Creato da Ahira28 il 05/02/2008

TraMe e Me

storie, trame, racconti di viaggi e di persone

 

 

Rondini malinconia di sole

Post n°22 pubblicato il 02 Aprile 2009 da Ahira28
 

"Rondini malinconia di sole,

penso a te che nun voi bene a me,

voleno pe l'aria le parole…"

 

A Rina piaceva quella canzone, perché aveva il moroso di Roma e quando la cantava pensava a lui che stava sul fronte russo.

 

****

Rina era antifascista da quando aveva nove anni, cioè dalla sera in cui una squadraccia aveva sfondato la porta di casa per picchiare suo padre. Ociobel, come lo chiamavano in paese per via dell'unico occhio buono di un azzurro intenso, era colpevole solo di aver litigato con la moglie, la matrigna di Rina, ma dato che lei era amica di una camicia nera era andata, per dispetto, alla sede del fascio a dire che il marito parlava male di Mussolini. Suo padre lo avevano gonfiato al punto che per tre giorni non s'era mosso dal letto. Adele poi si era pentita davanti al sangue schizzato sul muro a calce della cucina, ma Rina, che aveva capito di chi era la colpa, non l'aveva mai più perdonata e non era più andata alle adunanze delle piccole italiane.

 

A sedici anni Rina se n'era andata di casa, prima dalla nonna con la scusa che il lavoro del tabacco era più vicino, dopo a Verona con una amica, alla Glaxo a chiudere le fiale dei farmaci, che allora si confezionavano a mano, ad una ad una. Il padre l'aveva fatta cercare dai carabinieri ma appena aveva saputo che lei guadagnava più di lui si era calmato e, in cambio di qualche aiuto, l'aveva lasciata in pace in città, non senza qualche sincero piagnucolamento ogni volta che la vedeva tornare al paese più sveglia e più donna. La matrigna invece era contenta quando la vedeva arrivare, perché lei portava sempre del caffè vero e, a volte, anche del pane bianco nonostante la guerra.

 

Quel giorno Rina faceva vent'anni, era il primo di marzo. Lia la caposquadra le aveva chiesto di restare dentro all'ora del pranzo perché  le voleva parlare.

Lia e Rina erano amiche, tra le poche nella fabbrica a non essere fasciste anche se non se lo erano mai detto. S'erano capite con lo sguardo quando le compagne commentavano le notizie di guerra o le gesta del Duce.

Uscite tutte le operaie alla fine del turno, Lia le si era avvicinata e aveva alzato il volume della radio che le ragazze tenevano accesa  per farsi compagnia durante il lavoro. Stavano trasmettendo "Serenata sincera".

- Ho bisogno del tuo aiuto all'uscita-

- Che devi fare?-

- E' una cosa seria Rina-

- Allora lo chiedi a me?… Guarda che hai sbagliato persona-  aveva risposto lei ridendo.

- No, dico per davvero, e lo chiedo a te perché sei quella giusta. Qui nella fabbrica sono nascosti due paracadutisti inglesi- Rina aveva sgranato gli occhi e si era portata la mano sulla bocca quasi a proteggere il silenzio. - Sono nello ripostiglio del materiale, dietro le scatole, gli ho fatto posto io, ma devono essere fuori stasera. Ho portato dei vestiti da donna, devono confondersi in mezzo alle operaie all'uscita, ma io e te dobbiamo distrarre i tedeschi al cancello.-

- Perché proprio io?-

- Perché posso fidarmi solo di te, e quei crucchi di merda appena vedono una che gli da confidenza subito si immaginano chissacchè e non pensano ad altro, per questo ci vuole una svelta, una con la parlantina sciolta, e che….-

- Va bene.- Rina l'aveva interrotta prima che Nella, una delle operaie che stava rientrando, riuscisse a sentire il loro discorso, poi aveva tirato fuori la gavetta con la minestra fredda della sera prima come se niente fosse,  ma lo stomaco le si era fatto piccolo piccolo e la fame era sparita.

- Avranno fame- aveva aggiunto più piano - Portagli questa prima che rientrano le altre, io vado al bagno.-

- Abbiamo i segreti…- aveva scherzato Nella passando loro accanto.

Lia non sera mossa, era troppo pericoloso andare nel ripostiglio con le ragazze che stavano rientrando.

 

La fine del turno era venuta più presto del solito, il tempo era volato e a Rina tremavano le gambe, Lia l'aveva presa sottobraccio ed erano schizzate fuori tra le prime. Al cancello c'era un tedesco giovane e uno più anziano, grasso e con la pelle sudata. Lia lo aveva salutato chiamandolo Fritz poi s'era fermata a chiacchierare. Il tedesco giovane s'era prima guardato intorno con l'aria seccata ma poi aveva ceduto ai sorrisi di Rina e aveva cominciato a pavoneggiarsi del suo mitra nuovo di zecca. Rina continuava a toccare la canna del mitra, a sorridere e fargli i complimenti, lui annuiva con un sorriso ebete senza saper rispondere, convinto di essere assolutamente irresistibile.

 

Poi era suonato l'allarme aereo, le operaie erano uscite tutte di corsa disperdendosi verso i rifugi, i tedeschi s'erano messi ad urlare com'era loro solito. Rina e Lia erano saltate sulle biciclette ma non erano corse via, Lia con la coda dell'occhio seguiva i due inglesi che a bordo delle biciclette avevano appena voltato l'angolo, Rina s'era incantata a guardare il cielo rosso sopra la strada, pieno di richiami di rondini appena arrivate.

- Le rondini Lia, sono arrivate!-

- Ti giuro Rina, se va bene oggi, se restiamo vive dopo la guerra, ogni primo marzo ti farò cantare alla radio "serenata sincera"-

- Per quanto?- aveva riso Rina

- Per sempre!-

E mentre si sentivano già le mitragliate non troppo lontane loro se n'erano andate via pedalando piano e cantando "Rondini, malinconia di sole…" col tedesco sudato che urlava loro dietro "Verrückt!"

 

Io non so se Lia sia riuscita davvero a far trasmettere alla radio questa canzone, o se veniva programmata per caso, pero' quand'ero ragazzina ogni primo marzo trasmettevano "Serenata sincera" e mia madre continuava a dire che era la Lia che non se n'era mai dimenticata;  la storia m'è tornata in mente oggi, forse perché qui da noi sono arrivate le rondini.

 

San Marino 4 Aprile 2002

 

 
 
 

in culo al destino

Post n°18 pubblicato il 12 Marzo 2009 da Ahira28
 

una strada all'alba dopo una leggera nevicata

Quando esco dall'ospedale la mattina, mentre albeggia, di colpo mi sento addosso la fatica della notte.

Stamattina più che mai. Mi pesa il cielo.

Libero la macchina dalla nevicata, apro a fatica lo sportello, butto la borsa sul sedile, sento un peso addosso, quasi insopportabile.

Non ho voglia di mettere in moto, mi accendo una sigaretta, apro poco poco il vetro, butto la testa indietro e fuori il fumo tutto insieme, come sputassi fuori l’anima e i pensieri.

Penso.

Penso che ho fatto bene, che era la cosa migliore da fare, poi penso che è la cazzata più grande della mia vita, che mi costerà cara, che costerà cara ad un sacco di gente. Forse. Senza forse, di sicuro. O forse no.

Penso che sono una stronza.

Penso che ora non ci posso più fare niente. Niente e vada come vada.

Io sto al reparto maternità, tre giorni fa si ricovera una per partorire, carina, impaurita, grande, trentacinque anni, un parto a rischio, una gravidanza difficile. Un sacco di gente intorno, un marito tipo -il mio tesoro come sta oggi?- da farti venire il diabete solo a sentirlo. Amiche che arrivano con il cornetto caldo la mattina, a turno, per farle fare colazione che lei non mangia niente, televisore, telefonino con internet, fiori, nonne, zie, gente da cacciare via alla fine dell’ora di visita, insomma una rottura di balle che metà bastava.

Stanotte succede il casino, parti a raffica, camere operatorie, sotto sopra, l’ascensore bloccato, l’altra che fa il turno con me che non riesce ad arrivare per la neve, io da sola, due infermiere e un medico di meno. Poi in mezzo al casino che più casino non si può arriva dal pronto soccorso un’altra, una ragazzona sana, tosta, bionda, bella. Una ragazzona dell’est, moldava, con un cognome complicato, che abbiamo subito ribattezzato laslavadeltre. Tre è il numero del letto. Lo so, non si dovrebbe fare.

Le faccio firmare i documenti e Dusea, laslavadeltre, mi ha chiede come fare per lasciare il bambino.

- Come lasciare? Vuoi dire non riconoscere? Insomma abbandonarlo?-

- No abbandonarlo, darlo a istituto infantile. - Non mi guarda neanche in faccia, ha gli occhi lucidi ma l’aria decisa. Poi le sono prese le doglie a raffica e non c’è stato più verso di parlarle.

Neanche a dirlo si trovano nella stessa sala travaglio lei e l’altra, quella del parto a rischio. Da una a cacciare via le persone, l’altra sola come un cane, mi divido come posso e aiuto i colleghi, io che dovrei occuparmi solo dei bambini.

Insomma, senza giraci tanto intorno, partoriscono insieme e mi ritrovo in braccio due bambini, uno che non respira, cianotico, freddo, e l’altro bello e vitale che scalcia e urla. Sono sola con due bambini, so per esperienza che uno non passerà la notte, ma cazzo, quello bello e grosso finirà chissà dove in un fottuto istituto. Tra un attimo arriva il pediatra a portarsi via quello malandato. Ho due braccialetti in mano e decido, senza pensarci decido, le mani fanno da sole, prendo il braccialetto di Dusea e lo infilo al bambino malandato che non respira, prendo il braccialetto di Ludovica, e lo infilo al bambino di Dusea.

Poi mi pento, un frammento di secondo, e se il malandato si riprende? E se qualcuno che ha seguito i parti se li ricorda?

Giuro se si riprende domattina denuncio l’errore, con la carenza di gente che c’è non mi licenziano, mi beccherò il cazziatone e pure una denuncia, pace, ne vale la pena.

Mi accosto a quell’esserino cianotico, non respira, e in quel momento entra Alberto il pediatra. -Dottore questo è già morto, poi aggiungo - è il figlio della slavadetre, quello che deve essere abbandonato -.

Alberto rallenta, l’ho detto apposta, mi sento una grande stronza.

E poi il resto va come deve andare, ci metto un sacco di tempo a preparare il bambino da portare a Ludovica, poi telefono in pediatria e mi dicono che il malandatino è stato dichiarato morto.

Prendo su Filippo e lo porto alla madre, passo da Dusea e trovo Alberto che le sta dicendo che il bambino è morto. - E’ meglio…è meglio- ripete mentre le lacrime le scendono sul viso.

Il mio turno sarebbe finito già da un’ora ma il cambio non arriva e io non ho più tempo da dedicarmi ai pensieri.

Non so perché ma stamattina mi sono lavata le mani molte più volte del solito, non ho mangiato niente e non ho preso neanche un caffè.

Poi finalmente sono uscita, finalmente una sigaretta finalmente posso smettere di pensarci.

 

 
 
 

Cuba

Post n°17 pubblicato il 08 Marzo 2009 da Ahira28
 
Foto di Ahira28

 

Aprendimos a quererte

Desde la historica altura

Donde el sol de tu bravura

Que fu hoferto a la muerte

 

Fa caldo. Viscido come una leccata. Odora di micelio, muschio, tabacco e rum. Cammino. Il sole a picco, l'ombra a sud. E' il tropico.

Mi fa pena l'ombra che pesto. Vorrei poterla schivare. Mi guardo i piedi. E due che giocano a scacchi sul marciapiede di Calle Obispo

 

Aqui se que dan la clara

La extraniable transparencia

de tu querida presentia

comandante Che Guevara.

 

Su un  balcone azzurro una ragazzina  pencola i piedi nel vuoto e legge un libro. Ha una maglietta a righe arancioni. Due finestre più su un vecchio si tiene la guancia. Mi guarda senza vedermi e sorride all'aria. Un lama di luce gli taglia la faccia di traverso.

Ha denti bianchi il vecchio. Mi sembra di non aver bocca per ridere. Ho un buco in un fianco e scappa via segatura.

 

Tu mano gloriosa y fuerte

Sobre la historia dispara

Quando todo Santa Clara

Se despierta para verte.

 

Bordeguida del medio. Un nero a dorso nudo, dietro un bancone turchese, prepara la menta nei bicchieri e versa rum ambrato. Cerco sul muro la firma di Hemingway. La trovo e mi ci siedo vicino. Le ragazze cubane ridono forte e abbassano le palpebre.  Sembrano note sopra le righe di una melodia infinita.

 

Aqui se que dan la clara

La extraniable transparencia

de tu querida presentia

comandante Che Guevara.

 

La musica m'ossessiona. Senza tregua, ritmo, melodia, danza. Il rum fa effetto a digiuno. Il nero che riempie i bicchieri è magro. Ha negli occhi una luce febbrile. Si muove a tempo al tintinnio dei bicchieri e scuote le bottiglie come fossero maracas.

 

Vieres quemando la drisa

Un sol de primavera

Para aclampar la bandera

Con la luz de tu sonrisa

 

Chiudo gli occhi e sono nel mercato. Il rumore è come miele denso.

Non posso cogliere stralci di discorso, solo suoni senza parole di riferimento. Tutto diventa musica e m'accorgo che sto andando a tempo.

 

Seguiremos adelante

Homo junto a qui seguimos

I confides te dicimos

Hasta siempre Comandante

 

Cammino sul muretto del Maleçon. Un piede avanti all'altro. A picco sugli scogli. A braccia aperte, gabbiano con l'anima di segatura. L'acqua si frange. Sono ubriaca. Un ragazzino mi guarda divertito, urla qualcosa. Non sento. Mare. Marmitte. Musica. Sono dentro il rumore. Disciolta. Dissolta. Annullata. Ma ho un ritmo dentro. Lo seguo ora. Non posso cadere. Presa da impossibili equilibri sonori. Proprio come Cuba. Non cadrò… e domani ci sarà di nuovo il sole a Santa Clara.

 

Aqui se que dan la clara

La extraniable transparencia

de tu querida presentia

Comandante Che Guevara.

 
 
 

Scarafaggi a Roma

Post n°16 pubblicato il 22 Febbraio 2009 da Ahira28
 
Foto di Ahira28

Roma 1945, guerra finita da qualche settimana. I palazzoni del quartiere San Giovanni pullulavano di famiglie di sfollati, chiunque avesse spazio subaffittava le stanze ai poveracci di san Lorenzo che avevano perso la casa o a quelli che erano arrivati in città dalle campagne devastate con la speranza di trovare un lavoro. Si viveva in sei sette per stanza e la notte il pavimento si copriva di brande. Tendine a fiorellini tirate su una corda a metà corridoio difendevano la privacy degli sposini o dei vecchi ammalati. Gli uomini che tornavano dalla prigionia o dagli ultimi fronti ricomponevano le famiglie e popolavano le notti di incubi.

Mangiare se ne trovava poco, c'era ancora il razionamento, e il mercato nero faceva da padrone.  Per chi aveva fegato e incoscienza c'era la possibilità d'andare ad Anzio, dov'erano sbarcati gli americani lasciando sul terreno ogni ben di Dio per la fretta dell'avanzata.

La caccia al "residuato bellico", oltre ad essere un modo per approvvigionarsi del necessario, era diventato una specie di rito d'iniziazione dei giovani romani, educati da trent'anni di fascismo allo sprezzo del pericolo come metro di valore dell'individuo.

Giggi e Alvaro avevano giusto trent'anni. Giggi era tornato in convalescenza dal fronte russo prima dell'otto settembre e non era più ripartito. Alvaro non lo avevano preso, era stato riformato perché aveva la tubercolosi; Vando, il più piccolo del gruppo, aveva solo diciassette anni e s'era salvato per un pelo dal fronte.

 

- A Ggi ciannamo pure noi? -

- Te tte caghi sotto si ciannamo… too dico io. Nun è mica na cosa facile, ce so le mine e si te sbaji …buuum!-

- Io nun me cago sotto portemece e vedi, er camio l'arimedia Arvaro, jo presta su cuggino…  e daje… portemece.

- Quand'è er momento vedemo… nun te prometto gnente però…eh!-

 

Il furgone l'aveva rimediato per davvero Alvaro,  in prestito dal cugino che lavorava con i trasporti e avevano deciso di andare quella notte stessa. Il problema era superare le ronde dei soldati che presidiavano i luoghi dello sbarco, dovevano partire prima del tramonto, essere ad Anzio prima che fosse notte, evitare i pattugliamenti, prendere il meglio al buio schivando le mine e ripartire alle prime luci dell'alba in modo da non destare sospetti rientrando in città.

Lo sciacallaggio era ancora punito e tanti che erano andati erano saltati sulle mine. Giggi era l'esperto, veniva dal fronte e tutti lo consideravano capace di distinguerle "dall'odore", come diceva lui.

 

Il furgone era di quelli sgangherati, verde e nero con le sponde di legno sverniciate. Il rischio di rimanere per strada, magari col carico, era quasi più grande che di saltare su una mina. Il viaggio era stato duro ma ce l'avevano fatta, avevano messo l'acqua nel radiatore un paio di volte, s'erano impantanati, avevano dovuto spegnere il motore per non insospettire i soldati lontani, ma alla fine erano tornati sani e salvi.

Il colpo era stato fruttuoso, avevano trovato parecchi pacchi di cibo, scatole di carne, minestre, medicinali e un pacco strano con una scritta che nessuno aveva saputo decifrare. Era intatto, per cui lo avevano caricato con un po' di paura; armi non ne volevano prendere, se ti trovavano con quelle erano guai seri.

 

Una  volta a casa il pacco era stato sballato con attenzione, ma il dubbio era rimasto. Conteneva scatole di latta con dentro una polvere bianca puzzolente.

- Nun la toccà magari schioppa…-

- Si daje…mo è na bomba!… co tutte e buche ch'amo preso, si ereno bombe sai ndo stavamo?-

- Che ne so magara è veleno!  Chiamamo la fija daa mercantina, quella l'americano lo sa.-

La figlia della merciaia si chiamava Sandra ed era una ragazzetta sveglia, aveva sedici anni e l'inglese lo aveva studiato un po' a scuola e molto ascoltando col padre radio Londra.

Aveva scrutato le scatole e aveva detto:

- C'è scritto che è DDT che d'è nun lo so, serve pe le cimici, li pidocchi, è na specie de veleno.

- Too dicevo che nun o dovevi toccà! -

- No no…toccà lo poi toccà… dice che se po' mette sotto all'ascelle e n'mezzo alli capelli pe ammazza i pidocchi, nun po' fa male.

- Vabbè lassalo lì ch'e mejio, grazie Sandrì -

 

Sandra se n'era tornata a casa con una scatola di carne e il terzetto era uscito a festeggiare pronto a spendersi tutti soldi guadagnati col viaggio.

Erano tornati ubriachi verso mezzanotte, lungo le scale buie s'erano messi  a fare le pecore.

- Beeeeeeeeeeeeeeeeeeee - Faceva Vando con la vocetta da ragazzino.

- Beeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee - Rispondeva Alvaro con la voce da montone.

- Aho ma che d'è sta puzza? … a senti? -

- Boh che ne so… nnamo va che ciò sonno! -

 La Signora Rosa, la mamma di Giggi prima d'andare a letto aveva deciso di sperimentare la polvere bianca contro le cimici. N'aveva messa un bel giro intorno al letto, poi, visto che ce n'era tanta, l'aveva messa per tutti gli angoletti di casa e presa dall'entusiasmo l'aveva sparsa sulla soglia, sul pianerottolo, lungo la scala fino al portone. Ne aveva adoperati tre o quattro barattoli, poi era andata a dormire.

 

Giggi si svegliò al rumore del trambusto che c'era per le scale. Si sentiva gente che parlava forte, che strillava,  e nel cortile interno le donne chiacchieravano dai balconi.

- Ce sta no strato…nun poi capì, viè ggiù! -

- Ma che te credi che da me nun ce stanno?  Viè, viè a casa mia…che te faccio véde-

 

L'effetto del DDT era stato devastante. Per tutto l'appartamento, per le scale, e per le altre abitazioni, ovunque, c'era uno strato di scarafaggi morti. Quanti fossero non era quantificabile. Le bestie, che non erano mai state trattate con nessun tipo di disinfestante, erano morte stecchite.

Giggi provò a mettere i piedi giù dal letto, ma era difficile riuscire a camminare. S'infilò le pantofole e strusciando i passi per evitare di schiacciarli, si vestì, infilò gli anfibi della divisa e corse fuori.

Qualcuno era andato a prendere delle cassette di legno dal fruttivendolo, le donne stavano spazzando la scala e le riempivano a palettate.

Furono necessarie ventiquattro cassette per liberare l'intero palazzo dalla strage degli scarafaggi.

- A Sora Rò ma che ciavete le pecore? Ieri sera l'ho sentite salì -

- E che nun lo sapete? Ciò la pecora per via del llatte!-

- A Ggì hai visto st'americani che forza… Tataa n'po' de porvere e zacchete tutti stecchiti. Seconno me hanno fatto così pure co li fascisti… so forti st'americani.

 

La favola della strage degli scarafaggi agitò il quartiere per giorni, qualcuno disse che avevano trovato il Colosseo pieno di scarafaggi morti, e che gli americani avevano una polvere che faceva morire i nemici.

Qualche giorno dopo dalla signora Rosa si presentò un ometto magro dagli occhi lucidi.

- Sora Rò ciò un regazzino de tre mesi, mi moje nun cià ppiù latte, m'hanno detto che voi ciavete na pecora….

 
 
 

Marilena

Post n°15 pubblicato il 12 Febbraio 2009 da Ahira28
 
Foto di Ahira28

Marilena pesava centootto chili. Centootto chili di morbidezza diceva lei e a chi le faceva notare che era uno slogan da carta igienica  mostrava il suo sorriso disarmante di denti piccoli e distanziati. S'era fatta bionda da un mese, bionda e riccioluta e s'era comprata anche una camicetta a fiori rossi e foglie verdi che si vedevano a distanza. Sembri un semaforo le aveva detto la figlia e lei aveva alzato le spalle e aveva riso, come al solito, con quella risata da bambina. Suo marito faceva il camionista, spesso partiva il lunedì e tornava il sabato; Croazia, Ungheria, Polonia, a casa ci stava poco, ma era contento di tornarci. Ieri sera era a casa. Marilena era andata a letto presto. Mi sa che ho preso l'influenza, aveva detto, ho lo stomaco sottosopra e la testa che mi gira. Lui aveva visto un po' di televisione e verso le undici era andato a letto pure lui. L'aveva svegliata infilandosi sotto le coperte, Marilena s'era girata dall'altra parte e non era più  riuscita a dormire.


Verso le due il marito s'era svegliato di colpo, un rumore di vetri rotti. I ladri aveva sussurrato cercando il corpo della moglie da svegliare. Era la seconda volta  che succedeva. L'altra volta li aveva messi in fuga tirando loro dietro tutti i soprammobili che gli erano capitati, tutti, persino la gondola di Venezia fatta di conchiglie che le aveva regalato sua la suocera che poi lei lo aveva rimproverato per due mesi.  Da allora però sotto al comò teneva il fucile da caccia carico, stavolta li avrebbe fatti secchi e senza rimorsi.


Ma Marilena? Marilena accanto a lui non c'era. Da sotto la porta del bagno veniva una lama di luce, l'altra volta erano entrati dal soggiorno. Aveva chiamato la moglie piano, per non svegliare la figlia. Poi si era alzato indeciso se prendere il fucile o andare a vedere. S'era deciso per vedere, non gli andava di fare la figura del cretino col fucile in mano per il corridoio di notte.


Aveva chiamato di nuovo prima di aprire la porta del bagno, poi aveva aperto.


Marilena stava seduta sul gabinetto, con la testa inclinata di lato infilata dentro un mobiletto di vetro azzurro. La gola tranciata dal vetro che ancora schizzava sangue.


Come nel più agghiacciante dei film dell'orrore il marito aveva provato a sfilarla da quella posizione assurda, urlando. La figlia era arrivata sulla porta ed era rimasta a guardare senza né lacrime né parole.


Il centodiciotto se l'era portata via. Assurdo. Tutto assurdo. Marilena era svenuta e il caso le aveva fatto urtare la testa in quel mobiletto di vetro azzurro. Il suo peso aveva fatto il resto. Una ghigliottina che le aveva reciso secca la giugulare.


Marilena aveva quarantaquattro anni. Certe cose non succedono soltanto nei film.

 
 
 
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