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blog di Claudio Negro, UIL MIlano e Lombardia

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Caro Claudio, l'analisi è TOTALMENTE CONDIVISA, ...
Inviato da: Roberto Di Maulo
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Condivido in gran parte. Un qualcosa che viene, da tempo,...
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Certo che anche i puffi del governo che li hanno aboliti...
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Ciao Claudio, ho letto con molto interesse questo tuo...
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Ciao Claudio quello che non hai o non avete capito sta...
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Sindacati e Confindustria: no art.39 no salario minimo sì validità universale contratti. L'immaginazione al potere?

Post n°106 pubblicato il 17 Giugno 2019 da claudionegro50
 

Ho ascoltato, durante un dibattito, un'argmentazione contro l'istituzione del salario minimo di legge da parte del Segretario Generale in pectore della UIL, Bombardieri che il giorno dopo ho trovato autorevolmente ribadita sul Corriere da parte del Vicepresidente di Confindustria Stirpe, che mi ha lasciato alquanto perplesso; è riassumibile così: l'ipotesi dei 9 € come retribuzione oraria comprende i ratei di ferie, TFR e tredicesima? Domanda ovviamente retorica: la risposta è no.

Vedo due obiezioni di metodo a questo ragionamento talmente evidenti che stupisce che due primari protagonisti delle Relazioni Industriali non li abbiano previsti ed evitati.

Innanzitutto le ipotesi di salario minimo non sono obbligatoriamente legate ad un parametro orario: può benissimo essere un minimo mensile, e dal mensile all'orario si passa con una semplice operazione aritmetica utilizzando il parametro delle ore mensili di lavoro, fissate convenzionalmente da ogni CCNL ed utilizzato comunemente per fare i conti del dovuto ( o del trattenuto) in busta paga.

In secondo luogo nemmeno i minimi tabellari contrattuali che il salario minimo prevederebbe di stabilire ope legis, comprendono ratei di ferie, di TFR, di tredicesima, di trattamento integrativo di malattia, di eventuale quattordicesima, di eventuale EdR, e di altre voci che sono, per l'appunto, aggiuntive ai trattamenti minimi. Molte di queste voci sono poi normate per legge (TFR, trattamenti minimi di ferie, Tredicesima) e non derivano da contrattazione collettiva, se non per eventuali miglioramenti ad integrazione.

I 9 €, o se volete valorizzarli come retribuzione mensile, 1584 € (parliamo sempre di lordo) fissati per legge o per contratto non cambiano questa realtà.

Il timore, ben esposto da Stirpe, è che le imprese possano limitarsi ad applicare il salario minimo e buttare alle ortiche tutto il resto. Ma questo è impossibile in forza di legge per quanto concerne appunto voci normate per legge quali tredicesima, TFR, trattamento di malattia, tutele della lavoratrice madre, cause di licenziamento illegittimo, ecc.

Se però un'azienda poniamo metalmeccanica non iscritta Federmeccanica volesse oggi, in assenza di salario minimo legale, non applicare il CCNL di Categoria potrebbe benissimo farlo: le basterebbe rispettare i minimi tabellari stabiliti dal CCNL e, ovviamente, tutti i trattamenti di legge. L'unico obbligo che le corre è infatti quello definito dall'art.36 della Costituzione (Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa); la retribuzione in questione è per consuetudine e giurisprudenza identificato col salario definito dal CCNL di riferimento.

Il punto è che a legislazione vigente la contrattazione collettiva non ha valore vincolante erga omnes né esistono scorciatoie legali per renderla tale: la legge Vigorelli del 1958 che appunto conferiva validità erga omnes ai CCNL tramite il loro recepimento in DLgs fu dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema nel 1962 perchè in conflitto con l'art.39 della Costituzione, il quale prevede che l'associazione sindacale sia libera (nessun monopolio od oligopolio, quindi) con l'unico vincolo della "registrazione" e che siano vincolanti erga omnes i Contratti sottoscritti dalle sigle (ovviamente tra quelle registrate) che rappresentino la maggioranza dei lavoratori interessati.

Attuare tale disposizione costituzionale richiede dunque due adempimenti: misurare l'effettiva rappresentatività di ogni organizzazione, cosa complessa ma non impossibile, e peraltro già praticata nella pubblica amministrazione, e in secondo luogo procedere alla registrazione di ogni organizzazione; cosa questa che, conferendo personalità giuridica al sindacato con relativi diritti, obblighi, doveri e responsabilità legali, crea più di una ostilità.

D'altra parte o si attua l'art.39 nella sua interezza o lo si cambia con una legge di riforma costituzionale (con problemi annessi e connessi che conosciamo bene).

In assenza di ciò nessun contratto avrà mai valore erga omnes, ma soltanto per i soggetti che lo hanno sottoscritto (il che spiega perchè nella Pubblica Amministrazione il problema non si ponga, grazie all'unicità della parte datoriale), e i contratti "pirata" potranno essere soltanto oggetto di corrucciata denuncia.

In questo quadro forse è meglio che una Legge stabilisca un minimo sotto il quale nessuna retribuzione può scendere, magari differenziandolo per territorio e/o comparto economico. Se invece si vuole l'obbligatorietà del CCNL nella sua interezza, non resta che la strettoia dell'art.39. Il resto è propaganda.

 

 
 
 

Occupazione? Per i populisti è meglio il "voto" di povertà!

Post n°105 pubblicato il 23 Aprile 2019 da claudionegro50
 

Sul Corriere del 18 aprile Antonio Polito picchia duro su quelle che, secondo lui, sono le inadeguatezze e gli errori della sinistra nella gestione della crisi del welfare: avere "dimenticato il disagio sociale", avere ritenuto che "alla povertà doveva pensarci il lavoro", " che il problema sociale si potesse risolvere con l'istruzione" e di avere agito solo in difesa dei "garantiti con un lavoro e un reddito, come i destinatari degli 80 € di Renzi". Avere ignorato i "perdenti della nuova competizione sociale" che "il populismo ha raccolto dietro le sue bandiere".

La tesi di Polito è che il welfare consista nello stendere "una rete sotto la quale nessun cittadino può cadere".


Si tratta di un punto di vista, peraltro piuttosto distante dalle posizioni che esprimeva Il Riformista quando Polito ne era direttore, che vorrei contestare nel merito, non per far polemica con Polito, del quale ho sempre avuto grande stima, ma perchè la sua posizione è emblematica di una tendenza autoflagellatoria che si va manifestando nella sinistra riformista.


Innanzitutto credo che vada ampiamente ridimensionata la vulgata dei "perdenti... i forgotten men" i poveri che costituirebbero l'esercito dei populisti: nella stessa pagina del giornale l'articolo di Di Vico mostra che le cifre comunemente accettate vanno riviste alla prova dei fatti: 1 milione 650.000 le persone già individuate come destinatarie del Reddito di Cittadinanza, cui si possono aggiungere 206.000 nuovi destinatari delle nuove domande prenotate ma ancora non lavorate (75% di 100.000 domande moltiplicato 2,65 individui per famiglia)) e, per precisione statistica, circa 80.000 immigrati residenti da meno di 10 anni e quindi non aventi diritto. Totale 1.936.000, assai lontani dai 5.058.000 stimati dall'ISTAT e sui quali sono sempre stati fatti tutti i conti e le valutazioni. Anche pensando che la cifra possa ulteriormente crescere per varie ragioni difficilmente potrà essere raggiunta la metà dei poveri "attesi". Chi ha decretato il successo del M5S alle elezioni del 2018 non sono questi "dimenticati": anche se tutti in blocco avessero votato M5S non avrebbero rappresentato neppure il 25% degli oltre 10 milioni di voti riportati dal partito. La leggenda dei forgotten come base dei populisti non funziona..!

A meno di introdurre una categoria nuova: quella del forgotten percepito, ossia chi pur non rientrando nei criteri per definire la povertà assoluta povero si sente. Naturalmente il sentiment è un indicatore serio e da non sottovalutare, ma va ricondotto a qualche riscontro oggettivo se dobbiamo tenerne conto nel definire politiche di protezione sociale. Ora, le soglie utilizzate dall'ISTAT per definire lo stato di povertà assoluta non sono irragionevolmente basse: ad esempio, è considerata povera una famiglia composta da due adulti e due minori che viva in una grande città del Nord e che non riesca a spendere 1.746,82 € al mese, o una famiglia composta da 5 adulti che non sia in grado di spendere 1.466,77 € al mese in un piccolo centro del Sud.

Sulla base di queste soglie la stima di 5 milioni di poveri è verosimile: tuttavia questi 5 milioni quando veniamo al dunque non saltano fuori!


Come dice Di Vico, forse Il RdC avrà come utile effetto collaterale quello di renderci una statistica vera della povertà in Italia! Ma è opportuno azzardare qualche ipotesi circa i motivi per cui, con ogni evidenza, i dati reali tendono a divergere da quelli stimati. Credo che la ragione sia simile a quella per cui i dati comunemente diffusi sull'ammontare delle rendite pensionistiche mostrano un panorama desolato di anziani alla fame, ma trascurano di dire che ogni pensionato reale è percettore mediamente di 1,5 rendite pensionistiche, il che cambia sostanzialmente il panorama. Analogamente una percentuale difficile da precisare, ma che probabilmente può aggirarsi attorno al 50% sulla base dei risultati sopra esaminati del RdC, dei teorici poveri è destinatario di un mix di interventi/sussidi a carico dei Comuni, delle Regioni o di altre provvidenze con svariate motivazioni (famiglie numerose, sostegno allo studio, maternità, aiuto disabili, aiuto affitto, ecc.) che alla fine determinano un reddito reale che le porta fuori dalla condizione di povertà statisticamente definita e dai requisiti previsti per il RdC. Non certamente ad una condizione di benessere, ma questa ben difficilmente può, nella realtà dell'Occidente del terzo millennio, essere garantita dal Welfare.


E qui entra il discorso sul lavoro: non aveva torto la sinistra, a dire che è l'unico rimedio reale alla povertà. Il 26,7% (dati ISTAT 2017) dei poveri sono disoccupati in cerca di lavoro, l'11,9% sono disoccupati non attivi, solo il 4% sono pensionati. Soltanto il 6% degli occupati rientra nella fascia dei poveri (il che implica comunque aprire una riflessione sui working poors). Inoltre: i dati ci dimostrano che effettivamente esiste un rapporto inverso tra istruzione e povertà. ISTAT ci dice che le famiglie in cui la persona di riferimento ha soltanto la licenza elementare cadono in condizioni di povertà nel 10.7% dei casi, e se ha la licenza media nel 9,6%. Se ha un titolo di studio superiore la percentuale di povertà precipita al 3,6%.. Occupazione e istruzione (in quanto funzionale all'occupazione) sono effettivamente le assicurazioni più certe contro la povertà. E allora il problema principale che dovremmo porci, prima ancora della rete di sicurezza è quello dell'istruzione - formazione e delle politiche di servizio al lavoro.


Infine: Renzi avrebbe privilegiato con gli 80 € i "garantiti". In realtà si tratta di un'operazione diversa, dal segno non assistenziale: tagliare il cuneo fiscale-contributivo significa aumentare le retribuzioni nette e quindi ridurre il costo del lavoro. Un provvedimento sul versante della produttività e non del welfare, ancora insufficiente ma orientato nella direzione da sempre invocata da Sindacati e Imprenditori per far crescere occupazione e competitività.


Dal ragionamento di Polito pare uscire una visione del welfare come soluzione alternativa per chi non lavora, il che sarebbe del tutto condivisibile se si tratti di un sussidio temporaneo legato ad un percorso di inserimento lavorativo (come è in tutta Europa) salvo casi eccezionali di persone non in grado di lavorare per patologie o età (che però di solito sono assistite con rendite ad hoc), ma non se crea una condizione in cui, di fatto, si possa scegliere tra sussidio e lavoro. Il che è esattamente ciò che produrrà il Reddito di Cittadinanza; ma ciò non infastidisce Polito, che anzi sottoscrive l'opinione del Prof. Tridico: "sottrarre le persone alla povertà conta di più che avviarle al lavoro". Ma questa interpretazione ha molto poco a che fare con la "rete di sicurezza".

Ma torniamo alla questione di fondo: quanti sono i poveri "veri" in Italia? Quanti sono i disoccupati anche non poveri? Qual'è la priorità di un'agenda di governo che pensi al futuro e non alle prossime elezioni? L'assistenza (pochi, maledetti e subito!) o l'occupazione? Ovvio che l'uno non esclude l'altra, ma dove va messo l'accento? Questa, e va resa esplicita e valorizzata, è la distanza che corre tra il welfare di una sinistra riformista e l'assistenzialismo populista.

 

 

 

 
 
 

Clamoroso: il Prof. Tridico ha scoperto la formula per creare occupazione...

Post n°104 pubblicato il 12 Aprile 2019 da claudionegro50
 

 

Più che un governo giallo - verde un governo vintage: traspare sempre dalle dichiarazioni e dai progetti uno struggimento per ciò che è stato, il vagheggiamento di riportarlo in vita, l'attrazione per un orizzonte che sta alle spalle, la malia della decrescita felice. Tornare indietro nel tempo pare essere il rimedio ad un futuro sconosciuto (ovviamente) e quindi terrificante.

Ora è il turno di Tridico, consigliere economico di Di Maio, autore materiale del dispositivo di Reddito di Cittadinanza, e per tali meriti elevato alla Presidenza dell'INPS, di riscoprire con gioioso appagamento la ricetta, in cerca della quale avrà trascorso settimane e mesi in obliate biblioteche tra polverosi incunaboli, per creare occupazione, alla faccia del Jobs Act e della recessione; e tutto ciò, come sempre per le idee geniali, è riconducibile ad un titolo semplicissimo ed efficacissimo: LAVORARE MENO PER LAVORARE TUTTI. Era uno slogan degli anni' '70, la cui popolarità è durata solo il tempo di constatarne l'impraticabilità. Ma vediamo nel dettaglio i contenuti dell'uscita antiquaria di Tridico:

"Non ci sono riduzioni di orario da 50 anni e invece andrebbe fatta". Non è vero: i CCNL hanno ridotto l'orario contrattuale di lavoro molte volte negli ultimi 50 anni; ma anche l'orario legale è stato fissato per l'ultima volta nel 2003, compresa la possibilità di utilizzare meccanismi come la "Banca delle Ore invocata da Tridico per compensare riposi e straordinari.

Il primo passo sarà la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario per aumentare l'occupazione e incentivare la riorganizzazione produttiva delle imprese". Ma per quale mai ragione un'impresa, avendo dipendenti che lavorano meno ore, dovrebbe assumere nuovi lavoratori anziché chiedere a quelli in forza di fare un po' di straordinari (con reciproca soddisfazione...). Inoltre: si pensa davvero che, soprattutto in una fase di recessione, aumentare il costo del lavoro per ora lavorata, sia una ricetta espansiva?

"Le politiche per l'occupazione dovranno anche tener conto dell'avanzare della robotizzazione che mette a rischio i posti di lavoro". A parte il fatto che industry 4.0 se deve aspettare le politiche micragnose del governo produrrà effetti importanti solo al rallenty, la rivoluzione digitale distruggerà posti di lavoro ma ne creerà di nuovi, come è sempre accaduto in tutte le precedenti rivoluzioni industriali. La documentazione e gli studi in proposito abbondano: peccato non leggerli..! In realtà la riduzione di orario ha avuto (e ha ancora) un'efficacia soltanto difensiva, quando si tratti salvare posti di lavoro per un periodo determinato, e si realizza attraverso i contratti di solidarietà, la Cassa Integrazione, e spesso tramite il part time (volontario o no).

"Gli incrementi di produttività vanno distribuiti o con salario o con un aumento del tempo libero. Con questa riduzione aumenterebbe l'occupazione". Peccato però che la produttività del lavoro dal 1995 al 2017 sia cresciuta mediamente solo dello 0,4% annuo, contro una media europea quattro volte più alta. Soltanto nel 2017 abbiamo avuto una lieve crescita, pari allo 0,8%, ma la distanza con le principali economie europee resta enorme, e non migliora se prendiamo in considerazione la Produttività Totale dei Fattori. Il punto è che le pessime performance della produttività sono dovute ad una bassa quota di investimenti in innovazione digitale (cosa che al governo sembra importare molto meno che mandare la gente in pensione anticipata e distribuire sussidi) nonché al fatto che aumenta il numero degli occupati ma diminuiscono le ore lavorate pro capite: ossia esattamente l'obiettivo che Tridico si propone di raggiungere, e che tra l'altro è all'origine delle basse retribuzioni di cui beneficia il Paese!

Del resto la sinistra francese rimase vittima dello stesso abbaglio: al suo primo mandato Mitterrand impose per legge la riduzione di orario, ma dopo qualche tempo ci si accorse che il provvedimento non aveva creato occupazione, ma tempo libero, cosa piacevole (almeno per chi ha i soldi per goderselo...) ma ininfluente ai fini della crescita economica. Un altro piccolo esempio l'abbiamo in casa: si tratta dei Contratti di Solidarietà "Espansivi", quelli cioè in cui i lavoratori accettano di ridurre le ore lavorate, avendone un parziale risarcimento dall'INPS; in cambio di nuove assunzioni. Questo strumento è stato pochissimo utilizzato, e ha quindi avuto un impatto trascurabile sull'occupazione.

La verità è che l'occupazione non aumenta per decreto, ma con politiche ben note, che però comportano una dislocazione delle risorse molto lontana dalla scala di priorità cui, evidentemente, fa riferimento Tridico. Si tratta di intervenire sul cuneo fiscale-contributivo che grava sul lavoro (vedi i recentissimi dati dell'OCSE in merito). Di investire e agevolare gli investimenti privati in infrastrutture e soprattutto in innovazione tecnologica. Di intervenire pesantemente sull'istruzione-formazione e sui servizi al lavoro: c'è un mismatch importante tra domanda e offerta di lavoro, della quale parleremo più approfonditamente in altra occasione. Il sistema Excelsior di Unioncamere segnala un disallineamento che nel 2018 ha riguardato il 26% degli oltre 4,5 milioni di contratti di lavoro che il sistema produttivo aveva intenzione di stipulare, 5 punti percentuali in più del 2017.

Se invece si pensa di creare occupazione mandando in pensione chi lavora o pagando chi non lavora si dimostra incompetenza o interesse esclusivo e cinico ai prossimi risultati elettorali. Ma, perbacco, con la benedizione Accademica..!

 

 
 
 

Il Paese è Maduro per l'economia populista?

Post n°103 pubblicato il 15 Febbraio 2019 da claudionegro50
 

 

Capire come ha fatto il Venezuela a ridursi così (e molto prima l'Argentina) può aiutare a capire perchè l'Italia giallo-verde rischia di fare la stessa fine.

Alla base di tutto c'è una percezione "predatoria" delle relazioni economiche, che non è cosa rara o degenerata, ma soltanto primitiva. La Storia, delle piccole comunità come dei grandi imperi, si è basata da sempre, e fino a non molto tempo fa, sull'accumulo di ricchezza tramite la conquista violenta delle risorse altrui: risorse naturali, preziosi, territorio, forza lavoro, imposte, ecc. sono state le basi materiali della prosperità dell'Impero Romano e degli Imperi Coloniali Spagnolo e Britannico, e così via.

La creazione di valore aggiunto è stata confinata per millenni al commercio, che creava certamente ricchezza marginale ma non poteva competere con l'ordine di grandezze garantito dalla conquista predatoria e svolgeva una funzione sostanzialmente ancillare.

E' con la rivoluzione industriale che la ricchezza comincia a venire prodotta, e non più predata, in larga scala. E la conquista militare diventa caso mai ancillare alla produzione di ricchezza.

Ormai la ricchezza di un Paese dipende dalla capacità di creare valore aggiunto, e quindi dalla ricerca, la diffusione di nuove tecnologia, la conoscenza, la produttività. Se volete, possiamo discutere le numerose varianti a questa direttrice storica, ma non è qui il momento.


Però la accettazione consapevole di questo stato di cose deve contendere con una tradizione infinitamente più antica e radicata nella cultura popolare, appunto quella "predatoria". Arcaica capace però di declinarsi in termini moderni: basti pensare alla vulgata semplificata della lotta di classe, basata sull'idea di espropriare il patrimonio alla borghesia (non già i mezzi di produzione), o ai miti delle nazionalizzazioni finalizzate a sequestrare i profitti al capitale per trasferirli al popolo.

Effettivamente si tratta di un approccio di molto più immediata comprensione, oltrechè radicato nella tradizione tramandata da generazioni, soprattutto in popolazioni scarsamente coinvolte dall'industrializzazione o emarginate sul piano educativo (l'Italia è nell'invidiabile condizione di presentare entrambe le caratteristiche...)


Un primitivismo culturale, come notava Galli della Loggia sul Corsera, che riconduce la politica economica del populismo all'idea predatoria: prendiamo la ricchezza dai ricchi, dalle imprese, dallo Stato, e diamola al popolo! Il pericolo vero del populismo non è in una dottrina economica, ma in una mentalità primitiva, che dà per acquisita l'esistenza della ricchezza e si propone soltanto di redistribuirla. In Venezuela è stato così: l'Ente Petrolifero ha distribuito benzina gratis al popolo e utilizzato i profitti per spesa assistenziale, investimenti zero, tanto il petrolio c'è..! Le imprese della filiera sono state nazionalizzate, e gli utili redistribuiti in sussidi. Le aziende private sono state costrette all'imponibile di mano d'opera e a pagare salari individuati dalla politica e non dai bilanci. Allo stesso modo sono stati calmierati i prezzi delle merci (era già andata male al povero Diocleziano nel IV secolo) per tutelare la domanda a spese dell'offerta. Il diritto al reddito, al consumo, ai servizi è stato elevato a valore primo, imprescindibile e indipendente, garantito dal potere politico che risponde direttamente ai bisogni del popolo.


Questo è il nocciolo culturale del populismo: la creazione di ricchezza è ritenuta attività sostanzialmente antisociale (diffidare dell'impresa..!) che può essere riscattata solo quando questa ricchezza è distribuita tra gli aventi bisogno (che naturalmente sono tali perchè il sistema centrato sull'impresa li depaupera). In questa visione del mondo qualunque ribellismo è bene accetto: l'assalto alle elites riproduce ciò che nei secoli scorsi era la jaquerie, con la conquista e il rogo del castello, e oggi è rappresentato dalle esibizioni dei Gilets Gialli. E ovviamente in questo contesto hanno l'assoluta precedenza i bisogni minimi, i più direttamente sentiti dalla gente comune (e la cui soddisfazione crea peraltro ottimi crediti elettorali con spese limitate). E' così che si decide di mettere i soldi sui treni pendolari anziché sull'Alta Velocità, sulle tangenziali di paese anziché sulle grandi infrastrutture, sui sussidi anziché sugli investimenti, sulle Casse Integrazione anziché su Industria 4.0, e così' via, ponendo le opzioni in alternativa: i grandi investimenti sono indiziati di arricchire gli speculatori, mentre i piccoli (minimi) investimenti e meglio ancora la spesa corrente sono nell'interesse della gente comune... La stessa Verifica costi - benefici per la Torino Lione, al di là delle amenità metodologiche e contabili, indica chiaramente che alla crescita generata dal capitale fisso si preferisce convertire le risorse in liquidità destinabile a consumi o a piccoli interventi che vengano incontro alle richieste locali.

Una visione pauperistica, in cui l'investimento è accusato di sottrarre risorse al consumo del popolo, e va di conseguenza compresso, perchè la priorità è assicurare hic et nunc capacità di spesa ai poveri. Sulla reale natura di questi poveri varrà la pena soffermarsi in altra occasione. Ma l'orientamento è chiaro: le risorse esistenti devono finanziare il consumo.

Non stupisce quindi che di tanto in tanto il governo accarezzi l'ipotesi di requisire l'oro e le riserve valutarie di Bankitalia: al pensiero populista convertire il patrimonio in spesa corrente pare in linea con l'idea di saccheggiare la ricchezza per darla al popolo. Qualcuno gli ha detto che non si può, ma la tentazione è ben radicata e l'ignoranza delle regole la rafforza.


Siccome le regole costringono queste aspirazioni in lacci soffocanti , il populismo pensa magari non di cambiare le regole (troppo complicato...) ma di cambiare gli arbitri: in Venezuela hanno nominato militari (ovviamente senza nessun'altra competenza che quella di obbedire alle disposizioni del governo) nei posti più delicati dell'Amministrazione e dell'Economia. Tentazione forte anche per i populisti nostrani: non disponendo di militari si possono piazzare amici alle Autorità Indipendenti, a partire da Bankitalia e Consob.


Se ci fosse ancora qualche dubbio sull'appeal che esercita la ricetta venezuelana sui nostri sovranisti basti ricordare il patetico, solitario rifiuto dei leader 5S a prender posizione contro Maduro. Il segnale è chiaro: ha ragione lui! Così possiamo vedere più chiaramente cosa ci aspetta se non verranno cacciati via. Del resto sembrava impossibile che Paesi ricchi e in crescita come Argentina e Venezuela potessero ridursi alla miseria. Vogliamo provarci anche noi?

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Non sempre i pagliacci fanno ridere...

Post n°102 pubblicato il 23 Gennaio 2019 da claudionegro50
 


I danni economici già realizzati e venturi del governo giallo verde sono noti. E va bè'. Ma c'è un danno forse superiore, anche se difficilmente quantificabile in numeri, che si sta scaricando sulle spalle del Paese: l'immagine dell'Italia, inevitabilmente filtrata attraverso quella del suo gruppo dirigente (democraticamente eletto) sta mutando rapidamente e sensibilmente.


Proviamo a mettere in fila: Salvini attacca il Fondo Monetario Internazionale (inutile e dannoso) che segnala come il nostro debito sia una mina vagante per l'economia mondiale; prima ancora c'è l'attacco a Bankitalia perchè segnala i rischi di recessione ("sorvegliasse le Banche": mostrando così quanto sappia il ministro di ruoli istituzionali...); prima ancora Di Maio aveva sparato sulla Banca Europea, accusando Draghi di non tutelare gli interessi italiani (...).


Di Maio parte all'attacco della Francia: siamo con i Gilets Gialli! Non contento tenta lo scoop del Franco CFA: lo stampano in Francia e incatena alla schiavitù le ex colonie francesi, causando la fuga della gente verso l'Europa. Non è vero: il Franco CFA garantisce la stabilità dei cambi e il libero scambio, ma Di Maio tradisce la sua avversione anti-euro denunciando l'impossibilità di quei Paesi di operare svalutazioni; inoltre: la grandissima maggioranza di immigrati verso l'Europa è dal Bangla Desh, dall'Eritrea, dalla Somalia, niente a che fare con l'area CFA!

Ma, aggiunge il Di Maio, la Francia sfrutta indecentemente le ex colonie africane: dietro a questa affermazione l'unico riscontro è la sinistra somiglianza con la propaganda fascista dei tempi di guerra circa la Gran Bretagna sanguisuga della ricchezza del pianeta (ricordate le vignette con Churchill vampiro?).

Conclusione: sanzioni alla Francia..! E chi dovrebbe stabilirle? L'Unione Europea? La Nato? La Casaleggio Associati?


Ma interviene Salvini a smorzare i toni : non siamo nemici del Popolo Francese ma di Macron. Certo: vuoi che il Popolo Italiano non abbia diritto di decidere chi governa la Francia..?

Ma la sete di nemici del governo giallo verde non è mai sazia (l'esistenza di nemici è imprescindibile per il consenso popolare). Così si esercitano anche le seconde linee: il Senatore Lannuti ci ha aperto gli occhi circa i pericoli del complotto giudaico internazionale (ce lo aspettavamo da tempo...) palesato dallo svelamento dei Protocolli dei Savi di Sion... Ma il Lannuti non risparmia neppure di accennare ai complottisti rettiliani..!


All'inizio tutto poteva essere riconducibile ad una sbronza populista, ma ormai un giudizio sarcastico non basta più. Il governo proietta sullo scenario internazionale l'immagine di un gruppo dirigente composto da bulli ignoranti, rissosi, boriosi e prepotenti, incapaci di valutare le conseguenze degli insulti che rivolgono con inconsapevole tracotanza a Stati e Istituzioni, di avvertire il ridicolo di cui si coprono per scelte e dichiarazioni squinternate, di pesare gli effetti sul piano internazionale del corteggiamento ai regimi autoritari dell'Est contrapposto al palese fastidio e alla polemica verso le democrazie dell'UE. Un'immagine che inevitabilmente si riflette su quella del Paese stravolgendola rispetto a quella che il mondo ha percepito negli ultimi 74 anni e che non può che generare sconcerto e sfiducia verso di noi. Una sfiducia i cui effetti potrebbero andare ben al di là di quelli economici (spread, fuga dagli investimenti, ecc.) e compromettere l'immagine dell'Italia sul piano politico e intellettuale.

Non sono tra quelli che temono un nuovo fascismo, ma certamente gli atteggiamenti più pacchiani, ridicoli, presuntuosi e bellicosi di questo governo evocano pari atteggiamenti di cui era ricco il ventennio. Ora, se è vero che la Storia quando si ripete diventa farsa, e considerando quanto di farsesco era già nel fascismo, ora siamo addirittura alla pagliacciata!


La Storia in generale non è indulgente con le pagliacciate: sarebbe il caso di darle una mano prima che i costi economici, politici e civili del dopo-pagliacciata diventino schiaccianti?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
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