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Che lo visitiate autenticati o anonimi, una volta al mese o un mese alla volta, da Bolzano o da Lampedusa, in abito da sera o in mutande, nessuno lo saprà mai.
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RESTA RIBELLE

Post n°164 pubblicato il 07 Maggio 2015 da giginosco
Foto di giginosco

Non so cosa pensiate voi dei tatuaggi, ma so quello che ne penso io.
Niente.
Niente di niente.
Anzi, usando il verbo "pensare" ho anche esagerato, perché la cosa mi interessa più o meno quanto i risultati della serie C di calcio giapponese.
E' vero che sghignazzo interiormente, quando in spiaggia vedo un ragioniere con la panza combinato come un guerriero maori, o uno che sbaglia a scrivere in italiano che ha degli ideogrammi giapponesi sul braccio, ma altra attività cerebrale all'argomento tatuaggi penso di non averla mai dedicata, in vita mia.
Qualcosa, però, è ora giunto a scuotere la mia piacevole condizione di torpore mentale: la mia amica Giulia mi ha orgogliosamente comunicato la sua decisione di farsi incidere all'interno dell'avambraccio la frase "RESTA RIBELLE, NON TI BUTTARE VIA", tratta da una canzone dei Negrita.
La mia prima reazione alla notizia è stata perfetta: encefalogramma piatto.
Al che lei, probabilmente scambiando la pausa dovuta al mio vuoto di pensiero per perplessità sulla sua scelta, ha pensato bene di illustrarmi il piano dell'opera: la funzione del tatuaggio sarà quello di promemoria per se stessa.
Non l'avesse mai fatto.
Alla excusatio non petita, come spesso accade, mi si è accesa la lampadina cerebrale, e ho involontariamente elaborato una mia opinione sull'argomento "tatuaggi promemoria sull'avambraccio resta ribelle non ti buttare via".
Ve ne faccio partecipi per poi eliminarla subito, non vorrei che stazionando troppo nel cervello mi danneggiasse le altre otto o nove opinioni, quasi tutte su donne o schemi calcistici, ivi residenti da decenni.
Concentratevi, ché è alta filosofia del dettaglio.
Se lei non mi avesse detto che il tatuaggio è un promemoria per se stessa, io avrei pensato che il suo unico e non recondito scopo fosse quello di sentirsi più trendy, più fashion, più cool. Va bene, ho scritto parole inglesi a casaccio, però ci siamo capiti: più gnocca del ventunesimo secolo.
L'ago fa sì male, ma se bella vuoi apparire almeno un poco hai da soffrire?
La frase non è neanche tanto lunga, dopotutto, ad occhio direi che ha un buon rapporto effetto/sofferenza. Mica ha scelto "senti Roy come spacca con la tromba, questa è la ricetta della buena onda, senti la tromba, piega la bomba, piega la bomba" che, pur vuota di significato, per essere tatuata tutta richiederebbe lunghi supplizi e almeno tre avambracci.
Se non mi avesse detto che la frase è un promemoria, l'avrei mentalmente vista consultarsi in via preventiva con le amiche per deliberare che sì, è proprio una scritta molto significativa, ideale per un tatuaggio sull'avambraccio: a nessuno dovrà mai venire in mente, neanche per sbaglio, che lei sia una ribelle a tempo determinato, disponibile a buttarsi via, foss'anche nella raccolta riciclata.
Dirò di più: l'avrei anche appoggiata, perché si sa che il tatuaggio ingrifa i maschietti e costa molto meno che rifarsi le tette, e l'avrei osservata con benevolo e complice occhio da zio, quando avrebbe risposto fintamente schiva ai suoi coetanei trentenni che proprio no, quella frase non voleva affatto essere una stolta ostentazione del proprio animo ribelle, ma solo un promemoria, aggiungendo in tal modo all'effetto ingrifante del tatuaggio quello della ribellione autentica e non solo dichiarata.
Non avrei avuto niente da ridire, insomma, le avrei giusto consigliato di usare questa storia solo con i giovanotti in trance ormonale, notoriamente disposti a credere a qualunque cosa pur di non contraddire la portatrice sana di tette che hanno davanti.
Perché a noi che non siamo molto fantasiosi, e i promemoria li scriviamo banalmente sui post-it attaccati al frigorifero, l'avambraccio non sembra il posto ideale per prendere appunti così importanti. Uno che fa, d'estate resta ribelle e manda tutti a morire ammazzati e invece in inverno, visto che usa le maniche lunghe, se ne scorda e insegna catechismo ai bambini?
Perché a noi che siamo poco al passo con i tempi, e non cogliamo la forza dirompente e rivoluzionaria del tatuaggio informativo-segnalativo-divulgativo (soprattutto quelli un po' attempati come me, cresciuti in un'epoca in cui i tatuati erano solo marinai, galeotti e tamarri), la frase sull'avambraccio arriverebbe così: "sono un'insicura e, perciò, non posso lasciarti libero di farti autonomamente un'opinione su di me. Ti dico io quella che devi avere, perché altrimenti c'è il rischio che tu sbagli e non capisca che io sono autenticamente ribelle".
Succede sempre, se ci pensate bene, a chi cerca di indottrinare gli altri su quel che devono pensare di lui. Dice "sembro una pappamolla, ma in verità sono una persona molto volitiva" o anche "sembro stronzo, ma in verità mi tutelo perché mi fido di tutti e poi prendo fregature", e cosa concludono quelli che lo ascoltano? Che è ancora più pappamolla e stronzo di quello che pensavano.
Tutto questo se non mi avesse detto che il tatuaggio è un promemoria.
Invece, precisando che non si tratta di un semplice orpello e portandomi, in tal modo, a riflettere sulla frase che contiene, mi ha fatto giungere alla conclusione che il messaggio è incompleto.
Mi spiego.
Escludo che col tatuaggio voglia comunicare la propria intenzione, in ossequio al significato stretto del termine ribelle, di partecipare ad una rivolta contro l'autorità costituita.
Lo escludo per due motivi: il primo è che il tatuaggio la farebbe scoprire subito, non potrebbe neanche lavarsi le ascelle in presenza di rappresentanti delle forze dell'ordine. Il secondo, ancor più convincente, è che, se pur riuscisse a sovvertire l'autorità, leggendosi il tatuaggio sarebbe poi costretta a combattere la nuova autorità per riportare al proprio posto la precedente, da estromettere nel momento in cui riprenderà il potere. Una vitaccia, per carità, non ce la farebbe nemmeno Pannella giovane.
A cosa si ribellerà Giulia, allora, per tutti i secoli dei secoli?
Alla fame nel mondo? Alla pena di morte? Alla xenofobia? Alla misoginia?
Se è così, va bene.
Andrebbe benino anche se avesse intenzioni di ribellarsi a cose un po' più, diciamo così, vaghe: all'ingiustizia, al malaffare, all'immoralità.
Voliamo più basso, senza caricare il suo avambraccio di eccessive responsabilità, mi sta anche bene che si ribelli all'obbligo della tesi per laurearsi, alle simulazioni in area di rigore, alla foto di Moccia in quarta di copertina, ai pantaloni a zampa d'elefante, ai peperoni in agrodolce, alla tombola fatta dalla cognata quando sono almeno dieci minuti che a lei manca un numero in ben due cartelle.
Si ribelli a quello che le pare, insomma, basta che lo scriva.
Altrimenti, sempre che i Negrita non abbiano qualcosa da obiettare, ho intenzione di proporle un compromesso che mi sembra onorevole: il tatuaggio se lo faccia pure ma, almeno per il momento, con l'henné.
Perché già autodefinirsi ribelle tout-court, per chi Che Guevara non è, suona abbastanza pretenzioso, ma scriversi sulla pelle che lo si resterà per sempre è proprio imprudente.
Ognuno ha il diritto di qualificarsi tale fino ad una certa età, se ne ha voglia, ma dopo i trent'anni dovrebbe essere consentito per legge esclusivamente a coloro che senza la reputazione di ribelli sarebbero disoccupati: rockstar, attori di road-movies, scrittori maledetti (maledetti dai lettori, spesso).
Anche io, lo confesso, se fossi Mick Jagger sarei un eterno ribelle, e sul fondo di tutte le mie duecento piscine avrei un mosaico con l'impertinente linguaccia degli Stones che lecca una tetta, alla faccia dei benpensanti piatti e noiosi.
Invece, non essendo Mick Jagger, ed avendo semplicemente un tappetino antiscivolo in gomma sul piatto della doccia (con i buchi a forma di delfino, per giunta, perché ho commesso l'errore di farlo scegliere a mia figlia), devo ripiegare su un'altra ambizione: raggiungere una reale autonomia di pensiero.
Perché se è inevitabile che, negli anni dell'adolescenza, fare l'opposto di quello gli altri si aspettano venga ritenuto un inconfondibile segnale, a se stessi e al mondo, dell'avvenuta emancipazione, è anche vero che portare troppo in là questo atteggiamento (moltissimi lo fanno fino alla tomba) non è spirito di ribellione, è incapacità di comprendere quanto si sia irrimediabilmente limitati e condizionati. E per contrasto, il che è anche peggio.
Lo dico per esperienza, da campione olimpionico di idiozia in età giovanile: l'autonomia  di pensiero non appartiene a chi segue la corrente, ma neanche a chi è schiavo del proprio voler sempre andare in direzione ostinata e contraria.
Ostinatamente, ostentatamente e stupidamente contraria, tante volte.

Basta così, mi sono dilungato fin troppo.
A questo punto, per fare bella figura, dovrei darvi una dritta su come raggiungere una reale autonomia di pensiero in tutti i campi.
Potrei inventare un metodo su due piedi, ma la verità è che non lo so, sono il primo ad avere serie difficoltà, soprattutto nel campo delle opinioni politiche: non riesco a farmi un'idea precisa di come la penso, finché su un argomento non si pronuncia qualcuno con cui so di essere in totale disaccordo su tutto. Ecco perché, da quando Giovanardi latita, mi sento disorientato e privo di certezze.
Quello che so è che essere un salmone che risale la corrente è indubbiamente affascinante, si possono guardare con malcelata sufficienza e una puntina di disprezzo tutti gli altri pesci che vanno borghesemente verso il mare.
Non si esce mai dal letto del fiume, però.
Senza contare che alla fine del percorso, giunti lì dove tutto nasce, lì dove dovrebbero esserci solo Verità e Purezza, chi si rischia di trovare?
Altri ribelli che ci hanno rubato l'idea, intenti a riempire un'ampolla mentre intonano "Va' Pensiero" con i rutti.
Arrivati lì con i SUV, ovviamente.

 
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CONVERGENZE poco IDEOLOGICHE

Post n°163 pubblicato il 08 Aprile 2015 da giginosco
Foto di giginosco

Riassunto del post precedente: le donne non perdono occasione per comunicare al mondo intero, oltre che agli interessati, la pessima opinione che esse stesse hanno dei propri mariti.

E i mariti, invece, cosa pensano delle proprie mogli?
Beh, innanzitutto i mariti sono uomini e, in quanto tali, di certo non hanno mai avuto la concentrazione necessaria per elaborare un parere preciso su un argomento di tale complessità. Magari ci hanno pure provato, ma mica è colpa loro se dopo trenta/trentacinque secondi di intensa riflessione (trenta/trentacinque secondi compreso il login, dico) è passata una minigonna, o è arrivato un messaggio su whatsapp, o si sono ricordati che dovevano preparare la borsa per il calcetto.
Così, se proprio sono costretti ad esprimere un'opinione sulle proprie mogli, se ne inventano una su due piedi volta per volta, variabile a seconda dei casi, degli eventi e degli interlocutori.
L'unica cosa di cui sono assolutamente certi è che siano donne, con tutto quello di negativo e di temibile che ne consegue, per cui, al contrario delle loro consorti, si esprimono solo all'interno di gruppi ristretti, facendo molta attenzione alla presenza di possibili spie.
Oggi, però, la spia c'è.

Sappiate, care signore, che i vostri mariti sparlano di voi.
Lo fanno tutti, nessuno escluso, perciò è inutile che cerchiate di nascondervi dietro un illusorio "non mio marito".
Magari voi siete convinte, dopo anni di addestramento paziente (lo so, "paziente" è una parola grossa), di averlo domato, e pensate che si sia ormai rassegnato alla sua innaturale condizione di coniuge, ma non è così.
Se ogni tanto, invece di obbligarlo a vedere i Film Blu, Bianco e Rosso (oltre a tutto il Decalogo e a La doppia vita di Veronica, ché senso della misura proprio non ne avete, e neanche problemi di orchite), lo aveste almeno cromaticamente accontentato e aveste visto anche qualche film Giallo, ora lo sapreste da sole che il colpevole è sempre l'insospettabile.
Per averne la prova, basterebbe nascondersi nell'armadietto dello spogliatoio del campo di calcetto che frequenta, e spiare dalle fessure.
Concentratevi soprattutto sui discorsi, senza farvi distrarre da spettacoli poco edificanti (ma questo è un parere personale e, soprattutto, un'altra storia), perché anche spiando solo ad altezza del viso scoprireste come vostro marito parla di voi, e quanto.
Se non conosceste fin troppo bene la sua voce insopportabile, vi sembrerebbe di ascoltare Cesare, il vostro collega sìm-pà-tì-cìs-sì-mò, quello che vi fa sganasciare dalle risate alla macchinetta del caffè dell'ufficio, quando fa l'imitazione della propria moglie che gli urla dietro per delle cazzate.
Incredibile, vero?
E allora, già che ci sono, ve la dico tutta: sappiate che nel suo ufficio è proprio lui, il vostro noiosissimo coniuge, il simpatico mattatore che fa l'imitazione della propria moglie alle colleghe davanti alla macchinetta del caffè.
E sapeste come ridono, quelle tre troie!
Ma non c'è bisogno di fare un'irruzione armata, lasciate pure che ridano.
Tanto, esattamente nello stesso momento, ci sono altri tre noiosissimi mariti che stanno facendo altre tre divertentissime imitazioni, davanti ad altre tre macchinette del caffè.

 
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DIVERGENZE IDEOLOGICHE

Post n°162 pubblicato il 25 Marzo 2015 da giginosco
Foto di giginosco

Nel ghetto dei fumatori in cortile, durante la pausa mensa, ho ascoltato alcune colleghe avere uno scambio di opinioni sull'argomento uomini.
Il clima è diventato pian piano incandescente perché, come tutti ben sappiamo, in pubblico le donne usano il termine "uomini" per riferirsi esclusivamente ai mariti, sia propri sia delle interlocutrici.
Proprio il contrario di quello che fanno gli uomini che, quando parlano tra loro di "donne", intendono tutte le persone di sesso femminile ad eccezione delle mogli, delle figlie, delle mamme e delle sorelle dei presenti. Anche delle cugine, a dirla tutta, ma solo perché queste appartengono ad una categoria a parte, notoriamente.
Nel corso del confronto in cortile, sono emerse varie correnti di pensiero.
Un primo gruppo sosteneva, in sintesi, che gli uomini fossero stronzi in quanto bugiardi, traditori, musoni e non collaborativi in casa.
A questa tesi si opponeva fieramente un secondo gruppo, altrettanto numeroso, che era invece dell'avviso che fossero bugiardi, traditori, musoni e non collaborativi in casa in quanto stronzi.
Solo due delle presenti, schierandosi apertamente in difesa dei propri mariti, sostenevano che la colpa non fosse degli uomini ma delle loro madri, che li avevano cresciuti così: stronzi, bugiardi, traditori, musoni e non collaborativi in casa.
Hanno discusso animatamente per una ventina di minuti, a tratti sembrava addirittura che fossero lì lì per ascoltarsi a vicenda, ma alla fine le divergenze ideologiche si sono rivelate talmente marcate che nessuno schieramento è riuscito ad ottenere la maggioranza necessaria per approvare una riforma dell'ordinamento familiare.

Seduta sciolta, l'abbiamo sfangata anche stavolta, alè!

 
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AUTOCONSAPEVOLEZZA MASCHILE

Post n°161 pubblicato il 17 Febbraio 2014 da giginosco

Bentrovati, un saluto affettuoso a tutti.

Beh, come stiamo messi ad autoconsapevolezza?
Le donne benino, probabilmente (non mi permetto di esprimere giudizi senza prima indossare un passamontagna), ma di certo noi uomini stiamo ormai su incollati con la saliva se,
come leggo, a Berlino "quattro donne tengono corsi teorici e pratici per aumentare l'autoconsapevolezza dei loro allievi, dopo aver sperimentato da coach che l'insicurezza nell'emisfero maschile dilaga".
Di certo i tedeschi sanno quello che fanno, anche se noi italiani li prendiamo in giro e un cucù non glielo facciamo mancare mai. E poi, in ogni caso, è sciocco mettersi tutti a fare i Bond, i James Bond: un po' di sana autoconsapevolezza maschile in più mica si butta via.
Studiamoci meglio l'offerta formativa, magari ne vale la pena.
Quattro donne tengono corsi teorici e pratici per aumentare l'autoconsapevolezza dei loro allievi.......
Inutile negarlo: l'uomo impiega decenni ad averne una quantità accettabile, mentre intanto soffre nel vedere le ragazze più bone che se la fanno con i tamarri autoconsapevoli, consapevolmente tamarri. Poi, appena ha faticosamente acquistato l'autoconsapevolezza tanto agognata, non fa in tempo a godersela che..... PAFF, la prima cilecca!
..... aumentare l'autoconsapevolezza dei loro allievi, dopo aver sperimentato da coach che l'insicurezza nell'emisfero maschile dilaga.
E grazie che l'insicurezza dilaga.
Fatta la prima cilecca, il malcapitato ci prova pure a non farsene un problema, dicendosi che può capitare a tutti. Ogni volta, però, che indaga cautamente tra gli amici, buttando lì un riferimento casuale da cui non si capisca quello che è successo (illuso!), trova sempre dall'altra parte Rocco, i suoi fratelli, i suoi cugini e pure i suoi vicini di pianerottolo. Soprattutto quelli  un po' più in là con gli anni, stronzi millantatori!
Purtroppo siamo in un periodo di transizione, l'ha detto pure uno psicologo su rai due, l'altro giorno. Le donne sono diventate più aggressive ed esigenti, stronze pure loro, e i ruoli dei sessi stanno man mano..... stanno man mano.....
Ehi, aspetta un attimo, in che senso "dopo aver sperimentato da coach"?
Ecco perché non ci sono percentuali e statistiche, nella presentazione del corso:  non hanno commissionato l'indagine ad un istituto demoscopico, ma hanno sperimentato proprio loro personalmente.
E pure parecchio, mi viene da pensare, perché se affermano con certezza che l'insicurezza maschile "dilaga", vuol dire che non si sono fermate alle prime impressioni negative, ma hanno insistito finché non si sono convinte che un intervento correttivo a monte fosse assolutamente necessario.
Ottanta euro a lezione, però, mi sembra un prezzo un po' sospetto.
Sarà che con quella cifra io ci pago quattro lezioni di piano a mia figlia, e mi avanzano pure i soldi per due margherite da asporto, ma mi cominciano a venire seri dubbi sul fatto che queste docenti siano abilitate all'insegnamento.
Uhm.....
Per caso qualcuno sa cosa significa coach in tedesco?
Per andare tranquilli a Berlino non basta scaricare Trip Advisor sullo smartphone e comprare la guida Lonely Planet, ma bisogna informarsi anche su queste sfumature, perché mica stiamo andando a vedere la Porta di Brandeburgo.
Sarebbe una beffa, no?
Uno parte per la Germania tutto contento, sicuro di andare ad aumentare la propria autoconsapevolezza maschile, pensando "ma sì, crepi l'avarizia chi se ne frega dei soldi? E' una cosa importante e non ha neanche controindicazioni, posso prenderne quanta ne voglio senza ricetta ed evito pure la solita figura di merda con la farmacista bona", e invece cosa gli succede?
Che, dopo essere finito in una retata della temibile polizia tedesca, torna in Italia senza neanche quel po' di autoconsapevolezza che aveva prima. Al suo posto, un timbro rosso indelebile PUTTANIEREN sulla carta d'identità.
E vaglielo a spiegare a quei pettegoli dell'ufficio anagrafe, poi.

 
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VIVI' LA BAMBOLA

Post n°160 pubblicato il 12 Febbraio 2013 da giginosco

Mia moglie ha un conto aperto con alcune categorie di persone.
Oltre a quella dei suoi mariti, dico.
Dei camerieri dei ristoranti ho già parlato tempo fa, e se continuo ad andare a mangiare fuori è perché spero intimamente che loro siano più ragionevoli di lei, e si limitino a sputare solo nel suo, di piatto.
Ma ancor più dei camerieri (anche se, ovviamente, molto meno dei mariti) i suoi nemici storici sono le colf e i parrucchieri, che fa fuori come mosche.
Bastano dei capelli di un centimetro più corti del richiesto o un mobiletto non spolverato bene, basta la tinta di un colore impercettibilmente diverso da quello desiderato o una goccia d'acqua sullo specchio del bagno, per far scattare la diffida. Se il reo insiste nel suo comportamento delittuoso (per il parrucchiere basta una volta, per la colf di solito qualcuna in più), ecco che arriva la squalifica a vita.
Diciamo che è eccessiva, per usare un eufemismo.
Come lo è anche mia madre, dopotutto, sia pur al contrario. Perché lei, invece,
è sempre stata molto tollerante. Pure troppo.
Al ristorante, per dirne una, è da poco che si è rassegnata a non sparecchiare lei, tra una portata e l'altra, figuriamoci se si metterebbe mai a fare polemiche con persone tanto gentili da portarle il cibo a tavola.
Riguardo ai parrucchieri, invece, l'ho vista dare altre possibilità a chi le aveva fatto tagli di capelli stile Thatcher o El Shaarawy ("pazienza, tanto ricrescono"), soprassedere a tinte inguardabili, tra quali ricordo ancora un colore nocciola cacchina che prima di allora avevo visto soltanto alle Ford Fiesta fine anni 70 ("vabbè, mò me la rifaccio da sola che viene meglio").
Delle colf, poi, non ne parliamo, le hanno demolito la casa. Ce n'era una che ogni tanto le rompeva un vaso e poi gettava nella spazzatura i pezzi mancanti, sperando che non se accorgesse. Un'altra che spruzzava lo sgrassatore direttamente sui lampadari e lo lasciava gocciolare, in modo che poi il pavimento assumesse per mesi un innovativo effetto dalmata. Ne potrei raccontare mille, ma quel che voglio dire è che era lei, alla fine, che si dispiaceva per loro: così impedite, dove mai avrebbero trovato un altro lavoro, se lei non le avesse volute più? E allora se le è sempre tenute, cercando di limitare i danni.
E così, sulle colf che hanno lavorato a casa di mia madre nel corso degli anni si potrebbe fare una fiction televisiva, della quale la protagonista assoluta sarebbe, senza alcun dubbio, Vivi' la bambola.
Segnalata con toni entusiasti da una nostra vicina di casa che voleva, evidentemente, disfarsene, Vivi' la bambola aveva i capelli biondi di media lunghezza e velleità artistiche. Erano i primi anni novanta, quelli di Non è la Rai, e lei pretendeva che la tv fosse sempre accesa su quel programma, mentre lavorava. Quando notava un vestito particolarmente carino, indossato dalle ragazze in tv, lo faceva vedere a mia madre dicendole "Signora, quando andate a Roma me lo portate un abitino così?"
Appena sentiva partire una canzone o un balletto, si fermava in mezzo alla stanza e, utilizzando lo spazzolone per i pavimenti come asta del microfono, cantava a squarciagola e dimenava voluttuosamente il bacino.
Mia madre ormai ci aveva fatto il callo, ma non posso dimenticare la faccia perplessa di mio padre, di fronte alle performances di Vivi' la bambola.
Che all'anagrafe, però, era curiosamente registrata come Vincenzo Russo.
E' stato un periodaccio, per il mio allora non tanto anziano genitore.
Vivi' la bambola, che abitava non lontano da noi, aveva imparato i suoi orari e, appena lui si infilava furtivo in macchina, gli ticchettava sul finestrino, chiedendogli un passaggio per il centro.
E non era finita lì: ogni volta che era per strada con gli amici, impegnato in uno dei suoi soliti pesantissimi sermoni sulla serietà, la moralità, l'onestà, il senso del dovere e chi più ne ha più ne metta, gli spuntava immancabilmente davanti Vivi' la bambola in minigonna che lo salutava con gridolini di gioia e gli presentava pure le amiche, sotto lo sguardo allibito dei discepoli.
Ogni tanto cercava di convincere mia madre a prendere una colf più tradizionale, ma io progressisticamente mi opponevo:
- Avrebbe difficoltà a trovare un altro lavoro, lo sai. Vuoi che muoia di fame?
- No, però.....
- Però che? Ti vergogni?
- Ehm..... no, però.....
- Però che?
- Umpf!
Poi, ad un certo punto, Vivi' la bambola non si è vista più.
Non ho fatto domande ai miei, temendo di ricevere risposte che non mi sarebbero piaciute, e per quasi vent'anni ho avuto il sospetto che fosse finita in un pilastro della nostra casa di montagna.
Finché, poco tempo fa, l'ho incontrata. Abbastanza invecchiata, in verità, meno sbarazzina nei modi ma sempre entusiasta nei saluti.
- Mi hanno perdonato i tuoi per averli mollati?
- Ah, li hai mollati tu!
- Ma solo perché sono andata a lavorare fuori.
- Beh, penso che se ne siano fatti una ragione, ormai. E tu stai bene, Vivi'?
- Sì, però ora non mi faccio più chiamare col diminutivo, ma col nome intero.
- Davvero? Ti fai chiamare Vincenzo Russo?
- No, Viviana La Bambola.
- Ah, ecco. Fai bene, è più elegante.
- Di' ai tuoi che passerò a trovarli, uno di questi giorni.
- Voglio proprio esserci, quando andrai. A presto, allora, signora La Bambola!

 
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SEMPRE SIA LODATO

Post n°159 pubblicato il 29 Gennaio 2013 da giginosco

Amici compatrioti, questo è un blog italiano.
Escludendo Sanmarinesi e Cittadelvaticanesi, non penso che possa esser letto, nemmeno per sbaglio, da uno straniero. E, allora, visto che siamo tra noi, abbassiamo la voce per non farci sentire fuori dai confini e diciamocelo, senza raccontarci balle da soli: siamo un popolo di sudditi.
Sudditi e lecchini.
Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi.
Politici condannati in via definitiva per concussione, con interdizione dai pubblici uffici, continuare a fare il bello e il cattivo tempo facendo eleggere al loro posto una figlia che prende valanghe di voti.
Presidenti di ordini professionali beccati con la mani nella marmellata per aver sottratto i fondi dei mutui edilizi della cassa professionale, essere riveriti per strada dalle stesse persone a cui avevano rubato i soldi. "Buonasera Presidente, i miei ossequi anche alla sua signora". "Ciao caro. Grazie, riferirò".
E, soprattutto, ho visto le celebrazioni di questi giorni per il decimo anniversario della morte dell'Avvocato. Notino lorsignori la maiuscola.
Tutti ridicolmente a scappellarsi, dal Presidente della Repubblica in giù.
Persino i giornalisti sportivi, persone notoriamente serie e costruttive, hanno smesso per qualche giorno di accapigliarsi sul fuorigioco fischiato a Turone nel 1981 e sul rigore negato a Ronaldo nel 1998, per rendere il doveroso omaggio alla figura dell'Avvocato.

L'Avvocato era un appassionato di calcio, e in questa vecchia intervista che ora trasmettiamo dimostra di essere un finissimo intenditore in materia.
-Avvocato, chi è stato il più grande calciatore di tutti i tempi?
-Pelè.
-Sono d'accordo. E di Maradona che dice?
-Molto fovte. Pevò Pelè eva più fovte.
-Sono d'accordo. Di Stefano?
-Bvavissimo, ma da giovane eva più fovte che da vecchio.
-Sono d'accordo. Batistuta?
-Fovtissimo.
-Sono d'accordo. Weah?
-Fovtissimo.
-Sono d'accordo. Grazie per l'intervista, Avvocato.
Avete visto come ha risposto con competenza e arguzia alle domande incalzanti dell'intervistatore? Era proprio un grande appassionato dal palato finissimo, che ci ha regalato anche pensieri geniali come "Del Piero mi ricorda Pinturicchio" e "Marcello Lippi è il più bel prodotto di Viareggio dopo Stefania Sandrelli". Un grande italiano che ci manca, oh se ci manca! 

Ma finitela, lecchini, e questo sarebbe un genio? Un grande italiano?
E Silvio, allora?
Non ha preso pure lui una squadra di calcio, eh?
Non ha passato anche lui la vita dietro alla gnocca?
Non ha portato pure lui valanghe di soldi fuori dall'Italia illegalmente? Di meno, d'accordo, ma mica ha ancora finito.
E forse "Pinturicchio", come definizione, è meglio di "culona inchiavabile"?
Magari non avrà un nipote fesso come Lapo, ma suo fratello Paolo lo butti via?
E poi, se proprio vogliamo parlare di classe ed eleganza, la bandana e le scarpe col rialzo interno sono forse meno tamarre dell'orologio sul polsino e la cravatta fuori dal maglione col collo a V?
E, invece, sempre Avvocato di qua, Avvocato di là, tutti a riverire uno che non ha mai fatto qualcosa che ci rendesse davvero fieri di essere suoi connazionali.
Non dico dipingere un'altra Gioconda.
Non dico scrivere un'altra Divina Commedia.
Non dico neanche nascondersi dietro ad una colonna per fare cucù alla Merkel.
Però, almeno, mettere Lapo in un cesto ed affidarlo alla corrente del Po, per evitare che ci sputtanasse in tutto il mondo..... beh, questo un grande italiano lo avrebbe di certo fatto, secondo me.

 
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IN & OUT

Post n°158 pubblicato il 17 Gennaio 2013 da giginosco
Foto di giginosco

Da quando ne ho saputo il sesso, ho sempre sperato che mia figlia che crescesse un po' mignotta, nel senso non professionale ma caratteriale del termine.
Allegra molto e mignotta il giusto, ecco.
Lei, invece, allegra molto lo è, ma temo che mignotta non lo diventerà mai. Pensate un po' che orrore: ha lo stesso fidanzatino (il primo, per giunta) da un anno. Ma si può? Io cerco di farla ragionare, ogni tanto, ma lei non vede altri bimbi che lui. Quando siamo fuori da soli (mia moglie non apprezzerebbe, meglio evitare se c'è anche lei) ed incontriamo un ragazzino un po' più grandicello e sveglio, io le do di gomito. Lei, però, senza batter ciglio, dice che non le interessa, perché il fidanzato ce l'ha già. Cose da pazzi!
A manco sei anni, ha già alle spalle una relazione stabile lunghissima.
E fosse solo quello.
Il fidanzatino, suo compagnetto della materna, è longilineo, con i capelli neri neri, di carnagione teoricamente olivastra ma praticamente bianchiccia, con due occhi da cerbiatto.
Ed è gay, ne sono quasi certo.
Il padre, patito del calcio, ha cercato per tutta quest'estate di farlo giocare a pallone, ma lui si annoiava, preferiva i castelli di sabbia. Non rassegnato, lo ha anche portato allo stadio, sperando di farlo appassionare, ma il giovanotto ha sbadigliato per tutti i novanta minuti. Non aveva manco capito, a metà del secondo tempo, quali fossero i nostri e quali gli avversari, esultava a casaccio solo per non deludere le aspettative paterne.
Vuole sempre venire a casa nostra, e convince gli orgogliosissimi genitori a portarcelo dicendo che vuole stare con la sua fidanzata. Poi, però, appena arriva si mette a giocare assieme a mia figlia con le bambole, delle quali conosce tutti i nomi. L'altra volta l'ho pizzicato addirittura che cercava di far addormentare Cicciobello, dopo avergli dato la pastina con le sue manine sante, e non ha neanche cercato di nascondersi, quando mi ha visto.
Oggi pomeriggio, poi, a scuola, spero perché suggestionato dai dubbi per il futuro sentimentale della mia adorata piccola, mi è sembrato pure che sculettasse un po', mentre andava a prendere lo zaino.
Mah!
Forse sta per arrivare il momento di fare un discorso da uomo a uomo.
Con mia figlia, ovviamente, con chi se no?

 
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SONO TRA DI NOI

Post n°157 pubblicato il 07 Gennaio 2013 da giginosco

Sono tra di noi, i matti del web.
Non parlo dei matti simpatici, i tipi un po' sopra le righe, e nemmeno delle depresse che aprono un blog per scassare la minchia perché l'uomo le ha mollate, e vogliono fare elaborare A NOI il lutto della LORO separazione.
Parlo proprio dei matti da manicomio, quelli che hanno un pc in mano solo grazie alla legge Basaglia. Ce ne sono, eccome se ce ne sono.
Vicino a noi, forse proprio nella connessione a fianco alla nostra, potrebbe nascondersi un aspirante scuoiatore, un potenziale serial killer, un apprendista sommelier di sangue umano, che vaga per la rete in cerca di vittime.
Come quello che contattò una mia amica su facebook.
L'aveva scritto in fronte di essere uno psicopatico, ma lei è rimasta vittima del suo indiscutibile (e che, ti vuoi mettere pure a discutere, con uno così?) fascino di dandy annoiato della vita, perché ormai le aveva viste tutte.
Si beveva qualunque minchiata lui le dicesse.
Ero andato a pescare i pinguini nei laghi del Canada, sono caduto in un precipizio di 22.000 metri e sono rimasto svenuto per 122 giorni.
Nel parcheggio di uno dei peggiori bar di Caracas ho fatto sesso nella mia Ferrari con sette fotomodelle, due suore e una ballerina virgola cinque.
Conoscevo la Divina Commedia a memoria, ma poi ho subito un colpo in testa durante la Parigi-Dakar, ed ora non ne ricordo neanche una parola.
Cose così, talmente false che a lei sembravano certamente vere.
Dopo averla rintronata ben bene, il matto le disse che era giunto il momento di conoscersi di persona e la invitò a cena a casa sua.
"Mi farà assaggiare il ragù di sua madre".
Ma non ha detto che vive solo?
"Sì, vive solo, non vede i suoi da un po'. Sarà ragù congelato. Mangeremo anche la tagliata di suo padre e il brodo di sua nonna".
Io pensavo: strano menu, fa sia le lasagne che il brodo? E poi, può un dandy annoiato, uno che di certo ha insegnato a cucinare a Ducasse, Adrià e Suor Germana, limitarsi a piatti così semplici, fatti da genitori e nonna? Senza contare che il ragù e il brodo possono essere congelati, ma la tagliata?
O porca puttana.
Quello ha fatto il ragù con la madre, la tagliata col controfiletto del padre, il brodo con la nonna (gallina vecchia lo fa buono, notoriamente), e vive di rendita continuando a incassare le loro pensioni.
Ho dato l'allarme immediatamente.
Due agenti della polizia postale, un po' scettici, si sono messi sulle sue tracce, ma se li è fatti all'acqua pazza. Hanno mandato i poliziotti della volante, e sono finiti al sale come spigole. Le teste di cuoio sono state cotte al vapore. Del Capitano Ultimo e della sua squadra non è rimasto che un rutto.
Quando Stallone e Bruce Willis sono finalmente riusciti a fare irruzione nella casa, hanno trovato la mia amica già nel forno, tutta nuda in mezzo alle patate, un po' croccante ma ancora viva.
Del matto, però, nessuna traccia, era riuscito a fuggire.
Chissà dov'è, ora.
Forse in giro per Roma, forse nel Sud-est asiatico.
O forse nel vostro spazio amici, pronto a farvi in agrodolce.

 
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ALLARME DEMOGRAFICO

Post n°156 pubblicato il 31 Dicembre 2012 da giginosco

La devono smettere di parlare sempre di allarme demografico, in televisione.
Rischiano di rovinarmi il cenone di Capodanno, pancia mia fatti capanno.
Già, proprio così: io dovrei abboffarmi a casa di una zia di mia moglie, dove già siamo stati ospiti per la vigilia di Natale, ma sto seriamente pensando di mandare il certificato medico.
Sono care persone, per carità, ospitalissime, e la zia è una cuoca sopraffina. C'è un problema, però: uno dei cugini ha avuto un bimbo, qualche mese fa.
Voi direte: "e allora?"
E allora, come ho appena detto, la devono smettere di parlare sempre di allarme demografico, in televisione.
Perché si faranno meno figli di un tempo, va bene, ma di bambini ne nascono ancora tanti. Chiedete al mio amico neonatologo, se non ci credete: quasi non riescono a prendere le ferie, in ospedale, con tutto il lavoro che hanno. Se uno dei medici si ammala, rischiano di saltare le vacanze di tutti gli altri.
E, invece, allarme demografico di qua, allarme demografico di là, ad ogni fiocco azzurro o rosa sembra che sia arrivato l'eletto, il salvatore, il designato dagli dei a far sì che la razza umana non si estingua.
Intendiamoci: anche io, quando è nata mia figlia, ho avuto una fase in cui le mie maggiori preoccupazioni erano legate al volume, alla consistenza e al colore della sua cacca, ma non per questo ho mai pensato di emettere bollettini medici ad ogni cambio di pannolino.
Anche io ho passato ore a guardarla dormire, anche io ho ascoltato emozionatissimo le sue prime parole, anche io ho avuto segnali inconfondibili di infarto alle sue prime cadute di capoccia, ma non per questo ho raccontato tutto a tutti per filo e per segno. Credo, sinceramente, di aver sempre avuto la lucidità di distinguere un "come sta tua figlia?" da un "fammelo a fettine per benino e non dimenticare neanche una pappina, mi raccomando".
Finché sono solo i novelli genitori a picchiar duro sugli altrui zebedei, con un po' di scaltrezza ed esperienza riesci ancora a cavartela: uno dei due è sempre a bada del pupo e, quindi, ti basta dire le cinque paroline magiche "mi sembra di sentir piangere" per liberarti dell'altro.
Non sempre, però, questi vecchi trucchi bastano, e il caso del nuovo cuginetto di mia moglie è uno di questi. Perché lì quelli che vanno assolutamente evitati non sono tanto i genitori, tutto sommato sopportabili, bensì i nonni e, soprattutto, gli zii (un maschio e una femmina) del pupo, ormai pazzi scatenati.
Tu chiedi, distrattamente, quale sia il giorno esatto della nascita del nipote e loro, dopo aver fatto apparire dal nulla un portatile (già acceso e con la batteria carica al 100%, non si sa mai dovesse andare via luce), ti aprono una cartella con le ottomila fotografie scattategli nella prima settimana di vita. Tutte, pure quelle mosse o sfuocate, che nessuno ha avuto il coraggio di cancellare.
Dici, tanto per fare conversazione, "che carino con questo vestitino"? Voilà, book fotografico di seimila pose, che manco Cindy Crawford dei bei tempi.
Ti scappa una domanda di pura cortesia sull'alimentazione del bimbo? Reportage di guerra dal primo allattamento al seno all'ultima vomitata.
Se pure riesci a defilarti, lasciando qualcun altro in ostaggio, ovunque ti giri vedi sempre il pupo: ingrandimenti sulle pareti, foto di varie dimensioni su tutti i tavoli e tavolini, dentro le vetrine, sui televisori, persino attaccate con i magneti sulla porta del frigo, casomai ti scordassi di lui quando vai a prendere una coca-cola. Uno schieramento di un'unica faccia secondo solo a quello di nonmale43 sui profili di libero, insomma.
Ma volete che quei due pazzi onorino il nipote solo con qualche foto? Giammai!
La sera del 24, poco prima di mezzanotte, dopo aver parlottato un po' con la sorella, lo zio del pupo è sparito per ritornare da lì a qualche minuto, ovviamente vestito da Babbo Natale. Ha mollato un po' di "YO YOOOOOOOO" di rara intensità e si è accomodato vicino al camino. Poi, però, appena mia figlia gli si è avvicinata con aria sospettosa dicendo "manca Francesco, non è che è lui travestito?" e ha cominciato a guardarlo fisso sull'inconfondibile nasone, si è dato alla fuga, dicendo di avere altre consegne urgenti da fare.
Ha lasciato per terra i sacchi con i regali e, cambiandosi d'abito ad una velocità degna di Fregoli, è tornato per distribuirli lui stesso, assieme alla sorella.
Dopo qualche minuto di "questo è per la nonna, questo per il nonno, questo per la zia", a me sembrava che i presenti (tutti immancabilmente indicati col grado di parentela vantato con il piccolo principe) avessero avuto quello che spettava loro.
E invece no, perché gli zii si sono scambiati un cenno di intesa, indicando altri due sacchi che continuavano a giacere per terra. In quel momento mi si è gelato il sangue nelle vene, ho intuito la sciagura imminente.
"Ma guarda, Babbo Natale ha lasciato anche altri regali!"
Non fatelo, vi prego.
"Chissà cosa ci sarà mai, in questi altri sacchi!"
Ditemi che non è quello che sto pensando, per favore.
"Guarda guarda guarda, ci sono ancora regali per tutti!"
E, così, hanno messo contemporaneamente le mani dentro ai sacchi, portando alla luce orribili reperti: lui dei cuscini a forma di stella, con stampata su la faccia del nipotino, e lei delle piccole scatole di cartone, contenenti ognuna una palla in similvetro plexigassato, di quelle che fanno la neve se le capovolgi, con dentro la foto del pupo. Istintivamente, mi sono coperto gli occhi con la mano per il raccapriccio e ho fatto un passo indietro, pestando l'alluce a mia suocera che, invece, avanzava per avere anche lei il suo cuscino e la sua palla.
Grazie alla mia forte fibra, mi sono ripreso dopo qualche minuto e, mentre i due mentecatti si godevano il loro momento di gloria (perché, giuro, tutti i consanguinei continuavano a dire "che carino", spero riferendosi solo al bimbo), ho subito pensato a come dare la giusta collocazione ai simpatici oggetti.
Per il cuscino, essendo rosso e a forma di stella, posso aprire una trattativa con mia moglie per tenerlo solo fino all'Epifania. Lo porto nel cantinato assieme agli altri addobbi natalizi e poi, a dicembre prossimo, ne denuncio la sparizione con la faccia costernata. Addolorata, tiè, crepi l'avarizia.
Per la palla nevicante in similvetro, invece, la mia speranza è la signora che viene a fare le pulizie a casa, spia dei servizi segreti rumeni, nome in codice "mani di saponetta". Se entro qualche settimana non provvede lei autonomamente, un giorno prendo un permesso in ufficio, torno a pranzo prima di mia moglie e butto la palla per terra. Per sicurezza, ci faccio pure retromarcia sopra col comodino di mia figlia, che ha le rotelle.
Minchia che stress, mi sento già in colpa per mani di saponetta, che sarà costretta a cercarsi un altro posto da demolire, ma mors sua vita mea.
Mah!
Voglio proprio vedere quando la smettono di parlare di sto cazzo di allarme demografico, in televisione.

 
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RACCONTO DI NATALE

Post n°155 pubblicato il 24 Dicembre 2012 da giginosco

Questo è un racconto già pubblicato un paio di anni fa. Che a me, però, piace ancora.


Un mio amico, sospettato dalla moglie di avere una relazione con la segretaria,  pensò di approfittare dell'arrivo del Natale per rimettere tutto a posto.
Per la sera della vigilia, invitò a casa sua la famiglia dei suoceri (che, in genere, evitava), e comprò regali per tutti. Noleggiò anche un costume da Babbo Natale, che avrebbe indossato lui stesso, per consegnare i doni ai bimbi.
Dopo cena, lanciò uno sguardo d'intesa alla moglie, che rispose grugnendo e voltandosi dall'altra parte, e scese in cantina per cambiarsi.
Dopo qualche minuto, in casa si sentì suonare il campanello, ed i bimbi vissero un sogno: Babbo Natale, con la lunga barba bianca e un sacco sulle spalle, entrava in casa loro per portare i doni. Allora erano stati davvero buoni!
La mamma, però, era proprio scortese, con il gradito ospite.
- E perché non sei entrato dal camino, bbbabbonatàle?
- Ma perché il camino è acceso, cara signora.
- Appunto, bbbabbonatàle. Facci vedere cosa hai portato, e poi fuori dai piedi.
- Ma, mamma, non può restare un po' con noi?
- No che non può, ha tanto da fare. Vero, bbbabbonatàle?
- Proprio così, miei cari, tanti altri bimbi mi stanno aspettando. Allora, vediamo un po' cosa ho per voi. Ecco, per la signorina c'è una bella cucina di Barbie.
- Deficiente di un bbbabbonatàle, si era detto un aspirapolvere giocattolo.
- Ma anche la cucina mi piace, mamma, davvero!
- Zitta! Tu volevi l'aspirapolvere, e questo trippone lo sapeva benissimo.
- E ai giovanotti due bei palloni da calcio.
- Palloni in casa, idiota? Devono rompere tutto, giusto? Ma sì, chi se ne frega, rompiamo e sporchiamo, tanto c'è la serva che pulisce. E il Lego, dov'è il Lego che dovevi portare? Se proprio vuoi farli diventare dei maschi microcefali calciodipendenti, almeno compra delle maglie, non dei palloni.
- Ehm, che modi, però! Bella signora, mi sa che anche lei ha bisogno di un bel regalo. Guarda caso, ne ho uno proprio adatto a lei, nel sacco.
- Fammi vedere, chissà che schifezza. Ma come? Questo è il profumo che usa quella troia..... hai scambiato i pacchi, bastardo!
E così gli si avventò contro, urlando e graffiandogli la faccia. Anche gli ospiti, al grido di "allora è vero!", parteciparono al pestaggio di Babbo Natale.
Il più incazzato era, giustamente, il padre della sposa, che diede due cazzottoni tremendi sul naso del porco che faceva soffrire la sua piccola, mentre gli altri lo tenevano fermo. Persino la suocera, che sembrava imbalsamata fino ad un attimo prima, si alzò dalla sedia e tirò una cannonata alla Ibrahimovic nelle parti basse  del simpatico vecchietto. Dopodiché, tra i pianti dei bambini, aprirono la porta di casa e lo spinsero giù per le scale.
Verrebbe da dire: se l'era proprio meritata, quello stronzo!
Mah, io ci andrei cauto.
Anche perché, mentre il malcapitato ancora rotolava, dall'ascensore uscì il mio amico che, dicendo "che sbadato, ho dimenticato la chiave. Ma cos'è 'sto trambusto?", si infilò in casa, approfittando della porta aperta.
Oddio! Ma chi era, allora, il tizio che avevano pestato?
Non lo seppero mai, anche perché il poveretto, vedendoli che si avvicinavano (sembravano costernati, ma era certamente una trappola), cominciò a correre claudicante e sanguinante per le scale, e si diede alla fuga su una slitta.
Che, poi, cosa ci facesse una slitta in città, non si è mai capito.

 
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