
Quando si allunga il rosso arcobaleno, è come sei il cielo si colorasse; quando splendono i bianchi raggi del sole, è come se il cielo si accendesse di luce. Ma il cielo, per sua natura, non è cosa che si possa illuminare. Né tingere. Con uno spirito simile, anch'io do colore alle più svariate forme pur sapendo che nulla rimane...
(Kawabata Yasunari)
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| « 12.10.2013 | Filippo » |
15.01.15
Post n°192 pubblicato il 09 Novembre 2016 da maandrax
La Morte I genitori glielo avevano detto di tenersi alla larga, ma Jussi, 6 anni, e Aarno, 7 anni erano ferocemente calamitati dai polloni d'acqua che sgorgavano dalle fondamenta dell'imponente edificio in costruzione a 25 metri dalle loro case. I geniali ingegneri avevano preteso di innalzare un lieto omaggio alla loro sicumera su un terreno paludoso e trasudante vaste pozze di acqua stagnosa. E ora con le pompe cercavano di prosciugare tutto quell'acquitrino prima che facesse crollare il resto dell'edificio. La zona corrispondeva a quella dove dovevano sorgere i garages ed era oscura e malsana, pure di giorno. Era domenica e gli operai non lavoravano, così Jussi e Aarno, di buona lena, avevano aggirato il palazzo attraverso i prati, dicendo ai genitori che andavano a fare una passeggiata verso le colline. Invece erano ridiscesi e s'erano inoltrati nel groviglio di divieti, pompe e attrezzi lasciati dai lavoratori. Adesso erano in cima a una montagnola di terriccio e si tenevano per mano, illuminando tutto con la torcia elettrica che Aarno aveva alleggerito a papà. Un'asse lunghissima e sottile giaceva fianco all'immensa pozza per tutta la sua lunghezza e Aarno staccò la sua mano da quella di Jussi e disse: "Appoggiamo l'asse sopra tutta l'acqua e poi passiamoci sopra: sarà come essere nella giungla o in mezzo alle paludi. Sarà fortissimo". Jussi approvò un po' ridendo, un po' colmo di spavento. Sapeva di stare facendo una cosa non gradita a mamma, e questo lo spaventava. Ma c'era Aarno con la sua determinazione, il suo coraggio e il suo spirito di esploratore che lo tirava per i pantaloncini. Così decisero di farlo. Con una certa fatica mossero l'asse proprio sopra alla vastissima pozzanghera e Aarno fu il primo a mettervi piede sopra. Jussi lo fissava con il cuore in gola. Si avviò e, barcollando non poco, arrivò dall'altra estremità con una corsetta. "Avanti, tocca a Te". Gridò a Jussi. Questi mise il primo piede sul legno malfermo e scheggiato. Gli parve di sprofondare nel buio malgrado fosse fermamente illuminato dalla torcia di Aarno. Avanzò e si sentì scricchiolare. Non voleva guardare in basso e non riusciva a fissare avanti. Le grida del compagno gli risuonavano come echi lontanissimi e una nebbia poderosa stava calando come una saracinesca sulla sua mente cogitabonda. A un certo punto si arrestò in mezzo alla rudimentale passerella. Fece appena in tempo ad alzare il volto pallidissimo e a scoccare un sorriso enigmatico ad Aarno che l'asse si era ribaltata e Jussi era volato nella pozzangherona. Non sapeva nuotare e in un attimo scomparve alla vista dell'amico sotto quella superficie oleosa e scura. Aarno rimase per qualche secondo impietrito, poi si diede alla fuga urlando e piangendo a squarciagola. Neppure Lui sapeva nuotare e ora cercava qualcuno che compisse il miracolo in sua vece. Che estraesse Jussi da quella spessa trappola di terra e acqua marcita. Mise sottosopra mezzo paese e accorsero Tutti, volontari, pompieri, semplici curiosi. Cavarono quasi subito il piccolo dalla trappola maleodorante e gli fecero di tutto, dal massaggio cardiaco, alla respirazione artificiale. L'acqua, mista a schifezze, gli fluiva dalla bocca congestionata. Un ora si accanirono su di Lui finché si accorsero che il cuore aveva semplicemente ceduto, quel piccolo cuoricino s'era semplicemente schiantato forse al momento esatto del volo nell'acquitrino. Ogni tentativo di riportarlo alla vita era risultato inutile e ora Jussi tornava al paese avvolto in un telo bianco mentre la madre, impazzita, urlava a più non posso e piangeva con gli occhi spalancati come due buchi neri. Il papà osservava il mesto corteo e faceva metodicamente a pezzi, con le mani, il berrettino mimetico. Era mezzogiorno e il sole picchiava forte. Incurante, sciocco e fuori misura. Si spargeva ovunque e non lasciava nemmeno un angolo per ritirarsi ed elaborare il lutto. Placido e feroce non invitava, per pietà, la sera. Se ne stava sul suo trono, ribaldo e compiaciuto, come un Dio indifferente e beffardo. Sulla Terra, nel frattempo, si preparava il funerale di una creatura. |
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