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Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Novembre 2021

Rave party

Post n°3682 pubblicato il 27 Novembre 2021 da namy0000
 

La moda distruttiva dei "rave party". Cosa c'è di dignitoso o anche di rivoluzionario nell'ammucchiarsi per devastare, drogarsi e bere? Infanzie e adolescenze che arrivano dentro famiglie che non ci sono. Crescere come se fosse sufficiente prendere la laurea e lavorare senza curare il mondo interiore, che contemporaneamente cresce con tutte le domande, le spinte, le emozioni, le esigenze fisiologiche, psichiche e sessuali. Se uccidiamo l'anima, muoiono le dolcezze, le speranze e i sogni (don Mazzi, FC del 14 nov. 2021)

 
 
 

Dobbiamo sforzarci di dialogare

Post n°3681 pubblicato il 20 Novembre 2021 da namy0000
 

2021, Avvenire 19 novembre

Suor Gloria: «Nel Sahara pregavo per i miei sequestratori»

La testimonianza della religiosa colombiana per quasi cinque anni nelle mani dei qaedisti: «La prigionia ha rafforzato la mia fede»

«Scrivevo lettere al Signore sulla sabbia del deserto. Disegnavo anche vasi di fiori, con una scritta che diceva “Dai gloria a Dio”. A volte riuscivo a scarabocchiare i miei pensieri su un quaderno utilizzando come penna il carbone che avanzava, dopo aver cucinato». Per 1.705 giorni, Gloria Cecilia Narváez, religiosa delle suore francescane di Maria Immacolata, ha trascorso così le ore successive al risveglio. «Mi piaceva molto vedere il sorgere del sole, mi faceva penare alla grandezza di Dio che si manifesta nel Creato», racconta la 59enne colombiana, per quasi cinque anni ostaggio di Gsim, la branca di al-Qaeda nel Maghreb che, il 7 febbraio 2017, l’ha catturata a Karangasso, in Mali, dove assisteva i bimbi orfani e insegnava a leggere e scrivere alle donne delle comunità rurali. In realtà, il commando aveva preso una consorella più giovane. Suor Gloria, però, si è offerta al suo posto. «Sono io la responsabile», ha detto prima di essere portata via verso un punto imprecisato del Sahara. Una prigione di sabbia e silenzio da cui è riemersa il 9 ottobre scorso. Giusto in tempo per partecipare, il giorno successivo, a San Pietro, alla Messa di apertura del Sinodo sulla Sinodalità e ricevere un saluto e un abbraccio speciale da papa Francesco, prima di rientrare in Colombia.
Come trascorreva le giornate di prigionia?
Cucinavo, lavavo la roba, quando c’era acqua e ricordavo i momenti trascorsi con la mia famiglia, con le mie sorelle. Soprattutto pregavo. Pregavo per i tanti sequestrati, come me. E pregavo per i miei rapitori.
Che cosa direbbe loro se li rivedesse?
Chiederei loro di liberare gli ostaggi, perché Dio è il Padre di tutti. Dobbiamo sforzarci di dialogare: solo insieme possiamo costruire una società fraterna.
Che cosa la faceva soffrire di più nel deserto?
La notte il buio era totale. Qualche volta si sentivano delle grida che mi terrorizzavano. Non sapevo che cosa sarebbe potuto accadere.
C’è anche un ricordo bello di quel periodo durissimo?
Amavo osservare le stelle, non le avevo mai viste così grandi. E guardare i cammelli mentre si spostano, sempre in gruppo: sono stupendi.
Come il sequestro ha cambiato la sua fede?
Non mi sono mai sentita abbandonata da Dio. Fin dal principio mi sono messa nelle sue mani. Ogni giorno lo ringraziavo perché mi teneva in vita e ripetevo: “Padre, nelle tue mani metto la mia vita”. Ho capito davvero il significato di queste parole durante il rapimento, in cui ho vissuto l’incertezza totale. Quest’esperienza, dunque, ha rafforzato la mia fede. Ero sola, completamente sola. Eppure sapevo di non esserlo, perché Dio era al mio fianco. Una cosa è comprenderlo razionalmente, un’altra viverlo.

Vuole tornare in Africa?

Mi piacerebbe, ma fra qualche tempo. ​Per prima cosa, però, sono felice di essere tornata in Colombia per reincontrare le sorelle della mia comunità e i miei familiari. Mentre ero prigioniera, è morta mia madre Rosita e voglio andare a pregare sulla sua tomba. Poi, se Dio mi darà la salute, continuerò con la mia vocazione di missionaria che mi porta a stare a fianco dei dimenticati per restituire loro la dignità. Credo di poterlo fare, ora, con una prospettiva differente perché ho sperimentato sulla mia pelle la prigionia, la fame, la solitudine, la paura. Continuerò anche a rendere grazie a Dio per avermi protetta nei momenti di maggior difficoltà e tenuta in vita.

 
 
 

Faccia a faccia

Post n°3680 pubblicato il 18 Novembre 2021 da namy0000
 

Bianca S., Scarp de’ tenis, ottobre 2021

FIAMMETTA BORSELLINO E IL FACCIA A FACCIA CON L’ASSASSINO DEL PADRE

Che cosa significa essere sola a colloquio con i macellai mafiosi che hanno fatto a pezzi tuo padre? Fiammetta Borsellino l’ha provato.

Ultima dei 3 figli di Paolo Borsellino, il magistrato dilaniato da un’autobomba, con 5 fra uomini e donne della sua scorta, nella strage di via D’Amelio, il 19 luglio 1992, a Palermo, Fiammetta ha voluto incontrare, nel carcere dove sono rinchiusi, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, che per quella strage sono stati condannati con l’accusa di essere fra gli autori. Una testimonianza preziosa di “giustizia riparativa” da parte di una donna che da anni si batte per chiedere la verità sull’assassinio di suo padre – una verità fin qui oscurata da quello che la magistratura ha definito “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”.

Dell’incontro con i Graviano, capi mafiosi del quartiere palermitano di Brancaccio, la figlia del giudice Borsellino ha parlato in una videoconferenza con i detenuti del carcere di Padova, che ne hanno riferito sulla loro rivista, Ristretti orizzonti.

Fiammetta, che ha oggi 48 anni e ne aveva 19 quando suo padre morì, ha spiegato che cosa l’abbia spinta a chiedere di incontrare i Graviano: «Anche accettare la morte di un padre passa attraverso la conoscenza della persona che l’ha provocata». Una decisione che è stata un gesto di omaggio all’educazione ricevuta: «Mio padre era per il confronto, lo giudicava il mezzo col quale si può cambiare la cultura». Una decisione, comunque, dettata dall’istinto più che dalla ragione: «La strage di via D’Amelio ha tantissimi lati oscuri e vede coinvolte moltissime persone, dalle istituzioni alla mafia. Di fronte all’impossibilità di capire perché tuo padre è esploso in aria, si può purtroppo arrivare a prendere delle strade autodistruttive. Ho capito istintivamente che dovevo intraprendere un percorso di conoscenza, che non poteva non passare attraverso il confronto con chi questo dolore l’ha provocato». Non è stato facile, prima di tutto, ottenere il permesso dall’amministrazione penitenziaria: «Ho dovuto lottare come una pazza per avere quell’autorizzazione; soltanto la mia tenacia nello scrivere lettere, assillare le persone ha portato al risultato». Così ho preso un treno e me ne sono andata da sola, cioè totalmente allo sbaraglio, a incontrare queste due persone. E non è stato facile trovarsi faccia a faccia con Giuseppe Graviano: «Nonostante la mia pacatezza, mi ha scaraventato addosso una rabbia, una cattiveria che ho percepito sulla pelle. Ma io ho accettato tutto questo perché volevo capire chi è l’uomo che è andato in via D’Amelio, si è appostato nel palazzo di fronte, si è nascosto per far esplodere una bomba». Con Filippo Graviano, invece, il colloquio ha avuto un esito diverso: «Ho percepito in lui, proprio a livello istintivo, sentimentale, una prostrazione, un dolore; ho sentito in lui un cambiamento perché non mi è stata trasmesso quella rabbia, quell’odio, quel male che ho sentito da Giuseppe Graviano».

Sugli effetti dell’incontro, Fiammetta Borsellino non ha dubbi: «Credo che mi abbia dato forza. E sono profondamente convinta che abbia cambiato anche loro». È l’esito che si propone, appunto, la giustizia riparativa: per riprendere il titolo di un romanzo di successo, Riparare i viventi.

 
 
 

Educare allo stupore

Post n°3679 pubblicato il 17 Novembre 2021 da namy0000
 

Educare allo stupore, di Alex Corlazzoli, Scarp de’ tenis, ottobre 2021

C’è una parola che all’inizio di ogni anno scolastico mi torna in mente: stupore.

È un sostantivo che chi insegna non può far a meno di portare nella sua bisaccia.

Come può un maestro non stupirsi davanti ai suoi nuovi alunni? Come fa un insegnante a non provare meraviglia quando dopo tre mesi incontra i suoi studenti diventati improvvisamente più grandi, più curiosi, più maturi?

A parlarci di “educare allo stupore” è un maestro di vita che ogni docente dovrebbe conoscere: don Tonino Bello, quel vescovo pugliese che apriva la curia ai più poveri e al dito non portava l’anello vescovile bensì quello di sua madre.

Ho conosciuto don Tonino Bello trent’anni fa grazie al magistrato Antonino Caponnetto, che ereditò il pool antimafia ideato da Rocco Chinnici, ammazzato dalla mafia nel 1983. L’anziano giudice di fronte ad una platea di giovani citò poche parole di quel prete che non conoscevo: “Ragazzi, mordete la vita”.

Quell’invito non mi lasciò indifferente al punto che andai ad indagare chi fosse la fonte. Scoprii la storia di un uomo del Sud, ancorato ai valori della sua terra ma capace di pensare in grande e guardare al di là dei confini in maniera profetica.

Quest’estate, accompagnando un gruppo di giovani studenti e lavoratori cremaschi, sono andato per la prima volta ad Alessano, sulla tomba di don Tonino Bello. Un sepolcro che stupisce, che è capace di accoglierti con un abbraccio corale, un piccolo auditorium perché chi passa a rendergli omaggio, possa sedersi, parlare, chiacchierare, pregare.

Il vescovo di Molfetta ha lasciato a tutti noi insegnanti un messaggio: “Educare allo stupore”. Potrebbe apparire scontato, ma nella nostra società e nelle nostre comunità non lo è. Scrive il vescovo pugliese: «Qualcuno ha detto che la meraviglia è la base dell’adorazione. È proprio vero. Anzi, l’empietà più grande non è tanto la bestemmia o il sacrilegio, la profanazione di un tempio o la dissacrazione di un calice, ma la mancanza di stupore. Oggi c’è crisi d’estasi. È in calo il fattore sorpresa. Non ci si esalta per nulla. C’è in giro un insopportabile ristagno del déja-vu, di cose viste, di esperienze già fatte, di sensazioni sottoposte a ripetuti collaudi. Siamo appiattiti dagli standard, omologati dagli schemi, prigionieri della ripetizione modulare. La fantasia agonizza. Sopravvive, per fortuna, solo nei bambini».

In queste parole si nasconde il segreto dell’educare. Nessuno può insegnare ripetendo pedissequamente un rito; ricalcando modelli già collaudati; stando in un’aula come se stesse ad una catena di montaggio. Il lavoro del maestro deve perennemente essere una scoperta. Nessuno di noi può pensare di entrare in una classe e insegnare a leggere o scrivere nello stesso mondo dell’anno precedente; così per i Greci e i Romani; per la Sicilia e la Lombardia.

Ma non solo. L’esperienza di don Tonino Bello ci insegna che uno dei nostri compiti è anche quello di far conoscere uomini e donne che hanno fatto o stanno facendo la storia del nostro Paese. Don Tonino Bello, uomo di pace, profeta, coraggioso testimone del nostro tempo, è uno di questi. Ecco perché quando, in geografia, insegno la Puglia, oltre a spiegare la bellezza di questa regione e a ballare la taranta, parlo sempre di don Tonino Bello.

Lezioni che seminano: qualche anno fa, in estate, un mio ex alunno mi inviò una foto: era ad Alessano a portare una rosa rossa sulla tomba di un vescovo che era entrato nella sua vita grazie alla scuola.

 
 
 

'adam

Post n°3678 pubblicato il 16 Novembre 2021 da namy0000
 

Gianfranco Ravasi, FC n. 46 del 14 novembre 2021

‘adam/’adamah, il significato di base è il colore «rossiccio» dell’argilla della terra da cui l’uomo è tratto, che, tra l’altro, si connette allusivamente anche a dam, «sangue» a causa del colore rosso.

 

Innanzitutto il tema della libertà: l’uomo è posto sotto l’albero simbolico della «conoscenza del Bene e del Male», ossia delle libere decisioni morali. Egli può ricevere dal suo Creatore il frutto di quell’albero, cioè il dato oggettivo del Bene e del Male; oppure, come purtroppo farà, lo afferrerà e ruberà, decidendo lui soggettivamente l’etica, ciò che è vero, giusto, buono o falso, ingiusto e cattivo. È il cosiddetto «peccato originale», il voler essere «come Dio conoscitori del Bene e del Male».

 

Noi siamo rivolti verso l’alto, cioè a Dio da cui riceviamo la vita, e verso il basso, cioè alla terra da «coltivare e custodire» e agli animali a cui dare il nome che li definisca. Ma la perfezione è raggiunta con uno sguardo orizzontale che è la terza relazione, quella con l’«aiuto che gli corrisponda», «che gli stia di fronte», faccia a faccia, gli occhi negli occhi. È il rapporto con la donna, cioè col prossimo e l’umanità.

 

L’autore sacro ricorre al simbolo della «costola» che, nell’originale ebraico – dice Gianfranco Ravasi – indica il «lato»: lo stare a fianco significa parità e comunanza di carne e di spirito.

 

Si tratta di un unico nome: «La si chiamerà ‘isshah perché da ‘ish è stata tratta»; l’uno al maschile ‘ish, «uomo», e l’altro al femminile, ‘issah, «donna», per indicare la realtà comune che li unisce.

 

Ed è proprio questa relazione di comunione e d’amore, capace di generare, che diventa l’«immagine» del Creatore: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò».

 

La statua più simile a Dio è l’umanità vivente nella sua dualità feconda sia biologicamente sia spiritualmente attraverso l’amore.

 
 
 

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