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Post n°2089 pubblicato il 19 Maggio 2013 da gratiasalavida
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Post n°2088 pubblicato il 19 Maggio 2013 da gratiasalavida
Si uccide dopo... Uccide i figli e dopo... Colpisce sei passanti incontrati lungo il percorso... Si dà fuoco... Spara contro due membri delle forze dell'ordine... La cronaca ci agghiaccia. Ci parla, tuttavia. La cronaca ci parla di disperazione. Solitudine. E soprattutto... Soprattutto... Ci parla di una assenza. Manca la terza dimensione. Questo, riflettevo ieri, ascoltando le ultime di cronaca, è il nodo. La terza dimensione. E' quella che rende vivide le immagini. Vanamente cerca di offrircela l'ultimo ritrovato della sperimentazione cinematografica. La treD. Con gli occhialini, al cinema, ci immergiamo nel fantastico tridimensionale. Magari, poi, torniamo a casa con il mal di testa, ma abbiamo goduto dell'immersione in una realtà immaginaria volta all'approssimazione della profondità. Una falsa profondità, ove le figurine in primo piano si stagliano sul secondo e sul terzo piano come ingenue marionette sul fondale di un teatrino per bambini ancora capaci di sognare. In questo sta la differenza. I bambini, un tempo, guardavano le marionette e i burattini agitarsi, un po' rigidi e goffi, sul fondale di un piccolo baracchino allestito sulla strada da artisti squattrinati, e sognavano. La fantasia rielaborava l'immagine elementare, costruendo il contesto. La fantasia, la creatività, l'ingenuità, lo stupore edificavano la terza dimensione. Oggi, vanamente il cinema insegue la terza dimensione e ce la offre su di un piatto d'argento, già rielaborata e costruita ad arte per sopperire, con la tecnica, alla incapacità di sognare e di progettare, di edificare il sogno, una incapacità cjhe plasma, nella società attuale, una infelicità collettiva che non ha precedenti. Per progettare il futuro ci vuole la terza dimensione, quella della profondità. Bisogna saper guardare "oltre". Bisogna, per usare quello che ormai è diventato un luogo comune, gettare il cuore oltre l'ostacolo. Qui, il problema. Il problema è che il nostro vivere quotidiano si è assestato su due dimensioni che escludono la terza. Viviamo, lavoriamo, amiamo, soffriiamo (soffriamo, soprattutto), ci agitiamo, su un fondale piatto, come figurine che vanamente aspirano alla vividezza che solo la tridimensionalità può offrire alla loro piatta banalità. La terza dimensione è edificabile quando si è capaci, ancor prima di vederlo, di immaginarlo, il futuro. Di sognarlo. Di progettarlo. Con la passione, con l'entusiasmo che accompagna ogni progetto che nasca dal profondo, dalla creatività primigenia che lega l'individuale al collettivo in una tensione dilatata oltre il presente. Mettersi in gioco, con tutte le potenzialità che una interiorità ricca di sogni riesce a esprimere quale investimento per il futuro. Qui, il problema. Che non crediamo più nell'esistenza della terza dimensione. Che non ci crediamo più perché siamo condannati a vivere in un eterno presente che esclude la capacità di sognare, di investire l'interiorità in una tensione progettuale in cui impegnare quanto, dimeglio, si agita dentro di noi. Piatti. Condannati a un eterno presente ove ogni nostro vano agitarsi perde di significato, in quanto ogni segmento del nostro agire complessivo si consuma nell'attimo stesso in cui si esprime. Senza lasciare traccia. Senza lasciare impronta. Senza anelito verso il futuro. Il cuore non viene gettato oltre l'ostacolo. Il cuore resta in noi, imprigionato in una piatta mancanza di prospettiva che lo soffoca. E allora tutto perde significato. Innamorarsi, gioire, soffrire, fare un figlio, vederlo crescere. Tutto si spende nell'hic et nunc ove non c'è spazio per vedere l'oltre. Ove l'oltre non esiste. Ove non si comprende più il senso di un agitarsi che manca di prospettiva. Un vano agitarsi che a poco a poco diventa percezione indistinta dell'assenza. Indistinta percezione di un'assenza che si amplifica, fino a divorare le radici stesse della nostra interiorità, consumata dal vuoto. Esseri che reagiscono a stimoli contingenti che richiedono risposte immediate. Esseri che provano bisogni elementari cui si preoccupano di fornire risposte lementari. Esseri senza storia, senza passato, e senza prospettiva, senza futuro. Esseri che soffrono l'assenza, la privazione dell'esperienza. Esseri che soffrono. Esseri che cadono. Uccidono. Si uccidono. Senza neppure comprendere appieno le finalità di gesti irreversibili. Poiché nell'eterno presente manca la prospettiva capace di offrire un senso all'agire. Dunque? Dunque ricominciamo a cercare. A cercare in noi stessi la capacità perduta di sognare. Non accontentiamoci della terza dimensione fittizia delle illusioni. La capacità di sognare è investimento delle proprie energie interiori. La capacità di sognare è la ricerca delle radici profonde dell'essere. E' il recupero dell'interiorità. Il recupero della memoria. Il recupero del senso del passato e del futuro. E richiede uno sforzo costruttivo che si paga ricominciando a vivere autenticamente le nostre emozioni. Da campi chiusi congelati su uno sfondo piatto, bisogna tornare a essere campi aperti che si lascino attraversare dall'esperienza per investigarla e riportarla a un senso ulteriore in virtù delle risorse interiori che ancora sono in noi, assopite dal letargo. Il senso della prospettiva. Il senso del contesto. Il senso dell'essere autenticamente vivi. E capaci di sognare. Di lanciare il cuore oltre l'ostacolo.
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Post n°2087 pubblicato il 05 Maggio 2013 da gratiasalavida
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Post n°2086 pubblicato il 05 Maggio 2013 da gratiasalavida
Come si incolla un sogno, all'improvviso, sui fogli che vergasti di parole bruciate come bruciano le piante inaridite quando l'aria è rovente e il sole asciuga ogni promessa d'acqua all'orizzonte evanescente e opaco, così, quasi per caso, hai tra le rughe d'espressione un solco allegro, calato in incertezza dal sorriso. Forse chi ha inviso il conto del destino, quiando paga, è più portato a tendere le mani verso il cielo a ogni esile raggio ti sorprenda al mattino, luminoso. Forse si è roso il margine di noia in un passaggio breve della brezza ove ti è lieve il peso e la fatica arretra. Forse la piega in su delle tue labbra è satura d'amore o di speranza. Forse s'alza ostinata un'illusione se abbassi le difese e cogli un grumo di vita in papavero acceso lungo il ciglio d'asfalto di una strada, là dove stringe, curva, l'andatura.
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Post n°2085 pubblicato il 01 Maggio 2013 da gratiasalavida
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NOTA DELL'AUTRICE DEL BLOG
Tutti i testi qui pubblicati
sono esclusivo frutto della mia creatività. Cinzia M.
Tutti i diritti sono riservati.
Ho scorto su You Tube un canale intitolato Rubra Domus.
Non ha a che fare con me, che sono unicamente l'autrice
di questo blog e dei testi che vi sono quotidianamente
inseriti.
Cinzia M.
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