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LA VOCE DI KAYFA

IL BLOG DI ENZO GIARRITIELLO

 

 

INTERVISTA ALLO SCRITTORE DAVIDE MORGANTI

Post n°1944 pubblicato il 16 Ottobre 2018 da kayfakayfa
 

Di seguito ripronpongo in versione integrale l'intervista allo scrittore Davide Morganti pubblicata su comunicare senza frontiere

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Professore di lettere, scrittore, sceneggiatore, giornalista sportivo, chi è Davide Morganti ?

Il mio vero cognome è Palmieri. Bisogna fare questa scissione. A scuola sono il professor Palmieri, fuori sono lo scrittore Morganti. Anche se a volte i miei alunni mi chiamano professor Morganti. Ovviamente per scherzare. È una scissione che ho fatto venir fuori solo negli ultimi tempi. Per anni non ho mai detto nulla. Perfino a scuola non sapevano di questa mia "dicotomia". Quando la scoprivano e mi chiedevano perché ne tacessi, rispondevo che non vedevo la necessità di renderla pubblica essendo il professore Palmieri.

Nella precedente risposta hai messo in risalto il tuo rapporto con gli alunni. Approfondiamolo: come si rapportano i ragazzi con questo professore che è anche uno scrittore di livello?

Sono molto incuriositi e orgogliosi tanto che molte volte mi hanno chiesto di leggere in classe i miei libri. Ovviamente mi sono sempre rifiutato in quanto reputo scorretto che un insegnante spinga gli alunni ad acquistare i propri libri per poi leggerli in classe. Solo l'idea che debbano comprare un mio libro e che poi io debba commentare me stesso mi sembra fuori da ogni logica, non solo deontologica ma del saper vivere generale!

Come nasce il rapporto tra Morganti, pardon, Palmieri e la scrittura?

Fin da piccolo ho cercato un cognome diverso da Palmieri perché mi piaceva nascondermi. Poi scelsi Morganti perché mi piaceva il cognome  di mia nonna paterna. Pensa che questo cognome mi si è talmente appiccicato addosso che ci sono persone le quali, quando scoprono che mi chiamo Palmieri, restano stupite. Per rivendicare il mio cognome reale ho preteso che nella bandella di La Consonante Kappa comparisse anche Palmieri.

Veramente volevo sapere come nasce il tuo rapporto con la scrittura...

Ah, scusa!... Francamente non lo so, scrivo da quand'ero bambino. Avevo pressappoco undici anni. Lo considero un fatto naturale. Quando da bambino ti lasci catturare da una passione artistica, o da una passione in generale, non sai, seppure lo speri, che possa essere un qualcosa che continuerai a fare da grande. Almeno così era per me. Tanto che poi, man mano che crescevo, mi chiedevo, "ma scrivo perché è una cosa che fanno tanti adolescenti, o scrivo perché un domani posso ottenere un qualcosa di più a livello personale e professionale?" E, una volta che mi ero posto la domanda, mi rispondevo, "superata l'adolescenza, vedremo se effettivamente ho il bisogno di dire qualcosa o se sto attraversando una fase che vivono molti miei coetanei!?" Ma soprattutto mi sembrava impossibile di poter fare ciò che sognavo di fare. Anche perché siamo abituati - sarebbe meglio dire "educati" - a pensare che tutto ciò che sogniamo difficilmente si realizzerà. Non a caso le nostre disillusioni nascono con la befana che non esiste!

So che hai fatto studi teologici: ciò in passato avrà certamente influito sulla tua scrittura!? Influisce tuttora o stai cercando di uscirne?

Per carità, non voglio affatto uscirne, ma ci voglio rimanere sempre più incastrato dentro! La cultura teologica permea completamente quello che scrivo. Io sono anche laureato in filosofia però la teologia è quello che più si incastra nelle mie ossessioni religiose. Considera che oltre ad aver studiato teologia ho anche studiato ebraico in sinagoga, ho pregato con gli ebrei; è una cosa che mi attraversa parecchio.

Hai fatto un percorso, seppure alla lontana, simile a quello di Erri De Luca il quale ha studiato l'ebraico per poi studiare la Bibbia dalla lingua madre.

So che De Luca traduce dall'ebraico ma penso che abbiamo fatto percorsi distinti: questa mia passione teologica risale a quando avevo diciassette anni. Credo che De Luca abbia cominciato molto più tardi. Avevo anche pensato di iscrivermi al corso di ebraico con il professor Battioni che è uno dei coordinatori della Bibbia di Gerusalemme. Ma poi non se ne fece niente in quanto, oltre a  studiare, già insegnavo religione in una scuola elementare di Cavalleggeri; poi l'ho anche insegnato alle medie e alle superiori.

I bambini come vivevano questa figura laica che insegnava religione?

Mi amavano moltissimo: dicevano che ero divertente e severo. Io ho sempre creduto che un insegnante debba essere una sorta intrattenitore/attore. Ma deve trasmettere contenuti altissimi!

Il tuo ultimo romanzo, La Consonante Kappa, ha avuto degli ottimi riscontri di critica cui però non è corrisposto lo stesso riscontro di pubblico, molto probabilmente per via della complessa architettura del romanzo dove si incastrano più personaggi e più storie, da Gesù a Lenin, passando per la caduta del muro di Berlino. Perché questo mosaico?

Come tutti i libri, il mio si può amare, odiare, denigrare o meno. Mediamente il lettore è abituato a una storia che si sviluppa linearmente dall'inizio alla fine. Per quanto mi riguarda, non ho un dogma, ossia non mi sento obbligato a scrivere una storia in maniera "rettilinea", dall'inizio alla fine sempre con gli stessi protagonisti. Cosa che ho fatto tranquillamente in altri miei libri, come ad esempio Moremò. Ma ci sono momenti storici in cui hai voglia di pluralità. Sapevo benissimo che rischio correvo impostando il romanzo così com'è strutturato, ero consapevole che, di riflesso, non avrei avuto folle oceaniche in libreria per acquistare il mio libro. Ma scriverlo così come è era quello che volevo. Fa niente che non entrerò in classifica!

Al cinema è uscito Caina, la trasposizione cinematografica del tuo omonimo romanzo, per la regia di Stefano Amatucci, interprete Luisa Amatucci, a cui hai collaborato per la sceneggiatura. Indossare i panni di sceneggiatore è stato più facile o difficile rispetto a quelli di scrittore?

Caina è un incastro tra il romanzo che ho pubblicato con Fandango e un testo teatrale che scrissi nel 2009 dal titolo "il trova cadaveri". Su suggerimento di Stefano, ho preso  la xenofoba Caina e questo testo teatrale, dove il trova cadaveri è un maschio che raccoglie cadaveri dalla spiaggia, e li ho scecherati. All'epoca il testo fu rappresentato al teatro Elicantropo con Stefano Meglio per la regia di Mario Gerardi: il personaggio originale è grottesco, molto buffo. Diversamente da Caina,  cupa e drammatica che Luisa Amatucci ha reso in maniera magistrale.

In passato hai tenuto laboratori di scrittura creativa. Pensi che un laboratorio sia in grado di sfornare scrittori?

No, assolutamente! Quando li coordinavo, facevo presente ai partecipanti che si veniva per confrontarsi, per leggere insieme. Personalmente lo ritengo un esercizio per aguzzare la vista sulla pagina, sui libri, più che ad appagare velleità di scrittore. Anche se poi in seguito molti di coloro che mi seguivano mi hanno detto "Davide, c'è un prima e un dopo di te per come scrivo." Questo ti fa piacere. E uno che me lo ha detto è stato lo scrittore per ragazzi Antonio Tammaro che scrive storie delicatissime.

 Attualmente hai laboratori a Pozzuoli?

Non più .  A Napoli i laboratori di scrittura sono frequentati da tantissime persone. Evidentemente ai puteolani, ovviamente, parlo in generale, interessa ben altro. Magari rimpinzarsi più lo stomaco che la mente. O addirittura non interessa Davide Morganti, vallo a sapè!?

Quali sono gli scrittori su cui ti sei formato?

Da bambino Dostoevskij, Kafka e Strindberg. Da adulto stilisticamente mi hanno condizionato Albert Caraco e Federico Dozzi. La ricerca sulla musicalità della frase è durata parecchi anni. E ci sono scrittori che effettivamente  mi hanno indirizzato. La scrittura è un esercizio di ricerca! Non immagini quanto mi fa piacere quando chi ha letto un mio libro mi fa presente che, leggendo, aveva la sensazione che fosse stato scritto da più persone. Uno scrittore deve adeguare lo stile alla storia altrimenti fa tutto uguale, uno yogurt. E là sta la fatica: costruire storia, personaggi e stile. Ora che ci penso, un altro autore che mi piace molto è Winfriend Sebald, ha una scrittura ipnotica!

Ultima domanda, a cosa stai lavorando?

Su suggerimento di Gianfranco Di Fiore, uno scrittore bravissimo, ho ripreso dei romanzi vecchi, del 2007, del 2010 e 2017, e sto cercando di incastrarli per farne un unico romanzo. Inoltre ho anche altri due nuovi romanzi a cui lavorare. Ma non si può fare tutto!

Chiudo la mia intervista con :"Non sono mai riuscito a comprendere in che modo, in paradiso, un uomo si possa considerare beato senza sentire la sua santità diminuire sapendo che altrove, all'inferno, c'è qualcuno che soffre" dal romanzo "La Consonante K" di Davide Morganti.

 
 
 

UN UOMO TRA SPERANZA E NAUFRAGIO

Post n°1943 pubblicato il 10 Ottobre 2018 da kayfakayfa
 

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Spaventa sempre qualunque cambiamento comporti la perdita di una "sicurezza" radicata nel tempo. Spaventa sempre perché, all'improvviso, dopo anni vissuti con la certezza di poter gestire senza particolari problemi una famiglia, improvvisamente ti riscopri a pensare che, quanto prima, arai costretto a rimetterti nuovamente in gioco sul mercato del lavoro, nemmeno avessi vent'anni; a dover iniziare a guardarti di nuovo intorno alla ricerca di un'attività che ti consenta, prima di tutto, di dare un senso alla tua vita, con l'amara consapevolezza che ormai da tempo il tuo sguardo e la tua mente non sono più allenati a cogliere aspetti, sfumature, diversità del mondo esterno, che un tempo avresti individuato all'istante o poco più, aiutandoti a compiere quella che ti sarebbe sembrata la scelta più giusta in sintonia con le tue esigenze personali, per crescere e affermarti come uomo, per conquistare dignità!

Nel momento in cui il vento del cambiamento inizia a far sentire sempre più forte il proprio pesante respiro, ti domandi se sarai nuovamente in grado, ora che hai un'età, a districarti con abilità tra i suoi soffi; se saprai orientare la tua barca con prontezza, determinazione e sagacia affinché il vento ne gonfi le vele, spingendola verso ignoti orizzonti con l'obiettivo di rifarti una vita.

Sai bene che, rispetto al passato, quando navigatore solitario, ti divertivi volutamente a spostarti da "un'isola" all'altra, con la preoccupazione di dover salvaguardare solo alla tua incolumità anziché pure a quella dei passeggeri a bordo, oggi la condizione è completamente ribaltata: seppure i passeggeri sono giovani, forti e sempre più vaccinati alle avversità della vita, e dimostrano di sapersi muovere da soli nel mare esistenziale senza bisogno dell'ausilio di chi indichi loro la rotta giusta da seguire; seppure hai accanto un monolite di donna che, pur avendo sofferto tanto, non si è mai lasciata schiacciare dalle avversità della vita, ma ha sempre reagito con forza, coraggio e capacità uscendone vincitrice, comunque sei consapevole che il cambiamento che sta per approssimarsi modificherà in maniera radicale il tuo modo di vivere, imponendoti di rispolverare dal baule dell'animo quegli aspetti del tuo carattere necessari per costruirti una vita, atrofizzati dalla falsa sicurezza, cementata negli anni, di vivere a bordo di un "piroscafo" reputato inaffondabile. E che invece, come il Titanic, si è dimostrato di una fragilità disarmante,- complice l'ingenuità?, l'incapacità?, la fiducia mal riposta? del nocchiero, sempre più agonizzante in un oceano plumbeo, mantenuto a galla da promesse, accordi, speranze vane che stanno per cedere la presa, lasciando che la nave affondi.

Come gli altri componenti dell'equipaggio, saresti tentato di abbandonare il piroscafo per salire a bordo di una scialuppa di salvataggio e allontanarti sempre di più da quella realtà agonizzate, da quel mare assassino. Ma quello scafo in declino, piaccia o meno, rappresenta una parte importante della tua vita. Così come una parte importante della tua vita è rappresentata dai superstiti dell'equipaggio: uomini con cui hai condiviso più della metà della tua vita, con i quali hai riso, pianto, urlato di rabbia e di gioia, mangiato e giocato, ti sei incazzato e hai fatto incazzare. Persone che mai avresti pensato fossero per te tanto importanti e invece, quando ormai imbarcare acqua è diventata una condizione irreversibile, scopri che sono un pezzo importante di te, che il solo pensiero di dovertene staccare ti fa stare male perché, sia nel bene che nel male, i rapporti umani sono formativi, soprattutto quelli di lunga durata.

Nel momento in cui la barca affonda, scopri che tanti erano i falsi ufficiali che la governavano, che non si sono fatti scrupoli di abbandonarla per salire a bordo di un'altra stabile e sicura non appena la vostra ha iniziato a dare inequivocabili segni di cedimento, fregandosene del suo onesto equipaggio in balia degli elementi. Inizialmente sei portato a giustificarli questi marinai da "mare piatto"; pensi che al loro posto avresti fatto altrettanto. Ma quando poi ti soffermi a pensare alle cause del naufragio, la rabbia ti coglie in quanto ti accorgi che alcuni di quei capitani, seppure in piccola parte, sono corresponsabili del disastro.

La senti la rabbia salire dal profondo dell'anima per esplodere in tutta la propria potenza in un urlo e in un pugno che soffochi in gola e che domini stringendo le dita nella mano fino a farti male perché, tutto sommato, sei convinto che "finché c'è vita c'è speranza". Ma nel momento in cui pensi ciò, sei anche consapevole che la tua speranza è solo un modo vile per rifiutare la sempre più evidente realtà dell'ormai prossimo naufragio.

A quel punto senti il mare alla gola; fatichi a respirare, a tenere la testa fuori dall'acqua. Ma ormai quel che resta del relitto si impenna in un ultimo, disperato, sussulto di vita. Per poi inabissarsi a testa in giù, trascinando con sé nei fondali le speranze tradite di chi, come te, su quel bastimento aveva costruito la propria vita, dato corpo alle proprie speranze, a quelle della sua donna e dei propri figli.

Aggrappato come un disperato alla ringhiera a poppa con le gambe che si agitano nel vuoto, osservi sotto di te il nero vortice fagocitare con ingordigia la nave nei fondali. Un'ultima, vana speranza ti coglie mentre vai a fondo, chiedendoti se quei fondali non rappresentassero il traumatico varco a un mondo migliore cui diversamente non avresti avuto accesso!? Un mondo dove finalmente avrai la possibilità di dare corpo ai tuoi sogni!?...

È proprio vero, la speranza è l'ultima a morire!

 
 
 

IL FOTOGRAFO DI SCENA GIANNI BICCARI SI RACCONTA

Post n°1942 pubblicato il 07 Ottobre 2018 da kayfakayfa
 

Di seguito ripropongo in versione integrale l’intervista al fotografo di scena Gianni Biccari pubblicata su www.comunicaresenzafrontiere.it

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Dal 4 al 14 ottobre, escluso il martedì, al PAN - Palazzo delle Arti di Napoli - è in corso la mostra fotografica EMOZIONI E PALCOSCENICO 1988-2018 di Gianni Biccari, curata dallo storico della fotografia Luca Sorbo. Una carrellata di 47 scatti, scelti tra circa quindicimila negativi, con cui l'artista, per anni fotografo di scena, ripercorre la storia del teatro napoletano. Per l'occasione, abbiamo posto alcune domande a Biccari.

Questa mostra celebra la tua attività trentennale di fotografo di scena, perché questa passione per il teatro?

Mi è sempre piaciuto il mondo dello spettacolo ma essendo timido ho trovato un "modo" che mi consentisse di frequentarlo senza confrontarmi direttamente con il pubblico, dandomi nello stesso tempo la possibilità di abbinare fotografia e teatro,  due mie grandi passioni.

Malgrado ti definisci timido, fai parte di una compagnia di teatro amatoriale con cui saltuariamente ti diverti a recitare. Solcare il palcoscenico ti ha aiutato e ti aiuta nella tua attività di fotografo di scena?

Assolutamente sì! Recitando ho imparato i tempi, la mimica, la controscena: tutte cose che quando sono dietro le quinte o ai piedi del palco per fotografare mi aiutano a cogliere il momento topico della recitazione e a immortalarlo nello scatto.

Facciamo un bel passo indietro, come nasce la tua passione per la fotografia?

Alla fotografia mi sono approcciato relativamente tardi, precisamente agli inizi degli anni ottanti quando avevo poco più di vent'anni. Avendo avuto la fortuna di iniziare a lavorare molto giovane, la consapevolezza di poter contare su uno stipendio, senza avere particolari spese quali affitto, bollette in scadenza e quant'altro, poteva indurmi ad adagiarmi sugli allori. Nel momento in cui capii che stavo entrando in questa condizione oziosa, mi dissi che dovevo trovarmi un interesse alternativo al lavoro che mi consentisse di impegnare in maniera costruttiva il tempo libero. Il caso volle che mi capitasse tra le mani un almanacco di fotografia. Sfogliandolo, restai talmente affascinato dalle immagini riprodotte che decisi di provare a mia volta a fotografare. Da allora la fotografia è diventata una seconda pelle che non ho mai più dismesso, contrariamente al mio solito di non terminare ciò che comincio.

Tra le foto esposte, vedo che ci manca quella con Giorgio Albertazzi: non è esposta in quanto Albertazzi non apparteneva alla tradizione del teatro napoletano?

No, il motivo è un altro. Poiché la mostra vuole celebrare il teatro come luogo dove ha vita lo spettacolo, con il curatore della mostra, lo storico della fotografia Luca Sorbo, abbiamo adattato le fotografie allo spazio e abbiamo immaginato che ogni parete fosse un palcoscenico e che le fotografie dialogassero tra loro come in una scena teatrale. Purtroppo la foto di Albertazzi, così come tante altre che, aimè, ho dovuto sacrificare,  non si sposava con questa strategia di allestimento. Ma è sul catalogo insieme alle altre. Mi è doveroso ricordare che il catalogo è impreziosito dalla prefazione di Giulio Baffi. 

Un'altra tua grande passione è la corsa: sei un runner e hai nel tuo palmares tante maratone e mezze maratone terminate. Pensi che correre tanti chilometri e per tanto tempo possa averti temprato alla pazienza e, di conseguenza, possa averti inconsciamente insegnato che bisogna  portare a compimento ciò che si comincia ad ogni costo?

Assolutamente sì. Soprattutto quelle discipline che hai citato e che conosci bene perché anche tu sei un runner con delle maratone all'attivo. La corsa di resistenza ti tempra. Ma non solo: la corsa per me è un pensatoio. Soprattutto quando corro da solo, cosa che si ripete spesso negli ultimi tempi, penso molto, progetto. E proprio durante le mie ultime uscite in solitario ho molto pensato a questa mostra.

All'allestimento della mostra hanno collaborato tua moglie Geny e tuo figlio Matteo, anche lui appassionato di teatro, autore dei video proiettati nei monitor in sala. Possiamo dire che, contrariamente a quanto spesso accade a chi, coltivando una passione, è costretto a sacrificare la famiglia, nel tuo caso la fotografia si è risolta  in ulteriore collante per il consolidamento degli affetti familiari?

Senza dubbio! Senza la mia famiglia non avrei fatto nulla, non avrei avuto nemmeno l'input per immaginare una cosa del genere. E poi sono fortunato perché, oltre a sostenermi moralmente,  mia moglie  e mio figlio collaborano attivamente: con Geny abbiamo assemblato le cornici che vedete esposte in sala; Matteo ha curato i testi e i  video. È stato un bel gioco di squadra, coordinato in maniera magistrale da Luca Sorbo, di cui vado orgoglioso! 

All'inaugurazione della mostra erano presenti molti degli artisti immortalati nelle foto, le reazioni come sono state?

Le reazioni sono state entusiasmanti. Ma il momento in cui ho capito di aver fatto davvero un buon lavoro è stato quando, il giorno dopo, uno di loro, di cui mai farò il nome, mi ha chiamato facendomi i complimenti, rammaricandosi che non avevo messo anche una sua fotografia, dicendo, "però 'na fotografia mia 'a putive mettere!" Quando un grande dello spettacolo ti dice una cosa del genere, vuol dire che hai fatto qualcosa di bello! Ovviamente anche a lui ho spiegato il criterio di allestimento e mi sono ripromesso di integrare nei successivi allestimenti della mostra una sua foto: su  trentamila negativi a mia disposizione, per questa esposizione ne ho visionati poco meno della metà. Sono certo che negli altri ci sarà una sua foto che si sposa con il progetto in atto.

Sabato prossimo terrai una sorta di visita guidata in cui spiegherai al pubblico la genesi di ogni singolo scatto, come ti è venuta questa simpatica idea?

Non volevo fare un incontro tradizionale con il pubblico, tipo conferenza, dove, alla lunga, la gente si annoia. Insieme a Luca Sorbo abbiamo pensato che sarebbe stato più interessante parlare di me, della mia esperienza. Ma soprattutto parlare delle fotografie, guardandole e commentandole dal vivo.

L'avvento del digitale ha mandato in pensione il vecchio rollino fotografico. Nostalgia del rollino?

Indubbiamente la plasticità e il disegno della grana della pellicola sono irripetibili anche con il computer. Ma bisogna dire che il digitale ti dà tanti altri vantaggi, soprattutto per la sua versatilità. Tuttavia io credo molto nell'interazione tra digitale e rollino. Io uso molto la commistione tra i due procedimenti, digitalizzo i tanti negativi che ho per poi lavorarci in maniera digitale. Ma solo per migliorali. Non mi piace ritoccare in maniera eclatante una foto. L'istante dello scatto non va alterato! Tuttavia riconosco che l'avvento del digitale ha ammortizzato in maniera enorme i costi di produzione: prima per conoscere la qualità di una foto, dovevi chiuderti in camera oscura, sviluppare e attendere lo sviluppo. Oggi con il digitale, usufruendo di una memorycard puoi archiviare fino a 5 mila scatti e, avviando una sequenza motorizzata di scatti, puoi essere certo che  una buono ci sarà.

Dopo Napoli, la mostra prevede un percorso itinerante, quali città toccherà?

Ad aprile del prossimo anno dovrebbe andare a Orvieto Fotografie, una kermesse di fotografia  internazionale, e siamo in contatto con parecchi festival sia di teatro che di fotografia.

Cosa farà Biccari da grande?

Nel frattempo si deve riposare, l'allestimento di questa mostra mi ha sfiancato. Poi vorrei ricominciare a correre con maggiore assiduità e costanza. Invece, per quanto riguarda la fotografia, ho diverse cose in mente ma per ora non anticipo niente. Lo scoprirete vivendo!  

 
 
 

EMOZIONI E PALCOSCENICO – FOTOGRAFIE DI SCENA DI GIANNI BICCARI

Post n°1941 pubblicato il 05 Ottobre 2018 da kayfakayfa
 

 

Di seguito la versione integrale dell'articolo apparso quest'oggi su comunicaresenzafrontiere inerente la mostra fotografica al PAN Palazzo delle Arti di Napoli delle foto di scena di Gianni Biccari.

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Giovedì 4 ottobre nella Sala Foyer del PAN - Palazzo delle Arti di Napoli, in presenza di un folto pubblico e di tanti attori di teatro si è inaugurata la mostra fotografica Emozioni E Palcoscenico- Fotografie di Scena 1988-2018 di Gianni Biccari.

Un percorso di immagini curato da Luca Sorbo che ripercorre i primi trent'anni di attività da fotografo di scena dell'autore.

Le 47 foto che compongono l'allestimento della mostra sono il risultato di una lunga e faticosa cernita iniziata con la visualizzazione di circa 15 mila negativi, che, come spiega lo stesso Biccari durante la presentazione del catalogo nella Sala Pan, è andata via via riducendosi fino alla scelta delle foto visibili che ritraggono in momenti di intensa recitazione artisti quali Lina Sastri, Mariano Rigillo, Aldo Giuffré, Nando Paone, Peppe Barra, Massimo Ranieri, Luisa Conte e tanti altri che hanno fatto la storia moderna del teatro napoletano.

Gli scatti di Biccari hanno un forte impatto evocativo, in quanto sanno cogliere l'istante in cui i volti degli attori assumono "maschere" di un'espressività travolgente a testimonianza della loro grandezza. Questo aspetto viene messo in risalto da Luca Sorbo, il quale sottolinea come l'intensità espressiva degli scatti di Biccari derivi certamente dall'innata passione verso il teatro che il fotografo nutre fin da bambino. Non a caso, tutt'ora, quando ha tempo, Gianni frequenta una compagnia amatoriale divertendosi a solcare il palcoscenico in veste d'attore.

Passione che ha saputo trasmettere al figlio Matteo, membro del laboratorio teatrale di Nando Paone e Cetti Sommella all'ArtGarage di Pozzuoli, nonché autore dei due brevi video che presentano la mostra nei monitor allestiti nella sala espositiva. Va inoltre ricordato l'apporto organizzativo di Genny, moglie dell'artista.

biccari palco

(Gianni Biccari, al centro della foto, mentre sfoglia il catalogo della mostra; alla sua destra Luca Sorbo, a sinistra il figlio Matteo

Meritano di essere citate le parole con cui Biccari ha concluso la presentazione del catalogo: "Lo dico senza voler apparire presuntuoso, mi piace pensare che questa mia mostra possa servire ad arricchire il patrimonio culturale e teatrale della mia città."

Sabato 13 ottobre, alle ore 17, è prevista un incontro/visita guidata in compagnia dell'autore il quale ripercorrerà, con l'ausilio di Luca Sorbo, ogni singolo scatto spiegandone la generazione emozionale e tecnica.

La mostra sarà visitabile fino al 14 ottobre 2018, dal lunedì al sabato dalle 9,30 alle 19,30; la domenica dalle 9,30 alle 14.

Successivamente è previsto un percorso itinerante in altre città italiane.

 
 
 

NAPOLI, VIA DEI MILLE 78

Post n°1940 pubblicato il 05 Ottobre 2018 da kayfakayfa
 

Ogni volta che mi capita di camminare a Napoli per Via dei Mille e di passare davanti al civico 78, mi coglie un senso di nostalgia misto ad amarezza: laddove oggi sorge un negozio di casalinghi, fino a poco meno di vent'anni fa c'era la Libreria Marotta, una delle librerie storiche di Napoli, sede delle edizioni Tommaso Marotta Editore con cui nel 1997 pubblicai L'Ultima Notte, la mia prima raccolta di racconti. E dove per circa tre anni frequentai il laboratorio di scrittura creativa coordinato dallo scrittore Nando Vitali, allora direttore editoriale della casa editrice. In quegli attimi mi è impossibile tenere a freno le emozioni, evitando che i ricordi riaffiorino come magma incandescente dai cassetti della memoria, riscaldando mente e cuore.

Nel momento in cui lo sguardo si posa prima sul numero civico 78 e poi all'interno del negozio, invece di soffermarsi sugli scaffali adorni di macchinette da caffè e di altri attrezzi da cucina e per la casa, il sipario della fantasia si solleva, la memoria retrocede nel tempo e gli occhi rivedono gli scaffali alle pareti adorni di libri; incrociano quelli di Lino, il commesso alto e occhialuto sempre sorridente, aggiornatissimo sulle novità editoriali e sui libri in generale; tratteggiano la figura dinoccolata di Tommaso, l'editore, che quando parlavi sembrava non ti ascoltasse ma poi aveva sempre la risposta pronta, a conferma che davvero l'apparenza inganna; si incollano sulla sobria figura di Nando, quasi sempre seduto in poltrona in un angolo con le gambe accavallate a leggere un manoscritto o un libro, che parlava con un tono di voce talmente flebile che a volte faticavo a capire cosa dicesse.

Ma in particolare ricordo il momento in cui, insieme a mia moglie, entrammo in libreria per lasciare in visione il manoscritto de L'Ultima Notte, e la telefonata che ricevetti in ufficio dopo tre giorni con cui Nando mi annunciava la decisione di pubblicare il racconto.

Così come mi è impossibile non ricordare l'indecisione che mi colse quando mi fu fatto presente che dovevo contribuire alle spese di pubblicazione, e l'intransigenza di mia moglie ché il racconto doveva essere pubblicato, "costi quel costi!"

Dal momento che firmai il contratto, iniziai un via vai settimanale alla libreria per incontrarmi con Nando per limare il racconto e scegliere gli altri racconti che lo avrebbero accompagnato nella pubblicazione. Furono, quelli, momenti che mai dimenticherò. Così come mai dimenticherò il giorno in cui mi telefonarono per comunicarmi che il libro era pronto e potevo passare a ritirare le copie che mi spettavano. Già allora muoversi in auto in quella zona di Napoli era un'impresa e ancor di più lo era parcheggiare. Eppure, quel giorno tutto sembrò cospirare a mio favore: niente traffico e posto auto praticamente davanti all'ingresso della libreria.

" Che culo!" commentò Tommaso.

Impossibile dimenticare l'emozione che provai quando, in occasione della presentazione del libro presso la libreria, le vetrine del negozio furono allestite con alcune copie de L'Ultima Notte. Una sensazione unica che ancora oggi, quando ci penso, mi emoziona: ho sempre considerato la pubblicazione di un libro, così come la realizzazione di qualsiasi opera d'arte, alla stregua della nascita di un figlio: per un artista non vi è nulla di più appagante che dare forma e sostanza ai propri sogni.

Per non parlare degli incontri culturali che Tommaso e Nando allestivano periodicamente in libreria e del laboratorio di scrittura curato da Nando: in quei momenti, tra quelle mura adorne di libri, da cui si diffondeva profumo di cultura, avevo la netta sensazione di trovarmi in famiglia. Ad avallare questa sensazione fu lo splendido rapporto di amicizia che si consolidò tra molti di noi che frequentavano il laboratorio di scrittura, tanto che con alcuni ci vedevamo anche in privato per scambiarci opinioni sulla scrittura, sui libri che stavamo leggendo o semplicemente per il gusto di trascorrere qualche ora insieme chiacchierando del più e del meno.

Via Dei Mille 78 per me non sarà mai un semplice numero civico, rappresenterà per sempre la porta attraverso cui accedetti in forma ufficiale a quel mondo della scrittura cui mi approcciai da ragazzino per colmare la solitudine estiva, quando gli amici andavano in vacanza con le famiglie e io ero costretto a starmene da solo a casa, colmando con la forza della fantasia il vuoto interiore di quelle giornate assolate e afose, scrivendo a macchina fuori al balcone della stanza da letto al riparo delle veneziane abbassate.

Fu proprio durante una di quelle estate solitarie che prese corpo L'Ultima Notte, il mio primo vero racconto. E fu in quei locali ubicati al civico 78 che quel racconto, nato per saturare un vuoto interiore, trovò la soddisfazione di essere pubblicato, dando un senso a ciò che all'epoca mi sembrava un immeritato castigo.

Sono passati più di vent'anni dal giorno in cui per la prima volta misi piede nel civico 78 di Via Dei Mille e ancora oggi, malgrado la libreria da tempo non esista più, quando ci passo davanti, non posso fare a meno di gettare uno sguardo all'interno del negozio con la speranza di ritrovare quei volti e quell'atmosfera che segnarono il momento in cui uno dei miei sogni da ragazzo si realizzò.

Sicuramente di sogni da realizzare ne ho ancora tanti, eppure quello di pubblicare un libro ha sempre rappresentato una priorità. Forse perché inconsapevolmente sapevo che era quello l'unico modo che avevo per esorcizzare un triste periodo della mia gioventù: la pubblicazione di un libro giustificava quelle sofferenze, gli dava un senso!

 
 
 
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