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Ciao Claudio, ho letto con molto interesse questo tuo...
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Il Paese č Maduro per l'economia populista?

Post n°103 pubblicato il 15 Febbraio 2019 da claudionegro50
 

 

Capire come ha fatto il Venezuela a ridursi così (e molto prima l'Argentina) può aiutare a capire perchè l'Italia giallo-verde rischia di fare la stessa fine.

Alla base di tutto c'è una percezione "predatoria" delle relazioni economiche, che non è cosa rara o degenerata, ma soltanto primitiva. La Storia, delle piccole comunità come dei grandi imperi, si è basata da sempre, e fino a non molto tempo fa, sull'accumulo di ricchezza tramite la conquista violenta delle risorse altrui: risorse naturali, preziosi, territorio, forza lavoro, imposte, ecc. sono state le basi materiali della prosperità dell'Impero Romano e degli Imperi Coloniali Spagnolo e Britannico, e così via.

La creazione di valore aggiunto è stata confinata per millenni al commercio, che creava certamente ricchezza marginale ma non poteva competere con l'ordine di grandezze garantito dalla conquista predatoria e svolgeva una funzione sostanzialmente ancillare.

E' con la rivoluzione industriale che la ricchezza comincia a venire prodotta, e non più predata, in larga scala. E la conquista militare diventa caso mai ancillare alla produzione di ricchezza.

Ormai la ricchezza di un Paese dipende dalla capacità di creare valore aggiunto, e quindi dalla ricerca, la diffusione di nuove tecnologia, la conoscenza, la produttività. Se volete, possiamo discutere le numerose varianti a questa direttrice storica, ma non è qui il momento.


Però la accettazione consapevole di questo stato di cose deve contendere con una tradizione infinitamente più antica e radicata nella cultura popolare, appunto quella "predatoria". Arcaica capace però di declinarsi in termini moderni: basti pensare alla vulgata semplificata della lotta di classe, basata sull'idea di espropriare il patrimonio alla borghesia (non già i mezzi di produzione), o ai miti delle nazionalizzazioni finalizzate a sequestrare i profitti al capitale per trasferirli al popolo.

Effettivamente si tratta di un approccio di molto più immediata comprensione, oltrechè radicato nella tradizione tramandata da generazioni, soprattutto in popolazioni scarsamente coinvolte dall'industrializzazione o emarginate sul piano educativo (l'Italia è nell'invidiabile condizione di presentare entrambe le caratteristiche...)


Un primitivismo culturale, come notava Galli della Loggia sul Corsera, che riconduce la politica economica del populismo all'idea predatoria: prendiamo la ricchezza dai ricchi, dalle imprese, dallo Stato, e diamola al popolo! Il pericolo vero del populismo non è in una dottrina economica, ma in una mentalità primitiva, che dà per acquisita l'esistenza della ricchezza e si propone soltanto di redistribuirla. In Venezuela è stato così: l'Ente Petrolifero ha distribuito benzina gratis al popolo e utilizzato i profitti per spesa assistenziale, investimenti zero, tanto il petrolio c'è..! Le imprese della filiera sono state nazionalizzate, e gli utili redistribuiti in sussidi. Le aziende private sono state costrette all'imponibile di mano d'opera e a pagare salari individuati dalla politica e non dai bilanci. Allo stesso modo sono stati calmierati i prezzi delle merci (era già andata male al povero Diocleziano nel IV secolo) per tutelare la domanda a spese dell'offerta. Il diritto al reddito, al consumo, ai servizi è stato elevato a valore primo, imprescindibile e indipendente, garantito dal potere politico che risponde direttamente ai bisogni del popolo.


Questo è il nocciolo culturale del populismo: la creazione di ricchezza è ritenuta attività sostanzialmente antisociale (diffidare dell'impresa..!) che può essere riscattata solo quando questa ricchezza è distribuita tra gli aventi bisogno (che naturalmente sono tali perchè il sistema centrato sull'impresa li depaupera). In questa visione del mondo qualunque ribellismo è bene accetto: l'assalto alle elites riproduce ciò che nei secoli scorsi era la jaquerie, con la conquista e il rogo del castello, e oggi è rappresentato dalle esibizioni dei Gilets Gialli. E ovviamente in questo contesto hanno l'assoluta precedenza i bisogni minimi, i più direttamente sentiti dalla gente comune (e la cui soddisfazione crea peraltro ottimi crediti elettorali con spese limitate). E' così che si decide di mettere i soldi sui treni pendolari anziché sull'Alta Velocità, sulle tangenziali di paese anziché sulle grandi infrastrutture, sui sussidi anziché sugli investimenti, sulle Casse Integrazione anziché su Industria 4.0, e così' via, ponendo le opzioni in alternativa: i grandi investimenti sono indiziati di arricchire gli speculatori, mentre i piccoli (minimi) investimenti e meglio ancora la spesa corrente sono nell'interesse della gente comune... La stessa Verifica costi - benefici per la Torino Lione, al di là delle amenità metodologiche e contabili, indica chiaramente che alla crescita generata dal capitale fisso si preferisce convertire le risorse in liquidità destinabile a consumi o a piccoli interventi che vengano incontro alle richieste locali.

Una visione pauperistica, in cui l'investimento è accusato di sottrarre risorse al consumo del popolo, e va di conseguenza compresso, perchè la priorità è assicurare hic et nunc capacità di spesa ai poveri. Sulla reale natura di questi poveri varrà la pena soffermarsi in altra occasione. Ma l'orientamento è chiaro: le risorse esistenti devono finanziare il consumo.

Non stupisce quindi che di tanto in tanto il governo accarezzi l'ipotesi di requisire l'oro e le riserve valutarie di Bankitalia: al pensiero populista convertire il patrimonio in spesa corrente pare in linea con l'idea di saccheggiare la ricchezza per darla al popolo. Qualcuno gli ha detto che non si può, ma la tentazione è ben radicata e l'ignoranza delle regole la rafforza.


Siccome le regole costringono queste aspirazioni in lacci soffocanti , il populismo pensa magari non di cambiare le regole (troppo complicato...) ma di cambiare gli arbitri: in Venezuela hanno nominato militari (ovviamente senza nessun'altra competenza che quella di obbedire alle disposizioni del governo) nei posti più delicati dell'Amministrazione e dell'Economia. Tentazione forte anche per i populisti nostrani: non disponendo di militari si possono piazzare amici alle Autorità Indipendenti, a partire da Bankitalia e Consob.


Se ci fosse ancora qualche dubbio sull'appeal che esercita la ricetta venezuelana sui nostri sovranisti basti ricordare il patetico, solitario rifiuto dei leader 5S a prender posizione contro Maduro. Il segnale è chiaro: ha ragione lui! Così possiamo vedere più chiaramente cosa ci aspetta se non verranno cacciati via. Del resto sembrava impossibile che Paesi ricchi e in crescita come Argentina e Venezuela potessero ridursi alla miseria. Vogliamo provarci anche noi?

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Non sempre i pagliacci fanno ridere...

Post n°102 pubblicato il 23 Gennaio 2019 da claudionegro50
 


I danni economici già realizzati e venturi del governo giallo verde sono noti. E va bè'. Ma c'è un danno forse superiore, anche se difficilmente quantificabile in numeri, che si sta scaricando sulle spalle del Paese: l'immagine dell'Italia, inevitabilmente filtrata attraverso quella del suo gruppo dirigente (democraticamente eletto) sta mutando rapidamente e sensibilmente.


Proviamo a mettere in fila: Salvini attacca il Fondo Monetario Internazionale (inutile e dannoso) che segnala come il nostro debito sia una mina vagante per l'economia mondiale; prima ancora c'è l'attacco a Bankitalia perchè segnala i rischi di recessione ("sorvegliasse le Banche": mostrando così quanto sappia il ministro di ruoli istituzionali...); prima ancora Di Maio aveva sparato sulla Banca Europea, accusando Draghi di non tutelare gli interessi italiani (...).


Di Maio parte all'attacco della Francia: siamo con i Gilets Gialli! Non contento tenta lo scoop del Franco CFA: lo stampano in Francia e incatena alla schiavitù le ex colonie francesi, causando la fuga della gente verso l'Europa. Non è vero: il Franco CFA garantisce la stabilità dei cambi e il libero scambio, ma Di Maio tradisce la sua avversione anti-euro denunciando l'impossibilità di quei Paesi di operare svalutazioni; inoltre: la grandissima maggioranza di immigrati verso l'Europa è dal Bangla Desh, dall'Eritrea, dalla Somalia, niente a che fare con l'area CFA!

Ma, aggiunge il Di Maio, la Francia sfrutta indecentemente le ex colonie africane: dietro a questa affermazione l'unico riscontro è la sinistra somiglianza con la propaganda fascista dei tempi di guerra circa la Gran Bretagna sanguisuga della ricchezza del pianeta (ricordate le vignette con Churchill vampiro?).

Conclusione: sanzioni alla Francia..! E chi dovrebbe stabilirle? L'Unione Europea? La Nato? La Casaleggio Associati?


Ma interviene Salvini a smorzare i toni : non siamo nemici del Popolo Francese ma di Macron. Certo: vuoi che il Popolo Italiano non abbia diritto di decidere chi governa la Francia..?

Ma la sete di nemici del governo giallo verde non è mai sazia (l'esistenza di nemici è imprescindibile per il consenso popolare). Così si esercitano anche le seconde linee: il Senatore Lannuti ci ha aperto gli occhi circa i pericoli del complotto giudaico internazionale (ce lo aspettavamo da tempo...) palesato dallo svelamento dei Protocolli dei Savi di Sion... Ma il Lannuti non risparmia neppure di accennare ai complottisti rettiliani..!


All'inizio tutto poteva essere riconducibile ad una sbronza populista, ma ormai un giudizio sarcastico non basta più. Il governo proietta sullo scenario internazionale l'immagine di un gruppo dirigente composto da bulli ignoranti, rissosi, boriosi e prepotenti, incapaci di valutare le conseguenze degli insulti che rivolgono con inconsapevole tracotanza a Stati e Istituzioni, di avvertire il ridicolo di cui si coprono per scelte e dichiarazioni squinternate, di pesare gli effetti sul piano internazionale del corteggiamento ai regimi autoritari dell'Est contrapposto al palese fastidio e alla polemica verso le democrazie dell'UE. Un'immagine che inevitabilmente si riflette su quella del Paese stravolgendola rispetto a quella che il mondo ha percepito negli ultimi 74 anni e che non può che generare sconcerto e sfiducia verso di noi. Una sfiducia i cui effetti potrebbero andare ben al di là di quelli economici (spread, fuga dagli investimenti, ecc.) e compromettere l'immagine dell'Italia sul piano politico e intellettuale.

Non sono tra quelli che temono un nuovo fascismo, ma certamente gli atteggiamenti più pacchiani, ridicoli, presuntuosi e bellicosi di questo governo evocano pari atteggiamenti di cui era ricco il ventennio. Ora, se è vero che la Storia quando si ripete diventa farsa, e considerando quanto di farsesco era già nel fascismo, ora siamo addirittura alla pagliacciata!


La Storia in generale non è indulgente con le pagliacciate: sarebbe il caso di darle una mano prima che i costi economici, politici e civili del dopo-pagliacciata diventino schiaccianti?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

La curva batte la politica?

Post n°101 pubblicato il 16 Gennaio 2019 da claudionegro50
 

 

Mettendo da parte il merito (sul quale peraltro qualche volta potrei anche concordare, come sulle grandi opere, la legittima difesa, la riduzione delle imposte sul lavoro - che peraltro si guarda bene dal fare) trovo inquietante l'interpretazione che Salvini dà del ruolo di Uomo di Stato.


La cosa che più dà da pensare è questo bisogno compulsivo di travestirsi: da poliziotto, da pompiere, da operatore della protezione civile, ecc. Quasi che il Ministro dell'Interno avesse bisogno di identificarsi nei suoi strumenti operativi per essere legittimato. Comprensibile solo se lo si mette in rapporto con una certa cultura (prosperante nei bar, nei negozi di barbiere, nei social) che non riconosce (magari proprio non conosce) lo Stato, ma sì la Polizia, i Carabinieri, i Pompieri, ecc. Una cultura cui non so se Salvini appartenga, ma che certamente è quella del suo elettorato. Ed ecco che Salvini serve loro un ministro che è agente della pubblica sicurezza, vigile del fuoco, operatore della protezione civile. In questo modo Salvini "accorcia" la distanza che separa il Bar Sport dalle Istituzioni, tramite la propria persona, che è quella che resta visibile: non il Ministro, ma Matteo Salvini.


Alla medesima privatizzazione del ruolo appartengono le esternazioni di cui il Nostro è stato prodigo in occasione dell'arresto di Battisti. L'insistere sul fatto che si tratti di un criminale "comunista" sollecita a domandarsi se si tratti di una categoria di delinquenti peggiori dei criminali comuni o dei criminali fascisti. Ma il punto è che il Ministro lo identifica come un "nemico" perchè comunista, al di là della sua oggettiva colpevolezza. E si comporta come se fosse lui ad eseguire la condanna ("non uscirà dal carcere vivo!). Dà vita in questo modo al sogno di tanti italiani che vorrebbero essere giudici e carcerieri: c'è uno di noi a farlo per noi! Ogni italiano desideroso di giustizia esemplare e spiccia può riconoscersi in Lui (anche se poi la realtà segue strade diverse).


Anche i rapporti internazionali non sfuggono alla compulsiva privatizzazione: è grazie al rapporto speciale con Matteo che Bolsonaro ci ha restituito Battisti; con Trump c'è una celebrata (più da Salvini, per la verità) sintonia sugli immigrati. Putin è un amico al di là delle formalità, e gli saremo prodighi di favori e sostegno. Anche Orban, i Polacchi, i Cechi e gli Austriaci sono amici (peccato non ci abbiano sostenuto sul Bilancio e sul collocamento dei migranti, ma coi veri amici non si sottilizza..)

La privatizzazione della Politica Estera del Paese ha esiti allo stesso tempo buffi e preoccupanti (siamo nemici della Francia e della Germania, ma amici della Russia e della Polonia?). Ma com'è che il Ministro dell'Interno fa la Politica Estera?

Anche qui c'è una ragione: la politica estera passa attraverso il filtro del Bar Sport. Polacchi e Ungheresi sono contro l'immigrazione? Ci danno ragione, quindi sono nostri amici (non importa che poi i migranti li scarichino a noi...). Putin fa vedere la forza concreta della sovranità? Il Bar è entusiasta, e non si domanda contro chi farà valere questa sovranità.

Ma soprattutto la politica estera diventa comprensibile come somma di rapporti personali oppure odi personali che si determinano sulla base di stati emotivi: Putin è figo perchè è un duro, Orban perchè sterilizza i fastidiosi obblighi della libertà, Macron è odioso perchè è europeista (non perchè non si prende i nostri migranti: quelli non se li prendono neanche gli amici di Visegrad...).


La Politica come arte di governare interessi differenti e anche confliggenti cede il passo alla modalità da stadio, che conosce solo amici e nemici, vincere o perdere. E il leader è quello che interpreta il sentire della curva (più in là potrà spiegare alla curva che sentimenti deve provare).

Io condivido quel che diceva il vecchio Karl Marx: quando la Storia si ripete diventa farsa. Per questo non sono eccessivamente preoccupato per le somiglianze tra la prassi sovranista e la genesi dei fascismi in Europa negli anni '20 e '30. Però anche le farse possono fare danni..!

 

 
 
 

populismo: la rivoluzione fittizia

Post n°100 pubblicato il 09 Dicembre 2018 da claudionegro50
 

 

La jaquerie francese sta levitando rispetto alle sue motivazioni iniziali e si propone come la summa e l'estrema manifestazione del populismo: l'insurrezione contro lo Stato. Inutile azzardare paragoni storici: quello con le Grandi Rivoluzioni è ridicolo. Difficile identificare le motivazioni: quella iniziale (il caro benzina) è ormai dimenticata anche dal movimento stesso. Se date un'occhiata al Manifesto dei 25 punti diffuso in rete, ci trovate un delirio onirico: perfino lo Statuto del Carnaro di D'Annunzio e De Ambris pare realistico al confronto. Eppure tanta gente ci si identifica: è l'esplosione del rancore, della cattiveria, della voglia di vendetta di chi si sente povero, emarginato, trascurato, senza speranza.

Ma davvero il popolo francese è alla fame? Ai livelli minimi di sussistenza? A naso no, ma se andiamo a verificare vediamo che reddito e consumi dei francesi si collocano decisamente nella fascia alta dell'UE. Sono disoccupati i francesi? Non molti: il tasso di occupazione è al 70% (in Italia il 58,1%). Hanno bassi salari i francesi? No, sono superiori alla media UE e nel periodo 2000-2017 sono cresciuti del 20,4%, pari a 6.000 € annui. Non possono permettersi consumi dignitosi i francesi? No: i consumi individuali sono superiori dell'11% alla media UE, e addirittura di un punto superiori a quelli della Svezia. Allora il reddito sarà distribuito in modo estremamente diseguale? Neanche: l'indice di Gini, che misura appunto il "tasso di eguaglianza sociale", colloca la Francia tra i Paesi più egualitari con un indice di 29,3, migliore perfino di quello della Germania. I francesi sono spolpati dalle tasse? Vediamo: la tassazione sulle persone fisica è alta con l'aliquota teorica al 51,4%, comunque inferiore a quella svedese, danese e belga; ma il gioco delle detrazioni e altri strumenti analoghi fa sì che il reddito netto, detratte le imposte, sia inferiore soltanto a quello della Norvegia, Lussemburgo, Austria e Islanda, e perfino un filo superiore a quello tedesco.

E questo sarebbe il paese dove una moltitudine cenciosa, stanca di chiedere invano il pane e versare il sangue per mantenere al lusso lor signori, afferra falci e forconi e si ribella, avendo da perdere solo le proprie catene?

E' ovvio che non è così: è soltanto l'immagine che una parte della società proietta per dare forma e motivazione al proprio rancore e all'odio, generando una furia cieca e vandalica che si cerca di nobilitare attribuendole intenti rivoluzionari. Una rabbia che ha bisogno di un nemico a tutto tondo, che in Francia è stato individuato nelle elites, nell'Inghilterra della Brexit negli "esperti", in molti Paesi Europei negli stranieri, in Italia (non ci facciamo mancare nulla) sia negli stranieri che nei "burocrati di Bruxelles); in Spagna sapremo tra un po'...

Il disagio che sta alla base di tutto ciò è "percepito" e spesso non ha riscontro nei fatti reali: tuttavia è chiaro che l'insicurezza e l'arretramento economico che buona parte delle società occidentali ha provato durante gli anni della crisi hanno lasciato un segno psicologico profondo, che si materializza essenzialmente nella crisi delle aspettative: l'attesa di guadagnare di più, l'aspettativa di andare in pensione alle stesse condizioni della generazione precedente, la previsione di migliorare la condizione economia e sociale rispetto a quella di partenza.

In un Occidente abituato dalla fine della guerra ad una crescita continua, per la prima volta si deve fare i conti col fatto che la crescita può fermarsi, e/o che si manifesterà in forme nuove, tali da generare un nuovo modello di rapporto tra la società e il lavoro, nuovi paradigmi per la redistribuzione del reddito, forme nuove di mobilità sociale.

Il rischio che una parte della società resti emarginata da questi processi esiste; in qualche modo gilets gialli e simili lo sentono e reagiscono con il riflesso pavloviano dei luddisti: spacco tutto perchè nessuno goda del nuovo mentre io ne soffro, spacco tutto perchè si possa tornare a come si stava prima. Questo vagheggiamento del passato è presente in generale nei populismi ma in particolare a quelli "di sinistra", in cui sono presenti anche fisicamente i dirigenti politici che ascrivono alla propria storia il merito degli oltre 50 anni di crescita e benessere dell'Occidente (anche se a quei tempi lo combattevano perchè "compromesso di classe").

Ma le jaqueries non servono: non sono neanche fascismo (anche se ne mutuano linguaggio, aggressività, intolleranza e violenza: gli squadristi avevano alle spalle ben altro consenso sociale, e tra l'altro avevano una certa professionalità in materia di violenza avendo fatto la guerra...).

Servono le politiche per il lavoro, la formazione, gli investimenti. Ma i tempi, e neanche i contenuti, non possono essere quelli della jaquerie: i gilets gialli sapranno aspettare? E se no, sapremo obbligarli ad aspettare? Perchè anche questa, in un contesto nel quale l'Occidente è aperto alle scorrerie dei populismi fin dalla sua Istituzione più prestigiosa, la Presidenza degli Stati Uniti, può diventare un'opzione da considerare.

 

 
 
 

Indietro tutta: il Governo del Cambiamento abbandona le Politiche Attive del Lavoro e torna all'assistenzialismo.

Post n°99 pubblicato il 15 Ottobre 2018 da claudionegro50
 

 

Il Jobs Act aveva compiuto una rivoluzione in materia di politiche del lavoro, spostando attenzione e risorse dalle politiche passive (sostegno al reddito) a quelle attive (servizi al lavoro).

In primo luogo la Cassa Integrazione Straordinaria dura al massimo 24 mesi, contro una prassi consolidata negli ultimi 35 anni che, tra un escamotage e l'altro, consentiva di stare in CIGS anche un numero spropositato di anni perfino ad azienda chiusa da un pezzo.

Il lavoratore che perde il rapporto di lavoro percepisce la NASPI: un'indennità di disoccupazione. C'è un rapporto tra la percezione della NASPI e la partecipazione a politiche attive di ricollocamento, tramite l'istituzione dell'Assegno di Ricollocazione, che su base volontaria finanzia la partecipazione del lavoratore disoccupato a programmi di ricollocamento. E' il tentativo di portare il mercato del lavoro italiano a livello di quelli europei, in cui alla perdita del lavoro si risponde ovviamente con misure transitorie di sostegno al reddito, ma soprattutto di ricollocazione: le Politiche Attive

Si tratta di una rivoluzione prima di tutto culturale, per un Paese abituato a ragionare in termini di assistenza come misura sovrana contro la disoccupazione, e nel quale vige l'idea di un welfare fai-da-te, in cui all'indennità di Cassa Integrazione si affianca un po' di attività in nero.

Se ci sono punti deboli nel sistema istituto dal Jobs Act sono essenzialmente nel fatto che l'Assegno di Ricollocazione è volontario, e basta che venga attivato prima che scada il NASPI (24 mesi) cioè troppo tardi per rendere credibile una ricollocazione. Nella gran parte dei Paesi Europei la partecipazione a programmi di ricollocamento è obbligatoria, pena la perdita dell'indennità di disoccupazione.


Su tutt'altro orizzonte si muove il "Governo del Cambiamento": il primo obiettivo è il ripristino della Cassa per Cessazione per cessazione di azienda, ossia il prolungamento del periodo di sussidio al reddito (2 anni di GICS + 2 anni di NASPI). E questa pare essere la priorità: ridare centralità alle politiche passive come asse portante dell'intervento dello Stato.

E' stato anche ipotizzato (per ora solo a livello di dibattito, ma dà l'idea dell'orientamento culturale) di definire il Reddito di Cittadinanza come strumento universale di sostegno al reddito, facendogli assorbire funzioni e risorse di NASPI e AdR.

Ma siccome il Reddito di Cittadinanza non è presentabile come pura assistenza, si stabilisce che esso sia subordinato alla partecipazione a programmi di ricollocamento, che però dovranno essere rigorosamente gestiti dal Pubblico: i Centri per l'Impiego. Dove l'esperienza del ricollocamento funziona (come in in Lombardia) operano insieme i CPI e altri soggetti privati accreditati dalla Regione, con risultati molto buoni. Però evidentemente al Ministro non risulta, o se gli risulta guarda con sospetto a questa "privatizzazione del collocamento": del resto già ha provato a penalizzare il lavoro in somministrazione nel cosiddetto Decreto Dignità.


E non si tratta soltanto di un problema di risorse: sarebbe già uno sforzo enorme garantire a tutti l'Assegno di Ricollocazione, e chiaramente se si finanzia un allungamento della Cassa Integrazione lo si fa a spese delle risorse per il Ricollocamento. E' anche una questione culturale: il Paese ha bisogno di più occupazione, che non si crea con con decreti e divieti ma con un Mercato del Lavoro moderno, in cui a chi cerca lavoro lo Stato fornisce le risorse e gli strumenti di cui ha bisogno.

Ma il Reddito di Cittadinanza può assolvere a questa funzione? Certamente no, per una serie di ragioni:

  1. i CPI non hanno al loro interno le risorse umane necessarie; la scelta di scartare il modello di integrazione con gli Operatori Privati rende necessario un forte investimento che ovviamente potrà dare risultati non prima di un paio d'anni (a meno che un risultato non venga considerato l'assunzione stessa di nuovi dipendenti dei CPI)

  2. le norme di condizionalità sono addirittura più lasche di quelle in vigore da sempre: oggi in teoria si può perdere il sostegno al reddito se si rifiuta una sola offerta di lavoro "coerente", con il RdC arriviamo a tre (ma parliamoci chiaro: saranno sempre teoriche!). E comunque si pongono alcuni problemi cui non è stata neppure immaginata la risposta: se mi propongono un contratto part-time di 750 € al mese (del tutto realistico, corrisponde a 1.500 € del full-time) sarò portato a rifiutarlo, ovviamente (perchè lavorare per guadagnare meno di quanto mi danno se resto a casa?); in questo caso che mi succede? Mi levano il RdC? Altra ipotesi: accetto ma lo Stato integra la mia retribuzione fino ai 780 €; ma se mi offrono un lavoro a 300 € mi integrano lo stesso? E per quanto tempo? E nel combinato disposto di proposte dubbie, mancate proposte, rifiuti discutibili, quanto tempo posso restare a carico del RdC?
    Se lo Stato garantisce a tutti di integrare il reddito da lavoro a 780 sarà la festa della sottoccupazione e del lavoro grigio.

  3. Sembra che esista in Italia un oggettivo, tanto inaccettabile quanto radicato, conflitto tra il percepimento di un sussidio di disoccupazione e la ricerca attiva di un nuovo lavoro. La sperimentazione dell'Assegno di Ricollocazione ha prodotto esiti impalpabili, e non soltanto per i problemi tecnico-procedurali: come pronosticato la discrezionalità senza sanzioni nell'attivarlo e la mancanza di vincoli temporali ha costituito un forte disincentivo per i percettori di NASPI.
    Ma c'è un altro dato, peraltro non "sporcato" da problemi tecnici, che ci restituisce lo stesso esito. Parliamo di Dote Unica Lavoro della Regione Lombardia, politica attiva funzionante con buoni risultati da alcuni anni: i lavoratori che chiedono da Dote vengono distribuiti in quattro fasce di aiuto a secondo del loro profilo di occupabilità. Soltanto la fascia 3plus, che raggruppa i candidati con maggiori difficoltà, prevede un sussidio, che viene pagato al candidato alla fine del Piano Individuale di Collocamento, positivo o no che sia stato l'esito.
    Esaminare i risultati delle quattro fasce è molto istruttivo: sul complesso dei candidati l'esito positivo è stato del 30%. Per la fascia 3, che evidenzia maggiori difficoltà di collocamento, l'esito positivo è comunque del 29%. Per la fascia 3plus, l'unica sussidiata, il risultato è il 2,46%. Il che non è spiegabile semplicemente con la maggiore difficoltà a ricollocare persone con bassa professionalità e con un lungo periodo di disoccupazione alle spalle: troppo netta la differenza con i risultati di fascia 3, che pure presenta profili analoghi anche se meno gravi. E' inevitabile vedere un rapporto inverso tra ricerca attiva del lavoro e percepimento del sussidio, che diventa il vero obiettivo di queste persone, mentre nelle fasce che non lo prevedono l'obiettivo è trovare un lavoro; questo genera un atteggiamento diverso tra i due gruppi, dove chi percepisce il sussidio sarà meno attivo e meno disponibile ad accettare proposte di impiego.


Nel Reddito di Cittadinanza il sussidio è l'elemento enfatizzato, e la Politica Attiva, che infatti non viene in alcun modo declinata in azioni definite e concrete, un effetto collaterale, poco più di una foglia di fico per celare una pura politica assistenziale.

 

 

 

 
 
 
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