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Romeo e Giulietta

Post n°435 pubblicato il 27 Febbraio 2008 da kiblyn

Romeo e Giulietta






























Il ritorno di Romeo e Giulietta di Kenneth MacMillan
sulle scene scaligere ha avuto il suo principale motivo di interesse
nello straordinario debutto italiano in un ruolo a serata di Alina Cojocaru,
la ventiseienne stella del Royal Ballet di Londra, rumena di formazione
accademica ucraina (nella scuola di Kiev che sforna talenti del
balletto classico come Zakharova, Matvienko, Sacha Riabko e via
dicendo). Considerata tra le massime interpreti della nuova
generazione, incoronata dalla critica britannica come Giselle del
nostro tempo e con un repertorio di ampio raggio, che dal romanticismo
arriva al postmoderno di Forsythe, Alina ha quella speciale star quality,
che davvero, in scena, si traduce con una luminosità connaturata alla
sua semplice presenza e che si irradia attraverso il fluire del
movimento.

In questo, ricorda assai da vicino Carla Fracci.
In più, ha una musicalità particolare, capace di sgorgare in una
cantabilità di movimento che ogni volta fa pensare che quella sequenza
di passi - e solo quella - sia assolutamente necessaria a quella
particolare musica. In questo senso esalta la coreografia e insieme se
ne appropria, facendone testo e pensiero del suo personaggio: ne
valorizza i chiaroscuri e le intenzioni e insieme offre spunti per
scoprire, in partiture già notissime e già fissate nella memoria da
altre grandi interpretazioni, qualcosa di nuovo, personale e credibile.


Una coreografia, quella di MacMillan, che, ormai
quarantacinquenne, comincia a mostrare qualche ruga nella concezione
del corpo di ballo (sia nelle scene di piazza, con duelli schematici e
petulanti danze tra le prostitute e le donne del popolo; sia in quelle
in casa Capuleti, con interminabili sfilate a la Petipa) e in certi
manierismi psicologici (si veda la scena della nutrice con Romeo e gli
amici o la morte di Mercuzio). Ma che ha ancora punti di forza proprio
nelle scene di Giulietta: la sua prima entrata, la scena del balcone,
il duetto della camera da letto e poi quella, teatralmente forte, della
decisione di assumere il veleno. E qui l'interprete ha delineato un
ritratto adolescenziale fresco e innocente, gradualmente catturato
dalla passione e dal dolore, con abbandoni del corpo flessuoso che
diventa sinuoso e aereo, e poi pesante e grave nella scena della tomba,
e con una danza che dallo sguardo arriva alla punta dei piedi.

Bella sorpresa per il pubblico scaligero, orfano di una danzatrice tragédienne della levatura di Alessandra Ferri e che ha potuto rivedere Cojocaru giovedì 21 febbraio sempre a fianco di Roberto Bolle.
Il quale è oggi più che mai consapevole di una necessaria rilettura
interpretativa dei ruoli che ne hanno consolidato la fama e, dopo il
ritiro di Ferri, sta cercando nuove compagne con le quali trovare quei
proficui stimoli. La partnership con Alina e con il suo approccio così
personale e intimo con la musica di Prokofiev (che sembra aver compreso
fino alla più profonda intenzione) è però ovviamente ancora in rodaggio
e certo anche fisicamente il suo torreggiante Romeo sembra sovrastare
eccessivamente la minuscola Giulietta rumena. Vedremo dunque cosa
porterà il futuro alla nostra stella trentaduenne, oggi davvero,
doverosamente, desideroso di affrancarsi dal clichè principesco, nel
quale, ohimè, rischia di rimanere, altrimenti, impaniato.

Nell'opulento e talvolta incongruo allestimento firmato da Ezio Frigerio
(talmente incongruo che il Principe di Verona e i suoi armigeri escono
dalla Basilica armati per fermare la rissa in piazza e il letto di
Giulietta sembra un'arca scaligera) il corpo di ballo milanese si è
mosso con puntualità e rigore e accurata è stata la caratterizzazione
dei tre coprotagonisti fatali, Antonino Sutera (Mercurio), Alessandro Grillo (Tebaldo) e Mick Zeni (Benvolio) affiancati dall'elegante Riccardo Massimi nel ruolo di Paride. L'Orchestra della Scala diretta con sicurezza da Paul Connelly ha reso giustizia alla bellissima partitura di Prokofiev.

di Silvia Poletti



 
 
 
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Alma ausente

No te conoce el toro ni la higuera,
ni caballos ni hormias de tu casa.
No te conoce el niño ni la tarde
porque te has muerto para siempre.

No te conoce el lomo de la piedra,
ni el raso negro donde te destrozas.
No te conoce tu recuerdo mudo
porque te has muerto para siempre.

El Otoño vendrá con caracolas,
uva de niebla y montes agrupados,
pero nadie querrá mirar tus ojos
porque te has muerto para siempre.

Porque te has muerto para siempre,
como todos los muertos de la Tierra,
como todos los muertos que se olvidan
en un montón de perros apagados.

No te conoce nadie. No. Pero yo te canto.
Yo canto para luego tu perfil y tu gracia.
La madurez insigne de tu conocimiento.
Tu apetencia de muerte y el gusto de su boca.
La tristeza que tuvo tu valiente alegría.

Tardará mucho tiempo en nacer, si es que nace,
un andaluz tan claro, tan rico de aventura.
Yo canto su elegancia con palabras que gimen
y recuerdo una brisa triste por los olivos.

Di

Federico García Lorca
 

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