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Messaggi del 26/10/2014

Dottor Carlo Poma di Mantova

Riporto ancora un episodio da "I martiri di Belfiore: letture patriottiche per giovinetti italiani" di Francesca Zambusi Dal Lago, G. Franchini, Verona, 1900. Carlo Poma è oggi noto, tristemente direi, perché a lui è intitolata la Via nella quale, quasi 25 anni fa, fu consumato un delitto tuttora irrisolto. Carlo Poma fu un patriota e quella che segue è la sua storia.

Sulle ginocchia materne si formano gli eroi.

Carlo Poma, valente in medicina e chirurgia, sagrificato dagli Austriaci a Belfiore, nacque a Mantova l' anno 1823 il sette dicembre, e fu spento pure nel fatal sette dicembre del 1852.

Gli fu padre il giudice Leopoldo Poma, consigliere di Tribunale, uomo riverito per rettitudine, dottrina, e patriottici sentimenti. Sua madre fu la illustre Anna Filippini, donna di antica virtù, e di cui non saprebbesi se più ammirare l' altezza della mente o quella del cuore.

Morto di crudel morbo l' anno 1836 ai figli ancor teneri il genitore, ella si strinse più fortemente alla numerosa giovane famiglia, e con essa abbandonò il luogo natio, per recarsi in Pavia a compiervi l' educazione dei figli maschi. Ritornò a Mantova quando Carlo, il minore di tutti, aveva già côlta laurea in medicina e chirurgia.

Salito ben presto per il suo merito in alta fama, venne invitato a prestare la generosa opera sua nel patrio ospitale, quel santo albergo degli umani patimenti.

E tanto intelletto di amore egli vi pose, che dir solevasi, avere per i suoi malati il cuore di un padre e le viscere di una madre! Di ciò sia prova, che spento egli già da tanti anni, la sua memoria benedetta viene colà tramandata di bocca in bocca, e ai visitatori del pio luogo si mostrano con reverenza le stanze che esso occupava, i suoi libri e quanto ancora di lui parla al cuore degli infelici, che la sua carità sapea confortare!

Le azioni del medico Carlo Poma erano improntate di quell' ardore disinteressato, che distinguer deve i seguaci di quell' arte che più accosta l' uomo a Dio. E quando stanco delle fatiche del giorno, cercava riposo fra le pareti domestiche, divider soleva le brevi ore fra le amorose accoglienze della pia genitrice, e l' occuparsi in severi o più ameni studi. Profondo conoscitore delle scienze naturali, trasfonder sapeva ne' suoi giovani allievi, col sapere, lo zelo di giovare all' umanità sofferente, onorando in pari tempo la patria. Seguace del poetico genio materno era buon poeta come buon prosatore, e bene istrutto in varie lingue straniere.

Tutto ciò congiunto a un illibato carattere, lo faceva ricercato in ogni più culto ritrovo, e in lui posero ben presto fidanza i più atti patriotti italiani.

Eravamo al 1850, epoca delle cospirazioni per iscacciare d' Italia lo Straniero. Si formarono, come sopra dicemmo Comitati, e questi divisi in Circoli, ognuno de' quali presieduto da uno de' più forti nostri campioni.

Carlo Poma veniva a ciò destinato. Scopertasi la congiura e per la colpevole debolezza di alcuni anche il nome de' compromessi, si passò tosto agli arresti.

Era una notte buia, buia, e Carlo immerso in profondo sonno, sognava di rivedere la madre, che tornar doveva col nuovo giorno dalla campagna.

Fra il terrore della desolata famiglia, veniva strappato dalle braccia de' fratelli e condotto alle prigioni della Mainolda, da cui poscia al castello di S. Giorgio. E là rinchiuso in umida stanzaccia, dalle mura insudiciate, il soffitto a vôlta, ove la curva incominciava dal pavimento a fare di quell' antro un vero soggiorno di morte!

Soli arredi, un duro pagliericcio, due olle una per l' acqua, l' altra per le immondizie. A sei ore del mattino vi entravano due soldati con un secondino, slucchettavano la finestruola togliendone per pochi istanti le impannate. Il prigioniero, impedito dalle catene di sollevarsi da solo, si faceva da essi prestare aiuto, e correva a bevere da quell' abbaino qualche boccata d' aria, di cui sentiva irrefrenabile il bisogno. Sparite le guardie, rimaneva là solitario per ore e ore, a misurare il tempo che lo avvicinava all' eterno! …

La madre di Carlo, all' improvviso annunzio della carcerazione del figlio, non mandò pure un lamento, perchè le spie dei carnefici non si pascessero delle lagrime materne.

Nel segreto però della vedova stanza, schiacciata, i giorni e le notti, sotto un pensiero unico, desolante, non ebbe più momento di pace! … Dal suo cuore stillava sangue, ma ella trovava pur nondimeno parole di speranza per il suo prigioniero! E che non immaginava a confortarne la solitudine? …

Le quante sere, fratelli e amici passavano e ripassavano sotto le cupe vôlte di quel suo carcere, facendo penetrare alle sue orecchie le sospirose lor voci!

E beata più ancora quella relitta se ascoso fra le pieghe di qualche veste al prigioniero concessa, poteva fargli giungere un solo fiore! …

Era poi una festa per tanti cori, se per ingegnosi ritrovati del chimico carcerato, egli riusciva a imprimere su di una camicia riportata alla famiglia, i suoi confidenti caratteri, sfuggiti a profano sguardo. E queste preziose memorie, gelosamente custodite dall' amor de' parenti, con altre de' compagni sagrificati, sono ora glorioso retaggio di tutto un popolo!

Come onda incalzata dall' onda, pensieri e affetti del condannato si combattono entro il suo cuore, e ne fanno strazio. La terra e il cielo, il mortale e l' eterno, tutto a un punto gli si affaccia! …

Se a chi versa in pericolo della vita, pur confortato dalla speranza che mai non abbandona, è doloroso il morire, che non sarà mai di chi nella pienezza della vigoria, vede avvicinarsi ineluttabile l' ora suprema? E questa non confortata dal sorriso d' amici volti, ma fatta più cruda dal ceffo rude del carnefice! …

Quando tutti aspettavano la grazia sovrana, fatta sperare ai prigionieri politici, ecco piombare come folgore sentenza di morte su vile patibolo, a Carlo Poma e quattro compagni suoi. Invano nobili matrone si portano in Verona ai piedi di Radeschi, e ne tornano sconosolate!

Chè la settantenne madre del Poma, affranta più che dagli anni dai patimenti, nel più crudo di un rigido verno, vuole trascinarsi a Vienna ai piedi dell' augusta Regnante, che pur essa è madre, a implorare dalla sua intercessione la vita del figlio! …

Ahi, non sapeva la misera che i despoti non hanno un cuore!

Giunta a Trieste, le si ingiunge di rifar la sua via, e quando a Mantova ella ritorna … non trova più che un cadavere! …

E il derelitto figlio, ottenuto di rivedere i suoi cari, non vide fra essi la madre, ch' era in cima dei suoi pensieri, il sogno delle sue notti, il sospiro de' numerati suoi giorni! … Lei sempre chiamava, e benedicimi diceva, che io voglio morire di te degno!

Tu con l' esempio e col precetto mi inspirasti la religione del dovere, la carità per gl' infelici, l' amor del lavoro, e tutto il poco che io sono, a te sola lo debbo! Tu fosti sempre un libro aperto per i figli tuoi, che furono le sole tue gioie, e ahi me misero, che con la mia morte ne fo' il tuo martirio!

Perdono, o madre, chè se io volli far libera l' Italia a prezzo della mia vita, non macchiai le mie mani dell' altrui sangue, ma come meglio seppi, salvai da morte il mio stesso nemico!

Carlo, era di que' forti caratteri che col sagrificio di loro medesimi, cercavano educare il popolo alla virtù. Voleva la concordia degli animi, che sola dar poteva alle moltitudini quella forza morale, a cui nessun despota saprebbe resistere. Confidava sopratutto nel progredire dell' idea, che qual fiume giù giù scende, e a poco a poco s' ingrossa, finchè supera ogni argine, e tutto trascina nel vorticoso suo corso.

Rammentava i primi albòri di libertà, il 21, 31, 48. Vedeva gli antesignani del nostro politico risorgimento, andar carponi fra le tenebre, poi a capo chino e finalmente sollevare le fiere teste alle forche di Belfiore!

Da ciò intravedeva non lontana la libertà e l' unione d' Italia, sotto un Re italiano!

Tradotto, dopo la condanna, dal Castello di S. Giorgio al Confortatorio di S. Teresa, chiese di un amico sacerdote, che gli fosse a canto nel duro passo. A questo pietoso confidò tutto sè stesso, e l' ultimo bacio per la pia genitrice che andrebbe a precedere in paradiso!

Quel giorno e molti altri appresso, furon giorni di italiano lutto! I cittadini di Mantova, scontrandosi per via, si salutavano con un sospiro.

Un tristissimo caso rese più straziante il transito dei cinque, dal Confortatorio di S. Teresa a Belfiore. Fatalmente la casa dei Poma era posta in contrada larga, a cui il funebre corteo passar doveva vicino Da una finestra spalancata si udì un orribile grido: era di una sorella del Poma, a cui fino a quel giorno si era lasciato sperare nella grazia sovrana!

Alla nota voce, Carlo abbrividì, venne meno! … Ma un de' compagni gli susurrò all' orecchio che tutta Italia era a' suoi martiri intenta, e tornò nel martire la virtù sopita!

Nè più il commossero, il rullar de' tamburi, le stridule voci delle guardie, nè quella dell' auditore che sotto le forche rilesse la sentenza di morte.

Carlo Poma, fu dalla sorte destinato a essere l' ultima vittima, e così quest' anima pietosa agonizzò non una, ma cinque volte. Le sue estreme parole furono: Signore, vi raccomando la madre e la patria mia!

--E la madre? …

Il suo immenso cordoglio, compresso al di dentro, scavò più profondo un abisso in quel delicato suo cuore. Visse anni di una vita peggior che morte! Si strusse invano nell' ansia brama di portare lagrime e fiori sul cenere del figlio! Nel suo dolore senza speranza, invidiava alle molte madri, meno di lei sventurate, cui ogni giorno novello avvicinava all' istante di veder libero il prigioniero! …

Insopportabili le divennero que' luoghi testimonî delle sue gioie materne, e che echeggiare or parevano dei gemiti del figlio suo! Si ritrasse a vivere in un suo recinto, nel silenzio de' campi, ove sfogare lontana da umano sguardo la piena del materno dolore!

Il 15 giugno 1863, stanca dell' umano patire, volò al suo martire in cielo!

--Deh, che le inenarrabili angoscie di tante itale madri, non tornino infeconde a questa patria con tanto sangue redenta, e risollevando lo sguardo alle forche di Belfiore, duri virtuosa e forte, sotto lo scettro del magnanimo Re italiano, all' ombra della gran Croce Sabauda!

 
 
 

Tito Speri di Brescia

"I martiri di Belfiore: letture patriottiche per giovinetti italiani" è il titolo di un libro pubblicato nel 1900 (G. Franchini, Verona), scritto da Francesca Zambusi Dal Lago, nata nel 1827, morta in data imprecisata. Il libro è composto da vari episodi che narrano le vicende tragiche di altrettanti patrioti. Ho trovato molto bello l'episodio relativo a Tito Speri, che esalta sentimenti ormai sconosciuti.

"Biondo era e bello e di gentile aspetto."

Brescia, la nobile e generosa Brescia, posta alle falde di un colle ameno, e il cui territorio bagnato da più fiumi è fertilissimo, fu sempre terra di sensi patriottici, e l' anno 1849 con la forte sua resistenza, sostenne l' onore della causa italiana, avvilita dalla fatale caduta di Novara. In tanto sorriso di cielo, da non ricchi ma onoratissimi parenti, nacque Tito l' agosto del 1825. Morto a lui il padre mentre era ancor giovinetto, rimase alle cure della vedova madre, che a sopperire agli scarsi suoi economici mezzi, raddoppiò di zelo, e con l' assiduo lavoro delle sue mani potè educare il figlio ne' belli studi, a cui fin da fanciullo si mostrava inclinato. Oh, è ben vero che sulle ginocchia materne si formano gli eroi; e così Tito all' esempio della pia madre, donna di generoso sentire, crebbe in virtù e in senno, e divenne giovane ancora, l' idolo de' suoi concittadini e di quanti lo conoscevano. D' indole nobilissima, di cuore aperto, di umore il più lieto, facile della parola, aveva fibra delicata ma energica, animo cavalleresco, mediocre statura, bruno il colorito, alta la fronte, neri e scintillanti gli occhi, biondi i capelli, rara la barba al mento. Era pur forte del braccio, agilissimo delle membra, e gentile ne' spigliati suoi modi, vero tipo bresciano Lo svegliato ingegno gli traluceva de tutta la persona.

Nel 1848 subito dopo le famose cinque giornate di Milano, corse ad arrolarsi nella guardia cittadina, e combattè di poi nella Compagnia dei giovani lombardi. L' anno 1849 dopo le sventure di Novara, si fe' l' anima degli insorti Bresciani, e in quelle gloriose dieci giornate di rivoluzione di un popolo, che altamente sentiva l' offeso onore italiano, egli pareva convertito in un antico eroe, mentre guidava i suoi alla difesa, impedendo loro ogni atto men che generoso contro il nemico. Ma quando vide inutile, anzi dannosa ogni ulteriore resistenza, fu lui stesso a inalzare bandiere bianca, gridando: Entrate, ma non per amore, per forza! …

Caduta Brescia, molti de' suoi emigrarono, ma non però Tito, perchè ci aveva la madre! … Fu ella medesima che in nome dell' estinto padre glielo impose, quando s' accorse che il rimanere poteva essergli fatale. Andò Tito prima nella Svizzera, e poi a Torino ove venne adoperato nella pubblica istruzione. Passato qualche tempo non seppe resistere al desiderio di rivedere la madre, e fidan do anche forse nell' amnistia promessa dall' Austria, tornò in patria, ove l' improvviso ritorno fe' sospettare ai malevoli della sua fede politica. Le ingiuriose insinuazioni furono schianto a quell' anima d' eroe, che dolente di non poter nulla operare a prò della patria, si chiuse nei geniali suoi studì e diede fuori poesie, drammi, romanzi, preparando inoltre documenti per una storia d' Italia dell' ultimo secolo.

Ma la sospettosa polizia austriaca, che avversava gli ingegni svegliati, da cui vedeva sorgere i debellatori del suo dispotismo, nol perdè mai d' occhio, e dopo fatti parecchi arresti, la sera del 26 giugno 1852, mentre Tito era fuori della propria casa lo fece prigione, senza pur concedergli di dare un addio alla madre sua! Amici pietosi ne portarono alla poveretta il desolante annunzio, e ella ebbe a dire: il core me lo presagiva! … oh, potessi almeno vegliare al suo capezzale, giacchè egli da qualche giorno è febbricitante! … Poi nel terrore di una perquisizione, abbruciò le carte del suo Tito, privando forse la patria letteratura di pagine preziose. Ma chi non l' avrebbe fatto? Il prigioniero aveva infatti la febbre, e ciò nondimeno venne tradotto la stessa notte nel luttuoso castello di Mantova. Al passare, egli disse, sotto la orribile vôlta, al salire di quelle eterne scale, sulla soglia della porta fatale che si rinchiuse dietro i miei passi, allo stridore dei duri catenacci, fra quelle sentinelle del colore di morte, all' essere spogliato di tutto il mio, e là solo, senza più un sorriso di volto amico, non credetti di poter sopravvivere.

E--madre, madre--gridava nel delirio della febbre: Madre ove sei che non soccorri il tuo povero figlio? … Gettato su duro pagliericcio, schifoso per molti insetti, il male di Tito si andò aggravando e fe' temere della sua vita. Fu allora che un pietoso sacerdote ottenne di apprestargli un buon letto, beneficio che non dimenticò più mai! Passati però quei primi giorni d' infermità e di morale abbattimento, come il leone che scuote la chioma e torna ardito, il prigioniero forte della propria intemerata coscienza, ridivenne tranquillo, anzi gioviale, e si fe' l' amore di quanti l' avvicinavano.

Fra le torture del duro carcere, trovava parole di conforto per la desolata sua genitrice, e nelle amorose lettere le insinuava di confidare nella sua innocenza, proibendole di scendere a preghiere con l' inimico per la sua salvezza. Dopo lunghi giorni di terrori e di speranze, ad arte alimentate dall' oppressore per tener calme le popolazioni, improvvisamente si pronunciò sentenza di morte su vile patibolo, contro il conte Carlo Montanari di Verona, il parroco Grazioli del Bergamasco, e Tito Speri di Brescia! I primi momenti dopo la condanna sono i più terribili per i condannati! Come in una visione loro si affacciano le gioie della famiglia, i baci materni, le speranze dei primi anni, le angoscie del distacco, lo strazio dell' ultimo irrevocabile addio!

… La lugubre cella di Tito invece parve da quel giorno convertita in un asilo di pace.--Guai--egli diceva, all' uomo senza fede! egli non compirà giammai opera generosa, perchè solo il pensiero di una vita futura può fare gli eroi! … E quanto più si avvicinava l' ora dell' estremo supplizio, più si ingigantiva il suo coraggio, e pareva cittadino men della terra che del cielo! Dal ferreo Castello di S. Giorgio venne con gli altri condannati tradotto nella lugubre stanza di Santa Teresa, e di là alla valle dolorosa di Belfiore!

Giunta l' ora di morte, si vestì Tito come a festa, e sereno in volto, gentile negli atti, seguì i due compagni sul palco, non del disonore ma della gloria. Quando i tre eroi apparvero sui carri de' condannati, le accorse genti ammutolirono, e piegando il ginocchio dinanzi ad essi, altamente li riconobbero per i loro salvatori! A Belfiore si scambiarono, il Montanari, il Grazioli e lo Speri, un pietoso fraterno sguardo, e questo chiese in grazia di essere appiccato l' ultimo, per risparmiare ai compagni la lunga agonia.

Subito dopo lo strazio di veder cadere dalle forche le mutilate spoglie de' due martiri cari, si tolse il fazzoletto dal collo e lo consegnò al fido sacerdote che gli stava a lato, pregando di darlo per sua memoria all' ingegnere Cavaletto, con cui aveva nel carcere stretta la più cordiale amicizia. Indi pose il collo sotto il capestro, e al rude tocco di quello la sua fronte allibbì, ma non il suo coraggio che non venne mai meno. Come gli uomini, i celesti per l' orrore si copersero il volto!

Oh, se que' tanti che oggi cangiano la libertà in licenza insegnando al popolo di calpestare ogni freno, per tutto sagrificare alle proprie disordinate passioni, pensassero alle migliaia di vittime per noi immolate, oh no, che non si farebbero carnefici di una patria, con tanto sangue redenta! Si cessi una buona volta di tutto promettere alle accecate moltitudini per nulla poi mantenere. Non si incoronino di falsi diritti, ma loro s' insegni a osservare i propri doveri. Pongasi un argine alle irrompenti maree che minacciano straripare dagli argini crollanti di una società corrotta e corruttrice.

Poveri e ricchi, siam tutti fratelli; doni a larga mano il ricco parte dei cumulati tesori; lavori il povero, chè nel lavoro è la vera felicità, e un vincolo d' amore indissolubile stringa le genti della libera Italia!

 
 
 

A Benedetto Varchi (Sonetti)

Post n°563 pubblicato il 26 Ottobre 2014 da valerio.sampieri
 

XXVII.
A Benedetto Varchi

Varchi, da cui giammai non si scompagna
il coro de le Muse, e ch'a l'affanno
com'a la gioia, a l'util com'al danno,
sempre avete virtù fida compagna;

qual monte, o valle, o riviera, o campagna,
non sarìa a voi più che dorato scanno:
se come fumo innanzi a lei sen vanno
gli umani affetti, ond'altri più si lagna?

O perché errar a me così non lice
con voi pe' i boschi, com'ho 'l core acceso,
de l'onorate vostre fide scorte?

Ch'avendo ogni pensiero al cielo inteso,
vivendo viverei vita felice,
e morta sperarei vincer la morte.



XXVIII.
Allo stesso

Varchi, il cui raro e immortal valore,
ogni anima gentil subito invoglia,
deh! perché non poss'io, com'ho la voglia,
del vostro alto saver colmarmi il core?

che con tal guida so ch'uscirei fore,
de le man di fortuna, che mi spoglia
d'ogni usato conforto: e ogni mia doglia
cangerei in dolce canto, e 'n miglior ore.

Ahi! lassa, io veggio ben che la mia sorte
contrasta a così onesto e bel desire,
sol perché manch'io sotto l'aspre some.

Ma s'a me pur così convien finire,
la penna vostra almen, levi il mio nome
fuor degli artigli d'importuna morte.



XXIX.
Allo stesso

Quel che 'l mondo d'invidia empie e di duolo,
quel che sol di virtute è ricco e adorno,
quel che col suo splendor un lieto giorno
chiaro ne mostra a l'uno e all'altro polo:

quel sete Varchi voi, quel voi che solo,
fate col valor vostro oltraggio e scorno
a i più lontan, non ch'al vicin d'intorno;
ond'io v'ammiro, riverisco e colo.

E di voi canterei mentre ch'io vivo,
s'al gran soggetto il mio debile stile,
giunger potesse di gran spazio almeno.

O pur non fosse a voi noioso e schivo
questo mio dire, scemo e troppo umile;
che per voi renderassi altero e pieno.



XXX.
Allo stesso

Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati,
sieno al bel gregge tuo, dolce pastore
vero d'Arcadia e di Toscana onore,
più chiaro fra i più chiari e più pregiati;

se tanto in tuo favor girino i fati,
che mai tor non ti possa il dato core
Filli, né tu a lei tuo santo amore,
onde vi gridi ogni uom saggi e beati:

dinne, caro Damon, s'alma sì vile
e sì cruda esser può, ch'essendo amata
renda invece d'amor tormenti e morte.

Ch'io temo (lassa) se 'l tuo dotto stile
non mi leva il dubbiar, d'esser pagata
di tal mercede, sì dura è mia sorte.



XXXI.
Allo stesso

Dopo importuna pioggia
s'allegrano i pastor, quando 'l sereno
ciel si discopre lor di stelle pieno;

e dopo 'l corso de l'instabil luna,
ne l'apparir del sole,
gioisce ogni animal che brama il giorno;

e l'alto Dio lodar ben spesso suole,
dopo l'aspra fortuna,
spaventato nocchier al porto intorno;

e 'l Varchi è al suo ritorno
seren, sol, porto: e chi ha d'onor disìo,
si rallegra, gioisce e loda Iddio.

I primi 21 sonetti de "Le Rime di Tullia d'Aragona" sono reperibili sul blog Bibliofilo Arcano, in vari post sotto il tag Tullia d'Aragona. In questo blog sono stati pubblicati altri cinque suoi sonetti

 
 
 

Ad Ugolino Martelli

Post n°562 pubblicato il 26 Ottobre 2014 da valerio.sampieri
 

I quattro seguenti Sonetti di Tullia d'Aragona sono dedicati ad Ugolino Martelli.

XXIII.
Ad Ugolino Martelli

Mentre ch'al suon de i dotti ornati versi,
fate d'Arno suonar l'ampie contrade,
cantando insieme a più ch'ad una etade
con le virtù, ch'a voi sì amiche fersi,

a me, caro Martel, sono tanto avversi
i fati, ch'ogni ben dal cor mi cade:
e per occulte, solitarie strade,
vo' lagrimando il dì che gli occhi apersi.

Tal che del pianto mio, del mio languire,
languisce e piagne ogni sterpo e ogni sasso,
e le fiere e gli augelli in ogni parte.

Voi mentre affligge me l'empio martire,
deh! consolate lo mio spirto lasso,
così vostre eterne e onorate carte.



XXIV.
Allo stesso

Più volte, Ugolin mio, mossi il pensiero
per risonar con la zampogna mia,
vostra rara virtute e cortesia,
poggiando al ciel col bel suggetto altero.

Ma, lassa, invan m'affanno (o destin fero)
che roco è 'l suono, e la mia sorte ria,
sì dietro a i miei dolor tutta m'invia,
che levarmi da terra, unqua non spero.

Cantino altri di voi tanti pastori,
che pascon le lor gregge a l'Arno intorno,
a cui le Muse, a cui fortuna è amica;

io s'unqua al mio felice stato torno,
non pur non tacerò miei santi ardori,
ma voi sarete mia maggior fatica.



XXV.
Allo stesso

Ho più volte, Signor, fatto pensiero
di risonar con la zampogna mia,
di te il valor e l'alta cortesia,
salendo al ciel presso al soggetto altiero.

Ma, lassa, invan m'affanno, o destin fiero,
che roco è 'l suono, e mia fortuna rìa,
sì dietro a miei dolor tutta m'invia,
che levarmi di terra indarno spero.

Cantin di te tanti gentil pastori,
che pascon le lor greggie al Po d'intorno,
a cui le Muse, a cui fortuna è amica:

forse il mio Mopso ancor, fatto ritorno,
farà sentir non pur suoi bassi amori,
ma tu sarai la sua maggior fatica.



XXVI.
Allo stesso

Ben sono in me d'ogni virtute accese
le voglie tutte, e gli spirti alto intenti;
ma 'l poter e l'oprar sì freddi e spenti,
ch'io mi veggo aver l'ore indarno spese.

Onde non lodi no, ma gravi offese
mi son le rime vostre, e però tenti
vostr'alto stil, fra tante e sì eccellenti,
mille di lui cantar più degne imprese.

Ben può celar il ver finta bugia,
a qualche tempo, o 'n qualche loco, o parte:
ma non sì ch'ei non vinca, e 'n sella stia,

dunque per più secura e corta via,
rivolgete, Ugolin, tanta vostra arte,
ch'in altrui molto, in me poco sarìa.

Tullia d'Aragona
 
 
 

Sonetto di Tullia d'Aragona

Post n°561 pubblicato il 26 Ottobre 2014 da valerio.sampieri
 

Sonetto di Tullia d'Aragona

XXII.
Al Colonnello Luca Antonio

Poi che rea sorte ingiustamente preme
voi, ch'alto albergo sete di valore,
sento, spirto gentil, un tal dolore,
che con voi l'alma mia ne giace insieme.

L'anima mia ne giace, e 'l petto geme,
di non poter mostrar nel riso il core,
a voi, cui bramo con perpetuo onore,
piacer servendo, insino a l'ore estreme.

Il disìo d'ora in ora a voi mi porta:
quindi rispetto onesto mi ritiene:
e disvoler conviemmi quel ch'io voglio.

In sì dubbioso stato mi conforta
che ben v'è noto quel che si conviene,
e questo fa minore il mio cordoglio.

I primi 21 sonetti de "Le Rime di Tullia d'Aragona" sono reperibili sul blog Bibliofilo Arcano, in vari post sotto il tag Tullia d'Aragona.

 
 
 

La Cortigiana

Foto di valerio.sampieri

Il seguente brano è tratto da "Le rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI" edite a cura e studio di Enrico Celani, Bologna, presso Romagnoli Dall'Acqua libraio editore, 1891. L'immagine accanto al titolo rappresenta un dettaglio di "Tullia d'Aragona (1510-1556), ritratta nell' « Erodiade» del Moretto da Brescia. Pinacoteca di Brescia.". Copertina del volume di Pallitto, Elizabeth A., ed. and transl., Sweet Fire (New York: George Braziller Publishers, 2006).

Uno dei fatti più notevoli al principio del decimosesto secolo è senza dubbio l'apparire della cortigiana; figura degna di considerazione e di esame non ebbe pur anco uno storico che di lei si occupasse scrupolosamente e gelosamente, e, diseppellendo dalle biblioteche ed archivii i numerosi documenti che la riguardano, dasse compiuta questa pagina di storia che non è tra le ultime del nostro rinascimento. Il nome di cortigiana si collega certamente alla storia dell'umanesimo, ma quando, dove e come ebbe principio? Tale quesito non ha ancora risposta sicura. Arturo Graf (1), che si occupò ultimo della questione con quell'acume di critica ed abbondanza di erudizione ben note, esita a dare giudizio decisivo, attendendo pur lui che nuovi studî e documenti traccino via più ampia e sicura per definire tale punto.

Lo sviluppo della cortigiana prodotto dalla rivoluzione sociale che si svolgeva nel rinascimento, adattato al nuovo regime di vita che rese allora meno dure e servili le leggi sul costume, viene certamente a smentire l'asserzione che il cinquecento fosse l'età più feconda di turpi vizii, e l'amor patico, nato nelle epoche di maggior coltura e diffuso su larga scala nel medio evo, trova a combatterlo questo sviluppo della cortigianeria e le leggi civili di quasi tutti gli stati italiani, mentre dal pergamo tuona aspra e minacciosa la voce di S.Bernardino (2) e del Savonarola (3); l'Ariosto stesso che non ne fu immune dichiara che nel 1518 il vizio si restringeva a pochi umanisti. Ed allora si disputa sulla teorica dell'amore che ha forti e strenui campioni; dell'amore libero tra liberi discorre Speron Speroni nel Dialogo d'amore ove introduce a parlare la Tullia d'Aragona e Bernardo Tasso, innamorati, e costretti a separarsi dovendo quest'ultimo andare a Salerno; dell'amor platonico, primi il Bembo e il Castiglione, il Piccolomini poi, che lo definisce «un desiderio di possedere con perfetta unione l'animo bello della cosa amata (4)» contrastando all'amore che anela il solo possesso del corpo. All'amore assolutamente libero, per il quale era inutile insistere dopo il lavorìo dell'Aretino, sono infirmate quasi tutte le liriche di cortigiane del cinquecento; rispecchiano quelle l'ambiente nel quale furono create, queste la cortigianeria nei luoghi ove la coltura era più vasta e diffusa: dalla corte pontificia a quella dei Medici, da Venezia a Siena.

Il rinascimento, rotti gli argini che opponevansi nel medio evo alla coltura della donna, condusse a due estremi ostanzialmente diversi che si disputarono il campo per quasi tutto il secolo decimosesto: la coltura seria e positiva da un lato, la licenza dall'altro: prodotta quest'ultima da male intesa libertà, condusse poi per inevitabile antitesi all'educazione claustrale. Di tale antitesi tramandarono documenti il Castiglione e il Garzoni; il primo, attribuendo al Bembo la dichiarazione poetica dell'amore e trasportando il lettore nella Corte di Urbino, ove le lettere e le arti erano tradizione, appalesa per bocca di Giuliano de' Medici, la cui consorte Filiberta fu cantata modello di femminili virtù, che «la coltura della donna deve rassomigliare a quella dell'uomo, cui ella è pari.

Nei diversi rami della scienza e dell'arte essa deve possedere la conoscenza necessaria per parlarne con intelligenza e con senno anche quando queste non sono professate. La donna deve essere versata in letteratura, aver conoscenza di belle arti, essere esperta nella danza e nell'arte del vestire, saper evitare non meno ciò da cui si può supporre vanità e leggerezza, che quanto palesa mancanza di gusto. Il suo conversare, serio e faceto, dev'essere adatto alla convenienza de' casi, essa non deve mai parlare ad alta voce e con iscostumatezza, nè con malizia ed in modo da offendere, deve corrispon[spon]dere alla sua condizione con modestia e con modi convenienti, a cui è obbligata, verso quelli che costituiscono abitualmente la sua compagnia. Nel suo presentarsi e nel contegno sia aggraziata senz'affettazione. Le sue qualità morali, l'onestà e le virtù domestiche devono essere d'accordo con le intellettuali. Debb'esser casta, ma cortese: arguta ma discreta; ad ogni parola libera non dee fare un volto troppo severo. Sappia governar la casa e la sostanza e guidar l'educazione de' figliuoli. Non tenti d'imitar l'uomo negli esercizi del corpo, che a lui sono adatti ed a lui si richieggono. In tutto il suo essere, nel portamento, nell'andare e stare, nel parlare, mostri grazia, dolcezza femminile e non rassomigli all'uomo». E questi ammaestramenti seguirono donne d'illustre casata, quali Eleonora d'Aragona, Isabella d'Este, Ippolita Sforza, Elisabetta Gonzaga, e delle città ove l'elemento borghese ottenne spesso la supremazia ed il potere, resta il ricordo di Antonia Di Pulci e Lorenza Tornabuoni.

L'ambiente elevato e colto nel quale visse la cortigiana nel cinquecento non poteva non influire su di essa e spingerla a gareggiare con le donne oneste, spesso coltissime; troviamo infatti in tutte le nostre storie letterarie, vicino ai nomi di quelle due grandi che furono Vittoria Colonna e Veronica Gambara, due cortigiane: Veronica Franco e Tullia d'Aragona; e se tra loro molto lungi per costumi, non certo per meriti letterarii. Data questa coltura nella donna onesta doveva alla cortigiana richiedersi necessariamente di esserle pari se non superiore, avere vivace ingegno, voce bella e gradita, essere esperta nel suono e nella danza, maestra insomma in tutte quelle arti che, bramate o volute, erano poi, strano a considerarsi, altamente biasimate da uomini come l'Aretino e il Garzoni, che definiscono tali doti atte solo a sedurre ed attrarre. «Onde pensi che nascano i canti, i suoni, i balli, i giuochi, le feste, le vegghie, i concerti, i diporti loro, se non da quell'intento di aver l'applauso, il commercio, il concorso della turba infelice di questi amanti, che rapiti da quelle voci angeliche e soprane, attratte da quei suoni divini di arpicordi e lauti, impazziti in quei moti e in quei giri loro tanto attrattivi, consumati in quei giuochi sfarzevoli, rilegrati in quelle feste giulive, addormentati in quelle vegghie pellegrine, immersi in quei conviti di Venere, di Bacco, morti nel mezzo di quei soavi diporti, restino prigioni e servi del lor fallace ed insidioso amore? (5)» E dacchè siamo col Garzoni, che lasciò della cortigianeria la migliore delle testimonianze, non possiamo esimerci dal citare un altro particolare degno di nota che egli ci offre e riguarda il mezzano, che, dovendo esser in tutto degno della cortigiana che l'aveva prescelto, serve a gettare luce in quell'ambiente triste e tuttora oscuro. «Imita il grammatico nel scrivere le lettere amorose tanto ben messe, e tanto ben apuntate che rendono stupore, nel dettar politamente, nel spiegar galantemente, nell'esprimer secretamente il suo pensiero... appare un poeta nel descrivere i casi acerbi con pietà di parole, i fatti allegri con giubilo di cuore... porta seco i sonetti del Petrarca, le rime del Cieco d'Ascoli, l'Arcadia del Sannazaro, i madrigali del Parabosco, il Furioso, l'Amadigi, l'Anguillara, il Dolce, il Tasso, e sopra tutto i strambotti d'Olimpo da Sassoferrato, come più facili, sono i suoi divoti per ogni occasione... Si reca dietro qualche sonetto in seno, un madrigale in mano, una sestina galante, una canzone polita, con un verso sonoro, con uno stil grave, con parlar fecondo, con tropi eleganti, con figure eloquenti, con parole terse, con un dir limato, che par che il Bembo, o il Caro, o il Veniero, o il Gorellini l'abbiano fatto allora allora; e si mostra alla diva con lettere d'oro, con caratteri preziosi; si legge con dolcezza, si pronunzia con soavità, si dichiara con modo, si scopre l'intenzione, si manifesta il senso, e si palesa il fine del poeta... Con la musica diletta sovente le orecchie delle giovani, mollifica l'animo d'ogni lascivia, ruina i costumi, disperde l'onestà, infiamma l'alma di cocente amore, incende i spiriti di concupiscenza carnale; mentre si cantan lamenti, disperazioni, frottole, stanze e terzetti, canzoni, villanelle, barzellette, e si tocca la cetra, o il lauto, a una battaglia amorosa, a una bergamasca gentile, a una fiorentina garbata, a una gagliarda polita, a una moresca graziosa, e pian piano s'invita ai balli e alle danze, dove i tatti vanno in volta, i baci si fanno avanti le parole scerete... (6)». Questo procuratore di amore non è egli un tipo abbastanza curioso e interessante?

La cortigiana apparisce in Roma alcuni anni prima del 1500 (7) e come tale è ufficialmente, se così è lecito dire, riconosciuta in documenti autentici della curia papale. In un censimento (8) compilato d'ordine della suprema autorità di Roma, redatto certamente nel settennio corso dal 1511 al 1518, ove trovansi numerate case, botteghe, proprietari ed inquilini, e di tutti o quasi tutti si nota la patria, condizione ed arte, le cortigiane sono notate in numero esorbitante, spagnuole e veneziane in massima parte, e distinte in cortesane honeste, cortesane putane, cortesane da candella, da lume, e de la minor sorte. Una sola volta, e forse senza alcuna malizia, il compilatore della statistica dimentica l'aridità del suo lavoro e nota: «La casa di Leonardo Bertini habita Madonna Smeralda cura 3 figlie piacevoli cortegiane».

Il tipo dell'elegante cortigiana, dell'Aspasia del cinquecento, è l'Imperia, morta in Roma nel 1511 a soli ventisei anni, (9) ricordata egualmente con ardore da storici e romanzieri, amata da Angelo del Bufalo e da Agostino Chigi il famoso banchiere (10) : celebrata da poeti e letterati, e presso la quale adunavasi il fiore della romana aristocrazia e convenivano uomini quali il Sadoleto, il Campani, il Colocci. Ebbe per maestro Domenico Campana detto Strascino. Di altre citansi le doti singolari: «Lucrezia Porzia, dice l'Aretino, pare un Tullio, e sa tutto il Petrarca e il Boccaccio a memoria ed infiniti e bei versi di Virgilio, d'Orazio e d'Ovidio e di molti altri autori (11)»: la Squarcina conosceva benissimo il greco: la Nicolosa leggeva i salmi in ebraico, e molte ancora che sarebbe ozioso il ricordare.

Malgrado tutto ciò la cortigiana del cinquecento era pur sempre quella del medio evo: tolta dall'ambiente che l'avvinceva, costringendola a piegarsi al rinascimento classico, rimaneva di essa la donna nella quale si alternavano tutti quei bassi sentimenti che erano diretta conseguenza della vita che conduceva. Però qualche barlume di affetto vero, potente, trovasi pur nella storia della cortigianeria: il Molza ed il Bandello non erano alieni dal credere che la cortigiana potesse veramente amare, noi, più scettici, crediamo con riserva a questo amore che poteva esser cagionato da interessi troppo palesi e reali, dubitiamo che la cortigiana avesse il cuore al di sopra della ragione, mentre accettiamo senza dubbio alcuno il fatto che nella prostituta di più bassa specie si rinvenisse l'amore nelle più forti sue manifestazioni. È questo un fatto che si ripete continuamente anche ai nostri giorni, e se discutibile dal lato psicologico, non cessa per questo di essere men vero.

Ricordasi l'Aragona innamorata del Varchi e del Manelli: Camilla pisana dello Strozzi; Marietta Mirtilla del Brocardo, ed una certa Medea che in morte di Ludovico dell'Armi veniva consolata per lettera dall'Aretino; ma vogliamo proprio credere sul serio all'amore ispirato alla cortigiana da letterati? Questi erano allora come adesso, e come forse disgraziatamente lo saranno sempre, più ricchi d'ingegno, di madrigali, di epistole che di quattrini, esaltavano le cortigiane, dedicavano loro libri e capitoli e col sacrificio dell'amor proprio ricambiavano i favori lor concessi: Antonio Brocardo scrisse un'orazione in lode loro, il Muzio, il Tasso, il Varchi esaltarono l'Aragona: il Molza, Beatrice spagnola: Michelangelo Buonarroti, Faustina Mancina: Niccolò Martelli l'onorata madonna Salterella; e le cortigiane si abbarbicavano a questi letterati perchè da essi dipendeva in massima parte la rinomanza loro (12) . La Tullia d'Aragona è quella che nelle sue rime lascia maggiormente scorgere l'influenza dei letterati, sino a dubitare che alcune di esse siano opera del Varchi stesso, e dà in pari tempo la figura spiccata della strisciante cortigianeria che avviluppava anche allora i più minuscoli principi. L'antitesi è in Veronica Franco della quale daremo in breve le rime, divenute di meravigliosa rarità, desiderio ardente e inappagato di bibliofili senza numero, orgoglio di alcuni pochissimi più venturati (13) : essa è l'incarnazione della donna libera del cinquecento ed è l'unica che canti liberamente i suoi amori: non s'informa a platonismo o castità irrisori, ama per amare e soddisfare i sensi, e i suoi liberi amplessi, dice il buon P. Giovanni degli Agostini «con tal'arte seppe dipingerli e con tal frase adornarli che servono agl'incauti di vigoroso solletico alla concupiscenza (14) ». Tale non può essere oggi il parere di coloro che si occupano seriamente della nostra letteratura: ogni pagina, bella o brutta, sana o impura, che venga a chiarire la nostra rinascenza, non è che contributo a lavoro maggiore, e come tale spero vorrà essere accolta questa mia debole fatica.

NOTE

(1) Graf A. Atraverso il cinquecento. Torino, Loescher, 1888, pag. 215 e seg. - Nell'Hermaphroditus del Panormitano (1471) (Quinque illustrium postarum, Antonii Panormitani, etc. lusus in Venerem, Parigi, 1791), la cortigiana non apparisce ancora, come neppure ne è parola in Giano Pannonio (1472) Poemata, Trajecti ad Rhenum, 1784.

(2) «Avetemi inteso voi donne? Che alla barba di tutti i sodomiti io voglio tenere colle donne, e dico che la donna è più pulita e preziosa della carne sua che non è l'uomo; e dico, che se egli tiene il contrario, egli mente per la gola» (S. Bernardino, Prediche volgari, ed. Bongi, pag. 380).

(3) Le opere fatte da lui circa la osservanza dei buoni costumi furono santissime e mirabili, nè mai in Firenze fu tanta bontà e religione quanta a tempo suo... la sodomia era spenta e mortificata assai; le donne in gran parte lasciati gli abiti disonesti e lascivi; i fanciulli quasi tutti lavati da molte disonestà e ridutti ad uno vivere santo e costumato... portavano i capelli corti e perseguitavano con sassi e villanie gli uomini disonesti e giocatori e le donne di abiti troppo lascivi. (Guicciardini, Storia, fiorentina, cap. XVII).

(4) Piccolomini A. Istituzione di tutta la vita, dell'uomo nato nobile et in città libera. Venezia, 1552.

(5) Garzoni T. La piazza universale di tutte le professioni del mondo. Venezia, 1587, discorso LXXIV, pag. 597.

(6) Garzoni T. Op. Cit., discorso LXXV, pag 605.

(7) Giovanni Burchkardt maestro di cerimonie di Alessandro VI narra come l'ultimo d'ottobre 1501 cenarono nel palazzo apostolico, col Valentino, cinquanta cortigiane, le quali dopo cena danzarono ignude e diedero altre prove di valentia in presenza di Alessandro VI e della Lucrezia Borgia. «In sero fecerunt cenam cum duce Valentinense in camera sua, in palatio apostolico, quinquaginta meretrices honeste cortegiane nuncupate, que post cenam coreaverunt cum servitoribus et aliis ibidem existentibus, primo in vestibus suis, denique nude. Post cenam posita fuerunt candelabra communia mense in candelis ardentibus per terram, et projecte ante candelabra per terram castanee quas meretrices ipse super manibus et pedibus; unde, candelabra pertranseuntes, colligebant, Papa, duce et D. Lucretia sorore sua presentibus et aspicientibus. Tandem exposita dona ultima, diploides de serico, paria caligarum; bireta, et alia pro illis qui pluries dictas meretrices carnaliter agnoscerent; que fuerunt ibidem in aula publice carnaliter tractate arbitrio praesentium, dona distributa victoribus». Diarium sive rerum urbanorum commentarii, Parisiis, 1883-1885, tom. II, pag. 443, tom. III, pag. 167).

(8) Armellini M. Un censimento della città di Roma sotto il pontificato di Leone X tratto da un codice inedito dell'Archivio Vaticano. Roma. Befani, 1887.

(9) Cfr. Bandello, Novelle, parte III, nov. XLII; Valery, Curiositès et anecdotes italiennes, Paris, 1842; Giovio P., De piscibus romanis, cap V; Forcella V., Iscrizioni delle chiese di Roma, Roma, 1878. Per l'epitafio che dicesi posto sulla sua tomba crediamo siasi troppo facilmente accettata la tradizione che fosse in S. Gregorio; oltre la stranezza della lapide che certo non faceva bella figura in una chiesa, è oramai accertato che se pure l'epitafio fu composto non fu mai elevato sulla tomba dell'Imperia. Di lei scrive il Bandello (op. cit, nov. XLIII): «Tra gli altri che quella (Imperia) sommamente amarono fu il signor Angelo del Bufalo, uomo della persona valente, umano, gentile e ricchissimo. Egli molti anni in suo poter la tenne, e fu da lei ferventissimamente amato, come la fine di lei dimostrò. E perciò che egli è molto liberale e cortese, tenne quella in una casa onoratissimamente apparata con molti servidori, uomini e donne, che al servizio di quella continovamente attendevano. Era la casa apparata e in modo del tutto provvista, che qualunque straniero in quella entrava, veduto l'apparato ed ordine de' servidori, credeva che ivi una principessa abitasse. Era tra l'altre cose una sala e una camera sì pomposamente adornate, che altro non v'era che velluti e broccati, e per terra finissimi tappeti. Nel camerino, ov'ella si riduceva, quand'era da qualche gran personaggio visitata, erano i paramenti che le mura coprivano, tutti di drappi d'oro, riccio sovra riccio, con molti belli e vaghi colori. Eravi poi una cornice tutta messa a oro ed azzurro oltremarino, maestrevolmente fatto, sovra la quale erano bellissimi vasi di varie e preziose materie formati, con pietre alabastrine, di porfido, di serpentino e mille altre specie. Vedevansi poi attorno molti cofani e forzieri riccamente intagliati, e tali che tutti erano di grandissimo prezzo. Si vedeva poi nel mezzo un tavolino, il più bello del mondo, coverto di velluto verde. Quivi sempre era o liuto o cetra con libri di musica, ed altri istromenti musici. V'erano poi parecchi libretti volgari e latini riccamente adornati. Ella non mezzanamente si dilettava delle rime volgari, essendole stato in ciò esortatore, e come maestro il nostro piacevolissimo messer Domenico Campana detto Strascino; e già tanto di profitto fatto ci aveva che ella non insoavemente componeva qualche sonetto o madrigale». Ed a proposito del celebre camerino seguita narrando come essendo andato a farle visita l'ambasciatore di Spagna, e avendo bisogno di sputare, trovò che il luogo meno improprio a ciò fare era il viso del servitore che gli stava alle spalle.

(10) Cugnoni G. Agostino Chigi il Magnifico, Livorno, Vigo, 1879.

(11) Aretino P. Ragionamento fra il Zoppino fatto frate e Ludovico puttaniere, Cosmopoli, 1660, pag. 442.

(12) E poeti e letterati non isdegnavano la compagnia della cortigiana (Burchkardt. Diarium etc., ediz. cit. tom. III, pag. 209); Marco Bracci in una lettera ad Ugolino Grifoni segretario di Cosimo I scrive nel novembre 1557 che giunto in Perugia il cardinale Caraffa nipote di Paolo IV e il cardinal Vitelli «dopo cena pubblicamente fece andare in palazo tutte le putane che a quelli tempi se trovavano in Perugia quale furono in tutte quattordici; e presene per sè una e una per el cardinale Vitello el resto acomodoli a la sua famiglia. (Fabretti, La prostituzione in Perugia nei secoli XIV e XV, Torino, 1885, pag. 46).

(13) Graf A. op. cit., pag. 350.

(14) Theatro delle donne letterate, pag. 296.

 
 
 
 
 

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