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blog di Claudio Negro, UIL MIlano e Lombardia

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LETTERA APERTA ALLA UIL SULLA VERTENZA PENSIONI

Post n°110 pubblicato il 19 Gennaio 2020 da claudionegro50
 

 

Da un po' di tempo, diciamo dall'inizio della campagna di mobilitazione del Sindacato Confederale per quella che una volta avremmo definito una "Vertenza Pensionati" ho voglia di fare qualche puntualizzazione in merito. Il Report ISTAT appena uscito su "Le condizioni di vita dei pensionati" mi fornisce l'occasione sia per la ricchezza della documentazione sia per l'uso maldestro che ne stanno facendo i Sindacati.

Retoricamente in questo articolo mi rivolgerò al Sindacato nel quale ho speso una vita (la UIL) e ai suoi attuali dirigenti. Non che agli altri debbano essere contestate cose diverse... Diciamo che parlare alla UIL è una questione sentimentale!

Dice Barbagallo che "Aumentare le pensioni non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche di efficienza economica". Certo: e anche aumentare tutte le retribuzioni, e diminuire le imposte, e la gratuità dei servizi pubblici, ecc. Purtroppo non basta la volontà politica, ma occorrono le risorse e il versetto della lotta all'evasione fiscale non basta; e comunque occorre prima recuperare l'evasione e solo poi usare le risorse: se no si lavora a debito, come infatti si è sempre fatto!

E' opportuno ribadire un principio: la pensione non è pubblica assistenza, o un risarcimento per avere lavorato: è un'assicurazione sulla vecchiaia che ciascuno si finanzia nella propria vita lavorativa, e sulla quale lo Stato esercita una garanzia. Se uno non paga i contributi, o ne paga pochi, non avrà pensione, o ne avrà poca. In casi del genere interviene lo Stato tramite l'Assistenza, con strumenti quali la Pensione Sociale. Non va dimenticato che la spesa assistenziale previdenziale è a carico della fiscalità generale: quindi la paga chi, dopo aver pagato i contributi per una vita, paga ancora le tasse sulla propria pensione per dare la pensione sociale a chi i contributi non li ha pagati. Detto così sembra un po' ruvido, e in effetti è un po' schematico; però questa è la sostanza, al netto di tutti i discorsi sulla solidarietà ecc. Più del 9% della spesa pensionistica (che equivale al 16,6% del PIL) non è coperta dai contributi dei lavoratori ma dalle tasse pagate dai lavoratori stessi e dai pensionati.

Allora: a chi facciamo pagare questi aumenti delle pensioni? Dai contributi di chi lavora? Dalle tasse che paga chi lavora e di chi si è guadagnato la pensione?

Aggiunge Barbagallo che i pensionati italiani pagano troppe tasse: non è vero. Pagano come tutti i percettori di reddito in Italia. Dice: in Germania si paga meno. Vero, ma in Germania la pensione pubblica è molto inferiore alla nostra (media poco superiore ai 800€ al mese) e tutti se ne fanno una o più integrative a spese loro. Inoltre in Germania i contributi previdenziali sono tassati, mentre da noi sono esenti. Sicuri che sia un regime più favorevole?

Poi c'è la geremiade della svalutazione delle pensioni: peccato che dal 2000 al 2018 le rendite pensionistiche siano aumentate in termini nominali del 70% (perchè negli ultimi 18 anni i lavoratori andati in pensione avevano migliori contribuzioni versate) e le retribuzioni soltanto del 40%. Il che dovrebbe preoccupare un poco un sindacato "del Lavoro". Tanto più nel caso della UIL in cui (per ragioni che conoscono gli addetti ai lavori ma che qui non citeremo) al contrario delle altre due Confederazioni i non sono la maggioranza degli iscritti...

Temo sfugga, al proposito, un altro elemento che non andrebbe dimenticato: la rivendicazione di agganciare le pensioni al costo della vita, oltre a produrre risultati risibili ma ineccepibili come il famoso "aumento del cazzo" di quest'anno, è sbagliata in sé. Poichè nel regime previdenziale a ripartizione le pensioni si pagano coi contributi di chi lavora, l'aggancio dovrebbe essere con l'andamento delle retribuzioni, oppure si rischia uno sbilancio verso l'entrate o verso le uscite, a seconda dell'andamento dell'economia. Difficile da spiegare in assemblea, ma purtroppo duramente reale! Agganciare le pensioni a tutt'e gli indicatori, come pure è stato quando non si negava nulla a nessuno, è realistico quanto sperare che la SPAL (che io peraltro amo molto fin dai tempi di Massei)) vinca lo scudetto...

Ma resta la questione della povertà delle rendite pensionistiche. Anche in questo caso l'ISTAT fa giustizia del "si dice": la media delle pensioni IVS (Invalidità, Vecchiaia, Superstiti) è di 15.000€ annui, 17.634 se consideriamo solo le pensioni di vecchiaia (o anticipate); siccome però il 33% dei pensionati ha più di una sola pensione (tipico il caso delle donne che hanno la propria pensione e la pensione superstiti) la media sale a oltre 20.000 € con una punta di 21.603 € nel caso di pensione di vecchiaia e oltre 18.000 per le pensioni superstiti.

Un altro dato da non trascurare è quello relativo ai redditi netti equivalenti delle famiglie, che tiene conto non soltanto delle entrate da pensione e da lavoro al netto delle imposte, ma anche altre provvidenze, esenzioni e agevolazioni di cui beneficiano principalmente i pensionati, nonché dalla possibilità di sommare rendita pensionistica e reddito da lavoro che tiene conto dell'effetto delle economie di scala e rende direttamente confrontabili i livelli di reddito di famiglie diversamente composte: il reddito medio netto equivalente delle famiglie ove siano presenti pensionati è pari a 20.646 € annui contro i 18.900 delle famiglie dove non siano presenti pensionati.

Si dirà che queste sono medie del pollo. Ovviamente tutte le medie hanno un po' questa caratteristica, appunto perchè sono medie. In questo caso però la caratteristica avicola non stravolge il senso del dato: se torniamo al parametro del reddito netto e trascuriamo l'equivalenza, quindi per esempio il numero dei componenti la famiglia, vediamo che la metà delle famiglie in cui vi sono pensionati ha un reddito superiore a 24.780 € annui. E infatti il "rischio povertà" per queste famiglie è inferiore al 16% contro il 24% delle famiglie senza entrate pensionistiche.

Dopodichè esistono, certamente, i pensionati poveri: il 20% dei percettori di redditi pensionistici (quindi anche sommando pensioni diverse) arriva solo a 7.400 € annui (9.000 al Nord). Il 20% superiore arriva a 13.200. Dunque in termini statistici potremmo dire che il 40% dei pensionati ha redditi pensionistici che li collocano sotto la soglia di povertà. Ma, per andare oltre il dato statistico, quanti di questi redditi pensionistici bassi vanno a sommarsi a redditi da lavoro, e quanti si integrano in un reddito familiare, come visto sopra? Una rilevazione precisa non l'abbiamo, ma si può azzardare un'ipotesi: soltanto il 27,4% dei pensionati vive da solo. Dunque è molto probabile che una buona parte di questi pensionati "poveri" viva in un contesto familiare con altri redditi. Comunque si tratta di pensioni sociali, quindi non coperte da contributi, o di pensioni basse per insufficiente contribuzione. Al netto dei perchè dell'insufficiente contribuzione (discontinuità lavorativa, ma anche lavoro in nero, evasione contributiva, ecc.) è logico sostenere che in queste situazioni debba intervenire l'assistenza, a carico della fiscalità generale. Non si tratta però di aumentare la pensione a queste persone, ma di attribuirgli un sussidio assistenziale (REI, RdC, ecc.). Ma coloro che rientrano nel successivo 60% dei renditi pensionistici, e che statisticamente vanno da 1.000 € al mese in su, e mediamente prendono 20.017 € annui, perchè dovrebbero a ragion veduta rivendicare un aumento delle pensioni? Per le mancate rivalutazioni? Hanno prodotto effetti molto marginali, perchè l'inflazione in questi anni è stata bassissima (infatti non appena la rivalutazione al costo della vita è stata riattivata ha prodotto risultati risibili) e se ha prodotto effetti concreti lo ha fatto, assieme alle trattenute "di solidarietà", per i rendimenti pensionistici più alti, che in effetti sarebbero gli unici a potersi legittimamente lamentare ma, come è chiaro, non sono al centro delle preoccupazioni del Sindacato.

In realtà la rivendicazione di aumento delle pensioni, al netto di quelli che potrebbero essere gli interventi assistenziali a favore dei più deboli, non è fondata su nessun titolo: gli attuali pensionati hanno rendite pensionistiche ancora in toto o in buona parte basata sul sistema retributivo, e quindi le loro rendite non sono commisurate ai contributi versati, e nei casi di maggiore anzianità addirittura li superano. 1539 € per 13 mensilità (media rendita pensionistiche vecchiaia) sono pochi? Certo, ma non troppo distanti dai 1991 dei lavoratori in attività. Poichè, come detto, l'ammontare delle pensioni (non delle prestazioni assistenziali, concetto che il Sindacato richiama continuamente) non si determina per legge ma in funzione dei contributi in entrata, l'unico modo reale e non demagogico di aumentare le prestazioni pensionistiche è quello di aumentare le retribuzioni dei lavoratori in attività, e quindi i contributi versati. Il resto è propaganda!

C'è un'affermazione, abbastanza veritiera, che va in giro: le pensioni dei nonni rappresentano il welfare per i nipoti. E se invece di chiedere di più per i nonni chiedessimo di spendere di più per i giovani?

 

 
 
 

LA MALEDIZIONE DELLA BOLOGNINA

Post n°109 pubblicato il 15 Gennaio 2020 da claudionegro50
 

Quando la storia si ripete da tragedia scade in farsa, e va bene; ma quando continua imperterrita a ripetersi rompe anche un po' le palle!

E', mi sembra, il caso dell'ennesima rigenerazione del maggior Partito della sinistra italiana (la quarta, se non ho contato male) eternamente ondivagante tra fascinazione del compromesso storico e riformismo, tra macerazione nei dubbi del post comunismo e barlumi di coscienza che società e politica sono cambiate.

Peraltro l'ennesimo cambio di pelle, nome copertina è preceduto da presagi inquietanti: l'endorsement di Occhetto è temibile, e anche il presunto nuovo nome, che evoca il deludente esperimento di Prodi - Parisi appunto con la sigla "I Democratici" (e tanto di asinello nel logo): anche lì c'era l'obiettivo di coagulare politici, sindaci, movimenti, ma gli esiti furono assai poco spettacolari: non si raggiunse l'8% alle Europee del 1999! Strano che Zingaretti non se ne sia ricordato, o forse è coraggioso e non teme la sfiga. Però il nome più la benedizione di Occhetto costituiscono davvero un presagio sinistro..!

Ma il punto che mi sembra davvero complicato è dar risposta alla semplice domanda: ma perchè un Partito nuovo (anzi, neanche un Partito, ma una Cosa, per ora: siamo già alla Cosa 3...)? L'ansia di novità si riferisce al nome, al logo, all'immagine? Particolari marginali, ovviamente. In realtà quel che sembra di capire è che ci sia una gran voglia di chiudere con il Partito Democratico come si era concretizzato nelle premesse ideologiche di Veltroni e nella pratica politica di Renzi.

Dalle aspirazioni della Cosa3sembra scomparsa la vocazione maggioritaria a tutto vantaggio di un ritorno all'assetto istituzionale ed elettorale della Prima Repubblica. Si percepisce (e spesso si ascolta esplicitamente) un desiderio di tornare alle vecchie regole per il mercato del lavoro, per la scuola, un forte desiderio di partecipazioni statali e di assistenza, di centralismo amministrativo e fiscale, di tornare a essere il Partito dei PM e del moralismo, in definitiva di riaggregare tutto ciò che si definisce "di sinistra" e anticapitalista.

La recente riapertura del dibattito su Craxi, da cui emerge con sempre maggiore chiarezza che lo scontro con Berlinguer non fu sul terreno della moralità ma su quello del confronto tra un riformismo aperto alle nuove realtà sociali ed economiche e una visione ingessata nella tradizione comunista delle relazioni sociali ed economiche, potrebbe aver avuto l'effetto di accelerare il processo di "ritorno a casa" nei quadri del PD che si identificano più con Berlinguer che con Craxi: significativo in proposito il fatto che Renzi, nel TG Dossier andato in onda qualche giorno fa, abbia riconosciuto a Craxi il merito di aver rotto con la tradizione della sinistra, subalterna culturalmente al PCI, e di aver reintrodotto il riformismo sulla scena politica italiana.

E' noto che Renzi provoca gravi sfoghi cutanei ai dirigenti della "Ditta", e un Renzi craxista sta alla Ditta come l'aglio al vampiro.

Sicchè si torna indietro: alle spalle un futurio glorioso. Si intravede l'immagine paterna ma rigorosa di Cernienko spuntare, come sole dell'avvenire, a sovrastare l'immaginaria tribuna cui è assisa la nomenklatura, del "nuovo" Partito: Zingaretti, ovviamente, ma tutto il vecchio Politburo, nonché i giovani "membri candidati": Speranza, Orlando, Barca, Fassina, ecc. Però la Cosa3 non sarà una conventicola settaria, ma un cantiere aperto a chiunque voglia battersi per la fuoruscita dal capitalismo e con una vocazione internazionale: Landini, Di Battista, Paragone, Cremaschi, Ken Loach, Noam Chomsky, ecc.; e naturalmente per chiunque voglia percorrere la via giudiziaria al socialismo: Davigo, Ingroia, Travaglio, Rosy Bindi, ecc.

Chissà, magari sarà meglio così: se c'è ancora una sinistra pre o anti riformista è giusto e onesto che si manifesti, almeno avremo più chiarezza. Spiace un po' a chi, come me, ha davvero creduto che il disastro della "gioiosa macchina da guerra" potesse essere il crogiolo di un soggetto nuovo, laico, riformatore. Mi aveva illuso D'Alema ai tempi della Presidenza del Consiglio, mi aveva convinto Veltroni nel 2007. Prendo atto: con la nomenklatura che si profila alla guida della Cosa3 e con le loro idee non ho nulla in comune. A sapere che dalla Bolognina si tornava alla Bolognina magari facevo altro...

Auguri e solidarietà umana a chi nel PD deciderà di restare senza condividere la svolta: ai Marcucci, ai Guerino, ai Gori, agli studiosi, economisti, giuslavoristi che sono stati il motore del PD quando rappresentava il Riformismo, e che continuerò ad apprezzare e stimare.

 

 

 
 
 

OK Greta. Ma in Svezia ci torna in barca a vela o in aereo?

Post n°108 pubblicato il 26 Settembre 2019 da claudionegro50

 

Nel nuovo culto di Greta Thundberg vi sono aspetti che trovo francamente fastidiosi, come sempre quando un fenomeno umano mobilita un'empatia di massa, di quelle senza se e senza ma. Del resto anche Giovanna d'Arco ogni tanto faceva girare le palle ai contemporanei. Trovo insopportabile il tono profetico (nel senso dei Profeti Professionisti) con cui Greta scaglia maledizioni e intemerate ai suoi interlocutori diretti e/o agli adulti in genere, a nome di una Gioventù Universale, linda di peccato, redentrice e perchè no vindice: la Crociata dei Fanciulli?

Noto con fastidio che il culto sta generando, come tutti i culti, liturgie di massa: lo sciopero generale degli studenti. In sé niente di male, anzi... Come nota Gramellini sul Corriere, meglio la sensibilità ambientale piuttosto che la giustizia proletaria come ideale di riferimento. Ma lo sciopero internazionale attrae come il miele le mosche, e così i Sindacati di Base si scoprono un'anima ambientalista (ma solo il venerdi, attenzione): mancava da un po' un nobile ideale per il week end strike. Del resto nella sinistra-sinistra (o sedicente tale) l'intercambiabilità dell'antagonismo anticapitalista con l'ambientalismo anticonsumistico è pratica da tempo sperimentata!

Si sta mettendo in moto una cosa enorme, in parte movimento spontaneo e in parte baraccone. Domanda: ma Greta fa tutto da sola o ha dietro qualcuno? Giovanna d'Arco aveva dietro il Signore, qui potrebbe essere anche qualcosa di meno, ma le relazioni internazionali di Greta, i suoi viaggi, i suoi incontri, a meno che sia anche lei Santa, sono opera di qualcuno che sa muoversi. E non ci sarebbe niente di male: lo scopo è legittimo, perfino lodevole, ma allora perchè non dirlo e invece creare un personaggio mitologico? Non c'è chiarezza, non c'è trasparenza. Diciamo che gli strateghi di questo spettacolare sussulto planetario hanno scelto la via dell'emozionalità delle masse (tanti esempi nella storia recente...) piuttosto che quella della divulgazione scientifica per convincere il pubblico.

Un'idea geniale per battere i negazionisti alla Trump? Se è così non è trovata male: Greta è molto più simpatica di Trump, e può avere molto più consenso di lui sul piano dell'emotività collettiva.

Ma la dottrina che propone la Chiesa di Greta è potabile?

Secondo me nei suoi fondamentali sì: esiste un problema oggettivo di riscaldamento del pianeta; è vero che è sempre esistito il ciclo di riscaldamento-congelamento del pianeta, e non ci si può fare nulla. Se però le emissioni di CO2 affrettano il riscaldamento rispetto al suo ciclo naturale forse sarebbe opportuno limitarle e guadagnare qualche millennio di tempo (ma senza isterismi: la temperatura dal neolitico al medio evo è stata più alta di oggi, permettendo di fatto l'evoluzione dell'umanità). Del resto l'umanità si sta rivelando estremamente sensibile ad emergenze ambientali che può facilmente verificare e su cui può concretamente intervenire ciascuno, come quello della dispersione della plastica. Le cose quindi possono essere fatte, con l'inevitabile gradualità: la mobilità elettrica, le energie rinnovabili, le infrastrutture ecocompatibili.

Ma nella dottrina della Chiesa di Greta sono implicite indicazioni che vengono esplicitate da seguaci ed imitatori (le più note sono ragazze del Nord-Europa) e che mettono in chiaro che per salvare il pianeta le priorità sono fermare gli aerei e/o le auto, smetterla di mangiare carne bovina, non produrre energia elettrica da fonti fossili. Curioso che i giovani delle generazioni scorse si siano battuti perchè anche i poveracci potessero avere l'automobile, mangiare bistecche, avere il riscaldamento d'inverno e l'aria condizionata d'estate, avere tutti i benefici che l'energia elettrica porta in casa, e perchè le distanze tra i diversi paesi del pianeta si riducessero grazie al trasporto aereo. Si pensava che fosse questione di giustizia e abbattimento degli steccati!

Il "villaggio globale" in effetti offre condizioni di crescente uguaglianza delle condizioni di vita, comunione di merci, persone e idee. Io non credo che l'indignazione di Greta e di altri giovani ( al netto di quelli che come ai miei tempi non gliene fregava niente del Vietnam ma trovavano trendy ribellarsi) possa convincere molta gente a quelle rinunce, men che meno quelli che sono appena riusciti ad arrivare a stili di vita decenti. Non mi vedo proprio i cinesi azzerare la loro economia fondata sull'energia da fonti fossili. Tutt'al più gli Indiani potrebbero rinunciare alle bistecche...

Se si pone al mondo l'alternativa tra tornare alle condizioni di vita dell'800 o condannare il pianeta, temo che il pianeta sarebbe scelto da pochi. Alla fine saranno affari dei loro pronipoti..! Figuriamoci in Italia, dove non si riesce a convincere la gente che anticipare la pensione significa caricare un debito ai propri figli!

Sarebbe un peccato che le denunce di Greta, che sono sostanzialmente giuste, finissero nella pattumiera della Storia a causa atteggiamenti talebani nell'affrontare il problema (ricordate la "Decrescita Felice" popolare prima che la crisi facesse toccare con mano cos'è realmente la decrescita?).

La scienza e la tecnologia sono lo strumento che oggi ci consente di affrontare efficacemente il problema del riscaldamento e dell'inquinamento; non ne sono la causa, come sospetta una vasta opinione pubblica ostile ad ogni innovazione, dagli OGM al gas scisto ecc.

O si decide di scegliere la scienza, che implica gradualità ed esclude isterismi e sceneggiate, oppure si sceglie di predicare il ritorno ad una vita pre-moderna. In questo secondo caso il gioco lo guideranno quelli cui del pianeta non gliene frega proprio niente, ma solo dei propri profitti immediati. E Greta dovrà prendere atto di aver sbagliato a prendersela con piglio profetico con un intero mondo, con un'intera generazione, anziché cercare di stimolare consenso attorno a ciò che si può fare a a chi lo può fare. Direte: ma Greta è una bambina. Vero. Riconosciamole il merito di aver convinto (molti) giovani che il pianeta sarà un problema reale nel loro futuro, e dovranno occuparsene come una delle condizioni di vita principale. Evitiamole il Culto!

A proposito: ma Greta in Svezia dall'America ci torna in barca a vela o in aereo?

 

 

 

 
 
 

Crisi di governo: magari la Troika non sarebbe così male...

Post n°107 pubblicato il 17 Agosto 2019 da claudionegro50
 

 

E' evidente che la crisi di governo determinata dal dilettantismo dei M5S e dal delirio di onnipotenza di Salvini non può risolversi che in due modi: o si torna a votare o si trova un'altra maggioranza nell'attuale Parlamento, che per ragioni aritmetiche non può che coinvolgere PD e M5S. Come dire che al Paese è rimasta la scelta dell'albero cui essere impiccato...

Tuttavia, quanto meno per istinto di conservazione, vale la pena di esaminare cosa implica nel merito ciascuna delle due ipotesi.


Se si vota subito gli effetti principali verosimilmente saranno che Salvini avrà un sacco di seggi, il centro destra la maggioranza assoluta, e sarà governato da Salvini. Il gruppo parlamentare PD verrà derenzianizzato

Salvini avrà i numeri per fare la Flat Tax e una finanziaria in deficit, e andare allo scontro con la Commissione UE, aprendosi gli spazi di manovra per operare le scelte che riterrà opportune: uscire dall'Euro, forse anche dall'Unione, cambiare le alleanze internazionali dell'Italia, eleggere Lorenzo Fontana Presidente della Repubblica, ecc.

Le prospettive non meritano commenti, e comunque sono solo (verosimili) previsioni. Quello che è certo è la finanziaria in deficit, le cui conseguenze sono già scritte: o aumenta l'IVA, senza che peraltro ci sia un reale calo della tassazione diretta (la flat tax è una bufala), e allora è recessione; oppure l'UE interviene per eccesso di deficit e allora ci becchiamo la troika.


L'alternativa è un governo sostenuto da una maggioranza diversa, e in questo caso è inevitabile che ne facciano parte PD e M5S. Ma in questo caso deve essere chiaro che l'obiettivo primario (magari l'unico...) deve essere fare nei tempi previsti un DEF compatibile con i parametri europei quanto meno per quanto riguarda il deficit. Il che significa in primo luogo reperire le risorse per evitare l'aumento dell'IVA, magari spalmandole su più di un esercizio con il consenso della Commissione UE, che potrebbe essere più ben disposta verso un governo europeista che verso la truculenta rissosità di Salvini. In secondo luogo mettere fine alla sbornia assistenzial-statalista di un anno di governo giallo-verde, sia per dare al mondo il segnale concreto di un'inversione di tendenza, e anche per risparmiare per il 2020 e i successivi esercizi risorse che altrimenti andrebbero a finanziare Reddito di Cittadinanza, quota 100 e amenità simili.

Ora, la domanda inevitabile è: ma è possibile fare cose del genere insieme ai 5S? E' possibile fargli fare marcia indietro rispetto alla stallo in cui si sono cacciati per l'ILVA? Fargli rinunciare alla nazionalizzazione di Alitalia? Fargli rimuovere i NO alle grandi opere? Fargli accettare la sostanziale neutralizzazione (magari tramite una totale riscrittura, per consentire di salvare la faccia) del Reddito di Cittadinanza e del Decreto Dignità, nonché il rinnovo totale della governance di ANPAL? Perchè se tutto ciò non è possibile, o se deve essere negoziato in cambio di altre spese "sociali", l'obiettivo di un DEF di risanamento viene meno, e con lui la ragione di esistenza di un governo sostenuto da PD e M5S. O magari la ragione di scambio può essere l'assenso ad una misura tutta d'immagine, senza conseguenze sull'economia e sul lavoro, come il "taglio dei parlamentari"? Un'inutile demagogia, cui si potrebbe anche consentire, se fosse il prezzo da pagare per un DEF fatto bene; ma siamo sicuri che i parlamentari-guerriglieri dei 5S sarebbero disposti a votare una legge che, ben che vada, alle prossime elezioni lascerà fuori dalle Camere il 30% di loro?


Noto però che nel dibattito di questi giorni solo di questo si parla: scegliere un iter che permetta a questa maggioranza ( o a un'altra, promette il PD) di portare a casa la Legge Costituzionale per la riduzione del numero dei Parlamentari. A parte il fatto che non capisco perchè il PD dovrebbe dare una mano sul terreno della riforma costituzionale a chi ha affossato la ben più significativa riforma di Renzi, capirei lo scambio DEF contro taglio dei Parlamentari. Ma sono preoccupato del fatto che questa stia diventando la condizione decisiva per fare o non fare un nuovo governo: dire che i problemi dell'economia sono lasciati sullo sfondo è un eufemismo. Persino nel PD..!

E' perchè la politique politicienne affascina di più gli attori politici (antica tradizione italica)? O perchè nel PD non è ben chiaro il discrimine politico rispetto alla "ideologia" dei 5S in materia di politica economica? Nelle viscere del PD vive in ottima salute un approccio alla politica economica piuttosto affine a quello dei 5S: spesa pubblica, più stato, vincoli al mercato, assistenza pubblica, ossequio ai desiderata della CGIL in materia di lavoro, delega alla magistratura in funzione moralizzatrice. Approccio che è esplicito in quella nanogalassia che vegeta a sinistra del PD, e il cui ritorno a casa dovrebbe essere uno degli effetti collaterali dell'operazione PD-M5S.

Magari esagero, ma se non sono chiari i presupposti su cui si fonda un governo col M5S rischiamo l'ennesima marginalizzazione del riformismo all'interno di una sinistra italiana felicemente riunificata nell'abbraccio con la forza più anti impresa, più anti modernità, più anti scienza, più filo decrescita, più giustizialista del panorama politico. L'argomentazione che in fondo con i 5S ci sono radici culturali comuni dice molto dei problemi della sinistra...


Direte: e allora che facciamo?

C'è una terza soluzione, nella quale non oso sperare: che Mattarella ricordi le esperienze di Ciampi, Dini, Monti, e scelga autonomamente un premier indipendente che guidi un governo di ministri competenti e indipendenti. Però mi sembra difficile che un simile Governo possa avere la fiducia delle Camere ( a meno che qualcuno attendibile e prestigioso sia capace di terrorizzare i 5S garantendo che o è così o si va a votare...).


Ma forse, pensandoci bene, la Troika non sarebbe così male..!

 

 

 
 
 

Sindacati e Confindustria: no art.39 no salario minimo sì validità universale contratti. L'immaginazione al potere?

Post n°106 pubblicato il 17 Giugno 2019 da claudionegro50
 

Ho ascoltato, durante un dibattito, un'argmentazione contro l'istituzione del salario minimo di legge da parte del Segretario Generale in pectore della UIL, Bombardieri che il giorno dopo ho trovato autorevolmente ribadita sul Corriere da parte del Vicepresidente di Confindustria Stirpe, che mi ha lasciato alquanto perplesso; è riassumibile così: l'ipotesi dei 9 € come retribuzione oraria comprende i ratei di ferie, TFR e tredicesima? Domanda ovviamente retorica: la risposta è no.

Vedo due obiezioni di metodo a questo ragionamento talmente evidenti che stupisce che due primari protagonisti delle Relazioni Industriali non li abbiano previsti ed evitati.

Innanzitutto le ipotesi di salario minimo non sono obbligatoriamente legate ad un parametro orario: può benissimo essere un minimo mensile, e dal mensile all'orario si passa con una semplice operazione aritmetica utilizzando il parametro delle ore mensili di lavoro, fissate convenzionalmente da ogni CCNL ed utilizzato comunemente per fare i conti del dovuto ( o del trattenuto) in busta paga.

In secondo luogo nemmeno i minimi tabellari contrattuali che il salario minimo prevederebbe di stabilire ope legis, comprendono ratei di ferie, di TFR, di tredicesima, di trattamento integrativo di malattia, di eventuale quattordicesima, di eventuale EdR, e di altre voci che sono, per l'appunto, aggiuntive ai trattamenti minimi. Molte di queste voci sono poi normate per legge (TFR, trattamenti minimi di ferie, Tredicesima) e non derivano da contrattazione collettiva, se non per eventuali miglioramenti ad integrazione.

I 9 €, o se volete valorizzarli come retribuzione mensile, 1584 € (parliamo sempre di lordo) fissati per legge o per contratto non cambiano questa realtà.

Il timore, ben esposto da Stirpe, è che le imprese possano limitarsi ad applicare il salario minimo e buttare alle ortiche tutto il resto. Ma questo è impossibile in forza di legge per quanto concerne appunto voci normate per legge quali tredicesima, TFR, trattamento di malattia, tutele della lavoratrice madre, cause di licenziamento illegittimo, ecc.

Se però un'azienda poniamo metalmeccanica non iscritta Federmeccanica volesse oggi, in assenza di salario minimo legale, non applicare il CCNL di Categoria potrebbe benissimo farlo: le basterebbe rispettare i minimi tabellari stabiliti dal CCNL e, ovviamente, tutti i trattamenti di legge. L'unico obbligo che le corre è infatti quello definito dall'art.36 della Costituzione (Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa); la retribuzione in questione è per consuetudine e giurisprudenza identificato col salario definito dal CCNL di riferimento.

Il punto è che a legislazione vigente la contrattazione collettiva non ha valore vincolante erga omnes né esistono scorciatoie legali per renderla tale: la legge Vigorelli del 1958 che appunto conferiva validità erga omnes ai CCNL tramite il loro recepimento in DLgs fu dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema nel 1962 perchè in conflitto con l'art.39 della Costituzione, il quale prevede che l'associazione sindacale sia libera (nessun monopolio od oligopolio, quindi) con l'unico vincolo della "registrazione" e che siano vincolanti erga omnes i Contratti sottoscritti dalle sigle (ovviamente tra quelle registrate) che rappresentino la maggioranza dei lavoratori interessati.

Attuare tale disposizione costituzionale richiede dunque due adempimenti: misurare l'effettiva rappresentatività di ogni organizzazione, cosa complessa ma non impossibile, e peraltro già praticata nella pubblica amministrazione, e in secondo luogo procedere alla registrazione di ogni organizzazione; cosa questa che, conferendo personalità giuridica al sindacato con relativi diritti, obblighi, doveri e responsabilità legali, crea più di una ostilità.

D'altra parte o si attua l'art.39 nella sua interezza o lo si cambia con una legge di riforma costituzionale (con problemi annessi e connessi che conosciamo bene).

In assenza di ciò nessun contratto avrà mai valore erga omnes, ma soltanto per i soggetti che lo hanno sottoscritto (il che spiega perchè nella Pubblica Amministrazione il problema non si ponga, grazie all'unicità della parte datoriale), e i contratti "pirata" potranno essere soltanto oggetto di corrucciata denuncia.

In questo quadro forse è meglio che una Legge stabilisca un minimo sotto il quale nessuna retribuzione può scendere, magari differenziandolo per territorio e/o comparto economico. Se invece si vuole l'obbligatorietà del CCNL nella sua interezza, non resta che la strettoia dell'art.39. Il resto è propaganda.

 

 
 
 

Occupazione? Per i populisti è meglio il "voto" di povertà!

Post n°105 pubblicato il 23 Aprile 2019 da claudionegro50
 

Sul Corriere del 18 aprile Antonio Polito picchia duro su quelle che, secondo lui, sono le inadeguatezze e gli errori della sinistra nella gestione della crisi del welfare: avere "dimenticato il disagio sociale", avere ritenuto che "alla povertà doveva pensarci il lavoro", " che il problema sociale si potesse risolvere con l'istruzione" e di avere agito solo in difesa dei "garantiti con un lavoro e un reddito, come i destinatari degli 80 € di Renzi". Avere ignorato i "perdenti della nuova competizione sociale" che "il populismo ha raccolto dietro le sue bandiere".

La tesi di Polito è che il welfare consista nello stendere "una rete sotto la quale nessun cittadino può cadere".


Si tratta di un punto di vista, peraltro piuttosto distante dalle posizioni che esprimeva Il Riformista quando Polito ne era direttore, che vorrei contestare nel merito, non per far polemica con Polito, del quale ho sempre avuto grande stima, ma perchè la sua posizione è emblematica di una tendenza autoflagellatoria che si va manifestando nella sinistra riformista.


Innanzitutto credo che vada ampiamente ridimensionata la vulgata dei "perdenti... i forgotten men" i poveri che costituirebbero l'esercito dei populisti: nella stessa pagina del giornale l'articolo di Di Vico mostra che le cifre comunemente accettate vanno riviste alla prova dei fatti: 1 milione 650.000 le persone già individuate come destinatarie del Reddito di Cittadinanza, cui si possono aggiungere 206.000 nuovi destinatari delle nuove domande prenotate ma ancora non lavorate (75% di 100.000 domande moltiplicato 2,65 individui per famiglia)) e, per precisione statistica, circa 80.000 immigrati residenti da meno di 10 anni e quindi non aventi diritto. Totale 1.936.000, assai lontani dai 5.058.000 stimati dall'ISTAT e sui quali sono sempre stati fatti tutti i conti e le valutazioni. Anche pensando che la cifra possa ulteriormente crescere per varie ragioni difficilmente potrà essere raggiunta la metà dei poveri "attesi". Chi ha decretato il successo del M5S alle elezioni del 2018 non sono questi "dimenticati": anche se tutti in blocco avessero votato M5S non avrebbero rappresentato neppure il 25% degli oltre 10 milioni di voti riportati dal partito. La leggenda dei forgotten come base dei populisti non funziona..!

A meno di introdurre una categoria nuova: quella del forgotten percepito, ossia chi pur non rientrando nei criteri per definire la povertà assoluta povero si sente. Naturalmente il sentiment è un indicatore serio e da non sottovalutare, ma va ricondotto a qualche riscontro oggettivo se dobbiamo tenerne conto nel definire politiche di protezione sociale. Ora, le soglie utilizzate dall'ISTAT per definire lo stato di povertà assoluta non sono irragionevolmente basse: ad esempio, è considerata povera una famiglia composta da due adulti e due minori che viva in una grande città del Nord e che non riesca a spendere 1.746,82 € al mese, o una famiglia composta da 5 adulti che non sia in grado di spendere 1.466,77 € al mese in un piccolo centro del Sud.

Sulla base di queste soglie la stima di 5 milioni di poveri è verosimile: tuttavia questi 5 milioni quando veniamo al dunque non saltano fuori!


Come dice Di Vico, forse Il RdC avrà come utile effetto collaterale quello di renderci una statistica vera della povertà in Italia! Ma è opportuno azzardare qualche ipotesi circa i motivi per cui, con ogni evidenza, i dati reali tendono a divergere da quelli stimati. Credo che la ragione sia simile a quella per cui i dati comunemente diffusi sull'ammontare delle rendite pensionistiche mostrano un panorama desolato di anziani alla fame, ma trascurano di dire che ogni pensionato reale è percettore mediamente di 1,5 rendite pensionistiche, il che cambia sostanzialmente il panorama. Analogamente una percentuale difficile da precisare, ma che probabilmente può aggirarsi attorno al 50% sulla base dei risultati sopra esaminati del RdC, dei teorici poveri è destinatario di un mix di interventi/sussidi a carico dei Comuni, delle Regioni o di altre provvidenze con svariate motivazioni (famiglie numerose, sostegno allo studio, maternità, aiuto disabili, aiuto affitto, ecc.) che alla fine determinano un reddito reale che le porta fuori dalla condizione di povertà statisticamente definita e dai requisiti previsti per il RdC. Non certamente ad una condizione di benessere, ma questa ben difficilmente può, nella realtà dell'Occidente del terzo millennio, essere garantita dal Welfare.


E qui entra il discorso sul lavoro: non aveva torto la sinistra, a dire che è l'unico rimedio reale alla povertà. Il 26,7% (dati ISTAT 2017) dei poveri sono disoccupati in cerca di lavoro, l'11,9% sono disoccupati non attivi, solo il 4% sono pensionati. Soltanto il 6% degli occupati rientra nella fascia dei poveri (il che implica comunque aprire una riflessione sui working poors). Inoltre: i dati ci dimostrano che effettivamente esiste un rapporto inverso tra istruzione e povertà. ISTAT ci dice che le famiglie in cui la persona di riferimento ha soltanto la licenza elementare cadono in condizioni di povertà nel 10.7% dei casi, e se ha la licenza media nel 9,6%. Se ha un titolo di studio superiore la percentuale di povertà precipita al 3,6%.. Occupazione e istruzione (in quanto funzionale all'occupazione) sono effettivamente le assicurazioni più certe contro la povertà. E allora il problema principale che dovremmo porci, prima ancora della rete di sicurezza è quello dell'istruzione - formazione e delle politiche di servizio al lavoro.


Infine: Renzi avrebbe privilegiato con gli 80 € i "garantiti". In realtà si tratta di un'operazione diversa, dal segno non assistenziale: tagliare il cuneo fiscale-contributivo significa aumentare le retribuzioni nette e quindi ridurre il costo del lavoro. Un provvedimento sul versante della produttività e non del welfare, ancora insufficiente ma orientato nella direzione da sempre invocata da Sindacati e Imprenditori per far crescere occupazione e competitività.


Dal ragionamento di Polito pare uscire una visione del welfare come soluzione alternativa per chi non lavora, il che sarebbe del tutto condivisibile se si tratti di un sussidio temporaneo legato ad un percorso di inserimento lavorativo (come è in tutta Europa) salvo casi eccezionali di persone non in grado di lavorare per patologie o età (che però di solito sono assistite con rendite ad hoc), ma non se crea una condizione in cui, di fatto, si possa scegliere tra sussidio e lavoro. Il che è esattamente ciò che produrrà il Reddito di Cittadinanza; ma ciò non infastidisce Polito, che anzi sottoscrive l'opinione del Prof. Tridico: "sottrarre le persone alla povertà conta di più che avviarle al lavoro". Ma questa interpretazione ha molto poco a che fare con la "rete di sicurezza".

Ma torniamo alla questione di fondo: quanti sono i poveri "veri" in Italia? Quanti sono i disoccupati anche non poveri? Qual'è la priorità di un'agenda di governo che pensi al futuro e non alle prossime elezioni? L'assistenza (pochi, maledetti e subito!) o l'occupazione? Ovvio che l'uno non esclude l'altra, ma dove va messo l'accento? Questa, e va resa esplicita e valorizzata, è la distanza che corre tra il welfare di una sinistra riformista e l'assistenzialismo populista.

 

 

 

 
 
 

Clamoroso: il Prof. Tridico ha scoperto la formula per creare occupazione...

Post n°104 pubblicato il 12 Aprile 2019 da claudionegro50
 

 

Più che un governo giallo - verde un governo vintage: traspare sempre dalle dichiarazioni e dai progetti uno struggimento per ciò che è stato, il vagheggiamento di riportarlo in vita, l'attrazione per un orizzonte che sta alle spalle, la malia della decrescita felice. Tornare indietro nel tempo pare essere il rimedio ad un futuro sconosciuto (ovviamente) e quindi terrificante.

Ora è il turno di Tridico, consigliere economico di Di Maio, autore materiale del dispositivo di Reddito di Cittadinanza, e per tali meriti elevato alla Presidenza dell'INPS, di riscoprire con gioioso appagamento la ricetta, in cerca della quale avrà trascorso settimane e mesi in obliate biblioteche tra polverosi incunaboli, per creare occupazione, alla faccia del Jobs Act e della recessione; e tutto ciò, come sempre per le idee geniali, è riconducibile ad un titolo semplicissimo ed efficacissimo: LAVORARE MENO PER LAVORARE TUTTI. Era uno slogan degli anni' '70, la cui popolarità è durata solo il tempo di constatarne l'impraticabilità. Ma vediamo nel dettaglio i contenuti dell'uscita antiquaria di Tridico:

"Non ci sono riduzioni di orario da 50 anni e invece andrebbe fatta". Non è vero: i CCNL hanno ridotto l'orario contrattuale di lavoro molte volte negli ultimi 50 anni; ma anche l'orario legale è stato fissato per l'ultima volta nel 2003, compresa la possibilità di utilizzare meccanismi come la "Banca delle Ore invocata da Tridico per compensare riposi e straordinari.

Il primo passo sarà la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario per aumentare l'occupazione e incentivare la riorganizzazione produttiva delle imprese". Ma per quale mai ragione un'impresa, avendo dipendenti che lavorano meno ore, dovrebbe assumere nuovi lavoratori anziché chiedere a quelli in forza di fare un po' di straordinari (con reciproca soddisfazione...). Inoltre: si pensa davvero che, soprattutto in una fase di recessione, aumentare il costo del lavoro per ora lavorata, sia una ricetta espansiva?

"Le politiche per l'occupazione dovranno anche tener conto dell'avanzare della robotizzazione che mette a rischio i posti di lavoro". A parte il fatto che industry 4.0 se deve aspettare le politiche micragnose del governo produrrà effetti importanti solo al rallenty, la rivoluzione digitale distruggerà posti di lavoro ma ne creerà di nuovi, come è sempre accaduto in tutte le precedenti rivoluzioni industriali. La documentazione e gli studi in proposito abbondano: peccato non leggerli..! In realtà la riduzione di orario ha avuto (e ha ancora) un'efficacia soltanto difensiva, quando si tratti salvare posti di lavoro per un periodo determinato, e si realizza attraverso i contratti di solidarietà, la Cassa Integrazione, e spesso tramite il part time (volontario o no).

"Gli incrementi di produttività vanno distribuiti o con salario o con un aumento del tempo libero. Con questa riduzione aumenterebbe l'occupazione". Peccato però che la produttività del lavoro dal 1995 al 2017 sia cresciuta mediamente solo dello 0,4% annuo, contro una media europea quattro volte più alta. Soltanto nel 2017 abbiamo avuto una lieve crescita, pari allo 0,8%, ma la distanza con le principali economie europee resta enorme, e non migliora se prendiamo in considerazione la Produttività Totale dei Fattori. Il punto è che le pessime performance della produttività sono dovute ad una bassa quota di investimenti in innovazione digitale (cosa che al governo sembra importare molto meno che mandare la gente in pensione anticipata e distribuire sussidi) nonché al fatto che aumenta il numero degli occupati ma diminuiscono le ore lavorate pro capite: ossia esattamente l'obiettivo che Tridico si propone di raggiungere, e che tra l'altro è all'origine delle basse retribuzioni di cui beneficia il Paese!

Del resto la sinistra francese rimase vittima dello stesso abbaglio: al suo primo mandato Mitterrand impose per legge la riduzione di orario, ma dopo qualche tempo ci si accorse che il provvedimento non aveva creato occupazione, ma tempo libero, cosa piacevole (almeno per chi ha i soldi per goderselo...) ma ininfluente ai fini della crescita economica. Un altro piccolo esempio l'abbiamo in casa: si tratta dei Contratti di Solidarietà "Espansivi", quelli cioè in cui i lavoratori accettano di ridurre le ore lavorate, avendone un parziale risarcimento dall'INPS; in cambio di nuove assunzioni. Questo strumento è stato pochissimo utilizzato, e ha quindi avuto un impatto trascurabile sull'occupazione.

La verità è che l'occupazione non aumenta per decreto, ma con politiche ben note, che però comportano una dislocazione delle risorse molto lontana dalla scala di priorità cui, evidentemente, fa riferimento Tridico. Si tratta di intervenire sul cuneo fiscale-contributivo che grava sul lavoro (vedi i recentissimi dati dell'OCSE in merito). Di investire e agevolare gli investimenti privati in infrastrutture e soprattutto in innovazione tecnologica. Di intervenire pesantemente sull'istruzione-formazione e sui servizi al lavoro: c'è un mismatch importante tra domanda e offerta di lavoro, della quale parleremo più approfonditamente in altra occasione. Il sistema Excelsior di Unioncamere segnala un disallineamento che nel 2018 ha riguardato il 26% degli oltre 4,5 milioni di contratti di lavoro che il sistema produttivo aveva intenzione di stipulare, 5 punti percentuali in più del 2017.

Se invece si pensa di creare occupazione mandando in pensione chi lavora o pagando chi non lavora si dimostra incompetenza o interesse esclusivo e cinico ai prossimi risultati elettorali. Ma, perbacco, con la benedizione Accademica..!

 

 
 
 

Il Paese è Maduro per l'economia populista?

Post n°103 pubblicato il 15 Febbraio 2019 da claudionegro50
 

 

Capire come ha fatto il Venezuela a ridursi così (e molto prima l'Argentina) può aiutare a capire perchè l'Italia giallo-verde rischia di fare la stessa fine.

Alla base di tutto c'è una percezione "predatoria" delle relazioni economiche, che non è cosa rara o degenerata, ma soltanto primitiva. La Storia, delle piccole comunità come dei grandi imperi, si è basata da sempre, e fino a non molto tempo fa, sull'accumulo di ricchezza tramite la conquista violenta delle risorse altrui: risorse naturali, preziosi, territorio, forza lavoro, imposte, ecc. sono state le basi materiali della prosperità dell'Impero Romano e degli Imperi Coloniali Spagnolo e Britannico, e così via.

La creazione di valore aggiunto è stata confinata per millenni al commercio, che creava certamente ricchezza marginale ma non poteva competere con l'ordine di grandezze garantito dalla conquista predatoria e svolgeva una funzione sostanzialmente ancillare.

E' con la rivoluzione industriale che la ricchezza comincia a venire prodotta, e non più predata, in larga scala. E la conquista militare diventa caso mai ancillare alla produzione di ricchezza.

Ormai la ricchezza di un Paese dipende dalla capacità di creare valore aggiunto, e quindi dalla ricerca, la diffusione di nuove tecnologia, la conoscenza, la produttività. Se volete, possiamo discutere le numerose varianti a questa direttrice storica, ma non è qui il momento.


Però la accettazione consapevole di questo stato di cose deve contendere con una tradizione infinitamente più antica e radicata nella cultura popolare, appunto quella "predatoria". Arcaica capace però di declinarsi in termini moderni: basti pensare alla vulgata semplificata della lotta di classe, basata sull'idea di espropriare il patrimonio alla borghesia (non già i mezzi di produzione), o ai miti delle nazionalizzazioni finalizzate a sequestrare i profitti al capitale per trasferirli al popolo.

Effettivamente si tratta di un approccio di molto più immediata comprensione, oltrechè radicato nella tradizione tramandata da generazioni, soprattutto in popolazioni scarsamente coinvolte dall'industrializzazione o emarginate sul piano educativo (l'Italia è nell'invidiabile condizione di presentare entrambe le caratteristiche...)


Un primitivismo culturale, come notava Galli della Loggia sul Corsera, che riconduce la politica economica del populismo all'idea predatoria: prendiamo la ricchezza dai ricchi, dalle imprese, dallo Stato, e diamola al popolo! Il pericolo vero del populismo non è in una dottrina economica, ma in una mentalità primitiva, che dà per acquisita l'esistenza della ricchezza e si propone soltanto di redistribuirla. In Venezuela è stato così: l'Ente Petrolifero ha distribuito benzina gratis al popolo e utilizzato i profitti per spesa assistenziale, investimenti zero, tanto il petrolio c'è..! Le imprese della filiera sono state nazionalizzate, e gli utili redistribuiti in sussidi. Le aziende private sono state costrette all'imponibile di mano d'opera e a pagare salari individuati dalla politica e non dai bilanci. Allo stesso modo sono stati calmierati i prezzi delle merci (era già andata male al povero Diocleziano nel IV secolo) per tutelare la domanda a spese dell'offerta. Il diritto al reddito, al consumo, ai servizi è stato elevato a valore primo, imprescindibile e indipendente, garantito dal potere politico che risponde direttamente ai bisogni del popolo.


Questo è il nocciolo culturale del populismo: la creazione di ricchezza è ritenuta attività sostanzialmente antisociale (diffidare dell'impresa..!) che può essere riscattata solo quando questa ricchezza è distribuita tra gli aventi bisogno (che naturalmente sono tali perchè il sistema centrato sull'impresa li depaupera). In questa visione del mondo qualunque ribellismo è bene accetto: l'assalto alle elites riproduce ciò che nei secoli scorsi era la jaquerie, con la conquista e il rogo del castello, e oggi è rappresentato dalle esibizioni dei Gilets Gialli. E ovviamente in questo contesto hanno l'assoluta precedenza i bisogni minimi, i più direttamente sentiti dalla gente comune (e la cui soddisfazione crea peraltro ottimi crediti elettorali con spese limitate). E' così che si decide di mettere i soldi sui treni pendolari anziché sull'Alta Velocità, sulle tangenziali di paese anziché sulle grandi infrastrutture, sui sussidi anziché sugli investimenti, sulle Casse Integrazione anziché su Industria 4.0, e così' via, ponendo le opzioni in alternativa: i grandi investimenti sono indiziati di arricchire gli speculatori, mentre i piccoli (minimi) investimenti e meglio ancora la spesa corrente sono nell'interesse della gente comune... La stessa Verifica costi - benefici per la Torino Lione, al di là delle amenità metodologiche e contabili, indica chiaramente che alla crescita generata dal capitale fisso si preferisce convertire le risorse in liquidità destinabile a consumi o a piccoli interventi che vengano incontro alle richieste locali.

Una visione pauperistica, in cui l'investimento è accusato di sottrarre risorse al consumo del popolo, e va di conseguenza compresso, perchè la priorità è assicurare hic et nunc capacità di spesa ai poveri. Sulla reale natura di questi poveri varrà la pena soffermarsi in altra occasione. Ma l'orientamento è chiaro: le risorse esistenti devono finanziare il consumo.

Non stupisce quindi che di tanto in tanto il governo accarezzi l'ipotesi di requisire l'oro e le riserve valutarie di Bankitalia: al pensiero populista convertire il patrimonio in spesa corrente pare in linea con l'idea di saccheggiare la ricchezza per darla al popolo. Qualcuno gli ha detto che non si può, ma la tentazione è ben radicata e l'ignoranza delle regole la rafforza.


Siccome le regole costringono queste aspirazioni in lacci soffocanti , il populismo pensa magari non di cambiare le regole (troppo complicato...) ma di cambiare gli arbitri: in Venezuela hanno nominato militari (ovviamente senza nessun'altra competenza che quella di obbedire alle disposizioni del governo) nei posti più delicati dell'Amministrazione e dell'Economia. Tentazione forte anche per i populisti nostrani: non disponendo di militari si possono piazzare amici alle Autorità Indipendenti, a partire da Bankitalia e Consob.


Se ci fosse ancora qualche dubbio sull'appeal che esercita la ricetta venezuelana sui nostri sovranisti basti ricordare il patetico, solitario rifiuto dei leader 5S a prender posizione contro Maduro. Il segnale è chiaro: ha ragione lui! Così possiamo vedere più chiaramente cosa ci aspetta se non verranno cacciati via. Del resto sembrava impossibile che Paesi ricchi e in crescita come Argentina e Venezuela potessero ridursi alla miseria. Vogliamo provarci anche noi?

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Non sempre i pagliacci fanno ridere...

Post n°102 pubblicato il 23 Gennaio 2019 da claudionegro50
 


I danni economici già realizzati e venturi del governo giallo verde sono noti. E va bè'. Ma c'è un danno forse superiore, anche se difficilmente quantificabile in numeri, che si sta scaricando sulle spalle del Paese: l'immagine dell'Italia, inevitabilmente filtrata attraverso quella del suo gruppo dirigente (democraticamente eletto) sta mutando rapidamente e sensibilmente.


Proviamo a mettere in fila: Salvini attacca il Fondo Monetario Internazionale (inutile e dannoso) che segnala come il nostro debito sia una mina vagante per l'economia mondiale; prima ancora c'è l'attacco a Bankitalia perchè segnala i rischi di recessione ("sorvegliasse le Banche": mostrando così quanto sappia il ministro di ruoli istituzionali...); prima ancora Di Maio aveva sparato sulla Banca Europea, accusando Draghi di non tutelare gli interessi italiani (...).


Di Maio parte all'attacco della Francia: siamo con i Gilets Gialli! Non contento tenta lo scoop del Franco CFA: lo stampano in Francia e incatena alla schiavitù le ex colonie francesi, causando la fuga della gente verso l'Europa. Non è vero: il Franco CFA garantisce la stabilità dei cambi e il libero scambio, ma Di Maio tradisce la sua avversione anti-euro denunciando l'impossibilità di quei Paesi di operare svalutazioni; inoltre: la grandissima maggioranza di immigrati verso l'Europa è dal Bangla Desh, dall'Eritrea, dalla Somalia, niente a che fare con l'area CFA!

Ma, aggiunge il Di Maio, la Francia sfrutta indecentemente le ex colonie africane: dietro a questa affermazione l'unico riscontro è la sinistra somiglianza con la propaganda fascista dei tempi di guerra circa la Gran Bretagna sanguisuga della ricchezza del pianeta (ricordate le vignette con Churchill vampiro?).

Conclusione: sanzioni alla Francia..! E chi dovrebbe stabilirle? L'Unione Europea? La Nato? La Casaleggio Associati?


Ma interviene Salvini a smorzare i toni : non siamo nemici del Popolo Francese ma di Macron. Certo: vuoi che il Popolo Italiano non abbia diritto di decidere chi governa la Francia..?

Ma la sete di nemici del governo giallo verde non è mai sazia (l'esistenza di nemici è imprescindibile per il consenso popolare). Così si esercitano anche le seconde linee: il Senatore Lannuti ci ha aperto gli occhi circa i pericoli del complotto giudaico internazionale (ce lo aspettavamo da tempo...) palesato dallo svelamento dei Protocolli dei Savi di Sion... Ma il Lannuti non risparmia neppure di accennare ai complottisti rettiliani..!


All'inizio tutto poteva essere riconducibile ad una sbronza populista, ma ormai un giudizio sarcastico non basta più. Il governo proietta sullo scenario internazionale l'immagine di un gruppo dirigente composto da bulli ignoranti, rissosi, boriosi e prepotenti, incapaci di valutare le conseguenze degli insulti che rivolgono con inconsapevole tracotanza a Stati e Istituzioni, di avvertire il ridicolo di cui si coprono per scelte e dichiarazioni squinternate, di pesare gli effetti sul piano internazionale del corteggiamento ai regimi autoritari dell'Est contrapposto al palese fastidio e alla polemica verso le democrazie dell'UE. Un'immagine che inevitabilmente si riflette su quella del Paese stravolgendola rispetto a quella che il mondo ha percepito negli ultimi 74 anni e che non può che generare sconcerto e sfiducia verso di noi. Una sfiducia i cui effetti potrebbero andare ben al di là di quelli economici (spread, fuga dagli investimenti, ecc.) e compromettere l'immagine dell'Italia sul piano politico e intellettuale.

Non sono tra quelli che temono un nuovo fascismo, ma certamente gli atteggiamenti più pacchiani, ridicoli, presuntuosi e bellicosi di questo governo evocano pari atteggiamenti di cui era ricco il ventennio. Ora, se è vero che la Storia quando si ripete diventa farsa, e considerando quanto di farsesco era già nel fascismo, ora siamo addirittura alla pagliacciata!


La Storia in generale non è indulgente con le pagliacciate: sarebbe il caso di darle una mano prima che i costi economici, politici e civili del dopo-pagliacciata diventino schiaccianti?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

La curva batte la politica?

Post n°101 pubblicato il 16 Gennaio 2019 da claudionegro50
 

 

Mettendo da parte il merito (sul quale peraltro qualche volta potrei anche concordare, come sulle grandi opere, la legittima difesa, la riduzione delle imposte sul lavoro - che peraltro si guarda bene dal fare) trovo inquietante l'interpretazione che Salvini dà del ruolo di Uomo di Stato.


La cosa che più dà da pensare è questo bisogno compulsivo di travestirsi: da poliziotto, da pompiere, da operatore della protezione civile, ecc. Quasi che il Ministro dell'Interno avesse bisogno di identificarsi nei suoi strumenti operativi per essere legittimato. Comprensibile solo se lo si mette in rapporto con una certa cultura (prosperante nei bar, nei negozi di barbiere, nei social) che non riconosce (magari proprio non conosce) lo Stato, ma sì la Polizia, i Carabinieri, i Pompieri, ecc. Una cultura cui non so se Salvini appartenga, ma che certamente è quella del suo elettorato. Ed ecco che Salvini serve loro un ministro che è agente della pubblica sicurezza, vigile del fuoco, operatore della protezione civile. In questo modo Salvini "accorcia" la distanza che separa il Bar Sport dalle Istituzioni, tramite la propria persona, che è quella che resta visibile: non il Ministro, ma Matteo Salvini.


Alla medesima privatizzazione del ruolo appartengono le esternazioni di cui il Nostro è stato prodigo in occasione dell'arresto di Battisti. L'insistere sul fatto che si tratti di un criminale "comunista" sollecita a domandarsi se si tratti di una categoria di delinquenti peggiori dei criminali comuni o dei criminali fascisti. Ma il punto è che il Ministro lo identifica come un "nemico" perchè comunista, al di là della sua oggettiva colpevolezza. E si comporta come se fosse lui ad eseguire la condanna ("non uscirà dal carcere vivo!). Dà vita in questo modo al sogno di tanti italiani che vorrebbero essere giudici e carcerieri: c'è uno di noi a farlo per noi! Ogni italiano desideroso di giustizia esemplare e spiccia può riconoscersi in Lui (anche se poi la realtà segue strade diverse).


Anche i rapporti internazionali non sfuggono alla compulsiva privatizzazione: è grazie al rapporto speciale con Matteo che Bolsonaro ci ha restituito Battisti; con Trump c'è una celebrata (più da Salvini, per la verità) sintonia sugli immigrati. Putin è un amico al di là delle formalità, e gli saremo prodighi di favori e sostegno. Anche Orban, i Polacchi, i Cechi e gli Austriaci sono amici (peccato non ci abbiano sostenuto sul Bilancio e sul collocamento dei migranti, ma coi veri amici non si sottilizza..)

La privatizzazione della Politica Estera del Paese ha esiti allo stesso tempo buffi e preoccupanti (siamo nemici della Francia e della Germania, ma amici della Russia e della Polonia?). Ma com'è che il Ministro dell'Interno fa la Politica Estera?

Anche qui c'è una ragione: la politica estera passa attraverso il filtro del Bar Sport. Polacchi e Ungheresi sono contro l'immigrazione? Ci danno ragione, quindi sono nostri amici (non importa che poi i migranti li scarichino a noi...). Putin fa vedere la forza concreta della sovranità? Il Bar è entusiasta, e non si domanda contro chi farà valere questa sovranità.

Ma soprattutto la politica estera diventa comprensibile come somma di rapporti personali oppure odi personali che si determinano sulla base di stati emotivi: Putin è figo perchè è un duro, Orban perchè sterilizza i fastidiosi obblighi della libertà, Macron è odioso perchè è europeista (non perchè non si prende i nostri migranti: quelli non se li prendono neanche gli amici di Visegrad...).


La Politica come arte di governare interessi differenti e anche confliggenti cede il passo alla modalità da stadio, che conosce solo amici e nemici, vincere o perdere. E il leader è quello che interpreta il sentire della curva (più in là potrà spiegare alla curva che sentimenti deve provare).

Io condivido quel che diceva il vecchio Karl Marx: quando la Storia si ripete diventa farsa. Per questo non sono eccessivamente preoccupato per le somiglianze tra la prassi sovranista e la genesi dei fascismi in Europa negli anni '20 e '30. Però anche le farse possono fare danni..!

 

 
 
 

populismo: la rivoluzione fittizia

Post n°100 pubblicato il 09 Dicembre 2018 da claudionegro50
 

 

La jaquerie francese sta levitando rispetto alle sue motivazioni iniziali e si propone come la summa e l'estrema manifestazione del populismo: l'insurrezione contro lo Stato. Inutile azzardare paragoni storici: quello con le Grandi Rivoluzioni è ridicolo. Difficile identificare le motivazioni: quella iniziale (il caro benzina) è ormai dimenticata anche dal movimento stesso. Se date un'occhiata al Manifesto dei 25 punti diffuso in rete, ci trovate un delirio onirico: perfino lo Statuto del Carnaro di D'Annunzio e De Ambris pare realistico al confronto. Eppure tanta gente ci si identifica: è l'esplosione del rancore, della cattiveria, della voglia di vendetta di chi si sente povero, emarginato, trascurato, senza speranza.

Ma davvero il popolo francese è alla fame? Ai livelli minimi di sussistenza? A naso no, ma se andiamo a verificare vediamo che reddito e consumi dei francesi si collocano decisamente nella fascia alta dell'UE. Sono disoccupati i francesi? Non molti: il tasso di occupazione è al 70% (in Italia il 58,1%). Hanno bassi salari i francesi? No, sono superiori alla media UE e nel periodo 2000-2017 sono cresciuti del 20,4%, pari a 6.000 € annui. Non possono permettersi consumi dignitosi i francesi? No: i consumi individuali sono superiori dell'11% alla media UE, e addirittura di un punto superiori a quelli della Svezia. Allora il reddito sarà distribuito in modo estremamente diseguale? Neanche: l'indice di Gini, che misura appunto il "tasso di eguaglianza sociale", colloca la Francia tra i Paesi più egualitari con un indice di 29,3, migliore perfino di quello della Germania. I francesi sono spolpati dalle tasse? Vediamo: la tassazione sulle persone fisica è alta con l'aliquota teorica al 51,4%, comunque inferiore a quella svedese, danese e belga; ma il gioco delle detrazioni e altri strumenti analoghi fa sì che il reddito netto, detratte le imposte, sia inferiore soltanto a quello della Norvegia, Lussemburgo, Austria e Islanda, e perfino un filo superiore a quello tedesco.

E questo sarebbe il paese dove una moltitudine cenciosa, stanca di chiedere invano il pane e versare il sangue per mantenere al lusso lor signori, afferra falci e forconi e si ribella, avendo da perdere solo le proprie catene?

E' ovvio che non è così: è soltanto l'immagine che una parte della società proietta per dare forma e motivazione al proprio rancore e all'odio, generando una furia cieca e vandalica che si cerca di nobilitare attribuendole intenti rivoluzionari. Una rabbia che ha bisogno di un nemico a tutto tondo, che in Francia è stato individuato nelle elites, nell'Inghilterra della Brexit negli "esperti", in molti Paesi Europei negli stranieri, in Italia (non ci facciamo mancare nulla) sia negli stranieri che nei "burocrati di Bruxelles); in Spagna sapremo tra un po'...

Il disagio che sta alla base di tutto ciò è "percepito" e spesso non ha riscontro nei fatti reali: tuttavia è chiaro che l'insicurezza e l'arretramento economico che buona parte delle società occidentali ha provato durante gli anni della crisi hanno lasciato un segno psicologico profondo, che si materializza essenzialmente nella crisi delle aspettative: l'attesa di guadagnare di più, l'aspettativa di andare in pensione alle stesse condizioni della generazione precedente, la previsione di migliorare la condizione economia e sociale rispetto a quella di partenza.

In un Occidente abituato dalla fine della guerra ad una crescita continua, per la prima volta si deve fare i conti col fatto che la crescita può fermarsi, e/o che si manifesterà in forme nuove, tali da generare un nuovo modello di rapporto tra la società e il lavoro, nuovi paradigmi per la redistribuzione del reddito, forme nuove di mobilità sociale.

Il rischio che una parte della società resti emarginata da questi processi esiste; in qualche modo gilets gialli e simili lo sentono e reagiscono con il riflesso pavloviano dei luddisti: spacco tutto perchè nessuno goda del nuovo mentre io ne soffro, spacco tutto perchè si possa tornare a come si stava prima. Questo vagheggiamento del passato è presente in generale nei populismi ma in particolare a quelli "di sinistra", in cui sono presenti anche fisicamente i dirigenti politici che ascrivono alla propria storia il merito degli oltre 50 anni di crescita e benessere dell'Occidente (anche se a quei tempi lo combattevano perchè "compromesso di classe").

Ma le jaqueries non servono: non sono neanche fascismo (anche se ne mutuano linguaggio, aggressività, intolleranza e violenza: gli squadristi avevano alle spalle ben altro consenso sociale, e tra l'altro avevano una certa professionalità in materia di violenza avendo fatto la guerra...).

Servono le politiche per il lavoro, la formazione, gli investimenti. Ma i tempi, e neanche i contenuti, non possono essere quelli della jaquerie: i gilets gialli sapranno aspettare? E se no, sapremo obbligarli ad aspettare? Perchè anche questa, in un contesto nel quale l'Occidente è aperto alle scorrerie dei populismi fin dalla sua Istituzione più prestigiosa, la Presidenza degli Stati Uniti, può diventare un'opzione da considerare.

 

 
 
 

Indietro tutta: il Governo del Cambiamento abbandona le Politiche Attive del Lavoro e torna all'assistenzialismo.

Post n°99 pubblicato il 15 Ottobre 2018 da claudionegro50
 

 

Il Jobs Act aveva compiuto una rivoluzione in materia di politiche del lavoro, spostando attenzione e risorse dalle politiche passive (sostegno al reddito) a quelle attive (servizi al lavoro).

In primo luogo la Cassa Integrazione Straordinaria dura al massimo 24 mesi, contro una prassi consolidata negli ultimi 35 anni che, tra un escamotage e l'altro, consentiva di stare in CIGS anche un numero spropositato di anni perfino ad azienda chiusa da un pezzo.

Il lavoratore che perde il rapporto di lavoro percepisce la NASPI: un'indennità di disoccupazione. C'è un rapporto tra la percezione della NASPI e la partecipazione a politiche attive di ricollocamento, tramite l'istituzione dell'Assegno di Ricollocazione, che su base volontaria finanzia la partecipazione del lavoratore disoccupato a programmi di ricollocamento. E' il tentativo di portare il mercato del lavoro italiano a livello di quelli europei, in cui alla perdita del lavoro si risponde ovviamente con misure transitorie di sostegno al reddito, ma soprattutto di ricollocazione: le Politiche Attive

Si tratta di una rivoluzione prima di tutto culturale, per un Paese abituato a ragionare in termini di assistenza come misura sovrana contro la disoccupazione, e nel quale vige l'idea di un welfare fai-da-te, in cui all'indennità di Cassa Integrazione si affianca un po' di attività in nero.

Se ci sono punti deboli nel sistema istituto dal Jobs Act sono essenzialmente nel fatto che l'Assegno di Ricollocazione è volontario, e basta che venga attivato prima che scada il NASPI (24 mesi) cioè troppo tardi per rendere credibile una ricollocazione. Nella gran parte dei Paesi Europei la partecipazione a programmi di ricollocamento è obbligatoria, pena la perdita dell'indennità di disoccupazione.


Su tutt'altro orizzonte si muove il "Governo del Cambiamento": il primo obiettivo è il ripristino della Cassa per Cessazione per cessazione di azienda, ossia il prolungamento del periodo di sussidio al reddito (2 anni di GICS + 2 anni di NASPI). E questa pare essere la priorità: ridare centralità alle politiche passive come asse portante dell'intervento dello Stato.

E' stato anche ipotizzato (per ora solo a livello di dibattito, ma dà l'idea dell'orientamento culturale) di definire il Reddito di Cittadinanza come strumento universale di sostegno al reddito, facendogli assorbire funzioni e risorse di NASPI e AdR.

Ma siccome il Reddito di Cittadinanza non è presentabile come pura assistenza, si stabilisce che esso sia subordinato alla partecipazione a programmi di ricollocamento, che però dovranno essere rigorosamente gestiti dal Pubblico: i Centri per l'Impiego. Dove l'esperienza del ricollocamento funziona (come in in Lombardia) operano insieme i CPI e altri soggetti privati accreditati dalla Regione, con risultati molto buoni. Però evidentemente al Ministro non risulta, o se gli risulta guarda con sospetto a questa "privatizzazione del collocamento": del resto già ha provato a penalizzare il lavoro in somministrazione nel cosiddetto Decreto Dignità.


E non si tratta soltanto di un problema di risorse: sarebbe già uno sforzo enorme garantire a tutti l'Assegno di Ricollocazione, e chiaramente se si finanzia un allungamento della Cassa Integrazione lo si fa a spese delle risorse per il Ricollocamento. E' anche una questione culturale: il Paese ha bisogno di più occupazione, che non si crea con con decreti e divieti ma con un Mercato del Lavoro moderno, in cui a chi cerca lavoro lo Stato fornisce le risorse e gli strumenti di cui ha bisogno.

Ma il Reddito di Cittadinanza può assolvere a questa funzione? Certamente no, per una serie di ragioni:

  1. i CPI non hanno al loro interno le risorse umane necessarie; la scelta di scartare il modello di integrazione con gli Operatori Privati rende necessario un forte investimento che ovviamente potrà dare risultati non prima di un paio d'anni (a meno che un risultato non venga considerato l'assunzione stessa di nuovi dipendenti dei CPI)

  2. le norme di condizionalità sono addirittura più lasche di quelle in vigore da sempre: oggi in teoria si può perdere il sostegno al reddito se si rifiuta una sola offerta di lavoro "coerente", con il RdC arriviamo a tre (ma parliamoci chiaro: saranno sempre teoriche!). E comunque si pongono alcuni problemi cui non è stata neppure immaginata la risposta: se mi propongono un contratto part-time di 750 € al mese (del tutto realistico, corrisponde a 1.500 € del full-time) sarò portato a rifiutarlo, ovviamente (perchè lavorare per guadagnare meno di quanto mi danno se resto a casa?); in questo caso che mi succede? Mi levano il RdC? Altra ipotesi: accetto ma lo Stato integra la mia retribuzione fino ai 780 €; ma se mi offrono un lavoro a 300 € mi integrano lo stesso? E per quanto tempo? E nel combinato disposto di proposte dubbie, mancate proposte, rifiuti discutibili, quanto tempo posso restare a carico del RdC?
    Se lo Stato garantisce a tutti di integrare il reddito da lavoro a 780 sarà la festa della sottoccupazione e del lavoro grigio.

  3. Sembra che esista in Italia un oggettivo, tanto inaccettabile quanto radicato, conflitto tra il percepimento di un sussidio di disoccupazione e la ricerca attiva di un nuovo lavoro. La sperimentazione dell'Assegno di Ricollocazione ha prodotto esiti impalpabili, e non soltanto per i problemi tecnico-procedurali: come pronosticato la discrezionalità senza sanzioni nell'attivarlo e la mancanza di vincoli temporali ha costituito un forte disincentivo per i percettori di NASPI.
    Ma c'è un altro dato, peraltro non "sporcato" da problemi tecnici, che ci restituisce lo stesso esito. Parliamo di Dote Unica Lavoro della Regione Lombardia, politica attiva funzionante con buoni risultati da alcuni anni: i lavoratori che chiedono da Dote vengono distribuiti in quattro fasce di aiuto a secondo del loro profilo di occupabilità. Soltanto la fascia 3plus, che raggruppa i candidati con maggiori difficoltà, prevede un sussidio, che viene pagato al candidato alla fine del Piano Individuale di Collocamento, positivo o no che sia stato l'esito.
    Esaminare i risultati delle quattro fasce è molto istruttivo: sul complesso dei candidati l'esito positivo è stato del 30%. Per la fascia 3, che evidenzia maggiori difficoltà di collocamento, l'esito positivo è comunque del 29%. Per la fascia 3plus, l'unica sussidiata, il risultato è il 2,46%. Il che non è spiegabile semplicemente con la maggiore difficoltà a ricollocare persone con bassa professionalità e con un lungo periodo di disoccupazione alle spalle: troppo netta la differenza con i risultati di fascia 3, che pure presenta profili analoghi anche se meno gravi. E' inevitabile vedere un rapporto inverso tra ricerca attiva del lavoro e percepimento del sussidio, che diventa il vero obiettivo di queste persone, mentre nelle fasce che non lo prevedono l'obiettivo è trovare un lavoro; questo genera un atteggiamento diverso tra i due gruppi, dove chi percepisce il sussidio sarà meno attivo e meno disponibile ad accettare proposte di impiego.


Nel Reddito di Cittadinanza il sussidio è l'elemento enfatizzato, e la Politica Attiva, che infatti non viene in alcun modo declinata in azioni definite e concrete, un effetto collaterale, poco più di una foglia di fico per celare una pura politica assistenziale.

 

 

 

 
 
 

debito pubblico e risparmio privato: occhio alla patrimoniale...

Post n°98 pubblicato il 10 Ottobre 2018 da claudionegro50
 

 

Salvini e Di Maio hanno scoperto che il risparmio privato in Italia è di dimensioni enormi e ne fa "...uno dei Paesi più ricchi al mondo". A parte il fatto che ciò contraddice la vulgata per cui il Paese è talmente in miseria da aver spinto le masse popolari a ribellarsi e a chiedere a gran voce sussidi e assistenza, resta da chiedersi come si potrebbe indurre questo mare di liquidità in mano ai privati a correre in soccorso del debito pubblico. D'altra parte nella visione un po' onirica che i giallo-verdi hanno della realtà la prospettiva è allettante, anche dal punto di vista ideologico: se il debito pubblico italiano (o di qualsiasi altro Paese) fosse detenuto da soggetti italiani non vi sarebbe più motivo per altri Paesi di interferire con le nostre scelte di bilancio e si potrebbe fare deficit e debito senza rotture di palle; le meraviglie dell'autarchia! Anzi a quel punto si potrebbe fare 31 e addirittura uscire dall'Euro... Naturalmente ci sarebbe qualche controindicazione: la ricchezza del Paese si trasformerebbe in titoli di Stato, con effetti depressivi sul credito e sugli investimenti; ma la cosa non turba più di tanto i Nostri: con tutte quelle risorse sai che MegaReddito di Cittadinanza e quanti pensionamenti anticipati si potrebbero fare per garantire i redditi..!

Attenzione: tutto ciò non è il prodotto di sostanze allucinogene, ma è stato teorizzato al "Centro Studi della Sovranità Popolare" (vedi il blog Byoblu).

Comunque, al di là delle valutazioni su cosa accadrebbe all'economia del Paese se dovesse mai realizzarsi questa "rinazionalizzazione del Debito Pubblico", resta il fatto che sarebbe molto difficile indurre privati e Banche a prestare i loro soldi allo Stato piuttosto che impiegarli in investimenti più redditizi. Faccio fatica ad immaginare quali promesse potrebbe fare il povero Tria agli Istituti di Credito, ai Fondi, agli stessi privati per convincerli a rimpinzarsi di altri Titoli di Stato dopo aver già realizzato belle perdite con quelli finora detenuti.

In realtà però un metodo c'è per trasformare il risparmio privato in debito pubblico: si chiama Tassa Patrimoniale. Un sistema cui ricorse Giuliano Amato nel 1992, ma allora fu un'operazione di salvataggio dell'economia nazionale e della Lira che impedì all'Italia di uscire da contesto dell'economia europea.

Oggi una patrimoniale servirebbe solo a pagare le sparate elettorali di Salvini e Di Maio.

 

 
 
 

Sorpresa, scandalo: ci stanno dicendo che siamo responsabili di come abbiamo votato..!

Post n°97 pubblicato il 30 Maggio 2018 da claudionegro50
 

 

Session di scandalo per le dichiarazioni del Commissario Europeo al Bilancio, Oettinger, il quale avrebbe detto che "i mercati insegneranno agi italiani a votare nel modo giusto". A parte il fatto che la pubblicazione della registrazione dell'intervista ha dimostrato come il tono non fosse intimidatorio come i media lo hanno diffuso in Italia, e al netto del fatto che chi è in condizioni di influenzare con le proprie parole persone, dinamiche sociali ed economiche dovrebbe pesare attentamente quello che dice (guardate i danni provocati dalle stupidaggini stentoree sbraitate da Salvini e Di Maio), trovo francamente esatta e lapalissiana l'affermazione di Oettinger, ancorchè poco simpatica.

Pensiamoci: qualunque azione in una società complessa e plurale produce effetti anche su chi non ha compiuto l'azione; tanto più se l'azione è un voto che determina le scelte politiche ed economiche di un Paese grande e di peso qual'è l'Italia nell'Unione Europea. Le scelte del Governo provocano effetti su tutte le Banche che hanno prestato soldi allo Stato italiano, su chi ha investito capitali in Italia, su chi ritiene che comprare titoli di stato italiani(cioè prestare soldi all'Italia) sarebbe un buon affare. Se chi ha già comprato titoli di stato vede che i suoi titoli valgono meno, se chi ha investito o vuole investire in Italia si accorge che non è più conveniente, se poi viene evocata la possibilità di un'uscita dall'Euro, con conseguente svalutazione di tutti i capitali investiti da noi, è naturale che tutti costoro cerchino di vendere (al ribasso, se non chi li compera...) gli investimenti italiani e si tengano alla larga da fare nuovi investimenti. E, attenzione, non parliamo di perfidi speculatori stranieri o della finanza giudaica internazionale (che certamente verrà evocata, come fu da Bossi durante la crisi del primo governo Berlusconi), ma di normalissimi investitori italiani: le Banche che hanno in pancia milioni di Titoli di Stato che si svalutano, Fondi di Investimento che amministrano i risparmi di milioni di cittadini...

Non c'è nessun complotto degli gnomi di Zurigo, nessuna trama delle Cancellerie: è semplicemente che se cominci a dire che potresti non onorare il debito pubblico, tutto o in parte, che per pagare i fornitori emetterai dei mini-bond ad hoc, che potresti anche uscire dall'Euro, è chiaro che chiunque ha degli interessi economici in Italia si preoccupa e magari scappa.

E' curioso che ci si indigni perché qualcuno ti ricorda che tutto ciò è provocato dal fatto che i Partiti più votati hanno sostenuto appunto queste tesi: il voto produce effetti, stupirsene è tragicomico! Sembra di sentire l'obiezione: ma allora il voto non è più libero..!

La sgarbata affermazione di Oettinger ha il merito, oltre a quello di ribadire un'ovvietà, di mettere a fuoco il pessimo rapporto che gran parte degli italiani ha con la politica: le elezioni sono l'occasione per sfogare le frustrazioni, proseguire i comizi da bar, vendicarsi di chi sta sulle palle, partecipare ad un grosso gioco sociale. Delle conseguenze del voto non vogliono responsabilità. Probabilmente nessuno di loro affiderebbe a Di Maio o Salvini la gestione dei propri risparmi, ma la gestione del Paese sì. Perchè tanto il Paese è "altro", un dispenser di assistenze, del quale non si sentono responsabili.

Forse anche la vittoria elettorale di forze politiche che propugnano l'incompetenza come valore democratico ha creato qualche perplessità, in giro per l'Europa.

Ma alla fine questa vicenda dimostra quanto ripugni a buona parte degli Italiani il principio di responsabilità delle proprie azioni, come peraltro si può constatare quotidianamente in tutti gli aspetti della vita civile. E questo non è colpa dei Tedeschi...

 

 

 

 

 
 
 

Etichettare di destra il salvini-Di Maio è rassicurante, ma è un errore. La realtà è molto peggio!

Post n°96 pubblicato il 20 Maggio 2018 da claudionegro50
 

 

Non condivido per niente la definizione che Martina e altri dirigenti del PD danno del presunto governo Salvini - Di Maio: "un governo delle destre". E' una reazione pavloviana di una sinistra che attinge al proprio bagaglio tradizionale per indicare come di destra, conservatore, reazionario e magari fascista tutto ciò che le si oppone. O magari è un tentativo, un po' patetico, di far appello allo spirito identitario di un mitico elettorato di sinistra che all'evocare la destra dovrebbe istintivamente mobilitarsi.

Ma al di là dei dubbi circa l'efficacia politica di questo atteggiamento, mi sembra opportuno rilevare che è proprio sbagliata la definizione di "Destra" per il governo Lega - M5S. Paradossalmente è un governo che, almeno nelle sue intenzioni, è orientato ad obiettivi che, ahimè, appartengono in gran parte all'armamentario tradizionale della sinistra.

Non è che voglia provocare i miei amici della sinistra - sinistra, né stupire con effetti speciali. Ma basta leggere il "Contratto" per rendersene conto.


Cominciamo da una chicca che neppure il miglior Vendola o Emiliano nei suoi contorcimenti è mai riuscito a partorire:

"Con riferimento all'ILVA, ci impegniamo, dopo più di trent'anni, a con-

cretizzare i criteri di salvaguardia ambientale, secondo i migliori stan-

dard mondiali a tutela della salute dei cittadini del comprensorio di Ta-

ranto, proteggendo i livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo

industriale del Sud, attraverso un programma di riconversione eco-

nomica basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti, per le

quali è necessario provvedere alla bonifica, sullo sviluppo della Green

Economy e delle energie rinnovabili e sull'economia circolare".

Aria fritta, come nella tradizione della sinistra "vera" che quando non riesce a mettere assieme produzione e ambiente brancola nelle subordinate.

Poi: una bella Banca nazionalizzata (nella fattispecie MPS) che obbedisca al Governo (si sente l'eco telefonico del povero Fassino che si meravigliava: "ma allora abbiamo una banca anche noi..?"). Ma non si dimentica il popolo vessato dai banchieri, ed ecco che anche i piccoli azionisti diventano "risparmiatori espropriati". Non si capisce perché no i piccoli azionisti di una qualunque spa vada a rotoli... Ma l'avversione all'idea stessa di capitale di rischio fa capolino in questa immagine che ci parla dell'esigenza di tornare ad un mondo dove il lavoratore lavora e il capitalista mette il capitale. Il lavoratore che volesse, nel suo piccolo, investire in capitale, sarà certamente vittima del pescecane... Appartiene al bagaglio storico della Sinistra l'insofferenza per i vincoli monetari, che nel Contratto prende la forma dei "minibond" per pagare i fornitori della Pubblica Amministrazione e occhieggia qua e là nelle strizzatine d'occhio a fantasie di sterilizzazione del debito (o di parte di esso) e/o rinegoziazione dei vincoli del fiscal compact.

Lavoro: la figura mitica dell'Ufficio di Collocamento (oggi CPI, rigorosamente pubblico) è al centro. Soldi e personale per potenziarli. Tutto quanto scoperto negli ultimi 20 anni circa le Politiche Attive del Lavoro è cancellato, poichè, ohibò, si corre il rischio di dare spazio all'iniziativa privata nell'incontro tra domanda e offerta di lavoro, incubo da sempre delle Regioni amministrate dalla Sinistra! Poi: mettere mano al Jobs Act perché ha favorito la precarietà. Tesi del tutto infondata, ameno che si voglia alludere al ripristino dell'art.18, caro al cuore di LeU e di tutto ciò che gli sta a sinistra. Anche lo stop alla Legge Fornero soddisfa le pretese del Sindacato e di tutto ciò che sta dietro alla sua idea do previdenza sociale (assicurazione sociale o protezione sociale?)

Quanto alla Scuola: bocciata l'alternanza scuola-lavoro e la chiamata diretta degli insegnanti da parte dei Presidi, come preteso dai Sindacati.

Un altro punto sul quale il Contratto è curiosamente in sintonia con la "Sinistra per la Costituzione" è quello che riguarda, vedi un po', appunto la Riforma Costituzionale: diminuire i Deputati a 400 e i Senatori a 200, ma "resterebbe ferma l'elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento senza comprometterne le funzioni". Aveva ragione D'Alema: in pochi mesi la riforma costituzionale si poteva fare, pur di abbattere quella di Renzi...

E le grandi infrastrutture? Dei gasdotto e rigasificatori neanche si parla, per la gioia di Emiliano, della TAV Torino-Lione si dice che va ricontrattata, ma Di Maio ha già chiarito che non si fa più. Contenti anche I Centri Sociali..! E per una ancora maggior gioia di Emiliano Di Maio fa un po' di chiarezza circa il sibillino paragrafo sull'ILVA: si chiude, poche storie..!

Infine la Giustizia: per riguardo ai Magistrati non si affronta la questione della separazione dei ruoli, si preannuncia un po' di guerra alla prescrizione, si ridisegna il conflitto di interessi in modo tanto vago quanto adattabile a seconda delle esigenze. E con questo anche la Sinistra Giustizialista sarà contenta!

Del resto, se nel PD in molti erano pronti a sostenere un governo Di Maio non era soltanto per calcolo tattico o opportunismo ministerialista, ma probabilmente anche perché intravedevano una qualche convergenza nei programmi con i 5Stelle...


Ovvio che nel Contratto ci stanno anche cose distanti dalla Sinistra (flat tax, condono fiscale, vaccini non obbligatori, giro di vite a parole sui migranti...) ma l'etichetta di "destra" sta proprio stretta a questo programma. E' molto peggio! Etichettarlo come "destra" risponde ad una pulsione arcaica di una sinistra incapace di leggere e riclassificare le nuove realtà, esattamente come quella, ancora recentemente sollecitata da Prodi, di identificare la constituency del PD con un non ben precisato mondo di "ultimi", "esclusi", "perdenti", "deboli". La società italiana non si articola più per classi né è il Bangla Desh dove il problema centrale è la povertà. Sul terreno dell'arcaismo sociale, della paura del nuovo, della conservazione di protezioni e benefici più o meno grandi, i populisti sono assai meglio attrezzati di noi!

Il confine destra/sinistra ai tempi di Gaber era ridicolo, ai tempi di Moretti grottesco, oggi un morto che minaccia di trascinare i vivi.

 

 

 

 

 

 
 
 
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