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LA VOCE DI KAYFA

IL BLOG DI ENZO GIARRITIELLO

 

 

UN PONTE NON CROLLA PER CASO

Post n°1927 pubblicato il 14 Agosto 2018 da kayfakayfa

Come sempre accade ogniqualvolta una tragedia annunciata scuote questo disastrato paese, anche per il cedimento del viadotto Morandi di Genova sull'A10, che al momento fa registrare 35  morti e 11 feriti di cui alcuni in gravi condizioni, è già iniziato il rimpallo di responsabilità: in una nota ufficiale la società Autostrade per l'Italia di proprietà della famiglia Benetton, concessionaria per la gestione e manutenzione ordinaria della rete autostradale, tramite Stefano Marigliani direttore della Direzione del Tronco di Genova, ha fatto sapere che "il crollo è per noi qualcosa di inaspettato e imprevisto rispetto all'attività di monitoraggio che veniva fatta sul ponte. Nulla lasciava presagire" .

Tuttavia ascoltando alcuni interventi di chi in passato si è occupato della situazione ponti e viadotti in Italia, una su tutti la giornalista Milena Gabanelli, risulterebbe che il viadotto Morandi fosse tutt'altro che sicuro. Non solo per una questione anagrafica - costruito nel 1967, il ponte aveva cinquant'uno anni, età critica per i ponti in cemento stando agli esperti - ma anche per la sua progettualità che da sempre lo aveva reso argomento di critica e discussione tra gli addetti ai lavori.  Non a caso da questa mattina, subito la tragedia, su diversi siti online di quotidiani nazionali - Repubblica e Corriere della Sera -si riportano le dichiarazioni dell'ingegnere Antonio Brencich il quale nel 2016 su INGEGNERI.INFO scrisse una articolo molto critico sul ponte Morandi.

Così come risulta un'interrogazione il 28 aprile 2016 del senatrore Maurizio Rossi all'allora Ministro delle Infrastrutture Del Rio, mettendo in evidenza i rischi del Ponte Morandi.

Per quanto concerne il rimpallo di responsabilità, la politica non è da meno: il Ministro della Infrastrutture Toninelli ha già fatto sapere di aver istituito una commissione d'inchiesta per appurare le reali responsabilità. Non levando un velo polemico, affermando che, malgrado in passato fossero stati stanziati i fondi per rimettere in sicurezza il Ponte Morandi e altri viadotti ritenuti critici, quei soldi sono andati persi in quanto mancavano i progetti ingegneristici. Gli ha risposto Maurizio Lupi, suo predecessore nel 2015, invitandolo a non fare sciacallaggio politico.

C'è un altro aspetto politico che merita d'essere messo in evidenza: fino a poche ore fa era presente sulla pagina del M5S un documento del movimento No Gronda, una bretella autostradale che doveva  essere costruita a Genova per snellire il traffico sul Ponte Morandi, per la cui costruzione il M5S era contrario, definendo una favoletta la possibilità che il Ponte Morandi potesse crollare addotta dai sostenitori della Gronda. Ora quel documento è sparito. Tuttavia sarebbe interessante non solo sapere chi lo ha tolto, ma anche perché l'ex Presidente della Provincia di Genova cui si fa riferimento nel documento, sosteneva la possibilità che il ponte potesse crollare.

Speriamo che almeno questo disastro non resti impunito. Ma, soprattutto, che a essere puniti non siano solo i pesci piccoli!

 
 
 

LOTTA AL CAPORALATO, UNA DELLE TANTE IPOCRISIE ITALIANE

Post n°1926 pubblicato il 13 Agosto 2018 da kayfakayfa

 

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All'indomani dei due tragici incidenti nel foggiano, avvenuti a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro, in cui hanno perso complessivamente la vita 16 braccianti di colore - 4 nel primo12 nel secondo - che stavano rientrando dai campi dove avevano raccolto pomodori, un'indignazione corale e trasversale si è levata dal mondo della politica per condannare il caporalato - reclutamento della manodopera a basso costo - come se la scoperta del fenomeno fosse conseguenza di quei tragici incidenti anziché un'annosa triste realtà italiana, soprattutto al sud.

Come dimostrano le svariate inchieste giornalistiche che si sono interessate al caporalatonel corso degli anni, e gli interventi legislativi tesi a facilitare l'individuazione del reato di caporalato con un inasprimento delle pene, nel nostro paese il caporalato è tuttora una realtà radicata sul territorio, da nord a sud, e non riguarda solo gli immigrati, regolari o clandestini, ma anche gli italiani, in particolare le donne.

Essendo l'esistenza del fenomeno nota a tutti, ha sorpreso l'atteggiamento di stupore con cui alcuni ambienti della politica, della cultura e del giornalismo hanno affrontato l'argomento, dando l'impressione di esserne all'oscuro o di ignorarne le reali dimensioni.

Da più parti si sono levate voci di condanna contro il caporalato, chiedendo un intervento forte dello Stato per contrastare il fenomeno.

A riguardo non possiamo non ricordare i dissesti idrogeologici che puntualmente avvengono ogni anno nel nostro paese, quasi sempre in zone già precedentemente interessate da simili eventi - Genova docet -,  a causa della mancata prevenzione, come se il pregresso non avesse insegnato nulla a chi amministra la res pubblica.

Ogni anno, non appena si scatenano i primi temporali, in Italia siamo costretti a registrare frane, smottamenti, esondazioni di fiumi e ruscelli con i loro triste strascico di distruzione e morte, la cui a causa è quasi sempre da attribuirsi all'incuria umana, non certo alla furia della natura: se costruisco una palazzina sul greto di un fiume, malgrado la legge me lo impedisca, e poi l'esondazione del fiume la distrugge, la colpa non è solo mia che ho costruito laddove era vietato ma, dato che una palazzina non si edifica in una sola notte, anche di chi doveva tutelare affinché la legge fosse rispettata e invece ha probabilmente volto lo sguardo altrove; oppure se un fiume esonda,  creando allegamenti, perché ha il greto ostruito da detriti e altro, la colpa non è certo della natura ma di chi avrebbe dovuto preventivamente dragare l'alveo per favorire lo scorrere dell'acqua in momenti di piena, evitando in quel modo l'inondazione.

Sabato 11 agosto Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un'intervista a un caporale di colore il quale, mentre risponde alle domande del cronista, riceve una telefonata che lo allarma. Ecco le sue parole: "C'è un controllo qui vicino. Ormai è così tutti i giorni: ispettorato, carabinieri, tutti ora si sono svegliati".

Le leggi contro il caporalato, e non solo, ci sono, basterebbe che chi è preposto le applicasse e le faccesse rispettare.

Ma prima, non dopo che ci è scappato il morto!

 
 
 

RICORDO DI OSVALDO PETRICCIUOLO

Post n°1925 pubblicato il 11 Agosto 2018 da kayfakayfa
 

 

Di seguito l'intervista pubblicata su comunicaresenzafrontiere a Brunilde Petricciuolo, figlia del maestro Osvaldo Petricciuolo che il 9 agosto 2018 avrebbe compiuto 88 anni, in cui la dottoressa ricorda il padre e la sua artistica versatilità.

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Pittore, scultore, scenografo, baritono, regista lirico, professore di scenografia, il 9 agosto di quest'anno Osvaldo Petricciuolo avrebbe compiuto ottantotto anni. Per celebrarne la memoria, abbiamo intervistato nella Casa d'arte/museo allestita dall'artista a Raggiolo, in provincia d'Arezzo, la figlia del maestro, Brunilde Petricciuolo.

Domanda: Dottoressa come mai suo padre, napoletano doc, decise di creare una casa d'arte a 500 chilometri da Napoli?

Risposta: Più di vent'anni fa, durante uno dei suoi tanti spostamenti legati alla sua attività artistica, papà capitò a Firenze. Lì ci fu chi gli decantò la bellezza di Raggiolo, stimolando la sua curiosità d'artista. Non appena rientrò in albergo, si documentò su dove fosse esattamente situato il paese e come ci si arrivasse. L'indomani, prese il treno per Arezzo, quindi la corriera per Bibbiena e poi un taxi che lo portò a Raggiolo.

D.: Quale fu il motivo principale che lo indusse a scegliere Raggiolo come luogo dove dare vita alla casa d'arte museo?

R.: A Raggiolo papà riscoprì la propria vena sacra di quando da giovane dipingeva i tappeti di arte sacra nelle chiese napoletane. Ciò avvenne perché da Raggiolo si ammira La Verna dove San Francesco ricevette le stigmate. E infatti nella sua produzione raggiolana, portò alla luce una propria tempera inedita del 1958 dedicata al santo. Inoltre, il trovarsi immerso nella natura del luogo, poter camminare sulle rive dei due torrenti che scendono per Raggiolo, il Barbozzaia e il Teggina, stimolò la sua verve naturalista spingendolo a dipingere le dodici tavole Casentinesi di cui successivamente dette alla luce una raccolta di cartoline per collezionisti.

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D.: Un ritorno all'impressionismo?

R: Più che impressionismo, la sua fu una vera e propria lettura dal vero di tutti i luoghi più caratteristici di Raggiolo anche per l'occhio più distratto. Consideri che arrivò addirittura a contare il numero esatto di tegole prima di ritrarre un essiccatoio di castagne.

D.: Questa precisione di dettagli la riscontriamo non soltanto ammirando le opere di suo padre, ma anche nel modo con cui ha ristrutturato il casolare dove ha poi allestito la casa/museo in cui è serbata una parte della sua produzione artistica. L'altra è sparsa in diversi luoghi del mondo, finanche negli Stati Uniti e negli Emirati Arabi. Due anni fa a Napoli è stata allestita una personale a Castel dell'Ovo con un buon riscontro di pubblico, ha in animo di allestirne altre?

R.: Ma certamente. Tenga conto che papà fondò l'Iterspatium Apertum, un'associazione culturale onlus di cui sono la soprintendente e mio figlio Alessandro il vicepresidente, con l'intento di diffondere il proprio messaggio artistico e culturale nel mondo. Il  nostro scopo è quello di proseguire  la sua volontà istituendo premi a lui dedicati a favore dei giovani artisti, creare dei percorsi alternativi turistici/culturali qui nel Casentino e allestire una serie di mostre dedicate a papà in tutta Italia.

D.: Riguardo al rapporto con i giovani, so che suo padre ci teneva molto ai giovani, così come altrettanto molti allievi ci tenevano a suo padre. Suo padre ha insegnato prima all'Istituto d'arte di Napoli, poi all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, quindi in quella di Bari e poi, nell'ultimo periodo della sua attività di professore, a Napoli. In questo suo itinere professionale, lei crede che suo padre oltre a dare, abbia ricevuto un arricchimento artistico?

R.: Certamente! Anzi, più che un arricchimento artistico, sicuramente un arricchimento umano. L'insegnamento per lui si è rivelato una sinergia, un dare e avere animico attraverso i giovani. E senz'altro ha scoperto delle ottime vene artistiche in tutti, o quasi tutti i suoi allievi.

D.: come tutti i veri artisti, suo padre era un carattere forte ma, nel momento della necessità, sapeva essere di una disponibilità assoluta. Crede che questa robustezza caratteriale possa averlo penalizzato per quanto concerne la sua affermazione di artista?

R.: Un vero artista tende a isolarsi non perché sia un orso ma perché ha bisogno dei suoi spazi per creare. Papà qui a Raggiolo ritrovò tutto quello di cui aveva bisogno per sentirsi un artista a 360 gradi.

D.: Da giovane suo padre organizzò a Napoli diversi eventi culturali di livello mondiale, ci può dire quali?

R.: nel 1961 fondò il "Centro Italiano di Arte, Cultura, Spettacolo - CIDACS" , a cui aderirono i maggiori esponenti dell'arte: il Premio Nobel Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Marino Marini, Enrico Prampolini, Gino Severini, Goffredo Petrassi, Felice Casorati, Gino Cervi. Nel 1963 allestì la Prima Esposizione Internazionale di Scenografia Contemporanea e gli Incontri internazionali del Cinema presso il Teatro Mediterraneo della Mostra d'Oltremare di Napol, con 18 Nazioni partecipanti insieme a famosi artisti tra cui, oltre a mio padre, Pablo Picasso, George Braque, Roman Clemens, Mario Anghelopoulos, Anton Giulio Bragaglia, Fortunato De Pero, Giorgio De Chirico, Guido Marussig, Stelio Di Bello, Giacomo Balla e tanti altri. Nel 1966-67 organizzò  le "Celebrazioni per le Onoranze a Enrico Prampolini"  per il Decennale della scomparsa in cui tracciò un piano di diffusione internazionale dell'Arte Italiana sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica On. Giuseppe Saragat. Senza contare i tanti eventi lirici cui partecipò come baritono, regista e scenografo in italia e nel mondo .

D.: Secondo lei, suo padre era più legato alla sua attività di artista di opera lirica o a quella di pittore/scultore?

R.: Essendo un uomo di teatro, ha coltivato sia la scenografia, sia la musica in maniera univoca, integrandole affinché non fosse costretto a sacrificare una per l'altra.

D.: Quando è visitabile il musueo?

R.: Dalla primavera inoltrata a fine ottobre, su richiesta e prenotazione che possono effettuarsi attraverso i contatti presenti sul sito www.osvaldopetricciuolo.it

 
 
 

PERCORSI FLEGREI, MALAZE'

Post n°1924 pubblicato il 02 Agosto 2018 da kayfakayfa
 

Di seguito la mia intervista su cominucaresenzafrontiere a Rosario Mattera, fondatore e Presidente di Malazè, l’evento acheo-eno-gastronomico che si svolge nei campi flegrei, giunto alla XIII edizione.

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Giunta alla 13° edizioni è uno degli eventi di punta dei campi flegrei. Rosario Mattera, fondatore e Presidente di Malazè, intervista.

D: che significa Malazè?

R: La parola è di derivazione araba e indica il magazzino dei pescatori. Di sicuro è una distorsione dialettale che dalla Sicilia si è modificata, man mano che si risale il continente, almeno fino a Pozzuoli. Grazie per la domanda perché molti ritengono Malazè un acronimo o un gioco di parole.

D: Rosario, molti anni fa ti sei inventato Malazè, da dove nasce il progetto?

Risposta: L'edizione di quest'anno sarà la tredicesima, un bel viaggio. Diciamo subito che Malazè ha una mamma che lo ha generato, l'Associazione Campi Flegrei a Tavola. L'associazione nacque con l'intento di mettere a sistema e generare una forma di economia attraverso quello che io ritenevo e ritengo fosse uno dei giacimenti economici di questo territorio, ovvero l'enogastronomia. Soprattutto all'epoca che fondammo l'associazione, reputavo la gastronomia il grimaldello per far sviluppare economie in crisi o in via di estinzione, soprattutto la pesca e la piccola agricoltura che sono molto residuali per motivi diversi: la piccola pesca è andata a finire per scelte scellerate della comunità europea; l'agricoltura, ahimè, è andata a sua volta a esaurirsi in quanto abbiamo consumato tutto il terreno a nostra disposizione. Un po' a causa degli eventi legati al bradisismo. Molto per via della speculazione edilizia che ha letteralmente violentato il territorio. Da qui l'idea di dare vita a un sistema per far sì che il ristorante potesse dare ancora linfa al piccolo produttore, non esistendo più giustificazioni affinché si facesse agricoltura. L'idea era quella di sostenere queste piccole aziende agricole che magari c'hanno ancora un piccolo numero di galline, un po' d'uva, un po' di ortaggi caratteristici del territorio. Poiché nel tempo le cose si evolvono, ed essendo questo un progetto che io ho sempre ritenuto work in progress, da lì poi è nata l'idea di Malazè.  Anzi, più che un'idea, un vero e proprio moto di ribellione nei confronti di chi millantava nel mondo il nome dei campi flegrei, da sempre oggetto di predazione,  per fare business. Nel senso che qualsiasi soggetto veniva da queste parti, in nome e per conto dei campi flegrei, si sentiva in diritto di presentare qualsiasi evento gastronomico organizzasse con l'appellativo "la cucina flegrea nel mondo", seppure i piatti presentati non avessero niente da spartire con la tradizione flegrea. Viceversa noi ci preoccupavamo di recuperare le vecchie ricette, essendo consapevoli che la vera tradizione culinaria flegrea era tutt'altra cosa rispetto a quella presentata sui banchetti cui partecipavamo anche noi come associazione. E siccome non c'era nessun baluardo a tali ambiguità, tipo una forte rete di associazionismo, che tuttora manca sul territorio, o comunque qualcosa che rappresentasse e tutelasse il territorio da sempre terra di conquista, ecco l'idea di Malazè!

D: Rosario professionalmente hai legami con il settore della gastronomia?

RNessuno! Io arrivo a questo traguardo da grande appassionato. Sono sommelier e degustatore di olio

D: Quindi un legame comunque  c'è, seppur labile...

R: Il legame c'è nel senso che io sono sempre stato amante della gastronomia, mi sono sempre piaciute le ricette. Anche se cucino in maniera amatoriale, sto dietro ai fornelli da che avevo l'età di quindici anni. Mamma non sapeva cucinare il pesce, in quanto di origine contadina. A me invece piaceva molto il pesce, e considerando che papà, in contrapposizione a mamma, era un isolano, dunque un uomo di mare, mi dissi che dovevo imparare a cucinare il pesce come meritava, anziché limitarmi a cuocerlo con il pomodoro come faceva mamma. Per cui  iniziai ad alimentare la passione della cucina, coltivandola in maniera scrupolosa fino a raffinarla. E poi ho fatto un lungo percorso di osservazione,come penso debbano fare un po' tutti coloro che decidono da fare il cuoco o comunque di avvicinarsi alla cucina. Prima di fare ciò, ho girato l'Italia anche attraverso tour operator e altre associazioni. Mi sono trovato invitato più volte in consorzi all'estero attraverso canali cui ho avuto la fortuna di avvicinarmi. E alla fine di ognuno di questi viaggi, ogni volta che tornavo a casa, mi guardavo allo specchio chiedendomi, "mò che faccio?". E la prima cosa che mi venne in mente fu di organizzare un evento enogastronomico sul Rione Terra.

D: Perché il Rione Terra?

RMolti degli eventi cui partecipavo si svolgevano in Toscana, precisamente nei castelli. A esempio mi ricordo una manifestazione che si chiamava "Amiata a tavola" , qualcosa di incredibile. Oppure feste che si svolgevano tra Arcidosso e Castel del Piano, e chi più ne ha più ne metta. Durante questi spostamenti, guardandomi intorno, pensavo a come sarebbe stato bello organizzare un evento del genere sul Rione Terra. Questa cosa riuscii a realizzarla nel 2003 con Le domeniche di Repubblica: demmo vita a  un evento bellissimo in cui coinvolgemmo una serie di operatori del settore gastronomico. E da qui venne poi quasi naturale organizzare Malazè che personalmente non considero un evento bensì un personale impegno civile nei confronti del territorio.D: A proposito della riscoperta dei prodotti tipici del territorio flegreo, è noto che ti sei molto adoperato per la riscoperta e salvaguardia della chichierchia flegrea. 

RIncominciamo col dire che il nome corretto è cicerchia, chichierchia è in dialetto. Il territorio flegreo è  famoso per la sua biodiversità. Molti non sanno che la cicerchia dei campi flegrei, in particolare quella di Bacoli, risalirebbe a circa duemila anni fa. A ciò è stato possibile risalire sottoponendo il germoplasma del legume all'esame della banca del seme, da cui si è rivelato che tuttora, il seme dell'odierna cicerchia, malgrado l'imbastardimento avvenuto nel corso delle epoche, ha ancora un residuato originario risalente a duemila anni fa, ovvero al periodo degli antichi romani. Non è fantastico? Inoltre  la necessità di salvaguardarla non è solamente legata all'aspetto squisitamente storico/scientifico, ma vi è anche un che di opportunistico. Mi spiego: diversamente dal territorio vesuviano, questa terra non ha elementi produttivi che la contraddistinguono. A esempio il Vesuvio ci ha l'albicocca, il pomodoro del piennolo che nascono solo lì e sono tutelati come prodotti tipici del territorio da tutta una serie di enti e associazioni. Anche qui nei campi flegrei ci sono prodotti tipicamente autoctoni come il pomodorino cannellino. Ma solo adesso, dopo anni e anni di nostre battaglie per la sua difesa, si è fondata un'associazione a tutela del prodotto che non escludo possa trasformarsi addirittura in un consorzio. La cicerchia dei campi flegrei ufficialmente nasce sedici/diciassette anni fa, appunto grazie al mio interessamento, tanto che alcuni la identificano come la cicerchia di Rosario Mattera;  anche perché a ogni manifestazione gastronomica cui ci presentavamo, uscivamo con questo grosso tegame colmo di cicerchia tanto che dopo due/tre anni dalla prima apparizione, della cicerchia dei campi flegrei ne parlò addirittura una rivista americana. La nostra necessità era quella di trovare un elemento gastronomico che contraddistinguesse in maniera indiscutibile i campi flegrei. E la cicerchia ci sembrò il giusto emblema. Considera che inizialmente la si produceva in piccole quantità che non superavano i 50/60 kg. Insistendo, nel tempo la cicerchia è entrata far parte della comunità del cibo, seppure i suoi costi, almeno a livello di produzione artigianale, sfiorano i 10 euro al kg in quanto, essendo un legume molto piccolo, la sue resa non vale il tempo e l'impegno richiesto dalla sua coltivazione. So bene che oggi se ti rechi in un qualsiasi centro commerciale, puoi trovare una scatola di legumi a 2/3 euro. Il problema è che di quel prodotto non conosci l'esatta provenienza. Probabilmente viene dal Sudamerica. Per cui non mangi un prodotto tipico del tuo territorio. La cicerchia, proprio in virtù della propria piccolezza e difficoltà che ne deriva dal coltivarla e pulirla,  non consente una produzione industriale. O almeno non la consentiva fino a due anni fa, quando nel salernitano non si è installato un laboratorio che la pulisce in maniera industriale per cui il produttore porta i sacchi di cicerchia lì per farle sgusciare. Ergo, se vuoi mangiare la cicerchia dei campi flegrei, devi venire per forza da queste parti. Punto!

D: Malgrado la denunciata difficoltà nel riuscire a creare una rete associativa nei campi flegrei, oggi esiste una  realtà di livello internazionale, Malazè, quale il suo percorso?

R: In primo luogo la massima trasparenza: vista dall'esterno Malazè può sembrare una realtà che muove, e soprattutto fa incassare a chi lo organizza, chissà quanti soldi. Niente di tutto ciò. Seppure non ho mai negato che se un giorno Malazè dovesse rivelarsi per me fonte di reddito, non me ne vergognerei. Altro elemento di successo, il basso budget di investimento. Vista dall'esterno, l'organizzazione di Malazè viene reputata  come un qualcosa di mastodontico, la cui spesa realizzativa chissà a quanto ammonta.  Per realizzare Malazè vengono spesi non più di 10 mila euro; chi vi partecipa, non deve pagare nulla; ma sa benissimo che, mettendo a disposizione la propria realtà imprenditoriale, ne riceverà in cambio notevole visibilità. A scanso di equivoci, ci tengo a precisare che Malazè mi appartiene. Nel senso che il marchio è registrato a nome mio; io ne sono il presidente e io ho l'ultima parola in qualunque decisione si deve prendere, seppure mi piace confrontarmi con i miei collaboratori. Questo mi consente di non dover dare conto a nessuno per ciò che devo fare, solo a me stesso, sia nel bene che nel male. Non nego che in questo modo mi sono fatto qualche nemico. Ma così ho tutelato Malazè da eventuali speculatori e forse, proprio per questo motivo, siamo arrivati alla tredicesima edizione che si svolgerà dal 15 al 25 settembre prossimo,  non più sull'intero territorio bensì in tre distinte location: Castello di Baia, Rione Terra, cratere degli Astroni. Decisione presa di comune accordo con Fabio Borghese, l'altra spina forte di Malazè, fondatore e direttore di CREATIVITAS - CREATIVE ECONOMY LAB, dopo aver ponderato tutta una serie di questioni organizzative che per un momento mi avevano addirittura convinto a non continuare con Malazè per dare vita a un nuovo progetto di cui non voglio parlare, essendo evaporato. E meglio è stato perché mi stava rubando solo energie psichiche alla realizzazione della nuova edizione di Malazè. 

D: malgrado molti siti archeologici dei campi flegrei sono abbandonati all'incuria e al degrado, voi abbinando visite archeologiche guidate con soste in aziende agricole per gustare prodotti tipici del territorio, avete trovato il modo di attirare un turismo di elite, anno per anno. Una bella soddisfazione!

R:  Malazè è l'unico evento in Italia, anzi l'unico festival archeo-eno-gastromonico. Noi questo siamo: questa è stata la sfida. E dico anche di più: in tempi non sospetti ho affermato che il problema di fare turismo in questo territorio non erano i siti chiusi, perché c'è la possibilità, al di là che molti siti non sono fruibili, di fare turismo archeo-eno-gastronomico. Perché rispetto a dieci anni fa oggi ci sono le cantine che fanno accoglienza, fanno turismo internazionale, organizzando corsi di cucina e degustazione a 100 euro al giorno. Poche persone ma di alta qualità. C'è un turismo che non si conosce, che è canalizzato, di qualità a cui noi abbiamo sempre ambito e a cui abbiamo lavorato perché il nostro modello è proprio questo e l'abbiamo creato all'interno di un discorso mentre tutti si lamentavano del fatto che non si facesse turismo a Pozzuoli e nei campi flegrei perché i siti erano chiusi. Io ho sempre detto pubblicamente, in più occasioni, perfino in televisione, che la scusa che qui non si facesse turismo perché i siti non erano accessibili dava l'alibi alle amministrazioni di scaricare le responsabilità sulla soprintendenza e ai giovani di questo territorio di dire che non ci sono opportunità. Io invece dico che ci sono opportunità, che i giovani molto spesso sono fermi. E dietro il ragionamento secondo cui "qua non si può fare" c'è la risposta del perché tutto rimane immobile. E dirò di più: la mia preoccupazione è che se domani mattina mettessimo a sistema il discorso dei siti archeologici, mancherebbe un numero adeguato di guide turistiche e figure simili. E non è un caso che queste figure stanno arrivando da Napoli, guidando gruppi di turisti. Consentimi di fare un paragone per meglio chiarire il concetto di immobilismo cui mi riferisco: il Rione Terra ha distrutto nella fantasia di noi puteolani un modello di sviluppo diverso. Io provocatoriamente davanti al sindaco dissi durante un incontro al Rione Terra, "io provo a chiudere gli occhi e mi chiedo: se non ci fosse stato il Rione Terra e questi 300 milioni di euro li avessimo spesi per fare altro, forse oggi Pozzuoli non sarebbe ancora in stand by per decidere che fare sulla rocca". Per me il Rione Terra non è il volano bensì la morte del turismo sul nostro territorio. Se queste risorse fossero state investite in una mobilità interna alternativa, forse oggi Pozzuoli sarebbe turisticamente al top. Il problema, a mio modo di vedere, è che non c'è mai stata una visione di creare un turismo diverso e di qualità. E tuttora un'idea del genere non c'è!

D: a Pozzuoli perché, salvo eccezioni, molte  realtà non decollano ?

RIo, anzi noi ci siamo riusciti ma, fondamentalmente perché abbiamo creato un modello. Adesso ci vorrebbe la cosa più importante, chi dà l'accelerazione. In questo territorio, secondo me, è mancato un vero e proprio cantiere di progettazione dove chi fa una certa cosa, chi ha un'idea trovasse chi lo ascoltasse e lo aiutasse nel realizzarla. Noi ci abbiamo messo quindici anni per arrivare dove siamo arrivati. Probabilmente se avessimo trovato a livello istituzionale qualcuno che ci avesse ascoltati,  avremmo impiegato la metà del tempo. Ma io la politica la capisco, essa ha un atteggiamento predatorio, non intenso in senso offensivo: essa è consapevole che oggi c'è, domani non è detto, per cui deve guardare al momento non al domani per dimostrare ai cittadini di avere fatto. Purtroppo per fare le cose ci vuole lungimiranza e pazienza! Tutte queste cose di cui stiamo parlando io le ho portate nei tavoli istituzionali, da cui poi mi sono allontanato. Noi abbiamo una rete di soggetti rappresentata da Claudio Boccia, direttore generale di FederCultura; Fabio Renzi, il Segretario Generale della Fondazione Symbola; Salvatore Cozzolino, professore di design, Presidente dell'AD Campania  e altri soggetti di alto livello. Con questi signori parli di cultura in funzione del 2020/2030. Parli di futuro! E alla fine, dopo che fai tanto per questo territorio, devi anche sentirti additato come uno snob o chissà che! Per esperienza ho imparato che quando ti criticano significa che stai facendo bene. Per cui io vado avanti per la mia strada. Che per ora resta Malazè! 

Dal 15 settembre tutti invitati .

 
 
 

STACCATE L'AUDIO A SALVINI PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

Post n°1923 pubblicato il 31 Luglio 2018 da kayfakayfa

Probabilmente nessuno se ne sarà accorto, o forse qualcuno sì chissà, ma è da tempo che non scrivevo sul mio blog. Non perché dal 19 luglio, ultimo giorno in cui ho aggiornato il "diario" con un pezzo relativo all'inaugurazione dell'illuminazione del Macellum di Pozzuoli, a livello locale, nazionale o internazionale non si siano verificati eventi che mi suscitassero spunti di riflessione, condivisibile o meno è relativo. Ma perché sto attraversando un momento di stress mentale conseguente a situazioni strettamente personali, di cui per ora non ho intenzione di fare alcun accenno, per cui la mente non riusciva e non tuttora non riesce a concentrarsi in una riflessione alquanto ragionata, l'umiltà è d'obbligo.

Tuttavia i reiterati episodi di razzismo che si stanno registrando nel paese, da nord a sud, dove rom o immigrati vengono addirittura scambiati come bersagli da impallinare nemmeno fossero sagome di un tirassegno o piccioni, la dice lunga sul clima che si sta respirando in Italia da quando Salvini è assurto al Ministero degli Interni, non risparmiandoci battute su battute sui migranti in crociera, rom da censire e altre chicche dall'amaro sapore xenofobo che riportano indietro di oltre settant'anni, a un passato di cui come italiani dovremmo solo vergognarci.

Ma che dalla bocca del Ministro degli interni fuoriescano proclami razzisti che, seppure involontariamente(?) alimentano il l'intolleranza celata nell'animo di una parte dell'opinione pubblica, è di una gravità inaudita. Così come è altrettanto di una gravità inaudita che né il Premier Conte né l'altro viceministro Di Maio non condannino l'inquilino del Viminale; bensì lo difendono, o comunque tendono a sminuirne le dichiarazioni, accusando l'opposizione di strumentalizzarle.

Pur avendo votato il 4 marzo M5S, non ho mai gradito il contratto di governo stipulato dai pentastellati con la Lega, tanto da scrivere una lettera aperta a Luigi Di Maio dove palesavo al leader grillino il mio totale dissenso per quell'alleanza di governo, perché di alleanza si tratta; ammettendo senza remore che mai li avrei votati se solo avessi immaginato che, pur di governare, non si sarebbero fatti scrupoli ad allearsi con Salvini.

Da quando il governo del cambiamento ha visto la luce, non si fa altro che ascoltare la voce di Salvini scagliarsi praticamente ogni giorno o poco più contro immigrati clandestini, rom e ong, dimenticandosi che come Ministro degli Interni il proprio compito non è solo quello di attaccare e , soprattutto, combattere clandestini e zingari ma anche mafiosi o presunti tali. In tal senso sarebbe gradito sapere cosa ne pensa Salvini dell'inchiesta della Procura di Firenze in cui Berlusconi, insieme a Dell'Utri, è indagato come probabile mandante delle stragi di mafia dei primi anni novanta.

A volte si ha come la sensazione, sottolineo sensazione, che Salvini attizzi volutamente gli animi contro i disperati e i "diversi" per alienare l'attenzione da problematiche criminali autoctone quali appunto la criminalità organizzata che da anni "governa" il paese con la complicità di una politica corrotta che, anziché servirla, depreda l'Italia e gli italiani, senza preoccuparsi seriamente di risolvere l'annoso problema della disoccupazione al punto che oggi oltre cinque milioni di italiani vivono in assoluta povertà.

Per carità, fa bene Salvini a fare il braccio di ferro con l'Europa affinché non solo l'Italia sia porto d'attracco per le navi che raccolgono migranti in balia del mare al largo delle coste libiche, per poi scaricarli sulle proprie coste in centri di raccolta al limite della vivibilità e, spesso, gestite dalle organizzazioni criminali, Mafia capitale docet.

Ma alimentare la sensazione che il male provenga solo dal mare o dai campi rom è pericoloso. Prima di tutto perché dà adito alle menti instabili di identificare nel diverso il nemico da streminare; in secondo luogo anestetizza le coscienza sul problema mafia!

Sarebbe il caso che Salvini seguisse il suggerimento che gli dette all'epoca il suo predecessore Minniti, invitandolo a utilizzare un linguaggio confacente al ruolo istituzionale che ricopre anziché da campagna elettorale.

Diversamente forse sarebbe il caso che qualcuno staccasse l'audio al Ministro degli Interni, prima che la situazione diventi irreversibile e lo spettro del ventennio riprenda forma e sostanza!

 
 
 
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