Creato da aliasnove il 10/01/2013

IL LAVORO

Nell'era della globalizzazione

 

 

SI, SALVINI PREMIER FA PAURA

Post n°303 pubblicato il 24 Agosto 2019 da aliasnove

Ma ai Salvini, alle Meloni, ai Berlusconi, che bollano l’eventuale alleanza M5S-Pd come una truffa, che la demonizzano come il governo più a sinistra della storia, e chiedono le elezioni purificatrici, cosa si risponde, che hanno ragione?

 

Chi fa politica, e decide, dovrebbe guardare ai fatti nella loro complessità, senza farsi influenzare da comportamenti personali, e personalistici, utili solo a creare poi altri ostacoli e altra confusione in questa fase molto delicata per il futuro del Paese. E se stiamo alle parole dei Dem, a seguito del primo incontro con i 5S, possiamo essere e vedere la situazione con un certo ottimismo.

 

Tuttavia tra i commentatori, tra gli osservatori è il pessimismo la nota prevalente, con il rischio serio però di sfociare nell’autolesionismo. A conferma che il personaggio Tafazzi è sempre molto caro alla sinistra italiana.

 

Il punto di partenza, è bene ripeterlo ogni volta, è il giudizio sulla criticità di una fase che non ha precedenti. E la discussione andrebbe concentrata su questo non secondario aspetto.

 

Un politico di grande esperienza come Emanuele Macaluso, cita Togliatti per dire che bisogna accettare le sfide per riconquistare il consenso sociale.

 

Sacrosanto ammonimento, tuttavia, e non è un piccolo dettaglio, guai a sottovalutare il contesto, proprio per non sbagliare l’analisi su chi sono i nemici da battere oggi, per non dimenticare che c’è un elettorato non più democristiano ma fascio-leghista, altrimenti rischiamo tutti di scivolare verso un approccio ideologico sui problemi che dobbiamo affrontare.

 

Una volta il Pci aveva davanti a sé un avversario politico. Oggi invece abbiamo di fronte un nemico. Che odia e vuole la scomparsa dell’opposizione sociale, ed è purtroppo con questa realtà che dobbiamo fare i conti. Non con quella dei tempi passati. A cominciare dal fatto che oggi il consenso sociale non si raccoglie nelle sezioni ma viaggia sulle autostrade dei social e proprio per questo è più importante che in passato rispondere alla propaganda virtuale con il governo, con la soluzione dei problemi quotidiani.

 

Fa paura consegnare l’Italia a questa orrenda destra.

 

Che vuole eliminare gli avversari politici.

 

Che usa i simboli religiosi per strappare voti.

 

Che chiede “pieni poteri” (e li otterrebbe se vincesse le elezioni) e chiama la piazza.

 

Che odia i diversi.

 

Che porterebbe a zero i diritti civili conquistati negli ultimi 50 anni.

 

Che cancellerebbe leggi importanti come la 194.

 

Che si disinteressa dell’ambiente perché bisogna aprire cantieri e inquinare.

 

Che vuole alzare muri contro i migranti.

 

Che ci porterebbe fuori dall’Europa, che, subalterna a Trump, vorrebbe allearsi con la Russia di Putin.

 

Che eleggerebbe un presidente della Repubblica sovranista (come è stato già fatto alla Rai pubblica).

 

A chi scrive «io non ho paura» (Lucia Annunziata, su Huffington Post), rispondo che invece «io ho paura». E non di perdere le elezioni, visto che in quasi 50 anni di vita del manifesto l’unica esperienza vincente è proprio questo giornale. Perché dal punto di vista politico, le forze di sinistra, alternativa, nuova, diversa, hanno quasi sempre perso. Insomma siamo abituati alla sconfitta.

 

No, ho paura per il Paese.

 

Oggi in Italia c’è un pericolo serio e sarebbe miope sottovalutarlo, pensando al tornaconto personale o di partito, oppure immaginando di passare indenne attraverso il regime autoritario che ci aspetta. Fatalmente si finisce per abbracciare la linea del «tanto peggio, tanto meglio». Tra l’altro l’aspetto più sorprendente di questa posizione ha a che vedere con il semplice buon senso.

 

Come si fa a non capire che in politica, come anche nella vita di ogni persona, esistono delle priorità. E adesso è prioritario fare un governo di svolta, di lunga durata, usando un ottimo strumento democratico che abbiamo (ancora) a disposizione.

Norma Rangeri il manifesto (24/08/2019)

 
 
 

SFRUTTAMENTO SENZA FRENI, LA NATURA SEMPRE PIU' A RISCHIO

Post n°302 pubblicato il 30 Luglio 2019 da aliasnove

È arrivato anche quest’anno, con tre giorni in anticipo rispetto al 2018, l’Earth Overshoot Day. Significa che l’umanità ha consumato in meno di 7 mesi il budget di risorse naturali che il nostro pianeta ci ha messo a disposizione per l’intero 2019. Per la prima volta, la data cade nel mese di luglio, il 29. Significa, in pratica, che secondo i calcoli del Global Footprint Network – un’organizzazione internazionale sulla sostenibilità, che sta lavorando per reagire agli effetti del cambiamento climatico – l’umanità sta usando attualmente la natura 1,75 volte più velocemente di quanto gli ecosistemi del nostro Pianeta siamo in grado di rigenerare.

IL SOVRASFRUTTAMENTO, però, è possibile solo a una condizione: non teniamo conto del fatto che stiamo esaurendo il nostro capitale naturale, fatto che compromette la sicurezza delle risorse future dell’umanità: i «costi» di questa sovraspesa ecologica globale, del modello di vita occidentale, in particolare, stanno diventando sempre più evidenti sotto forma di deforestazione, erosione del suolo, perdita di biodiversità o accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera. Quest’ultimo aspetto, poi, porta diretto al cambiamento climatico e agli eventi meteorologici estremi più frequenti (come dimostrano anche le ondate di calore dell’ultima settimana di luglio, che già si erano registrate in tutta Italia anche nell’ultima settimana di giugno) .

«ABBIAMO SOLO UNA TERRA: questo è il contesto che inquadra in definitiva l’esistenza umana. Non possiamo usare risorse pari a quelle di 1,75 pianeti Terra senza conseguenze distruttive», ha commentato Mathis Wackernagel, fondatore della Global Footprint Network e co-inventore della contabilità dell’impronta ecologica. Il dato offerto è, peraltro, quello medio, perché se si trattasse dell’Italia, sarebbero necessari 4,7 Paesi pari al nostro per rispondere alla domanda di risorse dei suoi cittadini, mentre a livello globale servirebbero ben 5 «Terre» se tutti usassero risorse come i cittadini degli Stati Uniti d’America, 4,1 se fossero tutti australiani, 3 se fossero tutti tedeschi.

SECONDO IL GLOBAL Footprint Network, «l’umanità alla fine dovrà operare nel rispetto delle risorse ecologiche della Terra, indipendentemente dal fatto che l’equilibrio sia ripristinato da disastri ambientali o da un approccio razionale».

Secondo Wackernagel, «le aziende e i Paesi che comprendono e gestiscono la realtà dell’operare in un contesto planetario sono in una posizione molto migliore per affrontare le sfide del Ventunesimo secolo».

L’esigenza è una sola: spostare all’indietro la data del Earth Overshoot Day. Se lo facessimo di 5 giorni all’anno, questo consentirebbe all’umanità di raggiungere l’equilibrio con le risorse prodotte dal nostro Pianeta – un equilibrio perso nel 1969 – entro il 2050.

Global Footprint Network ha calcolato soluzione disponibili e finanziariamente vantaggiose, lanciao una campagna – si chiama #MoveTheDate – che tocca cinque settori chiave: le città, l’approvvigionamento di energia, la produzione di cibo, la popolazione e l’uso delle risorse pianeta. Basterebbe, ad esempio, ridurre del 50% le emissioni di CO2 derivanti dalla combustione di combustibili fossili per #MoveTheDate di ben 93 giorni, pari a 3 mesi.

CHRISTIANA FIGUERES, ex segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), Bertrand Piccard, fondatore della Fondazione Solar Impulse e Sandrine Dixson-Declѐve, co-presidente del Club di Roma, sono tra coloro che nelle ultime settimane hanno fatto appelli per #MoveTheDate.

IL GLOBAL FOOTPRINT Network ha lanciato una #MoveTheDate Solutions Map, che permette agli utenti di connettersi tra loro – sulla base della posizione geografica e del focus di interesse – accelerando l’implementazione di nuovi progetti nel mondo reale.
Che siamo al punto di non ritorno lo ha detto anche l’astronauta Luca Parmitano, nel primo collegamento con i giornalisti dalla Stazione Spaziale Internazionale, organizzato dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) presso il Museo della Scienza e Tecnica di Milano: «Negli ultimi 6 anni ho visto deserti avanzare e ghiacci sciogliersi, spero che le nostre parole possano allarmare davvero verso il nemico numero uno di oggi».

Luca Martinelli  il manifesto

 
 
 

SE LA RETORICA E' MOLTO FORTE NON SI PUO' RIMANERE BUONISTI

Post n°301 pubblicato il 18 Luglio 2019 da aliasnove

Parole chirurgiche come un sasso lanciato da una fionda. Questo deve fare oggi un intellettuale. Ai nostri giorni, in questi anni di passioni tristi e di «idee senza parole», in cui si torna a mettere le maiuscole a termini che erano diventati un tempo lettera morta – Onore, Patria, Famiglia, ma anche Confini, Degrado, Legalità, Sicurezza e chissà quant’altro ancora – uno scrittore come Andrea Camilleri riesce a farci vedere che la miseria non è una colpa e che dietro alla miseria ci sono dispositivi economici e di potere che la producono.

E che quei dispositivi si possono esporre, mettere a nudo, anche parodiare grazie alla lingua letteraria. Come ha fatto magistralmente ne La presa di Macallé, un’opera sull’Italietta del fascismo in cui Camilleri fa una parodia della rigidità del fascismo e sommerge l’immaginario provinciale del ventennio con un’alluvione linguistica fatta di umorismo corporeo, scatologico, barocco ed esorbitante.

NELLA REALTÀ, fuori dal libro, sta avvenendo forse l’effetto contrario. Siamo oggi sommersi da idee senza parole che tracimano dai media e invadono i nostri ambiti discorsivi. Parole che soffocano ogni possibilità di empatia e solidarietà, parole di stomaci ulcerosi e incattiviti, di individui esasperati, atomizzati, impauriti, pronti a rovesciare rabbia contro i più deboli. Contro quest’Italia del rancore, Camilleri aveva ultimamente preso la parola, usando la forza delle sue parole di scrittore e intellettuale, parole dure come macigni, colme d’indignazione per quel che il paese sta diventando.

Aveva attaccato le politiche razziste del governo. Aveva detto «non in mio nome» contro gli sgomberi dei migranti, contro i rigurgiti neofascisti e le politiche persecutorie nei confronti degli oppressi.
Non erano affatto le parole di un buonista, come le retoriche tossiche dei nostri giorni descrivono chi si rifiuta di arruolarsi tra i carnefici. Uno che scrive gialli pieni di cadaveri come può essere un buonista?

DAI SOCIAL era partita la gogna. «Scrivi che ti passa». «Pensa a Montalbano». «Ti stimo come scrittore, ma quando parli di politica…» etc etc. Gli odiatori di professione non si rendono conto che è proprio quando scrive, quando fa il suo lavoro di scrittore, che Camilleri aggredisce quelle retoriche tossiche.

Eppure il suo messaggio ultimo più forte viene dalla lingua parlata, a cui nei tempi più recenti era costretto a ricorrere a causa della cecità.
«I porti devono essere aperti a tutti. I porti sono la riva sognata. Non in nome mio. Io mi rifiuto di essere un cittadino italiano complice di questa nazista volgarità».

LA SUA ULTIMA OPERA è stata una chiamata in complicità nella forma dell’invettiva orale. Se la legge è quella di Salvini, se è la legge del Sicurezza bis, allora Camilleri va oltre la legge, ai margini dei codici, dove sono state spinte ormai la giustizia sociale, la solidarietà, la compassione e l’empatia verso i viventi.

Se la legge è fatta di parole morte, la vita si sposta altrove. Nelle parole di uno scrittore che come Tiresia con lo sguardo interiore ci vede benissimo, e svela gli orrori della legge e del potere, e segna il campo del discorso pubblico con una linea che divide. Di qua stanno gli oppressi, di là gli oppressori. Di qua i sommersi e di là gli aguzzini, di qua le vittime e di là i carnefici e i loro complici. Io non voglio essere complice di questo scempio, ci dice Camilleri.

Altro che buonismo: le parole di un intellettuale devono dividere. Se respingi gli oppressi, se ridi delle vittime, allora hai le mani sporche di sangue, hai la bile che gronda fiele e sei complice di uno scempio nazista. Quelle parole dividono il campo. È arrivato il tempo di decidere da che parte stare.

Alberto Prunetti il manifesto

 
 
 

CONSIGLI, DI CLASSE, PER L'ESTATE

Post n°300 pubblicato il 16 Luglio 2019 da aliasnove

Ogni tanto, quasi ogni giorno, in quel turbinio di indignazioni orarie che è diventato il dibattito pubblico si manifesta lo sdegno per le condizioni di sfruttamento di qualche lavoratore. Può capitare che faccia specie che l’organizzazione dei concerti di Jovanotti chieda volontari per ripulire le spiagge: zero euro per una giornata intera di lavoro, compensata da un biglietto per il concerto e un gadget speciale. Può capitare che il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti posti un video-selfie sventolando la busta paga di 28 euro di una lavoratrice in cassa integrazione di Mercatone Uno.

Ogni volta queste storie sembrano svelare un arcano; in realtà continuano a nascondere il grande rimosso della politica italiana: la divisione in classi. Non è il lavoro che deve tornare al centro del discorso pubblico, come insiste chiunque, dal governo all’opposizione; è la classe. Continuiamo a parlare di ceto medio impoverito dalla crisi, di ragazzi italiani costretti a lasciare l’Italia per andare a fare i camerieri in Inghilterra, di persone che non ce la fanno a arrivare alla fine del mese; ne parliamo come se queste persone non avessero un nome. Beh, a dispetto della vulgata che le classi sociali non esistono più, tutta questa gente appartiene a una classe sociale e un nome ce l’ha: si chiama proletariato. Il proletariato non è una strana forma antropologica dell’ottocento, operai con gli occhi pieni di fuliggine che vivono negli slum nella cintura urbana di Liverpool – il proletariato indica, anche nel riassunto più banale di un’analisi marxista, quella classe che non ha rendite ma vive di reddito da lavoro salariale.

Come ricorda Mauro Vanetti, nel suo ultimo libro La sinistra di destra, citando i dati Istat, in Italia il 2,8 per cento delle famiglie ha profitto/interesse/rendita come fonte principale di reddito, mentre più del 50 per cento vive di lavoro dipendente (compreso quel 10 e passa per cento di false partite iva). Se negli ultimi anni del Novecento si è pensato che la divisione borghesia/proletariato non ci fosse più utile, e che fossimo diventati tutti classe media o ceto medio; oggi ci rendiamo conto invece che persino molti di quelli che aspiravano alla borghesia si sono proletarizzati. Inoltre, a dispetto di quegli altri – ancora più in malafede – che parlano di questa entità sociale come popolo, c’è da obiettare che non metterei nello stesso insieme chi possiede una fabbrica italiana – magari in crisi; e chi lavora – magari sfruttato – per quella fabbrica italiana.

Sembrano banalità? A Marx e Engels non lo sembravano. Se ragioniamo di coscienza di classe, a me non serve a nulla avere la coscienza di essere ceto medio impoverito: mi sale al massimo un po’ di depressione o di risentimento. Se io capisco invece che la mia assenza di diritti è determinata dai privilegi di qualcun altro, o se realizzo come il mio pluslavoro produca il plusvalore di qualcun altro, forse posso sviluppare qualche sentimento politicamente più spendibile. Come per esempio: l’odio di classe.

Anche questo, dell’odio di classe, sembra un concetto desueto, da ricacciare nelle segrete della storia dopo averlo stigmatizzato a dovere. Quando Edoardo Sanguineti lo rivendicò in un’uscita pubblica nel 2007, fu quasi linciato; eravamo in epoca pre-crisi, le magnifiche sorti e progressive del neoliberismo erano un orizzonte che occupava tutta la visuale.

Oggi, dodici anni dopo, mentre l’odio personale, civico, il cinismo sovranista (come lo definiva con un conio caricaturale l’ultimo rapporto del Censis) è comprensibilmente il sentimento prevalente di ogni discorso pubblico, l’odio di classe sembra ancora un tabù. Sarebbe invece sacrosanto riscoprirne il suo valore politico, proprio in contrasto all’odio emotivo, individualizzato, la bile scomposta che può essere diretta a caso, contro i poveri, gli stranieri, o il vicino di casa. L’odio di classe è semplicemente invece il modo in cui questo rancore si traduce in una potenza politica – è sempre stato così – andando a riconoscere i responsabili dello sfruttamento, delle disuguaglianze, della ferocia delle divisioni in classi.

Come può accadere questo? Non con le proteste tanto meno quelle simboliche, forse. Serve sbandierare una busta da 28 euro in un post? O indignarsi per la notizia del plurilaureato siciliano costretto a emigrare in uno Starbucks a Dublino, del fisico nucleare che fa il rider di Deliveroo, della nigeriana che anche quest’estate passerà l’intera estate nel ghetto di Foggia a raccogliere pomodori per 25 euro a giornata? Forse è necessaria invece organizzarla, la protesta, e darle un valore politico – la famigerata lotta di classe.

C’è una bella differenza tra protesta e lotta. La protesta è spontanea, spesso idiosincratica, può scoppiare e evaporare nel giro di poco. La lotta no, va organizzata, ma soprattutto coinvolge persone che si sentono parte di uno stesso soggetto; per questo si è sempre detto lotta di classe e non si è mai parlato di protesta di classe. Se in quest’estate si vuole capire dove ripartire a sinistra, invece di agitare strani soggetti astratti: le periferie, il lavoro… ci si può leggere o rileggere Il capitale di Marx, così per l’autunno, che non sarà facile, si è tutti un po’ un passo avanti.

Christian Raimo  il manifesto

 
 
 

CAROLA E SALVINI, UNO SCONTRO DI CIVILTA'

Post n°299 pubblicato il 30 Giugno 2019 da aliasnove

Carola Rackete è una donna coraggiosa e solidale che sfida l’arresto per restituire la vita ai naufraghi che è andata a salvare. Matteo Salvini è un uomo vigliacco e cinico che si è sottratto al processo che lo vedeva imputato, per continuare a destinare a morte e tortura i profughi sulla cui dannazione ha costruito la sua carriera. Ai piedi di Salvini si è radunato un esercito, in parte organizzato, in parte spontaneo, di persone che con un linguaggio violento, maschilista e volgare – come si evince dalla sua onnipresenza sul web – sembra ritenere che il proprio futuro dipenda dall’abbandono, dall’annegamento, dalla tortura e dallo stupro di migliaia di altri esseri umani. Ciò che accade al di là dei patri confini non li interessa: il ruolo di aguzzini per ora lo delegano ad altri (anche quando a farne le spese sono degli italiani come Giulio Regeni. In quel caso il motto è «prima gli affari»; o «prima gli egiziani»). Domani – come insegna la storia – potrebbe toccare a loro la parte delle vittime, oppure quella di «volonterosi carnefici».

Intorno a Carola si stanno invece raccogliendo – come già intorno alla mite figura di Mimmo Lucano – tutte le persone che pongono il valore della vita umana al di sopra di ogni altra considerazione; e necessariamente ne nasce un aspro confronto con i seguaci di Salvini. Il primo impatto è con il loro linguaggio maschilista e razzista. Ne abbiamo orrore, anche perché sappiamo che quelle parole, quei tweet, trasportano violenza vera; un universo di orrore, un disprezzo per la vita – quella altrui, ma alla fine anche la propria – che dilaga in ogni angolo della nostra comune esistenza.

Ci troviamo così di fronte a un vero «scontro di civiltà» (Carola e Salvini ne sono i simboli) che non separa nazioni, religioni o continenti, ma persone che vivono una accanto all’altra (gli «italiani»: non tutti amati da Salvini che finge invece di volerli difendere tutti) e persino all’interno di ciascuno di noi, o di alcune delle persone che frequentiamo, che per lo più non sono della Lega. E a dover fare i conti con gli argomenti che stanno all’origine di quello scontro di civiltà: «non possiamo accogliere tutti», «non c’è posto», «perché non se ne stanno a casa loro?» e, come alibi, ormai in disuso, «aiutiamoli a casa loro». Abbiamo delle risposte? Sì, ma escono dal seminato mainstream: quello che martellano tutti i giorni politici, media e «giornaloni» (compreso quello di Travaglio, che sul punto è allineato con quelli che finge di combattere).

Intanto Salvini, che strilla tutti i giorni contro gli altri Governi dell’Unione europea – tranne quelli che più si adoperano per affondare sia lui che l’Italia – sta rendendo loro un gran servizio: caricare su di sé la responsabilità di una politica di respingimenti promossa in realtà al gran completo proprio da quell’Europa dell’austerità che Salvini finge di combattere; una politica alimentata da Frontex (ora Agenzia europea della guardia di frontiera costiera) in combutta con tutti i servizi segreti degli Stati membri. Insomma, gli leva le castagne dal fuoco. Ma né Salvini né l’Ue fermeranno il flusso dei profughi. Non li fermano nemmeno ora: arrivano a Lampedusa a centinaia ogni settimana e lui non lo dice; ma arriveranno sempre di più quanto più peggioreranno le condizioni dei loro paesi di origine per via di guerre e dittature provocate dal saccheggio dei loro territori e dal degrado generato dal cambiamento climatico: imputabile non a loro ma alle economie dei paesi «sviluppati» ed «emergenti». E anche qui la politica di Salvini, che è un negazionista climatico, si sposa con quella dell’Ue, che invece si professa fedele agli accordi di Parigi, ma che li rinnega ogni giorno con le sue politiche, nonostante che i climatologi avvertano che abbiamo solo più pochi anni per impedire che il clima che ha reso possibile la vita della specie umana sulla Terra cambi in modo irreversibile.

E così, avanti con guerre, fabbricazione e vendita di armi, pompaggio di idrocarburi, gasdotti, autostrade, gallerie, olimpiadi, «grandi opere», ecc. Quello scontro di civiltà che ora percepiamo attraverso i suoi simboli (Carola e Salvini) si salda qui alle sue radici reali: se non preserviamo il pianeta non salviamo nemmeno la vita delle prossime generazioni, moltiplichiamo i profughi che cercano un luogo in cui trovare riparo, degradiamo la convivenza, ci arrendiamo al cinismo dilagante, trasformiamo la Fortezza Europa in un carcere per tutti, noi compresi.

Abbiamo poco tempo; ma solidarietà e rispetto per chi sta peggio di noi, e soffre più di noi, sono condizioni ineludibili del rispetto per noi stessi e per chi ci vive accanto. Entrambi si radicano nel rispetto per la Terra e per l’ambiente, visti non più come una miniera da sfruttare, bensì come nostri compagni di viaggio i cui cicli vitali vanno salvaguardati. Per farlo occorre innanzitutto invertire il trend precipitoso dei cambiamenti climatici in corso con la conversione ecologica: grandi piani di investimenti che possono offrire nuove e più accettabili occasioni di lavoro a tutti, compresi i tanti o pochi migranti che arriveranno in Europa, che avrà sempre più bisogno di loro; ma soprattutto che possono permettere ai migranti che vorranno (e lo vogliono in molti) far ritorno liberamente nelle loro terre di origine, o alternarsi tra l’Europa e il loro paese, di contribuire anche là alla rigenerazione ambientale e sociale dei loro massacrati territori. Guido Viale il manifesto

 
 
 
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