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Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla èl

 

 

Colori nel mondo là fuori

Post n°927 pubblicato il 21 Luglio 2014 da LaDonnaCamel
 
Foto di LaDonnaCamel

Intanto che aspetto di ritrovare il coraggio per tuffarmi nel malloppone mappazzone mattonazzo pupazzo che mi spupazzo dei nostri EDS sui colori vi spingo questo pezzo di Annamaria Testa preso dal suo blog Nuovo e utile che parla proprio dei colori e anche altre circonvoluzioni associate in qualche modo

ROSSO: se volete distinguere fra tutti i colori del rosso, destreggiandovi tra amaranto, vermiglione, scarlatto, minio e carminio, guardate questa pagina di Didatticarte. Arrivate fino in fondo e cimentatevi con i quadri proposti. Poi, concedetevi quattro minuti per godervi un video rosso e ipnotico.

BLU: la cittadina berbera di Chefchaouen, tra le montagne del Marocco, è tutta blu: guardate le foto. È blu anche la città indiana di Jodhpur, in Rajastan.
Curiosa la storia della “laguna blu” di Buxton, vicino a Liverpool: una pozza in una vecchia cava, acque di un attraente turchese tropicale, in realtà inquinate e tossiche. Poiché i bagnanti continuano a ignorare i divieti e a tuffarsi nel blu, il sindaco prende una decisione drastica e ordina che l’acqua venga – letteralmente – tinta di nero. Come? Versandoci un mare d’inchiostro, no?
Se dite “blu” e pensate a una musica potrebbe venirvi in mente quello che forse è il miglior album di jazz di sempre, Kind of blue di Miles Davis. Se vi va, potete ascoltare qui l’edizione integrale.

IL GIALLO E IL SUO COMPLEMENTARE: quando le condizioni climatiche sono favorevoli, il deserto dello Utah esplode di giallo e viola. Se dite “giallo”, invece, potrebbe venirvi in mente Yellow Submarine dei Beatles: rivedere il video a distanza di tutti questi anni non è niente male.

Vabbè, sono solo i colori primari e in fatto di originalità non siamo siato stati da meno con i nostri racconti, anzi. Ma il test del pantone lo conoscevi? E i simbolismi diversi per regione e religione? Metti questo blog nei feed, te lo consiglio.

 

 
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La data di scadenza è indicata sulla confezione - il lato B o l'alternativa

Post n°926 pubblicato il 12 Luglio 2014 da LaDonnaCamel
 
Foto di LaDonnaCamel

Riassunto delle puntate precedenti: questo raccontino ha una testa e due code. Nei giorni scorsi ho pubblicato la testa e tre parti della prima coda. Oggi publico la seconda coda in un pezzo solo. E' finito? Non è finito? Quale ramo vale la pena di portare avanti? Quale delle due storie che si sono venute a formare ti piace di più e perché? E come lo vorresti continuare?

 

inizio in comune

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livello A1
livello A2
livello A3

            

    |

livello B

 

Livello B

Dopo un numero definito di anni, una tiepida mattina di ottobre, questa mattina, Simone ha deciso che non si muoverà mai più.
Il cellulare ha suonato la sveglia ogni cinque minuti, la vibrazione l'ha fatto camminare verso l'orlo del comodino, è caduto e la batteria è uscita dal suo alloggiamento. Simone è sveglio, si è tirato il lenzuolo sulla testa e concentra tutta la sua volontà nel mantenere le braccia, le gambe, la pancia e tutto il resto fermi immobili.
Non infilerà i piedi nelle pantofole dal calcagno schiacciato, non calpesterà il tappeto sardo che una volta era bianco e adesso è rosa per un lavaggio sbagliato, non aprirà la porta della sua camera coi segni del poster che è stato strappato via.
Non accenderà la luce del corridoio e nemmeno quella del bagno, non si laverà, non si sbarberà, non si vestirà. Tanto meno farà colazione cappuccino e brioche con la marmellata al bar sotto casa, non prenderà la metropolitana e non andrà all'università all'appuntamento con il prof. Zanetti.
Simone non muove nessuna parte del suo corpo eccetto lo sterno a causa della dilatazione polmonare. Sa che se provasse a smettere di respirare le contrazioni involontarie del torace gli procurerebbero movimenti più decisi e scomposti. Sugli organi interni per ora non può esercitare un controllo diretto, il cuore batte e i fluidi scorrono. Respira.
Si concentra sull’alluce sinistro. L'unghia dell'alluce sinistro, i peli neri sulla superficie della falange, le rughe della pelle sull'articolazione. Con gli occhi chiusi si immagina di guardarla, si immagina di essere tutto alluce e niente altro. Questo vuole essere, non quello che è. Mette tutte le energie in questa identificazione, nel controllo del respiro, dei muscoli e dei nervi. Nel resistere al prurito, al caldo, ai pensieri molesti in agguato. E' faticoso ma se allentasse lo sforzo anche solo per un attimo gli tornerebbe in mente quello che è e che non vuole essere. E Zanetti. La tesi. Suo padre. Cristina.
Conta. Da cento a zero. Un respiro un numero. Il rumore dell'aria che entra nel naso. La trattiene. Le mascelle serrate. La lingua contro il palato. Cerca di tenere fermi anche i globi oculari. Cristina. La sua immagine irrompe nel cervello, si sovrappone. Simone perde il conto dei numeri. Cristina non ha ancora chiamato ma lo farà. Gli occhi grandi di Cristina. La faccia di Cristina con il telefono sull'orecchio, la testa piegata di lato, lo sguardo interrogativo. La voce di Cristina. Lontanissima. Il cellulare è spento. Chiamerà a casa. Chiederà di lui all'università. Suonerà alla porta.
Tachicardia.
Respiro. Ottantasette. Respiro. Ottantasei. La lunetta più chiara, le pellicine. Il cuscinetto tenero del polpastrello. La carne. Lo studio della predittività dei dispositivi integratori tempo-temperatura nella conservazione alimentare.
Tachicardia.
Zanetti ti prego lasciami stare. Ce l'ho la bibliografia. Giuro che ho cominciato a scrivere. Il sommario. Il primo capitolo. Vabbè, paragrafo. Rigo. Non. Zanetti ci vediamo domani al bar di via Ponzio. Zanetti dimenticati di me. Scusi proff. Chiedo scusa.
Io non esisto, Zanetti, io sono un alluce.
Simone lo sa che alle dodici e mezza arriverà sua madre. Alzerà la tapparella e gli chiederà cos'ha, gli si pianterà davanti con le mani sui fianchi. Gli toccherà la fronte con il dorso della mano e poi con le labbra. Gli strapperà il lenzuolo di dosso. Gli parlerà dolcemente e poi si arrabbierà e griderà.
Mamma sto male. Mamma lasciami non esistere. Mamma fammi la tesi. Mamma dillo tu a Cristina che sono uscito. Dille che non torno, che non sai dove sono.
Mamma tieni mio padre lontano da me.
Non ce la fa. Simone non riesce più a controllare i suoi pensieri. Tra poco si muoverà. Può aspettare sua madre oppure alzarsi ora, uscire di casa e camminare. Prendere un tram a caso e non tornare indietro. Prendere la metro verde e scendere a Piola, cercare Zanetti, scusarsi e rammendare la figuraccia che ci sta facendo. Scendere a Centrale e salire sull'Eurostar per Napoli. Chiudersi nello sgabuzzino dietro alle valige. Prendere la novantadue fino al magazzino e aspettare suo padre. Aspettare. Non fare nulla. Stare fermo immobile. Concentrarsi su una parte del suo corpo. L’alluce sinistro.
 
Si sente il rumore della chiave, quattro mandate. Luciana, la mamma di Simone, è tornata. Tra poco entrerà nella stanza. Posa la borsa in sala, lascia le scarpe in bagno e apre la porta. Non accende la luce, non alza la tapparella, non dice niente. Simone è immobile sotto il lenzuolo, il cuore in gola.
Il materasso si piega sotto il suo peso, le molle gemono piano. Luciana si è seduta sul letto vicino a lui e gli cerca la mano attraverso il lenzuolo. Lo tocca per un momento.
“Simone."
Silenzio. La mamma fa un respiro.
“Senti. C’è qualcosa che non va, vero?” Luciana aspetta.
“Mi ha chiamato Cristina.” Un’altra pausa lunghissima.
“Mi ha detto che ti aspettava all’università. Hai staccato il telefono.”
“Mamma.”
Luciana aspetta, paziente.
“Mamma, ho un problema.”
“Eh. E’ per la tesi?”
“Anche.” Simone abbassa il lenzuolo, si scopre la faccia e respira.
“Anche? Vuoi dire che gli esami…”
“No, no, gli esami li ho fatti tutti. Ma la tesi.”
“La tesi?”
“La tesi no.”
“Va bene. Cosa ti manca?”
“Tutto.”
“Come tutto?”
“Mamma.”
Luciana accavalla le gambe, fa tremare il letto.
“Non dirlo a papà.”
“Eh. Mica è scemo. Ce ne siamo accorti da un po’ che c’è qualcosa che non va. Si sono laureati già tutti.” Luciana si ravvia una ciocca di capelli, la mette dietro l’orecchio.
“Hai problemi con il professore?”
“Ma no. Il proff non c’entra. E’ che sono bloccato. Non vado avanti. Non è solo che ci sto mettendo troppo. “
“Oh. Io ci avevo messo più di un anno a fare la mia. E’ normale.”
“No che non lo è. Non è come una volta mamma. La tesi della triennale è più semplice, si dovrebbe fare in pochi mesi. Io ho già perso un anno al liceo e mi sono iscritto fuori corso e se non la consegno entro dicembre dovrò pagare un altro anno e…”
“E?”
“E.”
“Ma hai anche lavorato. Ti sei pagato le tasse. Fa niente.”
“No, non è così semplice.”
“No?”
“No.”
Luciana ha lasciato la porta aperta e ora che si è abituata alla penombra riesce a vederlo. Ha sulle labbra la stessa espressione che faceva da bambino quando stava per piangere.
“Cosa vorresti fare?”
“Non so.”
“Non è che ti stanchi troppo? Quel lavoro al pub, fai tardi tutte le sere.”
“Sono abituato. Quando seguivo i corsi alla mattina e poi dovevo anche studiare era faticoso. Ma adesso.”
”E allora?”
“Non so.”
“Dai, alzati e fatti una doccia che tra poco arriva tuo padre. Parlane con lui.”
“Non mi va.”
“Va bene, allora gli parlo io.”
“Lascia perdere.”
“Simo, non pensare di poter andare avanti così per sempre eh.”
“Ma lo so. E’ che sono. Bloccato. Ogni volta che apro il file della tesi mi viene. Non so. Mi passa la voglia. Mi distraggo. Mi perdo. Poi mi sento una merda. Ma non posso farci niente. Mi viene un morso nello stomaco. Come di paura. Mi viene un sudore su tutto il corpo e un sapore di marcio in bocca. E il cuore mi esce dalle orecchie.”
“Ma perché?”
“Non lo so.”
“Ma se non lo sai tu cosa posso fare io? Posso parlare a papà.”
“Senti mamma. Vorrei chiederti una cosa. Una cosa che non ho mai detto a nessuno.”
“Dimmi.” Luciana si sposta un po’, il letto scricchiola.
“Ti ricordi quando ero in prima liceo, che andavo a lavorare in magazzino?”
“Sì.”
“Ti ricordi che a un certo punto non ci sono più andato?”
“A un certo punto non ci sei più andato. Quando è stato?”
“Andavo agli allenamenti, ti ricordi?”
“Più o meno. Ci sei andato per un sacco di tempo.”
“Una cosa che non sai è che gli allenamenti erano una scusa.”
“Una scusa? Non ci andavi? E dove…”
“Ma sì, ci andavo. Ma la passione per il kali e le arti marziali. Non era vero, era una scusa.”
“In che senso?”
“Mamma, tu lo sai cosa fanno papà e gli altri?”
“Eh?”
“Mamma. Papà lavora in un modo…”
“Ah sì, papà lavora tantissimo. A volte è…”
“No. Aspetta. Lasciami parlare.” Simone si passa una mano sulla faccia. Guarda verso la finestra, le tendine ondeggiano appena per l’aria che passa attraverso la tapparella chiusa. Luciana aspetta.
“Mettevo a posto gli scatoloni. A volte scaricavo i camion. Mi piaceva, mi sentivo grande. Avevo i soldi in tasca.” Si sposta indietro, verso la testata. Raccoglie le ginocchia tra le braccia, ci appoggia sopra il mento.
“Mamma. Papà falsifica le date di scadenza. Vende carne già scaduta per buona. Corrompe quelli che dovrebbero controllare.”
“Ma và, ma cosa ti viene in mente.” Luciana ride, scuote la testa, “conosco tuo padre, è impossibile.”
“Anche io credevo di conoscerlo. Ti giuro che è vero, l’ho fatto io con le mie mani.”
“Ma dai, Simo, non ci credo.”
“Prova a chiederlo a lui.”
“Se fosse vero… dico per ipotesi, se fosse vero sarebbe una cosa molto grave.  Fornisce le scuole, anche la mia. Ma tu come…”
“Me l’ha detto lui.”
“Quando?”
“L’ultima volta.”
“Quando eri al liceo?”
“Sì.”
“E perché lo fa?”
“Diceva che non poteva farne a meno.”
Luciana pensa. Ma io dov’ero quanto succedevano queste cose? Cosa stavo facendo? Le tornano in mente periodi di benessere che aveva accettato senza farsi troppe domande,  antiche incongruenze che non aveva mai avuto voglia di approfondire. Ne aveva già abbastanza dei suoi di problemi, il cambio del direttore didattico e le circolari dal ministero, giudizi estesi, giudizi sintetici, voti in numeri, voti in lettere, pagelle, pagellini, la pianificazione da organizzare con le colleghe, i genitori. E i bambini. I suoi bambini che non diventano grandi mai. Ogni ciclo ritornano piccoli e si ricomincia da capo. Ogni ciclo con più esperienza e con meno energie. E  Caterina e Simone che, loro sì per fortuna, diventavano grandi e avevano bisogno di aria, di comprensione, di libertà, di fiducia. L’autonomia reciproca che si impara dai figli perché non c’è nessuno che te la può insegnare. C’erano state telefonate serali, scatti di nervi, a ripensarci non può negarlo. Lui diceva che era solo stanchezza. Minimizzava. Lei pure era stanca, forse distratta. Ma il dialogo non era mai mancato. Se l’aveva solo creduto, se non aveva saputo ascoltare, se aveva sbagliato su questo allora aveva sbagliato tutto. Aveva un problema e non lo sapeva.
“Me l’ha tenuto nascosto. Tutti questi anni insieme e non mi ha detto niente. E tu.”
“E io. Cosa volevi che facessi?”
“E tutto questo cosa…”
“Ma che ne so.”
“Ma io ne devo parlare con papà. Non posso far finta di niente. Se è vero.”
“Lascia perdere.”
“Ah no. Una spiegazione. Magari c’è una spiegazione. Ma a te ti doveva lasciare fuori. Non aveva il diritto.”
“Io ci ero rimasto di merda. Non ne volevo più sapere. Ma ci pensavo. Ci ho pensato per un sacco di tempo.” Simone fa una smorfia, piega le labbra in giù. Quante notti a rigirarsi nel letto, cercando una via d'uscita. La rabbia che aveva addosso. Prendeva a pugni il cuscino fino a farsi male, fino a perdere le forze e crollare nel sonno, sfinito.
Respira forte. Alza la testa, guarda sua madre negli occhi.
“Poi ho deciso che all’università avrei studiato proprio quelle cose, sarei entrato in azienda e avrei fatto a modo mio. Avrei tentato di convincerlo. L'avrei minacciato se necessario. Mi sarei imposto. Ma se non riesco a finire la maledetta tesi, cazzo. Scusa. Insomma.”
“Davvero?” Luciana sorride, “davvero pensavi di entrare in azienda e…”
“Boh. Mi pareva di non avere scelta. Allora meglio sapere bene le cose, meglio essere preparato. Pensavo che avrei avuto la scienza dalla mia parte, o almeno la tecnica. Lo stato dell’arte. Che avrei potuto essere più forte. Anche di lui.”
Luciana guarda Simone e le sembra di non averlo visto mai. Non riconosce la persona  che ha davanti. Un uomo. E tutto quello che ha intorno è diverso da come lo ricordava. Si è persa, non sa più quando.
Lui abbassa gli occhi sulle dita appoggiate al lenzuolo. Gli trema un po’ la mano.
Suona il citofono. Voltano la testa insieme verso la porta:
“E’ papà.”

 
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La data di scadenza è indicata sulla confezione - A/3

Post n°925 pubblicato il 10 Luglio 2014 da LaDonnaCamel
 
Foto di LaDonnaCamel

E’ un'altra volta notte nel deserto. Simone è sotto la doccia. Oggi è stato ai depositi della Mezzaluna Rossa a controllare la consegna di un carico. Ha guidato quattro ore sullo sterrato e ha lavorato otto ore nei capannoni roventi, più una lunga riunione sulle procedure burocratiche per il prossimo gruppo di bambini che devono andare ospiti in Italia. E nell’inventario della merce arrivata mancavano centocinquanta chili di farina. Una giornata da mal di testa. Ha in mente solo la sua amaca, gli si chiudono gli occhi. Il sopracciglio destro si muove per conto suo. Ma è contento perché durante una sosta è riuscito a comprare dei regali per Amina e Shinta, sua madre. Due stoffe stampate a mano, grandi fiori blu per Amina, motivi arancioni per Shinta.
Amina quasi ogni giorno viene a casa, porta il tè, o dolci di datteri e miele, rassetta, pulisce. Lo fa quando lui è fuori, lo aspetta quando torna. E' inutile protestare, lei sorride, dice sì ma fa come vuole. E poi, perché protestare? Gli fa piacere trovare pulito e anche scambiare qualche parola in italiano, si sente meno solo. Per quanto fisicamente solo non è mai. Si tratta di altro, lo sa e non vuole pensarci.
Si strofina gli occhi sotto il getto dell'acqua e la vede. E' in piedi a meno di un metro. Lo sta fissando seria.
"Amina!” grida voltandole le spalle di colpo “sei matta!”
Prende l'asciugamano e cerca di coprirsi. C’è ancora acqua nella tanica e ha un istante di esitazione. In un fiato lei gli è vicina. E’ dietro di lui. Gli passa un dito sulla schiena bagnata. Lo fa scorrere lungo spina dorsale, dalla nuca giù tra le scapole e poi giù sui lombi. Giù.
Simone si spinge per quel poco di spazio rimasto, è contro il muro.
“Amina! Ti prego.” manda giù un fiotto di saliva, “non fare la sciocca. Vai a casa.” Cerca di fare la voce dura ma gli esce roca, è l’imbarazzo, è la stizza per la sua immediata risposta anatomica al contatto.
Volta la testa e non la vede più. E' uscita dal cerchio di luce della lampada, non è detto che si sia allontanata. Simone è irritato. Non potrà più godersi in pace la sua doccia privata. Dovrà cambiare le sue abitudini.
Rientra in casa, va spedito allo scaffale a cercare qualcosa da mettersi addosso. Lei è accosciata davanti al necessario per il tè.
“Adesso girati, per favore. Che mi devo vestire.” Si infila i boxer e un paio di calzoncini, tenendola d’occhio.
”Ascoltami bene.” Si siede davanti a lei, le gambe incrociate, le agita l’indice vicino alla faccia.
”Non ti permettere mai più di spiarmi mentre faccio la doccia. Hai capito?” Lei sostiene il suo sguardo, seria. Le trema appena il labbro inferiore.
“Simon” dice in un soffio. Abbassa la testa.
"Ti rendi conto che non puoi più fare questi giochetti?”
"No”.
"Dai. Non sei più una bambina.”
Lei alza gli occhi. Scintillano. Le ombre della lampada marcano i suoi lineamenti.
“Simon”, dice ancora.
Lui curva le spalle, scuote la testa.
“Non si fa. Lo sai che non si fa.”
Lei si china ancora più giù, stringe le labbra. Una goccia cade sulla stuoia e un’altra e ancora, un tremito le scuote la schiena, si accuccia su se stessa e singhiozza senza voce.
Simone sospira. Adesso non può nemmeno mandarla via bruscamente, dovrà aspettare che si calmi almeno un po'. Domattina dovrà prendere qualche provvedimento. Forse parlerà coi genitori. Ma non è tanto semplice spiegarsi col loro francese approssimato, è una cosa delicata, anche un po' ambigua. O forse non dirà niente e si sposterà nella foresteria. Non gli piace, ma si dovrà adattare. E' come andare in bicicletta su un filo teso tra due palazzi. Che fesso che è stato. Avrebbe dovuto mantenere un distacco più professionale. Gli urgeva di integrarsi e l'ha fatto, anche troppo. Ora deve riprendere il controllo.
Sospira ancora. Le striscia vicino. Le mette una mano sulla schiena.
“Amina”.
Lei alza il viso, prende la sua mano e se la passa sugli occhi bagnati, se la preme sulla guancia. Se la preme sulle labbra.
“Amina. Ti prego. Non fare così.”
“Sssht” gli scivola addosso, gli si rannicchia sotto l’ascella e con la sua mano si accarezza ancora la faccia.
“No. Basta.” Lui si stacca, ritira la mano e la nasconde dietro la schiena.
“Non si può fare questo.”
“Perché no? Non ti piace?”
“Che c’entra. Non si deve fare e basta. Non fare finta di non capire.”
“A me piace.”
“Eh. Lo sai che al mio paese mi metterebbero in prigione? Non si fa e basta.”
“Non siamo al tuo paese.”
“E’ lo stesso.”
“Perché?”
“Perché sei una bambina” appena finita la frase Simone si morde la lingua, ma ormai è andata.
“Ah ah, non sono più una bambina, l’hai detto tu!”
“Lo vedi? Sei una bambina che piange e ride.”
“Simon. Tu credi che io sono sciocca.”
“Ti prego Amina. Cerca di capire.”
“Non ti piace. E’ questo, vero? Non sono bella.” Ora guarda di nuovo in basso. Fa scorrere un dito sulla stuoia, disegna arabeschi invisibili.
“E’ perché non sono come te?”
“Ma cosa dici? Sei bellissima. Sei una bambina bellissima e io sono un uomo straniero.”
“Ma no. Tu sei Simon e basta.” Si avvicina ma senza toccarlo.
“Non sei un uomo straniero. Sei solo Simon.”
“Se vuoi che non ti prenda per una sciocca, non dire sciocchezze.”
“Lo sciocco sei tu. Non sai niente” dice, perentoria. Incrocia le braccia sul petto, alza il mento.
“Mia cugina Salka è sposata e ha un anno meno di me. Mia mamma ha avuto Yslem che aveva i miei anni, mia sorella…”
“Ma perché proprio io? Eh?”
“ …Whara è promessa, mia…”
“Vuoi che mi mandino via?”
“No.”
“E allora. Lasciami stare.”
“Ma io voglio.”
“Io non voglio.”
“I tuoi occhi dicono che vuoi. La tua bocca dice una bugia.”
Simone sospira. Sembra proprio una donna. Ma sa per certo che non lo è. Qui tutto sembra diverso da quello che è. Qui è tutto diverso. Qui è un casino. Un gran casino. E fa un caldo boia stanotte.
“La sai lunga tu. Quanti anni hai, gran donna?”
“Ne ho tredici e mezzo e so cucinare, so cucire, so pulire e so usare il computer”
“Al mio paese sei una bambina.”
“E tu? quanti anni hai?”
“Ne ho ventisei, che è proprio il doppio di te.”
“Al tuo paese sei un bambino anche tu. Ci sono stata tre volte a Livorno.” mostra il mignolo, l’anulare e il medio, “Io le so le cose. Io conosco la tua gente. Io ascolto.”
Simone sorride “Diavolo di una donna in miniatura. Hai sempre ragione tu, eh?”
Lei si avvicina di più.
“Lo sciocco sei tu” si appoggia, gli si infila tra le braccia.
“Ma non capisci che lo faccio per te, perché ti voglio bene?” dice lui. Le accarezza la testa.
Lei si strofina, lo spinge e si trovano sdraiati sulla stuoia, abbracciati.
“Non dobbiamo fare queste cose, Amina. Cosa dirà tuo padre, ci hai pensato? E la tua mamma?”
“Sposami.”
“Ah ah! Ma cosa dici. Non posso sposarti.”
“Perché no?”
“Perché non voglio.”
“Allora non mi vuoi bene. Sono brutta? Senti le mie puppe come sono grandi e piene” gli prende la mano, se la appoggia sul petto “I miei fianchi sono larghi e la mia schiena è forte, posso fare molti bambini.”
“Oddio.” Simone rotola via, lei lo raggiunge, gli si sdraia sopra. Lui la prende per le spalle, la stacca da sé, la rovescia da una parte.
“Basta. Non dire queste cose. Non dirlo mai più.”
“Perché?”
“Perché no.”
“Non è la verità?”
Simone chiude gli occhi. La verità. La verità è che fa caldo, un caldo boia. Respira forte col naso. Due, tre volte. Si mette le mani sulla faccia.
Quando era piccolo sua sorella gli prendeva tutti i giocattoli. Il lego, le macchinine. Gli prendeva i giochi in scatola anche se non li sapeva usare. Li portava in camera sua e diceva Mio! Mio! Poi dopo due giorni non se ne ricordava più e lui, senza farsi vedere, li riportava indietro. Che riccioli biondi aveva Cate. Chissà cosa starà facendo in questo momento.
Scuote la testa come un cane che esce dal fiume. Poi le pianta in faccia lo sguardo più cattivo che riesce a fare.
“Sì, è la verità. Sei bella. I tuoi seni sono grandi e morbidi. I tuoi fianchi accoglienti. I tuoi occhi brillano come venere accanto alla mezzaluna. La tua pelle profuma d’ambra e di rose, il tuo culo, poi, è una poesia. Sei più desiderabile di tutte le huri del paradiso.
Ma hai tredici anni e io non mi voglio sposare.”
Lei sbuffa. Scrolla la testa. Lo guarda come un bambino capriccioso.
“Va bene. Se non vuoi sposarmi allora sarò la tua concubina.”
“Ah ah, questo taglia la testa al toro.”
“Quale toro?”
Le dà un buffetto sul naso. Sorride. “Che cazzo di situazione” dice tra sé “e non le ho nemmeno dato il regalo.” Il tic è passato. Il nervoso è passato. Inshallah.
“Senti. Si è fatto tardi. Io sono stanchissimo, non ne posso più. Adesso vado a dormire.
Tu.
Tu fai quello che ti pare.”
“E il tè?”
“Niente tè.”
“Tanto si era freddato” alza le spalle, sorride.
Simone si tira su faticosamente, va a sdraiarsi nell’amaca. Lei lo segue. Gli si rannicchia di fianco.
Dalla finestra entra la brezza tiepida del deserto.

(poi vediamo)

 
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Post n°924 pubblicato il 09 Luglio 2014 da LaDonnaCamel
 
Foto di LaDonnaCamel

E' già buio. Sono passate da poco le sette, Simone entra nella piccola costruzione di mattoni crudi che chiama casa e si spoglia, assaporando già il piacere della doccia serale. Ma prima deve riempire il serbatoio, una tanica che ha appeso all’aperto, sul retro: pesca in un’altra più grande posata a terra. Sono venticinque pompate per cinque minuti di goduria.

Si toglie le scarpe e si massaggia i piedi secchi, sta mentalmente facendo i conti di quanti calzini puliti gli sono rimasti. E' seduto su una stuoia, non ci sono sedie né tavoli nella sua casa. La sua casa è una stanza, una porta senza porta e una finestra senza finestra. L'unico mobile è uno scaffale metallico dove ha sistemato la roba in ordinate pile, qualche scatola da scarpe per la biancheria. Il gabinetto è altrove. Avrebbe potuto abitare nella foresteria degli uffici, dove c'è qualche stanzetta spartana, il generatore per la corrente elettrica e soprattutto le porte, ma appena arrivato aveva preferito stare con la gente e poi gli era piaciuto qui. L'unica variante alle abitazioni dei profughi è l'amaca che ha teso sotto la finestra, lo tiene staccato da terra e gli sembra di stare più fresco.

Gli arriva il parlottare sommesso dei vicini. Sono tutti riuniti intorno ai catini del cous cous, nelle tende davanti alle case. Stasera è troppo stanco per unirsi a qualche famiglia, si aprirà una scatoletta di tonno qui da solo, ma prima la doccia, oh sì.

Un fruscio di stoffe interrompe i suoi pensieri

“Amina, sei tu?” dice allungando la mano verso la torcia. La risposta arriva prima della luce: “Simon, vuoi venire a bere il tè questa sera con noi?”

Amina è la figlia di Aziz, uno dei collaboratori locali dell’associazione. Un amico. Un fratello, direbbe Aziz.

“Sono stanco. Mi faccio la doccia e poi vado a dormire. Ringrazia la mamma per l'invito, e dì a papà che domani mattina gli devo parlare.”

La ragazzina non risponde, rimane per un po' ferma sulla soglia, una sagoma nera nel buio. Subito dopo sparisce.

Questa sera c'è la luna, si può fare a meno della lampada. Simone esce con l'asciugamano sui fianchi, gira intorno alla casetta e aziona la pompa a mano. Finalmente si abbandona allo scroscio dell'acqua, si strofina i capelli con gli occhi chiusi, si massaggia il corpo per togliere la polvere e il sudore della giornata. Quando l'ultimo rivolo è finito si volta per prendere l'asciugamano e gli sembra di vedere un lembo di stoffa sparire dietro l'angolo, ma è solo un attimo. Aguzza gli occhi e non c'è nulla, solo l'ombra di una nuvola spinta dal vento. Sospira. Si è abituato a tutto tranne alla mancanza di privacy.

Amina è seduta a gambe incrociate sulla stuoia, davanti a lei il bricco e i bicchierini. Ha acceso la lampada a olio, ha piegato i vestiti che Simone aveva gettato in un angolo.

Simone scuote la testa. “Amina, Amina” Lei sorride, il bianco degli occhi luccica, le sue piccole mani esperte versano il liquido scuro. “Com'è andata la tua giornata?” le chiede sedendosi. Amina gli porge il bicchierino, “bene” fa una risatina e abbassa gli occhi.

Il tè è forte e amaro, lo manda giù in un sorso e butta fuori il fiato in un mezzo colpo di tosse.

Amina sta già preparando il secondo. “Amaro come la vita, dolce come l'amore e soave come la morte” dice lui, restituendole il bicchierino. Lo dice ogni volta. Sono noioso, pensa. O forse no. Qui è normale la ripetizione degli stessi gesti antichi, delle stesse parole. Nessuno si sogna di scherzaci sopra.

Però gli ci voleva, sente la stanchezza sciogliersi in pigro rilassamento. Beve il secondo con più piacere e allunga le gambe, appoggiandosi alla parete. “Cosa si racconta, Ami?” La ragazza sta mescolando con un bastoncino nel bricco, assorta nei suoi movimenti sobri, precisi. “Non lo so cosa si racconta” dice poi, “Racconta tu”.

Simone beve il terzo tè, quello soave, prima di fare qualsiasi altra cosa, è la regola. Non ha nemmeno più fame. Ha solo sonno, ma è presto per andare a dormire.

"Sei stata gentile a portarmi il tè. Stasera sono troppo stanco per raccontare. Vai a casa Amina. Va bene?”

Amina abbassa la testa. Stringe le labbra, zitta. Prende i bicchierini, il bricco, le cose per il tè e va via senza far rumore.

Simone sorride. Che bella ragazza che s'è fatta.

Prende un libro dallo scaffale, lo apre alla pagina piegata con un'orecchia e si accorge che deve rileggere lo stesso pezzo di ieri sera. Dopo mezz'ora è cotto e si butta sull'amaca. L'aria tiepida lo accarezza. Chiude gli occhi sulla visione del sorriso di Amina, i denti bianchi che risaltano nella notte.

(continua)

 
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Solo un po' d'acqua

Post n°923 pubblicato il 08 Luglio 2014 da LaDonnaCamel
 

A me non dispiace che la natura si faccia sentire ogni tanto. Vabbè, non è la mia macchina quella sommersa dall'acqua e nemmeno la mia cantina allagata. Oddio, la cantina non so, può anche essere, non sono andata giù a a vedere.
Ho scritto su Facebook che mio papà attraversava viale Zara con le latte di conserva fissate sotto i piedi, non so come facesse perché non ero ancora nata ma me lo immagino. Me l'ha raccontato mia mamma e non fatico a crederci, mio padre ha sempre affrontato i problemi che gli si presentavano davanti in modo creativo. Anzi, ha sempre voluto fare a modo suo, possibilmente trovando soluzioni diverse da tutti gli altri. Tagliare scorciatoie, evitare la coda, conoscere qualcuno che ti procura un piccolo privilegio. Tutte quelle cose che io evito come la peste. Io voglio percorrere la via maestra, mainstream, detesto le scorciatoie buie. Perché lo so che poi ci si mette di più, e lo sconto mi costa tanto quanto la mancia che devo dare a quello che me lo fa ottenere, ma l'effetto è che non mi godo nulla perché mi sembra di averlo rubato o peggio, di aver contratto debiti di riconoscenza impossibili da ripagare. Voglio avere il pieno diritto nelle mie cose, senza rubacchiare, imbrogliare o andare a zigzag. Che belle pretese e coerenza granitica da adolescente, non è poi così che succede. Quasi mai.

viale zara

Era il 2003 credo, l'avevo accompagnato all'ospedale per operarsi un piccolo polipo alle corde vocali e per tornare ci avevo messo due ore e mezza, bloccata in via Pianell col radiatore che bolliva. La mattina dopo, per stargli vicino dopo l'operazione ero andata a piedi al Niguarda, sotto i ponti di viale Zara c'erano le passerelle come a Venezia. Ci avevo messo poco più di mezzora, con gli stivali da vela, la cerata e tutta la calma, senza bisogno di scorciatoie. Ma come? Sei venuta a piedi? Ebbè, che ci vuole. E' solo un po' d'acqua.

 
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