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sara_1971
   
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Un blog creato da sara_1971 il 13/07/2007

S_CAROGNE

Avvertenze: questo è un blog, bipolare come i più comuni disturbi dell'umore

 
 

Sara

 

AREA PERSONALE

 
 

Vecchio Paz

Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera Via Crucis con una semplice stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna su un milione di frasi, e miliardi di parole d'amore...

 

Cuor di Carogna

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Diario di una gravida

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Gabriella.

Post n°764 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da delilah79

Gabriella aveva sempre un tarlo nella sua testa: il tempo.
Sempre in folle corsa nella sua vita in ritardo. Sempre in attesa di qualcosa che non sapeva, che non arrivava mai.
Curava la sua orchidea, i suoi semi di marijuana. Mangiava liquerizia e cercava di mettere ordine tra le mille cose da portare a termine. Cercava di fare.
La mattina prendeva la sua pasticca di Cipralex e iniziava la giornata tra caffè e sigarette.
A volte andava in ufficio, altre riusciva a stare a casa.
Nessuna chiamata era quella importante, nessuna visita che potesse rispondere alla sua sete di mutevolezza.
Gabriella amava cucinare.
Alle 7.00, mentre fumava il suo risveglio sul piccolo balcone della sua casa, annusava il cambiare delle stagioni.
Immaginava tutto diverso. La sua vita, la sua felicità, la libertà.
Non c’è niente di meglio che sapere stare bene da soli, pensava. Non c’è nulla di peggio che soffrire di solitudine, rispondeva l’altra parte di sé.
Gabriella portava i suoi fianchi morbidi a fare la spesa, la birra, la più economica, non mancava mai, così come il mangiare per i gatti che non aveva. Restava a chiacchierare con l’indiano della cassa e poi, di ritorno, raccoglieva qualche plastica da terra, per riporla nell’apposito cassonetto.
Spesso cercava conforto nella presenza dei suoi amici. Non sapeva bene a cosa voleva mettere quiete. Non capiva cosa le lasciasse sempre un profondo senso di sete. Sapeva, però, che in quei momenti di chiacchiere e risate, avrebbe potuto fermare il respiro e assecondare la sua voglia di allegria. Tutto il resto poteva venire dopo. E sarebbe venuto dopo, con le bottiglie vuote, con le briciole su una tavola da risistemare.
Non rimpiangeva nulla del passato, non chiedeva al futuro alcunché, se non la cosa più difficile, sentirsi appagata.
Capitava che la si incrociasse nel condominio. I suoi capelli corti, arruffati, il suo stile particolare, la sua affabilità. Non riusciva a vedersi con gli occhi degli altri.
Il sabato era dedicato alle ripetizioni per i ragazzini. La domenica alle pulizie. Tutto il resto della settimana era una fuga affannata dai pensieri e dalle sue debolezze.
Quando era più piccola, bastava un pianto per risollevare tutto, una canzone ad alto volume, o dedicarsi a qualcosa che non fosse dovere. Ora tutto sembrava più complicato, ma non capiva proprio quando e come il meccanismo si fosse rotto. Forse era colpa della tiroide e rideva tra le mura del suo ingresso, mentre, stanca, rifletteva nel grande specchio la sua immagine cambiata.
Gabriella voleva di più, ma non sapeva da dove ricominciare, men che meno dove cercare.
Giorni fa ha bussato alla mia porta. Chiedeva informazioni vaghe sui proprietari dell’appartamento. Ha voluto vedere la cucina, ha notato lo stato degli infissi. Le ho offerto un caffè al ginseng. “Buono. Lo comprerò”. Poi è andata via, la sua porta si è richiusa e nella mia mente si è palesata l’ipotesi di aver aperto ad un fantasma.
Domenica mattina ho sentito il suo vecchio maggiolino rombante uscire dal garage. Da allora nessuno l’ha più incontrata per le scale e dalla sua casa non trapela alcun segno di lei. Forse, ha trovato un filo sottile da seguire come si segue un’ombra nella nebbia. Come si cerca il ricordo di un disegno mai abbozzato. Forse ha riempito di un po’ di vestiti la sua vecchia e sgangherata borsa comprata a Londra in un giorno di felicità.
Non so nulla di lei, se non che ha occhi grandi, un profumo di vaniglia e un profondo, malinconico sorriso.

 
 
 

Solo per donne

Post n°763 pubblicato il 11 Gennaio 2012 da sara_1971

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante

Non saprei dire come sia iniziata la rottura con me stessa. Non sono la sola ad ignorarlo: chiedete a due coniugi quale sia stato il primo tassello del loro matrimonio a creparsi. O ad un ladro quale sia stato il suo primo gabello. O ad un amante il suo primo altarino. E’forse la lontananza da se stesse l’ottavo peccato?

 

Mea culpa, mea maxima culpa

La verità è nella carne, oltre che nei sacramenti: l’Italia, terra di obesità, opportunità e ualleralà. Si smetta di assolvere tutti, oltre che di condannare il primo che capita. Che poi guarda caso siamo sempre noi stesse. E’ parzialmente sordo chi vive in mezzo al rumore almeno finché lo stesso non deflagra in tutta la sua potenza: sappiate ascoltarvi.

 

Restart

C’è un aspetto misterioso nei principi e nelle fini, nei cominciamenti e nelle dismissioni: non si sa mai quando avverranno e,a dispetto delle apparenze, non sono in alcun modo soggetti alla volontà. La lacrima che ancora non è ruscello non è più pianto sebbene il cammino per l’inferno, andata e ritorno più volte, vada sempre percorso sui ceci. Anche la zucca è un ottimo mezzo di locomozione, per noi contessine decadute. Ironizzate su voi stesse: è un ottimo modo per dedicarvi attenzioni.

 

L’indulto universale

Guardatevi allo specchio: siete diventate una irsuta anima che vaga in ciabatte per il purgatorio. Adesso rimboccatevi le maniche più e più volte e amatevi con dedizione. E’ questo il mio augurio sentito per il 2012: l’alternativa forse non è ancora scritta ma il supplemento di pena sì. A questo punto fatevelo amico.

 

 

 

A tutte le donne in difficoltà auguro di godersi la via crucis. Di arredarsi il tunnel senza sperare nella luce. E soprattutto di ritrovare nella profondità dell’abisso l’amica che è in sé.

Con affetto, S.

 

 
 
 

Supercalifragilistichespiralidoso

Post n°762 pubblicato il 11 Dicembre 2011 da sara_1971

Tutto era iniziato una notte di fine agosto quando la corda si era spezzata e lui e lei avevano fatto il salto giù per la rupe e non era stato possibile tornare indietro. Non avevano potuto fare altro che andare incontro al loro destino insieme, abbracciati, lontani da tutto e da tutti.

 

Mi ero ripromessa di non perdermi le evoluzioni politiche-economiche quest’anno. Una promessa piuttosto stupida e sicuramente meno impegnativa di molte altre (mi ero anche ripromessa di non tagliarmi più la frangetta da sola, se è per questo) ma non mi è riuscito di portarla a termine.

 

Capisco poco di spread ma da qualche parte ho sentito dire che ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo, a differenza della stolta e ottimistica bagarre pubblicitaria, da sempre ottimo metodo per tenere buone stampa,tifoserie ed elettori, oltre che lavoranti.

C’è un momento in cui tutte le cose si condensano.

Tutte.

Le cialtronate da schiaffi degli anni 80, i legittimi desideri capitalistici, il matrimonio di convenienza e quello riparatore, la torta spartita e la fetta più grossa, i separati in casa e gli amanti illegittimi, i congiuntivi di Calderoli e le camice verdi di Bossi, la stanchezza di chi non si è risparmiato, la solitudine di chi non si è concesso, l’amore per l’evasione fiscale, la logica del compiacimento, l’Iphone ed il duplex, i pixel e la canapa.

Tutto, tutto insieme in un unico calderone degno di Amalia.

E tutti, ma proprio tutti, alla ricerca della Numero Uno sulle pendici del Vesuvio.

I dinosauri, il fuoco, le banche e gli zingari, il kilt di Borghezio e le corna di Berlusconi, il Papa e lo Ior, il Bartezzaghi ed il Miserere, le escort e la Merini, in fila per tre col resto di due Montalcini.

 

 

Dicono non si chiuda più uno strappo.

Si rammendi.

Ma non sia la stessa cosa.

Per fortuna.

 

 

P.S. Io a questa crisi voglio quasi bene. Davvero. Perché magari chi non muore si ravvede.

 
 
 

Il gabbiano partenopeo.

Post n°761 pubblicato il 10 Novembre 2011 da delilah79

“...vedi come sei bella quando scrivi?”.
Lei non sapeva bene cosa contenesse quella frase, eppure era perfetta per quell’istante. Sì, perché a volte la complessità lascia brevi istanti di tregua ed è in quegli attimi che si assapora la felicità pura.
Forse lei voleva vedere. Forse si perdeva nei labirinti del come, oppure desiderava imparare a vedersi bella attraverso occhi e parole sconosciuti. Forse il quando era arrivato, oppure non lo rincorreva più, non in quel momento, almeno. Oppure era solo lo scrivere che le mancava. Quel suo picchiettare tasti alla ricerca di un senso inesistente.
Non si conobbero mai, ma si incontrarono tra un sorriso di scogli lontani, un rincorrersi di onde in una notte d’agosto salata di libertà e malinconia.
Perché la perfezione non esiste, lei lo sapeva bene, eppure, capita si accarezzino coriandoli di semplicità che le si avvicinano.
Fatto sta che lei, un giorno, mise da parte i suoi pensieri quotidiani per regalare ai suoi piedi l’emozione di camminare sulla farina dei ricordi e del sé.
Era bello il prima, quando da piccoli si andava in vacanza con la bambola di fiducia stretta in una mano e con un bagaglio fantoccio nell’altra, che dava l’idea di essere grandi. Era bello l’odore delle foglie di tabacco che doravano i campi assolati della sua terra. Si perdeva nelle avventure di ogni giorno perché – e questo lo avrebbe compreso solo molto più tardi – lei faceva parte della schiera dei viaggiatori erranti che scoprono passo a passo la gioia di perdersi in sentieri nuovi.
La bambola sarebbe stata sostituita presto da una gatta dal pelo rosso e la loro amicizia sarebbe durata a lungo, raccontando di lunghe passeggiate e dialoghi fantasiosi, che avrebbe potuto ascoltare solo un folle dal sorriso azzurro e dagli occhi di stelle. Un altro come lei.
Poi arriva il dopo e non sempre soddisfa le aspettative. Ma lascia spazio per l’intervallo tra un respiro ed un altro. E in quello spazio, se l’orecchio è teso, si può riconoscere la serenità. Ed in fondo, lei cercava proprio questo.
Oggi lei resta a casa e lascia fuori il mondo. Si culla nel suo guscio e abbandona ogni senso di colpa.
Oggi, nella sua tazza fumante di tè al gelsomino, riflette il suo sorriso, pensando che la magia della conoscenza risiede nel non conoscersi e nell’intrecciare trame di racconti senza trama come si intrecciano le dita in un saluto d’incontro o di addio.

 
 
 

Di notte

Post n°760 pubblicato il 23 Ottobre 2011 da sara_1971

La cosa più difficile è, come al solito, riprendere a dormire. Le tre, le quattro, le cinque, la luce dalla finestra. Nulla che funzioni, un intruglio, un pastone, una pozione. Nulla. Non ci sono soluzioni. A parte perdere la memoria ma non mi riesce. Non chiudo occhio. A volte crollo. Mezz’ora. Quarantacinque minuti. Mi rialzo. Ripenso. Che poi. La cosa che mi fotte sono i ricordi. Ho finito il credito della carta. E le fatture? E il mutuo? Sono tutti lì, insieme ai ricordi. Le chiavi smarrite, il lavoro non consegnato, la pelle spaccata. Tutti lì, insieme ai ricordi.

Non dormo, non dormo, non dormo. Ripeto sempre le stesse cose, arrivo al punto di rottura, mi rompo, muoio. E invece no perché sono sempre sveglia.

E’ che le cose senza ragione sono cose che capitano, ma proprio non me le so spiegare.

 
 
 
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