Creato da aliasnove il 10/01/2013

IL LAVORO

Nell'era della globalizzazione

 

 

FRANCE TELECOM VA ALLA SBARRA

Post n°298 pubblicato il 18 Giugno 2019 da aliasnove

Il processo che è iniziato il 6 maggio scorso è eccezionale. Per la prima volta in Francia, una grande impresa e i suoi principali dirigenti sono giudicati per mobbing . La società France Télécom (diventata Orange nel 2013), il presidente, il direttore operativo, il direttore della risorse umane, oltre a quattro altri dirigenti, sono accusati di aver sistematizzato il mobbing, di averlo trasformato in una politica imprenditoriale. Devono rispondere penalmente per questo comportamento nei confronti di 39 vittime, 19 delle quali si sono suicidate.

Sul fronte opposto, un centinaio di persone si sono costituite parte civile – tra queste alcune famiglie di dipendenti che si sono suicidati o hanno tentato di farlo, alcune delle organizzazioni sindacali, il Comitato di igiene e sicurezza che monitora le condizioni di lavoro (Chsct) e le associazioni di vittime di incidenti – con al seguito una ventina di avvocati che li difendono, cercheranno di dimostrare che la multinazionale delle telecomunicazioni e i suoi dirigenti hanno messo in atto, durante il periodo di tempo che va dal 2007 al 2010, «una politica di impresa che mirava a destabilizzare dipendenti e funzionari e creare un clima professionale ansiogeno».

Il fascicolo giudiziario è molto pesante, frutto di quattro anni di istruzione e di una quarantina di perquisizioni. Comporta 3.753 documenti e circa 700 pagine. Secondo la requisitoria del procuratore della Repubblica, i «comportamenti ripetuti» dell’amministratore delegato Didier Lombard, del direttore delle risorse umane Olivier Barbelot e del direttore operativo Louis-Pierre Wenes, hanno avuto come conseguenza «un degrado delle condizioni di lavoro dei dipendenti», «suscettibile di ledere i loro diritti e la loro dignità, di alterare la salute fisica o mentale o di compromettere il loro avvenire professionale».

I capi d’accusa sono schiaccianti, alcune dichiarazioni sono rimaste nella memoria. Per esempio, l’affermazione perentoria dell’amministratore delegato Lombard di fronte ai quadri dirigenti a proposito dei metodi «dirigisti»: i 22 mila licenziamenti previsti «li realizzerò in un modo o nell’altro, dalla porta o dalla finestra». Oppure la sua reazione, dopo un incontro con il ministro del Lavoro: «Bisogna mettere fine a questa moda dei suicidi, che, evidentemente, è un shock per tutti». Di fronte a questo fascicolo, la difesa è in difficoltà. Alterna alla minimizzazione degli atti, la negazione e l’arroganza.

Anche le domande della pubblica accusa sui bonus ricevuti dai quadri dirigenti insistono su pratiche brutali: i documenti mostrano che i dirigenti venivano giudicati sui risultati in materia di riduzione dei dipendenti e i bonus erano proporzionali a quanti più “esuberi” riuscivano a licenziare o a far dimettere; non è questa l’illustrazione della volontà di fare pressione sui subordinati? «No», rispondono gli accusati, per loro si tratta di previsioni di allontanamenti «naturali» tra i dipendenti.

E le mail contenenti offerte di lavoro all’esterno della società, che arrivavano ogni inizio di settimana, poi varie volte a settimana, infine quotidianamente? Risposta: non si trattava di pressioni, i dipendenti non aspettavano altro che avere informazioni sulle opportunità di impiego. Alla domanda sugli obiettivi prioritari, indicati nei documenti, come «22 mila posti di lavoro in meno, mirati prioritariamente ai dipendenti low performers» viene risposto che «no, le valutazioni a cui venivano sottoposti i dipendenti qui definiti low performers avevano il solo obiettivo di permettere loro di trovare un posto più adatto all’espressione del loro talento all’interno dell’impresa».

Quando il tribunale evoca le vessazioni subite da numerosi dipendenti, il fatto che al ritorno da un permesso per malattia alcuni abbiano constatato che il loro posto di lavoro era stato spostato o che per loro non c’era in effetti più nessun posto, oppure che rientrando il lavoratore veniva demansionato, anche da un posto qualificato a uno di operatore in un call center, con decisione presa dall’alto, a proposito di tutto ciò i grandi manager presenti al processo hanno declinato ogni responsabilità rispetto a pratiche che «non condividono».

In sostanza nessuno dei quadri dirigenti ammette di aver messo in atto e neppure di aver attivamente partecipato a un’ipotetica strategia di diminuzione della forza lavoro, potenzialmente ricompensata da una retribuzione nella parte variabile dello stipendio. I dirigenti negano che quello che è avvenuto sia frutto di un’organizzazione voluta e strutturata. Didier Lombard, presidente e Ceo di France Télécom tra febbraio 2005 e marzo 2010, riassume quello che tutti pensano, negando in tribunale che gli ordini siano venuti dall’alto. Per lui c’è stata semplicemente una disfunzione nella catena di comando, su chi avrebbe dovuto prendere le decisioni e la colpa di quanto accaduto sarebbe quindi da attribuire a impiegati troppo zelanti che hanno sbagliato nel realizzare la loro missione.

L’ex amministratore delegato, del resto, non sembra nemmeno capire la ragione che lo ha portato sul banco degli accusati. Secondo lui la trasformazione dell’impresa è stata un successo. Ma questo successo è stato «distrutto» da quello che è accaduto nell’estate del 2009 (maggiore frequenza di suicidi, stato emotivo sempre più forte tra i dipendenti), cosa che Lombard descrive come un «fenomeno mediatico».
Didier Lombard ha chiamato come testimone a suo favore, l’ex direttore dell’Fmi, Jacques de la Rosière, il quale ha dichiarato che a suo avviso l’amministratore delegato «ha salvato un’impresa sull’orlo del fallimento». «La sua visione ha salvato la società e in seguito è stata imitata all’estero (…) tanto di cappello!», ha detto a sua discolpa. E manifestamente ha spiegato che non ammette che questo merito non gli venga riconosciuto.

Gli accusati rischiano poco. Se la loro responsabilità viene riconosciuta, possono essere condannati a un anno di carcere e 15 mila euro di multa. Ma l’importanza di questo processo va al di là della sorte dei dirigenti della società. Difatti le violenze morali inflitte ai lavoratori si estendono ad altri settori, in altre imprese. I ricorsi al suicidio esistono in altre professioni. Succede ad esempio nella polizia, dove più di trenta poliziotti si sono uccisi dall’inizio dell’anno, sovente con l’arma di servizio, a volte sul luogo di lavoro, in un burnout che non è tipico della polizia francese ma del mestiere stesso in tutto il mondo, anche se con incidenza diversa a seconda delle condizioni di lavoro e della prevenzione.

Succede anche alla Sncf (ferrovie), dove i lavoratori sono entrati in sciopero martedì 4 giugno per denunciare le conseguenze della riforma ferroviaria. Questa riforma, che, dovrebbe entrare in vigore tra poco più di sei mesi, prevede che gli enti pubblici che costituiscono la Sncf vengano trasformati in società anonime, che sia messa fine all’assunzione dei ferrovieri con il vecchio statuto, il tutto per arrivare all’apertura alla concorrenza con i privati nel settore ferroviario. Secondo i sindacati esiste una vera «violenza manageriale», con posti di lavoro che vengono eliminati e 5mila persone in attesa di cambiare mansione. Alcuni sindacati stabiliscono un legame tra questa «violenza» e l’importante numero di suicidi (50 in un anno) che si è verificato, sul modello di quanto è successo a France Télécom.

Per rispondere alla situazione, la direzione della società ferroviaria ha voluto mettere in atto un «laboratorio della trasformazione sociale». Questo organismo avrà il compito di fare un’analisi critica della politica della Sncf. E tra i quattro membri indipendenti che compongono questo comitato-laboratorio, c’è anche l’ex direttore delle risorse umane di Orange, che ha cercato di riportare la calma dopo la crisi dei suicidi tra i dipendenti della società telefonica.

Alexander Bilous il manifesto

 
 
 

IL GIARDINO DEI FINZI-SALVINI

Post n°297 pubblicato il 11 Giugno 2019 da aliasnove

Il voto delle amministrative di domenica scorsa porta a termine, se possibile, lo stravolgimento che era del resto apparso evidente con i risultati delle elezioni europee. C’è la ripresa del Pd, ma assolutamente parziale, è sempre in discesa l’astro nascente del M5s, emerge su tutto l’affermazione forte quanto pericolosa della Lega che sfonda in aree sociali, politiche e culturali, che eravamo abituati a dare per scontate, chissà perché, considerandole «per sempre» presidio di memoria d’eventi che nel tempo hanno rappresentato la storia italiana.

È infatti una cancellazione dell’immaginario cultural-politico, non solo della sinistra, il fatto che la Lega prima secessionista e al potere con il sistema-Berlusconi, venata di localismo e corruttela, ma poi diventata nazionalista identitaria sovranista-razzista, abbia sfondato in Emilia, sia il primo partito nell’antifascista Forlì, e prenda le redini del Comune di Ferrara.

Viene provocatoriamente da chiedersi, che fine fa Olmo, il protagonista di Novecento di Bernardo Bertolucci, ora che la bandiera rossa gigante che aveva conservato nell’epoca buia del fascismo, torna ad essere minuscola, invisibile e stracciata? E che fine fa quel Romanzo di Ferrara di Giorgio Bassani, che fine fa il dolore di Micol nell’itinerario di sentimenti e vite fatte a pezzi dal fascismo, come nel racconto della tragedia degli ebrei di quella città – anche di quelli che al fascismo avevano aderito – deportati nei lager nazisti con la connivenza di tutti.

Qui ormai dal Giardino dei Finzi-Contini siamo passati al Giardino dei Finzi-Salvini. Certo, si dirà – e a ragione -, la Lega di Salvini non è il fascismo squadrista.

Ma proprio la sconfitta odierna della sinistra in Emilia e a Ferrara ci permette di riflettere su un altro elemento storico. Ferrara all’inizio degli anni ’20 dello scorso secolo fu, oltre che il territorio della guerra civile e della violenza organizzata da Italo Balbo contro i lavoratori, le Camere del lavoro e le organizzazioni fasciste, il primo vero territorio italiano che si arrese alle camicie nere e anzi passò dall’altra parte costituendo quella che, prima Gramsci e poi Togliatti, furono costretti a segnalare come prima «base di massa del fascismo».

C’era la proposta concreta, quanto mutuata dal socialismo e rivelatasi falsa anzi tutta a vantaggio degli agrari, della distribuzione proprietaria della terra, della «riforma agraria», ai contadini ex combattenti (tutt’altro che nostalgici della guerra ma snobbati dalla sinistra) a riparazione del sangue versato nell’inutile massacro della Prima guerra mondiale; e c’era insieme la violenza armata – degli squadristi scortati nelle loro spedizioni dai carabinieri – contro le lotte bracciantili che avevano come obiettivi i contratti nelle campagne e in prospettiva la collettivizzazione delle terre.

Il mondo del lavoro nelle campagne alla fine risultò diviso, come quello operaio più tardi con l’adesione ai sindacati corporativi.

Quel «concreto» dei programmi della destra estrema era assolutamente a favore degli agrari e dei padroni ma intanto divideva i lavoratori.

Eppure l’allora sinistra di classe, socialista, cominciava a demoralizzarsi e ad abbandonare il campo, e i comunisti erano troppo pochi.

Ora accade che con i risultati dei ballottaggi Nicola Zingaretti sembri esultare e dichiarare che non di sconfitta si tratta ma invece del ritorno ad un «bipolarismo competitivo» tra destra e Pd, partito non ancora uscito dalle nebbie moderniste di Matteo Renzi e soltanto rivestito di una patina di buone promesse.

In realtà di bipolarismo non c’è traccia e invece è sfacciatamente preponderante una destra che, contro le rigidità e l’austerità della Commissione europea – le migliori alleate dell’avanzata di Matteo Salvini – parla ormai di «protezione sociale per le persone» oltre le regole del mercato, della concorrenza, della crescita presentate come salvifiche ancora dal Partito democratico. Certo, la Lega ne parla premettendo vergognosamente «prima gli italiani» nella finzione ideologica di chi è consapevole che ormai le soluzioni ad ogni problema locale o sono sovranazionali o non esistono.

Ma la sinistra che fa? Stando come sta solo a guardare la destra che sfonda nei propri territori? In assenza di risposte a sinistra alla domanda di «protezione sociale», Ferrara torna a confermarsi come la tragedia della nostra immobilità.

Tommaso Di Francesco il manifesto

 
 
 

UN PALCO NERO AGGRESSIVO MA FRAGILE

Post n°296 pubblicato il 19 Maggio 2019 da aliasnove

In Piazza Duomo a Milano ieri è andata in scena la rappresentazione fisica dell’«onda nera». All’insegna della peggior forma di comunicazione politica: la blasfemia e la menzogna. Blasfema è infatti l’immagine di Matteo Salvini con la corona del rosario in mano.

Che così si affida «al cuore immacolato di Maria che ci porterà alla vittoria»: una vittoria che, se ottenuta, significherebbe la chiusura dell’Europa al resto del genere umano sofferente e minacciato («Se fate di noi il primo partito europeo la nostra politica sui migranti la portiamo in tutta Europa e non entra più nessuno» ha detto testualmente).

Blasfema è la menzogna con cui ha risposto polemicamente a papa Francesco che ancora una volta invocava la «necessità di ridurre il numero dei morti nel Mediterraneo» e che si è sentito rispondere che questo è già stato fatto, da lui, «con spirito cristiano», con la chiusura dei porti, la persecuzione delle Ong che salvano e i patti scellerati con i tagliagole libici, come se eliminare i testimoni scomodi e lasciar crepare le persone nei lager di Tripoli e Bengasi significasse risparmiare vite umane. Blasfemo, infine, è il tentativo di sfidare il papa in carica (fischiato dalla piazza) con l’evocazione apologetica dei suoi predecessori, Ratzinger e Woytila, nel tentativo di allargare a colpi d’ascia la spaccatura della Chiesa.

Menzognera è, d’altra parte, l’immagine apparentemente rassicurante che nel contempo il Capitano ha voluto dare, negando che su quel palco sfilasse la «destra radicale» europea («qui non c’è l’ultradestra, c’è la politica del buonsenso») quando era del tutto evidente, dai nomi dei convenuti e dai toni dei loro discorsi, che così non era.

Che lì erano stati convocati i leader di un estremismo di destra del Terzo millennio che, ognuno a casa propria, lavorano per scardinare il sistema di valori che la modernità democratica aveva elaborato, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo alle Carte costituzionali dei principali paesi occidentali, per sostituirli con una visione del mondo egoista e feroce, suprematista e razzista, ostile ai principii di eguaglianza e solidarietà.

C’erano un po’ tutti i campioni di questo nuovo credo inumano, dalla Marine Le Pen («la nostra Europa non è quella nata sessanta anni fa») all’olandese Geert Wilders («Basta immigrazione, basta barconi», punto!), dai tedeschi di Alternative fur Deutschland (sempre più aperti alle frange neonaziste dopo la rottura con la precedente leader) a quelli dell’Ukip (con cui lo stesso Farage ha rotto a causa delle loro eccessive simpatie fascistoidi). Mancava l’austriaco Strache, è vero, ma solo perché travolto dallo scandalo che l’ha coinvolto direttamente. Peccato, perché sarebbe stato interessante sentire cosa aveva da dire sull’idea del suo collega italiano di sforare il limite del 3% del debito, vista la posizione ferocemente ostile appena espressa dal suo premier.

E questo ci introduce a una seconda riflessione: la sostanziale fragilità di quel fronte andato in scena sul palco nero di Milano, in qualche modo direttamente proporzionale alla sua aggressività. Uniti nei confronti dei più deboli, quei muscolari esponenti dell’ultradestra continentale sono in intimo, inevitabile conflitto tra loro quando si tratta di ascoltare le ragioni l’uno dell’altro, sia che siano in gioco le dimensioni del debito (e il nostro è enorme) o la redistribuzione per quote dei migranti.

Ognuno, appunto, padrone a casa propria, e prima i rispettivi «nostri». È la maledizione che colpisce ogni populismo sovranista, per sua natura segnato da una forte carica di nazionalismo che gli rende impossibile ogni forma di reale cooperazione politica e finisce per riprodurre la logica amico/nemico verso chi dovrebbe essere un proprio alleato. Non è un fattore rassicurante, vorrei essere chiaro, perché storicamente questa maledizione ha portato alla guerra. Ma ci dice quanto velleitario ed effimero sia il fronte presentato a Milano in una giornata di pioggia.

Proprio di fronte al palco su cui sfilavano i campioni dell’onda nera, era srotolato un lungo striscione con su scritto «Restiamo umani». Sullo stesso balcone uno Zorro in perfetto costume disegnava nell’aria a colpi di fioretto. Era la sintesi dell’alternativa che c’è, e cresce nel Paese: umanità e ironia. Lo si è visto nella bella – colorata e viva – contro-manifestazione parallela che ha messo in campo una generazione antropologicamente refrattaria al cupo contagio nazional-populista.

Se un futuro c’è, è rappresentato da loro.   

Marco Revelli il manifesto

 
 
 

ROBERTO PIUMINI, L'ANTIFASCISMO DEL SINGOLO

Post n°295 pubblicato il 07 Maggio 2019 da aliasnove

Il fronte degli scrittori e delle scrittrici che non andranno al Salone del Libro di Torino in polemica con la presenza di editori che, in maniera palese o sotto mentite spoglie, si richiamano al fascismo continua a crescere. Tra chi ha scelto di dire no all’appuntamento editoriale dell’anno c’è Roberto Piumini, autore di romanzi e poesie con una particolare predilezione per l’universo dei più giovani.
Non è la prima volta che lo scrittore assume posizioni simili: già qualche anno fa, quando l’allora semplicemente segretario della Lega Matteo Salvini finì al centro di una polemica per la vicenda di alcuni bambini a cui veniva negata la mensa scolastica, Roberto Piumini – originario di Edolo (Brescia) – scrisse un testo in polemica con l’Icwa (Italian Children Writer’s association) che preferì non prendere posizione sulla vicenda.

Oggi la questione non è molto diversa, e così la presentazione torinese del suo ultimo libro Storie per una voce quieta (Oligo editore) in programma per sabato mattina non si terrà.
«L’istituzione può cavillare, distinguere e riservare alla magistratura il compito di combattere il fascismo – dice Piumini -. Il singolo cittadino può invece praticare un antifascismo più diretto e sanguigno. Storie per voce quieta sì, ma dentro un’inquieta attenzione e ansia verso l’emergere e il riemergere delle umane pestilenze. Non partecipo quindi all’incontro di Torino prendendomi naturalmente l’intera responsabilità della decisione».

Piumini, può dirci qualcosa in più?
La mia è una scelta chiaramente di non associazione e di attenzione verso certe presenze. Il singolo antifascista credo possa permettersi di non avere le delicatezze sistemiche di chi organizza un evento come il Salone. La mia è un’opposizione a qualcosa che disapprovo. Per quanto mi riguarda, e per il pubblico che mi segue, togliere la mia presenza è un modo per far sapere come la penso io su certi temi. Però c’è un’altra cosa.

Ce la può spiegare?
Il mio editore quasi ci è rimasto male per la mia assenza, e allora ho deciso di inviare comunque una mia testimonianza. Si tratterà di una poesia che spiegherà bene la mia posizione. Il mio civismo si esprime così, sia per chi mi conosce sia soprattutto per chi non mi conosce. Diciamo che si tratta di un compromesso raggiunto con l’editore.

E cosa pensa invece delle scrittrici e degli scrittori che, pur essendo antifascisti, andranno comunque al Salone?
Per l’amor del cielo, non ho nulla da rimproverare. È una situazione complessa, lo riconosco. Oggi, ad esempio, mi è stato detto che se non vado al Salone allora non dovrei nemmeno andare a presentare il libro dove ci sono testi pubblicati da editori fascisti. All’inizio sono rimasto un po’ perplesso davanti a questa affermazione, poi ho fatto un sillogismo: se è così, non dovrei nemmeno camminare sulla terra perché ci camminano anche i fascisti. La mia è una presa di posizione legata solo a questa situazione, una sottolineatura di tipo pedagogico: voglio indicare a chi ha orecchie per sentire ed emozioni per emozionarsi un senso d’urgenza e di bisogno di dire no a certe cose. Sentivo il bisogno di fare qualcosa al di là del punto di vista legalitario.

Mario Di Vito il manifesto

 
 
 

VOGLIONO CONSEGNARE AI GIOVANI UN PASSATO "AL BUIO"

Post n°294 pubblicato il 24 Aprile 2019 da aliasnove

Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica un ministro della Repubblica si dissocia dalla partecipazione alle celebrazioni del 25 Aprile. Non si tratta di una opzione personale, ma il gesto si profila come un vero e proprio atto eversivo che colpisce al cuore uno dei motivi fondanti della nostra Costituzione e del nostro stare insieme come comunità e società civile e politica. Nessuno finora aveva osato mettere in dubbio o in discussione la comunità di valori sintetizzata nella data del 25 Aprile.

Da una parte viene da applaudire alla caduta del velo di ipocrisia che poteva coprire l’unanimismo sul 25 Aprile, ma dall’altra non possiamo e non dobbiamo nasconderci la pericolosità di atteggiamenti del genere. Non c’è bisogno di richiamare i molti, troppi, episodi fascistoidi di cui sono piene le cronache per rendersi conto del momento di confusione e di incertezza che sta attraversando il nostro Paese. Ma la frattura che si produce al vertice istituzionale suona come un campanello d’allarme che non va in alcun modo sottovalutato.

Nel momento in cui il Paese si spacca pro o contro il 25 Aprile la data della Liberazione diventa ostaggio della battaglia per il consenso. Se, come fu bene espresso tanti anni fa in un aureo libretto da Pietro Scoppola, la convergenza sul 25 Aprile non annullava diversità e divergenze, politiche ed ideologiche, l’annullamento del 25 Aprile comporta molteplici conseguenze sul piano storico e sul piano politico-culturale.
Dal punto di vista storico, lo sforzo di costruire una identità nazionale partendo da un punto di vista comune nella valutazione di un passato che ci ha lasciato in eredità solo rovine e macerie viene totalmente vanificato.

È questo un aspetto che non si riflette soltanto nell’immediata attualità, ma riguarda in particolare le generazioni più giovani, alle quali rischiamo di consegnare un passato senza alcun punto di riferimento, un passato al buio, senza orizzonti. Qui più che mai la storia dà fastidio; la storia come attitudine critica e premessa alla critica del presente è sempre stata la bestia nera di tutti i comportamenti autoritari e contrari alla dialettica della democrazia. L’annullamento della storia è una delle condizioni che consentirebbe il dilagare dei comportamenti svincolati da ogni pregiudiziale ideologica o etica.

Dal punto di vista politico culturale, il venir meno del XXV Aprile – stavolta lo scriviamo col numero romano come si conviene alle date fondative – come punto di riferimento comune legittima qualsiasi confusione e operazione trasformistica. Il 25 Aprile ha fatto da diga contro gli scivolamenti verso la destra estrema e le ambigue contiguità con il neofascismo, quale che ne fosse il volto. Neppure negli anni della Democrazia Cristiana più bieca e del dominio berlusconiano, quella diga ha mancato la sua funzione.

Oggi bisogna considerare, tra l’altro, la distanza di tempo che ci separa da quel giorno e il venir meno della continuità generazionale che contribuisce ad appannare la memoria e a favorire azioni di rottura che prima ancora di riguardare il passato incidono direttamente sul nostro presente.

La tenuta della democrazia è strettamente legata alla condivisione di valori fatti propri nella pluralità delle espressioni dalla stragrande maggioranza della popolazione. Il tentativo di ribaltare questa realtà con la seduzione di una apparente novità, ci riporterebbe indietro di oltre mezzo secolo. Più volte è stata ventilata l’idea di abolire la festa della Liberazione, ma ha sempre prevalso la consapevolezza di quanto è costato il prezzo della libertà.

Tuttavia, questa consapevolezza non è acquisita una volta per sempre, essa va continuamente alimentata e rinnovata con il lavoro e l’impegno delle Istituzioni e in primo luogo della scuola.
Ancora una volta fondamentale è il passaggio generazionale nel quale si perdono le memorie individuali e la memoria collettiva deve essere sostenuta con ogni impegno dalla azione delle Istituzioni, dalla lezione della storia, dalla convinzione che nessun progresso è possibile se viene meno il collante della consapevolezza e della solidarietà.

Enzo Collotti  il manifesto

 
 
 
Successivi »
 

 

 

 

 

 

CONTATTA L'AUTORE

Nickname: aliasnove
Se copi, violi le regole della Community Sesso: M
Età: 64
Prov: MI
 

 

 

ULTIMI COMMENTI

 

AREA PERSONALE

 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 16
 

ULTIME VISITE AL BLOG

woodenshipaliasnoveRavvedutiIn2Elemento.ScostantelascrivanadaunfioreTerzo_Blog.Giusditantestelleannamatrigianogratiasalavidagiampi1966philippe.1_2013max542011surfinia60
 

ULTIMI COMMENTI

 

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
I commenti sono moderati dall'autore del blog, verranno verificati e pubblicati a sua discrezione.
 
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom