Creato da aliasnove il 10/01/2013

IL LAVORO

Nell'era della globalizzazione

 

 

IL VACCINO CI AIUTERA' MA NON CI LIBERERA' DALLE PANDEMIE

Post n°340 pubblicato il 29 Novembre 2020 da aliasnove

Non sembrano essere in molti, in questi giorni, a rendersi conto che l’Italia è tornata, come nel marzo scorso, il paese in cui la pandemia miete più vittime. Eppure i dati epidemiologici sono eloquenti: per numero dei contagi abbiamo raggiunto l’ottavo posto, ma l’indice di letalità è secondo solo a Messico e Iran e in linea con Gran Bretagna e Perù. Persino Stati Uniti e Brasile sembrano star meglio di noi. Se poi guardiamo al numero dei decessi giornalieri, siamo tornati in cima alla lista e il presidente dei medici del Fnomceo ha denunciato la morte di altri 27 medici in 10 giorni, e parlato di «strage degli innocenti».

Eppure, nel nostro paese si fa a gara nell’interpretare ottimisticamente i primi rallentamenti della curva dei contagi; ci si schiera in modo sempre più critico nei confronti delle strategie di contenimento decise dal governo; si cerca di convincere tutti che la svolta è dietro l’angolo, grazie a vaccini dichiarati in tempi record efficaci e sicuri, mediante comunicati stampa, dalle stesse multinazionali che li producono; si attacca chi si permette di avanzare dubbi non sull’importanza dei vaccini, ma sulle modalità della comunicazione e sull’eccessiva fretta con cui si è proceduto, per la prima volta nella storia, nel percorso di sperimentazione. Eppure, sono le principali testate scientifiche del mondo e in particolare The Lancet a sottolineare come sia legittimo sperare nei risultati così trionfalmente annunciati, ma che alcuni nodi dovrebbero essere sciolti prima di gridar vittoria.

 

Non è ancora certo, infatti, se questi vaccini impediscano la trasmissione del virus o si limitino a proteggere da forme gravi i vaccinati: un risultato importante, che però non faciliterebbe il raggiungimento dell’«immunità di gregge». Non sappiamo quanto duri l’immunità conferita da questo virus: quello che sappiamo deriva dalle nostre conoscenze su Sars e Mers e da studi che dimostrano la presenza di anticorpi neutralizzanti nei guariti.

Ed è evidente che se l’immunità indotta dal «virus da strada» non è particolarmente robusta, né duratura, difficilmente un vaccino composto da frammenti del genoma o da proteine antigeniche virali farà meglio. Poi ci sono i casi di reinfezione che sembrerebbero attestare limiti nell’immunitaria adattativa e l’incerta efficacia negli anziani, i soggetti più a rischio.

Alcuni sottolineano che la pandemia è ancora in fase iniziale e che il virus continuerà a mutare per adattarsi alla nostra specie e difendersi dal nostro sistema immunocompetente, come accade a tutti i virus a Rna emersi da poco dal loro serbatoio animale: per cui è in teoria possibile che un vaccino oggi efficace, lo sia meno tra sei mesi o un anno.

Ci sono poi i problemi di disponibilità dei vaccini a livello planetario e di accesso equo e le enormi sfide logistiche di produzione e distribuzione. Movimenti internazionali come Gavi, legata a un personaggio discusso come Bill Gates, propongono strategie per una distribuzione equa, ma fin qui sono stati i paesi ad alto reddito ad accaparrarsi centinaia di milioni di dosi.

Anche gli sviluppi a lungo termine della pandemia sono imprevedibili. Non sappiamo se Sars-CoV-2 tenderà a diventare endemico, se avremo epidemie stagionali o ri-emergenze a lungo termine di sue varianti ed è impossibile prevedere quale vaccino garantisca i risultati migliori nelle diverse situazioni.

E se il vaccino prescelto non si rivelasse efficace, le conseguenze sarebbero gravissime: sia perché i vaccinati, credendosi protetti, abbasserebbero la guardia; sia perché la fiducia di molti nelle vaccinazioni potrebbe diminuire e si rafforzerebbe il circuito NoVax.
Ma l’argomento più dibattuto è quello dei rischi e al momento non possiamo avere dati certi: sia perché i numeri sono piccoli, sia perché gli effetti più temuti emergono nel lungo termine.

In particolare le apprensioni concernenti il possibile inserimento dell’Rna virale nel genoma umano non possono essere facilmente smentite. In ultima analisi accettare l’accelerazione delle procedure implica la fiducia negli enti di regolazione: per questo si sarebbe dovuto attendere le valutazioni, anziché assecondare i proclami delle multinazionali.

Comunque sia, una cosa è certa: puntare sul vaccino come unica arma risolutiva è pericoloso. Perché la pandemia non è un «incidente biologico», che senza preavviso ha colpito l’umanità e che può essere affrontato con farmaci e vaccini, ma il sintomo di una malattia cronica e rapidamente progressiva, che riguarda l’intera biosfera. Un dramma epocale inutilmente annunciato e che tenderà a prolungarsi e a ripetersi se non cambieranno le condizioni ambientali e sociali che lo hanno determinato.

È importante ricordare, infatti, che da almeno 18 anni a questa parte (Sars), ma potremmo anche dire dalla fine del secolo scorso, dalla morte di un bimbo a Hong-Kong (1997) per una polmonite da virus aviario (H5N1) le principali agenzie sanitarie internazionali emettono drammatici bollettini sull’imminenza di un evento pandemico potenzialmente catastrofico.

Il principale errore di chi punta esclusivamente su un’ancora aleatoria vaccinoprofilassi di massa consiste nel dimenticare che le pandemie sono drammi socio-sanitari ed economico-finanziari di enormi dimensioni che non potremo evitare senza ridurne le vere cause: deforestazioni, bio-invasioni, cambiamenti climatici e dissesti sociali (a partire dalle immense megalopoli del Sud del mondo).

E soprattutto se alle strategie di contenimento del virus e di riduzione delle catene dei contagi (lockdown) non seguirà una trasformazione radicale dei sistemi sanitari occidentali: perché è evidente che i paesi asiatici e socialisti (Cuba) nei quali la medicina territoriale è ben organizzata, hanno fermato in poche settimane la pandemia, al contrario dei paesi in cui il neoliberismo ha trasformato anche la medicina in un immenso Mercato.  Ernesto Burgio il manifesto

 
 
 

LA DISTRUZIONE DEL SISTEMA FISCALE ALLA BASE DELLE DISUGUAGLIANZE SOCIALI

Post n°339 pubblicato il 19 Novembre 2020 da aliasnove

Tra gli effetti indesiderati della pandemia che continua a sconvolgere la vita quotidiana di miliardi di persone c’è il drammatico restringimento del nostro immaginario. Gran parte dei nostri pensieri è assorbita dall’andamento della malattia e dal corredo di conseguenze che trascina con sé. Problemi economici e sociali di rilevante urgenza scompaiono dalla vista generale e dal pubblico dibattito.

In Italia è il caso di tantissime questioni fra le quali spicca la ventilata riforma fiscale, che solo in questi giorni il presidente del Consiglio Conte ha opportunamente ripescato dall’oblio generale, ponendola come uno degli obiettivi dell’agenda governativa per il 2021.

Torno sul tema perché va richiamata l’attenzione di tutte le forze democratiche. Se vogliamo che la riforma annunciata non si esaurisca in un semplice aggiustamento dell’ordine esistente, è necessaria un’ampia mobilitazione dell’opinione pubblica e soprattutto una spinta sociale nel paese che faccia sentire il suo peso sul Parlamento e sul Governo.

Solo realizzando un ordinamento fiscale coraggiosamente progressivo si abbatte il caposaldo che ha retto le politiche neoliberiste degli ultimi 40 anni: la bassa pressione impositiva sui ceti ricchi e le grandi fortune.
Questa scelta, inaugurata da Thatcher e da Reagan, era sostenuta da una teoria economica che l’aveva nobilitata, quella dell’offerta, la cosiddetta supply side economics.

Secondo questa scuola di pensiero diminuire il carico fiscale ai ceti ricchi avrebbe portato più investimenti, posti di lavoro, maggiore ricchezza generale. Già nel 1998, molto prima della grande crisi del 2008, il premio Nobel Paul Krugman l’aveva definito un “errore economico” di cui “gli eventi hanno dimostrato la falsità”. Mentre il suo connazionale, James Galbraith, che ribattezzò la teoria in supply side failure, cioé fallimento, ha ricordato nel 2009 che i ceti ricchi favoriti dall’allentamento fiscale “hanno risposto punteggiando il paesaggio di case signorili”.

La distruzione del sistema fiscale su cui nel Dopoguerra aveva poggiato lo stato sociale è alla base delle inaudite disuguaglianze che lacerano le nostre società, in Italia hanno accresciuto in forme abnormi la ricchezza privata e la povertà pubblica, contribuendo non poco alla crescita del suo debito. Alberto Banti ha appena fornito un quadro ricco di dati su tutto questo che illustra in maniera schiacciante l’andamento delle ricchezze negli ultimi 40 anni connesso ai sistemi fiscali neoliberisti (“La democrazia del followers”, Laterza)

Se vogliamo comprendere le ragioni ultime dell’emarginazione della sanità pubblica, del definanziamento di scuola e università, dell’impoverimento generale dei comuni, della decadenza delle nostre città, dell’assenza di investimenti statali strategici, le dobbiamo cercare in gran parte nel del nostro sistema fiscale.

È davvero avvilente assistere in questi giorni drammatici della vita nazionale allo spettacolo di infermieri e addetti alle pulizie degli ospedali costretti a urlare per le strade la miseria dei loro salari a fronte di lavori massacranti. Mentre sappiamo quante fortune sono ammassate e si vanno ammassando presso tanti settori e ceti, anche in questi mesi che per tanti italiani sono stati di lutti e di angoscia.

Non si capisce, dal momento che nessuna solidarietà viene al paese da tali ambiti, perché il Governo non intervenga con un prelievo d’emergenza finalizzato ai problemi urgenti che incombono. Se non si opera in questi momenti allarmanti della vita nazionale, quando la necessità del sacrificio comune è così evidente, allora quando? Tanti nel Parlamento e forse nel governo non vogliono guastarsela con i potenti che sostengono con discrezione le loro campagne elettorali. Guardano ai personali interessi, fine ultimo del loro agire politico. Sarebbe meglio non dimenticare che quando usciremo dalla pandemia ci attende un debito pubblico gigantesco e senza un sistema fiscale di incisiva progressività il paese tracolla.

Per questo credo che la sinistra e soprattutto le forze sindacali – le uniche organizzazioni che oggi hanno una capacità di mobilitazione popolare – devono guardare a questo passaggio strategico nella vita italiana. La riforma fiscale decide una svolta strutturale nell’assetto economico e sociale del paese. Perciò i sindacati devono muoversi con tutta la loro forza su questo aspetto che non riguarda vertenze e salari.

Mentre noialtri cani sciolti della sinistra, con tutti i mezzi di cui disponiamo, dai giornali alle riviste, dai social alle campagne on line, non dobbiamo dare tregua ai sabotatori nascosti in Parlamento, e mostrare quanto l’ingiustizia fiscale sia alla base del declino recente dell’Italia.  Piero Bevilacqua  il manifesto

 
 
 

TORINO E LE PROTESTE URBANE A GEOMETRIA VARIABILE

Post n°338 pubblicato il 31 Ottobre 2020 da aliasnove

È difficile, forse impossibile, ricondurre entro un quadro razionale quanto accaduto la sera del 26 ottobre (il giorno dell’ultimo Dpcm e della rabbia alla fine esplosa) nel centro di Torino, “tanto uguale e tanto diverso” da quanto nello stesso momento avveniva, o era da poco avvenuto, a Milano, o a Roma, o a Napoli… .
Le immagini hanno fatto il giro del web: le vetrine di Gucci, Hermes, Vuitton in frantumi, gruppi di ragazzini che dei black blok avevano solo il nero dei felponi, con le mani ferite dalle schegge di vetro ad arraffare (imbrattandole del proprio sangue) giacche e borsette firmate, scarpe con tacco 12 e sciarpini di cachemire, a conclusione di una manifestazione che aveva per oggetto la protesta di ristoratori, esercenti e commercianti messi alla disperazione dall’effetto congiunto di covid e misure anti-covid, e che andava producendo tuttavia, per una sorta di perversa eterogenesi dei fini, la devastazione dei loro oggetti-simbolo.
Una cosa così non si era mai vista in una città come Torino che, nella sua lunga storia di città-fabbrica, di rivolte ne aveva viste tante, da quella “seminale” dell’agosto 1917 per il pane e la pace al luglio del ’48 come risposta immediata all’attentato a Togliatti, fino ai fatti di Piazza Statuto nel ’62 contro l’accordo separato alla Fiat e a Corso Traiano nel ’69, nel giorno dello sciopero generale “per la casa”.

Ma erano tutte, per così dire, rivolte “geometriche”, con protagonisti dal profilo preciso e stabile, ben polarizzati: gli operai, da una parte, i “signori” come controparte. E obbiettivi chiarissimi. Anche negli ultimi anni, quando alle grandi rivolte erano succedute le scaramucce, quel certo ordine geometrico della protesta si era mantenuto.

Ora invece no. Confusi i connotati dei protagonisti (simili in questo all’esempio dei “forconi”), un po’ ceto medio produttivo un po’ marginalità estrema, ognuno convinto della insostenibilità della propria condizione ma ognuno distribuito sul piano inclinato della posizione sociale a livelli diversi, anche molto diversi, dove la distanza tra il titolare del ristorante esclusivo del centro e il gestore del baretto in semiperiferia ammazzato dallo smartworking dei suoi abituali clienti (che pure in piazza stanno gomito a gomito a maledire Conte e il suo governo) è sicuramente incomparabilmente più ampia rispetto a quella che separa il proletaroide che vive di una sala per videopoker di periferia dal precario o dal disoccupato che ogni giorno ne staziona davanti.

Confusi anche gli obiettivi con cui ognuno portava il proprio rancore in piazza, e la propria volontà di vendetta contro qualcuno o qualcosa da cui si sente minacciato mortalmente, assai più che dalla vera minaccia mortale costituita dal virus di cui pare non far conto, come se riguardasse altri, quelli che godono del lusso di potersi preoccupare della propria salute. Frammenti, frantumi, pulviscolo sociale rappresentabile solo in un frattale, espressione di quanto, negli scorsi decenni, la vecchia metropoli non più “di produzione” si è andata scomponendo e disgregando, aprendo nel proprio tessuto voragini di senso.

Per questo – per questo scenario stravolto che fa da sfondo -, non convincono i giudizi sommari, quelli che liquidano come fascisti o “estremisti di destra”, ultras da stadio, micro-criminalità non organizzata le frange violente, e come reazionari potenzialmente evasori se non eversori gli altri. Non convincono non perché non ci fossero tra loro ultras da stadio o evasori fiscali, ma perché, appiattendosi sulle etichette politiche, si occultano le radici dei comportamenti, che sono ramificate, e profonde (si cade cioè in quell’”amnesia interpretativa” che Donatella Di Cesare denuncia nel suo recente libro su Il tempo della rivolta).

Gli adolescenti che saccheggiavano le boutiques venivano da vicino ma insieme da lontano: da periferie infette e cadute fuori, dove nella prima ondata il virus aveva colpito duro, durissimo (ovunque si sia mappato il contagio a livello di quartiere o di caseggiato si vede come i numeri di contagiati nelle periferie metropolitane siano state di quattro, cinque, sei volte quelli delle ZTL). Sono gli stessi “tamarri” che il sabato scendono in centro per lo struscio a guardare dai portici gli oggetti del desiderio che non si potranno mai permettere, ostaggi di una retorica del consumo opulento che li consegna a una frustrazione e a un risentimento perenni, tranne quando nella fessura dell’ordine infranto da una protesta possono infilarsi e colpire (niente si attaglia di più al loro agire dell’affermazione, ancora della Di Cesare, che “la rivolta mostra lo Stato dalla finestra dei quartieri periferici, la fa vedere con gli occhi di chi è lasciato fuori o di chi si chiama fuori”).

Sono i figli illegittimi di un lavorio multidecennale che nella distruzione della memoria sociale ha inoculato il virus di un individualismo competitivo e acquisitivo il quale, nel momento collettivo più difficile, con gli ospedali che si riempiono e i medici che vanno in overload, presenta il conto nella forma di un agire cieco. Lo stesso si potrebbe dire per gli altri, l’ala non fisicamente violenta della protesta contro il Dpcm: non poveri, questi, di certo, e neppur tutti “marginali”, ma impoveriti sì, e ancor più terrorizzati non dalla minaccia di SarsCov2 ma da quella della caduta sociale, della fine del sogno da imprenditori di se stessi, finalmente liberi dalla schiavitù del lavoro salariato, padroni di sé e, tout court, “padroni”.

Sono una parte consistente del fragile, fragilissimo, neo-neocapitalismo italiano, fibrillante e vulnerabile, privo di vera accumulazione e di figure di riferimento credibili, un po’ arte di arrangiarsi e un po’ domanda di assistenza da parte dello stesso Stato contro cui ogni giorno si inveisce. A loro, indubbiamente, riescono a parlare con maggior facilità le variegate neo-destre cresciute nel sottobosco nazionale e nel grande bacino internazionale dei populismi, capaci di titillarne le vocazioni acquisitive e gli individualismi narcisistici.

Mentre, in questo tessuto sfibrato, gli argomenti della solidarietà, della giustizia sociale e della cooperazione dolce stentano a penetrare, soprattutto se non accompagnati da pratiche di “risarcimento” per il declassamento subito. Su questo si parrà della nobilitate della maggioranza in carica, quantomeno della sua capacità di non far precipitare la crisi sociale oltre i limiti della sostenibilità del quadro democratico.  Marco Revelli  il manifesto

 
 
 

LA DESOLAZIONE DELLA " PANDEMIA" DA PANDEMIA

Post n°337 pubblicato il 28 Ottobre 2020 da aliasnove

Lo scenario che in questi giorni si presenta davanti allo sguardo di qualsiasi persona abbia attivato il dono dell’intelligenza, di cui ogni essere umano è stato teoricamente dotato dal buon dio o dal sublime caso a seconda dei punti di vista, è desolante.

Ma la desolazione, dipende solo in parte dal Covid.
Certo esso colpisce gli esseri umani che periscono per causa sua e i loro cari, condiziona le relazioni sociali di prossimità, deprime le attività lavorative e professionali, affligge, come sempre gli ultimi, favorisce sconciamente le economie virtuali, i carrozzoni mediatici, i giganti del web, mortifica le imprese dell’economia reale soprattutto le più piccole. Ma una pandemia non avvertita come tale è generata dall’occorrenza della prima, l’incontenibile rigurgito della cosiddetta informazione dei grandi media. Essa ha assunto una dimensione ipertrofica e pletorica e nel suo carattere alluvionale impedisce qualsiasi profondità, prospettiva e capacità critica, si nutre della permanente emergenza e destituisce di forza qualsivoglia fonte di autentica autorevolezza.

Persino i competenti e gli esperti, nella fattispecie i virologi e gli epidemiologi, attratti dalla chimera di un’inattesa stardom mediatica si ritrovano a interpretare ruoli nel teatrino virtuale e finiscono con il divenire figurette di uno spettacolo penoso. La classe Politica e quella giornalistica dal canto loro si muovono in base ad interessi predeterminati e confliggono attraverso un interminabile litigio retorico mirante solo a servire gli interessi di caciccati partitici o delle lobby dei grandi interessi, come quello delle super imprese sulla cui vocazione e sul cui amore patrio è meglio stendere un velo pietoso.

In questo contesto di allarmante mediocrità, il governo Conte pur con tutte le sue défaillance e i suoi errori mostra una singolare tenuta rispetto alla protervia e alle farneticazione delle opposizioni che se fossero al governo provocherebbero assembramenti mai visti al confine elvetico perché molti italiani sceglierebbero di trascorrere la quarantena nella patria di Guglielmo Tell, nonostante sia diventata da poco un nuovo focolaio d’infezione. Il tragicomico caso Fontana-Gallera docet e per amore di equità, emulato dalle esilaranti/grottesche performance del cacicco campano De Luca. Con l’occasione mi permetto di esigere da politici, da giornalisti e conduttori radio-televisivi di cessare con il malcostume di parlare degli italiani come un unicum, come un “popolo” che non sono, non sono mai stati e dubito che mai saranno.

Personalmente come italiano dalla nascita rifiuto di essere omologato agli adepti degli happy hour, degli apericena, delle movide, delle discoteche, delle vacanze a tutti i costi, mentre infelici esseri umani muoiono senza la vicinanza dei loro cari e medici e infermieri rischiano salute e vita con turni massacranti e minimi corrispettivi. In questo polverone di inutile fracasso e di pseudo dibattito si finge di ignorare la vera questione in campo: l’esaurimento di questo modello di sviluppo e di società fondata su valori fradici e tossici: patologia consumista, sottocultura del privilegio, spreco, diseguaglianze criminali, sperequazioni ingiustificabili, economia di morte, olocausto di milioni e milioni di animali con sadica ferocia, avvelenamento dell’habitat, nuove forme di schiavismo, spoliazione del pianeta, come magistralmente e potentemente illustrato da papa Francesco nelle sue recenti encicliche, «Laudato si’» e «Fratelli tutti».

Ma non è solo Bergoglio, attualmente unica autorità morale planetaria, a indicare il cammino, già cinque anni fa, uno dei più grandi imprenditori del mondo, Bill Gates, non certo un sovversivo comunista, segnalava, in un discorso ampiamente diffuso sulla rete, che non una guerra, ma un virus ad alto potenziale infettivo avrebbe messo in ginocchio l’umanità e causato la morte di milioni di esseri umani.

Il magnate spiegava con grande chiarezza che il rimedio principe doveva essere il potenziamento straordinario e articolato delle strutture sanitarie.

Prendendo spunto dalle sue parole, ritengo che l’agenda dei governi debba essere rivoluzionata cambiando radicalmente l’ordine delle priorità per porre al primo posto lo Stato Sociale, la Sanità Pubblica, l’Istruzione e la Cultura con massicci investimenti e reperire le risorse disinvestendo dal settore militare e quello delle armi in genere.

Quanto alla cultura è arrivata l’ora di cessare di considerarla un’ accessorio per il tempo libero, ma trattarla per ciò che è: il fondamento del senso primo del vivere per l’edificazione di una società libera e colta che si sviluppi nella pace e nella prosperità economica perché sapendo quello che fa, fa quello che deve. Si decuplichi dunque l’investimento in questo settore decisivo per la vita, adesso e senza tergiversare. Moni Ovadia  il manifesto

 
 
 

Papa Francesco indica l'ultima carta per cambiare il paradigma dell'umano .

Post n°336 pubblicato il 07 Ottobre 2020 da aliasnove

È una lettera sconcertante e potente questa che papa Francesco, facendosi “trasformare” dal dolore del mondo nei lunghi giorni della pandemia, ha scritto a una società che invece mira a costruirsi “voltando le spalle al dolore”.

Per questo la figura emblematica che fa l’identità di questa enciclica, prima ancora che quella di Francesco d’Assisi, è quella del Samaritano, che ci pone di fronte a una scelta stringente: davanti all’uomo ferito (e oggi sempre di più ci sono persone ferite, tutti i popoli sono feriti) ci sono solo tre possibilità: o noi siamo i briganti, e come tali armiamo la società dell’esclusione e dell’iniquità, o siamo quelli dell’indifferenza che passano oltre immersi nelle loro faccende e nelle loro religioni, o riconosciamo l’uomo caduto e ci facciamo carico del suo dolore: e dobbiamo farlo non solo con il nostro amore privato, ma col nostro amore politico, perché dobbiamo pure far sì che ci sia una locanda a cui affidare la vittima, e istituzioni che giungano là dove il denaro non compra e il mercato non arriva.

Ci si poteva chiedere che cosa avesse ancora da dire papa Francesco dopo sette anni di così eloquenti gesti e parole, cominciati a Lampedusa e culminati ad Abu Dhabi nell’incontro in cui si è proclamato con l’Islam che “se è uccisa una persona è uccisa l’umanità intera”, ragione per cui non sono più possibili né guerre né pena di morte.

E per Francesco neanche l’ergastolo, che “è una pena di morte nascosta”, e tanto meno le esecuzioni extragiudiziarie degli squadroni della morte e dei servizi segreti. Ebbene, la risposta sul perché dell’enciclica è che ormai non si tratta di operare qualche ritocco qua e là, ma si tratta di cambiare il paradigma dell’umano, che regge tutte le nostre culture e i nostri ordinamenti: si tratta di passare da una società di soci a una comunità di fratelli.

Perciò questa seconda lettera (l’altra è stata la Laudato sì, mentre la prima era in realtà di Ratzinger) non è un’enciclica sociale; solo una volta il papa si fa sfuggire di aver scritto un’”enciclica sociale”; in realtà essa non ha nessuna somiglianza con il “Compendio della dottrina sociale della Chiesa” fatto pubblicare nel 2004 da papa Wojtyla, in cui si pretendeva di definire per filo e per segno tutto ciò che si doveva fare nella società.

Questa invece è un’enciclica sull’amore perché passare da soci a figli vuol dire passare dalla ricerca dell’utile all’amore senza ragione: i migranti non si devono accogliere perché possono essere utili, ma perché sono persone, e i disabili e gli anziani non si devono scartare perché una società dello scarto è essa stessa inumana.
Poiché è sull’amore, questa è un’enciclica laica, anzi di una straordinaria laicità, perché l’amore non si lascia irretire in un solo stampo, in una sola proposta, in un unico codice. È impressionante come papa Francesco lasci aperte sempre altre possibilità, altre considerazioni del reale, altre strade possibili, perfino dinanzi al peccato e all’errore; sempre è invocata la pluralità, mai il relativismo, sempre il gusto delle differenze, dell’inedito, del non ancora compreso; il poliedro, mai la torre di Babele, dalla pretesa unificante.

Ci vuole fantasia per costruire la società fraterna e non è facile passare dal “legame di coppia e di amicizia” all’accoglienza verso tutti e all’”amicizia sociale”. Alle volte sembra di leggere una lezione di laicità al mondo, alle culture fissiste, come il liberismo, che fa della proprietà privata, che è “un diritto secondario”, un valore primario e assoluto, mentre originario e prioritario è il diritto all’uso comune dei beni creati per tutti; come c’è una lezione al populismo e al nazionalismo, incapaci di farsi interpellare da ciò che è diverso, di aprirsi all’universalità, chiusi come sono nei loro angusti recinti come in “un museo folkloristico di eremiti localisti”; il male è che così si perdono proprio beni irrinunciabili come la libertà o la nazione: l’economia che si sostituisce alla politica non ha messo fine alla storia ma ruba la libertà; e con la demagogia il rischio è che si perda il concetto di popolo, “mito” e istituzione insieme, a cui non si può rinunziare perché altrimenti si rinunzia alla stessa democrazia.

La stessa fraternità, dice Francesco, va strutturata in un’organizzazione mondiale garantista e efficiente, sotto “il dominio incontrastato del diritto”, anche se un progetto per lo sviluppo di tutta l’umanità “oggi suona come un delirio”.

Mentre l’enciclica si distribuiva in piazza san Pietro ed era tolto l’embargo, nelle chiese si leggeva, tra le letture del giorno, questa frase del profeta Isaia: “Egli (il Signore) si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”. Sembrava un giudizio scritto per l’oggi, mentre Francesco è assediato, fin dentro al tempio, da mercanti e falsi difensori della fede.

È forse questo il segreto di questa enciclica: c’è, per un mondo malato, dove “tutto sembra dissolversi e perdere consistenza”, da giocare l’ultima carta, cambiare i soci in fratelli. Si potrà poi essere anche cattivi fratelli, incapaci di memoria, di pietà, di perdono, però tutti si riconosceranno investiti della infinita dignità dell’umano, questa verità che non muta, accessibile a tutti e obbligante per tutti.

Ma per essere fratelli ci vuole un padre. Perciò tutto il ministero di papa Francesco è volto a “narrare” al mondo la misericordia del Padre; lui che è il primo pastore della religione del Figlio, si mette nei panni del Figlio (com’è del resto suo compito) per recuperare la religione del Padre, per dare agli uomini un Padre in cui si riconoscano finalmente fratelli. Una cosa così “religiosa” che la voleva perfino la Rivoluzione francese; solo che, dice ora papa Francesco, se la fraternità non si esercita veramente anche la libertà e l’uguaglianza sono perdute. E il mondo, ora, sarebbe perduto con loro.

Raniero La Valle  il manifesto

 
 
 
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