Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Gennaio 2022

Esperienza religiosa

Post n°3697 pubblicato il 08 Gennaio 2022 da namy0000
 

Capire, nell’esperienza religiosa, spesso è un empito emotivo: improvvisamente tutto diventa chiaro; così la sperimentò il tormentato ateo Paul Claudel e tanti altri. Evidentemente, in tutti noi è presente una disposizione religiosa”.

“Dobbiamo andare alla ricerca del Dio che in Gesù Cristo è andato alla ricerca dell’uomo”.

Il viaggio alla ricerca di Dio-Amore non ha mai fine: Dio-Amore ci mette in questione, ci interroga incessantemente. «Adamo dove sei?».

Chi cerca Dio-Amore non si lascia distogliere dalla corsa perché gli altri vi hanno rinunciato, né da precipizi, da selve o da macchie, e neppure dalle spine che lo graffiano, e dalle ferite, sinché non giunga al Crocifisso. “Come potrai, tu, venire da me? Io non ho chiavi, per farti uscire, per farti entrare in questo nostro mondo”.

“Nel suo Amore, Dio è andato in cerca dell’uomo. Lo ha visitato nella notte. Ha instillato nel suo inconscio uno struggente desiderio di lui. Gli si è dato conoscere in sogno, perché l’uomo, destatosi, lo cerchi anche di giorno”. “Dio, nel suo Amore, ci ha cercati e toccati per primo, ha instillato nelle nostre narici la traccia del suo Amore. E ora noi non possiamo fare a meno di Alzarci e andare in cerca dell’Amato del nostro cuore. La nostra ricerca di Dio-Amore è una storia d’Amore”. “Se rinunciamo alla ricerca di Dio-Amore, ci accontentiamo di cose da nulla: allora plachiamo la nostra fame (spirituale) con delle ‘carrube’ destinate ai porci”. “Solo chi con la stessa vita salvaguarda la domanda su Dio-Amore può aiutare coloro per i quali l’orizzonte si è offuscato o ristretto”.

«Questa è la Vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e Colui che ha mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Vita vera, vita in tutta la sua pienezza, una nuova qualità di vita, una nuova intensità esistenziale. La vita eterna non è la vita dopo la morte, ma la vita che già qui sulla Terra partecipa dell’eternità che già ora è profumata da Dio-Amore; la vita in cui Cielo e Terra divengono una cosa sola, in cui Tempo ed Eternità si toccano, in cui Dio-Amore e Uomo peccatore si uniscono, si fondono.

“Per Carl Gustav Jung l’archetipo più forte che esista è Dio-Amore. Quando l’immagine di Dio-Amore  è malata, anche l’uomo finisce per ammalarsi”.

“Vedere Gesù porta a conoscere Dio-Amore, ad aver parte alla sua vita eterna e al suo Amore”.

Io non posso parlare dell’immagine di Dio-Amore ma della mia esperienza di Dio-Amore.

Una esperienza religiosa matura, adulta, è fare esperienza di un Dio-Amore che mi lascia respirare, che mi dona la libertà, che mi rende vivo, vitale.

In che misura la nostra esperienza di Dio-Amore ha cambiato la nostra immagine personale?

“Alla porta del mio cuore, perpetuamente agitato, bussa la quiete”. (Anselm Grün, Apri i tuoi sensi a Dio).

 
 
 

Un Natale che non fa rumore

Post n°3696 pubblicato il 07 Gennaio 2022 da namy0000
 

Quando il Natale non fa rumore, lì c’è Dio

Ho trascorso il mese di dicembre a progettare le soluzioni migliori per trascorrere il Natale con i parenti. Mi preparo, partecipo alla novena, compro i regali, l’albero di Natale, il presepe.

L’ultimo giorno di novena ascolto bellissime parole su san Giuseppe. La statua nel presepe della parrocchia lo rappresenta mentre porta le braccia al petto, sembra che stia abbracciando il vuoto – queste le parole del parroco. Giuseppe è un falegname, un lavoratore, ha sempre le mai occupate a far qualcosa. Ma adesso, in questo presepe, non abbraccia nulla di visibile, perché sta abbracciando il progetto di Dio. Abbraccia qualcosa che non viene da lui, dal suo lavoro, dalle sue capacità, dal suo carattere. Abbraccia qualcosa che non capisce, qualcosa che a breve piangerà, riderà, che avrà bisogno di tutto. Abbraccia quel fuori schema che tanto ci spaventa, che tanto mi spaventa.

Questa immagine mi riempie di speranza, mi conferma che non devo capire sempre tutto nella vita, perché Egli passa attraverso strade secondarie. E arriva la notizia. La quarantena, per il contatto con un bambino positivo al Covid. Un Natale da sola. Il pensiero è istantaneo, lo abbraccio questo tempo o lo rifiuto? Allora penso a san Giuseppe, se l’ha abbracciato lui, posso farlo anche io.

Accendo la televisione la sera della Vigilia con il cuore in attesa, un po’ dolente, forse scoraggiato, forse vuoto, come la mangiatoia del mio presepe, e arrivano con forza queste parole: a Betlemme di grande non c’è nulla, solo un povero bambino avvolto in fasce, con dei pastori attorno. E lì c’è Dio, nella piccolezza. Subito il mio sguardo cerca il presepe, le candele che ho acceso intorno creano la suggestione della notte. Eccola lì, una mangiatoia vuota dove tra meno di un’ora troverà posto un Bambino, Gesù. Guardo la pila di regali pronti che non saranno scartati, i dolci sotto l’albero di Natale, la casa vuota, le parole di papa Francesco in sottofondo e il mio cuore che ripete: Lì c’è Dio.

Arriva il giorno di Natale e quello che attendo è la videochiamata con la mia famiglia, con i miei amici, le parole del sacerdote della Messa in streaming, infine, quella mangiatoia piena. Resta la paglia, cibo degli animali, resta la stalla, luogo di seconda mano, resta tutto, ma c’è un silenzio che mi parla di altro, non è un Natale che fa rumore questo, è un Natale che dal mio piccolo presepe grida nel silenzio, nell’incomprensione, nella solitudine: Qui c’è Dio! – Elisa (Natale 2021, FC n. 2 del 9 gennaio 2022)

 
 
 

La rabbia

Post n°3695 pubblicato il 05 Gennaio 2022 da namy0000
 

Un signore distinto sprizzava rabbia da tutte le parti. Ce l’aveva con tutti e con tutto. Faticavano molto i famigliari a vivergli accanto: mai diceva un grazie, mai si poteva stare tranquilli in sua presenza. Ce l’aveva con loro, col vescovo, col papa, con il governo e anche con i calciatori. Chissà quali sofferenze nascondeva!

Venne da abba Gregorio che lo lasciò parlare, lo ascoltò in silenzio finché gli disse: “Ma tu, abba, non dici nulla?”. Allora l’abba alzò lo sguardo sereno e mite, e disse: “Amico, vuoi portare queste rabbie nella tua tomba? Essa non riuscirebbe a contenerle, scoppierebbe. E la tua anima sarebbe costretta a girovagare nei luoghi da te odiati, non avresti pace nemmeno dopo la morte e nessuno ti benedirebbe”.

Al che l’uomo, sensibilmente colpito: “Dici sul serio?”. Rispose Gregorio: “Sì, dico sul serio. Ho dovuto benedire vari luoghi, stanze da letto, case e campi, e pregare il Padre di intervenire con anime come la tua per mandarle altrove”.

Disse quel signore: “Ma io ho ragione. Non mi dai ragione tu, abba?”.

Con un bel sorriso semplice, ma deciso, l’abba rispose: “Tu puoi avere tutte le ragioni, figliolo, ma se non hai Spirito santo non hai nulla, e le tue ragioni non servono né a te né agli altri. Le buone ragioni non portano la pace che porta lo Spirito santo di Dio. Su, raccontami le tue sofferenze, le consegneremo al Signore Gesù”.

Chissà, forse si è avviata una conversione. Abba Gregorio continuò ad accompagnarlo con il suo pregare.

 
 
 

L'arte siamo noi

Post n°3694 pubblicato il 05 Gennaio 2022 da namy0000
 

“Siamo artisti quando afferriamo percezioni, immagini e pensieri che arrivano da un campo oltre la mente. Ogni essere umano può essere un artista e l’artista è colui che crea un modo nuovo di vedere e raccontare la realtà. Essere artista significa vivere ad un livello più espanso e ricco di significati. L’artista è colui che esprime, manifesta e porta all’esterno i propri contenuti interiori; libera se stesso, esterna il proprio potenziale creativo, afferma la libertà dell’anima. In senso lato siamo tutti artisti, perché tutti abbiamo una sorgente di bellezza cui attingere attimo dopo attimo. Per l’artista vivere e creare, e creare per vivere sono un tutt’uno, sono la sua felicità. L’arte parla anche quando è muta. L’arte è la dolcezza della vita. Mi sento un artista anche quando decodifico il messaggio di un gattino che tiene la coda in un certo modo e muove le zampette in modo divertente elaborando forme di gioco con un senso nascosto di originalità. I bambini sono grandi artisti perché hanno un modo di essere e di guardare che molti adulti hanno perso. Per essere artisti occorre riacciuffare la mente bambina, riappropriarsi dello sguardo fanciullesco, avere il coraggio di essere se stessi, cioè di essere autentici, trasparenti, musicali. L’artista è un essere che sa stupirsi e meravigliarsi davanti a un fiore di campo. Una rosa è solo una rosa se non sei un artista. Se sei un artista, la rosa è l’universo che ti parla, che ti ama e che profuma deliziosamente la tua giornata. L’arte sei tu, l’arte sono io, l’arte siamo noi, l’arte è la vita” (Daniele Barbarotto, Scarp de’ tenis, Nov. 2021).

 
 
 

Lo studio mi ha cambiato

Post n°3693 pubblicato il 03 Gennaio 2022 da namy0000
 

2021, Scarp de’ tenis, Novembre

Hector ora ha una vita nuova «Lo studio mi ha cambiato»

Hector e Maria si sono conosciuti alcuni anni fa nel carcere di Montorio, a Verona, dove sono stati studente e insegnante. «Il mio percorso scolastico è arrivato come una possibilità, una di quelle che devi prendere quando arrivano: non me la sono lasciata scappare. L’ho presa così, al volo. Io vengo dall’Ecuador, non avevo avuto possibilità di studiare nel mio Paese. E non avrei mai detto che sarebbe stato proprio in carcere che avrei avuto quest’opportunità. Lì dentro sembrava tutto finito, il futuro, il presente, la vita. Non c’era più niente che mi desse speranza. Ma poi è arrivato lo studio, e mi ci sono aggrappato». «Quello che studiavo era interessante e mi piaceva», continua Hector «tutto il tempo che avevo a disposizione lo dedicavo allo studio. Mi aiutava a trovare un senso alla mia esistenza anche lì, e a pensare meno negativamente al futuro. Dopo la terza media mi hanno proposto di continuare con l’istituto alberghiero, e in quel momento ho davvero cominciato a pensare che una volta uscito avrei potuto fare qualcosa di buono, che avrei trovato un lavoro e cambiato vita. A scuola ho incontrato insegnanti splendidi, che ci accompagnavano e ci motivavano. Credevano in noi. E così la scuola mi tirava fuori da quelle mura. Quando studiavo ero libero».

«E come si fa a non sostenere persone che si impegnano ad imparare», dice Maria «che studiano in per fortuna c’una condizione simile? Hector ce la metteva davvero tutta, proprio perché lo studio lo appassionava. Era la punta di diamante della nostra scuola. All’inizio era titubante, diceva di non capire. Ma è sempre così all’inizio: la scuola affrontata da adulti e in quel contesto, è un impegno enorme e sembra uno scoglio insormontabile. “Non ci riesco” è il minimo che uno possa pensare. Poi, un po’ alla volta, i nostri studenti sbocciano». «Lo abbiamo visto (Hector) immergersi sempre più in ciò che lo studio gli dava. Mi colpiva la sua curiosità per ciò che imparava. Non avevo mai visto una persona che vivesse così intensamente lo studio. Il suo esame finale è stata un’esperienza incredibile. Non è stato un semplice riportare contenuti ma una discussione con gli insegnanti in cui ha rielaborato a modo suo, con il suo sentire, ciò che lo studio gli aveva dato: la siepe di Leopardi come le sbarre della cella e lo spleen di Beaudelaire, che aveva già incontrato e vissuto nel laboratorio di teatro, attraversando la propria rabbia e l’angoscia, l’ha interpretato in un modo tale che avremmo voluto poterlo registrare perché fosse lui, con le sue parole, a spiegarlo ai nostri prossimi studenti. Non lo lasciavamo più andare via tanto era un piacere ascoltarlo».

«Sembra una cosa folle a dirsi, ma noi che insegniamo, in carcere ci andiamo volentieri. Lì si sta bene perché la scuola all’interno di un carcere è un luogo vitale, un luogo di scambio, persone davanti a persone. Per noi insegnanti è impagabile, ci porta al cuore del nostro lavoro, a ciò che davvero significa insegnare: aiutare a far emergere ciò che le persone hanno dentro, in uno spazio in cui sentono di poter essere persone».

Hector conferma. «In carcere non trovavo un senso a nulla, c’erano solo angoscia e sofferenza. Ci si chiede per che cosa si vive e la mia risposta era che la mia vita, arrivato lì dentro, era finita. Per fortuna c’erano spazi di umanità, i volontari ci ascoltavano e questo mi faceva bene. Ma avevo bisogno di uno scopo e l’ho trovato nella scuola. Lo studio mi ha permesso di portar fuori quello che sentivo dentro, mi ha fatto rivivere. Le mie passioni sono l’italiano e la storia e studiando queste materie, ho conosciuto personaggi che mi hanno aperto la mente. Mi sono anche accorto che lo studio mi ha reso più umile. Ora penso che studiare sia stata la prima cosa buona che sono riuscito a fare nella mia vita. La scuola mi ha reso anche più consapevole. Ora, quando ho un problema, mi fermo a pensare a quello che ho superato e mi dico che se ce l’ho fatta allora non posso non farcela adesso». «A volte, se ci penso, mi sembra incredibile – conclude Hector -. Ma ci sono dei momenti in cui quello che ho studiato viene fuori, è bellissimo. A Verona lavoravo nelle cucine e, anche se ora faccio un altro lavoro, mi è rimasta la passione e la voglia di mettere in pratica quello che ho imparato. Quando preparo i pasti per la mia bambina e la guardo mentre mangia così contenta, trovo sia una bellissima soddisfazione poterle regalare qualcosa che ho imparato. Non importa dove è accaduto: l’importante è che l’ho fatto mio e che glielo posso trasmettere. E che dire di quando, questo mi sembra davvero incredibile, mi chiede di aiutarla nei compiti, proprio in italiano? E il bello è che io sono in grado di aiutarla… Mai l’avrei creduto possibile. «Papà, ma dove l’hai imparato?»», mi chiede mia figlia. E io le rispondo orgoglioso: «L’ho imparato a scuola».

 
 
 

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