Creato da bluewillow il 31/03/2006

L'angolo di Jane

Tutto su Jane Austen e sui libri che mi piacciono!

L'ANGOLO DI JANE

Benvenuti nel mio blog!

Questo spazio è dedicato a recensioni di libri e film, ai miei racconti,  a riflessioni personali di varia natura e soprattutto a Jane Austen, una delle mie scrittrici preferite.

Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.
Sono il mare che di notte si infuria,
il mare che si lamenta, pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.
Sono bandito dal vostro mondo
cresciuto nell'orgoglio e dall'orgoglio tradito,
sono il re senza terra.
Sono la passione muta
in casa senza camino, in guerra senza spada
e ammalato sono della propria forza.

(Hermann Hesse)

 


 

 

JANE AUSTEN -RITRATTO

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SLIME BOX

Slime adottati dal blog grafico amico Stravaganza

(clicca sul nome degli slime per leggerne la descrizione)

 

Pink Slime


 

Ink Slime

 


 

IL MIO ANIMALETTO BLOG-DOMESTICO

 

 

 

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The Wolf of Wall Street – film – recensione – Speciale Oscar 2014 n°1

Post n°1115 pubblicato il 20 Gennaio 2014 da bluewillow
 

Attenzione: questa recensione contiene un linguaggio esplicito (e il film moooolto di più)

Se questo film dovesse avere un titolo alternativo che ne descrivesse più dettagliatamente la natura, credo che quello più adatto sarebbe “The Fucking Wolf of Wall Street” visto che guardato in lingua originale la cosa che si nota maggiormente è proprio la ricorrenza della parola “fuck” in tutte le declinazioni (e per chi non sapesse l'inglese,beh, non è esattamente una bella parola).
Quinta collaborazione fra il regista Martin Scorsese e (il mio adorato) Leonardo DiCaprio, sembra che questa volta il film potrebbe valere una statuetta all'Oscar per entrambi.
Il film racconta ascesa e caduta del broker Jordan Belfort, diventato ricchissimo spacciando azioni fasulle a danarosi fessacchiotti, con una vita personale travolta in un vortice di sesso, droga, tradimenti ed illegalità. Sesso e droga sono in effetti le colonne portanti del film, quindi non stupitevi troppo se nelle quasi tre ore di questa pellicola è possibile vedere più signore dedite ad un antico mestiere di quante non ne appaiano in tutte le Cronache del Ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin (e credetemi, questo sì che è un record).
Mentre Scorsese ha già avuto l'onore di un riconoscimento dell'Academy nel 2007 per “The Departed”, Leonardo di Caprio è invece già stato nominato diverse volte senza mai ottenere l'ambito riconoscimento e sebbene io ritenga che questa non sia certo la sua migliore performance anche se sempre ottima (avrebbe potuto vincere un Oscar per quasi ogni film in cui ha recitato), credo che sia davvero giunto il momento che qualcuno dia un taglio a questa perenne attesa!
Diamine cosa deve fare un uomo per meritarsi un Oscar?
In questo film DiCaprio nello specifico ha:

  • sniffato cocaina dal sedere di una squillo
  • camminato completamente nudo in mezzo ai resti di un'orgia
  • recitato varie scene che potevano essere tratte tranquillamente da un film porno
  • e...dulcis in fundo....(certamente un omaggio alle famose 50 sfumature ...) si è perfino fatto infilare una candela accesa proprio lì dove non batte mai il sole!

Insomma, fermatelo. Dategli quest'Oscar e facciamola finita, perché ho davvero paura di cosa potrebbe fare in futuro in caso diventi sul serio disperato.
Ma per farla breve, mi è piaciuto questo film?
Voglio dire, a parte le orge, la droga e poi...fatemi pensare... che altro c'era? Ah, sì, altra droga e altre orge. Beh, ecco, non molto. Sì, il lato B di Leonardo DiCaprio non è male (anche se devo dire che il lume di candela non aggiunge in questo caso davvero niente di romantico), ma in buona sostanza quello che non ho amato di questo film è la sua morale.
Non è affatto una critica ad un modo spregiudicato di vivere, è piuttosto la sua celebrazione.
Certo, Scorsese ci mostra Belfort al fondo della sua rovina fisica e finanziaria, quando ad esempio, in preda agli incontrollati effetti di una droga, rotola (letteralmente rotola giù dalle scale) via dal Country Club e striscia fino alla sua macchina nel vano tentativo di fermare il suo altrettanto drogato socio dal rivelare al telefono tutti i suoi imbrogli, in una scena veramente ben riuscita: ma il punto è che una scena divertente, fa ridere. Non ci viene mai da compatire Belfort. E' un personaggio nero, negativo e a suo modo vincente: si rialza dopo la caduta e alla fine del film cerca di convincere una attenta platea a mettere in pratica gli stessi trucchi che lo hanno prima aiutato e poi tradito, quando chiede ad un novello aspirante venditore di mostrare le sue capacità e gli dice “Vendimi questa penna!”.
E' la realtà dite? Sì, ok, lo è, ma è anche una verità in fondo già detta. E' interessante vedere un marpione che marpioneggia? Uhm, no. Decisamente non lo è per tre ore di seguito, quelle che dura il film, in cui molti eventi e situazioni sembrano ripetersi e che alla lunga diventano noiosi. Forse un film più breve e con meno ridondanze sarebbe stato più riuscito.
Nel complesso:buona recitazione (dategli quell'Oscar, dategli quell'Oscar, dategli quell'Oscar!), ma sceneggiatura che avrebbe potuto essere migliorata.

 
 
 

Le tre stimmate di Palmer Eldritch - Philip K. Dick

Post n°1114 pubblicato il 05 Settembre 2013 da bluewillow
 

Titolo: Le tre stimmate di Palmer Eldritch Titolo orginale: The Three Stigmata of Palmer Eldritch Autore: Philip K. Dick Traduzione: Umberto Rossi Casa editrice: Fanucci pag: 262

“Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio.”


Intorno ai primi anni del XXI secolo la Terra è diventata una specie di rovente fornace dalle temperature altissime, in cui è impossibile aggirarsi a mezzogiorno senza adeguata protezione o si rischia la vita.  Alcuni terrestri sono stati spediti a forza come colonizzatori su Marte e poiché la loro vita è fatta di estreme ristrettezze, fra i coloni si è diffuso l'uso della droga di evasione Can-D che permette di vivere esperienza allucinatorie di gruppo ambientate nel mondo di Perky Pat, una bambola dai molti accessori (una specie di Barbie) che vive sulla  Terra in un tempo non ancora  toccato dai grandi cambiamenti climatici.
Per alimentare le fantasie del Can-D i coloni usano dei plastici molto dettagliati del mondo di Perky Pat, sui quali si concentrano prima di usare la droga, la cui vendita esclusiva è affidata alla Plastici P.P, guidata da Leo Bulero, una società che in realtà si occupa di contrabbando anche della vendita del Can-D, vietato ufficialmente.
Barney Mayerson lavora proprio per la Plastici P.P come “precog”,è infatti dotato della capacità di prevedere in parte il futuro e il suo compito è capire se i nuovi accessori di Perky Pat messi in commercio dalla plastici PP avranno successo.
Il monopolio della plastici PP viene messo in pericolo dall'arrivo della nave del miliardario Palmer Eldritch, ritornato dal lontano sistema di Proxima con una nuova droga, il Chew-Z, che promette di spazzare via il Can-D.
Palmer Eldritch e il Chew-Z non sono però solo un problema commerciale per Leo Bulero, Barney Mayersone e la Plastici PP, perché Palmer Eldritch è molto più di un semplice essere umano e il Chew-Z non è solo una droga, ma una nuova mistica forma di esperienza della divinità, in una versione oscura e virale che nessuno vorrebbe mai sperimentare.

Non è un segreto che, proprio negli anni in cui scrisse questo romanzo (pubblicato nel 1965), Philip K. Dick abbia fatto un uso estremo di droghe, tanto da diventarne dipendente. Questo romanzo riflette in parte la mentalità degli anni '60 relativa all'uso di droghe, quando si era diffusa l'idea (ammettiamolo piuttosto balzana, se vista con occhi moderni) che queste potessero in qualche modo schiudere le porte della percezione, aprire la mente verso nuove possibilità.
Nel mondo dei coloni di Marte immaginato da Dick, l'uso del Can-D diventa quasi una esperienza mistica: vivere allucinazioni di gruppo, tutte ambientate nello stesso luogo, nello stesso tempo, li porta a credere di aver vissuto qualcosa di reale, una autentica traslazione dello spirito nella materia, una sorta di viaggio nel tempo e nello spazio attraverso la droga.
Come lascia ben intendere il titolo, questo libro è imbevuto di riflessioni sulla natura della divinità, su come questa sia  un desiderio di raggiungere un ideale impossibile, che si può essere  tentati di toccare attraverso una illusione autoindotta dalla droga. Il Can-D crea  un mondo dove lo spirito non è più solo una entità teorica, ma qualcosa che ha tutte le caratteristiche della realtà, perciò nella visione dei coloni è una forma di esperienza della divinità.
Nel mondo disperato dei  coloni di Marte si affaccia però Palmer Eldritch con una nuova droga, il Chew-Z, che offre una esperienza che amplia i confini del Can-D, perché non più limitato solo al mondo relativamente sicuro di Perky Pat, ma a tutto ciò che può essere immaginato dai coloni stessi.
Nelle visioni allucinatorie del Chew-Z si nasconde però una insidia: non si può vivere l'esperienza del Chew-Z senza diventare Palmer Eldritch, la nuova oscura divinità che assimila, ingloba, chiunque la tocchi. Tutti sono Palmer Eldritch, tutti coloro che usano il Chew-Z portano i segni della sua presenza su di sé, le sue “stimmate”. Ma questa divinità non è buona, non ama, non è un ideale: vuole solo vivere.
“Le tre stimmate di Palmer Eldritch”offre una serie continua di ribaltamenti di punti di vista, dove la realtà e le allucinazioni non sono facilmente distinguibili: tutto  può essere davvero accaduto, o forse tutto è solo un sogno. E' un libro complicato, una girandola di possibilità che lascia al lettore il compito di scegliere cosa sia davvero accaduto.
Ho trovato interessanti le riflessioni di Philip K. Dick su divinità e uso di droghe e su come il desiderio di sperimentare forme elevate di spiritualità possa diventare una specie di “pasticca” illusoria per la mente:  mi ha fatto pensare al famoso motto buddista “Se inconti il Buddha per la strada, uccidilo”, nel senso che forme troppo concrete di immagini divine non sono altro che creazioni della mente stessa, non una liberazione o una scoperta, ma catene più strette.
Le immagini create da Dick in questo libro sono davvero molto suggestive: dopo averlo letto non ho dubbi che film come “Matrix” si siano ispirati a piene mani alla narrativa dickiana.
Una lettura certamente originale, come tutto ciò che questo scrittore ha creato, in cui sono presenti tutti i temi ricorrenti: l'uso di droghe, le malvagie multinazionali, la precognizione, la manipolazione delle masse e ovviamente molti riferimenti a reggiseni e seni (devo ancora leggere un libro di Dick in cui i seni e l'eventuale assenza di un reggiseno non siano nominati).
Naturalmente c'è, come al solito, anche molta confusione, momenti in cui si può chiedere chi ha detto cosa, ma visto il tema forse è lo stile più adatto a rendere cosa prova qualcuno immerso in un mondo illusorio e in continua mutazione.

 
 
 

Una nuova parola nel dizionario (inglese): MOOC, istruzione online gratuita , aperta, di massa.

Post n°1113 pubblicato il 02 Settembre 2013 da bluewillow
 

Forse qualcuno si sarà chiesto che fine abbia fatto in questi giorni in cui il mio blog non è stato aggiornato: ebbene la mia assenza si deve in gran parte ai cosiddetti M.O.O.C, acronimo che sta per Massive Online Open Courses (Corsi Online Aperti di Massa), una nuova forma di istruzione basata su corsi online gratuiti, pensati per un grande pubblico, ma basati su materiale simile a quello della classica istruzione universitaria, spesso impartiti da professori di prestigiose università come Stanford, Princeton, Harvard.
I MOOC sono di gran moda oltreoceano: nel giro di un paio di anni, da quando sono stati creati alcuni dei più grandi fornitori di questo tipo di corsi, (Coursera , Edx e Udacity,) sono arrivati a coinvolgere milioni di studenti da tutto il mondo e decine di università di alto livello. I corsi sono infatti pensati per un pubblico internazionale e tenuti in inglese. Quasi tutti i corsi prevedono delle lezioni video in cui gli insegnanti tengono una classica lezione, seguiti una serie di quiz settimanali ed un esame finale, dopo il quale si riceve, nella gran parte dei casi, un attestato di partecipazione al corso.
Molto spesso i corsi offrono anche libri in formato elettronico e materiale gratuito per approfondire gli argomenti delle lezioni.
 Ovviamente le materie più diffuse nei MOOC sono quelle relative all'informatica (Computer Science), ma non mancano anche corsi di psicologia, biologia, chimica, medicina, pedagogia, scienze naturali e letteratura. Molti corsi sono semplici introduzioni ad alcune materie piuttosto difficili, ma altri sono decisamente più complessi e paragonabili alla reale istruzione universitaria.
L'obiettivo dei MOOC è quello di portare l'istruzione di alto livello ad una massa di potenziali fruitori che diversamente non vi avrebbero accesso. Come ho già scritto, la materia numero uno fra quelle proposte è l'informatica che, per la sua stessa natura, è decisamente più adatta a questo tipo di insegnamento, ma ci sono perfino corsi sui dinosauri o sugli antichi eroi greci.
Alcuni corsi sono sempre disponibili online e possono essere seguiti quando si desidera, altri si tengono invece per brevi periodi e prevedono scadenze precise per compiti ed esami, proprio come un corso classico che si terrebbe in un ambiente non virtuale.
Questo tipo di istruzione è divenuto così popolare in USA che la parola MOOC è stata di recente inserita nell'Oxford Dictionary ed entro quest'anno o al più l'anno prossimo molti MOOC partiranno anche in Europa, tenuti da consorzi europei.
L'idea dietro questo tipo di corsi è a metà tra un idealismo utopico ed il business: alcune istituzioni sono no-profit, ma altre sono vere e proprie compagnie che, pur offrendo gratuitamente questo tipo di istruzione, prevedono di riuscire comunque a ricavare denaro dalla necessità, a quanto pare piuttosto diffusa, di questo tipo di fruizione alternativa della cultura.
Al momento tengo d'occhio i corsi di letteratura in attesa di qualcosa che parli specificatamente di Jane Austen o del romanzo ottocentesco inglese, ma in verità sto seguendo soprattutto corsi di informatica, cosa che riduce di molto il tempo libero da dedicare al blog. In verità, presa dall'entusiasmo per la novità sto anche leggendo molti meno romanzi, in favore di corposissimi testi tecnici, quindi forse le recensioni su questo blog per un po' di tempo saranno meno frequenti.
Sto cercando di farmi un'idea precisa dei MOOC e della loro validità: a volte li trovo entusiasmanti, altre sono veramente frustranti, ma nel complesso il mio giudizio è al momento positivo.
In ogni caso, per quanto li trovi utili, non credo si possa mai prescindere dall'affiancare i MOOC a qualche testo classico con il quale corroborare ciò che si è appreso nei video.
Mi raccomando tenete presente questa nuova parola “MOOC” perché credo ne risentirete parlare parecchio, nel bene o nel male, nel prossimo futuro, anche qui in Italia: al momento fra le università italiane solo “La Sapienza” di Roma ha tenuto alcuni corsi nel circuito dei MOOC, ma sicuramente questa è una novità destinata a suscitare un forte impatto nel mondo moderno.
Pensando in grande e tendendo all'infinito, forse un giorno uno studente potrebbe frequentare “virtualmente” università all'altro capo del mondo rispetto a quello in cui si trova, avendo per compagni di corso persone di ogni nazionalità, oppure potremmo avere una nuova forma di diffusione della cultura altamente globalizzata (non so se questo sia bene o male, staremo a vedere).

 
 
 

Mi ricordo di te – Yrsa Sigurdardóttir

Post n°1112 pubblicato il 09 Agosto 2013 da bluewillow
 

Titolo: Mi ricordo di te Titolo originale: Ég man þig Autrice: Yrsa Sigurdardóttir Traduzione: Silvia Cosimini Casa editrice: Il Saggiatore pag: 320

mi ricordo di teCredo che scrivere una storia di fantasmi ambientata in tempi moderni non sia facile perché cellulari, macchine fotografiche e sempre più spesso dispositivi in grado di filmare sempre a portata di mano sono ormai molto popolari: tutta questa tecnologia è sicuramente un grosso antidoto per chiunque sia tentato di cedere alle suggestioni di messaggi provenienti dal mondo dei non viventi, perché se c'è una cosa che accomuna da sempre le ghost-story è che chiunque venga a contatto con una entità fantasma sia in qualche modo isolato dal resto dell'umanità e gli sia del tutto impossibile provare ad altri di aver avuto eventuali esperienze soprannaturali. Solo quando uomini e donne si trovano soli con se stessi la paura può irrompere nella mente con il massimo della forza: allora tutto è possibile, anche ciò che è estremamente improbabile, se non del tutto folle.
Yrsa Sigurdardóttir conosce bene i meccanismi classici dell'inconscio letterario e quindi in “Mi ricordo di te” sceglie una doppia linea narrativa per raccontare la sua originale storia di fantasmi, ambientata nella natìa Islanda: da una parte abbiamo la storia di una coppia di coniugi, Katrín  e Garðar, che insieme all'amica Lìf, rimasta vedova di recente, decidono di ristrutturare una antica casa nel villaggio sperduto di Hesteyri, allo scopo di trasformarla in pensione per villeggianti; dall'altro c'è invece lo psicologo Freyr indaga su uno strano atto vandalico avvenuto in una scuola del piccolo paese in cui abita che, per motivi del tutto inspiegabili, sembra collegato alla scomparsa nel nulla del suo bambino Benni, avvenuta alcuni anni prima, e alle misteriose morti di alcuni anziani del posto, un tempo anch'essi alunni della scuola.
Il mondo isolato di Hesteiry è il classico sfondo propizio ai fantasmi: un fiordo isolato, raggiungibile solo in barca, dove i cellulari possono non funzionare, non c'è elettricità e nessun modo di mettersi in contatto con l'esterno; uomo e natura a confronto, gli eterni nemici, con in più l'aleggiare di una strana entità, un bambino dalla risata malefica, che sembra essere a volte minaccioso e a volte avvertire di qualche pericolo, che terrorizzerà Katrìn, Lìf e Garðar.
Freyr, il cui punto di vista si alterna a quello dei tre di  Hesteriry, invece si muove in un ambiente popolato e tecnologico, dove la paura fatica ad attecchire perché gli eventi della vita quotidiana e i ricordi di un passato doloroso, sembrano cancellare i legami con il mondo sottile degli spiriti.
Mentre i tre di Hesteriry cederanno sempre più al terrore, Freyr scoverà sempre più tracce che legano il suo Benni a fatti avvenuti molti anni prima e alla fine egli stesso, per quanto scettico, dovrà seguire le indicazioni di quelle voci che sembrano provenire da un altrove sconosciuto.
Un cumulo di bugie e falsità si svelerà pian piano nei due filoni narrativi, fino a quando non verrà ribaltata la percezione stessa dei personaggi (che riservano non poche sorprese), per poi far converge le due storie in una narrazione unica.
“Mi ricordo di te” è un romanzo ad alta tensione che tiene letteralmente incollati alle pagine, pieno di colpi di scena, e che sa restituire alle storie di fantasmi tutto il loro potere di far paura, nonostante tutta la tecnologia disponibile che si possa avere come antidoto, perché affonda la sua capacità di provocare brividi nella più grande paura che c'è in ognuno di noi: conosciamo davvero chi abbiamo accanto?
Un romanzo ben riuscito che è stato un piacevole rinfrescante nelle sere estive, sia per l'evocazione di freschi (anzi freddissimi) sfondi islandesi che per il fatto di aver rimpiazzato il pensiero dell'afa opprimente con una sana paura di avere un fantasma dietro la porta (o sotto il letto, o vicino alla finestra, o a prendersi un caffè in cucina, fate voi...)

 
 
 

Un passato imperfetto - Julian Fellowes

Post n°1111 pubblicato il 06 Agosto 2013 da bluewillow
 

Titolo: Un passato imperfetto Titolo originale: Past Imperfect Autore: Julian Fellowes Traduzione: Massimo Ortelio Casa editrice: Beat pag: 462

Dopo il riuscito “Snob” (recensito qui) che raccontava l'accidentata ascesa di una ragazza borghese nel mondo aristocratico britannico negli anni '90, Julian Fellowes si rituffa ancora una volta nel dorato universo dell'upper class inglese, questa volta per raccontare gli ultimi fuochi della “stagione”, cioè l'alternanza di balli e feste varie che consentiva a ragazzi e ragazze di alti natali di conoscersi e formare nuove coppie, una usanza ufficialmente decaduta dopo l'abolizione della presentazione a corte, ma in realtà, secondo l'autore, proseguita per almeno altri trenta anni.
In una narrazione che alterna un passato alla fine degli anni '60 ed un presente negli anni duemila, Fellowes, che da giovane partecipò davvero agli eventi che racconta, ricorda attraverso un narratore che rimane anonimo, ma gli assomiglia tantissimo (ha perfino un padre ex-diplomatico esattamente come lo scrittore), quel momento di cambiamento epocale attraverso la rievocazione di una delle usanze più conservatrici dell'epoca.
La voce narrante, uno scrittore di circa sessanta anni, viene convocato da un vecchio amico/nemico, Damian Baxter, un uomo diventato ricchissimo partendo dal nulla, ma ormai prossimo alla morte, che ha bisogno di chiedergli un grande favore. Damian è il classico rappresentante della nuova classe che ha spazzato la vecchia aristocrazia dal suo predominio, ma in gioventù, grazie all'aiuto del narratore, era riuscito ad introdursi nella “stagione” del 1968, venendo preso dalla gran parte dei giovani che la frequentavano per una specie di arrampicatore sociale, ma con un certo charme.
Damian non ha mai avuto figli, ma a causa di una lettera anonima che ha ricevuto crede che una delle ragazze con cui ha avuto una relazione in quel breve periodo della sua vita possa averne avuto uno che è segretamente suo.
L'incarico che il narratore riceve è quello di indagare su chi sia l'autrice della lettera, grazie al fatto di essere stato amico di tutte le possibile “candidate”, tutte frequentate durante la fatidica stagione del '68.
Benché abbia non pochi motivi di risentimento verso Damian (per tutto il volume leggeremo di una fatale cena a Estoril, in Portogallo, che ha posto fine alla loro amicizia), il narratore, impietosito dalla fine del suo vecchio antagonista, accetta.
Inizia così una rievocazione dettagliatissima della passata gioventù, mentre una dopo l'altra il narratore incontra e “intervista” le giovani di un tempo, ormai donne sessantenni come l'autore/voce narrante, per scoprire cosa ne è stato della loro vita e se i loro figli non possano essere i candidati ad  ereditare una fortuna favolosa.
Fellowes ci racconta, come tutti coloro che rievocano una giovinezza relegata ad un lontano passato, di un mondo rimpianto e rivissuto con grande nostalgia, ma nel quale attraverso la superficie dorata già si vedono le crepe che lo porteranno ad essere distrutto, preannunciando la rivoluzione successiva dei costumi.
Come ho già letto anche in altri libri, anche Fellowes sostiene che gran parte dei valori rivoluzionari attribuiti agli anni '60, appartennero in realtà molto più ai giovani dei '70.
Quello che Fellowes descrive quindi non è un mondo di sesso, droga e rock'n roll, ma piuttosto quello di giovani che ancora vivevano ancora secondo valori tradizionali e molto rigidi, cercando di non allontanarsi mai troppo dal sentiero tracciato per loro dai propri genitori: una soluzione che nella gran parte dei casi non garantisce loro, nel futuro che Fellowes già conosce, alcuna felicità.
L'incontro con le amiche di un tempo è infatti una carrellata di matrimoni infelici e storie di fallimenti personali: a confronto, impietosamente, ci sono tutte le speranze del passato pieno di promesse e un presente spesso desolante.
Anche lo stesso narratore sarà costretto a fare i conti con sé stesso e con quanto il presente gli ha dato rispetto a quanto si aspettava, nonché a ricordare dolorosamente un amore non corrisposto, quello per la bella Serena Gresham, adorata  in gioventù e, guarda caso, invaghita proprio di quel Damian Baxter che lo ha incaricato delle sue indagini.
Fellowes non lascia niente al caso o alla vaghezza: la stagione del '68 viene rievocata in ogni più piccolo dettaglio (dalle tartine, agli arredi, alle mensole più o meno graziose, il numero di particolari è a volte stordente). Cambiano i nomi, ma secondo questa intervista rilasciata dall'autore, sembra che le feste raccontate e i personaggi siano tutti ispirati a persone e fatti realmente avvenuti, a parte ovviamente quanto appartiene esclusivamente al romanzesco (cioè l'incarico ricevuto dallo scrittore e ciò che ne consegue).
La narrazione di Fellowes è come al solito affascinante e rende credibile anche l'improbabile eventualità che tutte le donne su cui “indaga” siano di lingua così sciolta da mettersi a discutere sulla paternità dei propri figli con disinvoltura. Naturalmente più che il mistero legato al presente, la  parte più interessante del romanzo è la rievocazione storica del passato per la quale la mano di Fellowes (che non per nulla è anche lo sceneggiatore della serie televisiva di successo “Downton Abbey”, sulla nobiltà del primo '900) è quanto mai felice. La ricerca dell' “erede perduto” ha forse invece del fiabesco, ma è anche vero che non è la parte sostanziale del volume.
Se volete sapere come fu la “stagione” del '68 per i giovani rampolli inglesi, fra party e corse ad Ascot, dubito troverete resoconto più dettagliato: in effetti a volte i particolari sono così tanti da essere quasi eccessivi e da far dubitare possano mai essere frutto di una memoria che rievoca un tempo relegato a quaranta anni prima (ma chi si ricorderebbe le forme delle tartine e i decori di un tavolo dopo tanto tempo?).
Interessante è sicuramente il confronto fra passato e presente secondo Julian Fellowes: fra un mondo anni '60 ancora ingenuo, in cui nessuno chiudeva la porta a chiave (ma sarà stato vero? Io ne dubito sempre), si beveva con moderazione e magari si poteva fare con tranquillità una passeggiata a Londra senza temere per la vita anche a notte fonda, ed un mondo moderno che invece è tutto meno che ingenuo, moderato e sicuro.

Di Julian Fellowes ho recensito anche:

Snob

 
 
 
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-non vedo il becco di un euro, ma in compenso a scriverlo sto andando alla neuro
-nessuno mi regala i libri
-nessuno mi regala i biglietti del cinema
-nessuno mi paga per scrivere e per dire quello che penso...
- e nemmeno quello che non penso!
- perchè se il "Giornale del Grande Fratello" èuna testata giornalistica, va a finire che io sarei la CNN! (questa l'ho quasi copiata da un altro blogger!).
Se volete leggere altre definizioni simili e più divertenti (magari vi torna comodo) potete trovarle QUI

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