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tra la filosofia e il fare politica

 
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Casomai

Post n°160 pubblicato il 03 Luglio 2007 da arielasterisco


"Io non vado mai contro gli uomini, casomai faccio critiche alle politiche e alle idee" (Silvio Berlusconi, 2 luglio 2007).


"Follini, tu mi hai rotto i coglioni" (Silvio Berlusconi, 12 luglio 2004)


"Bossi parla come un ubriaco da bar" (Silvio Berlusconi, 15 agosto 1994).


"Bossi è un Giuda, un ladro di voti, un ricettatore, truffatore, traditore, speculatore" (Silvio Berlusconi, 21 dicembre 1994).


"Bossi è un dissociato mentale" (Silvio Berlusconi, 25 febbraio 1995).


"Bossi è un folle che fa dichiarazioni folli. Sembra che sia normale, invece è completamente folle" (Silvio Berlusconi, Ansa, 20 luglio 1995).


"Signor Schulz, so che stanno girando una fiction sui campi di concentramento nazisti: la proporrò per il ruolo di kapò, lei è perfetto!" (Silvio Berlusconi, 2 luglio 2003)


"Scalfaro è un serpente, un traditore, un golpista" (Silvio Berlusconi, La Stampa, 16 gennaio 1995).


"Veltroni è un coglione" (Silvio Berlusconi, 3 settembre 1995).

 
 
 

Rotta l'omertà dei poliziotti. Ora verità e giustizia

Post n°159 pubblicato il 15 Giugno 2007 da arielasterisco

Le dichiarazioni di Michelangelo Fournier - all'epoca del G8 a Genova vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma e oggi uno dei 28 poliziotti imputati per la sanguinosa irruzione nella scuola Diaz - che descrivono l'irruzione nella scuola dormitorio del Genoa social forum come una «macelleria messicana», suscitano sentimenti e reazioni diverse, apparentemente contrastanti. In questi anni molti genovesi hanno cercato di appoggiare il lavoro dei legali sia con raccolta fondi, sia con ospitalità in famiglia di testimoni e vittime. Ogni settimana si svolgono le udienze per i processi contro 25 manifestanti, per le violenze alla scuola Diaz e per le torture di Bolzaneto. In questi anni abbiamo compreso come un malinteso «spirito di appartenenza» ha spinto decine di operatori delle forze dell'ordine a un comportamento al limite dell'omertoso; ci siamo indignati di fronte all'arroganza di chi ritiene di essere al di sopra della legge; ci siamo sentiti isolati quando abbiamo capito che le notizie dei processi di Genova, contrariamente a quello di Cogne ad esempio, venivano confinate nelle cronache locali dei giornali genovesi. Se in questi anni qualche «difensore dell'ordine» avesse dichiarato pubblicamente quello che aveva visto, lo Stato di Diritto avrebbe tratto un grande giovamento e decine di persone massacrate non si sarebbero sentito sole. Il parlamento sarebbe stato costretto a istituire una Commissione di inchiesta per capire come alle soglie del 2000 fosse stato possibile perpetuare una sospensione della democrazia, la più grave in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale. Finalmente un rappresentante delle forze dell'ordine ha dichiarato pubblicamente la gravità dell'intervento nella notte del 21 luglio 2001, tutte cose note a tutti e rintracciabili nei video e nelle testimonianze. Meglio tardi che mai. Adesso le forze politiche, il Parlamento, il governo, il presidente della Repubblica, l'opinione pubblica non possono più esimersi dal riaprire quella pagina maledetta. In una democrazia «normale» la commissione d'inchiesta sarebbe una necessità, mentre il cambio totale degli attuali vertici della polizia e la sospensione cautelare di chi ha avuto ruoli di comando e che invece è stato promosso sarebbe un atto dovuto. In gioco sta proprio la natura della democrazia nel nostro paese: avallare questi atteggiamenti o far finta di nulla, per puro calcolo politico, significherebbe passare in modo effettivo a una falsa democrazia, dove i diritti sono discrezionali e l'autoritarismo un dogma. Sei anni fa la mattanza nella scuola Diaz seguì la bestiale gestione della repressione nella piazza, con l'assassinio di Carlo Giuliani, e fu contestuale alle torture nella caserma di Bolzaneto. Forse tutto questo era l'inizio di una repressione che avrebbe dovuto zittire il dissenso e mettere in condizioni di non nuocere i movimenti e i loro «dirigenti». Una grande mobilitazione, anche internazionale, bloccò questo tentativo. Poi Genova è diventata un'icona dei movimenti del pianeta, ma chi ha subito violenze e sopraffazioni si è sentito abbandonare dalla maggioranza del quadro politico e dei movimenti. Questa è l'occasione per richiedere con forza Verità e Giustizia e per rilanciare la democrazia nel nostro paese

 
 
 

Lo stupido relativismo di Galileo

Post n°158 pubblicato il 24 Maggio 2007 da arielasterisco

Ora che abbiamo messo ordine nella famiglia, non fermiamoci. Mi permetto di suggerire alla Chiesa Cattolica alcune battaglie culturali per il prossimo futuro.

Sistema solare. Come Santoro, come Luttazzi, come Sabina Guzzanti, ecco un altro furbetto che è diventato famoso facendo la vittima della censura: Galileo Galilei. Il suo stupido relativismo ha preso piede, ma si può passare al contrattacco. Prima si istilla il dubbio a livello puramente teorico. Paginone sul Foglio, titolo: Ma Galileo era infallibile? Segue dibattito sui maggiori quotidiani. Seguono trasmissioni in tivù. Segue manifestazione di massa. Seguono dirette televisive con interviste volanti ai manifestanti: «Noi giriamo intorno al sole? Ma chi si crede di essere il sole!». Tempo sei mesi e avremo il paese spaccato in due. Non ci credete? Vi sembra esagerato? Ricordatevi sempre che era lo stesso paese che comprava il sale da Wanna Marchi e le notizie da Emilio Fede.

L'anima della donna. È tempo di affrontare questo argomento spinoso, ma con grande cautela. Sarebbe bene che a sostenere che le donne non hanno l'anima siano delle donne. Ingaggiare dunque subito cinque o sei ex-femministe da portare in tivù (Otto e mezzo) a dire che forse sì, perché no, tutto sommato... dove sta scritto che le donne hanno l'anima? Alla prevedibile alzata si scudi dei laici rispondere: eh, ma come siete intolleranti! (Segnatevela questa, funziona sempre).

I partiti. Sappiamo che la politica vorrà dire la sua. Sempre se gli conviene. Un universo piatto che gira intorno ad Arcore, per esempio, chiuderebbe per sempre il discorso sul conflitto di interessi. E se dopo un sondaggio si scoprisse che in Veneto, o in Molise, il 42% della popolazione non crede che le donne abbiano un'anima, immaginate la ferma posizione di Rutelli? Forse sì, perché no, tutto sommato... se non fossi ministro... Coraggio, cattolici! Sono obiettivi ambiziosi, ma si può fare!

 
 
 

INTERESSI

Post n°157 pubblicato il 22 Maggio 2007 da arielasterisco

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"Sono assolutamente intenzionato a vendere le mie televisioni. Ma si fa di tutto perché io non trovi i compratori". (Silvio Berlusconi, 28 febbraio 1994).

"Ho dato incarico ai miei manager di avviare le dismissioni delle mie proprietà". (Silvio Berlusconi, 23 marzo 1994).

"Sono pronto a vendere le mie aziende, ad andare anche oltre il blind trust americano. Questa storia delle riserve personali su di me è diventata una barzelletta. Ho già detto che distinguerò con nettezza adamantina il mio ruolo di imprenditore, che peraltro è già alle mie spalle, e quello di leader politico. Ho messo fatti che pesano come macigni a suffragare questo impegno, dalle dimissioni dalle cariche sociali del mio gruppo al progetto di un blind trust e di dismissioni di attività economiche: la mia non è dunque "parola di re", non è una promessa d'onore, ma una scelta di fatto. Tutta la campagna sul Signor Tv che si mangia il Paese per i suoi interessi è naufragata nel ridicolo di una sconfitta campale nelle urne". (Silvio Berlusconi, Ansa, 7 aprile 1994).

"Le mie aziende o le congelo o le vendo. Voglio assolutamente dividere i miei interessi privati che ho come azionista Fininvest dalla mia attività pubblica che svolgerò nell'interesse di tutti. Credo che quella del blind trust americano sia la soluzione ideale". (Silvio Berlusconi, 11 aprile 1994).

"Vendo la Standa, e le altre aziende - mi credano - seguiranno la stessa sorte". (Silvio Berlusconi, 12 aprile 1994).

"Le garanzie ci sono eccome: i tre saggi per il blind trust, la legge antitrust, il Parlamento, le opposizioni, i protagonisti dell'informazione, il garante per l'editoria, la magistratura...". (Silvio Berlusconi, a La Stampa, 1° maggio 1994).

"È stato legittimamente sollevato il problema del conflitto d'interessi che può sorgere nell'attività di governo, in ragione dello status di imprenditore nel campo della comunicazione di chi questo governo presiede. Ci impegniamo a trasformare in disegni di legge le proposte che verranno entro settembre dalla commissione di esperti nominata dal governo... Nel primo Consiglio dei ministri da me presieduto è stata decisa la formazione di una commissione di esperti sul blind trust per trovare delle soluzioni entro la fine del mese di settembre al problema del conflitto di interessi". (Silvio Berlusconi presentando il suo primo governo al Senato, 16 maggio 1994).

"Quello che loro mettono come soglia al di là della quale uno dovrebbe prendere tutto e affidarsi ad un signore che possa fare delle sue sostanze ciò che vuole è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Vogliono fare come in America? Ma noi non siamo in America, siamo in Italia e le cose funzionano in modo diverso. Il blind trust è un provvedimento di killeraggio politico nei confronti degli oppositori per eliminare il più pericoloso dei concorrenti politici: il leader dell'opposizione, e cioè me stesso". (Silvio Berlusconi, Ansa, 4 maggio 2007).

( 22 maggio 2007 )

 
 
 

Tutto per la famiglia

Post n°156 pubblicato il 22 Maggio 2007 da arielasterisco

Istruzioni per avere una famiglia serena.
Prendi tuo figlio, lo fai pisciare in un bicchierino e gli fai il test antidroga che ti regala il sindaco di Milano Moratti. L'iniziativa, partita da An, si chiama «Parliamone in famiglia» (non si dice se prima o dopo il test). Comunque, ok, parliamone.
Enzo Carra (teodem della Margherita): «Una proposta con un alto contenuto etico che si può rivelare utile a stimolare un rapporto con i figli».
Che a lodare l'iniziativa siano i grandi sostenitori della famiglia tradizionale e i devoti del family day non stupisce: come sapete punire è meglio che prevenire, e soprattutto molto più divertente (la colpa, l'espiazione, il perdono... ci sguazzano da secoli!). Le aperture del ministro della sanità hanno fatto il resto.
Livia Turco: «Idea interessante».

Bene, direi che ci siamo, non facciamola tanto lunga e passiamo alle prossime mosse.
Telecamere di sorveglianza nella cameretta. Uno strumento di dissuasione e di controllo irrinunciabile.
Irruzione al media center. Corsi di informatica per genitori, perquisizione al computer del figlio e sequestro di materiale sensibile (porno, gol di Totti, istruzioni per costruire la bomba atomica). Perquisizione settimanale a sorpresa del telefonino.
Cane lupo antidroga. Con una media di due test antidroga al mese, la faccenda vi costerà circa 500 euro all'anno (il primo ve lo regalano per farvi prendere il vizio, ma gli altri li pagate). A questo punto, non converrebbe usare un cane lupo addestrato dalla Guardia di Finanza?
Tute arancioni. L'idea del comune di Milano di spedire tute arancioni come quelle dei detenuti di Guantanamo alle famiglie con figli adolescenti, ha creato scalpore, soprattutto tra gli stilisti. Essendo tutti gli adolescenti vestiti con tute arancioni farete fatica a riconoscere chi entra e chi esce dalla cameretta di vostro figlio. Meno male che avete messo le telecamere!
Idea interessante.

 
 
 

COPPIE GIOVANI

Post n°155 pubblicato il 20 Maggio 2007 da arielasterisco

All'incirca il 20-22% del patrimonio immobiliare italiano fa capo alla
Chiesa, stima Franco Alemani del gruppo Re, che da sempre assiste suore e
frati nel business del mattone. Un quarto di Roma è intestato a diocesi,
congregazioni religiose, enti e società del Vaticano. Solo le proprietà che
fanno capo a Propaganda Fide (il «ministero degli Esteri» del Vaticano che
coordina l'attività delle missioni nel mondo) ammontano a 8-9 miliardi.

Negli ultimi due anni il Vaticano ha cominciato a fare trading immobiliare,
vendendo beni per quasi 50 milioni. Nel 2006 a Roma si sono registrate più
di 8 mila donazioni di beni immobiliari, in provincia sono state 3.200. Il
doppio rispetto a una città come Milano. Il più grande intermediario
immobiliare che lavora con la Chiesa, il gruppo Re spa, realizza da questa
attività circa 30 milioni di fatturato.

Il patrimonio gestito dallo Ior, la banca del Vaticano, e l'Apsa, sfiora i 6
miliardi.

E così mentre con una mano la Chiesa organizza i Family Day in favore della
famiglia e della casa alle giovani coppie, con l'altra mano tiene milioni di
giovani coppie sotto il giogo di affitti gonfiati dalla "bolla speculativa"
e lontani da quel sogno di famiglia. Insomma, nella classifica dei valori
morali della Chiesa, la famiglia viene molto dopo il denaro...

 
 
 

Rahmatullah

Post n°153 pubblicato il 10 Aprile 2007 da arielasterisco


Il chirurgo di Emergency racconta il suo collaboratore afgano. E smonta le accuse nei suoi confronti


Rahmatullah Hanefi coinvolto nel rapimento di Daniele Mastrogiacomo, Adjmal Nashkbandi e di Sayed Agha. A lanciare l'accusa, è Said Ansari, il portavoce dei servizi segreti afgani guidati da Amrullah Saleh, l'uomo che per conto del comandante Massud gestiva i rapporti con gli statunitensi e in particolare con la Cia. A commentare questa accusa è lo stesso Gino Strada: “Abbiamo conosciuto Rahmatullah Hanefi all'inizio del 2000 – racconta il chirurgo - ha cominciato a lavorare per Emergency come autista. Si è poi occupato in particolare delle operazioni di cross border, cioè di accompagnare lo staff di Emergency attraverso la linea del fronte che allora separava i talebani dall'Alleanza del Nord e che era all'altezza di Mir Bacha Kot, a poche decine di chilometri a nord di Kabul”.

Sono plausibili, o verosimili, le accuse che i servizi gli muovono?
“Nella maniera più assoluta no. Nel 2001 Rahmat si trovava nel centro chirurgico di Emergency a Kabul quando, il 17 maggio, la polizia religiosa dei talebani ha fatto irruzione nell'ospedale. L'aggressione, a loro dire, era motivata dalla non rigida separazione tra uomini e donne all'interno dell'ospedale. Rahmatullah fu arrestato dalla polizia religiosa dei talebani e trattenuto per una decina di giorni, infine
rilasciato anche grazie all'iniziativa dell'allora ambasciatore italiano in Pakistan, Raffaele DeCeglie. A séguito dell'aggressione all'ospedale e allo staff, il centro chirurgico di Kabul è stato chiuso”.“Rahmatullah Hanefi – continua Gino Strada - è la stessa persona che, nel novembre del 2001 e dopo mesi di estenuanti negoziati con i talebani affinché garantissero le condizioni per riaprire l'ospedale, è andato a prendere lo staff di Emergency sotto le bombe dei B-52 statunitensi, per consentire la ripresa della attività del centro chirurgico di Kabul, di cui la popolazione aveva disperatamente bisogno”.

Una figura chiave, dunque.
“Emergency è debitrice a Rahmat del grande contributo che ha dato nelle operazioni di costruzione e di avvio dell'ospedale di Lashkargah, nel 2003. Dall'apertura dell'ospedale, Rahmat ne è diventato il capo del personale. La sua serietà, la sua professionalità, la sua dedizione a questo lavoro hanno permesso di raggiungere gli elevati standard dell'ospedale com'è oggi”.

Ma perché proprio Rahmat in questa vicenda?
"Rahmat è di Lashkargah, gestisce il personale dell'ospedale, ma il suo ruolo era anche quello di garantire all'ospedale la sicurezza. E siccome, in Afghanistan come ovunque, non sono le armi ma la conoscenza, la parola, la diplomazia a garantire la sicurezza, era suo compito avere relazioni con tutti. E le relazioni Emergency le ha garantite dal lavoro che svolge, dall'aver curato oltre un milione e duecentomila afgani. La disponibilità dimostrata da Rahmat, infine, nell'acconsentire alle richieste che Emergency gli ha fatto per conto del governo italiano durante la gestione delle crisi che hanno visto protagonisti Gabriele Torsello prima e Daniele Mastrogiacomo poi, ha dimostrato ancora una volta la sua affidabilità e il suo attaccamento ai valori di Emergency. Per questo le accuse nei suoi confronti sono semplicemente assurde”.

Maso Notarianni

 
 
 

MASTROGIACOMO: COME POSSONO PRODI E D'ALEMA SOSTENERE ANCORA IL GOVERNOKARZAI?

Post n°152 pubblicato il 09 Aprile 2007 da arielasterisco

Senato della Repubblica
SINISTRA CRITICA

Dichiarazione di Gigi Malabarba, ex senatore PRC, esponente di Sinistra Critica

"Ha ragione da vendere Gino Strada: i servizi segreti del governo Karzai, sostenuti dalla Nato e dal governo italiano, sono una banda di assassini. Credere al capo di costoro, Sayed Ansari, che accusa il mediatore di Emergency, Rahmatullah Hanefi, che ha rischiato la vita (e non è la prima volta) per salvare Mastrogiacomo, è da farabutti" dichiara Gigi Malabarba, ex senatore PRC e ex membro del Copaco.

"Tutto ciò è noto ai servizi segreti italiani e al nostro governo: o il ministro D'Alema compie ora un gesto forte e decide di schierarsi dalla parte di chi si batte per la pace o è meglio che si dimetta. Sulla vicenda Mastrogiacomo questo governo sta dimostrando fino in fondo la sua subalternità alla guerra americana. Se c'è ancora una parvenza di sinistra nelle sue fila – continua Malabarba – o si fa sentire ora con il ministro degli esteri o come lui merita di essere trattata. Intanto sarebbe dignitoso che il governo riferisca urgentemente in Parlamento".

"Come si fa a parlare di missione di pace e distruggere ogni presenza di pace nel paese per fomentare la guerra totale in Afghanistan? Dov'è la discontinuità con Berlusconi?" si chiede Malabarba.

 
 
 

Sul dibattito a sinistra

Post n°151 pubblicato il 07 Aprile 2007 da ilBriganterosso
Foto di arielasterisco

Nell'ultimo periodo si è aperto un dibattito a Sinistra sulle prospettive di quest'ultima in considerazione del fatto che, la nascita del futuro Partito Democratico, determinerà un riposizionamento di tutte le forze politiche italiane, a partire, appunto, da quelle di Sinistra, visti anche gli spazi che si apriranno in seguito alla scomparsa del principale Partito della Sinistra italiana, ovvero i Ds.

Ha "aperto il fuoco" la dichiarazione di Fabio Mussi, storico leader della Sinistra Ds, che ha detto chiaramente che, finito il congresso, la minoranza Ds non parteciperà al processo costituente del Pd ma avvierà un "cantiere della Sinistra" per verificare la possibilità di creare un soggetto unitario della Sinistra italiana. Nel giro di alcune settimane si sono pronunciati in merito, sia Fausto Bertinotti che di fatto ha accantonato il progetto della Sinistra Europea ed aperto la porta alla proposta di Mussi, sia Franco Giordano, segretario Prc, che addirittura si è spinto oltre prospettando la nascita del "Partito della Sinistra" già per le Europee del 2009. Successivamente è intervenuto anche Diliberto, segretario del Pdci, che ha proposto di riunire tutte le anime della Sinistra attraverso un processo confederativo che garantisse l'identità dei singoli Partiti.

Personalmente ritengo che tra tutte queste, la proposta più sensata sarebbe quella espressa da Oliviero Diliberto che, però, alla luce dei fatti, appare estremamente minoritaria ed, addirittura, mi sembra che ci sia il tentativo, da parte di Sinistra Ds e Prc, di tenere fuori dal dibattito il Pdci. Ciò dimostra, a mio avviso, che purtroppo ancora una volta si sta procedendo nella direzione sbagliata: ovvero vi è il tentativo concreto di creare un nuovo Partito a partire, non da una discussione ampia che coinvolga tutte le anime e soggettività della Sinistra italiana, ma, al contrario, a partire dall'unione di gran parte del ceto politico di Rifondazione Comunista con parte del ceto politico dei Ds. Tale soggetto politico, tra l'altro, visto che sarebbe legato a livello europeo al Pse, rappresenterebbe di fatto un arretramento delle posizioni politiche rappresentate dal Prc.

Insomma si aggrega a Sinistra con l'effetto di diminuirne l'influenza; che dire, se accadesse un vero capolavoro dell'assurdità!!!

 
 
 

Afghanistan, rifinanziamo questo

Post n°150 pubblicato il 29 Marzo 2007 da arielasterisco

Lashkargah, provincia di Helmand. Oggi, dopo i feroci combattimenti dei giorni scorsi, la situazione è tornata calma. Ma qui in città il clima è ancora molto teso. Per le strade, polverose e assolate, il traffico è quasi nullo e si vede pochissima gente a piedi. Abbondano invece i pick-up dell’esercito afgano, carichi di soldati in mimetica con i lanciarazzi in spalla e i kalashnikov spianati. In città le forze militari della Nato non si vedono, ma si sentono, nella forma dell’incessante rumore degli elicotteri da combattimento ‘Apache’ che sorvolano ad alta quota il centro abitato.

 

Per vedere gli effetti della guerra che in questi giorni ha infuriato nella provincia basta fare un salto all’ospedale di Emergency – dove tutti sono in terribile ansia per la sorte di Rahmatullah Hanefi, il manager della struttura preso una settimana fa dai servizi segreti afgani. Le corsie sono strapiene di feriti: civili vittime dei bombardamenti dell’aviazione e dell’artiglieria della Nato e dei mitra dei soldati afgani. Le testimonianze dei sopravvissuti e dei loro parenti sono infatti concordi: dopo aver messo in fuga i talebani dai villaggi, i soldati del governo Karzai appoggiati dalle forze Isaf hanno fatto il tiro a segno sulla popolazione civile, sparando contro tutti: anziani, donne e bambini. Chiunque si trovasse a tiro.

 

Zarghona ha 25 anni, ma ne dimostra almeno il doppio. Viene dal piccolo villaggio di Malgir, a nord di Lashkargah. Ha il viso completamente fasciato, la mascella fracassata da una pallottola. La stessa pallottola che, prima di entrare nella sua guancia, è entrata e uscita dalla testa del suo bambino di un anno e mezzo, uccidendolo. Parla con un filo di voce, fissando le lenzuola: “Prima hanno iniziato a sparare, poi sono iniziate a cadere le bombe. Tutte le donne del villaggio, come me, sono uscite di casa, fuggendo con i bambini in braccio. Io correvo tenevo mio figlio stretto a me, poi i soldati afgani ci hanno sparato. La stessa pallottola…”. Il pianto interrompe il bisbiglio della donna, che si copre il volto per non farsi vedere.

 

Zadran ha 16 anni. Viene dal villaggio di Loi Manda, nei pressi di Grishk. Gli hanno tolto dalla gamba cinque proiettili. “E’ iniziata una sparatoria, poi gli inglesi, dal deserto, hanno iniziato a prendere a cannonate il villaggio. Sono corso fuori di casa, volevo scappare. I soldati afgani mi hanno sparato con i mitra, colpendomi alla gamba. In questo modo sono morte, nel mio villaggio, almeno quattro persone, tra cui due bambini e due uomini: questi due sono stati giustiziati dai militari governativi dopo essere stati arrestati senza alcun motivo. Li conoscevo, non erano talebani. Quelli se ne erano già andati”. 

 

Rokhana, 32 anni, sempre di Loi Manda, conferma il racconto del ragazzino. Anche lei è ferita a una gamba, che nasconde sotto le coperte per pudore. Per lo stesso motivo si copre anche il volto con le lenzuola mente parla. “Fuori di casa la guerra si è scatenata d’improvviso. Mi sono precipitata in cortile per portare dentro i miei figli. Appena ho varcato la soglia mi hanno sparato. Hanno sparato anche a mio figlio Askar, ferendolo a un braccio. Due degli altri bambini con cui stava giocando sono morti. Erano i soldati del governo a sparare contro la gente normale, quando i talebani erano già scappati dal villaggio”. 

 

Mirwais ha 12 anni, viene dal villaggio di Choar Kuza, sempre vicino a Grishk. Giace sdraiato su un fianco, immobile, e resterà così per tutta la vita. La scheggia di un proiettile di mortaio che ha centrato la sua casa gli è entrata nel collo, ledendogli la colonna vertebrale e condannandolo così alla tetraplegia. A parlare è suo padre Zalmay, occhi tristi, pelle scura e rugosa, barba sale e pepe e turbante nero. “Gli inglesi sparavano sul nostro villaggio con i cannoni, da lontano, i soldati afgani sparavano con i fucili, da vicino. Un colpo, forse di mortaio, è caduto fuori dalla nostra casa, uccidendo tutte le nostre bestie e ferendo mio figlio al collo e mia moglie alla gamba. Siamo stati fortunati: un altro colpo è caduto sulla casa dei nostri vicini, radendola al suolo e uccidendo due persone”.

 

Khan Gul di anni ne ha 13. Viene da Dehe Adam Khan, appena fuori Grishk. Una scheggia di bomba aerea gli ha fracassato la gamba, ma con le stampelle è riuscito a trascinarsi fino alla corsia delle donne, dov’è ricoverata sua madre, Zibagul Jan, di 35 anni, che non parla più. Vuole tenerle compagnia. Nessun familiare è venuto a far loro visita, perché sono tutti morti sotto le macerie della loro casa, bombardata dall’aviazione Nato. “Eravamo in casa, era sera tardi. Fuori sparavano, c’erano i talebani nel nostro villaggio. A un certo punto è scoppiato tutto. Mio papà e i miei due fratelli sono morti. Io, la mamma, le mie sorelle e i nonni siamo rimasti feriti”.

 

Sarwar ha 30 anni. E’ di Lashkargah e fa il tassista: possiede, anzi possedeva, un pulmino con cui trasportava la gente dal capoluogo a Grishk, ogni giorno, avanti e indietro. “Stavo guidando verso Grishk con quattro passeggeri. Ho incrociato un blindato Isaf, inglese o americano, non so. Ho avuto paura e non mi sono fermato. Ci hanno sparato addosso con i mitragliatori. Io sono stato colpito allo stomaco. Due dei passeggeri, due uomini, sono morti. Il mio pulmino, la mia unica ricchezza, è andato distrutto, ridotto a un colabrodo”.

 

Sadikha ha 22 anni. Viene dal villaggio di Zumbelay, a est di Grishk. La sua triste storia la conosciamo già: una bomba della Nato ha centrato e distrutto la sua casa. Una scheggia le è entrata in pancia, uccidendo il bambino di cinque mesi di cui era incinta. La incontriamo nel reparto di terapia intensiva, nascosta dietro una tenda. Sta seduta sul bordo del letto, nonostante sia fasciata dalla testa ai piedi. Fissa il vuoto e bisbiglia parole senza senso attraverso la maschera a ossigeno. Forse racconta la storia di questa guerra schifosa.

 
 
 

Energia gratuita come le cure

Post n°148 pubblicato il 20 Marzo 2007 da arielasterisco

Il Sudan ha una temperatura media di 29°C, che nei mesi più caldi arriva a 45.
In queste condizioni ambientali, l’impianto di condizionamento non è una dotazione di comfort, ma un elemento indispensabile alla cura.
Nella fase di costruzione del Centro Salam sono state adottate diverse tecniche di coibentazione per realizzare una struttura perfettamente isolata. Le pareti esterne, ad esempio, hanno uno spessore di 50 centimetri e contengono al loro interno camere d’aria che impediscono la trasmissione del calore.
Ma gli accorgimenti architettonici non bastano… i volumi di ricambio d’aria richiesti sono imponenti: ogni ora è necessario raffrescare 28.000 metri cubi di aria.
L'utilizzo di sistemi tradizionali per il condizionamento dell’ospedale avrebbe comportato un consumo ingente di energia elettrica o fossile.
In un paese di cui tutti si contendono le risorse petrolifere, Emergency ha cercato un'alternativa energetica pulita: il sole.
Dall’Italia sono partiti nove containers per trasferire a Khartoum pannelli solari, portando anche il bene immateriale di una tecnologia pressoché sconosciuta in Africa.
Oggi un impianto che impiega 288 collettori solari sottovuoto (900 metri quadrati, la superficie di dieci discreti appartamenti d’abitazione) produce 3.600 chilowattora – l’equivalente della combustione di 335 chili di gasolio – senza emettere un grammo di anidride carbonica nell’atmosfera.

 
 
 

VICENZA

Post n°147 pubblicato il 09 Marzo 2007 da arielasterisco

DEMOCRAZIA SEPOLTA, DONNE UMILIATECONSIGLIO COMUNALE, VIOLATO IL DIRITTO AD ASSISTERE ALLA SEDUTA


Impedito fisicamente alle donne contrarie al Dal Molin l’ingresso. Ingresso permesso solo a adolescenti con magliette favorevoli alla base. Insulti alla Consigliera Equizi, contraria al progetto

Il presidente del Consiglio comunale Sante Saracco ha impedito alle donne contrarie al Dal Molin l’ingresso all’odierna seduta pubblica del Consiglio comunale; contemporaneamente è stato fatto entrare un gruppo di adolescenti con magliette azzurre e bandiere di Forza Italia che ha insultato pesantemente la Consigliera comunale Franca Equizi, contraria alla nuova installazione militare.

Denunciamo la sospensione dei più banali diritti democratici avvenuta quest’oggi nella nostra città. Come è noto, il regolamento prevede la possibilità di assistere alle sedute per un numero massimo di 40 cittadini. Ma, quest’oggi, le donne si sono trovate i cancelli dell’ingresso pubblico sbarrati; nel frattempo, quaranta adolescenti sono stati fatti entrare da un ingresso secondario: essi indossavano magliette azzurre favorevoli alla costruzione della nuova base ed hanno esposto, all’interno del Consiglio comunale, bandiere di Forza Italia violando palesemente il regolamento.

Ma non è finita qui: il sig. Paolo Cattaneo, sostenitore nel no, infatti, è riuscito ad entrare nella sala consigliare attraverso l’ingresso degli uffici; qui ha trovato un vigile urbano ed un usciere che gli hanno domandato se egli faceva parte del comitato favorevole al Dal Molin; capita l'antifona, solo alla sua risposta positiva - «sono favorevole alla costruzione della nuova base» - il vigile e l’usciere gli hanno permesso di entrare.
Il sig. Cattaneo racconta, inoltre, che al termine del suo intervento
la consigliera Franca Equizi è stata insultata pesantemente - «taci, puttana» - dai un sostenitore del si presente in consiglio comunale.

Quanto avvenuto quest’oggi rappresenta un gravissimo atto antidemocratico contro la cittadinanza vicentina, perpetuato dal Presidente del Consiglio e dalla Giunta comunale. Denunciamo la violazione dell’articolo 3 della Costituzione, che impedisce discriminazioni per ragioni di fede politica e di opinione; ci riserviamo perciò di verificare come precedere attraverso vie legali, in particolare per quel che riguarda
la possibile violazione dell’articolo 610 del Codice penale sulla violenza privata e l’articolo 323 del codice penale sull’abuso d’ufficio.

Nella giornata in cui si festeggiano le donne,
il Sig. Saracco e il sindaco Hullweck, con metodi che ricordano il regime fascista, hanno pensato bene di umiliare ed estromettere dalle istituzioni coloro che si battono contro un progetto devastante per la comunità locale e il territorio, facendo entrare in maniera illecita nell'aula consigliare una claque a loro favorevole.

Denunciamo la gravità di un episodio che mina definitivamente le fondamenta democratiche dell’amministrazione vicentina.

Per approfondire questa vicenda, è convocata per domani 9 marzo alle ore 12.00 una conferenza stampa presso il Presidio Permanente di Ponte Marchese durante la quale le donne, protagoniste di questa giornata di mobilitazione, racconteranno quanto è avvenuto.

Presidio Permanente, Vicenza, 8 marzo 2007

 
 
 

Post N° 146

Post n°146 pubblicato il 02 Marzo 2007 da arielasterisco

OGGETTO: Viale Ariosto e Perfetti-Ricasoli, PRC si muove

 

Si comunica che una delegazione di Rifondazione Comunista di Sesto Fiorentino (composta da Alessandro Corrieri, Alexander Schnabel, Ariela Spalla e Giuliano Trallori) ha incontrato in data 15/02/2007 i rappresentanti dei residenti del Viale Ariosto.

 

L' incontro è durato circa tre ore ed è stato richiesto da Rifondazione Comunista dopo uno studio conclusosi un mese fa.

Lo studio è stato coordinato dalla sezione locale ed effettuato in prevalenza dal responsabile Enti Locali del partito territoriale ed ex consigliere di centro civico Alexander Schnabel. E' stato così ricostruito il percorso amministrativo di tutti gli interventi effettuati, in corso di esecuzione, e previsti dalla Giunta Gianassi sull' area del Viale Ariosto dal 2004 ad oggi. L' obiettivo è stato quello di reperire e riorganizzare i documenti ufficiali per individuare le responsabilità e le giustificazioni di tali lavori pubblici (una mole di circa 30 atti amministrativi).

Nella ricostruzione dei fatti bisogna tenere in considerazione anche il ritardo nella realizzazione della Perfetti Ricasoli, la quale consentirebbe a Viale Ariosto di recuperare lo status di via urbana e non di circonvallazione, e quindi di spostare a sud almeno il traffico pesante.

 

Allo stato attuale Rifondazione può già asserire che la realizzazione della Perfetti-Ricasoli rischia di trasformarsi in una delle tante promesse mai mantenute dal Gianassi' s Staff. Il ritardo nella sua realizzazione è stato voluto dall' amministrazione comunale e provinciale che hanno giocato a ping-pong a tavolino. Basta prendere un dato semplice per stroncare le loro deboli difese: i soldi dei sestesi che sono stati gettati per strada, nel viale Ariosto, ammontano a 1 milione  e 400.000 euro, pari a 2 miliardi e 700 milioni di lire e questi soldi potevano essere stanziati direttamente per la costruzione della Perfetti-Ricasoli.

 

Dopo aver accertato le notevoli problematiche e dopo aver riferito l' esito dell' incontro alla segreteria del PRC locale, la delegazione ha elaborato un’ interrogazione (che si riporta a seguire) che è già stata depositata agli atti dal rappresentante istituzionale su mandato del direttivo della sezione.

 

La delegazione PRC

 
 
 

TURIGLIATTO

Post n°145 pubblicato il 23 Febbraio 2007 da arielasterisco

La segreteria del Prc ha dichiarato incompatibile con il partito il senatore Franco Turigliatto, a seguito della sua non partecipazione al voto sulla politica estera del governo.
Ci sembra una scelta sbagliata e grave.
Innanzitutto perché l'atto parlamentare non solo è in piena coerenza con il programma storico di Rifondazione comunista ma anche perché in sintonia con le istanze di pace dei movimenti degli ultimi anni.
Pensare che un governo di centrosinistra possa imporre ai suoi sostenitori missioni di guerra come l'Afghanistan o il raddoppio di una base come quella di Vicenza ci sembra una miopia e la causa prima della crisi attuale.
Ma il comportamento di Turigliatto è stato anche accompagnato da un gesto di serietà e correttezza che non può essere sottovalutato: in una politica in cui il seggio o la "poltrona" rappresentano un valore a prescindere, aver presentato le dimissioni al Senato, dopo quarant'anni di militanza politica passata a fianco degli operai e dopo aver costruito dalle fondamenta il Prc, in particolare a Torino, ci sembra un fatto di grande novità e di grande moralità per quanto noi pensiamo che queste dimissioni siano da ritirare.Nel nostro Parlamento c'è bisogno di rappresentanza delle ragioni della pace, del pacifismo "senza se e senza ma": ce n'è bisogno alla vigilia della campagna di primavera in Afghanistan e ce n'è bisogno rispetto alle sudditanze che si profilano rispetto agli Usa.
C'è bisogno di atti come questo per quanto difficili e delicati ma che servono anche per colmare la distanza tra politica e società. Tutta la nostra solidarietà a Franco Turigliatto e tutta la nostra disponibilità a costruire con convinzione un movimento
per la pace "senza  se e senza ma"

PER ADESIONI: con-turigliatto@libero.it

 
 
 

JSF-F35: il Governo firma l'intesa, altro strappo al programma elettorale

Post n°144 pubblicato il 21 Febbraio 2007 da arielasterisco

Il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, ha siglato a Washington con il vice segretario alla Difesa americano Gordon England, il protocollo d'intesa (Memorandum of understanding) che prevede la produzione, il supporto e il successivo sviluppo del caccia statunitense da combattimento Joint Strike Fighter JSF-F35. L'adesione dell'Italia al programma comporterà un costo complessivo di 903,2 milioni di dollari dal 2007 fino al 2046.

“Con la firma di oggi, il Governo compie un ulteriore strappo sul proprio programma elettorale” - afferma un comunicato congiunto di Rete Disarmo e Campagna Sbilanciamoci!. Il programma di Governo dell'Unione afferma infatti che: “l’Unione si impegna, nell’ambito della cooperazione europea, a sostenere una politica che consenta la riduzione delle spese per armamenti”. "Ora invece, dopo aver aumentato in finanziaria le spese militari di oltre il 10% con solo una semplice informativa al Parlamento a riguardo, si è deciso di passare alla fase operativa della co-produzione del JSF che vede come capofila industriale gli Stati Uniti d'America" - evidenzia Rete Italiana Disarmo. Ma il programma JSF sembra piaccia particolarmente al Centro-sinistra visto che la partecipazione fu decisa dal Governo D'Alema nel 1998.

L'Italia ha già speso per questo faraonico progetto 638 milioni di dollari per la fase di sviluppo e l'adesione al programma di fatto costerà complessivamente 1018 milioni di dollari, ai quali vanno aggiunti altri 903,2 milioni di dollari per la fase di implementazione e produzione. "Anche la la ricaduta positiva sulla nostra economia non è così poi allettante come ci si è fatto credere: i 10.000 occupati per 45 anni sbandierati nel giugno scorso dall’ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Antonio Tricarico, si sono subito sgonfiati a 1.000 occupati (200 diretti ed 800 per indotto) per 10 anni nelle nuove stime" - nota Rete Disarmo. "Bisogna dire chiaramente che i soldi che l'Italia mette in questa fase non avranno alcun beneficio diretto sull'occupazione nel territorio novarese" - evidenzia Gianni Alioti della FIM-Cisl. Va chiarito inoltre che tali ritorni sono solo "attesi", poichè la fase che si sta formalizzando oggi riguarda solo la costruzione di prototipi e delle linee industriali, mentre invece il ritorno in Italia si avrà solo eventualmente con l'assemblaggio dei velivoli (a Cameri in provincia di Novara) quando l'Italia dovesse acquistare i 131 aerei previsti (dal 2008-2009).

Uno degli obiettivi per cui è nato il JSF-F35 è quello di ostacolare l’indipendenza europea nel campo della difesa, sia per creare dipendenza industriale strategica sia per eliminare possibili concorrenti sul mercato. "Non ci rassicurano minimamente le dichiarazioni di intenti rilasciate ieri dal ministro Bersani che auspica che gli Stati Uniti diano all’Italia un ruolo di corresponsabilità" - afferma Rete Disarmo. L’Italia, pur essendo il secondo paese del progetto per quanto riguarda gli investimenti è nei fatti un partner di secondo livello. C’è poi l’aspetto strategico: il JSF è un "aereo da combattimento" monomotore monoposto, in grado di superare la velocità del suono ma con velocità di crociera subsonica ed è impostato per il ruolo aria-terra, anche se come capacità secondaria ha anche quella aria-aria; è di tipo stealth (bassa rilevabilità dai radar ed altri sensori) e ha due stive interne per le missili e bombe che possono essere anche di tipo nucleare come ha riconosciuto lo stesso ministro della Difesa Arturo Parisi in un' intervista a Famiglia Cristiana.

Nei prossimi giorni Rete Disarmo e Sbilanciamoci! avvieranno una campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica, sempre tenuta all’oscuro dei rischi di questo progetto: "Il nostro sforzo sarà immediato e il più efficace possibile: il governo deve ravvedersi da questa scelta e destinare le risorse previste per il JSF alla riconversione dell’industria bellica" - afferma Rete Disarmo. "Non è infatti mai stato finanziato il fondo apposito previsto dalla legge 185/90" - nota Giulio Marcon, coordinatore della Campagna Sbilanciamoci!. "Mentre la cooperazione allo sviluppo è la vera ‘arma’ contro il terrorismo e contro molte situazioni di conflitto” conclude il rappresenante di Sbilanciamoci!, la campagna che da anni elabora una controfinanziaria attenta ai temi sociali, di cooperazione e della pace.

Va anche ricordato il secco no al progetto JSF-F35 di Mons. Fernando Charrier (Vescovo di Alessandria - delegato Patorale sociale e il lavoro della Regione Ecclesiastica Piemonte e di Mons. Tommaso Valentinetti (Presidente di Pax Christi Italia) che in un comunicato riaffermavano "come comunità cristiana, la necessità di opporsi alla produzione e alla commercializzazione di strumenti concepiti per la guerra" riferendosi in particolare, alla problematica sorta recentemente sul nostro territorio piemontese relativa all'avvio dell'assemblaggio finale di velivoli da combattimento da effettuarsi nel sito aeronautico di Cameri (Novara).

Già da tempo sul territorio piemontese ci si sta mobilitando per tentare di far cambiare orientamento in merito alla partecipazione dell'Italia al programma del caccia JFS-F35. “I caccia Joint Strike Fighters – scrive il tavolo di lavoro di Cameri– sono bombardieri da guerra aerea, trasportatori di bombe e potenziali trasportatori di testate nucleari. Costeranno ai cittadini italiani da 150 a 250 milioni di euro l’uno per un totale da 20 a 30 miliardi di euro è prevista l'ordinazione di 131 velivoli!". [GB]

 
 
 

SOLIDARIETA' AL POPOLO DEL LUZZI

Post n°143 pubblicato il 16 Febbraio 2007 da arielasterisco



Credo ormai sia nota la questione Luzzi-Banti, i due ex
ospedali situati nel territorio dei Comuni di Sesto F.no e Vaglia che l'ASL
vorrebbe vendere a privati ecc. e la nostra lotta contro la svendita di questo
enorme patrimonio pubblico.

 




Attualmente il Luzzi ospita circa 350 persone, tra adulti e
bambini, senza casa, di etnie diverse, queste persone insieme al movimento
per la casa hanno occupato questo immobile abbandonato da anni, attualmente
alcuni ragazzi italiani portano avanti una specie di  programma di aiuto
cercando di dare informazioni agli stranieri su come funzionano alcuni servizi
(come accedervi ecc.): sanità, scuola, lavoro, ecc.un lavoro di insegnamento ed
educazione......tra le altre cose stanno preparando una ludoteca per  i
numerosissimi  bambini e un ambulatorio dove medici volontari prestano
servizio, prossimamente sperano di poter organizzare dei corsi di lingua
italiana e di sostegno scolastico per i bambini e ragazzi e sono ben accetti
insegnanti volontari.







Questo gruppo di ragazzi sta portando avanti un
lavoro enorme
 e al Luzzi c'è bisogno di tutto, per
questo motivo mi sento di fare un appello ai compagni e a chiunque abbia
possibilità di dare il suo aiuto.







Chi ha può dare una mano e vuole conoscere più da
vicino questa realtà, può mettersi in contatto con me a questo indirizzo
email cinzia.campani@email.it, ariela.spalla@gmail.com







Per i bambini sarebbero necessari dei giocattoli e
vestiti per il  carnevale (perchè vorrebbero organizzare una festa in
maschera per i bambini il 17-18/02/2007) chi ha delle cose ovviamente anche
usate da dare può scrivermi.







 







Grazie a tutti







 







Cinzia, capogruppo PRC Vaglia

 
 
 

Diritti a rate

Post n°142 pubblicato il 10 Febbraio 2007 da arielasterisco

Ed ecco un'altra questione urbanistica: il
raddoppio della base vaticana all'interno della Margherita
. La sinistra
radicale tiene in ostaggio il governo e tutto il paese, ma non riesce a
evitare né la base americana a Vicenza né la base
vaticana nella Margherita, né (tra un po') che se ne vada la
base sua. Il papa in persona ha chiesto se una domenica sì e una
no potrà affacciarsi da una finestra del Quirinale, tanto per
sottolineare l'apertura e il dialogo con lo Stato italiano.
L'altra
domenica riceverà in udienza privata i grandi sostenitori della
famiglia tradizionale, primi tra tutti i leader del centro-destra che
di famiglie ne hanno due. In questo clima sereno e collaborativo, il
consiglio dei ministri ha approvato la bozza sui Pacs, una nuova carta
sulla distribuzione rateale dei diritti. Alcuni diritti che col
matrimonio avreste subito, con i Pacs (pardon, Dico) vi verranno
offerti tra tre anni, in pacco anonimo. Se fate i bravi, dopo nove anni
vi recapitano altri diritti (tipo l'eredità). Se riuscite a
resistere accanto alla vostra compagna o compagno fino a quando si
sistemerà la complessa materia della pensione di
reversibilità, forse tra qualche anno vi daranno anche quella.
Per agevolarvi aumenteranno l'età pensionabile, così non
aspetterete invano. Si discute ancora sull'articolo uno della legge,
che regge tutto il resto. Due che convivono (omo, etero, misti,
pinguini, mutanti) dovranno dichiararsi all'anagrafe, come vuole
Pollastrini, o soltanto sussurrarselo all'orecchio, come vuole Rutelli?
E come chiamarli? Uno sposato si chiama coniugato, uno non sposato si
chiama scapolo. E i conviventi? Un suggerimento viene dalla Santa Sede:
si potrebbe chiamarli stronzi, una proposta che raccoglie consensi.
Naturalmente le coppie di fatto non potranno adottare bambini, ma
nessuno impedirà agli omosessuali di prendere un cane o un
criceto, il che dimostra che la Chiesa è disposta alla
mediazione.
In caso di malattia, il convivente potrà assistere
il suo partner in ospedale, ma in caso di chirurgia verrà
operato pure lui, anche se perfettamente sano (l'anestesia sarà
riservata soltanto alle coppie regolarmente sposate). Il Consiglio dei
Ministri, ha approvato all'unanimità, nel corso di una toccante
cerimonia in cui tutti indossavano vesti purpuree, anelli d'oro ed
eleganti copricapi in tinta. Dico: amen.

 
 
 

Chiamatela Fort Ashby

Post n°141 pubblicato il 25 Gennaio 2007 da arielasterisco

Ora che Vicenza confina con gli Stati Uniti per una questione urbanistica, proporrei di passare alle questioni serie. A chi intitoliamo la nuova base dell'aeroporto Dal Molin? Io un nome ce l'ho, potrebbe chiamarsi Fort Richard J. Ashby, portare cioè il nome di un cittadino statunitense che si è distinto in Italia, un buon modo di avvicinare due popoli. Naturalmente sapete tutti chi è Ashby. Il 3 febbraio del 1998 guidava un caccia Grumman EA-6B Prowler di proprietà del corpo dei Marines in Val di Fiemme insieme al suo navigatore Joseph Schweitzer. Urtò contro i cavi della funivia del Cermis e ammazzò 20 europei che andavano a sciare, realizzando quello che nel bowling si chiama strike: tre italiani, un olandese, due polacchi, cinque belgi, due austriaci e sette tedeschi. Un significativo contributo del capitano Ashby all'unità europea, motivo di più per dedicargli la nuova base. Il capitano Ashby non fu processato da un tribunale italiano (né belga, olandese, ecc. ecc.), ma dai suoi superiori, nel North Carolina. Una specie di autovelox dei berretti verdi: non si può volare sotto i 600 metri, lui diceva di volare a 300, ma il cavo della funivia fu tranciato a 110 metri. Disse che l'altimetro non funzionava e fu assolto. Prese sei mesi di detenzione per aver distrutto il film del volo (occultamento di prove) e uscì dopo quattro mesi e mezzo per buona condotta. Il capitano Ashby ci fornisce dunque anche un concreto esempio della liberalità della nostra giustizia, la presenza di militari americani sul suolo nazionale prevede una distinzione dei ruoli: noi mettiamo le vittime e loro mettono l'assassino e i giudici, mi pare equo. Intitolare la nuova base americana al capitano Ashby avrebbe anche il significato di farne un eroe dell'economia locale, grazie ai sei-settecento posti di lavoro che si creerebbero (meno di una buona fabbrica di scaldabagni). Inoltre, quando lui operava nei nostri cieli il presidente americano era Clinton, cosa importante, così al «Corriere della sera» non si rabbuiano dicendo che confondiamo l'America con Bush. Ashby fu arrestato in seguito per una rissa a Las Vegas, e questo conferisce alla sua figura un tocco in più di umanità che, certo, aiuterà noi tutti a guardare con più simpatia agli Stati Uniti d'America.

Alessandro Robecchi

 
 
 

Comunicato stampa

Post n°139 pubblicato il 20 Gennaio 2007 da arielasterisco

Social Forum di Sesto Fiorentino, 19 gennaio 2007

Siamo sconcertati nell'apprendere che il 15 scorso all'assemblea dei soci della Richard Ginori, la decisione “più concreta” che sia stata presa è stata l'aumento del rimborso per l'impegno degli amministratori e consiglieri ai vertici della società, portato a 280 mila euro all’anno da 240 mila che erano.
L’impegno di questi amministratori è stato notevole.

Sono riusciti a scaricare sulla storica Manifattura Ginori, dei debiti che non le appartenevano.

Per far tornare i conti hanno denunciato 109 esuberi; continuano a tentare di scaricare sui lavoratori che hanno scioperato per rivendicare chiarezza e rispetto degli impegni, la responsabilità del calo di volume di vendita, attribuibile eventualmente al continuo cambio del piano industriale chiamato anche “Rilancio” industriale che prevede appunto un iniziale sacrificio di 109 posti di lavoro!!!!
Non si parla più di nuovo stabilimento, intanto, e questi “amministratori” sono riusciti a distruggere una Manifattura di primario valore artistico, storico e culturale che non avrebbe nessun problema a lavorare e costruire benessere e sicurezza se fosse in mani consapevoli e capaci.

Riconoscere quest'impegno distruttivo attribuendo 40 mila euro di aumento annuale (lo stipendio annuale di 2 lavoratori, più o meno) a chi ha gettato la Richard Ginori nel caos più totale per incapacità dimostrata, ci sembra oltremodo “giusto”, ironicamente detto, ovviamente.

In una società meritocratica come si intende di essere la società capitalistica, gli amministratori che non sono in grado di gestire oculatamente e proficuamente una Azienda sana e con un mercato vasto e ancora espandibile, andrebbero cacciati a pedate nel sedere, o no!?

 
 
 

La sorte del tiranno

Post n°138 pubblicato il 08 Gennaio 2007 da arielasterisco

E' giusto uccidere un tiranno? Posta in modo così secco, la domanda - riemersa in improbabili paragoni tra l'impiccagione di Saddam Hussein e la fucilazione di Benito Mussolini - non può che avere una risposta altrettanto secca: sì, è giusto. Almeno finché il tiranno è in sella, finché la sua morte è il passaggio obbligato verso la libertà, finché non c'è altro mezzo che il tirannicidio. E sono questi «se» a fare la differenza. La differenza che chiama in causa il contesto storico con cui il giudizio etico qualche rapporto lo deve pure avere. Altrimenti ogni cosa diventa uguale al suo contrario, e tutto si annulla.
Per questo non sono paragonabili - né accostabili - l'impiccagione di Baghdad e la fucilazione di Giulino di Mezzegra. Bene ha fatto Marco D'Eramo, tre giorni fa da queste stesse colonne, a segnare la differenza tra un'esecuzione dettata dallo spirito di vendetta al termine di un processo farsesco (istruito solo per dare un paravento giuridico a uno stato privo di alcun diritto) e un atto di guerra commesso negli ultimi giorni di un conflitto. Ma è perlomeno discutibile decontestualizzare quella fucilazione fissandola in un semplificatorio aggettivo: «spregevole». Qui entrano in gioco i giudizi sulla nostra storia e l'eterno conflitto tra politica ed etica, tra fini e mezzi.
Uccidere è sempre un atto terribile. Di più, uccidere un prigioniero è una diminuzione di se stessi, un suicidio della propria umanità. Ed è per questo che gli stati affidano a un «professionista» della morte - a un boia - l'esecuzione delle condanne, per rendere astratto, attraverso un «lavoro», l'atto più disumano del vivere. Ed è per questo che aborriamo l'omicidio e consideriamo una barbarie la pena di morte: uccidendo il colpevole moriamo un po' tutti, ancor di più quando quel gesto viene dipinto come un atto di giustizia fatto in nome di una comunità, per legge.
Una comunità democratica, civile, dovrebbe avere la forza di rappresentare la volontà popolare senza ricorrere alla morte, iniziando col bandirne la forma più terribile: la guerra, che cancella democrazia e libertà. Ed essere talmente salda nelle proprie ragioni (e istituzioni, e leggi) da «perdonare» il colpevole «punendolo» con la possibilità di ripensare il suo gesto. Ma l'Italia democratica dell'aprile 1945 non era in queste condizioni. Non esisteva nemmeno, se non nelle intenzioni. Quando Mussolini venne fucilato da un gruppo di comunisti la guerra era ancora in corso. Ed era una guerra civile in un paese diviso; con truppe tedesche ancora presenti sul territorio nazionale - che mentre si ritiravano continuavano a seminar strage - e migliaia di fascisti ancora in armi; con i comandi alleati pronti a prendersi Mussolini per tenere in ostaggio il futuro politico dell'Italia. Uccidere il tiranno appena catturato non fu una vendetta spregevole, in quel contesto fu necessario. E persino giusto, per quanto possa essere giusta una fucilazione. Che avvenne sommariamente, su indicazione di una parte del gruppo dirigente del «Comitato di liberazione nazionale dell'alta Italia».  Ne fece le spese anche Claretta Petacci, la cui uccisione non aveva - questa sì- alcun senso e fu del tutto gratuita. Poi ci fu lo scempio di piazzale Loreto: corpi dati in pasto alla furia plebea, per esibire l'avvenuta rottura con il regime passato e «sanare» il dolore per un'analogo scempio ai danni dei partigiani commesso un anno prima sullo stesso luogo.
I giudizi morali - da soli - non ci aiutano a capire e giudicare. Benito Mussolini era colpevole di mille delitti, politici ed umani. Su questo non c'era discussione allora e non c'è ora. La divisione (più oggi che allora) è sulla giustezza della pena inflitta. Ma questa non può astrarsi dal contesto in cui avvenne. A sessant'anni di distanza ognuno può dispiacersi per la morte di un uomo, ma nessuno può dimenticare chi fu quell'uomo e perché fu ucciso. Non perché quella morte avrebbe potuto sanare le ferite che quella vita aveva inferto, ma perché diventava un passaggio obbligato per un paese completamente diverso (o almeno molto diverso) da quello conosciuto fino ad allora. Anche qui contano le differenze: la morte di Mussolini serviva ad aprire la strada alla democrazia, a un'Italia che avrebbe dovuto (non sempre l'ha fatto) ripudiare le guerre, a cancellare (ad esempio) la pena di morte dalla sua Costituzione. Quella di Saddam (prigioniero inerme da tre anni) serve solo a dividere ulteriormente il suo ex paese per continuare la guerra e raccogliere ancora morte (da una parte e dall'altra). E' la stessa differenza che passava tra le pallottole dei partigiani e quelle dei repubblichini di Salò: l'uccidere con la morte nel cuore oppure farlo perché la morte è un «progetto»(o, perfino, «bella»). Certo, ci potevano essere differenze anche qui, dentro uno stesso campo. Non c'erano santi da una parte e demoni dall'altra. Ma c'erano due culture politiche, due divergenti visioni del mondo e se oggi possiamo discutere su tutto questo e considerare un omicidio un atto comunque e sempre tremendo (anche quello ai danni di un tiranno) è perché ha vinto la nostra parte.
Sui volti ritratti in fotografie ormai sbiadite di partigiani (i compagni dei fucilatori di Mussolini) che sfilano nelle città italiane subito dopo la Liberazione possiamo ancora leggere tutt'altre cose da un tronfio e retorico militarismo, dalla felicità del combattere; semmai gioia per aver concluso un'opera, ma carica dei pesi di chi ha ucciso per costrizione, per non uccidere più. Sguardi dell'anima che nessuno può trovare nelle buie immagini delle camicie nere raccolte attorno al tiranno declinate nel suo ultimo comizio al teatro Lirico di Milano, qualche settimana prima della sua fucilazione. Non è una differenza di poco conto: va colta perché anch'essa spiega le ragioni e annuncia ciò che sarebbe venuto dopo. Se vogliamo capirlo e difenderlo.

Gabriele Polo

 
 
 
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Un blog di: arielasterisco
Data di creazione: 14/11/2005
 

Per salvare la famiglia, bene fondamentale della nostra società.

Per seguire le leggi di natura che prevedono
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Per garantire la continuità della specie...

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THEODOR ADORNO

Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze. 
 

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