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Creato da bluewillow il 31/03/2006

L'angolo di Jane

Tutto su Jane Austen e sui libri che mi piacciono!

L'ANGOLO DI JANE

Benvenuti nel mio blog!

Questo spazio è dedicato a recensioni di libri e film, ai miei racconti,  a riflessioni personali di varia natura e soprattutto a Jane Austen, una delle mie scrittrici preferite.

Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.
Sono il mare che di notte si infuria,
il mare che si lamenta, pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.
Sono bandito dal vostro mondo
cresciuto nell'orgoglio e dall'orgoglio tradito,
sono il re senza terra.
Sono la passione muta
in casa senza camino, in guerra senza spada
e ammalato sono della propria forza.

(Hermann Hesse)

 


 

 

JANE AUSTEN -RITRATTO

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(clicca sul nome degli slime per leggerne la descrizione)

 

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Il diario segreto del conte di Montecristo – Tom Reiss

Titolo: Il diario segreto del conte di Montecristo Titolo originale: The Black Count: Glory, Revolution, Betrayal, and the Real Count of Monte Cristo Autore: Tom Reiss Traduzione: Francesco Francis Casa editrice: Newton Compton pag: 429

A dispetto del titolo, che farebbe pensare ad un romanzo, “Il diario segreto del conte di Montecristo” è in realtà una biografia molto seria, vincitrice di un premio Pulitzer nel 2013, su un personaggio storico forse poco noto, ma estremamente interessante: il padre dello scrittore Alexandre Dumas, il genereale  Thomas-Alexandre Davy de la Pailleterie, un uomo che fu nel corso della vita uno schiavo, il figlio di un marchese, un dragone della regina, un importante generale della rivoluzione francese, l'Orazio Coclite del Tirolo, un prigioniero del regno borbonico ed infine il padre di uno dei più grandi scrittori della letteratura francese.
Non c'è alcun dubbio, e Tom Reiss lo chiarisce molto bene, che il generale Alex Dumas (come si faceva spesso chiamare) abbia ispirato al figlio Alexandre molti dei suoi più importanti personaggi, da D'Artagnan a Edmond Dantès: sebbene fosse morto quando il suo bambino aveva appena quattro anni, lo scrittore ne conservò per sempre un ricordo saturo d'amore e e lo vide come un nume tutelare che proteggeva costantemente la sua esistenza. Al padre, Alexandre Dumas dedicò una parte consistente dei suoi Mémoires nei quali scrive:

“Vedi padre mio che non ho dimenticato nessuno dei ricordi che mi avevi affidato perché li conservassi. Da quando sono stato in grado di pensare, i tuoi ricordi hanno vissuto in me come una lampada sacra, che illumina tutto e tutti quelli che avevi toccato anche se la morte me l'ha portata via”.

Probabilmente molti dei ricordi di Dumas derivavano dai racconti della madre e dei compagni d'arme del padre, in particolare dell'amico Dermoncourt, ma di sicuro il giovane Alexandre aveva conservato una impressione notevole del padre, anche perché era un uomo totalmente fuori dai canoni della propria epoca: alto circa un metro e ottantacinque,  dalla figura possente, considerato un uomo avvenente e dalla forza quasi leggendaria, era un mulatto nato a Jérémie dall'unione fra la schiava nera Marie Cessette e del marchese Alexandre-Antoine Davy de la Pailleterie.
La vita di Alex Dumas fu incredibile: visse l'infanzia come figlio di una schiava a Saint-Domingue, ma dopo la morte della madre il padre decise di tornare in Francia, dopo trenta anni in cui lo si era creduto morto, a reclamare il titolo di marchese che gli spettava. Per ottenere il denaro necessario al viaggio, il marchese vendette tre dei suoi figli come schiavi e tenne con sé solo il giovane Thomas-Alexandre, figlio che amava più degli altri. Tuttavia nemmeno questo garantì al giovane Alex l'incolumità perché, trovandosi a corto di denaro nuovamente lungo il percorso di ritorno, il nobile francese vendette anche l'ultimo figlio, ma riservandosi di poterlo in futuro riscattare.
 Alexandre-Antoine Davy non dimenticò quest'ultimo figlio ed effettivamente tornò a prenderlo per allevarlo come un nobile, garantendogli la migliore istruzione possibile. Infatti anche se nelle colonie era consentita la schiavitù, sul suolo francese essa era vietata e qualunque schiavo si trovasse in Francia diveniva automaticamente un uomo libero.
Tuttavia i rapporti con il padre si guastarono quando questi si risposò e il giovane Alex abbandonò la vita da nobile, che sarebbe comunque finita per i debiti accumulati dal genitore, e si arruolò come soldato semplice, un dragone della regina, rinnegando il cognome paterno e prendendo quello della madre, Dumas.
Fu forse la sua salvezza perché da lì a poco sarebbe scoppiata la rivoluzione francese e i nobili e i loro figli avrebbero fatto in gran parte una brutta fine.
Invece Alex Dumas, grazie alla sua intelligenza e alla sua forza fisica notevole, fece una rapidissima carriera nell'esercito rivoluzionario, arrivando ad assumere il grado di generale in capo dell'esercito: a tutt'oggi è l'unico uomo di colore di tutti gli eserciti europei ad aver raggiunto un grado militare così alto, mentre considerando il mondo occidentale, solo l'americano Colin Powell ha ottenuto un grado equivalente nel 1989.
Tom Reiss ricostruisce non solo la vita del generale Dumas, ma anche una porzione di storia francese da un punto di vista interessantissimo, quello della integrazione dei cittadini francesi di colore nella vita civile ad ogni livello, durante il periodo rivoluzionario, e dei grandi passi fatti dalla Francia durante quel periodo per abolire la schiavitù, che invece era tollerata da tutte le altre nazioni europee nelle proprie colonie.
Reiss ci racconta anche di come sia nata l'associazione fra colore della pelle nero e schiavitù e di come questa fosse in realtà assente fino a qualche centinaio di anni fa: fu una invenzione degli schiavisti per garantirsi i propri interessi economici. In passato, pur esistendo la schiavitù non esisteva la mentalità che attribuiva a questi minori qualità come esseri umani: gli schiavi potevano essere di ogni colore e finire in schiavitù era più che altro questione di sfortuna nell'essere finiti dalla parte sbagliata di una battaglia; a parte il loro essere in condizioni di dipendenza, gli schiavi non subivano considerazione razziali.
La rivoluzione francese vide nell'ex schiavo Dumas uno degli uomini più fieri di difendere i suoi ideali e anche uno dei più valorosi, ma purtroppo questo uomo straordinario ebbe un nemico duro come pochi: l'ambizione di Napoleone.
Napoleone, infatti, non tollerò mai molto Dumas, proprio per il suo fervente repubblicanesimo, che il futuro imperatore voleva abbattere. In seguito, quando era già giunto al potere, per compensare le perdite economiche di tutte le battaglie intraprese in nome della Francia, Napoleone ripristinò addirittura le vecchie norme a favore dello schiavismo e se possibile le indurì.
Credetemi, se leggerete questo libro, perderete ogni idea romantica, se mai ne avete avuta una, su Napoleone Bonaparte: vi sembrerà solo un meschino ambizioso, un uomo che anziché diffondere i migliori ideali della rivoluzione francese ne causò di fatto la fine.
Invece Alex Dumas vi sembrerà, come anche agli occhi del figlio, un uomo eccezionale da ogni punto di vista: un Rivoluzionario con la R maiuscola, un gigante buono che avrebbe meritato una sorte migliore di quella che ebbe in vita, lasciando dopo la morte la famiglia nella povertà a causa dell'odio napoleonico contro le persone di colore.
La biografia di Tom Reiss ha meritato certamente il suo premio Pulitzer ed è piena di interessantissime considerazioni storiche oltre che letterarie.
Se amate l'opera di Dumas, troverete interessante scoprire ad esempio che il padre fu forse la figura maggiormente presente nelle sue opere quando c'era da rappresentare un eroe, sia pure sfortunato come Edmond Dantès. Sembra che anche il triplice duello di D'Artagnan con i moschettieri sia ispirato proprio ad un episodio occorso al padre di Alexandre Dumas: duelli tutti e tre vinti, ovviamente, nonostante una ferita alla testa. Anche l'abate Farìa ha un omologo storico: lo scienziato Dolomieu, imprigionato per aver seguito Napoleone in Egitto (in una spedizione a cui partecipò anche il generale Dumas) autore di un celebre trattato di geologia, scritto durante la propria prigionia, ricorrendo a mezzi di fortuna.
Reiss non si lascia sfuggire un solo punto in comune tra la vita del generale Dumas e le somiglianze con i romanzi del figlio: questo libro è una miniera d'oro per tutti coloro che amano o studiano l'opera dello scrittore francese.
“Il diario segreto del conte di Montecristo” è una delle più interessanti biografie che abbia mai letto, sebbene di fatto non ci sia alcun diario segreto, perché Tom Reiss in realtà trova nella cassaforte di  un museo dedicato a Dumas dei documenti scritti da Alex Dumas, ma non si tratta di diari.
La biografia scritta da Tom Reiss è stata infatti un'opera certosina di raccolta di materiali durata molti anni e ampiamente documentata nella bibliografia, che rappresenta il 10% (secondo il mio Kindle) del formato e-book (esiste anche una versione cartacea ovviamente).
Libro consigliatissimo a tutti i dumasiani, ma anche a coloro che amano la storia in generale, in particolare quella francese.


Se questo post ti ha interessato potrebbe interessarti anche questa recensione:
Il conte di Montecristo - Alexandre Dumas

 
 
 

Wuz.it : nuovo social network in italiano per i libri

Post n°1063 pubblicato il 17 Maggio 2013 da bluewillow
 

Dal 16 Maggio è attivo il nuovo Wuz.it, che non è più solo un portale con molte informazioni sui libri, spesso usato dai bookblogger per tenere traccia delle ultime uscite, ma un vero e proprio social network per classificare i propri libri, che si propone come alternativa ad Anobii e Goodreads.
Su Wuz si possono archiviare i propri libri, scrivere recensioni delle proprie letture e votare i volumi con un sistema di votazione che piacerà ai super-pignoli perché è suddiviso in 6 voci (trama, personaggi, stile, incipit, finale e copertina) e il voto finale è una media dei voti assegnati a ciascuna voce, ammettendo quindi anche il voto decimale: come si può osservare nella foto qui sotto il risultato della mia votazione di Ehrengard di Karen Blixen è 8,3.



La piattaforma è studiata anche per consentire di collegare la propria libreria a quella di altri amici, inviare messaggi, creare gruppi di discussione, stilare una lista dei desideri, indicare i propri autori preferiti (io ad esempio sono fan di Jane Austen).
In teoria sarebbe possibile importare la propria libreria da Anobii dopo averla esportata da questo social network con un file csv, ma al momento questo sistema non funziona ancora, invece, come mi è stato segnalato nei commenti al post da Eliza, l'import da Goodreads funziona, anche se poi bisogna aggiungere manualmente voti e recensioni.
Le idee sono tante e buone, ma al momento Wuz ha un solo grande difetto: è in fase beta e ci sono ancora parecchie cose da sistemare, ad esempio anche se è possibile dare un voto multi-voce ai libri non lo è invece indicare la data in cui un libro è stato terminato.
Sarebbe bello inoltre che i profili personali implementassero la possibilità di segnalare il proprio blog, gli account twitter, facebook, google+, etc, in modo da tenere collegato il proprio social-network libresco a tutto il resto del mondo social: credo proprio che sarebbe quel qualcosa in più che farebbe preferire wuz a  tutti gli altri social network simili, come anobii e goodreads, ma anche questo al momento non è possibile.
Io sono già registrata su Wuz, nickname bluewillow, in attesa che funzioni a pieno ritmo: al momento non vi consiglierei di lasciare Anobii o Goodreads, perché Wuz è ancora molto sperimentale, ma certamente vi suggerisco di tenere d'occhio questo nuovo social o di registrare il vostro nick, se ci tenete in modo particolare, perché questo è il momento giusto per farlo.

 
 
 

Hansel & Gretel. Cacciatori di streghe - film - recensione

Post n°1062 pubblicato il 16 Maggio 2013 da bluewillow
 

Credetemi, se i fratelli Grimm non si stanno rivoltando nella tomba è solo perché devono essere morti nuovamente, di noia, nel vedere questo film.
In teoria Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe sarebbe una rielaborazione della classica fiaba in cui, da adulti, dopo aver ucciso nell'infanzia la strega della casetta di marzapane, i due fratelli, interpretati da Gemma Arterton e Jeremy Renner, sono diventati cacciatori di streghe, seguendo l'orginalissimo motto “L'unica strega buona è una strega morta”. Nella pratica invece è un film splatter dalla trama piuttosto prevedibile, in cui Hansel e Gretel passano la gran parte del tempo a sparare, affettare, impiccare, inseguire, e prendere a pugni sia le streghe che quanti si mettono sul loro cammino, con ampio spargimento di sangue e l'uso di effetti speciali che sarebbero sembrati antiquati una ventina di anni fa.
L'ambientazione è quella di una specie di medioevo steampunk che mescola insieme elementi di epoche differenti, in cui ci sono fucili sofisticati, taser, bottiglie del latte in vetro con tanto di etichetta con ritratti di bambini scomparsi (ad imitazione dei cartoni moderni), ma in cui la vita è organizzata ancora secondo il modello dell'età di mezzo.
Come nella fiaba tradizionale, Hansel e Gretel sono stati abbandonati nel bosco da piccoli, ma dopo aver ucciso la strega non sono mai ritornati a casa, convinti dello scarso affetto dei genitori, e hanno intrapreso una carriera da ammazza-streghe professionisti, anche perché, per motivi che intuirete in circa un paio di nanosecondi, su di loro i poteri delle streghe cattive non hanno effetto. Come conseguenza della abbuffata di marzapane subita da bambino, inoltre, Hansel è diventato diabetico ed in questo universo steampunk deve periodicamente fare delle iniezioni di insulina.

I fratelli Grimm l'avevano vista in un altro modo: Hansel e Gretel, nella fiaba originale, sono abbandonati nel bosco perché i genitori sono poveri e affamati e non vogliono più dividere il  cibo con i propri figli. Già che ci sono i fratelli Grimm ci regalano un'altra figura di pessima madre, visto che ad insistere sull'idea di abbandonare i due fratellini è proprio la loro genitrice, mentre il padre oppone una debole resistenza, ma poi si lascia convincere ad allontanare i propri figli. Persi nel bosco, i due fratellini finiscono in una casetta di marzapane che non è altro che l'antro di una strega che tenterà di assassinarli e papparseli.  I due ragazzini però riescono a fuggire dopo aver ucciso la strega, inoltre trovano un tesoro di gemme e tornano a casa dove apprendono che la madre è morta e che il padre ha sempre rimpianto la propria decisione. A quel punto, siccome si tratta di una fiaba e non è contemplato il carcere per abbandono di minore, Hansel e Gretel e il loro sciagurato padre vivono felici e contenti, senza più problemi economici.

Invece in  questo film di ispirazione splatter e in cui le donne prendono sganassoni come se piovesse (ok, saranno anche streghe, ma la cosa è un po' impressionante e francamente eccessiva), il regista ha deciso di nobilitare la figura dei genitori dei due fratelli, facendo ruotare tutta la trama proprio sull'origine della loro decisione di abbandonare i figli nel bosco, scaturita dalla necessità di proteggerli.
Purtroppo è molto facile intuire quasi tutto della storia già dopo pochi minuti di film, perché non si può dire che gli sceneggiatori abbiano dato prova di grande fantasia, limitandosi solo ad aggiungere qualche dettaglio steampunk qui e là, quindi la pellicola scorre senza sorpresa alcuna.
Un po' di sano umorismo, di solito la panacea dei b-movie come questo, avrebbe potuto salvare forse la sceneggiatura, ma a parte qualche citazione di famose battute di altri film (da “Indiana Jones” a “Il gladiatore”), non se ne vede purtroppo la minima ombra. A predominare sono le scene d'azione, tutt'altro che convincenti e inutilmente violente.
Occasione mancata per questa rivisitazione della celebre favola di Hansel e Gretel che appare inferiore per sceneggiatura, effetti speciali, costumi e interpretazioni non solo allo standard richiesto dal cinema, ma anche a molti telefilm con la medesima ispirazione di stampo fantasy-fiabesco, come ad esempio “Once Upon a Time”.

 
 
 

Cose che accadono solo nei libri. N°1: Tutto è necessario

Post n°1061 pubblicato il 15 Maggio 2013 da bluewillow
 

La prima cosa che farò all'inizio di questo post è prendere una pistola e metterla sul tavolo.

La bellezza dei libri rispetto alla comune esistenza è che se il libro è scritto bene, allora tutto quel che si trova sulla pagina è importante e funzionale alla storia.
I libri sono un distillato di cose notevoli, vita concentrata extra-forte da gustare in purezza.
Immaginate un'azione semplice, come quella di un personaggio che si alza dalla poltrona su cui è seduto e va verso la sua libreria per prendere un libro.
Nella gran parte dei casi lo scrittore non vi dirà che mentre va verso la libreria il suo personaggio pensa che deve spolverare il ripiano più in basso, che sarebbe ora che si decidesse a mettere i libri secondo 1) un ordine alfabetico 2) un ordine per generi letterari 3) che non si è mai risolto a farlo perché ci sono troppi autori che scrivono generi differenti, né saprete mai che forse ha leggermente inciampato nel tappeto, che mentre afferra il libro attraverso la finestra filtra il verso di un cuculo che sembra abbia scelto il suo giardino come residenza ufficiale e lo ossessiona da un paio di settimane; nessun cenno al fatto che i capelli un po' lunghi gli sono finiti sulla fronte e li ha riavviati, né che si è detto che il nuovo shampoo che ha provato glieli rende terribilmente aridi.
Per fortuna vi sono state risparmiate le descrizioni delle sensazioni di liscia freddezza del bracciolo della poltrona nel punto in cui ha poggiato la mano per alzarsi, dell'odore caratteristico della carta di quel libro (di inchiostro se nuovo, dolciastro se molto vecchio).
Nulla saprete del refolo di vento che lo ha colpito alla schiena dopo il tepore della poltrona, portandolo in seguito a mettersi una felpa.
E se per caso lungo la strada fra la poltrona e la libreria ci fosse una pila di bollette da pagare, credete forse che un bravo scrittore vi rovescerebbe addosso tutta la mole di pensieri ad essa associata, dalla fila alle poste al terribile nefasto pensiero della prossima assemblea condominiale?
No, niente di tutto ciò.
Per fortuna il vostro personaggio si alza e prende il libro e voi siete certi, assolutamente sicuri, che se ha preso quel libro c'è un motivo ben preciso e che vi verrà spiegato a breve, probabilmente nel giro di un paragrafo.
Lo scrittore filtra la vita per voi, vi lascia solo le cose importanti, quelle che voi stessi ricordereste.
La vita è fatta al 90% da una occupazione di cui non ci accorgiamo: annotare e dimenticare cose inutili.
I libri sono pura vita: esperienza senza perdite di tempo. Un bel vantaggio.
In un libro inoltre tutto è necessario: per citare Murakami che in 1Q84 cita Cechov: "Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari", altrimenti quella pistola vi sembrerà inutile.
Il vostro personaggio si alza, dà uno sguardo alla pistola sul tavolo, poi si dirige verso la libreria e prende il libro.
Quella pistola che fa sul tavolo? Potreste dimenticare un vaso di fiori, un pupazzo di peluche, una pila di riviste sul tavolo, ma no, niente da fare, la pistola non ve la scordereste facilmente.
Dopo che vi è stata descritta, rimarrà lì in un angolino della vostra mente di lettore, pronta a sparare e se non lo farà o non ricomparirà più, vi assicuro che ci rimarrete male e chiederete conto all'autore del perché vi ha fatto perdere tempo con quella pistola che incombeva sul resto della storia.
 
Ora sapete cosa faceva la pistola sul tavolo, all'inizio di questo post: serviva a tenere alta la vostra attenzione, in attesa che facesse quello che le pistole sono destinate a fare, scatenando eventi di solito tragici e facendo incombere su questo post la possibilità che nascondesse qualcosa di più dello sproloquio di una book-blogger che oggi non ha un libro da recensire.
Per vostra quiete, potrei anche dirvi che la mia immaginaria pistola era giocattolo o fatta di cioccolata, un dettaglio che vi ho abilmente nascosto: questo toglie un po' pathos a tutto l'articolo, ma credo esemplifichi bene quello che voglio dire sulla necessità di descrivere solo ciò che è necessario.

 
 
 

Ehrengard – Karen Blixen

Post n°1060 pubblicato il 14 Maggio 2013 da bluewillow
 

Titolo: Ehrengard Titolo originale: Ehrengard Autrice: Karen Blixen Traduzione: Adriana Motti Casa editrice: Adelphi pag: 100

La seduzione è un'arma a doppio taglio: per quanto un seduttore si ingegni di adoperare strategie e trappole per conquistare la sua “preda”, chi mai potrà proteggerlo dall'essere sedotto dalle sue stesse illusioni?
Karen Blixen, in questo racconto, pubblicato postumo nel 1963, sembra voler rispondere a distanza a Kierkegaard che nel suo “Diario di un seduttore” non aveva tenuto conto di un fattore molto importante: le persone oggetto di seduzione non sono cose, ma esseri pensanti e non è detto che siano così facilmente manipolabili quanto potrebbe apparire in un primo momento.
“Ehrengard” è una specie di fiaba, ambientata nel reame immaginario di Babenhausen, divisa in tre parti.
In una prima porzione del racconto il principe Lotario, che non sembra molto interessato all'amore, viene indotto, con la complicità della sua stessa madre e del pittore Cazotte, ritenuto un autentico dongiovanni, a conquistare l'amore di una bella principessa, affinché la stirpe reale abbia discendenti. Da apparente, timido Lotario però si spinge più in là del previsto e la bella principessa aspetta un figlio già prima delle nozze. Affinché nel reame non ci sia uno scandalo, che disonorerebbe la principessa, questa si rinchiude nel lontano castello di Rosenbad, con una piccola corte, per partorire lontano dagli occhi di tutti e annunciare poi la nascita del principe con un ritardo sufficiente a non destare sospetti. Al seguito della principessa reclusa ci sono la bella damigella Ehrengard von Schreckenstein e il pittore Cazotte.
Sono proprio Ehrengard e Cazotte in realtà i veri protagonisti della storia, sfidanti in un duello di stampo particolare e del tutto intellettuale, fra chi seduce e chi è invece sedotto.
Nella seconda parte del romanzo il pittore Cazotte si propone dichiaratamente di conquistare Ehrengard, con l'intento di renderla totalmente innamorata e poi abbandonarla. Cazotte immagina una Ehrengard ingenua, quasi selvaggia, incapace di rendersi conto di essere oggetto di una manipolazione. In questa porzione del racconto, vista dalla prospettiva di Cazotte, non osserviamo affatto la vera Ehrengard, ma solo la rappresentazione che il pittore sembra farsene.
Cazotte immagina addirittura di vedere arrossire Ehrengard, una volta compresi i propri indomabili sentimenti nei suoi confronti, e che la fanciulla passi poi il resto della vita a rimpiangere un amore mai ottenuto.
Nella terza e conclusiva parte del racconto vediamo Ehrengard in azione. Per una serie di circostanze la ragazza è costretta ad uscire dal castello e a correre in soccorso del figlio neonato figlio della principessa, di cui il regno ancora ignora la nascita, finendo per incontrare per puro caso, nella stessa stanza di una locanda, sia il suo fidanzato ufficiale Kurt che il pittore Cazottte. La situazione è molto compromettente, ma Ehrengard mostra una presenza di spirito notevole pur di salvare l'onore della sua principessa.
In una scena magistralmente descritta da Karen Blixen, capiamo non solo che Ehrengard ha sempre intuito perfettamente le intenzioni di Cazotte e che non è affatto una ingenua, ma che in realtà è quest'ultimo ad essere stato sedotto. Inoltre l'idea della seduzione, questa sfida interpretata da Cazotte come fredda e intellettuale, senza coinvolgimento emotivo, cede il passo ad un sentimento molto più intenso e reale, quello dell'amore fra Kurt ed Ehrengard, che sboccia e giunge al culmine, anch'esso imprevisto, proprio nel mezzo delle difficoltà, ma corroborato da un reciproca lunga conoscenza.
L'effetto è sorprendente per Cazotte e alla fine è lui stesso ad arrossire, non Ehrengard.
Acuto e molto ben scritto, questo racconto è come una partita a scacchi al termine della quale la regina vi facesse l'occhiolino e vi dicesse “hai perso”, per poi riporvi nella scacchiera: un radicale ed inaspettato cambio di prospettiva, un piccolo monito a guardare verso l'esterno e a capire che le persone non sono creature inanimate con cui giocare.

 
 
 
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-non vedo il becco di un euro, ma in compenso a scriverlo sto andando alla neuro
-nessuno mi regala i libri
-nessuno mi regala i biglietti del cinema
-nessuno mi paga per scrivere e per dire quello che penso...
- e nemmeno quello che non penso!
- perchè se il "Giornale del Grande Fratello" èuna testata giornalistica, va a finire che io sarei la CNN! (questa l'ho quasi copiata da un altro blogger!).
Se volete leggere altre definizioni simili e più divertenti (magari vi torna comodo) potete trovarle QUI

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