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I gemelli

Post n°436 pubblicato il 28 Febbraio 2008 da kiblyn

I gemelli

Seconda tappa di "Ombre" progetto ambizioso in tre momenti che coinvolge altrettante scrittrici, da Ingeborg Bachmann (Occhi felici, andato in scena l'anno scorso) a Fleur Jaeggy, per poi terminare con I gioielli di Madame de... di Louise de Vilmorin a fine 2008, I gemelli è tratto dal volume di racconti La paura del cielo, della Jaeggy.

Una
scrittura in qualche modo "doppia", iperrealistica e visionaria allo
stesso tempo, che non poteva non affascinare un artista come Giorgio Marini, stravagante e insolito, sempre alla ricerca di un sigillo personale per i suoi lavori. I gemelli
è un viaggio nel buio, fra sciabolate di luce improvvisa, dentro una
landa desolata che rappresenta il gelo della vita, quel nulla
ghiacciato dove a malapena alita la coscienza.

Ma questo
viaggio riguarda anche - e forse soprattutto - la ricerca di
un'identità, il senso di un'esistenza in questo caso ancor più doppia e
misteriosa perché di due gemelli si tratta. Un'unione, quella di Hans e
Ruedi, che si snoda per scontento, cercando di colmare il mistero
dell'attrazione che sempre lega fra di loro i gemelli, quasi cercando
di fare di due uno. Puntualmente là, nelle Alpi svizzere, tutto questo
e molto altro succede ai due gemelli nati chissà dove, cresciuti in un
orfanotrofio, sguatteri a 14 anni, ritornati nel proprio paese di
origine forse per trovare delle risposte alla loro vita.

Due
che si congiungeranno carnalmente una sola volta: quasi un'unione
mistica - sostengono -, che li rende più forti e consapevoli. Due fuori
squadra, guardati con sospetto dalla comunità, un punto interrogativo
dentro un perbenismo di facciata con le sue tendine alle finestre
incorniciate di fiori. Un'umanità con le sue credenze, le sue
idiosincrasie, uomini e donne, un pastore protestante sempre con il
dito teso e l'anatema pronto, e una dolce moglie impaurita dall'animo
gentile che ama gli animali. E poliziotti dal finto buon cuore, e gli
abitanti del villaggio dove si fa sempre più radicale il contrasto fra
vecchi e giovani.

Fra alberi beckettiani rinsecchiti, pochi
oggetti scenici, Hans e Ruedi, biondi gemelli dai pantaloni alla zuava,
come dei novelli Vladimiro ed Estragone, sdraiati per terra interrogano
la luna e il cielo, visitano le tombe, perennemente in attesa del loro
Godot. Che, quando arriva, è un poliziotto che li vuole sfrattare dalla
casa in cui vivono per mandarli in un ricovero per vecchi a vivere
infinite giornate sempre uguali, giocando a carte.

Marini spinge i suoi bravi attori - Elisabetta Piccolomini e Anna Paola Vellaccio che sono i due gemelli ed Emanuele Carucci Viterbi
che interpreta ruoli diversi e che assume anche la parte del narratore
- a un gioco teatrale mentale senza creare personaggi, ma ricostruendo
dal punto di vista della scena il movimento, il lento ritmo interno del
racconto di Fleur Jaeggy.

Lui e loro giocano senza rete in
questo spettacolo di silhouettes dove i rarissimi oggetti assumono una
forte valenza simbolica e dove le voci diverse, la luna, il cielo, i
fiori, gli animali fanno parte di un unico flusso di vita. Fantasmi
usciti dalle pagine di un libro o memorie di una casa di morti, il
regista regala loro una vita in bianco e nero, ectoplasmatica, dentro
una scena inquietantemente notturna, come in un film di Sjöström o di
Bergman.


di Maria Grazia Gregori

 
 
 
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TERRA DI CONFINE

Terra di confine
regia Cesare Corrales
con Andrea Cotrone e Luca Milesi

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SI VEDENO FRAMMENTI
DELLO SPETTACOLO
 
Alma ausente

No te conoce el toro ni la higuera,
ni caballos ni hormias de tu casa.
No te conoce el niño ni la tarde
porque te has muerto para siempre.

No te conoce el lomo de la piedra,
ni el raso negro donde te destrozas.
No te conoce tu recuerdo mudo
porque te has muerto para siempre.

El Otoño vendrá con caracolas,
uva de niebla y montes agrupados,
pero nadie querrá mirar tus ojos
porque te has muerto para siempre.

Porque te has muerto para siempre,
como todos los muertos de la Tierra,
como todos los muertos que se olvidan
en un montón de perros apagados.

No te conoce nadie. No. Pero yo te canto.
Yo canto para luego tu perfil y tu gracia.
La madurez insigne de tu conocimiento.
Tu apetencia de muerte y el gusto de su boca.
La tristeza que tuvo tu valiente alegría.

Tardará mucho tiempo en nacer, si es que nace,
un andaluz tan claro, tan rico de aventura.
Yo canto su elegancia con palabras que gimen
y recuerdo una brisa triste por los olivos.

Di

Federico García Lorca
 

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Federico García Lorca
 
 

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