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Viareggio: politica della comunicazione

Post n°66 pubblicato il 11 Febbraio 2009 da eticamedia

Dal 12 al 14 febbraio si terrà a Viareggio, in piazza Mazzini, Palazzo delle Muse, un incontro sul tema della politica della comunicazione, organizzato dall’Associazione Popoli, Diritti, Cultura, dall’OSCOM Federico II di Napoli, in collaborazione con la Provincia di Lucca e la Scuola della pace; con il patrocinio morale della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Napoli.

Partecipano all’incontro Magda Tomei, Ermanno Corsi, Clementina Gily, Franco Cambi, Ilaria Vietina.

Comunicazione è una parola problema, dice Edgard Morin, perché nell’accezione comune ha sensi così ampi da significare tutto e nulla.  Il termine risulta denso di problemi senza soluzione presente soprattutto in due sensi

  1. in riferimento al mondo della comunicazione di massa ed alla rete

  2. in riferimento alla governance politico sociale: vale a dire a tutti quei settori del mondo lato della politica e dell’informazione, in cui si avverte una caduta della capacità di informazione, la comunicazione risulta carente in entrambe le direzioni di percorso, da chi agisce nei confronti del cittadino / acquirente di servizi, giornali-libri.serial TV ecc. - e viceversa.

Per il resto, il termine ha un senso più immediato e determinato, si parla di insuccesso di comunicazione tra le persone (o successo) di capacità relazionale, di comunicazione che è andata ad effetto: tutti sensi su cui non si accende nessun dubbio e che completano la parola problema.

 

Il titolo dell’incontro

 

INFORMAZIONE E VENDITORI DI ALMANACCHI

L’EPOCA DELLE GAZZETTE E LA CULTURA D’IMMAGINE

 

richiama il senso di cosa voglia dire “informazione”. Rivolgendosi alla scuole, si suppone che siano note le Operette Morali di Leopardi, dove c’è la figura del Venditore di Almanacchi. Non si tratta di un informatore, ma di un commerciante di calendari astrologici, che intavola una conversazione con l’acquirente, la cui esplicita conclusione (a parte le consuete valutazioni pessimistiche) è che in realtà l’almanacco non prevede nulla, non fornisce informazioni. Perché in realtà che giorno cadrà il 4 aprile basta il calendario dell’anno scorso per saperlo. Quindi, l’informazione è un gadget.

Perché torni in mente quest’immagine, quando ci si impegna in una discussione sulla politica della comunicazione è presto detto. Basta ascoltare una di quelle trasmissioni in cui tutti pretendono di parlare, assolutamente; e alla fine le nostre idee  sui contenuti del discorrere sono meno chiare di prima. Il fatto non cambia quando si leggano con attenzione gli articoli di tanti giornali, pieni di polemiche pretestuose e di ballon d’essai , per non dire di chiacchiere messe su per sviare da urgenti problematiche, alla cui pubblicazione si sacrificano altri articoli. Qualche nome in più, qualche fatto in più fanno la differenza acquisita informandosi. L’opinionista, invece, dà una visione del problema: ma il suo ruolo ne fa per definizione una visione di parte. Una volta, se Croce o Einaudi parlavano, la gente discuteva, si fidava. Oggi si valuta piuttosto se sanno centrare il bersaglio. Il consenso è diventato indifferenza; l’avversario politico è uno che mi fa venire il mal di testa. Perciò bisogna dargli sulla voce di continuo per negare tutto quel che dice.

Sono cose che dovrebbero essere elementari. Appena qualche anno fa si sarebbe evitato di dire volgarità – semplicità eccessive - come queste qui dette. Ma i tempi corrono veloci. La classe politica fa scendere sempre di più il livello della discussione e quindi l’interesse della gente: parlare di politica vuol dire capire quel che si fa,  distinguere nel dettaglio, sapere il bene e il male di governo e opposizione. Per fare una scelta.

L’attuale situazione dell’informazione che non fa passare una informazione compresa, è posta qui nel riflettore dell’attenzione. Fino a che punto l’informazione è giusto sia parziale? Quali caratteristiche ha il buon professionista dell’informazione?

 

C’è nella politica inglese della pubblica amministrazione una distinzione tra play e dis-play che vale a distinguere tra informazione corretta e scorretta.

Dicono gli amministrativisti inglesi, che chi nelle istituzioni comunica con il pubblico deve praticare la consumer’s care, cioè deve prendersi cura del suo cliente, chi entra in contatto con l’amministrazione pubblica. Ovviamente non gli può concedere di non pagare le tasse, anche se farebbe felice il cliente – ma nemmeno il venditore lo fa. Si prende cura del benessere del cliente nel senso che evita che l’ospedale destinatario delle sue tasse vada in fallimento; inoltre, gli rende facile capire cosa deve pagare, dove, quando e risponde a domande e dubbi - come un venditore ad un cliente. Dunque, tratta il cittadino come cliente ma non per questo lo accontenta troppo: è una istituzione che cerca di imparare dal metodo delle pubbliche relazioni come condurre un processo di qualità.

Si tratta, dicono, di praticare il play e non il dis-play. Le due parole in inglese hanno la caratteristica sempre molto illuminante della contrarietà. In italiano potremmo tradurre con mettere in gioco ed esibire, come fanno i display dei prodotti che sono nei negozi. Quel che cambia nei due casi è il comportamento dell’emittente: se accetta il gioco e si dispone ad accettare la critica e cambiare se occorre; oppure se invece si limita ad esibire le proprie scelte e se c’è chi non è d’accordo, a convincerlo. La prima è una visione democratica e la seconda autoritaria.

La visione del play è un’ottica di comunicazione; la visione del dis-play è un’ottica di informazione. Nella politica della comunicazione, riuscire a realizzare la prima quanto più è possibile, in relazione al presente della storia, è il fine stesso di questa politica.

 

Un fine reso necessario dall’’era delle gazzette, un riferimento meno noto dell’altro, che è un invito alla lettura del libro di Hermann Hesse Il gioco delle perle di vetro . E’   l’era della grande e infinita sciagura in cui l’informazione giunse al collasso entropico, si accartocciò su se stessa per eccesso di sviluppo – persi i significati, scatenò la lotta più brutale. Da essa - scrisse Hesse nel ’42 tessendo come altri il flebile e cristallino filo dell’utopia, la vera luce del mondo - s’era sviluppata la società del gioco delle perle di vetro. Come in un grande MUD, i conflitti del mondo non seguivano la musica delle armi, ma quella degli strumenti raffinati che fabbricano le perle transludice, ricche del senso perduto, simboli cosmici da giocare su grandi scacchiere per decidere le forme future. Dopo il collasso di ogni senso, la Repubblica di Platone. Le utopie, va detto, non si possono raccontare e men che mai sunteggiare: questa è tanto struggente da sfiorare il sublime.

 
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