Creato da kayfakayfa il 10/01/2006

LA VOCE DI KAYFA

IL BLOG DI ENZO GIARRITIELLO

 

 

IL ROGO DI “NOTRE DAME” DE PARIS, TRA REALTA’ E FANTASIA

Post n°1992 pubblicato il 16 Aprile 2019 da kayfakayfa
 

 

A seguire le considerazioni sul rogo di Notre Dame pubblicate su comunicaresenzafrontiere

Ieri sera mentre guardavo incredulo alla televisione l'incendio di Notre Dame a Parigi, il crollo della guglia mi ha ricordato quello delle "torri gemelle" di New York dell'11 settembre 2001. Con la differenza, non da poco, che mentre quella tragedia fu causata da un attentato di matrice islamica dove perirono poco meno di 3 mila persone, l'incendio di Notre Dame non ha prodotto né vittime né feriti e sarebbe da addebitarsi quasi sicuramente a negligenza umana, non a caso gli inquirenti hanno aperto un'inchiesta per incendio colposo escludendo il terrorismo.

Se per molti, non solo per i parigini, Notre Dame rappresentava un simbolo della cristianità, e dunque il suo rogo è una ferita mortale al cuore della Chiesa e dei suoi milioni di fedeli, per me essa effigiava un "libro di pietra", definizione adottata dallo scrittore francese Victor Hugo nel suo capolavoro IL GOBBO DI NOTRE DAME. Nel libro quinto del secondo capitolo intitolato QUESTO UCCIDERA' QUELLO, con "questo" lo scrittore si riferisce ai libri di carta prodotti mediante l'invenzione della stampa, mentre con "quello" ai libri di pietra come le cattedrali e Templi dell'antichità, sulle cui mura i costruttori avrebbero inciso sotto forma di sculture messaggi in codice racchiudendovi i misteri dell'umanità. Tali messaggi sarebbero decodificabili solo dagli iniziati, ossia coloro che abbandonano la vita comune e dopo un lungo cammino catartico fatto di studio, lavoro, preghiera e di una condotta di morigerata, assurgono al grado di INIZIATO.

Ovviamente Hugo non fu il solo a intuire - sarebbe più giusto dire "sapere" - che le cattedrali gotiche erano Templi sulle cui pareti gli antichi avevano inciso messaggi in codice. Un altro che affrontò in maniera dettagliata il tema fu l'alchimista francese Fulcanelli che scrisse due saggi, IL MISTERO DELLE CATTEDRALI e LE DIMORE FILOSOFALI, dove asseriva con l'ausilio di foto e dipinti che sulle pareti della Cattedrale di Chartres e di altre cattedrali gotiche francesi, inclusa Notre Dame a Parigi, i fregi scolpiti sulle mure e sulle colonne svelassero il mistero della Grande Opera, ossia come realizzare la trasmutazione alchemica del "piombo" in "oro". Dove il piombo simboleggia l'uomo schiavo della materialità, mentre l'oro l'uomo spiritualizzato, cioè chiunque sacrifica la materia per elevarsi spiritualmente. Ma non solo: tali fregi, come ad esempio quelli presenti in molti templi egizi, testimonierebbero che gli antichi erano in possesso di profonde conoscenze scientifiche, ad esempio come produrre e utilizzare l'energia elettrica...

La precedente lunga premessa era indispensabile per giustificare la riproposizione su questa "pagina" delle considerazioni che scrissi sul mio blog quattro anni fa, subito dopo aver letto IL GOBBO DI NOTRE DAME. Spero sia un buon auspicio affinché in tempi brevi Notre Dame sia nuovamente riconsegnata all'umanità in tutto il suo splendore artistico, religioso e iniziatico.

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Di libri sull'ermetismo ne ho letti tanti. Così come ne ho letti diversi sul significato ermetico delle cattedrali gotiche e degli antichi insediamenti archeologici quali la piana di Giza in Egitto con le sue misteriose piramidi e la sfinge. Ogni autore, analizzando quei siti millenari, sembra faccia chissà quali scoperte legate alle origine della civiltà umana; alla presunta esistenza in un lontano passato di una civiltà tecnologicamente avanzata nella quale molti identificano l'Atlantide di cui parla Platone nel Timeo e nel Crizia.

Perfino il Fulcanelli, famoso per IL MISTERO DELLE CATTEDRALI, analizzando i portali e le statue di Notre Dames de Paris, giunge alla conclusione che quei simboli racchiuderebbero il segreto della Pietra Filosofale e farebbero riferimento a un antico passato dell'umanità sepolto nella sabbia del deserto...

Poi leggi NOTRE DAMES DE PARIS di Victor Hugo e ti rendi conto che lo scrittore francese è stato l'antesignano di tali teorie e studi; che il Fulcanelli e tutti gli altri che hanno successivamente affrontato l'argomento gli hanno semplicemente fatto il verso, prendendo spunto dal suo grandioso romanzo...

Addirittura nel 2° capitolo del libro 5° intitolato QUESTO UCCIDERà QUELLO, parlando dei "libri di pietra" uccisi da quelli stampati, riferendosi ai monumenti dell'antichità costruiti con gli stessi criteri filosofici con cui successivamente furono edificate le cattedrali gotiche, in rapporto alle piramidi d'Egitto Hugo suppone che sulla loro superficie "sono scivolate le acque del diluvio".

Tesi che oggi tende sempre più ad accreditarsi grazie alle moderne strumentazioni atte a misurare l'età dei monumenti, anticipando di migliaia di anni la costruzione delle piramidi e della sfinge. Questa ipotesi è avvalorata negli ultimi anni dall'archeo-astronomia, neo-disciplina scientifica grazie alla quale, attraverso sofisticati software, è possibile risalire all'esatta posizione delle stelle in cielo migliaia di anni fa.

Mediante questa nuova tecnica di ricerca, prendendo in esame la piana di Ghiza con le sue piramidi e il Nilo, più studiosi sono giunti alla conclusione che il sito riproporrebbe in terra l'esatta disposizione della costellazione di Orione" così com'era circa 10.300 anni fa: le tre piramidi riprodurrebbero quella che all'epoca era l'esatta posizione in cielo delle tre stelle che ne formano la "cintura" mentre il Nilo l'equivalente posizione della Via Lattea.

Tesi ampiamente discussa e suffragata dallo scrittore britannico Graham Hancock nel suo best seller IMPRONTE DEGLI DEI. Hancock addirittura riferisce che le scanalature sulla sfinge sarebbero conseguenza dell'erosione dell'acqua e risalirebbero a oltre 9 mila anni fa, epoca dell'ultima glaciazione, dunque di un vero e proprio diluvio che si abbatté sulla terra. Inoltre egli ipotizza che la testa originale della sfinge non sarebbe quella attuale ritraente il volto del faraone Chefren, bensì tutta la struttura, non solo il corpo, in origine riproducesse un leone in riferimento alla costellazione del Leone in cui sorgeva il sole circa 10.500 anni fa. Solo successivamente, circa 2500 anni, la testa della sfinge sarebbe stata modificata in quella che conosciamo oggi...

Fantasie? Probabile! Una cosa è certa, nel suo romanzo Victor Hugo, seppure en passant, afferma che le acque del diluvio sarebbero scivolate sulle pareti delle piramidi...

Come faceva lo scrittore francese a conoscere una possibile verità che solo negli ultimi vent'anni sta tendendo ad affermarsi, seppure osteggiata dall'archeologia ufficiale?

Potere della sua geniale fantasia o che?...

Vincenzo Giarritiello

 
 
 

INTERVISTA ALLA SCRITTRICE CLARA CECCHI

Post n°1991 pubblicato il 16 Aprile 2019 da kayfakayfa
 

 

Di seguito l'intervista integrale pubblicata su comunicaresenzafrontiere

Clara Cecchi, scrittrice e poetessa fiorentina, è molto apprezzata soprattutto in rete grazie alla collaborazione con diverse testate on line tra cui GIORNALE WOLF fondato e diretto da Clementina Gily e COMUNICARE SENZA FRONTIERE.

Negli ultimi tempi si è rivelata un affidabile editor collaborando alla revisione di due romanzi e a una raccolta di racconti. Laureata in Lettere e Filosofia, è esperta di letteratura femminile. Alcuni suoi racconti e poesie sono stati premiati in diversi concorsi letterari e pubblicati in antologie. Impegnata nel volontariato, insegna italiano ad adulti e bambini in una scuola per stranieri nel quartiere dove vive.

Quando pubblicherà un libro tutto suo?

Spero presto. Il problema è riuscire a trovare il tempo e le condizioni adatte affinché questo sogno che ho da tempo si possa realizzare.

Com'è possibile che una scrittrice come lei, cui tanti riconoscono un'alta qualità di scrittura, non abbia pubblicato ancora nulla di suo?

Le risposte potrebbero essere molteplici. Credo che alla base vi sia la mia soddisfazione di proporre qualcosa che davvero meriti d'essere pubblicato. Ciò sicuramente deriva dal mio essere una persona piuttosto esigente quindi, leggendo e rileggendo i miei scritti, trovo sempre da correggere, tirandolo alla lunga. E poi trovare un ambiente che ti permetta di pubblicare non è molto semplice.

Con "ambiente" a cosa si riferisce?

Un ambiente letterario in genere: ci sono tantissimi aspiranti scrittori più o meno validi che vorrebbero pubblicare e le case editrici disposte a rischiare non sono tante, per cui non è molto facile.

Lei ha partecipato e vinto a diversi premi letterari sia con i racconti che con la poesia: le riesce meglio scrivere in prosa o in versi?

Amo entrambi: la poesia mi viene più spontanea in determinati momenti della vita, quando mi è più difficile raccogliere le fila dei miei pensieri. Il racconto presuppone un'attenzione e un tempo maggiore: strutturare una trama, portarla avanti fino alla quadratura del cerchio richiede tempo e fatica. La poesia è invece immediata, una sorta di scatto fotografico.

Lei si è laureata in Lettere e Filosofia con una tesi su Anna Banti, scrittrice fiorentina scomparsa agli inizi degli anni ottanta. Inoltre so che predilige leggere per lo più scrittrici: perché questa predilezione alla letteratura di genere?

Prima di tutto vorrei specificare "letteratura femminile" e non " per donne" in quanto c'è una certa differenza...

Non parliamo di Harmony o Liala...

No, pur essendo una lettrice onnivora per cui leggo di tutto, dal fumetto all'Harmony appunto. Però quando si parla di letteratura femminile, mi riferisco a una letteratura "al femminile". Ossia una letteratura che tratti problemi legati alla condizione della donna nella società in cui vive. Questo mi è nato perché già al liceo quando si facevano i cosiddetti seminari attivi all'interno della scuola mi sono spesso impegnata in attività e ricerche che riguardassero la condizione femminile. All'epoca mi interessai della condizione delle casalinghe e con un amico andavo per strada a intervistare le donne con il suo vecchi registratore Philips, chiedendo loro come si svolgesse la loro vita, cosa gli mancasse, cosa avrebbero voluto... A volte i mariti le strattonavano via perché non avevano piacere che le mogli parlassero dei loro problemi di donna. Al di là di queste cose che risalgono agli anni settanta, quando poi sono andata all'università ho avuto questo desiderio di approfondire il mondo femminile in tutti i suoi aspetti e chiesi una tesi sull'argomento. Successivamente ho sempre continuato ad approfondire il mondo femminile non solo nella letteratura occidentale ma allargandomi a quella di altri paesi per capire come determinati problemi fossero vissuti in diverse parti del mondo

Quali sono le autrici a lei più care?

A parte la Anna Banti che è la mia scrittrice del cuore, mi piacciono le scrittrici sudamericane che trovo più affini al mio carattere. Ad esempio Isabella Allende, Marcela Serrano. Oppure le scrittrici inglesi o irlandesi.

Tuttora è in atto una discussione su Oriana Fallaci, fiorentina come lei, cosa ne pensa?

Per quanto mi riguarda, la Fallaci è una questione controversa. Inizialmente l'ho adorata - mi sono commossa e ho pianto leggendo LETTERE A UN BAMBINO MAI NATO, e mi è molto piaciuto UN UOMO. Non mi sono riconosciuta nell'Oriana dell'ultimo periodo, in particolare per certe sue idee secondo me troppo estreme, seppure le avesse maturate in base a sue esperienze personali. Non giriamoci intorno, tutti conosciamo le polemiche che sono sorte a seguito di alcune sue posizioni sull'immigrazione per intenderci...

So che a Firenze ci furono molte controversie riguardo la Fallaci

Sì, si crearono fazioni pro o contro addirittura per dedicarle una via dopo la sua scomparsa. Diciamo che l'ultima Fallaci mi ha lasciata molto perplessa. Quell'aspetto di intolleranza che traspare chiaramente dai suo ultimi testi mi hanno suscitato molti dubbi.

Lei insegna italiano agli stranieri, pensa che questa esperienza possa servirle come scrittrice?

In parte sì. Ho insegnato molti anni fa in scuole per stranieri. Quello che sto facendo oggi è volontariato in una scuola del quartiere dove abito. Sicuramente è interessante dal punto di vista linguistico, mi è sempre piaciuto studiare l'etimologia delle parole e la costruzione pulita delle frasi. Penso che da ciò derivi la mia passione per la revisione dei testi. Ma quello che più mi appaga è lo scambio culturale con queste persone che avviene mediante le conversazioni che facciamo in classe accomunando idee e tradizioni di culture diverse. Questo lo trovo soddisfacente!

Quando ci delizierà con una sua opera?

Spero presto. Sono presa da tante cose per cui non ho molto tempo da dedicare alla scrittura. Meno male che dormo poco per cui la notte riesco a scrivere con continuità, trovando la concentrazione necessaria.

Qual è il sogno di Clara Cecchi?

Diventare una scrittrice vera!

 

Vincenzo Giarritiello

 
 
 

ANTONIO MANNO E LE SUE “STORIE” ALL’ART-GARAGE DI POZZUOLI

Post n°1990 pubblicato il 15 Aprile 2019 da kayfakayfa
 

 

Di seguito la versione integrale dell'intervista pubblicata su comunicaresenzafrontiere

Pozzuoli: Sabato 13 aprile, per la rassegna ARTinGARAGE, curata da Gianni Biccari, all'Art Garage di Pozzuoli - Parco Bognar 21, adiacente alla stazione Metropolitana FS - si è inaugurata la mostra fotografica "STORIE", di Antonio Manno.

L'esposizione durerà fino al 3 maggio e sarà visitabile dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 22; il sabato dalle 10 alle 20; domenica chiusa. Ingresso libero.

Per l'occasione abbiamo intervistato l'autore.

Antonio quando hai scoperto la passione per la fotografia?

All'età di sedici/diciassette anni ho iniziato i primi timidi approcci. Poi a ventidue anni ho avuto l'opportunità di andare a lavorare a La spezia e in quei luoghi di una tale bellezza, come Le Cinque Terre e i tanti borghi marinari, per me sconosciuti, ho iniziato a fotografare per mostrarli ai parenti e agli amici quando tornavo a Napoli. Ovviamente non mi limitavo a fotografare i luoghi ma tra i miei soggetti rientravano anche le persone.

La tua mostra qui all'Art Garage si intitola STORIE, esattamente che tipo di storie?

Le storie della gente! Credo che dietro a ogni ritratto o scena che ritrae l'ambiente di lavoro o di vita di una persona ci sono tante storie. Principalmente la sua storia e quella di chi vive con lei, familiari o amici. Cercare di raccontarle attraverso uno sguardo, uno scatto. Ma anche attraverso il conoscersi prima di scattare la fotografia in quanto credo che prima dell'istantanea debba nascere un rapporto di fiducia tra il soggetto e chi lo ritrae.

Che tipo di approccio utilizzi per fotografare gli sconosciuti?

I miei scatti non sono i cosiddetti "scatti rubati", non mi piace fotografare di nascosto una persona! Anche perché "rubare" una foto significa che il soggetto non sta guardando in camera e, come dice Ferdinando Scianna, "il ritratto è quando uno ti guarda". Personalmente chiedo sempre alle persone se posso fotografarle e difficilmente mi rispondono di no. Forse perché ho un bel modo di avvicinarle...

Tu vivi di fotografia o di tutt'altro?

Sono impiegato civile presso il Ministero della Difesa, faccio il tipografo dall'età di dodici anni. Praticamente non ho mai smesso.

Auspichi di poter vivere un giorno di fotografia o preferisci rimanga un hobby?

Premesso che è difficile vivere di fotografia, a meno che non ti dedichi alle foto di cerimonia, mi piacerebbe che la mia fotografia fosse riconosciuta nel tempo. Non mi interessa arricchirmi con la fotografia, per quanto i soldi siano molto importanti, ma vorrei lasciare un'impronta di me come fotografo, anche se ciò accadesse negli anni a venire.

Preferisci fotografare solo in bianco e nero o alterni anche con il colore?

Fotografo anche a colori, ma credo che la vera fotografia sia in bianco e nero. Il colore, come molti sostengono, e io mi associo, distrae tanto: l'occhio di chi guarda si perde nelle sfumature cromatiche. Nel bianco e nero invece è il soggetto che catalizza lo sguardo del pubblico. Ovviamente ci sono poi foto che ad alcuni possono dire molto e ad altri nulla, sia fossero a colori o in bianco e nero, ma è un fatto squisitamente soggettivo che però non va trascurato.

Sei solito trattare le foto con Photoshop o preferisci lasciarle così come sono?

Se la foto mi convince così com'è, non la ritocco. Diversamente utilizzo Photoshop. Va però detto che essendo Photoshop un programma infinito, io ne conosco l'utilizzo solo per il 4-5%. Ossia per quello che mi serve a trattare una fotografia come quando si stampava in camera oscura.

Riguardo i soggetti da fotografare, hai preferenze o spazi senza confini?

Guardando le foto esposte ti accorgi che i soggetti ritratti sono per lo più persone anziane, ossia individui che secondo me hanno molto da raccontare avendo vissuto tanto. E poi, rispetto a un adolescente o a un trentenne per i quali l'apparenza ha un valore primario, una persona anziana non ha nulla da mascherare e dunque si mostra così com'è, senza "veli" fisici e morali.

Nelle tue foto risaltano molto le rughe sui volti dei soggetti, che cosa rappresentano per te le rughe?

Un fatto, una storia. Credo che le rughe siano la scrittura dell'esistenza umana. Verso di loro nutro una sorta di riverenza, ma non mi sognerei mai di ritoccarle per marcarle. Se lo facessi è come se alterassi un bel romanzo.

Da quando il digitale ha spodestato l'analogico, continui a stampare come facevi un tempo o hai abbandonato?

No, non stampo più, i costi di una stampa digitale sono abissali! Seppure pare che lentamente stia ritornando la moda del rullino in bianco e nero e di stampare in camera oscura. Magari nel tempo tornerò a farlo anch'io. Per ora, no. Ma ammetto che il fascino di veder "nascere" una foto in camera oscura non te lo toglie nessuno, è come veder nascere un figlio!

Hai già scattato la "foto della vita"?

Ci sono dieci fotografie che amo più di tutte, che sento più mie. Ma preferisco non averla ancora scattata, questo è per me una grande motivazione per fare sempre meglio.

C'è un momento che avresti voluto immortalare con uno scatto e che invece hai omesso di farlo?

Tantissimi! Uno in particolare: nel 2007 sono stato ad Auscwitz. Uscendo da un blok ad Auswitz 1 vidi in un angolo di marciapiede quattro ragazzi seduti che piangevano. Fui tentato di scattargli una foto, mi trattenni per rispetto del dolore che stavano vivendo in quel momento. Magari, se l'avessi scattata, quella sarebbe potuta essere la foto della vita...

Qual è il sogno di Antonio Manno fotografo?

Una pubblicazione con le mie foto.

Questa è la prima mostra che fai?

La prima dopo più di dieci anni.

Perché la decisione di ricomparire in pubblico dopo tanto tempo? Cosa ti ha spinto a farlo?

Pubblico molto sui social; la mia pagina Facebook è accessibile a chiunque in quanto credo che la fotografia, ma penso che il discorso possa estendersi a qualsiasi forma d'arte, vada condivisa. Per cui le mie foto, seppure virtualmente, sono sempre visibili da tutti. Ma stamparle, toccarle, vederle esposte un metro da me, per giunta in questo formato, mi fa sentire bene. È una bella scarica di adrenalina!

Progetti per il futuro?

Mi godo il momento!

 

Vincenzo Giarritiello

 
 
 

ANTONINO TALAMO: COME TRASFORMARE IL CORPO IN STRUMENTO DI PERCUSSIONE

Post n°1989 pubblicato il 15 Aprile 2019 da kayfakayfa
 

 

Di seguito la versione integrale dell'articolo pubblicato su comunicaresenzafrontiere

Pozzuoli - Serata dai ritmi intensi, tipicamente sudamericani, quella che si è svolta sabato 13 aprile da Lux In fabula: per QUATTRO CHIACCHIERE CON L'AUTORE, il multipercussionista Antonino Talamo, classe 1978, ha presentato il libro BATUQUE NA MAO, vero e proprio manuale per utilizzare il proprio corpo come strumento di percussione da suonarsi rigorosamente con le mani.

Contrariamente a quanto si potrebbe presumere vista l'apparenza frivola dell'argomento, in maniera molto professionale l'artista, che ha alle spalle un bagaglio di esperienze musicali di tutto rispetto - nel 2000 ha fatto parte del gruppo LA CONTRADA DI LUCIANO RUSSO; dal 2006 coordina il laboratorio di percussioni corporali BATUQUE NA MAO, da cui appunto il titolo del libro; dal 2012 al 2018 ha collaborato con la manifestazione teatrale ALTOFEST; nel 2017 con IL POZZO E IL PENDOLO e I DUELLANTI; nel 2018 con DIGNITA' AUTONOME DI PROSTITUZIONE a Cinecittà - ha spiegato ai presenti in sala come fare per trasformare il proprio corpo in strumento di percussione e come ciò consenta agli individui un'ulteriore scoperta di se stessi.

Illustrando quali modalità adottare per far sì che i vari organi e arti del corpo - gambe, braccia, torace, bocca - si prestino all'utilizzo musicale, Talamo ha altresì spiegato che tale approccio corporale è un'ottima premessa empatica con il prossimo in quanto la consapevolezza che il corpo fisico possa prestarsi a un utilizzo diverso da quello canonico presuppone un approccio mentale di notevole elasticità; quindi coloro che riescono a entrare in questa logica altresì sono capaci di comunicare tra loro con particolare intesa essendo accomunati da una visione alternativa e alta del proprio corpo rispetto alla visione comune.

Nel suo libro Talamo non si limita semplicemente a darci delle indicazioni tecniche, ma coglie l'occasione per aprirci un varco in un mondo a noi del tutto ignoto, di stampo tipicamente sudamericano, per lo più brasiliano, con ripetuti e affascinanti richiami magici, che meriterebbe d'essere sondato con profondità e rispetto.

Attraverso il suo libro il musicista ci dice come fare!

 

Vincenzo Giarritiello

 
 
 

“IO SILANO…CHI SONO?” GUGLIELMO MOSCHETTI RACCONTA IL SUO ROMANZO DA LUX IN FABULA – POZZUOLI

Post n°1988 pubblicato il 11 Aprile 2019 da kayfakayfa
 

Di seguito la versione integrale dell'articolo pubblicato su comunicaresenzafrontiere.it

Serata davvero particolare quella di sabato 6 aprile nella sede di Lux In Fabula, a Pozzuoli, dove si è presentato il romanzo IO SILANO... CHI SONO? di Guglielmo Moschetti, edizioni GM.

Poliziotto in pensione con la passione della scrittura, prima di entrare nel merito del testo, l'autore ha tracciato in maniera certosina il proprio passato professionale, illustrando ai presenti i propri successi investigativi con l'ausilio di un filmato composto da un collage di foto e articoli di giornali dell'epoca relativi alle varie operazioni di polizia cui Moschetti ha preso parte durante la lunga carriera di poliziotto, spesso servendosi dell'intuito.

Con fare appassionato l'autore si è soffermato su ogni singolo fotogramma, raccontando nei dettagli l'operazione di polizia cui si riferiva, citando i colleghi e i superiori che vi avevano partecipato, dimostrando tra l'altro una memoria di ferro.

Tale premessa introduttiva gli è poi servita per spiegare il motivo per cui è nato il libro e i tanti altri che ha scritto, tra cui diversi manuali dell'ABC investigativo per quanti decidessero di diventare guardia giurata.

In tutte le sue opere, sia saggi che narrativa, Moschetti ripropone sempre uno spaccato del proprio passato professionale a dimostrazione che un autore, quando crea, non può prescindere dal trarre ispirazione dalla vita.

Appassionato di fantascienza, in particolare delle opere di Peter Kolosimo, Moschetti ha trasposto nel romanzo, oltre al suo passato di poliziotto, la passione per la fantascienza dando vita a un thriller fantascientifico il cui protagonista, Silano, è un agente al soldo di un'agenzia per la sicurezza del pianeta da cui riceve ordini telepaticamente: "Inviato a Napoli per una nuova missione" Silano si imbatte in un uomo che sta per suicidarsi....

Il romanzo, caratterizzato da una scrittura fluida e da una trama ben strutturata, è un susseguirsi di colpi di scena con un finale a sorpresa.

Buona Lettura!

Vincenzo Giarritiello

 

 

 
 
 
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