La Propoli dei libri

RACCOLTA DI PENSIERI, CITAZIONI, FRASI E POESIE PRESE DALLE MIE LETTURE. La propoli è una miscela di sostanze resinose di origine vegetale di colore giallo-bruno che le api raccolgono dai germogli e dalle cortecce degli alberi, modificandola mediante la secrezione di saliva e l'aggiunta di cere.Una volta formata, la propoli viene utilizzata per sigillare le fessure dell'arnia, per disinfettare le cellette dove vengono deposte le uova e per mummificare i corpi degli insetti che rimangono intrappolati nell'alveare. Questi procedimenti permettono di restringere l'ingresso dell'alveare soprattutto in concomitanza della stagione fredda, ostacolano l'ingresso di eventuali predatori ed evitano che si instaurino dei processi putrefattivi all'interno. LA PROPOLI E’ DUNQUE PER LE API UN BUON MATERIALE DI COSTRUZIONE E DI DIFESA CHE ESERCITA ANCHE UN EFFICACE POTERE ANTISETTICO; assicura infatti lo svolgimento delle normali attività nell'alveare in un ambiente sano e libero da microrganismi che potrebbero nuocere alla sopravvivenza delle api stesse. E' proprio da queste osservazioni che ha preso origine l'utilizzo della propoli nella medicina popolare. Si ritiene infatti che questa sostanza naturale possa esercitare azione antibatterica, antinfiammatoria e antivirale.LA LETTURA AIUTA LA COSTRUZIONE DELLA STRUTTURA PORTANTE DELLA TUA ESISTENZA, NUTRE IL TUO CERVELLO DI ESPERIENZE, PERMETTERE ALLA TUA INTELLIGENZA DI RACCOGLIERE LA PROPOLI DELLA VITA CHE TI CONSENTE DI ESSERE PIU’ UOMO TRA GLI UOMINI. SE NON RIESCI A FARTI CAMBIARE DA UN LIBRO, ALLORA TI SUGGERISCO DI PASSARE AI FUMETTI... :o)

 

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Dal libro " Un altro giro di giostra" di Tiziano Terzani.

Post n°23 pubblicato il 19 Marzo 2008 da GJ79
 

Non chiedere di avere una salute perfetta

Sarebbe avidità

Fai della sofferenza la tua medicina

E non aspettarti una strada senza ostacoli

Senza quel fuoco la tua luce si spegnerebbe

Usa la tempesta per liberarti.

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Proprio in quei giorni, un carissimo amico, in mezzo ad un brutto fallimento professionale e familiare, mi aveva scritto d’aver per la prima volta pensato al suicidio. Tornato a casa, trovai finalmente le parole per rispondergli: i pesi e le misure, i valori dai quali pensiamo che la nostra vita dipenda, sono delle pure convenzioni. Sono dei modi con cui ci regoliamo, ma anche ci appesantiamo, l’esistenza. La nostra vita, a guardarci bene dentro, non dipende affatto da quelli. Successo, fallimento sono criteri estremamente relativi per giudicare un avvenimento, un periodo della vita che comunque è di per sé passeggero, impermanente. Quel che ora ci appare insopportabile fra 10 anni ci parrà irrilevante. Probabilmente ce lo saremo quasi dimenticato. Perché non fare l’esercizio di guardare all’orrore di oggi con gli occhi che avremo fra 10 anni?

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Spesso è proprio il dirsi che qualcosa, o qualcuno, è insopportabile che ce lo rende veramente tale…..Sapevo che era una questione di prospettiva. Ogni volta che la visione del mondo si rimpicciolisce, i nostri problemi o i nostri mali ci paiono importantissimi, la nostra morte orribile, impensabile. Sa la visione si allarga e si riesce a vedere il mondo nella sua interezza e magnificenza, il nostro stato, pur penoso che sia, diventa parte di quella vastità, di quell’eterno, naturale arrovellarsi dell’uomo. 

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Nel 1897 una bambina scrisse al New York Sun dicendo che i suoi amici le avevano detto che Babbo Natale era un’invenzione. Non esisteva. Voleva che il giornale le dicesse la verità. E il Sun, con un editoriale che oggi nessun giornalista avrebbe più il coraggio di scrivere, rispose :” Cara Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono vittime dello scetticismo dei nostri scettici tempi. Credono solo alle cose che vedono. Eppure, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste allo stesso modo in cui esistono l’amore, la generosità, la devozione. E tu sai che queste cose esistono, abbondano, e sono le cose che danno alla tua vita la sua bellezza e la sua gioia. Perché le cose più reali sono quelle che né i bambini né i grandi riescono a vedere.”

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“D’accordo, accetto che debbo morire e forse anche presto. Ma questo è in contraddizione col lottare per vivere?” chiese l’avvocatessa di Denver.

Ero fresco di letture Zen e credetti di poter contribuire alla discussione con una storia che dava una risposta. Un vecchio monaco sta per morire. Si mette a letto e annuncia che entro la sera se ne andrà. Tutti i suoi discepoli accorrono al suo capezzale. Solo uno, il più devoto, invece di andare dal maestro corre al mercato. Cerca un dolce che sa piacere moltissimo al monaco. Il dolce non c’è e il novizio impiega una intera giornata per farne fare uno. Di corsa, sperando di arrivare ancora in tempo, torna alla cella del maestro. Appena si affaccia alla porta, quello apre gli occhi e dice: “ Finalmente! E il dolce dov’è?” Ne prende un pezzetto e si mette a mangiarlo con grande gusto. I discepoli sono esterrefatti. Uno chiede: “maestro, quale è il tuo ultimo insegnamento? Dicci qualcosa con cui ti potremo ricordare”. Il maestro sorride: “ Questo dolce è squisito”, dice lento, soppesando le parole. La sua ultima lezione è semplice: vivete ora, vivete nel momento. Il futuro non esiste. Siatene coscienti. Ora, in questo momento, questo dolce è delizioso.Persino la morte non conta…ancora.

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Una volta accettata l’idea che la morte è parte della nostra vita, ci si sente più forti, si ha l’impressione che nessuno possa più avere potere su di noi….Vincere la paura della morte è un grande passo di libertà per l’uomo. Lo aiuta a vivere meglio. La cosa più strana è che l’uomo moderno studia, impara, si impratichisce con migliaia di cose, ma non impara niente sul morire. Anzi, evita in tutti i modi di parlarne, evita di pensarci e quando quel prevedibile, naturalissimo momento arriva, è impreparato, soffre terribilmente, si aggrappa alla vita e così facendo soffre ancora di più…. Un mistico indiano raccontava come sua nonna, che era stata la sua guida spirituale, gli aveva dato una semplice, ma importante lezione. Quando, ancora bambino, era rimasto colpito dalla morte di un familiare, lei lo aveva fatto sedere su una grande sedia di legno e gli aveva detto di reggersi a quella con tutte le sue forze. Lui si era aggrappato ai braccioli, ma lei era riuscita lo stesso a strapparlo via.Nel resistere lui aveva sentito male.La nonna gli aveva poi chiesto di sedersi di nuovo,ma questa volta senza fare alcuna resistenza. Lei lo aveva allora tolto dalla sedia gentilmente, prendendolo in braccio.“Così avviene con la morte. Sta a te scegliere come vuoi andartene.Ricordatelo.”….. I tibetani, ad esempio, quando in casa qualcuno sta per morire, il lama che arriva per assisterlo caccia via tutti  quelli che gli piangono attorno. Poi, rivolto al morente, lo prega di non resistere, di lasciar andare, di staccarsi dalle cose di questo mondo, dalle persone a cui è stato legato. Ogni legame sta comunque per finire, tutto sta per diventare “vuoto come il cielo senza nuvole”. Perché resistere? “Vai per la tua strada, o nobile nato, non resistere“, queste sono le parole che il lama continua a sussurrare nell’orecchio del morente.

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Il corpo è un mezzo di trasporto, come l’automobile. Va tenuto bene perché si possa arrivare a destinazione. L’errore è confondere il fine con il mezzo. Voi dite : “questo appartamento è mio. Ma se guardate bene, il suo pavimento è il soffitto di quello di sotto, la parete è anche la parete del vicino. Nulla è davvero vostro. Assolutamente nulla…tanto meno il vostro corpo. Tanti possono rivendicarne la proprietà: vostra madre, vostro padre, il vostro coniuge in base al sacramento del matrimonio, lo Stato verso il quale il vostro corpo ha dei doveri di cittadino, la terra stessa: tutti possono dire “questo corpo è mio”… voi non possedete niente. Non è vostro neppure quello che credete di sapere. Vi è stato dato dai libri o da un insegnante. Eppure voi continuate a dire: “ questo è il mio corpo”. Il corpo vi pare così vostro che vi ci identificate. Dite “io” e pensate al vostro corpo. Ma se l’io è colui che identifica il corpo, non può essere il corpo. Il soggetto che osserva l’oggetto corpo non può essere il corpo.

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Una sera, a bordo di una casa galleggiante sul Gange e al lume di candela...il grande poeta bengalese Tagore...legge un saggio di Benedetto Croce. Il vento fa spegnere la fiamma e improvvisamente la stanza è invasa dalla luce della luna. E tagore scrive:

 “La bellezza era tutta attorno a me,

Ma il lume di una candela ci separava.

Quella piccola luce impediva

Alla bella, grande luce della luna di raggiungermi.”

La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che ci impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Così come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire.Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello che leggiamo, che vediamo alla tv, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre di più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C’è una strada già tracciata. Procediamo per quella. Nell’ashram non era così. Si aveva il tempo di vivere con attenzione ogni momento. Ci si esercitava ad agire, non a reagire; a tenere all’erta la mente, a essere consapevoli di ogni gesto. Delle zanzare mi ronzavano attorno agli orecchi? Facile reagire distrattamente, soprappensiero, con una manata. Mi costringevo invece a non ucciderle. E mi piaceva.

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Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro non è da nessuna parte. …. Per questo viaggiare non serve. Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. E’ inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé.

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La mia testa costantemente occupata da un pensiero di difesa, di organizzazione, da un progetto o una speranza, non era mai vuota e con ciò mai pronta a qualcosa di più grande.

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Mi distesi nell’erba a guardare le stelle . Mi parve di vederle per la prima volta. E forse era davvero così, perché le guardavo senza pensare ai loro nomi, senza cercare la Stella Polare o l’ Orsa Minore. Immaginai d’essere un uomo delle caverne che non ha letto nulla, che non ha studiato, che non “sa”. E, libero da tutta quella “conoscenza”, mi persi nella meravigliosa, consolante immensità dell’universo. Non la guardavo più. Ne ero parte.

-------------------------------------------------------------------------------------Meraviglioso il silenzio! Eppure noi moderni, forse perché lo identifichiamo con la morte, lo evitiamo, ne abbiamo quasi paura. Abbiamo perso l’abitudine a stare zitti, a stare soli. Se abbiamo un problema, se ci sentiamo prendere dallo sgomento, preferiamo correre a frastornarci con un qualche rumore, a mischiarci a una folla anziché metterci da una parte, in silenzio, a riflettere. Uno sbaglio, perché il silenzio è l’esperienza originaria dell’uomo. Senza il silenzio non c’è parola. Non c’è musica. Senza il silenzio non si sente. Solo nel silenzio è possibile tornare in sintonia con noi stessi, ritrovare il legame fra il nostro corpo e tutto quello che ci sta dietro.

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Aveva capito che il divino è ciò in cui gli opposti coesistono:tutto e il contrario di tutto; la bellezza e l’orrore; l’odio e l’amore. E’ tutto lì. Non c’è dualità.  La dualità è una nostra illusione. Siamo noi a voler distinguere fra felicità e infelicità, gioia e dolore, vita e morte, ma quella distinzione è falsa. La verità è che sono tutt’uno.

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Tu sai ascoltare il suono delle mani che applaudono? Bene, qual è, allora, il suono di una sola mano che applaude? Torna quando hai la risposta. Il giovane monaco è perplesso e ogni giorno torna dal maestro con una diversa risposta……nessuno è il suono di una mano che applaude. Il giovane monaco soffre, pensa, si dispera. Il suo patire dura più di un anno…finchè una mattina corre dall’abate…”Maestro ho trovato: è il suono che non ha suoni, il silenzio.” Bravo il giovane monaco. Quello è il suono di una sola mano che applaude….Il segreto non sta nella soluzione, ma nel processo che ha occupato la mente. In cerca della soluzione, il giovane monaco ha dovuto affrontare varie emozioni, dall’arroganza alla rabbia, alla disperazione,all’odio verso il Maestro, fino ad arrivare alla serenità che ha spinto la sua mente al di là del solito, lineare modo di ragionare, le ha permesso di pensare diversamente,di... non pensare e di guardare le cose come sono: una sola mano che applaude non fa alcun suono…una sera finalmente capii che la domanda con cui mi ero arrovellato per tre mesi “Io chi sono?” era il Koan dei Koan…. Quel che la domanda innescava non era un processo intellettuale da concludersi con una risposta – neppure con la risposta del Vedanta: “tu sei tutto questo” - ; quel che innescava era il processo di dubitare della propria identità. La risposta sta nel porsi la domanda,nel rendersi conto che io non sono il mio corpo, non sono quello che faccio, non sono quello che posseggo, non sono i rapporti che ho, non sono neppure i miei pensieri, non le mie esperienze, non quell’ Io a cui teniamo così tanto.La risposta è senza parole. E’ nell’immergersi silenziosamente dell’Io nel Sé.

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Devi arrivare ad un punto in cui la cura non è più ciò che desideri, perché hai capito che c’è una cura più profonda delle medicine. Se tu potessi entrare in contatto con l’unità della vita, allora sentiresti che la cura non significa più nulla….Vedi ci sono due tipi di salute. La salute bassa, che è l’essere in forma come gli atleti; e una salute alta, che è l’integrazione della malattia.

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Un volta chiesi al Vecchio se la famiglia poteva esser un ostacolo alla vita interiore…mi raccontò una storia di Tagore intitolata l’aspirante asceta: un uomo decide di lasciare la famiglia per farsi sayasin. Una notte quando, di nascosto, sta per partire, getta un ultimo sguardo alla moglie e ai figli addormentati e, rivolto a loro, dice: “Chi siete voi che mi tenete qui incatenato?” Una voce nel buio bisbiglia: “Loro sono me, sono Dio”. L’uomo non fa attenzione. Non ascolta e parte. E a Dio non resta che concludere:” Ecco uno che, per cercarmi, mi abbandona”.

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E’ sempre così difficile giudicare il senso di quel che ci capita nel momento in cui ci capita e bisognerebbe imparare, una volta per tutte, a dare meno peso a quella distinzione – bene o male, piacere o dispiacere – visto che il giudizio cambia col tempo e spesso il giudizio stesso finisce per non avere alcun valore.

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Un giorno venne di corsa all’ashram un uomo e implorò Nim Karoli Baba d’andare con lui a casa di un suo parente. Quello stava malissimo e solo Baba poteva farci qualcosa. “No. Non ci vengo” rispose secco Baba, “ma quando torni dagli questa banana e vedrai che tutto andrà bene.” L’uomo corse a casa, fece mangiare la banana al malato e quello, appena finito l’ultimo boccone, serenamente morì. Era andata “bene”, come aveva detto il Baba. Era morto in pace. Eppure noi insistiamo a pensare che “bene” avrebbe dovuto voler dire che quello guariva e viveva tanti anni ancora. Ma perché? E’ proprio in questo continuare a distinguere fra ciò che ci piace e non ci piace che nasce la nostra infelicità. Solo accettando che tutto è Uno, senza rifiutare nulla riusciamo forse a calmare la nostra mente e ad acquietare l’angoscia.    

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La vera conoscenza non viene dai libri, neppure da quelli sacri, ma dall’esperienza. Il miglior modo per capire la realtà è attraverso i sentimenti, l’intuizione, non attraverso l’intelletto. L’intelletto è limitato.

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…..Michael insistette molto sulla differenza fra la parola “cura” e la parola “guarigione”. La prima ha a che fare con i medici, le medicine, il loro uso, il loro eventuale successo nello sconfiggere la malattia. La cura è una questione soprattutto fisica, viene da fattori esterni. La guarigione invece è il processo con cui si ristabilisce l’equilibrio generale della persona ammalata. Viene soprattutto da risorse interiori, da quel che di personale ognuno porta nel suo incontro con la malattia.

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Finirai per trovarla la Via….se prima hai il coraggio di perderti.

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