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"Fate i bravi ragazzi!"

Stando chiusi dentro ad aspettare, non si può fare a meno di mettersi a pensare.    

E non si può fare a meno di leggere e ascoltare.      

Così, nel corso di un approfondimento di TgCom 24 andato in onda nel pomeriggio del 13 marzo scorso, ho avuto modo di ascoltare il direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell'Ospedale Niguarda Ca' Grande di Milano, Massimo Puoti. Parlando della situazione dell'Ospedale dopo l'emergenza provocata dal Coronavirus, lo stimato medico ha asserito come il Niguarda possa contare "sulla disponibilità ordinaria dei posti" e "non sia in affanno", smentendo un'emergenza. Alla incredibile domanda del conduttore televisivo: "Sa che presto lo sarà?", il dr. Puoti ha continuato invece a rassicurare smentendo la "situazione tragica" paventata dagli stessi colleghi, senza tuttavia portare dati di riferimento. Inoltre il direttore del reparto di Malattie Infettive ha chiarito che non sono disponibili dati sui decessi da Coronavirus e che "i calcoli" ufficiali indicanti un'emergenza andrebbero "rifatti".        

Secondo un rapporto dell'Istituto Superiore di Sanità sulle caratteristiche dei decessi dei pazienti affetti da Coronavirus, sono solo 12 le persone decedute a causa esclusivamente del virus: lo ha reso noto l'Agenzia di stampa Nova. Tale dato è stato ricavato da 335 cartelle, rispetto al totale di 2.003 pervenute: il 17,7% del campione complessivo. Complessivamente, 12 persone decedute, rappresentanti il 3,4% del campione, presentavano 0 patologie; 84 vittime, pari al 23,7%, presentavano 1 patologia; 90 vittime, pari al 25,4%, presentavano 2 patologie e ben 169 vittime, pari al 47,6%, presentavano 3 o più patologie (dati aggiornati al 18 marzo 2020).       

Anche il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, nel corso della conferenza stampa quotidiana svoltasi presso la sede dell'organismo il 21 marzo scorso, ha ammesso: "Noi contiamo anche i morti con il Coronavirus non solo quelli per Coronavirus".        

Uno studio pubblicato il 5 marzo dal National Center for Information Technology (NCBI), disponibile sull'US National Library of Medicine del National Institutes of Health di Bethesda, in Maryland, conclude che "negli stretti contatti dei pazienti CoVID-19, quasi la metà o anche più degli 'individui infetti asintomatici' riportati nello screening del test dell'acido nucleico attivo potrebbero essere falsi positivi".  Al centro dello studio l'estrazione dell'acido nucleico per rilevare la possibile presenza del Coronavirus, che sta avvenendo anche in Italia per mezzo di tampone nasale o faringeo. Il rapporto scientifico è stato redatto dal prof. Zhuang del Dipartimento di Epidemiologia e Biostatistica della University Health Science di Xi'an, in Cina insieme ad altri otto medici. Il prof. Zhuang e i colleghi riscontrano che l'estrazione dell'acido nucleico tramite tampone è un metodo non in grado di rappresentare una prova assoluta, anzitutto per i tempi occorrenti (l'attesa per i risultati è quasi ovunque di giorni) e ancor più le possibilità di errore. Lo studio infatti indica che i tamponi, cui vengono sottoposti coloro che sono entrati in contatto con i malati, riporterebbero risultati errati nell'80,33% dei casi.
Evidentemente questo dato potrebbe ridimensionare le proporzioni dell'epidemia, e non solo in Italia.          

Riporto qui di seguito la traduzione integrale:         

"Obiettivo: come la prevenzione ed il controllo di CoVID-19 continua ad avanzare, lo screening del test dell'acido nucleico attivo negli stretti contatti dei pazienti è stato effettuato in molte parti della Cina. Tuttavia, il tasso di falsi positivi dei risultati positivi nello screening non è stato segnalato fino ad ora. Ma chiarire il tasso falso-positivo durante lo screening è importante nel controllo e nella prevenzione del CoVID-19. Metodi: i valori puntuali e gli intervalli ragionevoli degli indicatori che influiscono sul tasso di falsi positivi dei risultati positivi sono stati stimati sulla base delle informazioni attualmente disponobili. Il tasso falso-positivo dei risultati positivi nello screening attivo è stato dedotto e sono state eseguite analisi di sensibilità univariate e multivariate-probabilistiche per comprendere la robistezza dei risultati. Risultati: quando il tasso di infezione degli stretti contatti e la sensibilità e la specificità dei risultati riportati sono stati presi come stima del punto, il valore predittivo positivo dello screening attivo era soltanto del 19,67%, al contrario, il tasso falso positivo dei risultati positivi era dell'80,33%. I risultati dell'analisi di sensibilità multivariata-probabilistica hanno supportato i risultati dei casi di base, con una probabilità del 75% per il tasso di falsi positivi di risultati positivi oltre il 47%. Conclusioni: negli stretti contatti dei pazienti CoVID-19, quasi la metà o anche più degli 'individui infetti asintomatici' riportati nello screening del test dell'acido nucleico attivo potrebbero essere falsi positivi".

Il diffondersi dell'epidemia di CoVID-19 in Italia e nel mondo sta comportando enormi perdite economiche che alla fine travolgeranno le categorie più deboli, come sempre accade, andando ad accentuare il divario già largamente presente fra chi possiede tanto e coloro che invece versano in condizioni di indigenza. Proprio in questi giorni si stanno moltiplicando svariati appelli alle massime autorità dello Stato italiano da parte dei Sindaci di tutto il territorio nazionale, in primis il Presidente dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani e successivamente il Presidente di AnciSicilia. Fa riflettere una nota recante la firma di tutti e ventiquattro i Sindaci della Provincia di Trapani e rivolta alle massime autorità nazionali e regionali, dove si può leggere: " ... E' indispensabile, non sfugge a nessuno, fare presto e agire con la massima sinergia istituzionale per impedire che tanti nostri concittadini perdano il lavoro, che le famiglie si trovino senza sostegno e sostentamento e che le imprese di ogni comparto produttivo vadano definitivamente in crisi e falliscano ... ... La povertà, soprattutto ma non solo nel sud del paese, nuda e cruda vieppiù manifestatasi anche a causa degli effetti malefici del coronavirus, deve essere guardata in faccia senza ipocritamente girarsi dall'altra parte: essa in larga parte veniva anche contenuta dentro il tunnel degli espedienti che consentiva di tirare cinghia per arrivare a fine mese, oltre che del censurabile lavoro in nero che, quotidianamente scopriamo emergente. Il reddito di cittadinanza, né altre limitatissime risorse sociali nelle disponibilità dei Comuni, non copre in questa fase la domanda di nuovo aiuto dei nuovi poveri, che si allarga anche a macchia d'olio, scalando posizioni sociali impensabili".    

Ma in questo disastro economico di dimensioni non solo locali ma planetarie, c'è chi invece guadegnerà. Come la fondazione di Bill and Melinda Gates, che trarrà enormi profitti dalla produzione di vaccini e come le aziende del 5G, tecnologia che sta entrando nelle nostre abitazioni per mezzo di smartphone, televisione ed elettrodomestici e sulla cui presunta innocuità si sono sollevati dei dubbi. Gunter Pauli, apprezzato economista austriaco, ha avvisato: "A Wuhan e in Lombardia massiccia sperimentazione sulla tecnologia di quinta generazione", suscitando stupore e sconcerto nel circuito mediatico, per cui l'economista, da voce ascoltata da tutta la comunità scientifica e dalle istituzioni (è stato uno dei firmatari del protocollo di Kyoto), si è trasformato in "strambo" o "eccentrico".       

E potrebbero presentarsi rischi per la sicurezza dei nostri dati e per la nostra privacy. A breve saremo associati all'identità digitale (SPID), a pagamenti esclusivamente digitali e ad un numero sempre maggiore di dispositivi; indipendentemente dal nostro consenso saremo costretti a cedere alle aziende che ancora non ci conoscono il nostro nome, cognome, numero di telefono.       

E la pandemia fa chiudere anche le porte delle chiese ai credenti che vorrebbero poter pregare davanti al Tabernacolo dell'Altissimo in tempi così difficili, mentre edicole, tabaccherie, negozi di elettronica oltre ai supermercati, rimangono aperti.     

E stando chiusi dentro ad aspettare, ci si accorge anche che, in un colpo solo, le proteste di Hong Kong, agguerritissime ed inarrestabili, sono scomparse.       

Si sono arrestate anche le proteste e le manifestazioni contro i cambiamenti climatici, come ha sottolineato la stessa Greta Thunberg, che teme anche che l'attenzione mediatica mondiale polarizzata sul Coronavirus, faccia passare in secondo piano il problema planetario. Lo scorso anno, in questo stesso periodo, i giovani occupavano regolarmente le piazze ogni venerdì, mentre l'inquinamento atmosferico continua ad uccidere ogni anno almeno 412mila persone solo in Europa, a causa di polveri sottili (Pm), diossido di azoto (NO2) e ozono (O3), secondo il rapporto Air Quality in Europe dell'Agenzia europea dell'ambiente. In Italia, che per morti a causa dell'inquinamento atmosferico è al secondo posto dopo la Germania, il numero dei morti potrebbe oscillare tra i 79.820 e i 95.930 secondo le stime alternative. Senza contare le migrazioni di popoli a causa di siccità e desertificazione: un numero di morti ben maggiore rispetto ai morti fin'ora attribuiti al Coronavirus in tutto il mondo.   

Ed ancora si sono diluite le proteste dei gilet gialli come pure ogni altra forma di manifestazione o protesta rimane congelata.     

E nasce, in forza a Palazzo Chigi, un nuovo organismo che dichiarerà "guerra alle fake news", come annunciato dal sottosegretario all'Editoria Andrea Martella. Non si conoscono però quali saranno i criteri oggettivi in base a cui un articolo o un video saranno dichiarati falsi. Verrà chiamata in causa persino la Protezione Civile per la distinzione tra notizie vere o notizie false. Si è parlato, per i divulgatori di "fake news", addirittura di "fonti tossiche" e dei social, un tempo considerati l'egida della libertà di espressione, oggi divenuti invece sempre più un incombente e fuorviante pericolo.       

Nient'altro da aggiungere, per il momento?    

Credo di no.   

Oh, scusate ... quasi dimenticavo ...        

Fate i bravi ragazzi!                  

 

 

Fonti:          

BENNATO E., "Bravi ragazzi" [Video] (2020), https://www.youtube.com/watch?v=t9YRB1cl5jE       

REDAZIONE, "Morti per inquinamento atmosferico: ecco quanti sono in Europa" (2020), https://www.truenumbers.it/inquinamento-morti-smog       

REDAZIONE, "A chi giova il Coronavirus?" (2020), https://www.recnews.it/2020/03/05/a-chi-giova-il-coronavirus/        

REDAZIONE, "Tra i 'contagiati' da Covid-19 'ci sono circa la metà di falsi positivi'" (2020), https://www.recnews.it/2020/03/11/tra-i-contagiati-da-covid-19-ci-sono-circa-la-meta-di-falsi-positivi/        

REDAZIONE, "'Morti' da coronavirus, Puoti (Niguarda): 'Rifare i calcoli'" (2020), https://www.recnews.it/2020/03/13/morti-per-il-coronavirus-puoti-niguarda-serve-rifare-i-calcoli/       

REDAZIONE, "ISS analizza le cartelle cliniche: 'Su duemila riscontrati 12 decessi da Coronavirus'" (2020), https://www.recnews.it/2020/03/21/iss-analizza-le-cartelle-cliniche-su-duemila-riscontrati-12-decessi-da-coronavirus/       

REDAZIONE, "Borrelli ammette: 'Contiamo tutti i morti, non solo quelli per Coronavirus" (2020), https://www.recnews.it/2020/03/21/borrelli-ammette-contiamo-tutti-i-morti-non-solo-quelli-per-coronavirus/        

REDAZIONE, "Andrà tutto bene. E' tutto sotto controllo" (2020), https://www.recnews.it/2020/03/22/andra-tutto-bene-e-tutto-sotto-controllo/    

REDAZIONE, "'C'è un nesso tra 5 G e coronavirus'" (2020), https://www.recnews.it/2020/03/25/ce-correlazione-tra-5g-e-coronavirus/     

REDAZIONE, "Appello dei 24 sindaci della Provincia" (2020), https://www.trapanioggi.it/appello-dei-24-sindaci-della-provincia       

REDAZIONE, "Coronavirus e 'fake news', nasce la task-force in stile Minculpop" (2020), https://www.recnews.it/2020/03/29/coronavirus-e-fake-news-nasce-la-task-force-in-stile-minculpop/

 
 
 

Quali i dati reali sul Coronavirus?

Disinfezione di una stazione metro a SeoulFiumi di parole.      

Così recitava una vecchia canzone vincitrice del Festival di Sanremo. Da molte settimane siamo ormai travolti dai fiumi di parole che provengono da giornalisti, scienziati, politici, esperti, ecc. sul famigerato Coronavirus accompagnati, in un primo momento, alle agghiaccianti immagini provenienti dalla Cina di centinaia di uomini vestiti in tuta protettiva e mascherina, che irrorano le città di disinfettanti o sollevano di peso donne e uomini per trascinarli in centri di isolamento dove saranno sottoposti a test e trattamenti contro la loro volontà.     

Ma le ragioni del Coronavirus e i suoi terribili rischi giustificano qualunque procedura. Del resto queste popolazioni sono abituate ormai ad una privazione dei diritti umani.       

Anche in Italia dopo il dilagare dell'epidemia si sono create "cinture sanitarie", zone rosse, gialle o bianche, fino a dichiarare l'Italia un'unica "zona protetta", dove la gente si domanda se e quando sarà colpita dal virus. Metropoli deserte come non mai a cui si aggiungono provvedimenti restrittivi che impongono di non uscire senza valido motivo, tenersi a rigorosa distanza, evitare manifestazioni, convegni o relazioni sociali. Negozi, bar, ristoranti, pub, ormai rimangono chiusi in un Italia che sembra scaraventata indietro di 400 anni, quando la Penisola fu devastata dalla peste, che falciò tra il 50 e il 60% delle popolazioni colpite. Nella mia città, pur non trovandosi in una zona particolarmente interessata dal virus, qualche settimana fa, due uomini adulti hanno fatto a pugni in un supermercato per contendersi l'ultima bottiglietta di disinfettante. Perchè potersela accaparrare può fare la differenza tra la vita e la morte. In questo scenario apocalittico, se si prova ad accendere il televisore si è molto rassicurati alla vista di intere classi di bambini piccoli tutti rigorosamente muniti di mascherina insieme alla loro maestra, rigorosamente separati tra loro con delle barriere di plastica gialla che circondano ciascuno dei banchi ed impediscono loro perfino di guardarsi in faccia.      

Ma è davvero così terribile la situazione?       

Nei tempi della temuta epidemia di peste di manzoniana memoria, i morti venivano portati via dai monatti con dei carri e purtroppo ce n'erano davvero tanti, mentre un incessante scampanellìo avvisava di tenersi a distanza. Oggi però a ben guardare il numero dei morti e dei gravemente ammalati a causa del virus non è poi così elevato. Lo hanno affermato, appena il 26 febbraio scorso, la stessa OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) insieme ad istituzioni ed alcuni medici che provano a frenare sull'epidemia. Dicono che l'infezione è sì aggressiva e di rapida diffusione ma nel suo decorso è meno peggio di quanto si credesse all'inizio. La malattia da Coronavirus, ad eccezione del 5% di casi gravissimi e il 3% di decessi fra anziani e soggetti a rischio, viene declassata a "poco più di un'influenza". Lo afferma Walter Ricciardi dell'OMS, che aggiunge: "E' giusto non sottovalutare il virus ma la malattia va posta nei giusti termini". Gli fa eco anche il dr. Antonino Bella, del dipartimento malattie infettive dell'Istituto Superiore della Sanità. Bella afferma che l'influenza stagionale, consultando i dati, fa più morti del Coronavirus cinese. I ricercatori dell'Istituto hanno calcolato che i decessi per influenza potrebbero essere 8mila all'anno (calcolando che l'influenza ogni anno contagia in Italia circa 6-8 milioni di persone, all'incirca il 9 per cento della popolazione, ndr), causati da polmoniti e varie complicazioni, ma i casi di morte accertata in laboratorio con il tampone sono soltanto trenta (dati aggiornati al 26 febbraio 2020, ndr).      

Altra inevitabile domanda da porsi è il perché il virus abbia aggredito massicciamente l'Italia e non altri stati europei.        

In Germania, ad esempio, la disparità con il numero dei contagiati rispetto all'Italia è enorme. Le cifre cambiano continuamente, cosicché dare dati esatti è impossibile, ma balza all'occhio la differenza. A titolo esemplificativo, fino al 4 marzo i contagiati erano solo 240 contro i 3.089 dell'Italia. Ma molti utenti sui social network mettono in dubbio i numeri ufficiali, sospettando che in realtà i contagiati siano molti di più. Tali affermazioni sono dei sospetti non provati, però ci sono diversi indizi che possono dare credito a questa tesi.          

Di fatto, la Germania è il Paese più popoloso dell'Unione Europea, contando oltre 80 milioni di abitanti. Inoltre il governo tedesco intrattiene stretti rapporti con quello cinese, fra commercio e turismo. Sono molte le aziende, specialmente le multinazionali, che possiedono almeno uno stabilimento in Cina, come quelle del settore automobilistico. Di conseguenza il flusso di persone che vanno dalla Germania alla Cina e viceversa, deve essere necessariamente elevato. 

Inoltre, secondo il sito della televisione di stato tedesca, Deutsche Welle, i numeri dei contagiati dall'influenza sfiorano gli 80mila casi. Un rapporto del Robert Koch Institute (Rki) ha rilevato 130 morti per influenza in questa stagione e 13.300 ricoveri ospedalieri. I casi registrati in tutto da inizio autunno sono 79.263 (dati aggiornati al 27 febbraio). Ultimo rilievo: non è noto il numero di test effettuato dalla Germania per l'accertamento della presenza del CoVID-19.

Da tutti questi dati, molti sospettano che i casi di Coronavirus nel paese teutonico siano in realtà molti di più. E forse, viene spontaneo pensare, i casi di Coronavirus in tutta Europa sono pochi perché, semplicemente, non sono stati cercati da nessuno.        

Ed il sospetto si allarga anche sull'Italia, in un Paese spaccato in due, fra un Nord che sta eseguendo tanti tamponi per la positività al nuovo Coronavirus ed un Sud che ne esegue pochi, considerando anche che in tanti stanno accusando sintomi simil-influenzali, mentre una grande affluenza di persone è rientrata verso il Sud Italia dopo le recenti decisioni governative.        

Dall'altra parte dell'Oceano, negli Stati Uniti, è trapelata invece un'indiscrezione, riportata da Politico, secondo la quale il governo non ha voluto usare, anche temporaneamente, il test sul Coronavirus messo a punto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e spedito a quasi 60 Paesi. Nel Paese intanto infuriano le polemiche per la mancanza del test che registra un numero contenuto di casi, a giudizio di molti, soltanto perchè non vengono eseguiti gli esami necessari in modo appropriato. Non è chiaro di chi sia la responsabilità di tale decisione all'interno dell'amministrazione Trump, ma è stato deciso di non usare i test dell'OMS nemmeno temporaneamente, in attesa che il Centers for Disease Control and Prevention metta a punto un suo kit per eseguire gli esami. Secondo gli esperti consultati da Politico, questo ha rallentato le diagnosi favorendo la diffusione del virus.     

Ritengo utile riportare, a questo punto, un estratto dell'articolo "Infezione da Coronavirus: informazione e consigli", pubblicato il 23 febbraio scorso dal dr. Roberto Gava, farmacologo, tossicologo, cardiologo e omeopata, invitando chi volesse informazioni più complete e dettagliate, alla lettura integrale dell'articolo. Il dottor Gava è un medico competente, molto attivo sui social, animato dal sincero desiderio di informare in modo trasparente e disinteressato.            

"In questi giorni siamo bombardati da messaggi di grande allarme sanitario ... che, nelle persone carenti di competenze specifiche, diventa essenzialmente paura.        

La paura è poi origine di molti mali: diffidenze, divisioni, fughe, rinunce, reazioni emotive, contrasti, spese irrazionali e molto altro in base alle caratteristiche di ognuno di noi. Alla fine, la paura della malattia può essa stessa creare la malattia, perché crea tensione, stress e lo stress prolungato slatentizza i punti deboli della persona: può fare salire la pressione, può causare aritmie cardiache, disturbare il sonno e la digestione ... e alla fine indebolisce il sistema immunitario. Proprio quello che in questo periodo non deve avvenire! La terapia è sempre consapevolezza, che nasce dalla conoscenza e dal buon senso: fondamenti che la paura impulsiva ed emotiva non permette di ottenere.        

Cerchiamo allora di conoscere questa infezione da Coronavirus e di capire cosa possiamo fare oggi alla luce dell'attuale situazione italiana.           

Cosa dice la scienza sui Coronavirus           

I Coronavirus sono una grande famiglia di virus respiratori a filamento singolo di RNA a senso positivo. Possiedono un diametro di circa 80-160 nm (1 nanometro è un milionesimo di millimetro) e il loro genoma è tra i più lunghi dei virus a RNA (conta circa 30.000 basi azotate).         

Il nome 'coronavirus' deriva dal loro aspetto al microscopio elettronico, dove le proteine a forma bulbosa poste sulla loro superficie esterna creano un'immagine di corona. Queste proteine sono proprio quelle che permettono al virus di attaccarsi alla membrana cellulare delle cellule che poi infetteranno. Il virus poi penetra all'interno della cellula obbligandola a codificare il suo RNA , le proteine dell'involucro esterno e quindi il virus intero che poi uscirà dalla cellula per infettare altre cellule e così via. I comuni Coronavirus sono sono responsabili di patologie in mammiferi e uccelli, nei quali provocano diarrea (mucche e maiali) o malattie delle vie respiratorie (polli).         

Nell'uomo, i comuni Coronavirus provocano infezioni respiratorie spesso di lieve entità come il raffreddore comune, ma in qualche caso possono polmoniti virali non gravi (i normali coronavirus sono responsabili di circa il 20% di tutte le polmoniti virali), ma raramente possono causare anche una Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS).   

Come è accaduto con altri virus, anche alcuni Coronavirus degli animali, e che normalmente non infettano la nostra specie, possono fare un 'salto di specie' e passare all'uomo causando allora polmoniti molto gravi e occasionalmente letali. In questo caso, la gravità della patologia dipende dal fatto che, se il virus è nuovo, il nostro sistema immunitario non lo conosce perché non è mai venuto a contatto con lui, non sa difendersi e subisce l'attacco che diventa particolarmente violento e pericoloso nei soggetti immunologicamente deboli o immunodepressi, specie gli anziani portatori di palologie croniche importanti o altri soggetti particolarmente deboli a livello immunitario, cardiopolmonare, renale o metabolico.        

Oggi conosciamo 7 Coronavirus umani. I primi 4 dell'elenco seguente sono molto comuni (sono detti anche 'virus del raffreddore') e sono stati identificati negli anni '60, mentre gli ultimi 3 sono stati identificati in questi ultimissimi anni:         

1. Human Coronavirus 229E (Coronavirus alpha).        

2. Human Coronavirus NL63 (Coronavirus alpha).       

3. Human Coronavirus OC43 (Coronavirus beta).       

4. Human Coronavirus HKU1 (Coronavirus beta).      

5. SARS-CoV (Coronavirus beta che ha causato la Severe Acute Respiratory Syndrome del 2002, epidemia partita dalla Cina che ha infettato circa 8.100 persone tra le quali ha provocato una mortalità del 9,5%).             

6. MERS-CoV (Coronavirus beta che ha causato la Middle East Respiratory Syndrome del 2012, epidemia partita dall'Arabia Saudita che ha infettato circa 2.500 persone tra le quali ha provocato una mortalità del 35%).       

7. CoVID-19 (nuovo Coronavirus della fine del 2019 che sta causando una sindrome respiratoria acuta grave che in una piccola minoranza di casi può portare a morte; l'epidemia/pandemia é partita da Wuhan, una città della Cina, dove ha infettato quasi 100.000 persone causando una mortalità stimata fin'ora del 2,3%: 1.023 morti su 44.672 casi cinesi confermati) (clicca qui per i dati mondiali aggiornati).        

Il CoVID-19 è stato denominato 'nuovo Coronavirus' perché è un nuovo ceppo di Coronavirus che non è mai stato precedentemente identificato nell'uomo. Il virus è associato a un focolaio di casi di polmonite registrati a partire dal 31 dicembre 2019 nella città di Wuhan (Cina centrale). Sembra, ma non è certo, che la maggior parte dei casi abbia avuto inizialmente un legame epidemiologico con il mercato di Huanan Seafood (Cina meridionale), un mercato all'ingrosso di frutti di mare e animali vivi.       

Il CoVID-19, infatti, è geneticamente identico per il 96% a un noto Coronavirus dei pipistrelli e per l'86-92% a un Coronavirus del pangolino. Pertanto, la trasmissione di un virus mutato dagli animali all'uomo è la causa più probabile della comparsa di questo nuovo Coronavirus.        

Come si trasmette l'infezione         

I Coronavirus umani si trasmettono da una persona infetta a un'altra principalmente attraverso il contatto diretto con la saliva, i colpi di tosse e gli starnuti (bisogna trovarsi entro un raggio di di circa 1-1,5 metri), ma verosimilmente anche attraverso un contatto diretto con le mucose oro-nasali o la mano di un malato (il malato ha verosimilmente le mani contaminate, perché è facile che si tocchi il naso o se le metta davanti la bocca quando tossisce o starnutisce).      
Infatti, in Cina, la principale causa di contagio (78-85%) è avvenuto all'interno della famiglia e in particolare a causa di goccioline aero-trasmesse da portatori di infezione che si pongono a stretto contatto con una persona. La trasmissione nell'aria su lunghe distanze (oltre 1,5-2 metri), specie se in ambienti grandi o all'aperto, non è una importante causa di diffusione.       
Secondo i dati diffusi dall'OMS fino ad oggi, risulta che se si ha un contatto personale diretto con una persona infetta, la probabilità di infezione non è assolutamente elevata, perché è solo dell'1-5%.      
Ovviamente, in quest'ultimo caso chi è stato toccato dalla una mano di un malato è a rischio di ammalarsi solo se si mette la mano in bocca o se si tocca le mucose di naso e occhi prima di essersi lavato accuratamente le mani.
Un malato può diffondere i virus durante i sintomi della malattia ma, come per tutte le virosi, lo può fare anche nei 5-6 giorni che precedono la manifestazione clinica dei sintomi (verosimilmente anche nei 15 giorni precedenti) e quindi prima che si scopra che è stato realmente infettato.            

Perché si stanno moltiplicando i casi di persone infette          

Prima di tutto credo sia corretto ringraziare il nostro Governo, il Ministero della Salute e degli Interni, la Protezione Civile e i vari Governatori Regionali, perché hanno lavorato insieme fin dalle prime notizie giunte dalla Cina alla fine di gennaio e hanno rapidamente preso decisioni coraggiose, non attuate da tutti gli altri Paesi, per moltiplicare i tamponi faringei e circoscrivere l'estensione dell'epidemia.
Dato che in Italia il tampone è stato fatto anche a tutte le persone che sono venute a contatto con individui risultati positivi e che questo, almeno per ora, non viene eseguito negli altri Stati europei, è ovvio che nel nostro Paese sia più facile riscontrare tanti casi di persone infettate.             
È ovvio quindi che l'Italia in questi ultimissimi giorni sia diventata il Paese europeo più colpito e con un numero di casi simile a quello di Hong Kong.
È possibile che tra pochi giorni accada lo stesso anche nel resto dell'Europa, ma per ora noi siamo i primi in questa brutta classifica.        
Se si deve guardare positivamente questa realtà, va però detto che tale presa di posizione del nostro Paese dovrebbe permettere di arginare l'infezione isolando immediatamente i focolai di malattia. Dobbiamo però fare attenzione a non creare troppo allarme e a non esagerare, perché non vorrei che l'infezione da Coronavirus diventi, più che un pericolo/danno sanitario, un vero e proprio pericolo/danno economico!
Se poi qualcuno si chiede come mai ci siano comunque così tante persone infette, suggerirei di riflettere sul dato oggettivo che oggi i viaggi e gli spostamenti interregionali, internazionali e intercontinentali sono comunissimi e frequentissimi e ci sono molte persone che per motivi di lavoro o altro incontrano in pochi giorni decine e centinaia di persone.         

I sintomi dell'infezione da Coronavirus           

I sintomi più comuni nell'uomo sono rappresentati da: malessere, astenia, raffreddore, cefalea, febbre, faringite e tosse. Nei casi più gravi l'infezione può causare polmonite con difficoltà respiratoria acuta grave, insufficienza renale e raramente la morte.
Il problema è che siamo ancora nel periodo in cui è presente anche la sindrome influenzale comune che, come sappiamo, è causata dal virus dell'influenza vera e propria ma anche da tanti altri virus che causano dei quadri sintomatologici del tutto sovrapponibili, almeno nei giorni iniziali a quelli in cui compare la sintomatologia dell'infezione da Coronavirus.                
La diagnosi differenziale è difficile ed è permessa con certezza solo dall'esame microbiologico di un campione prelevato con il tampone faringeo e che utilizza la tecnica della PCR (Reazione a Catena della Polimerasi), un esame che fornisce l'esito in solo 2-3 ore.     
Però, credo che se si moltiplicano in pochi giorni non solo i riscontri di tamponi positivi per infezione da Coronavirus, ma anche i decessi per patologia da Coronavirus cinese CoVID-19, allora, dato che quest'ultimo è molto più infettante dei nostri normali Coronavirus, è probabile che anche da noi si vada incontro ad una estensione dell'infezione.         

Mortalità da Coronavirus CoVID-19         

Si dice che in Italia la mortalità da sindrome influenzale stagionale (NON da virus influenzale vero e proprio) sia di circa 7.000 persone all'anno.
Secondo InfluNet (il sistema nazionale di sorveglianza epidemiologica e virologica dell'influenza, coordinato dal nostro Ministero della Salute con la collaborazione dell'Istituto Superiore di Sanità), ogni anno la sindrome influenzale colpisce circa 6-8 milioni di persone, cioè il 9% della popolazione.
In Italia i virus influenzali causano direttamente all'incirca 300-400 morti ogni anno, con circa 200 morti per polmonite virale primaria, però a questi decessi, a seconda delle stime dei diversi studi, vanno aggiunti 4-8.000 morti "indirette" causate dalle complicanze polmonari (polmoniti batteriche) o cardiovascolari (scompenso cardiaco) dell'influenza.         
I numerosi virus che causano le sindromi influenzali stagionali possono infatti creare delle complicazioni soprattutto negli anziani o comunque in tutte le persone che prima di ammalarsi di influenza erano già affette da patologie croniche gravi o da immunodeficienze.             
Quindi, si stima che il nostro tasso di mortalità dell'influenza stagionale (ossia il rapporto tra morti e contagiati) sia inferiore all'uno per mille, cioè 0,1%.
Se ora facciamo il confronto con il nuovo Coronavirus, ci si potrebbe chiedere: la nostra sindrome influenzale stagionale è più pericolosa dell'infezione da CoVID-19, considerando che solo in Italia i morti per la prima sono ogni anno più alti di quelli registrati finora in Cina a causa del nuovo virus?            
A livello generale la risposta, che però per ora si basa solo su dati provvisori, dovrebbe essere "SI" perché è vero che la mortalità del CoVID-19 sembra essere intorno al 2,3% e quindi maggiore di quella della sindrome influenzale, ma quest'ultima colpisce milioni di persone e quindi alla fine fa più morti.           
Tuttavia non so se sia una risposta sicura, perché è ancora decisamente troppo presto per trarre conclusioni: sono dati altamente provvisori dato che non conosciamo l'esatto numero dei contagiati da CoDIV-19, che verosimilmente sarà un numero più alto (molte persone scarsamente sintomatiche e quindi non sono state registrate).
La differenza sostanziale tra virus influenzali e Coronavirus è che: mentre i normali virus che causano la sindrome influenzale stagionale sono noti al nostro organismo e non possono infettare tutta la popolazione perché molte persone sono già immunizzate (perché vaccinate o perché già protette dagli anticorpi naturali formatisi da precedenti contatti), questo nuovo Coronavirus è sconosciuto al nostro sistema immunitario, pertanto trova ovviamente le persone immunologicamente impreparate e quindi può diffondersi molto più velocemente (come pare stia facendo in questo ultimo periodo) e può anche causare danni gravi, che avvengono in una percentuale maggiore ma all'interno di un minor numero di persone.              
In ogni caso dobbiamo attendere ancora 1-2 mesi per avere dati più precisi, ma è probabile, per i motivi appena espressi, che l'infezione da CoVID-19 si estenda in tutto il mondo e duri almeno altri 2-3 mesi.               
Per i dati di cui disponiamo, possiamo anche dire che la mortalità da Coronavirus è fortemente influenzata dall'età della persona colpita, dalle sue condizioni di salute preesistenti e soprattutto dall'aiuto che il malato ottiene dal Sistema Sanitario Nazionale.
Le condizioni Sanitarie del Paese colpito sono molto importanti, perché il 20% delle persone infette in Cina ha avuto bisogno di cure ospedaliere per settimane, però la maggior parte dei letti erano già occupati da persone che erano ricoverate per altre malattie. Inoltre, i malati gravi da CoVID-19 muoiono in percentuale maggiore se non sono disponibili letti nei reparti di Terapia Intensiva. Pertanto, la cosa più importante è in primo luogo contenere in modo aggressivo la diffusione del virus per mantenere basso il numero di pazienti gravemente malati e in secondo luogo aumentare il numero di letti (compreso il materiale sanitario e il personale medico e infermieristico) fino a quando non ce ne sarà abbastanza per i malati gravi (è proprio quello che il nostro Governo sta cercando di fare in questi ultimi giorni). Ma che caratteristiche hanno i morti causati dal nuovo Coronavirus?       
Sono essenzialmente anziani (circa l'84%) e immunodepressi ... e tra questi la mortalità è ovviamente molto più elevata del 2,3%, ma lo stesso accade anche per la comune influenza".                      

 

Fonti:                

GAVA R., "Infezione da Coronavirus: informazione e consigli" (2020), http://www.robertogava.it/infezione-coronavirus-informazione-buon-senso                 

GIULIANI F., "La Germania sta bluffando sul numero di casi di coronavirus?" (2020), https://www.ilgiornale.it/news/mondo/germania-sta-bluffando-sul-numero-casi-coronavirus-1832967.html       

SORBI M., "Frenata degli scienziati 'Non è un'emergenza' L'ira dei medici su Conte" (2020), https://www.ilgiornale.it/news/politica/frenata-degli-scienziati-non-unemergenza-lira-dei-medici-su-1832081.html       

REDAZIONE, "Coronavirus, media rivelano: gli Usa non hanno voluto usare i test dell'Oms" (2020), https://www.ilmessaggero.it/mondo/coronavirus_usa_no_test_oms-5097217.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Una "pillola da un dollaro" pu˛ sconfiggere il cancro?

Un team di scienziati, tra cui i ricercatori della Harvard Medical School ed il laboratorio di Bruce Hammock dell'Università della California a Davisha scoperto che un farmaco antinfiammatorio denominato ketorolac (commercializzato con il nome di Toradol, Lixidol, Acular, Kevindol, Rikedol e generici), somministrato prima dell'intervento chirurgico per la rimozione del tumore, può promuovere la sopravvivenza a lungo termine nei modelli animali di metastasi del cancro (lo studio è stato condotto su topi affetti da tumore). Inoltre le cosiddette terapie "pro-risoluzione" possono anche stimolare il sistema immunitario ad eliminare le cellule metastatiche. La ricerca suggerisce che la chemioterapia affiancata con ketorolac o con farmaci simili può scatenare l'immunità antitumorale; tale approccio si distingue da precedenti tentativi di prevenzione del cancro mediante farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS).    

I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Investigation e chiariscono il meccanismo degli effetti anti-metastatici precedentemente osservati con l'uso del ketorolac nella chirurgia del carcinoma mammario. Il documento, dal titolo: "Preoperative Stimulation of Resolution and Inflammation Blockade Eradicates Micrometastases" (La stimolazione preoperatoria della risoluzione e il blocco dell'infiammazione eliminano le micrometastasi), è disponibile online a partire dal 17 giugno.     

Il medical writer ("scrittore di testi medici") Ralph Moss, che vanta un'ampia conoscenza in questo campo, è autore di un articolo sul libro: "Perioperative Inflammation as Triggering Origin of Metastasis Development" (Infiammazione perioperatoria come meccanismo scatenante dello sviluppo delle metastasi), redatto a cura del fisico statunitense Michael W. Retsky, PhD (Dottorato di Ricerca, dal latino Philosophiae Doctor, il più alto titolo accademico riconosciuto nella maggior parte dei Paesi), e dal collega italiano Romano Demicheli, MD (Dottore in Medicina), PhD e pubblicato nel 2017. Il libro, curato dai due ricercatori dell'Harvard Medical School e dell'Istituto Nazionale Tumori, Retsky e Demicheli, avanza un'idea terapeutica "rivoluzionaria" fino a quel momento dimostrata soltanto attraverso alcuni studi retrospettivi: il ketorolac, "pillola da un dollaro", può prevenire molte recidive e morti premature per il tumore al seno. Ma può funzionare anche su altre forme di cancro. Un commento che accompagna il documento del Journal of Clinical Investigation conclude affermando: "Se questi risultati possono essere trasferiti da modelli murini (topi di laboratorio, dal latino mus, topo, ndr) in clinica, allora potrebbero rivoluzionare i trattamenti".      

Vikas P. Sukhatme, MD (Dottore in Medicina), ScD (Dottore in Scienze), rettore della Emory University School of Medicine, è autore senior del documento del Journal of Clinical Investigation insieme agli autori principali Dipak Panigrahy, MD ed Allison Gartung, PhD, entrambi alla guida del team della Harvard Medical School. Sukhatme era precedentemente al Beth Israel Deaconess Medical Center e rettore della Harvard Medical School.     

Afferma Sukhatme: "Complessivamente, i nostri risultati suggeriscono un potenziale cambiamento di paradigma nel nostro approccio ai tumori resecabili (ovvero, asportabili chirurgicamente, ndr). Adesso urgono necessariamente studi clinici per convalidare questi studi sugli animali".     

Le metastasi, ovvero la diffusione di cellule tumorali da un tumore primario a tessuti circostanti o organi distanti, sono responsabili della maggior parte dei decessi in correlazione al cancro. Le cellule che seminano metastasi spesso sono raggruppate in cluster (gruppi di unità simili o vicine tra loro) microscopici e quindi invisibili all'occhio del chirurgo. La chemioterapia, generalmente somministrata prima o dopo l'intervento chirurgico, ha l'obiettivo di sradicare queste cellule tumorali nel tentativo di prevenire le recidive del cancro. Tuttavia, a volte la chemioterapia può suscitare infiammazione dei tessuti, promuovendo paradossalmente le metastasi.     

Dipak Panigrahy, uno degli autori principali dello studio, afferma: "La terapia del cancro è un'arma a doppio taglio. La chirurgia e la chemioterapia possono indurre una risposta infiammatoria o immunosoppressiva alle lesioni che favorisce la proliferazione delle cellule dormienti metastatiche, conducendo alla recidiva del tumore".    

Il ketorolac è un farmaco antinfiammatorio non steroideo (FANS), di basso costo. A differenza degli altri FANS, il ketorolac inibisce di preferenza l'enzima COX-1, più dell'enzima COX-2. Altri studi condotti sulla prevenzione delle recidive dei tumori, si sono concentrati invece sugli inibitori dell'enzima COX-2. Negli Stati Uniti, a causa della preoccupazione per i possibili effetti collaterali, è stato approvato dalla FDA (Food and Drug Administration, l'Agenzia che regolamenta alimenti e farmaci), soltanto per la gestione del dolore a breve termine "a livello di oppiacei". Anche in Europa, il ketorolac viene utilizzato per il trattamento del dolore di entità grave-moderata a breve termine (non oltre i cinque giorni).    

I ricercatori dimostrano nel documento, pubblicato sul JCI, che la somministrazione di ketorolac preoperatoria ma non postoperatoria, può sradicare le metastasi del cancro nei modelli murini e prolungare la sopravvivenza degli animali. Tali effetti sembrano dipendere dall'azione inibitoria prodotta dal ketorolac dell'enzima COX-1, poiché altri FANS non hanno mostrato gli stessi benefici di sopravvivenza. È stato osservato un ulteriore aumento della percentuale degli animali sopravvissuti a seguito della resezione del tumore primario quando il ketorolac è stato combinato con la somministrazione di aspirina a basso dosaggio ed acidi grassi omega 3. Anche le resolvine, molecole prodotte dall'organismo umano e animale a partire dalla metabolizzazione degli acidi grassi omega 3 ed aventi la capacità di accelerare la risoluzione dell'infiammazione, hanno dato effetti simili.    

I ricercatori stanno studiando come questi approcci potrebbero essere combinati con altre terapie antitumorali. Il ketorolac e le resolvine sembrano stimolare in modo indiretto le cellule T (gruppo di leucociti appartenenti alla famiglia dei linfociti che giocano un ruolo centrale nell'immunità cellulo-mediata), parte del sistema immunitario, aumentando l'azione delle immunoterapie come gli inibitori del checkpoint (particolare categoria di farmaci), ma entrando in conflitto con la chemioterapia.    

"Noi e altri stiamo dimostrando che potrebbe essere possibile sradicare la malattia micrometastica e le cellule tumorali dormienti senza chemioterapia". È quanto affermano gli autori a conclusione del loro studio: "Qui, dimostriamo che scatenare l'immunità delle cellule T attraverso la soppressione preoperatoria dell'infiammazione sistemica o la stimolazione della risoluzione dell'infiammazione esibisce una potente attività antitumorale, curando anche i topi delle micrometastasi", le quali sono largamente responsabili della recidiva del cancro in seguito ad intervento chirurgico.           

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Tale scoperta, evidentemente, assume connotazioni di enorme portata. Basti pensare quale grande vantaggio potrebbe costituire, per un ammalato di cancro, non doversi sottoporre a chemioterapia, con i gravi rischi che essa comporta, senza per questo dover temere necessariamente il diffondersi della malattia. Un farmaco antinfiammatorio, di bassissimo costo e di tossicità contenuta, somministrato in fase preoperatoria, potrebbe efficacemente impedire il propagarsi di cellule tumorali da un tumore primario a tessuti circostanti o ad altri organi più lontani.     

La scoperta, tuttavia, è stata di fatto ignorata dai media italiani e, più in generale, europei. Vikas Sukhatme, già da tempo impegnato in prima linea nella guerra contro il cancro, invoca adesso con urgenza nuovi studi clinici che convalidino gli straordinari risultati ottenuti dagli studi animali. Sukhatme, insieme alla moglie Vidula, una delle ricercatrici dello studio, è il fondatore della struttura no profit "Global Cures", che si prefigge lo scopo di "promuovere trattamenti alternativi che hanno poche probabilità di riscuotere l'interesse commerciale delle aziende farmaceutiche", come afferma Jake Bernstein, giornalista americano vincitore di due premi Pulitzer e appartenente al team International Consortium of Investigative Journalist (ICIJ). Nel suo articolo, pubblicato nel 2014 per l'associazione americana senza scopo di lucro "ProPublica", scrive: "Sempre più spesso, Big Pharma scommette sul successone di nuovi farmaci antitumorali che costano miliardi di sviluppo e possono essere venduti per migliaia di dollari a dose. Secondo Campbell Alliance, società di consulenza sanitaria, nel 2010, ciascuno dei primi dieci farmaci anticancro ha superato il miliardo di dollari di vendite. Dieci anni prima, in quella lista ce n'erano solo due. Quelle che vengono lasciate indietro sono le terapie alternative a basso costo - come quella di Retsky (il riferimento è a Michael W. Retsky, il fisico statunitense curatore, insieme al collega italiano Romano Demicheli, del libro di cui sopra, ndr) o gli altri farmaci già esistenti ma non ancora impiegati per curare il cancro, compresi i generici - che pur avendo mostrato qualche merito non hanno sufficiente potenziale di profitto per le aziende farmaceutiche che dovrebbero investire nella loro ricerca".     

In tale contesto, se risulta difficile la diffusione delle scoperte attraverso la pubblicazione sulle riviste scientifiche di maggior prestigio, assume un ruolo importante la divulgazione delle notizie attraverso i mass-media, che potrebbe consentire all'opinione pubblica, insieme alle associazioni dei pazienti, di esercitare un'adeguata pressione sulle aziende farmaceutiche.            

 

 

Fonti:     

BERNSTEIN J., "MIA In The War On Cancer: Where Are The Low-Cost Treatments?" (2014), https://www.propublica.org/article/where-are-the-low-cost-cancer-treatments    

(Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da STEFANO PRAVATO)       

EASTMAN Q., "Anti-inflammatory approach suppresses cancer metastasis in animal models" (2019), https://emoryhealthsciblog.com/anti-inflammatory-approach-suppresses-cancer-metastasis-in-animal-models/#more-15690      

KEATLEY GARVEY K., "Cancer Team's Research Paper Named Journal of Clinical Investigation's Editor's Pick" (2019), https://ucanr.edu/blogs/blogcore/postdetail.cfm?postnum=30521        

MOSS R. W., "Is This One Dollar Pill a Breast Cancer Breakthrough?" (2018), https://www.mossreports.com/breast-cancer-pill-ketorolac/

 

 

 
 
 

"Terapie innovative" ed "orfani finanziari": i grandi interessi di Big Pharma nella guerra contro il cancro - Parte 2

Marina Elena Cazzaniga 

Nell'ottobre del 2018, a Monaco di Baviera, si è svolto il congresso annuale dell'European Society for Medical Oncology (Esmo). Già nel 2015, l'Esmo aveva emanato delle linee guida sulla chemioterapia metronomica dove si certificava che "è un'opzione di trattamento di cui tenere conto". Ultimamente è stato dato il via ad un progetto chiamato "International School of Metronomic Chemotherapy" (ISMe), con la presidenza della dott.ssa Marina Elena Cazzaniga, direttore del Centro ricerca di Fase I dell'Asst (Azienda socio-sanitaria territoriale) di Monza all'Ospedale San Gerardo. "È l'Istituto Europeo di Oncologia di Milano che comincia a sviluppare questa terapia (metronomica) agli inizi degli anni 2000; ma è soprattutto negli ultimi cinque o sei anni che la terapia metronomica si afferma come terapia in molti tipi di tumore", afferma la dott.ssa Cazzaniga. "L'idea è quella di somministrare i chemioterapici a piccole dosi e con una frequenza che varia da due a tre volte alla settimana fino a quella quotidiana, senza interruzioni. La classica chemioterapia prevede la somministrazione di alte dosi di farmaci chemioterapici che vanno a colpire le cellule tumorali, ma anche quelle sane e sono tossici soprattutto per il midollo osseo: ecco perché si somministrano a intervalli di qualche settimana, per permettere al midollo di recuperare". I farmaci, nella terapia metronomica, vengono somministrati per via orale e le dosi sono molto basse; continua la dott.ssa Cazzaniga: "Se la classica chemio agisce di preferenza sulle cellule tumorali, la chemio metronomica ha un effetto anche sul microambiente in cui il tumore si sviluppa: inibisce la formazione di nuovi vasi sanguigni (alimentanti il tumore) e stimola le difese immunitarie". Questa terapia non richiede frequenti esami del sangue e si può fare in casa, permettendo al paziente di continuare a svolgere le sue attività giornaliere. Si è dato molto risalto a questo aspetto al congresso annuale dell'Esmo, a Monaco di Baviera. La dott.ssa Cazzaniga oltre all'efficacia sottolinea anche la bassa tossicità della metronomica: "meno dell'1% presenta alopecia (caduta dei capelli) e la tossicità neurologica è inferiore al 5%, e (la chemioterapia metronomica) può portare alla cronicizzazione della malattia. Senza contare l'enorme risparmio economico che offre una terapia a domicilio". Nel mese di marzo sono iniziati i corsi dell'International School of Metronomic Chemotherapy; la dott.ssa Cazzaniga, fondatrice oltre che presidente della scuola, afferma: "Con questa scuola, gratuita e accessibile online, abbiamo voluto offrire, nell'interesse dei pazienti e della ricerca, una piattaforma educazionale che rende disponibili tutte le conoscenze accumulate in questi anni di studi. Vogliamo migliorare la divulgazione di questo particolare tipo di trattamento, i suoi meccanismi d'azione caratteristici, i risultati più recenti su diversi tipi di tumore, oltre a contribuire allo scambio scientifico tra medici, clinici e ricercatori. La scuola accoglie laureandi in Medicina, oncologi, radioterapisti, chirurghi, ginecologi, infermieri, farmacisti e farmaco-economisti di tutto il mondo". Sottolinea ancora la dott.ssa Cazzaniga: "La chemioterapia metronomica ha un potenziale enorme: pensiamo solo all'accesso alle cure nei Paesi poveri dove anche riuscire a raggiungere un ospedale è tutt'altro che semplice. Inoltre i farmaci che usiamo non sono molto costosi. A breve avremo i risultati di un nuovo studio in real life (ovvero uno studio che valuti gli effetti dei farmaci, condotto non in trial clinici svolti con pazienti selezionati, bensì nei pazienti che vivono la vita quotidiana, ndr) ma quello che abbiamo condotto negli ultimi anni ci ha riservato risultati sorprendenti: la terapia sarebbe efficace non solo negli stati più avanzati di tumore al seno in cui l'ormonoterapia ha fallito, ma anche in quelli meno avanzati. Le opportunità di impiego della metronomica si allargano ogni giorno". Conclude quindi la dott.ssa Cazzaniga: "Dobbiamo lavorare sulla giusta dose di farmaco, poiché ad oggi appare chiaro che dosi e tempi di somministrazione differenti dello stesso farmaco inducono effetti diversi sulla cellula tumorale e su quello che la circonda, ovvero il cosiddetto micro-ambiente tumorale. Modulando la dose e la cadenza di somministrazione possiamo avere azioni ed effetti diversi: sui vasi tumorali, sulla stimolazione della risposta immunitaria oppure sulle cellule staminali tumorali. A giugno presenteremo i risultati di uno studio sui profili farmacocinetici. L'attività scientifica sulla concentrazione ottimale di farmaco è determinante nel futuro della chemioterapia metronomica. Ma dovremo occuparci anche di comprendere quali pazienti possano beneficiarne in modo sostanziale, quali farmaci possano essere indicati, quale impostazione del trattamento sia la più appropriata, quale sia il potenziale sull'attivazione del sistema immunitario".          

Tuttavia lo studio di questo approccio terapeutico, innovativo e poco costoso, risulta difficile, in quanto l'industria del farmaco non nutre interesse nel finanziare le ricerche. Diventa quindi difficoltoso pubblicare sulle riviste scientifiche più prestigiose e diffondere tali conoscenze.            

 

Rischi dei farmaci chemioterapici antiblastici                        

Il 14 novembre 2018 si è tenuto nell'Aula Magna della Clinica Mangiagalli di Milano, un Seminario sul rischio da esposizione professionale a farmaci chemioterapici e antiblastici, organizzato dal Gruppo CIIP su Rischio Chimico e Cancerogeno, tema molto attuale e in grande evoluzione. L'incontro, i cui atti sono stati recentemente pubblicati sul sito della Consulta Interassociativa Italiana per la Prevenzione (CIIP), aveva il titolo: "Gestione del rischio chimico e cancerogeno in sanità - Parte 2: Focus chemioterapici antiblastici".         

Vengono definiti antiblastici quei farmaci in grado di inibire la moltiplicazione cellulare, impiegati contro i tumori;  mentre la chemioterapia (dall'inglese chemo-, tratto da chemical, "chimico" e dal greco therapèia, "terapia") è la branca della farmacologia che sviluppa dei farmaci con capacità di distruzione quanto più mirata e selettiva possibile di manifestazioni biologiche patologiche. La chemioterapia antineoplastica (nel linguaggio comune, chemioterapia per antonomasia), colpisce le cellule neoplastiche (tumorali) con farmaci noti come antitumorali. Di fatto, però, vengono colpite tutte le cellule del corpo umano in divisione e non soltanto le cellule tumorali, ed alcuni di questi farmaci, detti chemioterapici antiblastici (Ca), "possono esplicare un certo grado di cancerogenicità, mutagenicità, e/o teratogenicità (malformazioni congenite), come ampiamente documentato dallo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro). In generale possono causare anche effetti collaterali tossici, irritanti, allergizzanti": è quanto afferma Carlo Sala, coordinatore del Gruppo di Lavoro CIIP su Rischio Chimico ed uno dei relatori del Seminario di Studio svoltosi nel novembre scorso a Milano, nel suo intervento: "Chemioterapici antiblastici: definizione, classificazioni, dispersione nell'ambiente di lavoro, rischi legati all'esposizione professionale e ambientale".            

Per trattare il tema dell'incontro, mi soffermo brevemente sull'intervento: "Preparazione dei farmaci antiblastici: gestione del rischio", a cura di Vito Ladisa, Direttore sc Farmacia Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Il relatore informa che: "Sul nesso causale tra esposizione lavorativa a farmaci antiblastici e danni alla salute dei lavoratori esposti si è ampiamente dibattuto e sono stati promossi numerosi interventi per ridurre il rischio lavorativo. Pur tuttavia gli incidenti che si rilevano tra gli operatori sanitari, l'uso sempre più ampio di queste sostanze anche verso patologie non neoplastiche, le differenti modalità di somministrazione ai pazienti e la formulazione di nuovi farmaci contribuiscono ad aumentare il livello di attenzione della comunità scientifica, delle istituzioni e dei lavoratori". Vengono poi elencate alcune norme rilevanti in materia, relative sia all'Italia, sia, nello specifico, alla regione Lombardia:         

1) DPR 5 agosto 1999 - Accordo conferenza Stato - Regioni "Linee guida per la sicurezza e la salute dei lavoratori esposti a chemioterapici antiblastici in ambiente sanitario"; 

2) D. Lgs 9 aprile 2008, n.81 "Attuazione dell'articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro"; 

3) Linee guida ISPESL 2010 "Indicazioni e la tutela dell'operatore sanitario per il rischio di esposizione ad antiblastici" (aggiornamenti alle linee guida del 1999); 

4) Decreto Direzione generale Sanità n. 31139 del 11.12.2001: Linee guida della Regione Lombardia per l'applicazione dell'accordo sancito dalla Conferenza Stato-Regioni il 5 agosto 1999 sulla sicurezza e la salute dei lavoratori esposti a chemioterapici antiblastici in ambiente sanitario.           

Si procede quindi con la valutazione sui farmaci chemioterapici antiblastici: "I Ca, come tutti i farmaci, non sono soggetti alla regolamentazione europea sulla classificazione e sull'etichettatura delle sostanze e delle miscele pericolose. Pertanto non rientrano nel campo di applicazione del Titolo IX, del d.lgs. 81/2008 (sostanze pericolose). Ciò non esime i datori di lavoro dal dover valutare i rischi connessi all'utilizzo di queste sostanze e tutelare i lavoratori ai sensi del titolo I del d.lgs 81/2008 stesso. Tuttavia, numerosi Ca sono stati riconosciuti dalla IARC e da altre autorevoli agenzie internazionali come sostanze cancerogene o probabilmente cancerogene per l'uomo e se vengono utilizzati in assenza di procedure comportamentali di prevenzione possono avere effetti gravi sull'organismo". Cosicché, continua il relatore, "per tutelare la salute dei lavoratori esposti, la conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano ha emanato il Provvedimento 5 agosto 1999 'Documento di linee guida per la sicurezza e la salute dei lavoratori esposti a chemioterapici antiblastici in ambiente sanitario' che riporta gli indirizzi relativi, alla valutazione dell'esposizione, alla sorveglianza sanitaria, alle misure di prevenzione, alle modalità operative, ai carichi lavorativi, alla suscettibilità individuale utili alla prevenzione del rischio da esposizione". Il relatore continua: "La prevenzione individuale e collettiva si realizza principalmente tramite la centralizzazione organizzativa e strutturale delle attività che prevedono l'uso di Ca. La valutazione dell'esposizione, la definizione di misure preventive e protettive, la redazione di protocolli e procedure specifiche, la predisposizione di accorgimenti tecnico organizzativi e progettuali diventano elementi indispensabili per l'uso in sicurezza di questa particolarissima categoria di farmaci".     

Dopo aver elencato diversi effetti provocati dai farmaci antineoplastici e aver riportato informazioni sulla classificazione IARC, il relatore dott. Ladisa afferma: "Vista la pericolosità dei farmaci chemioterapici antiblastici, è necessario che l'esposizione professionale a tali sostanze sia mantenuta entro i livelli più bassi possibile". Negli ambienti lavorativi "l'assorbimento può avvenire principalmente per via inalatoria o percutanea. Le altre vie di penetrazione dell'organismo, come ad esempio per via oculare, dovuta a spruzzi, e digestiva, dovuta ad ingestione di cibi contaminati sono occasionali e dovute ad incidenti. L'esposizione professionale a questi farmaci può coinvolgere differenti categorie di lavoratori e può verificarsi durante le diverse fasi dalla manipolazione allo stoccaggio e allo smaltimento dei rifiuti".            

Il relatore si sofferma quindi sui rischi che concernono la manipolazione e la somministrazione dei farmaci: "Nella manipolazione dei farmaci chemioterapici e antiblastici le operazioni più rischiose sono quelle che possono comportare la formazione di vapori e/o aerosol e/o la diffusione del preparato sotto forma di gocce". Invece durante la somministrazione del farmaco "le manovre più a rischio per l'operatore sono:  

- l'espulsione dell'aria della siringa prima della somministrazione del farmaco  

- le perdite del farmaco a livello dei raccordi della siringa e/o del deflussore e a livello della valvola del filtro dell'aria".    

Per quanto riguarda invece lo "smaltimento di questi farmaci, del materiale utilizzato per la loro preparazione (guanti, camici, siringhe, ecc.) e gli escreti dei pazienti sottoposti a terapia con Ca", tali operazioni "costituiscono ulteriori fasi di possibile contaminazione non solo per i medici e gli infermieri ma anche per il personale addetto ai servizi generali. Pertanto la valutazione del rischio, la redazione delle procedure e l'utilizzo di Dpi devono tenere in debito conto tutte queste attività anche attraverso l'utilizzo di procedure operative appropriate".            

Il relatore si richiama, in particolare per la manipolazione, la somministrazione e lo smaltimento dei Ca, al DPR del 5 agosto 1999: "Linee guida per la sicurezza e la salute dei lavoratori esposti a chemioterapici antiblastici in ambiente sanitario", dove, per quanto concerne le operazioni di smaltimento, viene raccomandato anche di porre particolare attenzione alle "urine dei pazienti trattati (che possono essere anche causa di inquinamento ambientale per la contaminazione nel sistema fognario) e alla eventuale nebulizzazione prodotta dal risciacquo dei servizi".             

Il relatore, dott. Ladisa, si sofferma quindi su vari argomenti: ricerche ed indagini svolte a livello nazionale, allestimento dei  chemioterapici antiblastici, Centrale Preparazione Farmaci antiblastici (CPF), prevenzione degli errori/rischi in terapia con farmaci antineoplastici, procedure standard, ecc.            

Vengono elencate infine le misure utili a ridurre il rischio da assorbimento dei chemioterapici antiblastici e viene sottolineato, in conclusione, che: "Condizione fondamentale per la manipolazione in sicurezza dei chemioterapici antiblastici è il creare una coscienza responsabile in tutti gli esposti al rischio:   

- sui rischi  

- sulle corrette modalità di manipolazione dei farmaci antiblastici e dei materiali contaminati  

- sull'uso di cappe (per l'allestimento dei chemioterapici, ndr)  

- dei mezzi protettivi individuali  

- sul significato del monitoraggio ambientale e della sorveglianza sanitaria".               

Mi sembra particolarmente interessante riportare, a conclusione di questo lungo articolo, uno stralcio tratto da: "Esposizione a chemioterapici antiblastici e sorveglianza sanitaria", Dispense dei Corsi sulla "Sicurezza nell'utilizzo dei farmaci antiblastici" organizzati dalla ASL di Viterbo, "Brevi cenni di farmacologia degli antiblastici", scritto dalla dott.ssa Ileana Mattei:            

" ... Oggi sono disponibili numerose sostanze ad attività antiblastica, di diversa origine, struttura chimica ed effetti. Esse agiscono con meccanismi diversi, ma hanno in comune una citotossicità più o meno marcata che generalmente è maggiore nei confronti delle cellule in replicazione. Purtroppo sono solo parzialmente selettivi nei confronti delle cellule cancerogene, agendo anche su tessuti con elevato indice mitotico quali midollo osseo, epiteli dei bulbi piliferi, mucose, apparato riproduttivo maschile e femminile. Ciò spiega i tipici effetti tossici dei farmaci antiblastici: mielodepressione (anemia, immunosoppressione), alopecia (caduta dei capelli), disturbi gastrointestinali (le mucose sono in continua proliferazione), amenorrea (assenza di mestruazioni nelle donne in età feconda) e oligospermia (riduzione della produzione di spermatozoi) o addirittura azoospermia (teratogenesi). La tossicità riproduttiva è stata ben studiata nell'uomo e negli animali da laboratorio, è noto che essi possono provocare una riduzione della fertilità fino alla sterilità, aborti, gravidanze extrauterine. Inoltre poiché il feto è un organismo in rapido accrescimento, l'esposizione in utero agli antiblastici può provocare malformazioni congenite (teratogenesi). Infine, proprio per le loro proprietà citotossiche e immunosoppressive, gli antiblastici possono paradossalmente causare tumori secondari, infatti, non solo sono in grado di innescare la trasformazione di cellule normali in maligne, ma tendono a ridurre le difese endogene contro l'insorgenza di neoplasie".               

Si è visto già come la chemioterapia metronomica, oltre alla sua efficacia e alla bassa tossicità, abbia un effetto sul microambiente dove il tumore si sviluppa, stimolando invece le difese immunitarie dell'organismo. I pazienti, oltre a non sperimentare pesanti effetti collaterali come affaticamento e caduta dei capelli, come accade con la chemioterapia tradizionale, possono continuare a svolgere le proprie attività quotidiane senza dover stravolgere le loro vite, come sottolinea anche la dott.ssa Marina Elena Cazzaniga: non dovendo sottoporsi a frequenti esami del sangue, possono controllarsi soltanto quando si recano in ospedale per ritirare le compresse usate per la terapia.        

Ma dove sono i finanziamenti da destinare alle ricerche, per questa terapia come per tutti gli altri promettenti "orfani finanziari"?      

 

 

Fonti relative alle parti prima e seconda:   

BAZZI A., "Chemio a piccole dosi (e frequenti) ecco il metodo 'metronomico'" (2018), https://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/18_ottobre_21/chemio-piccole-dosi-frequenti-ecco-metodo-metronomico-2ae078b4-d544-11e8-bac3-69d57efab9a5.shtml   

BERNSTEIN J., "MIA In The War On Cancer: Where Are The Low-Cost Treatments?" (2014), https://www.propublica.org/article/where-are-the-low-cost-cancer-treatments  

(Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da STEFANO PRAVATO)   

CAZZANIGA M. E., "La chemioterapia metronomica, un modo nuovo e meglio tollerato per somministrare i chemioterapici" [Video] (2018), https://www.pharmastar.it/pharmastartv/oncoemato/la-chemioterapia-metronomica-un-modo-nuovo-e-meglio-tollerato-per-somministrare-i-chemioterapici--5836   

CORNAZ, "Tumori: la chemioterapia metronomica salva i capelli" (2019), https://www.corrierenazionale.it/2019/03/01/tumori-chemioterapia-metronomica-salva-capelli/   

DE FELICE D:, "Case farmaceutiche: quanto guadagna Big Pharma sulla nostra malattia?" (2014), https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/05/case-farmaceutiche-quanto-guadagna-big-pharma-sulla-nostra-malattia/939933/    

DE FELICE D., "Farmaci antitumorali: le aziende farmaceutiche giocano con le vite umane?" (2014), https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/24/farmaci-antitumorali-le-aziende-farmaceutiche-giocano-con-le-vite-umane/1038533/   

MARTINELLA V., "E meno male che in Italia i farmaci non li pagano i malati" (2018), https://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/18_marzo_09/meno-male-che-italia-farmaci-non-li-pagano-malati-ad026d28-2394-11e8-a75a-25157c4f0ea6.shtml   

MATTEI I., "Esposizione a chemioterapici antiblastici e sorveglianza sanitaria - ASL Viterbo" [PDF], http://www.asl.vt.it/Staff/SPP/Documentazione/informazione/sorveglianza/Esposizione_a_chemioterapici_antiblastici_sorveglianza.pdf

REDAZIONE, "Chemioterapia in crisi: 6 farmaci su 10 autorizzati senza prove di efficacia e sicurezza" (2018), https://saluteuropa.org/segnali-dal-futuro/chemioterapia-crisi-6-farmaci-10-autorizzati-senza-prove-efficacia-sicurezza/#comments   

REDAZIONE, "Tumori e chemioterapia. Rischio infarto per un paziente su tre" (2018), http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=59218   

REDAZIONE ANSA, "Oncologi, per 68% esiste conflitto d'interesse con industria" (2018), http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2018/07/02/oncologi-per-68-esiste-conflitto-dinteresse-con-industria_2c2e573b-92e7-475e-bda7-3f3864258879.html 

REDAZIONE, "Rischi e prevenzione nell'utilizzo di chemioterapici e antiblastici" (2019), https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/tipologie-di-rischio-C-5/rischio-cancerogeno-mutageno-C-51/rischi-prevenzione-nell-utilizzo-di-chemioterapici-antiblastici-AR-18686/   

REDAZIONE, "L'oncologo: 'Il cancro è furbo ma siamo vicini a sconfiggerlo'" (2019), https://www.ilmessaggero.it/salute/medicina/oncologo_cancro_vicini_a_sconfiggerlo-4272940.html   

http://www.fnopi.it/archivio_news/leggi/209/PROV050899.pdf

 

 

 
 
 

"Terapie innovative" ed "orfani finanziari": i grandi interessi di Big Pharma nella guerra contro il cancro

I coniugi SukhatmeIl King's College e la London School of Economics hanno esaminato i trattamenti oncologici approvati dall'Agenzia Europea del farmaco tra il 2009 e il 2013: il risultato della ricerca è stato che su 48 trattamenti approvati per 68 differenti indicazioni, 39 di queste, ovvero ben il 57%, sono state ritenute inefficaci per quanto concerne un miglioramento della qualità di vita o della soppravvivenza dei pazienti oncologici. Coordinatore dello studio è stato il dott. Courtney Davis, che così ha commentato: "Quando farmaci costosi che mancano di un'evidenza robusta sul beneficio clinico per il paziente vengono approvati e rimborsati dai fondi pubblici dei sistemi sanitari, si tratta di uno spreco di fondi pubblici e danno per i pazienti ... Abbiamo valutato per 5 anni le evidenze cliniche di efficacia di tutti questi nuovi farmaci ed abbiamo scoperto che la maggior parte di questi è entrata sul mercato senza chiare evidenze d'efficacia". Il prof. Naci Huseyin, ricercatore nel Dipartimento di politica sanitaria della London School of Economics e uno dei coordinatori dello studio, stupito che farmaci antitumorali entrino nel mercato europeo senza dati chiari sull'allungamento della vita dei pazienti ed una miglior qualità di vita, ha dichiarato: "C'è una evidente necessità di alzare il livello per l'approvazione di nuovi farmaci antitumorali". Farmaci chemioterapici che vengono proposti come "terapie innovative" di fatto non presentano alcun reale vantaggio rispetto a terapie già esistenti o, addirittura, a non seguire alcun trattamento. I pazienti, a volte, vengono spinti a rinunciare a terapie che avrebbero potuto portare dei benefici per seguire invece questi trattamenti "innovativi" che inducono false speranze per i pazienti ed i loro familiari. Tali temi sono stati abbondantemente discussi sulla stampa specializzata e trattati sulla rivista "Organisms". Tuttavia questi argomenti non hanno trovato che pochissimo spazio sulla stampa divulgativa e nella diffusione al grande pubblico. Il prof. Mariano Bizzarri, direttore del Laboratorio di Biologia Sistemica presso il dipartimento di Medicina Sperimentale dell'Università La Sapienza e presidente scientifico di un importante congresso internazionale: "Where are the Biological Sciences going?", organizzato lo scorso anno dall'Università La Sapienza di Roma, afferma: "L'introduzione dei farmaci mirati contro specifici bersagli non ha apportato i benefici promessi. Questo perché anche bloccando una via o una molecola, il tumore può aggirare l'ostacolo attivando percorsi ridondanti di attivazione biochimica. I nuovi farmaci non solo non migliorano significativamente la sopravvivenza dei pazienti affetti da tumori solidi, ma spesso comportano inaccettabili effetti collaterali. Per non parlare del costo esorbitante (50-100.00 euro/paziente/anno) che difficilmente anche una nazione ricca potrebbe sostenere ... Per questo occorre indirizzare la ricerca verso soluzioni alternative, come quelle offerte dalla 'network polypharmacology', il trattamento capace di colpire più bersagli contemporaneamente".                

In un recente studio sulle cause di decesso condotto su 1807 pazienti sopravvissuti al cancro, è emerso che, in un follow up di 7 anni, il 33% dei pazienti muore per disturbi cardiaci e il 51% invece per la patologia per la quale era in cura, ovvero il cancro. Evidentemente, un paziente su tre muore a causa dei trattamenti oncologici e non per il tumore in sé. Tutto questo si potrebbe evitare se, prima di qualsiasi terapia oncologica, si venisse seguiti da una struttura cardioncologica per individuare e curare eventuali fattori di rischio cardiovascolari come ipertensione, ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, diabete, ed intervenire in caso di patologie cardiache come la disfunzione ventricolare sinistra, la cardiopatia ischemica, aritmie, problemi tromboembolici e in caso di urgenza cardiovascolare. Nicola Maurea, direttore della Struttura Complessa di Cardiologia del Pascale di Napoli, avverte: "Spesso, mentre si è tutti concentrati ad eliminare il cancro, questi problemi non sono purtroppo riconosciuti, o non vengono adeguatamente trattati: un errore di prospettiva, anche perché la presenza di fattori di rischio cardiovascolari non trattati aumenta il rischio di eventi avversi cardiaci a seguito della chemioterapia o della terapia con farmaci biologici. Fondamentale, inoltre, che il cardiologo che prende in cura il paziente sia continuamente aggiornato sui farmaci oncologici utilizzati e sulle loro interazioni con i farmaci cardiologici con cui trattare il paziente".              

Un grande problema per l'oncologia è costituito dal conflitto di interessi. Lo rivela l'indagine sul conflitto di interessi tra oncologi e industria del farmaco realizzata dal Cipomo (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri) e pubblicata nel 2018 sul British Medical Journal. Sono stati coinvolti 321 oncologi in tutta Italia, pari al 13% degli oncologi di ruolo. Dall'indagine "emerge quindi un'urgenza reale: tra gli oncologi il conflitto interessi è percepito come un problema importante che può influenzare costi e qualità dell'assistenza medica". Il Cipomo ha stilato in un documento ufficiale delle raccomandazioni con l'obiettivo di "dirigere l'Oncologia verso i principi di trasparenza e correttezza, facendo maturare nei clinici una più precisa consapevolezza circa la natura e le potenziali conseguenze del conflitto di interessi". Fra le raccomandazioni, la sfera della ricerca è da "tutelare dall'influenza degli interessi commerciali". Inoltre, l'interazione tra l'industria e i clinici dev'essere fondata sulla "trasmissione di informazioni utili a migliorare la qualità delle cure e non all'induzione alla prescrizione (farmaceutica)". La formazione "non deve rappresentare uno strumento di marketing ma migliorare la qualità delle scelte cliniche". Il presidente del Cipomo, Mario Clerico, afferma che il documento "non vuol essere una denuncia ma un invito alla consapevolezza. L'industria farmaceutica sponsorizza i congressi medici e contribuisce a gran parte della loro formazione. Dunque, i clinici devono porre particolare attenzione quando scelgono fra diverse possibilità di trattamento. La scelta deve basarsi sui valori e sulle evidenze, non sulle convenienze".     

Altro nodo fondamentale è quello del prezzo dei farmaci antitumorali. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli oncologi incontrano sempre più spesso pazienti che scelgono di non curarsi a causa del costo proibitivo delle terapie, che lascerebbe le famiglie in stato d'indigenza. Infatti, pur disponendo di una polizza assicurativa sanitaria (e non tutti ce l'hanno), vi è una quota delle spese da sostenere direttamente, che ammonta circa al 20%. Dice Francesco De Lorenzo, presidente della Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (Favo): "Il costo dei trattamenti anticancro continua a crescere vertiginosamente". In dieci anni il prezzo dei farmaci antitumorali è raddoppiato, passando mediamente da 4.500 dollari ad oltre 10.000 al mese. "Un anno di terapia costerà all'incirca 120.000 dollari e il 20% di tale somma corrisponde a quasi la metà del reddito medio di una famiglia americana: come dire che, per curare il cancro di uno dei componenti, tutti gli altri dovranno rivedere il proprio standard di vita".              

Sono stati rilevati aumenti, nel settore dei farmaci antitumorali, dal fabbricante del solo principio attivo Api (Active Pharmaceutical Ingredient, come viene chiamato in gergo il principio attivo) al farmaco finito di più di un milione di volte, con un incasso gigantesco nella filiera della produzione e distribuzione. Un caso esemplificativo è quello avvenuto anni fa con il Leukeran della Aspen, un antitumorale particolarmente indicato nei linfomi non-Hodgking. In Italia costava 7,13 euro la confezione da 25 compresse rivestite da 2 mg: scomparso dal mercato italiano per parecchio tempo, fu distribuito dall'azienda produttrice in altri Paesi dove il costo per i cittadini era maggiore oppure fu venduto online a cifre largamente maggiori, a scapito di controlli e sicurezza. Ritornò in vendita il primo aprile 2014, nelle farmacie italiane, con una novità: il prezzo della confezione era passato dai 7,13 euro a 94,95. Classificato in classe A era a carico dello Stato con ticket, ma la molecola rimaneva la stessa: non vi fu quindi alcuna spesa aggiuntiva per studi clinici e per l'autorizzazione all'immissione in commercio, risalente all'anno 2000. L'Aifa approvò la rinegoziazione del costo del farmaco, il 17 marzo 2014, senza batter ciglio.    

Jake Bernstein, giornalista del team International Consortium of Investigative Journalist (ICIJ), vincitore di due premi Pulitzer ed autore per molte importanti testate (come "The Washington Post" e "The Guardian"), scrisse un lungo articolo nel 2014 per l'organizzazione americana senza scopo di lucro "ProPublica", dove denunciò come gli enormi interessi delle industrie farmaceutiche stessero ostacolando la guerra contro il cancro: "Per far approvare un farmaco antitumorale ci vuole circa 1 miliardo di dollari. Le aziende che investono, sperimentano solo farmaci brevettabili il cui eventuale impiego possa compensare lo sforzo economico richiesto. In tali condizioni, le soluzioni poco costose - anche se potenzialmente promettenti - non saranno mai esplorate a fondo".      

Nel suo articolo, Bernstein narra la storia del fisico americano Michael Retsky, dedicatosi alla ricerca sul cancro nei primi anni ottanta e per più di dieci a modellare la crescita dei tumori del cancro al seno. Ad un certo momento della sua vita, dovette egli stesso affrontare improvvisamente un brutto tumore al colon: risvegliatosi dall'anestesia dopo un intervento, fu informato che il tumore si era già diffuso in quattro linfonodi ed aveva oltrepassato la parete intestinale. Retsky non aveva bisogno di nessuno per la sua prognosi: sapeva già che, in assenza di chemioterapia, vi era un 80% di probabilità che il cancro tornasse. Anche con la terapia, vi era comunque il 50% di probabilità di recidiva. "Il trattamento standard era brutale", scrive Bernstein: "Sei mesi della più alta dose di chemioterapia che il corpo potesse sopportare e, dopo, nient'altro che la speranza". Ma Michael Retsky, pur non essendo affatto contento, come tutti i malati di cancro, delle probabilità di sopravvivenza, possedeva tuttavia le conoscenze per metterle in discussione. Nutriva forti dubbi sul fatto che la chemioterapia standard, adottata ovunque per il trattamento del cancro al colon ed alcuni tipi di cancro al seno, fosse la soluzione migliore. Si rivolse allora a William Hrushesky, un oncologo che lavorava al "Department of Veterans Affairs Albany Stratton Medical Center" di New York e in un altro ospedale del luogo. Hrushesky aveva lavorato con il National Cancer Institute ed aveva suscitato interesse per una teoria secondo la quale gli effetti negativi della chemioterapia potrebbero essere minimizzati in base all'ora giornaliera di somministrazione. A tale scopo utilizzava una pompa automatica, sottoponendo i pazienti a chemioterapia negli orari più svariati. Aveva inoltre somministrato chemioterapia a basse dosi a pazienti con tumori in fase avanzata che non avrebbero potuto resistere alla chemio standard ad alte dosi. Anni dopo, tale metodo sarebbe stato chiamato "terapia metronomica" da un altro ricercatore.             

Michael Retsky si recò nel suo studio chiedendosi in che modo Hrushesky avrebbe accolto la sua proposta terapeutica non convenzionale. Mentre era seduto in sala d'attesa, "Hrushesky uscì indossando stivali da cowboy e cominciò a stringere la mano di ogni paziente nella sala e a Retsky piacque immediatamente". Retsky decise di seguire una terapia della durata di due anni e mezzo, basandosi sulle sue stime di crescita tumorale e alla quantità di chemioterapia necessaria. Il farmaco scelto fu il Fluorouracile (5-FU), un agente chemioterapico standard, che Retsky assorbiva attraverso un catetere nel petto collegato con una pompa, mentre dormiva la notte. Benché, alla fine, ricevette una dose di 5-FU maggiore rispetto a quella che avrebbe ricevuto con una terapia standard, Retsky non subì alcun pesante effetto collaterale, tipico della chemio, come nausea, affaticamento, perdita di capelli. Gli unici effetti sgradevoli furono solo due vesciche nella bocca e una lieve screpolatura alle mani. Mentre era sotto terapia, nei due anni successivi, Retsky iniziò a collaborare con il gruppo di ricerca del dott. Judah Folkman, un noto ricercatore oncologico che svolse uno studio innovativo sulle modalità di accrescimento dei tumori nel suo laboratorio di Boston. Insieme al dott. Folkman, Retsky si recò al Dana Farber Cancer Center di Boston, uno dei centri di trattamento oncologico più importante degli Stati Uniti, per incontrare uno scienziato al top della struttura, allo scopo di promuovere una esplorazione della terapia metronomica. Il risultato fu scoraggiante: non vi fu il minimo interesse; al fisico americano fu detto invece che probabilmente era stato l'intervento chirurgico e non il trattamento successivo ad arrestare il suo cancro. Retsky non escludeva questa possibilità ma, affermava, non c'era modo di saperlo con certezza senza ulteriori ricerche.               

Vikas Sukhatme, nato in India e cresciuto a Roma, laureato in Fisica Teorica presso il Massachusetts Institute of Technology e in Medicina presso il Massachusetts General Hospital, ricevette una borsa di studio in Nefrologia presso lo stesso ospedale, trascorrendo poi due anni a Stanford nella ricerca sull'immunologia. La ricerca svolta da Sukhatme coprì numerose aree della medicina, sia nella scienza fondamentale che nella cura clinica; il suo interesse di lunga data sul cancro si concentra attualmente sul metabolismo dei tumori e sull'immunologia dei tumori. La sua ricerca ha anche fornito informazioni importanti sul come si formano nuovi vasi sanguigni per nutrire i tumori in crescita. Rettore della Harvard Medical School, insieme alla moglie Vidula, epidemiologa, fondarono una struttura no profit, "Global Cures", per promuovere trattamenti alternativi che hanno poche probabilità di riscuotere l'interesse commerciale delle aziende farmaceutiche. Global Cures definisce "orfani finanziari" tali trattamenti alternativi e la terapia metronomica è uno di questi. Per venire in aiuto a pazienti e i loro medici, "la no profit sta producendo rapporti che spiegano la scienza alla base di queste promettenti terapie orfane che hanno avuto riscontro in studi su animali e con dati umani seppur limitati", scrive Bernstein. "Inoltre Global Cures si è posta un obiettivo ancor più difficile: trovare i soldi per gli studi clinici". Gli oncologi, senza la conferma di una sperimentazione umana su larga scala, sono poco propensi ad approvare l'uso di terapie orfane, anche quando non rimane molto altro da fare. Allen Lichter, ufficiale capo esecutivo della American Society of Clinical Oncology, affermava: "Siamo di fronte a una scelta limite: abbandonare la buona medicina basata sull'evidenza sperimentale per cercare semplicemente di affrontare le speranze disperate di pazienti disperati". Lichter riconosceva però che vi erano "orfani finanziari" che non ottenevano l'attenzione che avrebbero invece meritata.   

Michael Retsky sapeva che la terapia metronomica con 5-FU sul tumore del colon in stadio precoce non sarebbe mai stata oggetto di sperimentazione negli USA. "Il farmaco costa meno dell'acqua sterile", affermava, "e quindi nessuna azienda farmaceutica spenderebbe milioni di dollari per testarlo se non vi è nessun ritorno finanziario".           

Michelle Holmes, professoressa associata di medicina presso la Harvard Medical School, aveva cercato per anni di raccogliere fondi per sperimentare gli effetti dell'aspirina sul cancro al seno. Afferma Bernstein: "Studi su animali, esperimenti in vitro e analisi dei risultati di alcuni pazienti suggeriscono che l'aspirina potrebbe inibire il propagarsi del cancro al seno. Eppure (la professoressa) riferisce che anche i suoi colleghi dei consigli consultivi scientifici non sembrano interessati. 'Per qualche ragione, un farmaco che potesse essere brevettato otterrebbe subito un trial randomizzato, mentre l'aspirina, che ha proprietà sorprendenti, resta inesplorata perché si tratta di un rimedio cardiovascolare da pochi centesimi', dice la Holmes. Sempre più spesso, Big Pharma scommette sul successone di nuovi farmaci antitumorali che costano miliardi di sviluppo e possono essere venduti per migliaia di dollari a dose. Secondo Campbell Alliance, società di consulenza sanitaria, nel 2010, ciascuno dei primi 10 farmaci anticancro ha superato il miliardo di dollari di vendite. Dieci anni prima, in quella lista ce n'erano solo due. Quelle che vengono lasciate indietro sono le terapie alternative a basso costo - come quella di Retsky o gli altri farmaci già esistenti ma non ancora impiegati per curare il cancro, compresi i generici - che pur avendo mostrato qualche merito non hanno sufficiente potenziale di profitto per le aziende farmaceutiche che dovrebbero investire nella loro ricerca".               

Scrive ancora Bernstein: "I nuovi farmaci in alcuni casi hanno allungato la vita dei pazienti in maniera sorprendente, tuttavia il cancro rimane la seconda più comune causa di morte negli Stati Uniti, dopo le malattie cardiache, con circa 580.000 decessi all'anno. ln tutto il mondo, il 60% di tutte le morti per cancro si verifica nei paesi in via di sviluppo, dove gli esperti dicono che l'incidenza della malattia è in rapida crescita, assieme ad un disperato bisogno di cure a prezzi accessibili". Oggi, secondo i dati pubblicati in un recente rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità e di AFRON, Oncologia per l'Africa Onlus, a livello mondiale i casi di cancro aumenteranno del 70% nei prossimi vent'anni, anche se in Europa i casi di sopravvivenza al cancro sono migliorati.              

Michelle Holmes, la professoressa di Harvard, afferma che è il denaro a scrivere l'agenda dello sviluppo dei farmaci antitumorali. "Un prodotto è scientifico e attraente solo se può essere monetizzato", dice, "e questa diventa la prassi". Prosegue poi Bernstein : "Oggi, l'attenzione predominante nello sviluppo di un farmaco antitumorale è rivolta alle 'terapie mirate' che siano sia innovative che redditizie. Questi farmaci bloccano la crescita e la diffusione del cancro interferendo con specifiche molecole coinvolte nella crescita tumorale. Modellare queste terapie mirate richiede una costosa sperimentazione molecolare e genetica, ma una volta brevettato l'investimento può tradursi in enormi profitti per le compagnie farmaceutiche ... Un sottoinsieme delle terapie mirate riguarda la soppressione della capacità delle cellule tumorali di eludere la risposta immunitaria del corpo. L'immunoterapia, così è denominato il trattamento, è stata a lungo vista come un approccio fallito fino alle scoperte molecolari recenti. Ora, la promessa dell'immunoterapia sta innalzando i prezzi delle azioni di varie aziende che stanno sviluppando farmaci di questo tipo ... Si ritiene che alcuni degli 'orfani finanziari' identificati da Global Cures migliorino la risposta immunitaria ai tumori. Senza ulteriori studi è difficile isolare esattamente il motivo per cui essi operino in tale maniera. Vidula Sukhatme dice che questa è una delle principali lamentele che lei e suo marito ricevono da scienziati che non sono d'accordo con il loro approccio. 'Loro le chiamano medicina sporca', dice. 'Dicono che il mondo intero sta andando verso le terapie mirate mentre voi state andando indietro'. Sukhatme crede che capire se un farmaco funzioni conti più della comprensione accurata del suo meccanismo di azione. È possibile che queste alternative possano avere effetti sinergici che non si possono ricondurre ad un singolo bersaglio molecolare, afferma".                

L'approccio dei coniugi Sukhatme si dimostrò lungimirante: oggi stiamo assistendo infatti al fallimento delle terapie mirate. Alle dichiarazioni del prof. Mariano Bizzarri, di cui sopra, fanno eco le parole del dott. Giampaolo Tortora, direttore dell'Oncologia Medica del Policlinico Gemelli di Roma e luminare della terapia contro il cancro al pancreas, pronunciate in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, il primo febbraio di quest'anno: "dalla chemioterapia alle terapie a bersaglio molecolare, avevamo forse l'illusione di poter venire a capo di tutto, ma poi ci sono state delle battute d'arresto. Il tumore è furbo. Ora, con l'immunoterapia, la sensazione che si sia imboccata una strada diversa. Anche se non deve illudere, perché non è per tutti: nei casi in cui funziona, però, i pazienti reagiscono bene e non hanno recidive. Quest'ultimo è uno dei punti più difficili da superare".       

Erano ormai trascorsi diciassette anni dal cancro di Retsky, quando Jake Bernstein pubblicò il suo articolo, nel 2014. Retsky non aveva la certezza che fosse stata davvero la cura a guarirlo, benché in cuor suo ne avesse la profonda convinzione. Molteplici studi di laboratorio su animali e ridotti studi sull'uomo potevano far ritenere che la chemioterapia continua a basse dosi permettesse di ridurre i tumori e prevenire le recidive. Ma un test clinico su vasta scala della procedura applicata a Retsky era molto improbabile, considerando le modalità con cui si mettono a punto i trattamenti anticancro. Vikas Sukhatme pensava che la terapia metronomica fosse un "orfano finanziario" per eccellenza. Vi erano dei dati promettenti a suo favore ma non si comprendeva bene il perché sembrasse funzionare. Ricercatori indipendenti in Canada, in Europa e India stavano esplorando farmaci a basso costo simili a quello usato da Retsky in terapia metronomica. Se i costi contenuti non incentivavano le aziende farmaceutiche a condurre studi, tuttavia queste ricerche rivestivano grande importanza per i paesi in via di sviluppo. Il gruppo di ricerca del dott. Folkman, che aveva collaborato con Retsky durante il periodo della sua terapia, pubblicò nel 2000 uno studio con animali sulla terapia metronomica e scoprì che questa pareva limitare la crescita tumorale. Negli stessi anni Robert Kerbel, ricercatore oncologico del dipartimento di biofisica medica presso l'Università di Toronto, fece uno studio su animali arrivando a delle conclusioni similari. Inoltre studi sull'uomo randomizzati, coinvolgenti centinaia di pazienti europei e giapponesi che erano stati sottoposti ad una terapia metronomica, mostrarono un miglioramento dei tassi di sopravvivenza. Kerbel affermava che una spiegazione teorica sulla capacità di funzionamento della terapia metronomica avrebbe potuto consistere nel fatto che questa inneschi una risposta immunitaria aggiuntiva al tradizionale effetto tossico della chemio sulle cellule tumorali.                       

 

Fine prima parte. Per la parte seconda e l'elencazione delle fonti relative ad entrambe le parti, si rimanda il lettore al Post successivo.

 

 
 
 
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