Esiste il rapporto sessuale?

Il lessico di Recalcati e quelle parole che sembrano cadute dall'alto - Corriere.it

Il titolo dell’ultimo saggio di Massimo Recalcati è: Esiste il rapporto sessuale?; alla domanda, solo apparentemente provocatoria, risponde lo stesso psicanalista in una bella intervista rilasciata a Daniela Monti, con parole che se non chiariscono del tutto il concetto, perlomeno aiutano a far luce su certe dinamiche di coppia. Cito:

È una domanda che si pone Lacan e che io riprendo. I rapporti sessuali esistono. Nessuno li vuole mettere in dubbio. Il problema è che nessuno di essi sarà mai in grado di stabilire un rapporto tra il mio godimento e quello dell’altro. Questi due godimenti non combaciano, non si conciliano, restano giocoforza separati“. Ma tra gli aspetti che Recalcati porta all’attenzione del lettore, trovo che due siano particolarmente ficcanti nella loro ovvietà, che tuttavia sembra sfuggire ai più se il nostro ha inteso stigmatizzarli. Il primo riguarda il nudismo; il secondo la necessità, all’interno di una relazione di coppia, di saper stare da soli.

Sul nudismo.

Penso che l’esibizione in generale sia nemica irriducibile dell’erotismo che invece si nutre di segreti. Penso, per essere molto chiaro, che nel nudismo non vi sia nessun erotismo e che ve ne sia molto di più in una mano che carezza un bicchiere. Il nostro tempo ha perso il senso del tabù e questo in sé non è affatto un male se si considera il tabù come una prigione della libertà, ma diventa un male perdere il senso dell’inviolabile, del mistero, del segreto. Questa perdita depotenzia l’erotismo“.

Sugli equilibri di coppia.

Si tratta di stare in un equilibrio instabile tra desiderio e tenerezza, direbbe Freud. È necessario che il nostro partner resti un segreto per noi, a distanza, non troppo prossimo, non troppo familiare. È necessario ammirare la sua lontananza, la sua differenza, la sua alterità. È necessario non cedere alla tentazione di familiarizzare il rapporto. Riconoscere che non tutto è condivisibile, ma che amare significa condividere proprio questo incondivisibile. Il desiderio, quando c’è ancora, quando resiste al tempo, mostra che l’altro ha saputo conservare il suo segreto. Le coppie che sanno stare insieme sono quelle nelle quali ciascuno sa stare da solo“.

Già. La tanto vituperata solitudine.

Selvaggia Lucarelli e quella dipendenza che non t’aspetti

Chi è Selvaggia Lucarelli trucchi capelli look

E chi poteva immaginare che una donna forte come Selvaggia Lucarelli, il cui eloquio è non di rado fonte di polemiche accese, sia stata protagonista di un vissuto che in genere viene associato alle persone deboli? Eppure è così che è andata per una sua storia d’amore che al pari di molte altre, quando caratterizzata da forti asimmetrie, si definisce tossica. La giudice “molesta” di Ballando con le stelle ne ha parlato in Crepacuore. Storia di una dipendenza affettiva, senza fare  mistero di come una relazione, durata quattro anni, l’abbia indotta a isolarsi da tutto – famiglia, amici, lavoro – con ripercussioni sul legame con il figlio Leon che a un certo punto si è sentito messo da parte. Leggiamo:

Oggi, guardandomi indietro, faccio ancora fatica ad ammetterlo, ma la felicità di mio figlio, la sua sicurezza perfino, erano la cosa più importante solo in quei rari momenti in cui sentivo di aver messo la mia relazione al sicuro. L’unico pericolo che avvertivo come costante e incombente era quello che lui mi lasciasse per la mia evidente inadeguatezza”. In sostanza, quello che premeva a Lucarelli era riempire un vuoto, e infatti  chiarisce:

Quando non eravamo insieme sentivo uno strano disordine emotivo, una specie di febbre, di sete che dovevo placare. Vivevo le mie giornate senza di lui come un intervallo, una pausa dell’esistenza. Mi spegnevo, in attesa di riaccendermi quando lo avrei rivisto. Ero appena diventata una giovane tossica, convinta, al contrario, di aver colmato quella zona irrimediabilmente cava della mia esistenza“.

Sono certa che molte donne si riconosceranno in questa narrazione perché cronaca di una comune quotidianità amorosa vissuta trattenendo il fiato, con la sempiterna convinzione che è normale che sia così.

Volo in spider rossa sorpassa tutti (purtroppo)

Fabio Volo: «Sono sopravvissuto a me stesso. Il mio più grande successo? Aver pagato i debiti di papà»- Corriere.it

Autore di best seller, nonché attore dalle dubbie capacità, questa settimana è (gia!) in vetta alla classifiche dei libri più venduti: ottima operazione prenatalizia per Fabio Volo e il suo Una vita nuova. Del resto essere nazionalpopolare, in una terra di non lettori come l’Italia, paga. Sono anni che mi resta l’amaro in bocca, e benché mi venga ripetuto che tanti scrittori meritevoli sono caduti nell’oblio e che altri hanno ottenuto a stento il riconoscimento che pure meritavano, io non mi rassegno, e nel mio piccolo continuo con l’accanita condanna di ogni culto della mediocrità.

Dall’incipit:

Mio padre l’ho amato da subito, era il mio gigante buono.

Un giorno da bambino gli ho chiesto di volare per me, mi ha risposto che non sapeva farlo. Ero convinto che si sbagliasse.

Nella vita poi ha preferito camminare lento, forse era il passo più adatto al suo sguardo triste, ai suoi occhi buoni, ai suoi silenzi.

Era fatto di silenzi che non sono mai riuscito a interpretare, mio padre era le cose che non diceva.

Mi sono chiesto più volte cosa non si fosse perdonato. Si è tenuto tutto dentro, il dolore, la vita, le parole che volevo sentire. La cosa di lui che ho amato di più è la dolcezza che teneva nascosta: quando sorrideva si squarciava il cielo, come un arcobaleno dopo la pioggia, e subito arrivava il pudore“.

Fabio Volo

Non sono riuscita ad andare oltre…

Elena Ferrante, la scrittrice senza volto

“Un professore che stimavo molto – gli attribuivo grande autorità – mi chiamò una mattina in disparte e mi chiese con i toni accattivanti dell’adulto comprensivo:

“Perché ti comporti così, com’è che non studi più, che cosa vuoi fare della tua vita?”. Risposi, solo perché mi incalzava:

“Voglio scrivere”.

“Scrivere cosa?”.

“Racconti”.

Mi guardò in un modo che mi è rimasto impresso per sempre, come se gli avessi mancato di rispetto: “Racconti? E con quale faccia tu, a tredici anni, mi vieni a dire: non studio perché voglio scrivere racconti? Spiegami: con quale faccia”.

Non gli spiegai niente, feci invece una cosa molto stupida: mi misi a piangere.

Sono passati parecchi decenni da allora. Questa storiella è sbiadita, non ricordo granché di quell’uomo, e in verità nemmeno le parole esatte che mi disse, a parte la certezza che usò proprio quell’espressione: con quale faccia. Era un bravo insegnante, ci parlava di poesia con una passione che mi stordiva. Leggeva spesso versi d’amore e durante la lettura sudava, forse per un eccesso di partecipazione. Quando mi misi a piangere si turbò, seppellì rapidamente il tono di indignata irrisione sotto i balbettii concilianti, e in seguito non accennò mai più, nemmeno per prendermi in giro, alla confidenza che gli avevo fatto. Restai con la mia ferita”.

Questo è l’incipit di un testo di Elena Ferrante, scritto in occasione del Sunday Times Award for Literary Excellence, assegnatole quest’anno e vinto in passato da Margaret Atwood e altre “eccellenze”. Fa specie che una delle scrittrici più importanti della scena contemporanea rifugga la notorietà, e non credo sia ascrivibile al fatto che “siamo organismi mutevoli e il viso è la nostra componente più instabile” (parole sue); direi piuttosto che il suo essere schiva sia una dichiarazione d’amore per la scrittura, più forte d’ogni anelito alla vanità da plebiscito.

Pia Pera e la meraviglia delle piccole cose

Al giardino ancora non l'ho detto”: l'amore per la Natura in un libro di Pia Pera - Envi.info

Torna in una nuova edizione il libro di Pia Pera L’orto di un perdigiorno, questa volta introdotto da Emanuele Trevi che con Due vite, dedicato all’amicizia con la narratrice e Rocco Carbone, ha vinto il Premio Strega. Alcuni stralci dell’introduzione in oggetto:

[…]

“Considero L’orto di un perdigiorno, pubblicato nel 2003 a quarantasette anni, un vero e proprio nuovo esordio. Ma devo subito aggiungere a questa impressione un’osservazione a mio parere decisiva: anche nell’ultima – la più luminosa – stagione della sua vita, Pia rimase quello che era sempre stata, una scrittrice, e la sua lingua rimase quella della letteratura. Questo non equivale a dire che scriveva bene: ci mancherebbe, ma non è l’essenziale. Scrivere bene è relativamente facile; si può scrivere bene una legge, una dieta, un messaggio di WhatsApp, e ovviamente anche un libro sul proprio orto. La lingua letteraria è tutta un’altra cosa. La si può iniziare a definire in negativo: è un linguaggio che non può essere divorato dal suo argomento. Ovviamente ha pure lei un argomento, che nel caso di Pia è il suo orto, ma quello che conta è una specie di perpetuo slittamento. Il visibile allude all’invisibile, il dicibile è il codice cifrato dell’indicibile”.

[…]

“Dal punto di vista poetico, la metafora che sostiene questo libro è di quelle antiche, di ottima lega: l’atto della coltivazione e quello della scrittura possiedono analogie talmente sorprendenti che, senza nemmeno bisogno di esplicitarle, parlare dell’uno e parlare dell’altro è un po’ la stessa cosa. Il rettangolo dell’orto e quello della pagina bianca, omologhi nella forma, sono il luogo di un investimento, o meglio di una proiezione di contenuti psichici che possono maturare in maniera del tutto inaspettata”.

[…]

Complice un azzeccato andamento diaristico (che presuppone una totale ignoranza di ciò che sta per accadere) la scrittura del libro è lo specchio fedele di quella che evidentemente è una specie di scrittura dell’orto. Non manca una serie di fenomeni, anche negativi, che sono comuni all’esperienza dello scrittore e del coltivatore: le direzioni sbagliate, i troppo facili entusiasmi, i cattivi risultati che si ottengono copiando quello che fanno gli altri, ovvero trascurare di mantenersi fedeli al proprio stile. Tutto questo, per inciso, distanzia sotto ogni aspetto il libro dal genere del manuale, che per sua natura esclude tutto ciò che non è efficace per il conseguimento di un risultato. Ma non a caso, qui si parla dell’orto di un perdigiorno“.

[…]

Si può aggiungere che Pia, ai tempi in cui scrisse L’orto di un perdigiorno, si era avviata verso il periodo – ahimè troppo breve – della sua piena auto-realizzazione. Ciò significa che aveva trovato la strada per realizzare il compito più arduo che tocca in sorte a noi viventi, che non consiste nella cura di un orto o di un giardino o nella scrittura di un libro, ma nel sottrarsi alla tirannia dell’Io, che certo non può essere distrutto, ma almeno scalzato quanto più possibile dal centro. È per questo che, in una delle pagine finali, paragona l’orto a un mandala tibetano, simbolo del “divenire perpetuo della natura”, o della “ruota in cui danza Shiva”. Bellissima immagine: ma per essere veritiera bisogna arrivare a sognare, come fa Pia in questa pagina, che l’orto un giorno si coltiverà, per così dire, da solo, in un “meraviglioso ciclo di nascita crescita raccolto”, che non ha più bisogno delle mani amorose che hanno avviato il ciclo. È un sogno impossibile, ma per questa scrittrice romantica l’impossibile è una stella polare. Ma perché questo sogno sia credibile oltre che impossibile, bisogna che non ci sia più nessuno al centro della ruota: né noi, e nemmeno Shiva. È solo un centro vuoto che potrà dirsi realmente, pienamente fecondo”.

Emanuele Trevi

Paradiso in terra, paradiso terrestre. Non ricordo più dove, Kafka ha scritto che ci sarebbe da chiedersi non perché l’uomo abbia perduto il paradiso terrestre, ma perché non faccia nulla per tornarci. A lui, cittadino di Praga, forse è sfuggito che chiunque torni alla campagna, chiunque voglia per sé un giardino, è spinto da questo desiderio, di un ritorno all’Eden“.

Pia Pera, L’orto di un perdigiorno

Will Smith: volevo uccidere mio padre

Dal padre violento alla fama mondiale, Will Smith si racconta - Giornale di Sicilia

Umanamente comprensibile chi cerca di riannodare i fili di ciò che è stato alla luce di ciò che è diventato, tuttavia se a scrivere un’autobiografia è un attore, già pop star di fama mondiale come Will Smith, l’operazione puzza di bruciato. Le persone sagge, con le quali condivido l’anelito alla discrezione, sanno che i panni sporchi si lavano in casa, e dunque non capisco la necessità di rendere edotto chicchessia delle brutture di casa propria. Ma a quanto pare l’ex principe di Bel-Air non la pensa così e a proposito del padre, uomo di indole violenta, scrive: “A nove anni lo vidi colpire mia madre alla testa con tanta forza da farla svenire e sputare sangue. Più di qualsiasi altro momento della mia vita, fu quel preciso attimo in quella camera da letto a definire la persona che sono oggi. (…) Giurai che quando sarei stato abbastanza grande avrei vendicato mia madre, avrei ucciso mio padre“. Fortunatamente le cose presero un’altra piega perché il tempo trovò il modo di lenire la rabbia e il risentimento, tant’è che Smith finì col provare tenerezza per il genitore ormai vecchio, e il giorno in cui portandolo in bagno avrebbe potuto spingerlo giù dalle scale, a prevalere furono altri sentimenti che della promessa di vendetta fecero coriandoli: “La devozione, l’attenzione, l’onestà e la compassione che condivisi nei suoi ultimi mesi di vita sarebbero diventati l’archetipo di amore al quale aspirare nella vita“. Al di là dei toni drammatici, il libro riporta spaccati comici di tutto rispetto e il qualche misura edificanti quando Smith ricorda i suoi mentori: nonna Gigi, Quincy Jones, Mandela, passando per certe sedute di psicanalisi a luci rosse durante le quali arrivò alla conclusione di desiderare un harem di donne con Halle Berry tra le favorite.

Willil potere della volontà, (scritto con Mark Manson) è il titolo italiano. L’originale è Will, laddove will indica il futuro della certezza e la volontà, oltre che il nome dell’autore.

Il Nobel nazista che imbarazzò la Norvegia

A cent'anni dal Nobel per la letteratura a Knut Hamsun, il poeta delle radici - Il Primato Nazionale

Torna in libreria, dopo un secolo, Germogli della terra, il libro grazie al quale Knut Hamsun vinse il Nobel per la letteratura nel 1920; peccato però che l’attribuzione del  prestigioso riconoscimento si rivelò un clamoroso passo falso da parte dell’Accademia svedese, perché nel frattempo lo scrittore era diventato un grande ammiratore di Hitler. Dopo la fine ignominiosa del Führer, la Norvegia corse ai ripari dichiarando il Nostro insano di mente, che tuttavia tale non era, perlomeno non in senso stretto, tant’è che seppe difendere egregiamente le scelte di tutta una vita pubblicando Germogli della terra. Ora, poiché i toni della narrazione sono misogini, violenti e razzisti, in parole povere troppo lontani dall’iper-sensibilità contemporanea, il libro resta di esclusiva pertinenza degli amanti della letteratura tout-court giacché è scritto molto bene, ma volendo potrebbe costituire motivo di interesse anche per coloro che sanno contestualizzare quello che leggono. Comunque bisogna affrettarsi: c’è il rischio che passi un altro secolo prima di rivedere il libro di Hamsun in libreria, poiché l’ombra sinistra della cancel culture è sempre in agguato. E ormai lo abbiamo imparato, il significato di contestualizzare sfugge alla cultura ipocrita.

Il mattino successivo la ragazza non se ne andò, né lo fece per tutta la giornata. Si rese invece utile mungendo le capre e sfregando le stoviglie di legno con della sabbia fine pulendole per bene. Non se ne andò piú. Lei si chiamava Inger. Lui si chiamava Isak.

La vita dell’uomo solitario si trasformò. È vero che la sua donna parlava in modo confuso e si nascondeva sempre il volto per via del labbro leporino, ma non poteva lamentarsene. Senza una bocca deformata probabilmente non sarebbe mai andata da lui, quel labbro leporino era la sua fortuna. D’altra parte lui era forse senza difetti? Isak, con la sua barba rossa e il corpo troppo tozzo, sembrava un orribile troll di fiume o una creatura vista attraverso un vetro deformante. E chi altri se ne andava in giro con uno sguardo come il suo! Sembrava capace di liberare da un momento all’altro una specie di Barabba. Era già tanto che Inger non fuggisse via.

Ma lei non fuggiva. Ogni volta che Isak si allontanava e poi tornava a casa, Inger era accanto alla capanna. Lei e la capanna di torba erano una cosa sola.

È vero che aveva una bocca in piú da sfamare ma ne valeva la pena perché ora poteva muoversi di piú, poteva assentarsi. Lí accanto c’era il fiume, un bel fiume che non era solo piacevole a vedersi ma era anche profondo e impetuoso. Non era un fiumiciattolo, e doveva nascere da qualche grande lago su a monte. Si procurò l’attrezzatura da pesca, andò a cercare il lago, e la sera tornò a casa con trote e salmerini. Inger lo accolse con grande meraviglia. Non essendo abituata a quel cibo era sopraffatta, e batté le mani esclamando: Sei straordinario!”

Knut Hamsun, Germogli della terra