Creato da aliasnove il 10/01/2013

IL LAVORO

Nell'era della globalizzazione

 

 

L'INACCETTABILE AVVISO DEL MINISTRO A SAVIANO

Post n°264 pubblicato il 22 Giugno 2018 da aliasnove

Possono esserci decine di buone ragioni per revocare una scorta, o anche solo per paventarne la revoca.

Ma ce n’è una certamente sbagliata: l’aver criticato il ministro degli Interni. La minaccia di Matteo Salvini, forse resa ancora più grave dallo stile scelto, l’avvertimento implicito, non è faccenda che riguardi lo scrittore Roberto Saviano, sul quale ciascuno può pensare ciò che vuole. Attiene solo allo stile del ministro e vicepremier, e all’idea di potere che ne traspare.

«Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero», così il responsabile del Viminale, tra una dichiarazione di guerra alle Ong e l’altra, giusto all’indomani di una critica acuminata mossagli dallo scrittore napoletano. Decidere in materia non spetta al ministro, e lo sa anche lui. Come sapeva benissimo di non poter censire etnicamente nessuno. Ma è il suo stile e sarebbe un errore scambiare i ringhi in questione per pure boutade pubblicitarie.

Sono segnali e in quanto tali pericolosi. A volte come e anche più delle stesse misure concrete.

Un ministro che minaccia un nemico politico, che lascia capire di non gradirlo affatto, dà coraggio e forza a chi in un modo o nell’altro vorrebbe sbarazzarsene, proprio come un ministro che minaccia di censire i Rom legittima e autorizza chiunque non veda l’ora di sfogare frustrazioni e pregiudizi.

La reazione è stata corale. La scorta di Roberto Saviano non verrà rimossa.

Ma non era questo l’obiettivo di Salvini. Il segnale è arrivato comunque e non solo all’autore di Gomorra. Ora chiunque si senta troppo in vena di criticare, inclusi moltissimi meno visibili e dunque meno protetti di Saviano, sa che ciò non sfuggirà allo sguardo del nuovo alto loco, sente olezzo di editto bulgaro, registra il brutale invito a moderare i toni e a esercitare la debita autocensura.

Prima che intervenga la censura vera e propria. Non è il cambiamento promesso, ma l’eterno ritorno dell’uguale, delle mire censorie, delle allusioni minacciose seguite spesso dagli interventi brutali, che nella politica italiana equivale spesso al peggio. Andrea Colombo il manifesto

 
 
 

LA GUERRA DENTRO. OVVERO, VINCERE LA SFIDA DELLA DISUMANITA'

Post n°263 pubblicato il 18 Giugno 2018 da aliasnove

«Con gli occhi per terra la gente prepara la guerra». Mi è tornata in mente, quella strofa lontana, in questi giorni feroci dell’odissea dell’Aquarius, da ieri elevata ufficialmente a sistema – con Salvini che reitera la chiusura dei porti alle ultime navi di profughi in arrivo – in cui tutto, ma davvero tutto, sembra perduto: la politica, l’umanità, l’elementare senso di solidarietà, noi stessi, il nostro rispetto di noi e degli altri cancellato da un ministro di polizia che fa della pratica disumana della chiusura dei porti un metodo di governo… Mi è tornata in mente perché è quello che sento nell’aria, che leggo nelle facce, negli sguardi, nei cattivi pensieri di (quasi) tutti. Odore di guerra, e occhi a terra (lo sguardo del rancore che promette sventura).

Alla velocità della luce, in poche mosse da parte di giocatori cinici e spregiudicati, questione migratoria e logica bellica, politica dei flussi e politica delle armi si sono saldate intorno alla coppia nefasta «amico-nemico». E il confronto impari, spaventosamente asimmetrico, tra l’Italia e quel microscopico frammento di nuda vita in balia delle onde nel Canale di Sicilia si è saldato, come le due facce del medesimo foglio, col confronto muscolare, «di potenza» e «tra potenze».
Con la resa dei conti tra il Governo italiano e gli altri Stati coinvolti, Malta, Francia, paesi «alleati» e paesi «ostili».
Mentre si parla sempre più spesso, e con sempre meno pudore, di azioni militari per il controllo diretto delle coste libiche come «soluzione finale» al problema dei profughi.

È BASTATO che un rozzo capopopolo rionale o regionale come Matteo Salvini irrompesse come un bufalo nella cabina di regia governativa di un Paese non di secondo piano in Europa, perché questa saldatura tra demografia e geopolitica (tra «movimenti di popolazione» e «conflitti inter-statali») si coagulasse istantaneamente. Perché il disagio sociale virasse in nazionalismo… E nel contempo perché si rivelasse in tutta la sua estensione e profondità lo «sfondamento antropologico», chiamiamolo così, o «etico-politico» consistente nella diffusa incapacità di riconoscimento «dell’uomo per l’uomo». Nell’evaporazione di ogni pietas, com-patimento, identificazione nel dolore altrui: le basi della socievolezza che ha permesso la sopravvivenza della specie umana sostituita ora da un mortifero atteggiamento di rifiuto, diffidenza, indifferenza ostile. I cattivi sentimenti, appunto, che da sempre preparano la guerra perché dicono che la guerra è già dentro le persone, e le ha fatte proprie.

CERTO COLPISCE, nella via crucis dell’Aquarius – in questo spettacolo crudele messo in piedi per ostentare, sul palcoscenico grande come il mare, la caduta catastrofica dell’umano nel segno della «politica nuova» – la figura dell’attore protagonista: l’uomo che dopo aver assorbito in sé tutti i ruoli di governo (le gouvernement c’est moi) si permette di prendere in ostaggio centinaia di bambini, donne, uomini per giocarseli sulla scacchiera politica (come strumento di negoziazione all’esterno e di consenso all’interno) indifferente alle loro sofferenze, lasciandoli in balia del mare, come fossero cose e non persone («tortura» è stata definita). Ma colpisce ancor di più – se possibile – questo pubblico che balza in piedi ad applaudire a ogni battuta truce, a ogni dichiarazione di disprezzo, che si emoziona per le vessazioni, l’irrisione dei valori di solidarietà e condivisione, addirittura la messa in stato d’accusa della solidarietà, come colpa o reato. E se si guarda quella platea dal di fuori, non potrà sfuggire che solo in pochi, sparsi qua e là, se ne stanno a braccia conserte, senza unirsi all’orgia. E quasi nessuno si alza per fischiare.

PRENDIAMONE ATTO. Un argine si è rotto, persino tra noi, di quella comunità non grande che si è definita “sinistra”. Siamo diventati irriconoscibili a noi stessi. O meglio: tra noi stessi. Sempre più spesso, se s’incontra un compagno con cui si è condiviso (quasi) tutto e il discorso cade sui migranti e sul caso dell’Aquarius, non scatta immediata, istintiva l’indignazione, ma s’incrocia uno sguardo vacuo. Un cambiar discorso. O addirittura un moto di condivisione della politica dei respingimenti. Una voglia di limiti. Di barriere (perché «così non si può andare avanti»). O perché convertiti a un qualche «neo-sovranismo», nell’illusione falsa che ripristinando i confini possa ritornare il welfare di un tempo, le garanzie, i diritti sociali sottratti anche da parte e per colpa di chi oggi, per lavarsi la coscienza, difende a parole l’«apertura». O perché affascinati da quella vera e propria «troiata» (mi si permetta il temine caro a Cesare Pavese) che è la categoria dell’«esercito di riserva»: l’idea che i migranti siano lo strumento occulto di un qualche piano del capitale per sfondare il potere d’acquisto e la forza negoziale dei lavoratori nostrani, ignorando che quello si chiamava, non per nulla «esercito industriale», appartenente cioè a un’altra era geologica, prima che si affermasse il finanz-capitalismo, che lavora e comanda appunto non con i corpi ma col denaro. E che quella «narrativa» serve solo a giustificare la vessazione dei più poveri tra i poveri, non certo a contrastare i più ricchi tra i ricchi.

BASTA D’ALTRA parte uno sguardo alla cronologia per vedere che il vero «sfondamento» della forza del lavoro è avvenuto fin dal passaggio agli anni ’80, ben prima che iniziassero i flussi di popolazione, e ha usato come ariete non i corpi dei poveri ma la tecnologia dei ricchi, elettronica, informatica, smaterializzazione del lavoro, frammentazione della componente «manuale» che sopravviveva. Fu allora che si consumò la «sconfitta storica» del lavoro in Occidente. E il conseguente «disallineamento» tra diritti sociali e diritti umani, che invece il movimento operaio novecentesco, almeno da noi, aveva saputo tenere «in asse». Da allora quelle due famiglie di diritti – questione sociale e questione morale (o «umana») – sono andate divaricandosi sempre più, fino a oggi, quando finiscono per contrapporsi, quasi che per stare vicino ai nostri «proletari» occorresse respingere gli altri riconfigurati per l’occasione come «non-proletari». Col risultato che rischiamo di avere oggi «socialisti senza umanità» (sono quelli che stanno squassando la sinistra in Europa, fin dal cuore della Linke tedesca) e «umanitari senza socialità» (senza solidarietà sociale).

UNA SCISSIONE cui si può rimediare solo con un colpo d’ala. Con la consapevolezza, da una parte, che si possono difendere efficacemente le ragioni universali dell’umanità solo se si dimostra di voler difendere con le unghie e con i denti la ragioni sociali locali di chi, nel proprio territorio, è deprivato di reddito e diritti (se si disinnesca la trappola mortale del «perché a loro sì e a me no»). E dall’altra riuscendo a capire che mai come oggi la difesa dei migranti si salda alla difesa della pace, perché la guerra a loro finirà per trasformarsi in guerra tra noi.  Marco Revelli  il manifesto

 
 
 

LA FORTEZZA EUROPA RINGRAZIA SALVINI

Post n°262 pubblicato il 13 Giugno 2018 da aliasnove

“Garantiamo una vita serena a questi ragazzi in Africa e ai nostri figli in Italia”. Così il ministro della Repubblica Salvini, nell’atto di negare l’accesso ai porti italiani a una nave di Sos Mediterranée con a bordo con 629 profughi (non tutti “ragazzi”; ci sono anche 7 donne incinte, 11 bambini e 123 minori non accompagnati). Ora ad accoglierli sarà la Spagna. Ma poi c’è anche il blocco di una seconda nave, la Sea Watch, di altri 800 naufraghi salvati da navi mercantili e di decine di gommoni stracarichi che non troveranno più navi delle Ong a raccoglierli, per le quali si prospettano ulteriori e drammatiche strette.
La “vita serena in Africa” che Salvini offre a quei ragazzi è il ritorno in Libia: donne vengono stuprate in modo seriale, uomini venduti come schiavi e tutti e tutte torturate, affamati, ricattate, ammazzati come insetti. Quanto a quella garantita ai “nostri figli”, anche per loro c’è l’emigrazione; certo in condizioni di maggiore sicurezza, ma per andare a fare i lavapiatti dopo una laurea o un diploma. Così si svuotano i paesi “periferici” delle forze migliori – dell’Africa, con politiche coloniali tutt’altro che finite; ma anche dell’Europa, con l’”austerità” -  purché quelle peggiori continuino a governare.
“Tutta l’Europa si fa gli affari suoi”, aggiunge Salvini. Ma in realtà è lui che fa gli affari sporchi per conto di tutti coloro che sono al governo dei paesi europei. Perché per difendersi dal “nemico” – che ormai sono i profughi, e solo loro – la Fortezza Europa ha tracciato due distinti confini: uno alle frontiere esterne dell’Unione: muri, reticolati, filo spinato, guardie, cani, hot spot, eserciti, navi militari, leggi, regolamenti di polizia, accordi e laute mance per i governi dei paesi di transito, truppe mascherate da consiglieri e chilometri di costosissimi impianti di sorveglianza. L’altro alla frontiera delle Alpi (e a Idumeni o a Lesbo), per impedire a chi è già arrivato in Europa senza affogare di raggiungerne il cuore: i paesi dove ha parenti, amici, compatrioti che lo aspettano e forse persino la possibilità di trovare un lavoro.
Per questo le alternative, per l’Italia e il suo governo, sono due: o rafforzare ulteriormente il primo di questi confini o cercare di “sfondare” il secondo. Salvini, in perfetta continuità con il suo predecessore Minniti, ha scelto la prima, aumentando la dose con il blocco dei porti e rivendicando per sé una responsabilità che i suoi colleghi europei non hanno il coraggio di assumersi: di far affogare, morire di fame e di sete, respingere e rinchiudere nel lager libico i fuggiaschi che l’Europa non vuole accogliere. Ma Salvini sostiene, con questa sua scelta, di voler mettere alle strette il resto d’Europa: non rivendicando l’apertura dei confini alle Alpi, la libera circolazione di profughi e richiedenti asilo, un grande piano di investimenti – magari, per la rigenerazione ambientale dell’Europa – che offrirebbe occasioni di impiego anche a tutti i nuovi arrivati e ne favorirebbe l’accettazione da parte delle comunità locali (preparando magari anche le condizioni per un ritorno volontario, dopo qualche anno, nei paesi da cui sono scappati, per ricostruirlo). Senza un piano del genere, infatti, anche l’accoglienza non ha futuro.
Invece Salvini chiede un maggior impegno europeo nel rafforzamento dei confini “esterni”: più soldi a chi si impegna nei respingimenti, più navi a sbarrare le rotte marine, più leggi e regolamenti liberticidi, più deroghe alle convenzioni internazionali, più campi di concentramento fuori dei confini dell’Unione, ecc. Per questo, di fronte a una timida proposta di riforma della convenzione Dublino 3 – quella che impone ai profughi di rimanere nello stato di approdo – Salvini si è alleato con i governi più ferocemente ostili ai migranti, quelli capeggiati dall’ungherese Orbàn, le cui politiche comportano di fatto un aggravamento degli oneri che gravano sull’Italia. Salvini queste cose le sa, come sa che i respingimenti su cui ha basato tutta la sua campagna elettorale sono impossibili e si risolvono solo in più “clandestinità”, lo “stato giuridico” dei senza diritti istituito dalla legge Bossi-Fini. Centinaia di migliaia di profughi e migranti senza permesso di soggiorno, o perché “denegati” per le spicce, o perché rimasti senza lavoro; tutti messi per strada e costretti ad arrangiarsi: a cader vittime della tratta, a raccogliere arance e pomodori o mungere vacche nei tanti Lager dispersi in tutte le campagne del paese, a rischiare la vita nei cantieri illegali, a chiedere l’elemosina con il cappello in mano o a farsi reclutare dalla malavita, ad accamparsi sotto i viadotti. E’ questa la situazione che “crea allarme” nel paese e su cui Salvini e i partiti come il suo stanno costruendo le proprie fortune elettorali – ma non solo – in tutta Europa; nel doppio ruolo di vittime e di persecutori di un popolo di persone private di tutto: nella speranza che nessuno possa o voglia più guardare negli occhi quegli esseri umani senza diritti. Guido Viale Rif. Comunista

 
 
 

BISOGNAVA PENSARCI PRIMA

Post n°261 pubblicato il 05 Giugno 2018 da aliasnove

Salvini è un tagliatore di teste. Lo sapevamo. È questa forse la ragione principale del suo successo. Gli umani sembrano assetati di sangue e l’eliminazione cruenta dell’altro sembra che dia loro spazio. È una storia vecchia.

Lo ha anche ribadito prima di giurare entusiasticamente fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione: raderà al suolo i campi Rom, fermerà gli sbarchi, rimanderà i barbari a casa.

Con questi sistemi promuoverà l’invasione cruenta del paese, e il suo potere crescerà sempre più, man mano che la situazione gli sfuggirà di mano.

Perché a meno di usare i sistemi nazisti, radere al suolo un campo Rom farà semplicemente sciamare i Rom nella città: e quanti se ne possono arrestare senza violare la fedeltà alla Costituzione? Fermare gli sbarchi significa forse che li lasceremo affogare tutti davanti alle nostre spiagge?

Gli italiani possono essere crudeli ma sono anche dei gran sentimentali, non bisogna mettergli davanti agli occhi quadri patetici, di quelli che fanno salire gli indici di ascolto. Possono sopportare la morte quotidiana di centinaia di bambini, ma non il piccolo morto portato surrettiziamente dal militare sulla spiaggia per farlo fotografare. Uno solo di questi errori e il trend può cambiare.

Ma l’entusiasmo di Salvini tagliateste per ora è contagioso. Dobbiamo essere preparati.

Quel che non sappiamo ancora invece è quante code si abbasseranno. Quanti scrolleranno le spalle dicendo: ormai la sinistra non esiste più, e comunque non c’è differenza fra destra e sinistra (come se il compito della sinistra fosse quello di essere buoni e della destra di essere malvagi); quanti si rassegneranno: ormai è andata così, la vita (la mia) continua; quanti giornali abbasseranno i toni; quante testate daranno spazio ai tagliatori di testa e alle banderuole (entrambi egregiamente rappresentati nel nuovo Contratto); quanti si siederanno come l’antica scultura del Vecchio dolente, detto anche il Dio triste, le mani sulle ginocchia, la faccia che le guarda affranta. Dopotutto siamo vecchi, no? Che volete da noi?

È andata così, bisognava pensarci prima.

Anni fa, per la casa editrice nottetempo ho pubblicato un libretto che si chiamava Mattino bruno di Frank Pavloff.

Raccontava di due amici che si raccontano via via quello che gli succede: i nuovi padroni chiedono inizialmente che i cani siano di colore bruno (che male c’è?), poi questo vale anche per i gatti (fastidioso…), poi piano piano (o presto presto) il colore bruno invade ogni cosa e tutto quello che non è bruno viene soppresso, eliminato, cancellato.

Bisognava pensarci prima, dicono i due amici…

Ginevra Bompiani  il manifesto

 
 
 

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Post n°260 pubblicato il 29 Maggio 2018 da aliasnove

In queste ore concitate e drammatiche occorre conservare la lucidità, e non prestarsi alla facile demagogia della piazza.
Se la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato appare una truculenta buffonata, anche le mobilitazioni in suo favore appaiono del tutto fuori luogo.

Questo pessimo epilogo chiude un irresponsabile percorso di privatizzazione delle istituzioni repubblicane, culminato nel contratto tra Lega e Cinque Stelle: con l’annesso comitato di conciliazione e con la conseguente scelta di una evanescente figura di esecutore tecnico cui affidare la parte di presidente del Consiglio.

Sergio Mattarella ha infine inflitto all’istituzione della Presidenza della Repubblica una torsione inaudita, che costituirà un precedente pericolosissimo. Il suo lungo discorso ha esplicitato il fatto che egli si è assunto la responsabilità di decidere l’indirizzo politico del governo, entrando nel merito di idee e di scelte politiche: così non rispettando spirito e lettera della Costituzione. Le sue motivazioni hanno formalizzato una dura verità: la sovranità dei mercati ha preso il posto della sovranità popolare. L’incarico a Carlo Cottarelli ha poi tratteggiato icasticamente l’immagine di una democrazia commissariata.

Nel suo discorso Mattarella ha detto che aveva accettato tutti i ministri tranne quello dell’Economia. Tutti: anche Matteo Salvini all’Interno. In questo doppio registro c’è il senso profondo della crisi generale in cui siamo sprofondati: si tutelano i soldi, non i corpi. Gli investitori, non i principi fondamentali della Carta. È una dittatura dei mercati in cui le vite, i diritti, l’eguaglianza contano meno di zero. Ed è qui, è proprio in questa sottrazione di democrazia e in questa generale genuflessione al potere del denaro, che la propaganda razzista di Salvini prospera e macina consenso.

Tomaso Montanari, presidente di Libertà e Giustizia  (il fatto quotidiano)

 
 
 
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