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Creato da quotidiana_mente il 17/11/2005

Quotidianamente...

Vita di ufficio... ma quella è un'altra storia...

 

 

... sono fortunata (dicono)

Post n°541 pubblicato il 15 Aprile 2010 da quotidiana_mente






“Vlan, splash”. Era questo il rumore che ho sempre pensato. Sì, un giorno sarebbe successo, avrei preso male un curva oppure avrei frenatoin modo repentino e “vlan, splash”. Anche se il “vlan” prevedeva magari unurto, ma non ci  ho mai veramente pensato. Il “vlan” era riferito alla bici che scivolava ed lo “splash” alrumore del contatto di me con l’asfalto. Invece no, non c’è stato nessun rumore particolare, anzi, non c’è stato proprio niente. Il buio. Ero sulla bici intenta a pedalare visto che il semaforo era diventato verde, e un attimo dopo ero distesa sull’asfalto. No, non c’è stato nessun rumore, niente, il buio più totale tra il momento in cui ero sulla bici e il momento in cui ero distesa sull’asfalto. Non ho nemmeno pensato, in quel momento, a cosa fosse successo, a com’era successo. No. Ho semplicemente sentito un sapore strano in bocca. Eroancora distesa e ho guardato davanti. Ho visto gli occhiali da sole qualche metro più avanti, lo zainetto ancora nel cestino e sempre quel sapore strano in bocca. Poi ho capito. Ero caduta, quello era sicuro. Accanto, ho visto un uomo fermo sullo scooter con il cellulare in mano, stava telefonando. Mi si è avvicinato un altro uomo, che mi ha guardato e ha detto: “hai frenato”, ma non sembrava convinto. Mi sono rialzata e ho risposto che non avevo frenato visto che il semaforo era diventato verde. La zingara, quella che solitamente pulisce i vetri all’incrocio, si è avvicinata e mi ha dato un fazzoletto. L’ho passato sulle labbra e ho visto il sangue. Ecco spiegato cos’era il sapore strano in bocca. Ho capito in quel momento che avevo un dente rotto. L’uomo continuava a fissarmi chiedendomi scusa, poi ha sollevato la bicicletta e l’ha poggiata al muro, sul marciapiede. Piangevo, quello ricordo. Lui mi ha guardato di nuovo e mi ha detto che aveva fretta, che lo stavano aspettando in tribunale e che non poteva rimanere lì. L’altra persona, quella ferma sullo scooter, ha detto:“l’hai appena tamponata, dove vai?”,  ha aggiunto che stava cercando di mettersi in contatto con i vigili urbani ma che era sempre occupato, ci ha dato il numero, ha chiesto se c’era ancora bisogno di aiuto e se ne andato. A turno abbiamo provato a chiamare i vigili, ma quando ci hanno risposto e hanno sentito l’accaduto, hanno chiuso il telefono, così.
Lui continuava a dire che era dispiaciuto, io continuavo a piangere sommessamente dicendo: il mio dente, il mio dente. Lui ha sostenuto che anche lui se l’ero rotto e che era stato ricostruito, a me non importava, perché quello era il MIO dente. Poi mi ha dato il suo biglietto da visita perché doveva andare via, lo stavano aspettando. Mi ha fatto vedere un documento per dimostrare che era lui, che non dava un biglietto fasullo, che mi potevo fidare. Ho preso il biglietto da visita, ma confesso che ho dato un’occhiata molto distratta al documento, presa com’era dal tamponare le labbra con il fazzoletto notando che diventava sempre più rosso.
Se si sente meglio, potrei andare via. Ha detto. Mi sono guardata intorno, ho guardato la bici: “almeno lei non si è fatto niente”, ho bisbigliato. “Non direi, il cerchione dietro è completamento storto”, solo in quel momento ho notato che sì, tutta la parte posteriore della bici era storta. Ci siamo salutati e lui se ne andato. Ho avvertito l’ufficio di quanto accaduto,dicendo che stavo andando a casa e che poi avrei fatto sapere altro. Sono riuscita ad avvicinare la bici il più possibile a casa, l’ho legata e… mi sono guardata intorno. Volevo solo rinfrescarmi il viso, pulire le ginocchia che sentivo bruciare sotto ai pantaloni, integri. Volevo cose così, volevo dell’acqua. Sul portone di casa, ho incontrato una vicina, la quale saputo dell’accaduto ha iniziato a maledire tutti i motocicli dimenticando che anche lei usa abitualmente lo scooter per spostarsi. “Di sicuro quel mascalzone non si è fermato”. “No, no, si è fermato”. E’ rimasta di stucco. A me sembrava del tutto normale che si fosse fermato. Mi saluta velocemente e se ne va. Squilla il cellulare, era puzzola che saputo dal Gran Capo quanto accaduto, si offriva per accompagnarmi al pronto soccorso. Solitamente sono ritrosa, non mi piace averlo tra i piedi, ma questa mi sembrava la volta giusta per accettare la sua offerta.
In macchina inizia a parlarmi delle elezioni alle porte, di previsioni di vittoria e ancora oggi l’ho ringrazio perché mi ha distratta. Difronte al pronto soccorso, e se ne va, aggiungendo a mo’ di saluto che: “èstata fortunata, poteva andare peggio”. Sì, poteva piovere, ho pensato. Lo so èuna battuta scontata, ma a quella ho pensato.
Entro nel pronto soccorso, una signora mi fa accomodare, inizia a compilare una scheda prendendo i dati dalla mia tessera sanitaria e mi chiede di raccontarle quanto è avvenuto. Alza le spalle e dice: “ovviamente non si è fermato”. No, ho risposto, si è fermato. Tardi, ma si è fermato. Nel senso che si è fermato dopo avermi tamponata, si fosse fermato prima non sarebbe successo. Lei mi guarda e sostiene che sono “beata visto che ho ancora voglia di scherzare”. Scherzare, io? Se lo dice lei. Mi dà una garza da mettere sul viso e mi prega di aspettare nella stanza accanto, perché dovrò aspettare, mica che ci sono solo io. Aspetto. Dopo pochi minuti qualcuno pronuncia il mio cognome. Faccio sempre fatica a riconoscere il mio cognome. Di cognomi ne ho due (come tutti i portoghesi), solitamente uso il secondo, ma in casi come questi, la burocrazia (giustamente) usa il primo.
Seguo l’infermiera e mi accomodo su un lettino in un’altra stanza. Racconto per l’ennesima volta quant’è avvenuto e di nuovo viene fatta la stessa considerazione: “ovviamente il conducente del motociclo non si è fermato”. Non è mai una domanda. La mia risposta è, ovviamente, la stessa: sì,si è fermato.
La dottoressa chiede che le stringo le mani, rispondo che mi fa molto male il dito medio della mano destra ma che proverò. Stringa con tutte le forze, mi incita. Stringo. Mi chiede di allungarmi di nuovo sul lettino e inizia a piegarmi le gambe, mi fanno male le ginocchia, sostiene che sono stata fortunata ad avere gli scarponcini perché mi hanno protetto le caviglie. Dice che verrà un’infermiera a disinfettarmi il viso e le ginocchia, anzi mi prega di abbassare i pantaloni. Io non ci penso. Inizio a sbottonare e… ci ripenso.
Mia madre ha sempre sostenuto che si deve uscire di casa inperfetto “stato”, perché non si sa mai cosa può succedere lungo la giornata. Bene, mia madre ha sempre ragione e questo è, ormai, assodato.
Cavolo, ho delle mutandine di un colore improponibile. Ci avevo anche pensato al momento di indossarle. Ma avevo anche pensato che non dovevo mica farle vedere e che dunque andavano più che bene. Ora ci ripenso. Bene, un cavolo! Con un lavaggio sbagliato (forse il secondo in tutta la mia carriera di casalinga) le mutande sono diventate di un fucsia piuttosto pronunciato. Beh, penso, va di moda il viola, non è detto che il fucsia sia così démodé. Ma sì, avevo voglia di incoraggiamenti. Quando spunta l’infermiera, però, le chiedo scusa per la mise improponibile. Lei mi guarda e sorride dicendo: non immagina cosa vediamo, le sue mutande rosa shocking sono il minimo. Stavo quasi per specificare che erano fucsia, ma in fondo non mi sembrava il caso di fare la pignola. Mi disinfetta le ginocchia e sento lo stesso bruciore che provavo da bambina quando mia madre compieva gli stessi gesti. Mi tornano in mente tutte le volte che ho sentito quell’odore e quel fastidio. Quante volte mi sono sbucciate le ginocchia? La prima che ricordo era quando ho imparato aandare in bicicletta. Appunto. Ma era già successo tante altre volte. Ho persino delle foto con le ginocchia incerottate. Mi disinfetta anche il viso e lì non ho nessun ricordo. E’ stata fortunata, aggiunge, le poteva andare davvero peggio. Non dico niente, ormai…
Vado a fare una lastra alla mano e l’incaricata non parla. Poco tempo dopo la lastra conferma che non ho niente di rotto alla mano destra. La dottoressa che ha iniziato la visita mi richiama per chiudere la pratica. Ma come? Non ero quella fortunata e già si vogliono sbarazzare di me? Mondo ingrato. “ha fatto un antitetanica negli ultimi anni?". Rispondo di no. “La vuole?”. Rispondo di no. “E’ informata?”. Rispondo che se niente è cambiato, so che è un derivato del sangue, so anche che se nei prossimi venti giorni i miei membri non diventeranno rigidi, avrò scampato il pericolo. “E’ informata”, risponde il medico, “ma è mio dovere dirle che essendo finita sull’asfalto, l’antitetanica potrebbe esserle utile”. “La farebbe a sé stessa?” e sono io a chiederlo. Lei non risponde il che significa che faccio bene. Il pericolo, mi disse un altro medico in un altro pronto soccorso anni prima, non è l’AIDS, ormai quello è facile da individuare, ma è tutto quello che non si sa che potrebbe essere pericoloso, le varie epatite e altri virus. Quella volta mi ero tagliata la pianta di un piede con un vetro, entrando in un lago. Sono cose che capitano.
“Dovrebbe fare un salto al pronto soccorso odontoiatrico, non faranno niente di speciale, ma sarebbe bene che le venisse visitata anche da loro”. Grazie, saluto e me ne vado. Non ci avevo proprio pensato al prontosoccorso odontoiatrico e allora ci vado. Ci vado con gli occhi al suolo, perché ancora non mi sono vista, ma posso immaginare l’aspetto. Labbro superiore escoriato, mento escoriato e incisivo superiore rotto… potrei sembrare una che va in giro a fare a botte, anzi a prendere le botte. Una che gira nei peggiori bar di Caracas. Ah, quella era una pubblicità, però mi viene da sorridere lo stesso. E sorridere non mi fa bene per niente, per via del labbro. Che poi da sorridere non c’è proprio niente, o forse sì, perché sono stata fortunata. Che dovevo morire per avere un minimo di compassione?

… che poi ho sempre pensato che, prima o poi, avrei raccontato tutto questo ridendo, ma mi rendo conto che ancora non a farlo. Non per ora. E questa “storia” è ancora in itinere. Come? Troppe puntate ne potrei scrivere. Magari lo farò. Ma sì.









 
 
 

La vita è tutto un quiz

Post n°540 pubblicato il 08 Marzo 2010 da quotidiana_mente
 








La Repubblica, 4 marzo 2010






 
 
 

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Post n°539 pubblicato il 11 Febbraio 2010 da quotidiana_mente
 
Tag: Bacheca



 

Venerdì 12 febbraio 2010 si celebra - in veste completamente rinnovata - la sesta edizione di “M’illumino di meno”: la Giornata del Risparmio Energetico lanciata dalla popolare trasmissione radiofonica Caterpillar, in onda su RAI Radio 2. Dopo il successo delle scorse edizioni, con l’adesione di migliaia di ascoltatori e di intere città sia in Italia che all’estero, quest’anno l’invito a rispettare un simbolico “silenzio energetico” si trasforma in un invito a partecipare a una festa dell’energia pulita.

In questi anni, grazie al supporto di istituzioni, scuole, associazioni, aziende e privati cittadini, abbiamo contribuito alla diffusione di una maggior consapevolezza sulle conseguenze del consumo indiscriminato di energia: la riduzione degli sprechi e l’attenzione alle fonti alternative sono diventate parole d’ordine familiari per i nostri ascoltatori. Sulla scia di questa nuova sensibilità, è giunto il momento di fare un passo avanti rispetto allo spegnimento simbolico in nome del risparmio e di proporre un’accensione virtuosaall’insegna dello sviluppo delle energie rinnovabili. In questi anni abbiamo imparato a risparmiare, ora impariamo a produrre meglio e a pretendere energia pulita.

Allo stadio attuale della ricerca tecnologica è già possibile produrre energia con il sole, il vento, il mare, il calore della terreno o con le biomasse. Facendo appello all’inesauribile ingegno italico invitiamo tutti, dagli studenti ai precari, dalle aziende in crisi alle amministrazioni comunali, a misurarsi con la green economy adottando un sistema pulito per accendere tutti insieme le luci il 12 febbraio 2010. L’intento è duplice: da un lato verificare in prima persona che le tecnologie attualmente disponibili sono efficaci e rappresentano alternative realistiche, dall’altro dare un segnale simbolico di fiducia nelle energie rinnovabili e nello sviluppo di un modello di economia sostenibile.

Nelle piazze spente di tutt’Italia si accenderanno luci “virtuose” alimentate a energia rinnovabile o dimostrazioni creative di consumo efficiente, per testimoniare il passaggio da un sistema ormai al collasso ad una gestione più “illuminata” del nostro futuro. Per raccontare questa festa dell’energia pulita, il 12 febbraio Caterpillar andrà in onda eccezionalmente dai Mercati Traianei in Roma, coinvolgendo cittadini, scuole, istituzioni e associazioni in una rassegna di luci belle, creative e pulite, escogitate ad hoc, con un concerto finale rigorosamente a impatto zero.

La campagna di M’illumino di meno si protrarrà dal 4 gennaio al 12 febbraio dando voce al racconto delle idee più interessanti e innovative per produrre e distribuire l’energia in modo pulito, responsabile e sostenibile. Una torcia a energia pulita viaggerà per l’Italia, sul modello del tragitto della fiaccola olimpica, alla ricerca di punti di rifornimento a fonti rinnovabili, per giungere fino a Roma e “accendere” la festa del 12 febbraio. Su www.caterpillar.rai.it, sarà possibile segnalare la propria adesione e trovare tutti i materiali per diffondere l’iniziativa nei posti di lavoro, a scuola o nella propria città.

 

 
 
 

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Post n°538 pubblicato il 09 Febbraio 2010 da quotidiana_mente
 

 

Da due settimane, ogni mercoledì, partecipo ad un corso sulla sicurezza in qualità di rappresentante dei lavoratori dell’azienda. Che poi, non sono stata eletta da nessuno, e nemmeno nessuno ha chiesto il mio parere. Mi è capitato così, tra capo e collo. Ho scoperto il misfatto leggendo una mail. Una mail arrivata da una società esterna che comunicava all’azienda, nonché a me, gli orari dei corsi e il luogo. Comodo. Ma sì.
Il primo corso verteva sulla sicurezza in caso di incendio e ho scoperto che il mio preciso compito sarà di chiamare il 115 nonché di radunare i dipendenti e di rassicurarli. E a me chi penserà a rassicurarmi? Poi, si fa presto a dire dipendenti: in sede siamo quattro: la mia collega ed io e due “capi”.Distaccati sono più di 20 (tra dipendenti e collaboratori), ma stanno altrove. E’ stato nominato anche un addetto al primo soccorso, un collega distaccato. Perfetto. Se mi dovessi sentire male, lo dovrei avvertire con un congruo anticipo. Mi ha fatto sapere che lui ha scoperto che in caso di emergenza dovrà chiamare il 118. Io, personalmente, avrei chiamato il 113, anche lui, mi ha risposto, ma ha scoperto che il 118 è il numero delle emergenze sanitarie. Utili questi corsi. Il collega mi ha chiesto il perché di tanta sollecitudine da parte dell’azienda. Semplice, ho risposto, sono adempimenti obbligatori per legge. Ah, ecco, ha risposto lui. Già.
Mercoledì mattina il l’argomento era la comunicazione in azienda. E’ stato illuminante. Così, ho imparato che devo, ogni tanto, interrompere la comunicazione standard per farla diventare “innovativa”. Perfetto, ho pensato. Secondo la gentile docente, per fare diventare la comunicazione innovativa, basterebbe cambiare carattere (font) e sfondo della circolare (o e-mail). Se il mio “font” è sempre e comunque tahoma 10 blu, dovrei usare, secondo la docente, il comic 16 magari in verde con uno sfondo rosa. Rosa? Sì, rosa. Ho risposto che i miei colleghi avrebbero chiamato la neuro perché mai e poi mai e ancora mai avrei usato uno sfondo rosa e dunque si sarebbero preoccupati della mia salute mentale. Vedi, questa è innovazione, questo è rompere con la comunicazione standard. Ho risposto che prima di arrivare al rosa per diventare innovativa, c’era tutta una gamma di colori da prendere in considerazione. Fucsia? Ha proposto lei. Ho strabuzzato gli occhi. Ho risposto che io sono un’ironica austera. Che sì, scrivo e-mail venate di ironia ai miei colleghi ma perché le informazioni che richiedo sono sempre le stesse e allora cambio ogni tanto tono, così, per non annoiarli e per non annoiarmi. E che mandare e-mail più o meno ironiche non significa scrivere in carattere 16 e su sfondo rosa. Cavolo! Gli altri partecipanti hanno annuito, dandomi ragione. Cavolo e cavolo! Sfondo rosa? Io? Impossibile. Perché non aggiungere anche qualche immagine glitterata?, ho chiesto. Ottimo suggerimento, ha risposto la docente. Ero esterrefatta. Immaginavo la faccia dei miei colleghi a leggere una mia e-mail “innovativa”: le mie solite richieste su sfondo rosso à pois glitterati. Una sconcezza.
Mentre ascoltavo la docente, ho pensato che forse il mio blog dovrebbe diventare innovativo e che dovrei inserire più fotografie, ogni tanto cambiare carattere (font, per cortesia) e aggiungere qualche luccichio per rompere la monotonia dei post “standard”. Che poi quando riporto qualcosa che non è mio, cambio sempre carattere e colore. Che io sia da sempre in rottura con lo standard pur non essendo una innovativa? Mah.
La docente ha anche suggerito di rifare l’organigramma aziendale aggiungendo sotto ogni nominativo e qualifica anche la “fotina” (parola sua) dei dipendenti. Sono rimasta a bocca aperta per il resto della lezione. Non ho avuto il coraggio di dire che noi non abbiamo un organigramma, ho avuto paura che lei bocciasse me e tutta l’azienda come retrograda senza possibilità di futuro. Ma a bocca aperta lo ero da quando la docente si era presentata. Da quel momento, mi ero chiesta come riuscisse a non cadere da tacchi così alti, ma soprattutto come potesse respirare con dei pantaloni così attillati. Per tutta la durata della lezione sono stata in ansia per lei, con il cellulare a portata di mano pronta a chiamare il pronto-soccorso appena lei avesse dato segno di cedimento. Invece niente, lei dall’alto dei suoi trampoli continuava a sorridere e a dare suggerimenti a tutti nonostante la guaina che aveva al posto dei pantaloni. Ha avuto tutta la mia ammirazione (e forse non solo la mia).
Che poi sono corsi (almeno finora) interessanti, il difficile è riuscire a riportare quanto si apprende alla realtà aziendale, perché solitamente sono rivolti a realtà molto strutturate e non a aziende a conduzione quasi familiare. Perché se qualcuno di noi ha un problema, magari lo accenna prima a me, ma sempre al Gran Capo si dovrà rivolgere. Io mi limito a risolvere il possibile (permesso, ferie, malattie, stipendi e così via) ma per i miracoli (aumenti) ci si deve sempre e comunque rivolgere al Gran Capo.
Così mi sono chiesta se era meglio una realtà aziendale come quella dove lavoro io oppure una struttura molto più ampia con mansioni ben precise. A metà, ho pensato. Mi sono ricordata di quando lavoravo in Francia: era tutto facile, perché a tutte le direttive provvedeva qualcun altro, ma alla fine si era un numero tra tanti. Invece, qui, si lavora a volte meno, a volte di più, a volte bene, a volte male, ma si è qualcuno sempre e comunque con tutti “gli onori ma anche gli oneri”… sì, altra espressione molto usata dalla docente di comunicazione.
Ovviamente la mia collega ha chiesto perché io e non lei, ma soprattutto che io andassi al corso a lei cosa ne tornava (sue testuali parole). Non ho risposto, ma solo per lei non chiamerò mai e poi mai i 115… anche a rappresentare i dipendenti c’è un limite!
Di una cosa sono sicura: il prossimo post sarà con cornice glitterata e la scritta sarà in symbol giallo con sfondo verde metallizzato… forse.
Di veramente creativo in questo periodo ho il naso che è rosso come un pomodoro e l’occhio sinistro per non sentirsi da meno ha iniziato a  piangere ed è gonfio come un pallone, sì, un raffreddore all’ennesima potenza mi tiene a casa da domenica. Lo so, in un raffreddore non c’è niente di creativo e ancora meno è innovativo. Però, credo di aver battuto ogni record di sternuti al secondo. Credo.




 

 
 
 

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Post n°537 pubblicato il 02 Febbraio 2010 da quotidiana_mente
 




 

Che poi mi è venuta una grande nostalgia di Budapest, o meglio una gran voglia di tornarci, di vedere quanto non ho visto durante quei pochi giorni e di andare in giro per l’Ungheria. Non so nemmeno il perché. Sabato mentre giocavo all’Enalotto (ebbene sì, capita anche a me ogni tanto di puntare sulla fortuna) ho immaginato una finestra affacciata sul Danubio e mi sono chiesta se avrei preferito Buda oppure Pest. Poi, non ho avendo motivo di scegliere, non mi sono data una risposta. Perché sì, se io vincessi all’Enalotto comprerei una casa. O un appartamento. Di sicuro una a Roma, perché pur avendo soldi per girare il mondo, prima o poi tornerei a Roma. E anche una casa a Porto (o nei dintorni) con vista sul Douro (o con vista sull’oceano?) e un appartamento a Parigi con o senza vista sulla Senna, e una bella casa sulla Costiera Triestina. Perché sulla Costiera Triestina? Perché mi piace quella strada tortuosa che si inerpica tra pini e macchia mediterranea, che si infila in grotte calcaree, che lascia lo sguardo precipitare a picco sul mare, che ti rende briciola in quell’enorme panino blu che è il mare. Mi piace il blu del mare che bacia il blu del cielo. Mi piacciono le sue falesie carsiche che sembrano le guglie di una preistorica cattedrale. Insomma, comprerei una casa anche lì. Ma inizierei da Budapest e non ne conosco il motivo. Ci ho pensato per un po’. A Budapest mi sembrava di stare a casa pur senza capire una parola di ungherese, sarà stata l’atmosfera, sarà stato… cosa? Non lo so. A Porto, questo Natale, mi è sembrato di stare a Budapest nonostante la mancanza di somiglianze. Sarà stata l’atmosfera, saranno state le case colorate, sarà stato non so cosa ma lì mi sentivo là e là mi sentivo lì. Aria di casa.
Sarà per l’aria di casa, che non sono riuscita a scrivere un post su Budapest? Nemmeno una riga. Niente. Per certi versi, mi è sembrata una città conosciuta da sempre. Come se fosse stata in me da sempre. Chissà perché.
Questa notte ho sognato che mi regalavano una bicicletta completamente arrugginita. Guardavo il manubrio e capivo che aveva una sua funzione, ma non riusciva a capire quale. Mi sono svegliata di soprassalto. Era un incubo. Forse perché non riuscivo più a capire l’uso di una bicicletta? Forse.
Sì, vorrei tornare a Budapest. E forse il sogno della bici era collegato a quella città. Continuo ad informarmi per la pedalata Vienna – Budapest e i contorni del progetto si delineano sempre di più, però… Però l’idea di pedalare in gruppo mi lascia alquanto perplessa. Non mi piace. O meglio, mi piacerebbe un piccolo gruppo affiatato. No, non sono un’associale, ma non mi piace dover seguire l’andamento degli altri. Insomma, non ho l’anima della gregaria, anche se poi…
Dovrei darmi una regola, almeno una. Darmi la regola di scrivere almeno una volta alla settimana sul blog, così, tanto per non perdere l’abitudine. Ma nemmeno le regole mi piacciono.
E’ un momento in cui quasi niente mi piace. Ne sono cosciente.
Continuo a leggere e quello mi piace.


 

 
 
 

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Post n°536 pubblicato il 21 Gennaio 2010 da quotidiana_mente
 





Immaginavo che sarebbe successo così. Ricordavo che a S., una collega, era avvenuto proprio in quel modo: a fine luglio era andata in ferie “normale”, a fine agosto era tornata con gran parte dei capelli imbiancati. Non riuscivo a ricordare se era proprio così già a fine luglio, magari ero stata distratta e non l’avevo guardata bene, ma per quanto mi sforzassi di ricordare, non ricordavo e ancora oggi, penso che era stato un attimo in cui da castana chiara era diventata castana brizzolata. Un attimo.

A metà agosto ho notato che avevo dei capelli bianchi, non tanti ma molti di più che a fine luglio. Ho pensato che, in fondo, ancora non erano molti e ancora non molto visibili, poi, questa mattina, mi sono guardata allo specchio e ho visto che sono sempre di più. Ecco, forse anche per me, qualcuna sta pensando ”è stato un attimo e da castana è diventata brizzolata”. Forse. Ho deciso di guardarmi ancora meno allo specchio il che significa che non mi guarderò più. In fondo, lo specchio non è mai stato importante.

Sì, ci vuole un attimo.

Una sera, a tavola, mio padre ha detto che nonostante sia perfettamente cosciente della sua età continua a fare progetti a lungo termine, perché lui si sente giovane, non giovanissimo, ma come un eterno cinquantenne con tutta la vita davanti per vedere crescere i nipotini, per vedere invecchiare i figli, per vedere allungarsi verso l’alto gli alberi piantati di recente, per poter trasformare la soffitta in un paio di stanze con tanto di bagno, per poter ancora sopportare a lungo mia madre, per vedere tante altre cose e partecipare a tanti altri fatti. L’ho guardato ammirata. Anch’io mi sento giovane, ma non più così giovane o forse è così perché a differenza di mio padre non ho un progetto a lungo termine. Non lo so.

Ho invidiato per un attimo mio padre e la sua serenità. Certo, ha i suoi “acciacchi”, sa di non essere eterno ma continua a vivere come se lo fosse. E’ ammirevole. Almeno io credo. Forse sono proprio i suoi desideri e sogni a farlo vivere in modo così quieto. Lui forse non è più felice di chiunque altro, ma è tranquillo. Nonostante tutto. Mi sembra tanto. Sì, per un attimo, l’ho invidiato.

E’ stato anche il momento, quella sera a tavola, in cui ho preso coscienza che i miei genitori stanno invecchiando. Che io diventi, giorno dopo giorno, più anziana non mi disturba, ma che i miei genitori a loro volta, giorno dopo giorno, si fanno più anziani mi dà fastidio oltre ad essere, per me, inconcepibile. Non riesco proprio a concepire che i miei genitori e persino i miei fratelli si facciano più vecchi. No, non ci riesco proprio.





 

 
 
 

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Post n°535 pubblicato il 14 Gennaio 2010 da quotidiana_mente
 

 

Eravamo in macchina andando non so dove. Mi hanno offerto 25 Euro per una gallina nera, ha detto mio padre. Ottimo prezzo, ho risposto. Non l’ho venduta, perché era per una messa nera, ha aggiunto lui. Stai diventando sentimentale. Mio padre si è girato per meglio guardarmi. Sentimentale, io? Ha chiesto. Sì, tu, ho detto cinicamente. La conversazione sembrava finita lì, ma con mio padre niente finisce immediatamente. Ci ha pensato un po’, poi ha continuato il suo ragionamento, a voce alta. Sentimentale, io, figurarsi. Ma perché dovrei cedere una gallina per un rito che non capisco. Povera gallina, cosa avrà mai fatto di male per finire in un rito da selvaggi, no, non sono sentimentale ma solo una persona di buon senso. Perché far finire una gallina in una pentola è meglio? Ho chiesto. No, ma è nell’ordine naturale delle cose, ha risposto. Non è naturale vendere una gallina anche se per un ottimo prezzo per un rito, per una messa nera. Allora credi nei riti, ho affermato. No, non ci credo, ma non c’entra niente, povera gallina, finire chissà come, ha aggiunto. Mi sono chiesta chi praticasse certi riti in quel villaggio, ma non conoscendo quasi più nessuno, ho smesso di pensarci. Ero tentata di chiederlo a mio padre, ma non volevo andare oltre con la conversazione, non sapevo che si facessero messe nere in Portogallo, ma sono tante le cose che non so o che non so più.
Mio fratello D. zitto fin allora, ha detto che avevo ragione io, che nostro padre era diventato sentimentale e che se si decideva di allevare pulcini neri, prima o poi, una richiesta simile poteva capitare.
Non ho capito l’affermazione di mio fratello D., ma in effetti, non avevo mai, prima di allora, visto pulcini e galline nere. Che differenza c’è tra una gallina nera e una “normale”?, ho chiesto a mio padre. Nessuna, era solo per cambiare, per variare che a guardare sempre gli stessi pulcini ci si annoia. Questa era, invece, un’affermazione che capivo perfettamente.

 




 
 
 

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Post n°534 pubblicato il 11 Gennaio 2010 da quotidiana_mente
 

 

 

 

In fondo non c’è nulla di male ad avere delle pecore e non avere più il coraggio di mangiarle. No, non c’è niente di male. Mia madre ha subito trovato un modo per occuparle: brucare l’erba. Sì, le pecore (e l’agnellino) sono usate come tosaerba, sostiene mia madre che sono molto più ecologiche e molto meno rumorose. Quello che mi stupisce è il loro prestito ai vicini per lo stesso motivo: tosare l’erba.
Poi mi meraviglio di non essere perfettamente “a posto”, con dei genitori simili, cosa potevo aspettarmi di più?




 
 
 

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Post n°533 pubblicato il 22 Dicembre 2009 da quotidiana_mente
 









 

Semplicemente:

tantissimi auguri di buone feste.

Che l’anno in arrivo sia davvero buono e che lo sia per tutti.

Ci vediamo nel 2010!





 

 
 
 

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Post n°532 pubblicato il 18 Dicembre 2009 da quotidiana_mente
 





Ieri sera c’è stata la tanto famigerata cena aziendale, quella che impegna i miei neuroni alla ricerca della scusa perfetta. Quest’anno la mia materia grigia (fusa da mesi) non ha avuto bisogno di riflettere, ha pensato che la soluzione migliore era partecipare alla cena poiché l’anno prima non c’ero stata. Ma soprattutto il ristorante era così vicino a casa che non andarci mi sembrava una cattiveria gratuita e poi, avendolo già collaudato, almeno andavo sul sicuro in quanto a cena.

Sabato scorso in compagnia dell’allegra combriccola, ho esternato che avrei avuto bisogno di qualcosa da mettere per la famigerata cena aziendale. Una gentile signora che sospetto prendere commissioni sugli acquisti fatti dall’allegra combriccola, ha iniziato a mostrarmi quanto di meglio c’era in quel momento. Avrei detto, afferma un’altra gentile signora, che andava bene tutto purché “nero brillante”. Non metto in dubbio di aver fatto una simile affermazione, però non capisco il perché di tanto stupore. C’è il nero smunto, c’è il nero brillante e c’è anche il nero neutro. Almeno per me è così.

Mi convincono a provare l’indumento individuato e tutte sostengono che il capo in questione sembra designato (e cucito) proprio per me, che mi sta davvero bene, che è una meraviglia e così via. Non ero proprio convinta, ma mi sono lasciata convincere. Già nel viaggio di ritorno ho pensato che era un acquisto incauto, che mai e poi mai avrei indossato un capo simile.

Arrivata a casa, ho fatto un paio di prove e… sì, in effetti, non mi stava male, ma…

La cena aziendale, come sempre, arriva troppo presto. Durante la giornata non ho minimamente pensato a cosa indossare la sera. Arrivata a casa, dopo otto ore di sudore e fatica (adoro, come sempre, esagerare), ho preso la scala, ho tirato fuori dalla sua fodera un vestito indossato anni prima per la solita cena aziendale, ho cercato un paio di calze, ho tirato dalla sua scatola un paio di scarpe e ho deciso che poteva bastare.

A casa, ho fatto dieci minuti di camminata forzata per riprendere contatto con la realtà dei tacchi. Ho riflettuto e mi sono accorta che, ormai, da anni indosso solo scarpe, scarponcini, stivali ma sempre con il tacco raso terra. Ho anche provato a truccarmi, davanti allo specchio ho messo del rimmel che ho dovuto subito togliere e riprovare a mettere, ho persino osato il rossetto. Il risultato, in fondo, secondo me, non era male, insomma, non mi sentivo così ridicola.

Il dramma è stato camminare con i tacchi sui sampietrini. Mi sono chiesta come si fa a camminare in modo lesto. Mi era venuta voglia di tornare a casa, indossare scarpe “normali”, mettere quelle con il tacco in borsa per calzarle solo all’ingresso del ristorante. Ero anche tentata di indossare una tuta sopra alle calze perché il freddo era, ieri sera, pungente, ma poi la mia pigrizia ha avuto il sopravvento e non ho fatto nulla di tutto questo.

Questa mattina il Gran Capo si è complimentato per la mia eleganza e per il trucco che metteva in risalto i miei occhi. Ero convinta che nessuno ma proprio nessuno si fosse accorto del trucco sul viso… infatti, il rossetto è passato inosservato. Mondo ingrato!

La cena è stata senza infamia e senza lode e l’anno prossimo passerò la mano, perché nonostante la simpatia dei colleghi, dei partner al progetto che abbiamo in comune e agli ospiti dell’amministrazione per la quale stiamo lavorando, ho pensato che mangiare con una compagnia non scelta non rientra tra le mie priorità. Poi un anno sì e l’altro no: l’anno prossimo non mi servirà una scusa.

Ora ho in armadio un indumento degno di una serata di gran galà e chissà se mai sarà indossato da me. Potrei riciclarlo regalandolo a mia madre, ma la sua reazione mi spaventa.

 

 

 

 

 

 







 
 
 

I quesiti della Quoti

Post n°531 pubblicato il 14 Dicembre 2009 da quotidiana_mente
 



Era la prima volta che vedevo un cartello simile. Era lì in un angolo, un po’ in alto ma ben visibile. Ho controllato la strada, dove iniziava questo divieto cercando di capire il suo significato. Il vicolo in sé non aveva niente di rilevante, ho pensato che, forse, di notte cambiasse “vestito”. Ho fermato un paio di passanti chiedendo spiegazioni, ma nessuno, proprio nessuno, aveva mai notato quel cartello e non mi potevano aiutare. Ho una mia idea ma ogni volta che l’ho espressa, ho provocato solo ilarità nei miei interlocutori.
Secondo voi che significato ha questo cartello?
Ah, dimenticavo: il cartello è a Budapest.









 
 
 

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Post n°530 pubblicato il 04 Dicembre 2009 da quotidiana_mente
 




Che poi la vita è così, o forse sono io che sono così. Per anni ho sognato di andare a Praga alla ricerca delle tracce di Kafka, poi ho semplicemente desiderato andare a Praga anche senza cercare niente e quando si è presentata l’occasione ho deciso di andare a Budapest. Così, senza un motivo preciso. Così, solo per il gusto di andare a Budapest. E ci volevo andare in treno, ma 18 ore di treno per arrivare e altre 18 per tornare, il tutto in quattro giorni mi sono sembrate un tantino troppe. Così ho optato per un volgare aereo.
E ora penso che voglio andare di fronte al Parlamento e urlare: “Compagno colonnello non ho un fucile in più ma sono qui”, così, perché certe letture non ti cambiano la vita, ma ti restano addosso e mi è venuta voglia di onorare la memoria del Compagno colonnello.




File:Parliament Buildung Hungary 20090920.jpg

Foto: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Parliament_Buildung_Hungary_20090920.jpg (Wikipedia)











 
 
 

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Post n°529 pubblicato il 02 Dicembre 2009 da quotidiana_mente
 

 





Venerdì sono uscita come sempre alle diciotto. Pago, come ogni giorno, il pedaggio ascoltando per pochi minuti le chiacchiere del portiere, il quale era più ciarliero del solito perché il giorno dopo andava, col figlio, a vedere gli All Blacks a San Siro. Per un paio di secondi l’ho invidiato. Saluto, varco il portone e vedo una bici vicina alla mia. Mi avvicino, guardo meglio e mi chiedo come sia possibile che quella bici sia legata alla mia. Guardo meglio: era un’illusione ottica, la bici era semplicemente appoggiata al palo ma così vicina alla mia che sembravano legate assieme. Invece quella bici non era legata a nulla. Torno sui miei passi e lo faccio presente al portiere. Mi risponde che sta lì già da qualche ora, che non sa a chi appartenga. Ri saluto e me ne vado. Pedalando, penso che non sia prudente lasciare una bici incustodita anche per pochi minuti, figurarsi per ore.
Lunedì mattina la bici era sempre lì, semplicemente poggiata al palo, così com’è ancora lì il giorno seguente. Secondo il portiere è una bicicletta rubata da qualche albanese ubriaco. Ho chiesto il perché di tanta certezza sulla nazionalità del ladro. Mi ha risposto che, beh, sì, insomma, poi mi ha guardato e ha detto che con me di certi argomenti non può parlare perché la pensiamo in modo totalmente opposto. Infatti, ho risposto. Ho salutato e sono andata via.
Che sia una bicicletta rubata, non ci sono dubbi. Quello che mi stupisce è perché la mia (prima) bicicletta, sempre legata, mi è stata rubata e perché questa libera come l’aria dopo una settimana sia ancora lì appoggiata al palo. No, no, questo non è un quartiere particolarmente onesto, perché alla mia collega hanno rubato la sua (prima) bici dopo due settimane durante la pausa pranzo e la bici era chiusa a doppia mandata di lucchetto ché lei ha a cuore la sicurezza delle sue cose.
Rimane un mistero quello della bici poggiata vicina alla mia. La mia, in fondo, ringrazia. Almeno durante la sua permanenza sotto l’ufficio è in compagnia e riesce a scambiare due parole con una sua simile. Non è poco.
Ho chiamato i Carabinieri, mi è stato risposto che dovevo portare la bici da loro, fare la denuncia di ritrovamento e, nel caso fosse stata fatta una denuncia di furto, sarebbe stato facile individuare il proprietario, altrimenti sarebbe finita assieme ad altre biciclette in un deposito. Se poi, mi è sempre stato detto, è vecchia, sicuramente rimarrà dov’è per tanto tempo e sarebbe meglio chiamare l’AMA (Azienda Municipalizzata). Ci ho pensato. Non ho fatto nulla. Questa mattina, dopo ancora un altro fine settimana, la bici non c’era più e mi sento in colpa.

 



 

 
 
 

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Post n°528 pubblicato il 17 Novembre 2009 da quotidiana_mente
 






 

In fondo non c’è da festeggiare visto l’andamento degli ultimi mesi (o dell’ultimo anno?). In fondo non c’è da festeggiare perché sto esaurendo i miei argomenti, ma poiché dopo tanti anni sono ancora qui a scrivere, ogni tanto, qualche insulsa banalità e ancora senza voglia di abbandonare questo spazio alla sua triste sorte, ho deciso che, in fondo, è cosa buona e giusta festeggiare.
Non credo di essere il blog più vecchio di questa piattaforma ma sono sulla buona via per diventarlo.
Blog vecchio fa buon brodo? Blog vecchio e gallina vecchia cosa fanno? Meglio non pensarci. Prosit!

 





 

 
 
 

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Post n°527 pubblicato il 12 Novembre 2009 da quotidiana_mente






Ne parlavo ieri, ma erano giorni che ci pensavo.

- “Perché, secondo te, le mie compatibilità più alte, su aNobii, sono con profili maschili?”, ho chiesto

- “Quanti libri di autrici hai su aNobii?”,  mi è stato chiesto

- “Marguerite Yourcenar, Crista Wolf, Toni Morrison, Agota Kristof, parecchie, almeno credo.”

- “Jane Austen?”

-  “Non ho inserito tutti i libri che ho, figurarsi quelli letti anni fa.”

- “Elizabeth George? Doris Lessing?”

- “Beh, no, non c’è nulla, ma c’è Anne Tyler comprata solo per via di una recensione di Hornby e la lettura è stata una mezza delusione. Sarà per colpa di Lansdale, di Dick, di Ballard, Carlotto, forse considerati più letture da maschio?”

- “Secondo leggi poco le donne, tutto qui.”

Ci ho pensato ancora e ancora. Ho aggiunto che avevo autori considerati “femminili” nel senso che soprattutto letti da donne. Niente da fare, secondo il mio interlocutore era la scarsità di autrici a rendermi compatibile con i profili maschili, perché gli uomini leggono poco le donne. Forse è così, ma sono rimasta perplessa.

- “Perché, secondo te, in palestra ho “legato” con una fanciulla che potrebbe essere mia figlia? Dopo una lezione ci siamo scambiate i numeri di cellulare e ora ci avvertiamo quando non andiamo alla nostra lezione preferita. Perché l’altra persona con la quale ho fatto la stessa cosa, è più giovane di me di oltre dieci anni? E ora quando siamo assieme in palestra sembriamo ai tempi della scuola, alla ricerca dell’ultimo banco dove sederci in pace a chiacchierare con il termosifone alle spalle?”

- “Forse perché hai un comportamento giovanile.”

- “Significa che non ho un comportamento da persona matura?”

- “No, non significa questo.”

- “Allora cosa significa? Non sono stata io a cercare la loro compagnia, il mio comportamento è sempre lo stesso che io abbia una coetanea o una persona giovane di fronte.“

Perché sì, in questi giorni sono più perplessa del solito. Perplessità irrilevanti, me ne rendo conto, ma che mi lasciano dei dubbi su me stessa. Sul mio modo di rapportarmi agli altri.

In questi giorni sono più perplessa del solito, non dubbiosa, proprio perplessa. Guardo il mondo che gira intorno a me, o meglio guardo il mondo che gira con me dentro e le mie perplessità aumentano. Vado avanti lo stesso, magari mi fermo solo un po’ di più a “perplimermi”. Oggi mentre ero in coda al semaforo, respirando quanto usciva dal tubo di scarico di fronte a me, ho alzato la testa e ho ammirato un eucalipto che noncurante dello smog continua la sua corsa verso l’alto, verso il cielo. Gli eucalipti sono, per me, “casa”, quando arrivo all’aeroporto di Porto, so di essere arrivata in Portogallo, ma quando dopo qualche chilometro, mi inebrio dell’odore degli eucalipti e so di essere a casa. Qualcuno è lì da sempre, da prima di me, qualcun altro piantato dopo l’ennesimo incendio, perché crescono in fretta e riescono a riempire il vuoto lasciato dalle fiamme, ma impoveriscono la terra, si dice. Eppure sono l’odore di casa, sono il simbolo di casa. Così come il cipresso che cresce in un giardino di fronte a casa, a Roma, è l’odore della casa di mia zia Eleonor, quel cipresso quando è bagnato dalla rugiada al mattino, o di pioggia la sera, è l’odore della mia infanzia. Odorandolo riesco persino a ricordare le parole che scambiavo con le mie cugine quando giocavamo assieme, secoli fa. Tutto mi torna in mente con un semplice cipresso bagnato di rugiada. Ed è meraviglioso. Ho cercato qualche anno fa il cipresso nei dintorni di casa di mia zia: non c’era e tutto intorno era molto cambiato. Non ho voluto chiedere se c’era mai stato, perché, in fondo, voglio che il mio ricordo rimanga intatto.

Su un fatto non mi sento cambiata: quello di saltare di palo in frasca. Tra una perplessità e un’osservazione, riesco benissimo a ritrovarmi fuori da ogni ragionamento iniziato. No, non sono coerente e questo non mi lascia perplessa.

Invece da qualche mese, a tempo perso, mi chiedevo come si diventava gold blog, era una mia semplice curiosità. Mi chiedevo, sempre a tempo perso, se si doveva fare una richiesta o se era la piattaforma a selezionare tra i vari blog.

Non avendo l’e-mail collegata al blog, nel senso che non è attiva, non la controlla mai. Mai? Diciamo che la controlla un paio di volte all’anno perché so che per ogni messaggio ricevuto, un avviso viene mandato sull’e-mail. Qualche giorno fa, sono andata a svuotare la casella di posta elettronica: in fondo, non c’era molto da cestinare, ma grande è stata la mia sorpresa quando ho visto che, a fine agosto, mi era stata mandata una e-mail con la proposta di diventare gold blog, ancora più grande è stato il mio stupore quando ho scoperto che i termini per l’accettazione erano scaduti. In effetti da fine agosto ai primi di novembre, mi è sembrato un tempo più che ragionevole per prendere una decisione. E’ stato comunque illuminante: ho capito, senza dover chiedere niente, che si diventa gold blog per scelta della piattaforma, il che, in fondo, mi sembra cosa buona e giusta. Mi sono chiesta se avrei accettato o meno (se avessi controllato per tempo la casella di posta elettronica). Non mi sono data una risposta. Però so che mi piace che il mio spazio sia “pulito”. Cambio canale ogni volta che c’è pubblicità in TV oppure tolgo l’audio, come mi sarei comportata con il mio spazio personale? Non lo so, ma, a pensarci bene, il problema non sussiste visto che i termini sono scaduti e da tempo. Almeno una risposta (mai chiesta) ad una mia domanda (mai formulata) l’ho avuta.

Cosa c’entra tutto questo con le mie perplessità? Niente, ovviamente.










 
 
 
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