
Quando si allunga il rosso arcobaleno, è come sei il cielo si colorasse; quando splendono i bianchi raggi del sole, è come se il cielo si accendesse di luce. Ma il cielo, per sua natura, non è cosa che si possa illuminare. Né tingere. Con uno spirito simile, anch'io do colore alle più svariate forme pur sapendo che nulla rimane...
(Kawabata Yasunari)
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Vite II
Post n°190 pubblicato il 20 Ottobre 2016 da maandrax
Butler Era il tempo di quella famosa nevicata. Butler aveva bisogno di soldi e l'agenzia interinale l'aveva spedito allo scalo dell'Interporto a tirare giù neve dai vagoni e a fare la rotta tra le viuzze ricoperte da 40 centimetri di materiale bianco. Gli avevano detto di farsi trovare all'altezza del distributore in via Maccani e così aveva fatto. Aveva aspettato quindici minuti fumandosi due paglie e poi era arrivata: era una panda stracarica, due persone davanti e tre dietro, con Lui (se fosse riuscito a entrare) quattro. C'erano l'autista, un tizio dell'Adecco, poi Enrico un alcolista di 42 anni, fancazzista in progress, fungo di Provincia nonché fenomeno itinerante da baraccone, Vikram un indiano molto giovane, responsabile e timido, pulito ma povero, saggio e lavoratore, Sturdy praticamente un barbone senza fissa dimora, all the way from Caserta e alla ricerca di una professione precaria qualsiasi e di un tetto sopra la testa, Pablo ex commesso all'Elettrocommerciale parecchio musone e scassapalle, nonché possibile frequentatore part-time del Centro di Salute Mentale, e infine Artan un cinquantenne dai reni malandati che si lamentava ogni secondo del freddo, degli sbalzi della macchina e dei propri dolori fisici, un ipocondriaco maniacale depressivo. Butler fissò l'interno dell'auto e, sorridendo, cercò di farsi posto. Alla fine, con un gomito di Vikram in faccia e la coscia di Artan sulle palle riuscì a sistemarsi. così partirono per l'Interporto malgrado Enrico premesse petulantemente per farsi una grappetta mattutina (a occhio e croce se n'era già fatte tre). Giunsero all'Interporto e furono scaricati nella bufera e abbandonati al proprio destino. Il tizio dell'Adecco sgommò con difficoltà e di Lui si persero ben presto le tracce all'orizzonte fosco. Finirono in una baracca dove furono provvisti di pale da neve da un coglione qualsiasi chiamato Amilcare Libardi. Un tipo stizzito e bilioso, piccolo e acrimonioso che, evidentemente, si era già fatto l'idea dei novelli spalatori come dei fannulloni fatti e finiti, mangiapane a ufo. Li piazzò sparsi in un raggio di 600 metri a tirare su neve dai vialetti e a farla estirpare dai vagoni spalancati. Poi, dopo avere dato le consegne, tornò a rinchiudersi nella comoda baracchetta che gli faceva da base. Enrico e Butler si ritrovarono a lavorare fianco a fianco ma fu subito chiarissimo che Enrico non aveva voglia di fare un cazzo. Aveva preso a lamentarsi di come erano stati scaricati e a raccontare a Butler (che nel frattempo si spezzava la schiena) dei bei tempi a Genova e Bologna, dove si beveva wild turkey e si fumavano splendidi cannoni. Butler un po' lo assecondava, un po' guardava preoccupato la baracca di Libardi, da dove, probabilmente, il piccoletto Li osservava con un binocolo elettronico e prendeva prove del lazzaronare. Infatti non passò molto tempo che una figura irsuta e alterata uscì dall'igloo sbattendo la porta e lasciandola spalancata, correndo verso di loro. Era Libardi, che aggredì Enrico a male parole e poi passò alle vie di fatto minacciandolo fisicamente. Il Tizio, seccato, infreddolito e alterato prese a reagire e ben presto arrivarono alle mani, con Butler che tentava di dividerli sotto una nevicata fittissima. Ben presto, sul ring arrivarono Vikram, Sturdy, Artan e Pablo, stanchi della loro inutile battaglia contro la bufera. Presero a fare il tifo per uno o per l'altro e batterono i pugni. alla fine, tra minacce di tribunale, bestemmie e lamentele fu chiamata l'Agenzia Interinale, furono rifilati a tutti un misero indennizzo e furono rispediti ai loro luoghi di provenienza con mezzi propri. Affranto, distrutto e congelato Butler si sorbì i due chilometri fino alla Città con Enrico che si ripuliva del sangue e beveva da una fiaschetta estratta dal giaccone sotto l'ascella. E intanto urlava improperi e cantava canzoni oscene contro un indifferente, grigio cielo di merda... (Fine) |
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