano tutto quello che lei aveva rappresentato in Germania per due decenni; l’idea del socialismo, l’antimilitarismo, il femminismo, l’opposizione alla guerra che avevano perso nel novembre del 1918. Giorni prima avevano schiacciato la rivolta dei lavoratori a Berlino e Rosa li aveva ancora sfidati nel suo ultimo articolo: "L’ordine regna a Berlino!".
 
"Stupidi! Il Vostro Ordine è costruito sulla sabbia. Domani la rivoluzione scoppierà e annuncerà con una fanfara, per il vostro terrore: io fui, sono e sarò!"
 
Presero a spintonarla e colpirla, erano sul retro dell’hotel. Fuori aspettava un’auto piena di soldati che come le avevano detto, avrebbero dovuto portarla in prigione, ma uno di questi usò il suo fucile sulla testa di Rosa. Lei cadde al suolo, il soldato si chiamava Runge. A Runge avevano ordinato di colpirla, lo stesso aveva fatto a Karl Liebknecht, anche lui era stato trascinato nell’atrio dell’hotel Eden. Appena il tempo di caricarlo in auto e gli sparano un colpo a bruciapelo, lo sparo si udì persino nell’Hotel.
 
La notte del 15 gennaio 1919 gli uomini del reparto d’assalto assassinarono Rosa Luxemburg. Il cadavere lo buttarono da un ponte, in un canale. Il giorno dopo lo sapeva già tutta Berlino. (..)
 
Nel 1962, 43 anni dopo la sua morte, il governo Federale tedesco dichiarava che "l’assassinio era stata un’esecuzione in linea con la legge marziale".
 
Sono passati solo dodici anni da quando un’indagine ufficiale ha concluso che la truppa d’assalto che aveva ricevuto denaro e ordini dai governanti socialdemocratici è stata l’autrice materiale della sua morte e di quella di Karl Liebknecht. (..)
 
C’è ancora molta gente che continua la tradizione della Germania Orientale di assistere alla manifestazione per ricordarla. (..)
 
I loro compagni provarono a costruire il socialismo, i suoi nemici e assassini aiutarono Adolf Hitler a prendere il potere.
 
Oggi, quando il capitalismo dimostra ancora una volta che la guerra non è mai un incidente, ma una parte della sua strategia, quando partiti e organizzazioni "tradizionali" si trovano a dover capire l’abbandono delle masse, quando la sinistra trasformatrice punta solo al parlamentarismo come via per il mutamento sociale, ci troviamo di fronte a un’enorme crisi del modello di democrazia rappresentativa e gli argomenti politici si riducono al "voto utile", oggi, Rosa Luxemburg è un riferimento indispensabile nei grandi dibattiti della sinistra. Non è senza la sua voce che la si ascolta sotto uno slogan apparentemente nuovo: "Un altro mondo è possibile".
 
Lei lo aveva formulato solo con un po’ più di urgenza: "Socialismo o barbarie".
 
Il suo pensiero, il suo impegno e la sua debordante umanità ci servono da riferimento nella nostra lotta perché anche questo secolo non sia della barbarie.

 
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AFRICOM

Post n°446 pubblicato il 02 Dicembre 2011 da Guerrino35

Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Il Comando USA in Africa: uno strumento per ricolonizzare il continente
 
di Motsoko Pheko *
 
16/11/2011
 
Il Comando USA in Africa, che gli Stati Uniti chiamano Africom, è una struttura militare del Dipartimento della Difesa USA. Africom è stato creato nel 2007 durante il secondo mandato del Presidente George W. Bush, due mesi dopo il bombardato statunitense e la destabilizzazione di un piccolo paese africano, la Somalia. Oggi la Somalia è ridotta in ceneri e rappresenta un pericolo per il commercio africano e internazionale. Sulle coste somale imperversa la pirateria del mare, teatro di numerosi rapimenti. Questo è il risultato della prima invasione statunitense della Somalia, nel perseguimento dei loro illegittimi interessi economici in Africa. L'instabilità politica della Somalia ha creato il problema del "terrorismo" per i paesi dell'Africa orientale come il Kenya.
 
Nel mese di ottobre 2011, l'Istituto di Studi sulla Sicurezza [organizzazione pan-africana con sede a Pretoria] ha tenuto un seminario a Pretoria, sulla politica di sicurezza degli Stati Uniti in Africa e il ruolo dell’Africom. Il relatore principale è stato l'ambasciatore statunitense in Sudafrica. Ha presentato un "punto di vista esperto non-militare sull'Africom", asserendo che così è possibile "separare i fatti dalle menzogne e le dicerie e affrontare direttamente equivoci e malintesi attorno ad Africom".
 
L'apologeta statunitense di Africom ha affermato che la creazione di questa struttura militare gestita dal Dipartimento della Difesa "si è rivelata diversa da quello che il governo statunitense aveva inizialmente immaginato e concepito, avendo subito rinunciato di stabilire la sua sede in Africa".
 
Sembra che anche nel 21° secolo, il governo degli Stati Uniti d'America non rispetti la sovranità degli Stati africani e l'integrità territoriale del continente. Se così fosse, capirebbero che gli africani hanno interessi nazionali e continentali e il diritto di proteggerli. Gli interventi di assistenza dovrebbero essere richiesti e chi chiede aiuto sa che tipo di assistenza vuole. Gli Stati Uniti d'America non hanno il diritto di imporre Africom all'Africa, provocando divisioni tra paesi e indebolendo l'Unione Africana. Gli Stati Uniti intendono far prevalere i propri interessi su quelli dell'Africa.
 
Gli africani hanno subito l'immane tratta transatlantica degli schiavi, il razzismo e il colonialismo perpetrati da nazioni che si dichiarano "civilizzate" ma hanno un comportamento tutt'altro che civilizzato. Hanno trattato come bestie i popoli dell'Africa, senza vedere nulla di sbagliato in quanto facevano. Non hanno mai mostrato alcun rimorso per le loro azioni disumane contro gli africani né offerto alcun risarcimento per i danni colossali che hanno inflitto loro. La persistenza degli Stati Uniti nell'imporre Africom in Africa lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio.
 
Il petrolio ugandese e "l'aiuto" delle truppe statunitensi
 
L'Uganda ha subito atrocità inenarrabili sotto il governo di Idi Amin, installato dalla Gran Bretagna sotto il Primo Ministro Edward Heath. Al governo britannico non piacevano le politiche socialiste del presidente Milton Obote. Amin ha trucidato molti ugandesi, tra cui l'Arcivescovo anglicano Janani Luwum.
 
Dopo la caduta di Amin, è emerso Joseph Kony, capo di quelli che egli stesso usava definire l'Esercito di Resistenza del Signore. Kony ha ammazzato migliaia di ugandesi, ha fatto rapire e costretto a unirsi al suo esercito centinaia e centinaia di bambini per combattere il governo ugandese. Molti di quei bambini sono stati uccisi nella guerra insensata. Questo va avanti da oltre 20 anni.
 
Il governo statunitense non ha mai interpellato l'Uganda o l'Unione Africana o il suo predecessore, l'Organizzazione dell'Unità Africana, per chiedere in che modo potesse fornire aiuto. Ora, poco dopo che il petrolio è stato trovato in Uganda, sentiamo che il governo degli Stati Uniti ha inviato un esercito per trovare Kony e portare in salvo i bambini del paese. Perché gli Stati Uniti non si sono offerti prima che l'Uganda scoprisse la ricchezza petrolifera? Non lo sviluppo dell'Africa, ma il possesso delle risorse dell'Africa: ecco lo scopo principale di Africom.
 
Gli Stati Uniti farebbero entrare un esercito russo o cinese sul loro territorio?
 
Alcuni paesi africani sono stati minacciati di sanzioni e "cambi di regime". Uno di questi è la Libia, dove è stato ucciso il Colonnello Mu'ammar Gheddafi sotto la scure della NATO e degli Stati Uniti. Quando gli africani sollevano le loro preoccupazioni sull'Africom, si dice che si ingannino con "equivoci, malintesi, pettegolezzi e menzogne". Ci chiediamo quindi se il governo degli Stati Uniti sarebbe disposto a consentire che la Russia o la Cina stabilisse un proprio "Comando Americano", denominato "AmeriCom", per perseguire il suo interesse nazionale negli Stati Uniti. Come reagirebbero gli statunitensi? Ringrazierebbero il Messia?
 
In ogni caso, l'ex-presidente Bush, l'artefice di Africom, ha dichiarato con arroganza imperialista e disprezzo per la sovranità degli Stati africani, che questa struttura dovrà "tutelare tutti gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti in Africa".
 
Il viceammiraglio Moeller ha lasciato trapelare la verità su Africom
 
L'ex-presidente Bush ha affidato la missione di Africom al Viceammiraglio Robert T. Moeller, un esperto militare. Al Congresso sull'Africom tenutasi a Fort McNair [Washington, D.C.] il 18 febbraio 2008, Moeller, capo della missione statunitense Africom, ha dichiarato che: "Proteggere il libero flusso delle risorse naturali dall'Africa verso il mercato globale è uno dei princìpi guida dell'Africom".
 
Moeller ha specificamente citato "le interruzioni nel rifornimento di petrolio", "il terrorismo" e la crescente influenza della Cina tra le maggiori sfide agli interessi degli Stati Uniti in Africa. Africom è organizzato dall'ufficio per la Trasformazione delle Risorse delle Forze [Armate] e le Politiche di Sicurezza Nazionale del Sottosegretario alla Difesa, presso il National Defense University di Fort McNair, a Washington D.C.
 
Africom serve gli interessi degli Stati Uniti d'America e l'Africa non ha bisogno di questo comando. Africom è uno sciacallo in veste di pecora. Non si può affidare la sicurezza e la vita delle pecore a uno sciacallo.
 
Quello che serve all'Africa per proteggere i suoi interessi
 
Ciò che serve all'Africa è un meccanismo per realizzare le missioni di pace utili per stabilizzare politicamente il continente e dare all'Africa un rapido sviluppo economico, il controllo delle sue risorse e un rapido avanzamento tecnologico per i suoi popoli. La soluzione dei problemi dell'Africa passa per il rafforzamento dell'Unione Africana e l'accelerazione del suo sviluppo economico. L'arretratezza dell'Africa è la conseguenza della tratta degli schiavi e del colonialismo, che hanno arricchito i paesi europei e consentito il loro sviluppo, al prezzo del sottosviluppo dell'Africa.
 
Sir Winston Churchill lo ha ammesso quando disse: "Possedere le Indie Occidentali ci ha dato la forza, il sostegno, ma soprattutto la ricchezza di capitali in un momento in cui nessun'altra nazione europea godeva di tali riserve. Esse ci hanno consentito non solo di emerge vincitori nelle grandi battaglie delle guerre napoleoniche ... ma anche, quando il mondo era giovane, di gettare le basi per la nostra supremazia commerciale e finanziaria... ci hanno permesso di conquistare la nostra posizione preminente nel mondo".
 
Gli Stati Uniti e la Nato hanno commesso i peggiori crimini contro i popoli africani. Patrice Lumumba fu assassinato con la connivenza dei governi degli Stati Uniti e del Belgio. Kwame Nkrumah fu deposto con l'aiuto della CIA. Negli ultimi anni il governo statunitense e il suo alleato britannico hanno complottato un "cambio di regime" in Zimbabwe.
 
In Libia sono stati gli Stati Uniti e la NATO che hanno bombardato il paese e hanno fatto uccidere il Colonnello Mu'ammar Gheddafi. Questo è successo in Africa. Quanto più facilmente e frequentemente accadranno cose simili, ora che Africom ha iniziato le sue operazioni nel continente? Gli Stati Uniti hanno armi sofisticate e metodi per raccogliere informazioni che l'Africa oggi non possiede.
 
Le cattive intenzioni degli Stati Uniti e dei loro alleati della NATO verso l'Africa sono stati lampanti quando, recentemente, hanno reso impossibile a una delegazione dell'Unione africana di entrare in Libia per mediare e portare la pace tra i ribelli e il governo di Gheddafi. L'America e la NATO hanno trattato l'Unione Africana con disprezzo. Hanno letteralmente sabotato gli sforzi dell'UA per portare la pace in Libia e in Costa d'Avorio.
 
Africom distruggerà l'Africa. Africom indebolirà le Nazioni Unite e l'Unione Africana. Creerà profonde divisioni in Africa tra moderati e militanti. Africom è un utile strumento imperialista per effettuare "cambi di regime". Sarà utilizzato per installare dei governi fantocci per servire gli interessi dell'imperialismo.
 
Quello che serve agli africani è la difesa collettiva del continente contro l'imperialismo. Questo significa aumentare la sua capacità militare in modo che l'Africa possa difendere i suoi interessi contro le aggressioni esterne. Tutti gli stati hanno l'obbligo nazionale e continentale di negare all'Africom di stabilirsi sul suolo africano. I leader africani che partecipano al gioco statunitense Africom stanno scavando una fossa comune per le popolazioni africane e i loro figli. Questi leader mettono a rischio la sicurezza degli africani e le persone di discendenza africana.
 
Non faranno avanzare l'Africa economicamente e tecnologicamente, non controlleranno le sue ricchezze, né le useranno per gli africani e per difenderli da chi vede ancora il continente come un luogo di arricchimento e ritiene che le sue materie prime gli appartengano. L'imperialismo sta diventando sempre più pericoloso e disperato. Questi sono i suoi ultimi colpi di coda prima di frantumarsi. L'economia dei paesi imperialisti è a pezzi. Questi paesi sono fortemente in debito. Africom è uno strumento per salvare un anacronistico, decadente, vile sistema di spietata oppressione economica. I giovani dell'Africa devono insorgere e proteggere le ricchezze del continente per gli africani. I giovani africani, ovunque siano, devono difendere ciò che è loro con ogni mezzo necessario.
 

*Dr. Motsoko Pheko è autore di diversi libri e ex-deputato del Parlamento in Sudafrica.

 


 
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