Creato da aliasnove il 10/01/2013

IL LAVORO

Nell'era della globalizzazione

 

 

APPRENDISTI STREGONI DEL RAZZISMO

Post n°291 pubblicato il 22 Marzo 2019 da aliasnove

Si respira un brutto clima, e adesso, dopo il folle, criminale gesto del cittadino italiano di origine senegalese, sarà più difficile placare l’onda nera del razzismo alimentata dalla Lega.

«Senegalese emulo di Erode», «Terrorismo buonista», «Una vendetta per i migranti» è l’armamentario dei giornali della destra il giorno dopo la sventata strage di bambini, è il linguaggio pronto all’uso per incendiare le micce dell’odio razziale. In Italia abbiamo autobus che bruciano pieni di ragazzini, e autobus dove quotidianamente i passeggeri di pelle scura sono a rischio, come ovunque nel Belpaese.

Naturalmente a dare man forte a Salvini c’è la straordinaria ammirazione di cui gode il ministro degli interni, uno che non si fa processare rivendicando il reato, l’apprendista stregone che spopola in televisione, dove se lo contendono come una star, una gallina dalle uova d’oro che sanno di marcio.

Vuole togliere la cittadinanza all’attentatore Ousseynou Sy, dovrà invece darla al ragazzino egiziano, Ramy Shehata, il tredicenne che ha nascosto il cellulare e ha chiamato i soccorsi, un adolescente, senza la cittadinanza, nato in Italia da genitori che vivono nel nostro paese dal 2001. Immediatamente la coppia Di Maio-Salvini gliela regala nella grande fiera dell’ipocrisia. Proprio per svelare la grande finzione, la nave italiana Mare Jonio, con il salvataggio dei naufraghi, mostra a tutti come stanno le cose: ai migranti non si lascia scelta, o affogare o finire nei lager libici. Persino nel Pd, adesso, si svegliano le anime belle che impugnano la bandiera dei diritti umani, scomunicando la politica verso la Libia dell’ex ministro Minniti.

Per contrastare l’onda nera in campo c’è un’opinione pubblica forte che risponde con le manifestazioni antirazziste di Milano, con i 50mila che ieri hanno sfilato a Padova con don Ciotti contro le mafie e contro la caccia all’immigrato.

Battere la carta del razzismo, in Italia e in Europa, non è facile perché è la peggiore del mazzo fascistoide. Quel che può succedere è sotto gli occhi di tutti, compreso il cerino pronto a dar fuoco alla benzina. 

Norma Rangeri il manifesto

 
 
 

I DINOSAURI DEL NOSTRO TEMPO

Post n°290 pubblicato il 07 Marzo 2019 da aliasnove

I dinosauri di sessanta milioni di anni fa sono stati vittime inconsapevoli di una estinzione di massa. I dinosauri di oggi sono invece responsabili consapevoli, se non dell’estinzione dei loro simili, sicuramente della fine della convivenza così come è stata praticata da almeno diecimila anni. Per decenni gli ambientalisti sono stati accusati – da affaristi, giornalisti e leader arroganti – di “voler tornare all’età della pietra”.

Ora è chiaro che a farci tornare all’età della pietra sono loro. Vent’anni fa era ancora possibile che un leader ignorante non sapesse niente dei mutamenti climatici, ma oggi questo non è più possibile. Sanno benissimo quello che sta per succedere – gli allarmi degli scienziati sono chiarissimi – ma sono bloccati dall’incapacità di pensare e di fare. Di pensare un mondo diverso da quello che conoscono e in cui per ora sguazzano; e di fare ciò che va fatto per sventare la catastrofe incombente: invertire rotta di 180 gradi. Quindi non mettono in guardia i loro elettori e concittadini della necessità di una svolta che non sanno nemmeno concepire, in questo aiutati da un esercito di giornalisti e commentatori ignoranti e asserviti.

Ci sono dinosauri negazionisti, grandi e pesanti come Trump o Bolsonaro; e dinosauri insignificanti, come Chiamparino o Fassino, che dei cambiamenti climatici non sanno dire niente. Sragionano come se tutto potesse continuare come è oggi: un tunnel, o anche due – Tav e Terzo Valico – , per portare in Francia merci e passeggeri che oggi non ci sono, ma domani, chissà? (magari il Pil si rimette a crescere…). Un gasdotto, anzi due – Tap e EastMed – , per portare in Europa gas che tra breve tutti sanno costretti a non usare più. Grandi navi nel canale di una Venezia destinata ad affondare. Ma l’appetito vien mangiando; e ora che stanno per averla vinta sul Tav e sul baluardo di cartapesta dei cinquestelle (la fatidica analisi costi-benefici, fatta da un tecnico, anzi sei, che escludono i cambiamenti climatici dai loro saperi), vogliono anche altre autostrade, altri aeroporti, altre trivelle, altre armi.

E avanti con l’Ilva: tanto, quando arriverà la catastrofe gli abitanti di Taranto saranno già tutti morti di cancro.

Ricordatevi il Mose: per anni gli ambientalisti sono stati irrisi dal giornalismo che si ergeva con grande sicumera a paladino di Venezia, mentre politici e affaristi mandavano avanti un furto epocale; che comunque va ancora avanti lo stesso, anche se appena finito, o anche prima, bisognerà smontarlo perché non funziona (e tutti lo sanno); ma che comunque sta devastando la laguna e non proteggerà certo Venezia. Che se è destinata a scomparire, tanto vale sfruttarla al massimo fin che c‘è, invece di farne un richiamo perché tutto il mondo capisca che è ora di muoversi tutti insieme, e subito, per salvare insieme a lei tutte le zone costiere del pianeta.

Così intorno al Tav Torino Lione, che di tutte le Grandi opere in programma è forse la più stupida, si è costituito un superpartito “di lotta e di governo”, che riunisce politici di estrema destra, centro e sinistra (Zingaretti compreso, che ha anche aderito alla giornata Friday for Future, segno evidente di confusione mentale o di malafede) e poi, industriali grandi e piccoli, giornalisti e pennivendoli di ogni risma, madamine scalpitanti, storici del ‘900 ed economisti pronti a contestare numeri e analisi costi-benefici del povero prof. Ponti. Già, perché quel danno di 7 miliardi che lui ha calcolato è “internazionale”, e va quindi diviso per tre; in parte ricadrà su Francia e Ue (dunque, chi se ne frega?), mentre all’Italia ne resterà da pagare solo un pezzo; che se poi non si conta la perdita delle accise sul gasolio e si conta invece quella di ipotetiche penali, diventa anche un vantaggio. A questo si è ridotto il dibattito politico, scientifico e cultuale sul futuro dello “sviluppo”, del benessere, del nostro paese, del pianeta!

La scomparsa dei dinosauri, enormi bestioni dal corpo immenso e dal cervello piccolo, aveva creato uno spazio ambientale vuoto di cui avrebbero profittato alcuni piccoli mammiferi, solo un po’ diversi da loro, per dar luogo a quella catena evolutiva che attraverso molte metamorfosi sarebbe alla fine approdata alla comparsa della specie umana. Ma i dinosauri di oggi, con il loro tremendo impatto sull’ambiente, non sono ancora scomparsi, e non hanno alcuna intenzione di farlo; mentre una nuova specie antropologica, composta dai loro figli e soprattutto nipoti, ha cominciato a sollevare e il capo, a scendere in piazza, a far sentire la propria voce, a esigere il cambio di rotta per salvare se stessi e la Terra. Non c’è tempo per aspettare che le cose evolvano da sole.

Affrettiamoci dunque a dare una mano, anzi tutte e due, a chi ha cominciato a battersi per salvare vita e convivenza tra gli umani di oggi e domani: tutti a Friday for Future il 15 marzo; ma anche allo sciopero del LottoMarzo delle donne domani; e alla mobilitazione contro le grandi opere il prossimo 23. Tre eventi apparentemente diversi, ma mai così legati tra loro. 

Guido Viale  il manifesto

 
 
 

I NUOVI SCHIAVI CONDANNATI ALL'INVISIBILITA'

Post n°289 pubblicato il 17 Febbraio 2019 da aliasnove

I fatti sono più che noti, anche se affondano nella melma dell’indifferenza, della noia e del pregiudizio che sommerge buona parte della nostra società: nelle campagne si muore di freddo, di canicola e di esaurimento nei campi, oltre che di fuoco negli incendi dei ripari di fortuna. E si muore di sparizione violenta, come i braccianti polacchi di cui anni fa si sono perse le tracce (se n’era occupato ampiamente il compianto Alessandro Leogrande).


Millecinquecento sarebbero i decessi sul lavoro nelle campagne, in sei anni. Braccianti italiani e migranti si schiantano dieci ore al giorno per pochi euro nella raccolta di pomodori e agrumi, vittime del caporalato e di mafie locali e industriali: il settore agricolo, al nord e al sud, campa su un trattamento che secoli fa era riservato solo agli schiavi. In più, gli stranieri si trovano, grazie al decreto sicurezza voluto da Salvini e Di Maio, in una condizione di precarietà che li espone a condizioni di vita sempre peggiori e al ricatto di padroncini e profittatori.

Questa è semplicemente la realtà che fa da sfondo all’ennesima morte nell’incendio della baraccopoli di san Ferdinando.

La logica dello sfruttamento, che nessuna legge sul caporalato è stata in grado di limitare – anche per l’opposizione della Lega alla sua applicazione – è ovviamente la prima responsabile di queste tragedie.

I profitti del settore agroalimentare si basano sulla compressione spasmodica dei salari e sulla durata abnorme della giornata di lavoro. L’illegalità estrema delle condizioni di lavoro è alla base di quello che si può definire come un vero e proprio modo di produzione schiavistico. Ma a questo appartengono anche la gestione dei trasporti dei lavoratori (tra il 4 e il 6 agosto 2018 morirono 16 migranti in due incidenti stradali nel foggiano) e le condizioni di vita nelle baraccopoli. Si muore sul lavoro e si rischia la morte per lavorare.

La cultura – chiamiamola così – del governo in carica è del tutto coerente con un sistema di sfruttamento del lavoro che un certo illuminismo riteneva superato da secoli. Da una parte c’è l’elargizione grillina di un «reddito di indigenza», subordinato a sistemi disciplinari e di controllo degni dell’Inghilterra settecentesca. Dall’altra, la cultura politica leghista, incarnata nel corporativismo della piccola azienda, della famiglia in cui lavoratori e padroni sono sulla stessa barca, è profondamente ostile allo sviluppo di logiche sindacali e rivendicative sanamente conflittuali. Il conflitto materiale sul luogo di lavoro è stato sostituito, nel corso degli ultimi decenni, e con il contributo decisivo del riformismo, da conflitti emotivi, basati sull’esistenza di un nemico simbolico: lo straniero, il migrante, il profugo, il «negro» che preme alle porte.

E qui veniamo al luogo in cui tutti questi cambiamenti precipitano: l’umanità marginale, superflua, eccedente, costretta a vivere nelle discariche per sopravvivere con 25 euro al giorno.

L’obiettivo politico di Salvini non è, né mai potrà essere, eliminare le basi dello sfruttamento e le condizioni disumane di vita dei migranti impiegati in agricoltura. È eliminare la visibilità loro e dei loro insediamenti, con un duplice profitto: confermarsi come il politico dell’ordine a tutti i costi e rendere ancora più ricattabile l’umanità alla deriva nelle nostre campagne.

La chiusura degli Sprar, l’abolizione della protezione umanitaria e la stretta contro gli stranieri devianti hanno come effetto principale la riduzione dei migranti a schiavi potenziali. E qui, si scopre facilmente, tutto si tiene: se l’eliminazione delle Ong dal Mediterraneo, a partire dalla campagna contro i «taxi del mare», rende invisibili, e quindi accettabili, i naufragi, la ruspa promessa da Salvini contro le baraccopoli rende invisibile l’esistenza dei nuovi schiavi.

Tutto si tiene: il nazionalismo esasperato, la xenofobia diffusa alimentata dal discorso politico, l’offa gettata ai poveri in cambio di un po’ di consenso elettorale, la marginalizzazione dei marginali. Finché, si spera, i sostenitori di questo governo cominceranno ad accorgersi del tranello in cui sono caduti.

Alessandro Dal Lago il manifesto

 
 
 

FOIBE, LA MEMORIA CORTA DEGLI ITALIANI

Post n°288 pubblicato il 10 Febbraio 2019 da aliasnove

A poco più di due settimane dal giorno della Memoria in ricordo della Shoah, gli italiani sono chiamati a celebrare con il giorno del Ricordo l’orrore e la tragedia delle Foibe. In entrambi i casi come vittime, ma in entrambi i casi come vittime non innocenti. Se nello sterminio degli ebrei furono complici dei nazisti, nel caso delle foibe furono coinvolti da un insieme di circostanze più complesse, che solo la memoria corta degli italiani e l’ipocrisia di buona parte della classe dirigente hanno espulso dalla memoria collettiva.

Già altre volte abbiamo sottolineato le responsabilità del regime fascista nella snazionalizzazione degli sloveni e dei croati che dopo il 1918 vennero a trovarsi entro i confini dello stato italiano. Nel 1941 l’aggressione dell’Italia alla Jugoslavia e l’annessione violenta della provincia di Lubiana a Regno d’Italia contribuirono in modo decisivo alla dissoluzione dello stato Jugoslavo e alla apertura della fase storica che sfociò nella Jugoslavia di Tito. In ciascuna di queste fasi le autorità politiche e militari italiane, al di là di ogni problema geopolitico, si mossero nel presupposto che le popolazioni slave rappresentassero, come ebbe a dire nessun altri che Mussolini, una razza inferiore e barbara nei cui confronti fosse possibile e lecito imporre il pugno duro e purificatore dei dominatori.

Le foibe si inseriscono in questo contesto e nella spirale di violenze che fecero seguito. Al di fuori di questo quadro non c’è la possibilità di comprendere le ragioni degli orrori dei quali parliamo e dei quali rischiamo di tornare a rimanere vittime. Nessuna menzogna potrebbe capovolgere questa realtà della storia o avvelenare la nostra memoria, impedendo la consapevolezza e le nefandezze di un passato che avremmo potuto considerare ormai alle nostre spalle. Se così non è dobbiamo tornare a riflettere sulla superficialità con la quale i politici di turno si sono impossessati di una questione di forte impatto emotivo per alterare la storia e la memoria e sfruttare la credulità di una opinione pubblica anestetizzata dalla retorica patriottarda.

A pensarci bene la questione delle foibe serve a coprire il vuoto di consapevolezza a decenni di distanza della vera realtà della sconfitta del Paese, ma anche della capacità della popolazione di rialzare la testa e di affrontare i sacrifici che hanno consentito la ricostruzione. Mettere al centro dell’attenzione le foibe non serve a sottolineare le offese subite ma a perpetuare uno sterile vittimismo che non contribuisce a fare i conti mancati con il passato, ma neppure a consolidare il consenso a questa nostra democrazia minacciata da tante insidie. Una di queste è la negazione della verità che mistifica la menzogna e alimenta l’ipocrisia.

L’enfatizzazione delle foibe ha ritardato la riconciliazione con le vicine popolazioni slave, ha reso più difficile la cicatrizzazione delle ferite della guerra, ha oscurato i drammi veri delle popolazioni costrette a lasciare le loro case e la loro terra, le uniche che abbiano pagato per tutti gli italiani le malefatte di un regime criminale senza che ci siano stati gesti ufficiali da parte dello Stato democratico di rottura e di risarcimento nei confronti di un passato da condannare senza riserve.

La prassi tutta italiana di coprire con l’oblio passaggi storici che avrebbero meritato un forte impegno di autocritica e di verità in questo, come in tanti altri casi, si è alleata alla rimozione di memorie scomode e allo loro banalizzazione. L’orrore delle foibe deve servire a richiamarci periodicamente alle nostre responsabilità storiche e non certo a rinnovare il rito del nostro vittimismo. E alla fine spiace constatare che il presidente della Repubblica Mattarella non condivida questa per noi ovvia conclusione.  Enzo Collotti il manifesto

 
 
 

SALVINI E I GALOPPINI A 5 STELLE: UNA SFIDA ALLA DEMOCRAZIA

Post n°287 pubblicato il 26 Gennaio 2019 da aliasnove

Un ministro dell’interno che delinque è un oltraggio per il proprio Paese. Un segno di vergogna che ci accompagna ovunque andiamo. Un ministro dell’interno che oltre a delinquere irride la giustizia del proprio Paese, dichiara di infischiarsene dei giudici e promette di reiterare il reato, è qualcosa di peggio. È una sfida vivente alla nostra democrazia e alla Costituzione che la garantisce. Una sfida che deve essere accettata e vinta, pena la caduta irrimediabile in un limbo della civiltà senza uscita.

Forse Matteo Salvini fa il gradasso perché sa che la sua banda lo tutelerà in Parlamento, che con la complicità della sua maggioranza di governo si salverà dal giudizio del Tribunale dei ministri. Possibile. Anzi probabile. Ma sappia che prima o poi ci sarà una Norimberga. Che quei crimini contro l’umanità, consumati o minacciati, non resteranno ingiudicati e impuniti, quando l’umanità ritornerà in sé, e il consenso degli accecati non basterà più a far da scudo agli specialisti del disumano.

Non sono solo i 177 della Diciotti, sequestrati come fossero un carico di bestiame e segregati contro la loro volontà e contro ogni principio politico e morale; e nemmeno i 47 della Sea Watch messi a rischio della vita per un basso calcolo politico e elettorale. Nel conto ci sono anche i 100 ricacciati indietro dal «moderato» Conte, il devoto di padre Pio che ha fatto il miserabile miracolo di spedire nelle piccole Auschwitz libiche chi dichiarava di preferire morire che ritornare in quell’inferno, e che pure pretende di aver compiuto un atto di beneficenza.

Né possono chiamarsi fuori i galoppini 5 Stelle, quelli che gridavano «Onestà Onestà» e ora nicchiano e tacciono sull’immunità parlamentare per quello che ha stracciato il diritto positivo e quello naturale, violando Costituzione e convenzioni internazionali. Per tutto questo i colpevoli dovranno pagare il proprio prezzo alla giustizia, perché non c’è ragione politica o Ragion di Stato che tengano: l’argomento di chi sostiene che tutto ciò rientrava nel campo della discrezionalità di governo è ridicola, come se si vivesse ancora nell’epoca dell’assolutismo, quando il sovrano era legibus solutus e non si fosse ancora affermato lo Stato di diritto, dove un reato – tanto più se penalmente grave come il sequestro di persona o la messa a rischio della vita di decine di innocenti – resta un reato, anche se commesso dal titolare del potere.

Il cerchio perverso dell’abuso di potere va spezzato. Perché se l’ostentazione plateale della brutalità non viene sanzionata, diventa virale. Contagiosa come una febbre maligna. Quanto accadde all’origine del fascismo insegna. Se restasse impunita otterrebbe una legittimazione che apre al consenso.

Per questo si impone, oggi, una mobilitazione eccezionale, all’altezza della gravità dei tempi. L’appello «Non siamo pesci» affinché venga immediatamente istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi in mare è un primo passo importante. Un’occasione – un dovere – per tutti di schierarsi. E oltre l’appello la presa di parola, in ogni ambito della società si operi, dai media alle professioni, dall’università ai tribunali, dall’associazionismo alle realtà territoriali e di lavoro.

Marco Revelli  il manifesto

 
 
 
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