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se dai a Dio, le macerie della tua anima...non sai che cosa di speciale è in grado di farne

 

 

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BUONA NOTTE PAULUZZU

Post n°37 pubblicato il 21 Ottobre 2007 da animafragile11
 

“ti ci porto io, oggi pomeriggio, va bene Mamma?” Mi disse, con la sua solita voce placida e rassicurante.

“certo Gioia mia! Non ti preoccupare, statti sereno! Hai bisogno anche tu di un po’ di pace, e sta gita in barca, non può che farti bene! Mi sento solo un po’ ansiosa! ho il cuore che mi batte forte, ma sarà solo un po’ di tachicardia e la solita pressione alta. Non ti avrei disturbato, se tua sorella e tuo fratello fossero stati a Villagrazia oggi, ma sono fuori e tu….” Gli risposi io e lui mi interruppe dicendo “ Prendi le medicine che ben sai e nel primo pomeriggio sarò da te al solito orario. Riposati invece, tanto anche se dormi un po’, a chi devi dar conto?”

Sorrisi. Aveva ragione. Una donna anziana e che abita da sola, a chi deve dare spiegazioni su cosa sceglie di fare nel corso della sua giornata?

“Mah…Figghiu miu, sarà sto caldo afoso di luglio, o il sogno che ho fatto stanotte…. Molto Strano. Non ricordavo i miei sogni da tanto tempo. Ma questo mi svegliò stamattina, come se un angelo del Signore, mi avesse scosso la spalla e mi avesse chiamato per nome. Ma va beh! Pauluzzu beddu, poi te lo racconto nel pomeriggio. Adesso Vai e divertiti e…stattento sempre!”

“Si, Mamma, lo sai che è così. Stai serena e riguardati. Vengo verso le cinque. Va bene? Ti abbraccio.”

E mentre con le mani fragili, leggere e di carta pesta, di una donna oramai anziana, riagganciavo la cornetta del telefono, con la fronte corrucciata, mi dirigevo, sommessamente in cucina, con un peso sul cuore, quasi come se portassi addosso uno di quei pesanti giubbini blu, che I PICCIOTTI di mio figlio, indossano ogni giorno, come corazze di tartaruga, per proteggere se stessi e far scudo al MIO BAMBINO. Non ne ho mai avuto uno addosso, ma immagino quanto fastidioso sia il peso di qualcosa che sei obbligato a sopportare, solo perché è uno degli indispensabili strumenti del tuo lavoro. Magari poi pure ti ci abitui e neanche i quaranta gradi all’ombra di questi giorni estivi, te ne fanno più sentire il peso.

Mii ero svegliata con la sottana fradicia di sudore. Neanche il ventilatore ai piedi del letto, riusciva a ristorarmi. Spostava l’aria già calda, che a nulla serviva se non ad asciugarmi addosso quell’acqua salata, che bagnava le mie pallide carni. Ero agitata. Eppure non era stato un brutto sogno! Avevo ancora negli occhi quel corpicino di bimbo appena nato, nudo, rannicchiato su se stesso. Morbido. Pulito. Profumato di quell’ odore di buono che solo i neonati emanano. Teneva gli occhi chiusi. E sembrava che dormisse. Lo vedevo di profilo, poggiato su un fondo nero. Con le piccole braccia a pieghe, incrociate sul cuore e le minuscole ginocchia che toccavano l’ombellico, nascondendomene la vista. C’era silenzio. E teneramente, avrei voluto stringere a me, quel batuffolo di carne rosa e profumo eterno. Ma poi, ebbi paura. Paura di interrompere quel sonno. Che mi sembrò quasi un modo disarmante ed ingenuo, che quel bimbo aveva di proteggersi dal mondo circostante. Gomiti e Ginocchia uniti, a scudo del cuore. Della parte più intima e sacra di ognuno di noi. Guardai come una mamma guarda suo figlio per l’ultima volta, sapendo di doverlo restituire al Signore, e con il cuore straziato, gli mandai un bacio, consapevole che ora, mani e occhi più degni dei miei, avrebbero rassicurato quel sonno e vegliato su quel bambino che tornava ad essere Luce e parte dell’infinito corpo sacro e celeste del Dio di tutti gli uomini.

Al risveglio, agitata, presi un sorso d’acqua e sentii un sapore acido e metallico, sulla lingua arsa dall’aria che aveva affannosamente cercato e respirato. Pensai a Pauluzzu. A quel Figlio, mai solo figlio. A quel giovane, oramai uomo, che è marito, padre, fratello e non solo figlio. A quell’amato figliolo, che nonostante i suoi grandi impegni, trova sempre un secondo per dire alla sua mamma “hai preso le medicine? Stai bene? Hai comprato il pane? ti mando qualcuno dei PICCIOTTI PER LA SPESA?”…Ah! Pauluzzu della mamma…! Che sorridi, ironico e coraggioso quando ti sgrido come fossi un ragazzino, perché fumi troppo. E ti ricordo, quanto il fumo faccia male!

E irriverente mi rispondi “Finisciaccilla (finiscila) Mammuzza mia! Lo sai, che non è il fumo che mi ucciderà”.

E allora lo guardo arrabbiata, con gli occhi liquidi e lo sguardo imbronciato, perché nella sua battuta spiritosa, c’è la consapevole certezza, che uno come lui, corre ben altri rischi, che quelli NATURALI che il fumo può comportare.  E allora mi innervosisco e m’intristisco.

E guardo verso il telefono. E odio quando lo sento squillare fuori orario. Odio, sentirlo invadere il sereno silenzio della mia casa. Silenzio, che da anni, è divenuto quasi un’attesa. L’attesa, fremente, di sentire la sua voce, viva, allegra, determinata, gridare: “Ciao, Mamma come stai?”. E ringrazio il Cielo, quando sento quella voce. Penso alla Mamma di Giovanni. Cosa deve aver provato due mesi fa, quando qualcuno, bussò alla sua porta e le disse che il figlio e la nuora erano stati spazzati via, con la stessa forza, inspiegabilmente rabbiosa e distruttiva, che il vento usa nel distruggere i cumuli di foglie autunnali, ammassati ai bordi delle strade.

E il peso sul mio petto, è costantemente presente. Mi dico che è il caldo. Mi ripeto che è la pressione. Mi dico che la mancanza di riposo, visto che dopo quel sogno, non sono più riuscita a prendere sonno. Meglio che mi distraggo. Preparo il mio semplice pranzo, fatto di poche cose essenziali, ma buone. La giornata trascorre, nell’apatia più assoluta, alimentata da un caldo sempre più torrido e soffocante, che il sole attizza come fuoco sulla brace. Prendo le medicine a stomaco pieno, come prescrive ogni casa farmaceutica. E non avrei bisogno di andare dal dottore di pomeriggio. Perché da brava farmacista, seppur in pensione, so che non esiste una medicina adatta a curare il mio male. La Paura e l’ansia che il telefono suoni “fuori orario” e non sia la voce che aspetto a rispondermi. E sia la voce di uno sconosciuto a portare una triste ed insperata novella. Poi, cerco di sorridere, mi rivolgo alla Madonna, gli affido il mio “bambino”, che per amore dell’Onestà, della Giustizia, della Trasparenza, del Riscatto di tante vite umane, amiche e non,  sta lottando per portare la pace e la serenità in questa Sicilia governata dalla Mafia e dal Potere subdolo e infame.

Finisco di pranzare. Lavo i quattro piatti che ho sporcato. Vado a Dormire. Ma quell’ansia incessante, mi investe ancora più pressante appena poggio il mio corpo acciaccato sul letto fastidiosamente riscaldato dall’aria calda di questo pomeriggio estivo. Pauluzzu, è in barca in questo momento e devo stare tranquilla. Mi assopisco. La luce che entra dalle sporche fessure dell’avvolgibile, mi fa vedere grigio e immobile, tutto quel che mi circonda. E mi rapisce, lentamente, distogliendomi dai cattivi pensieri della mattinata. Il lenzuolo, rinfrescato dal ventilatore dal costante rumorio ipnotizzante, mi avvolge come un dolce abbraccio e mi fa piombare in un sonno profondo.

Un sobbalzo, mi strappa il cuore dal petto! Mi manca l’aria. Ancora frastornata, capisco solo che un enorme frastuono ha funestato il mio sonno. Schegge di vetro dappertutto. Senti il ventilatore, rantolare come morente. E’ precipitato per terra, come un lampadario, scosso da una potente scossa sismica. Urla strazianti. Caldo asfissiante. Sirene d’allarme e polizia. Fuoco. Scoppi a catena. La via d’Amelio è un delirio di fiamme ardenti, ammassi di lamiere incandescenti, fumo che sporca l’aria di nero, donandole un odore aspro, intenso, indimenticabile e senz’altro più DANNOSO DI OGNI SIGARETTA, che il mio piccolo PAOLO ha inalato fino a quel giorno. Paralizzata. Senza Cuore. Senza Voce. Senza Vista. Senza Udito. Tutto intorno è buio. Solo quella flebile luce che filtra dai pochi buchini aperti della tapparella. Nulla ha più senso. Guardo il telefono. Sono le cinque. Non è suonato, come tutti i pomeriggi. Magari, Paolo, preso dagli amici, si è scordato. Può succedere. E fuori? Quel groviglio infernale, sarà stato qualche incidente!!Non aprire quella finestra, mi grida la coscienza. E vedo il bambino, dormire, che a forma di culla, proteggendosi il cuore, si trasforma in luce e diventa parte del Sacro Spirito. Istanti silenziosi, ma mai più dolorosi di quelli, anticipano le mie azioni volontarie, di indossare le ciabatte e correre come una donna anziana e dolorante, sa, può, vuole a quella finestra, frantumata da quello scoppio. Penso ad una bombola del gas. Ma guardo il telefono. E so, che sto solo prendendo in giro il mio cuore, che non vuole credere. Che non vuole sentire. Che non vuole vedere. Capire. Che non può accettare. Un cuore di Mamma, alla quale stanno strappando dalle mani, lì vicino al suo letto ancora bollente, un figlio che ha l’unica colpa di volere fare del bene….e solo del bene. Che vuole lottare per rendere la sua Palermo e la sua terra migliore. E’ un urlo senza corde vocali. E’ un pianto con occhi senza lacrime. Tutto si ferma. Tutto in aria e intorno è un continuo, incessante ronzio di suoni insensati che non riconosco. Che non sento miei. Che non appartengono neanche ai miei sogni. Incredula, frastornata, dilaniata come quei corpi da un dolore immenso, che loro, tra le macerie fumanti, non possono per fortuna sentire, mi scaglio contro l’inferriata incandescente del mio balcone, bruciato dal sole. Da quel sole indifferente e tenace, che splende in un cielo terso e celestino, di quel 19 luglio 1992.

Non esiste più nulla che possa dare parole a questo dolore, perché non esiste per una madre una parola umana che sappia descrivere anche solo lontanamente il senso per la perdita di un figlio, che se grande, valoroso, coraggioso per tanti, per me…era solo il mio bambino: Figlio, Fratello, Marito, Padre. TUTTO.

E’ mezzanotte. Non c’è silenzio intorno. Non c’è pace. Solo pianti e lamenti sommessi. Gente per strada. Movimenti lontani. E ripenso al sogno, e penso al periodo Fascista che ci vide impegnati in lotte dure, in cui tanta gente perse la vita per il bene comune. E penso alle parole della Morante che nel suo “LA STORIA”, raccontando sapientemente la realtà di quei tempi, animarono la mia coscienza, riportandomi indietro negli anni, ignara, che oggi, le sue parole mi avrebbero accompagnata in questo calvario che, mi rendo conto nel mio FOLLE DOLORE, che di fronte alla morte, siamo tutti uguali:

<< Ma contemporaneamente Giovannino si accorge, come un fatto naturale, di avere anche un secondo corpo: il quale, a differenza del primo, è morbido, pulito e nudo. E soddisfatto si piega nella sua posa preferita di quando sta a letto: coi ginocchi che quasi gli toccano la testa, rannicchiato in modo che nel materasso gli si scava sotto una cuccia molto comoda; e mentre lui ci si rannicchia, le foglie dentro il materasso fanno un fruscio come stormissero, d’estate e d’inverno. QUESTA È LA POSIZIONE CHE LUI SEMPRE HA PRESO PER DORMIRE, DA PICCOLO, E DA RAGAZZINO E DA GRANDE; PERÒ OGNI NOTTE, AL MOMENTO CHE SI RANNICCHIA IN QUESTO MODO, GLI SEMBRA DI TORNARE PICCOLO. E INVERO, PICCOLI CRESCIUTI O GRANDI, GIOVANI, ANZIANI O VECCHI, AL BUIO SI È TUTTI UGUALI.

BUONA NOTTE, BIONDINO”

Buona Notte, Pauluzzu miu

(si chiede scusa per ortografia ed errori di ripetizione, ma l'ho pubblicato senza rileggerlo...e ora...così e com'è non mi va più di modificarlo. E' stato partorito in un'ora di forti ed intense emozioni...e la grammatica...che sia corretta o meno, non può modificarne il senso. GRAZIE A TUTTI QUELLI CHE LASCERANNO UN COMMENTO E AL GRANDE FALCO58DGL, CHE MI HA PERMESSO DI SCRIVERLO.)

 
 
 
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