LE CITTA' DEL SUDIdentità e decrescita sostenibile delle province duosiciliane |
QUESTO BLOG LANCIA LA CAMPAGNA:
- CONSUMI + RINNOVABILI = CITTA' SOSTENIBILI
UN FUTURO MIGLIORE E' POSSIBILE SOLO SE RINUNCIAMO A
QUALCOSA OGGI PER GARANTIRLA DOMANI AI NOSTRI FIGLI
NOI VOGLIAMO CHE LE NOSTRE CITTA' DEL SUD DIVENTINO CITTA' RINNOVABILI E QUINDI SOSTENIBILI
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"campagna citta sostenibili"
L’Italia continua a soffocare a causa delle polvere sottili. Esposizioni, anche di breve durata, ad elevate concentrazioni di PM10 possono causare gravi conseguenze alla salute dei cittadini. Per ridurre l’inquinamento da polveri sottili servono interventi strutturali quali il rilancio del trasporto pubblico, la limitazione dei veicoli più inquinanti, la riduzione dei limiti di velocità, la diffusione del “car sharing” e della mobilità “dolce”, ovvero quella ciclabile e pedonale, con l’aumento delle aree a traffico limitato e delle isole pedonali.
LE CITTA' VANNO RIPENSATE NELL’OTTICA DELLA MOBILITA’ SOSTENIBILE E DEL MIGLIORAMENTO DELL'EFFICIENZA ENERGETICA DEGLI EDIFICI
SALVIAMO LA NOSTRA ECONOMIA

segui I PRODOTTI FATTI AL SUD su facebook
SE OGNI MESE UNA FAMIGLIA DI MERIDIONALI (CIRCA 6 MILIONI IN ITALIA) SPENDE 200 euro DI PRODOTTI DEL SUD, OGNI ANNO LE NOSTRE IMPRESE INCASSERANNO 14,4 MILIARDI DI EURO CHE POTRANNO AIUTARE L'ECONOMIA DEL SUD.
DIAMO UN AIUTO CONCRETO ALLO SVILUPPO DELL'ECONOMIA DEL SUD
Campagna di sensibilizzazione per il sostegno dell' economica meridionale
Ulteriori informazioni al sito: http://www.supermercaticomprasud.it/
NOVITA': SCARICA IL VOLANTINO "COMPRA PRODOTTI DEL SUD" E DISTRIBUISCILO DAVANTI AL TUO SUPERMERCATO
(campagna promossa dal Partito del Sud e Insieme per la Rinascita)
PENSA GLOBALE, MANGIA LOCALE
TRE BUONI MOTIVI PER ACQUISTARE PRODOTTI A "CHILOMETRI ZERO"
1) privilegiando l'acquisto di prodotti locali e di stagione si può risparmiare oltre 100 euro al mese rispetto ai 467 che ogni famiglia destina mensilmente in media all'acquisto di alimenti e bevande al mese
2) i prodotti non subiscono troppe intermediazioni e non devono percorrere lunghe distanze prima di giungere sulle tavole subendo i rincari dei costi di trasporto dovuti al caro petrolio.
3) in questo modo diamo una mano a salvare la terra dal surriscaldamento globale e aiutiamo le economie locali ad uscire dalla crisi
per maggiori informazioni CLICCA QUI
Lo spreco è diventato uno stile di vita che possiamo correggere con efficacia e leggerezza, cercando di evitarlo anche attraverso i piccoli comportamenti.
Il suo contrario, non sprecare, è una chiave per affrontare il cambiamento con più ottimismo e con qualche sogno. Entra nella community di uomini e donne che vogliono provare a non sprecare. Che cosa? I beni materiali, certo: cibo, acqua, oggetti, soldi, risorse naturali. Ma anche i beni immateriali: la salute, il corpo, il tempo, il talento. E innanzitutto la vita
SALVIAMO IL NOSTRO AMBIENTE
NO AL NUCLEARE

Il popolo italiano ha votato a larghissima maggioranza, con i 3 referendum del 1987 e con l'ultimo del 2011, contro il nucleare. Germania, Belgio, Olanda, Spagna, Svezia e per ultima la Svizzera, hanno deciso di non costruire più centrali nucleari nel loro territorio, puntando sulle energie rinnovabili. Esistono 5 buone ragioni per dire NO con forza al nucleare:
1) per far funzionare le centrali dovremmo importare uranio il cui prezzo sta salendo ancora più rapidamente del petrolio; L'URANIO, COME IL PETROLIO, E' UNA FONTE ESAURIBILE, QUINDI DOPO LE GUERRE PER IL PETROLIO CI SARANNO LE GUERRE PER L'URANIO
2) non esiste il nucleare “sicuro” e “pulito”: i reattori di “quarta generazione” sono previsti tra 25-35 anni e intanto il governo vuole costruire centrali di “terza generazione” (vedi Cernobyl)
3) le centrali hanno il problema dello smaltimento delle scorie che restano radioattive per centinaia e migliaia di anni.il nucleare è fuori mercato, vive grazie a sovvenzioni statali e militari:
4) le stime Usa per i nuovi impianti danno il costo del kWh nucleare addirittura del 20% in più del gas o del carbone, e per questo negli Usa, nonostante gli enormi incentivi stanziati da Bush, nessun privato ci investe dal 1976.
5) la strada da seguire è l’affrancamento dalla schiavitù del petrolio investendo grandi risorse sulle fonti rinnovabili e puntando sul risparmio energetico
CLICCA QUI PER ACCEDERE ALLA RETE NAZIONALE ANTINUCLEARE

NO ALLE DISCARICHE ED AGLI INCENERITORI
La strategia Rifiuti Zero”, permette il più alto bilancio energetico (e quindi il più alto risparmio in rapporto a tutti gli altri sistemi (inceneritori, rigassifficatori, dissociatori molecolari) si articola in:
1) il recupero dei materiali “post consumo” attraverso l’allungamento del ciclo di vita delle merci (sia in fase di progettazione che di uso mediante il riutilizzo);
2) la messa al bando della plastica monouso e la riduzione degli imballaggi inutili a monte;
3) la raccolta differenziata porta a porta che rende possibile percentuali di recupero vicine all’80 %. Con il raggiungimento di queste percentuali così come avviene in migliaia di città nel mondo, che fanno a meno di inceneritori e discariche, il problema “rifiuti” sarebbe per la gran parte risolto;
4) l’attivazione della filiera per il riciclo del secco da trasformare in nuova materia e dell’umido da inviare a compostaggio;
5) l’utilizzo degli impianti di TBM trattamento a freddo o meccanico/biologico, capaci di inertizzare, il residuo 20% dei rifiuti attraverso un processo del tutto naturale e paragonabile a ciò che avviene normalmente in un bosco in inverno (digestione aerobica). Questo processo permetterebbe la riduzione di peso di circa la metà ed il deposito sicuro del materiale di risulta, tra l’altro utilizzabile per la sotto pavimentazione stradale. Gli impianti di TMB a chiusura del ciclo in alternativa agli inceneritori, oltre che essere sicuri sotto il profilo ambientale e sanitario sono anche molto più economici e forse è proprio questo il vero motivo di tanto ostracismo;
6) la visibilità dei residui del ciclo è fondamentale per il fatto che attraverso di essi è possibile affrontare a monte il problema in termini di una diversa progettazione dei beni e degli stessi materiali in maniera tale da abolire a monte, dal lato della produzione i rifiuti non recuperabili.
Come possono le nostre città rispondere ai rischi e alle opportunità che ci si presentano a causa del Picco del Petrolio e del Cambiamento Climatico?
Come possiamo aumentare la nostra resilienza (per mitigare le conseguenze del Picco del Petrolio) e ridurre drasticamente le nostre emissioni di CO2 (per mitigare gli effetti del Riscaldamento Globale) in tutti gli aspetti della vita e delle attività di questa comunità?
Il modello di Transizione (Transition Town) cerca di dare una risposta a questi interrogativi partendo dal riconoscere due punti cruciali:
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Abbiamo usato un’immensa quantità di creatività, ingenuità e adattabilità durante il percorso di crescita energetica che la nostra civiltà ha compiuto fino ad oggi grazie alle fonti di energia fossili e non c’è ragione per non fare lo stesso anche nel percorso di decrescita che dobbiamo fronteggiare.
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Se agiamo subito, in modo collettivo, è molto probabile riuscire a creare un nuovo e piacevole modo di vivere con maggiori relazioni tra le persone e maggiore integrazione con l’ambiente rispetto all’attuale frenetico sistema dipendente dal petrolio.
La Transizione è un esperimento sociale su grande scala che lavora attraverso reti di comunità. Coloro che intendono considerare, adottare, adattare e implementare il modello della Transizione all’interno della propria comunità avviando una Iniziativa di Transizione locale. Il Transition Primer è il documento che riassume in poche pagine tutto quello che è importante sapere sulla Transizione.
scarica qui il documento
Negli ultimi decenni il processo di trasformazione di suoli agricoli e boschivi ad usi urbani in Italia ha assunto ritmi impressionanti e impatti sempre più rilevanti in termini ambientali e sociali. Il boom dell'edilizia residenziale dal 1994 ad oggi ha portato a realizzare oltre 11milioni di nuove stanze a fronte di una popolazione in leggerissima crescita. Il primo paradosso è che questa edilizia speculativa non ha dato alcuna risposta al disagio delle persone che realmente hanno bisogno di una casa, se mai ha favorito il riciclaggio dei proventi illeciti della criminalità organizzata. Il secondo è che nessuno (Ministeri o Regioni) monitora la crescita del consumo di suolo e ha ancora definito una chiara politica in materia. Il tema dello stop alla crescita del consumo di suolo deve entrare nell'agenda politica delle Regioni perché queste hanno competenza esclusiva in materia urbanistica. Per fermare i processi occorre dare priorità al recupero delle aree già urbanizzate, fissare dei tetti massimi di nuove aree trasformabili, fermare la localizzazione di insediamenti commerciali e residenziali fuori da qualsiasi logica di pianificazione urbanistica e dei trasporti, obbligare la compensazione ecologica degli impatti creando nuovi boschi. (dal rapporto Legambiente "Ambiente Italia 2010")
Gli attuali modelli di crescita urbana e suburbana delle nostre città minacciano seriamente la nostra qualità della vita. I sintomi del male sono: l’aumento della congestione e dell’inquinamento atmosferico come conseguenza dell’aumentata dipendenza dall’automobile, la perdita di prezioso suolo libero da costruzioni, la necessità di costosi investimenti per strade e servizi pubblici, la iniqua distribuzione di risorse economiche, una perdita di senso della comunità. Con la progettazione, a partire dalle migliori soluzioni del passato e del presente, noi possiamo, in primo luogo completare gli insediamenti esistenti, e poi, pianificare nuove comunità che rispondano meglio alle esigenze di coloro che vivono e lavorano al loro interno. Una tale pianificazione dovrebbe rispondere a questi principi fondamentali.
I processi di diffusione e dispersione insediativa e la crescente crisi da congestione delle città hanno spinto molte amministrazioni, sopratutto americane, ad attuare consistenti investimenti in infrastrutture di trasporto su ferro in ambito urbano e Regionale. Questo ha contrubuito ad accrescere la consapevolezza del ruolo delle infrastrutture su ferro come occasione di riqualificazione urbana e di riorganizzazione degli assetti insediativi, ovvero, del ruolo delle aree delle stazioni come determinante nell’organizzazione dei sistemi urbani.
Attraverso il TRANSIT ORIENTED DEVOLOMENT (TOD) è possibile:
Favorire uno sviluppo “compatto” nelle aree di influenza delle stazioni:
Migliorare la qualità e la vivibilità delle aree di stazioni
Favorire l’accesso pedonale alle stazioni
Ridurre lo sprawl urbano
Incrementare la sicurezza
Favorire lo sviluppo economico
Favorire le opportunità di investimento dei privati
Massimizzare l'uso del trasporto collettivo su ferro:
Ridurre l'utilizzo delle autovetture
Ridurre l'inquinamento atmosferico
Incrementare i ricavi delle aziende di trasporto
Favorire l'interscambio modale

Ogni giorno in Italia si verificano in media 652 incidenti stradali, che provocano la morte di 16 persone e il ferimento di altre 912. Gli abitanti delle città passano circa un'ora (o anche più) al giorno incolonnati nel traffico, spostandosi a una velocità media che nel migliore dei casi supera di poco i 25 km/h. Vivere in una grande città significa dormire trenta minuti a notte in meno a causa dei rumori da traffico. E sono circa 20 milioni gli italiani che abitano nelle medie e grandi aree urbane. Le polveri sottili insidiano gravemente la salute dei cittadini. 57 città italiane su 88 che hanno dati completi sulle Pm10 superano il limite previsto dalla legge.
PIU STRADE E PARCHEGGI COSTRUIAMO PIU INCORAGGIAMO IL CONSUMO DI SUOLO E L'USO DELL'AUTO
Campagna di sensibilizzazione contro l'uso delle auto nei centri urbani

I Sistemi Urbani necessitano di “spazi di riserva” sia per l’allocazione delle infrastrutture tecnologiche, sia per la realizzazione dei nuovi progetti urbani che devono soddisfare le necessità di sviluppo economico e sociale dei suoi attuali abitanti e di quelli futuri. Tale riserva di spazio costituisce la fonte cui la città deve attingere per creare nuove infrastrutture ed ampliare e/o migliorare quelle esistenti per adeguarsi alle necessità di modernità ed efficienza limitando il consumo di suolo. Il sottosuolo, quindi, non può più essere considerato come una risorsa illimitata ma come un bene “limitato”, come risorsa essenziale e “finita” e in quanto tale da gestire in maniera più razionale attraverso idonei strumenti di pianificazione.
SALVIAMO IL NOSTRO PATRIMONIO CULTURALE
Utilizzata dai Borbone come riserva di caccia, ora e' una riserva marina inserita nel parco naturale del Cilento. La riserva conta un grande varietà faunistica e nel 2006 ha ospitato delle uova depositate da una tartaruga "caretta caretta".
NONOSTANTE SIA PUBBLICIZZATA SU TUTTE LE GUIDE TURISTICHE E SIA CONSIDERATA DA LEGAMBIENTE FRA LE 11 PIU' BELLE SPIAGGE D'ITALIA,
È INACCESSIBILE.
Inviamo una e-mail al principe Angelo Granito Pignatelli di Belmonte (info@palazzobelmonte.com) per chiedere di rendere fruibile un bene universale, aprendolo al pubblico e dotandolo di una pista ciclabile e di una navetta elettrica che colleghi San Marco e Ogliastro Marina.
Un altro pezzo di storia meridionale svenduto
RESTITUITE LA REAL CASINA DI PERSANO E I SUOI CAVALLI AL PROPRIO TERRITORIO



Persano e i cavalli sono sempre stati una sola cosa, i segni comuni di un grande amore che i Borbone avevano per la nostra terra. La Real casina fu voluta da Carlo III di Borbone e realizzata tra il 1752 ed il 1754, prima dall’ingegnere militare spagnolo Juan Domigo Plana e poi dal Vanvitelli. Nel 1741, il sultano di Costantinopoli donò quattro cavalle purissime di razza araba che furono usate come riproduttrici gettando le basi della razza Persana. Con l’unità d’Italia la razza fu prima soppressa (decreto Ricotti del 1874), poi ricostituita nel 1900 e infine trasferita a Grosseto. Oggi la razza è stata recuperata e salvata grazie all'interessamento del principe Alduino di Ventimiglia. Gran parte del territorio di Persano è ora demanio militare dell’esercito: Persano è sinonimo di Esercito Italiano e la Real Casina Borbonica è ora sede di un comando militare, quindi di non facile accesso per studiosi e turisti. Così il territorio di Persano è solcato, ancora oggi, dai cingoli dei carri armati e non da quelli, ben più importanti e pacifici, dei trattori. Una perdita incalcolabile per il nostro turismo e la nostra economia già così depressa. Lanciamo un’appello ai nostri politici affinchè capiscano l’importanza di Persano e della razza Persana per lo sviluppo dell'economia locale e e si adoperino per farle ritornare entrambe al proprio territorio.
Per saperne di più sulla "real razza" clicca qui: "Il cavallo Persano tra passato e futuro"
Manda una mail all’indirizzo: lecittàdelsud@libero.it e sostieni questa iniziativa per ridare dignità alla nostra cultura e sviluppo ai nostri territori.

S A L V I A M O C A R D I T E L L O
La Tenuta di Carditello, a metà strada tra Napoli e Caserta, oltre a essere una delle più importanti opere di architettura neoclassiche della Campania (realizzata da Francesco COLLECINI, con affreschi di Jacob Philipp Hackert), in quasi un secolo di lavoro ha rappresentato un laboratorio innovativo per la produzione della mozzarella, l'allevamento di cavalli, bufale e vacche e la coltivazione di cereali, foraggi, legumi, canape e lino. Nonostante le dichiarazioni di intenti e gli impegni assunti dalle Istituzioni pubbliche locali e nazionali, il Sito Reale di Carditello attende ancora una precisa destinazione d'uso e un progetto complessivo di rilancio, inserito nell'area territoriale di riferimento e nell'ambito più generale del futuro disegno di sviluppo provinciale e regionale.
LEGGI il manifesto-appello
Sottoscrivi il documento inviando una e-mail a: carditello@sitireali.it
oppure su facebook al gruppo Salviamo Carditello
SEGNALACI BENI CULTURALI DEL SUD IN DEGRADO ALL'INDIRIZZO:
lecittadelsud@libero.it
levostre segnalazioni, con materiale fotografico e storico, saranno pubblicate su questo blog

Alle porte di Salerno, tra i comuni di Pellezzano e Baronissi esiste un oasi naturale che pochi conoscono
IL “PARCO FLUVIALE DELL’IRNO”
Dopo lunghi anni di incuria e di sprechi, nonostante l'aria sia riconosciuta dalla Comunità Europea come Zona di Protezione Speciale, il parco continua ad essere un sogno: le acque delle falde sono inquinate, accumuli di detriti e rifiuti ovunque, i sentieri inaccessibili e parzialmente franati, le piste ciclabili mai realizzate, il recupero del patrimonio architettonio mai avviato.
ABBIAMO PERSO UN VERO E PROPRIO ECOSISTEMA, UN’OASI DI BENESSERE PER NOI TUTTI. RIPRENDIAMOCI IL NOSTRO PARCO
FIRMA LA PETIZIONE PER SENSIBILIZZARE L'OPINIONE PUBBLICA ED I MASS-MEDIA E FARE PRESSIONE SULLE AMMINISTRAZIONI DI SALERNO, PELLEZZANO E BARONISSI AFFINCHE' CONSEGNINO IN TEMPI RAPIDI QUESTA AREA PROTETTA ALLA FRUIZIONE DEI CITTADINI.
CLICCA QUI PER LA PETIZIONE
GUARDA IL VIDEO

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BREVE STORIA DELLE DUE SICILIE |
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da: "DUE SICILIE" Periodico Indipendente - Direttore: Antonio Pagano |
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La storia della formazione dello Stato italiano è stata così mistificata che non è facile fornire un quadro fedele di tutti gli avvenimenti che portarono all'unità. Dal 1860 in poi è stato eretto dal potere italiano un muro di silenzio Molti importanti documenti sono stati fatti sparire o tenuti nascosti, e ancora oggi sono secretati negli archivi di stato; |
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INDICE |
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ITINERARIO STORICO NEL REAME DELLE DUE SICILIE
tratto da Giuseppe Francioni Vespoli (1828) e Antonio Nibby (1819)
Itinerario 1 (Napoli Capitale)
Itinerario 1 (da Portici a Pompei)
Itinerario 1 (da Pozzuoli a Licola)
(Intendenza di Napoli)
Itinerario 2 (da Nola al Matese)
Itinerario 2 (dal Garigliano a Venafro)
(Terra di Lavoro)
Itinerario 3
(Principato Citra)
Itinerario 4
(Principato Ultra)
Itinerario 5
(Basilicata)
Itinerario 6
(Capitanata)
Itinerario 7
(Terra di Bari)
Itinerario 8
(Terra d'Otranto)
Itinerario 9
(Calabria Citeriore)
Itinerario 10
(Calabria Ulteriore Prima)
Itinerario 11
(Calabria Ulteriore Seconda)
Itinerario 12
(Contado di Molise)
Itinerario 13
(Abruzzo Citeriore)
Itinerario 14
(Secondo Abruzzo Ulteriore)
Itinerario 15
(Primo Abruzzo Ulteriore)
Itinerario 16
(Intendenza di Palermo)
Itinerario 17
(Intendenza di Messina)
Itinerario 18
(Intendenza di Catania)
Itinerario 19
(Intendenza di Girgenti)
Itinerario 20
(Intendenza di Noto)
Itinerario 21
(Intendenza di Trapani)
Itinerario 22
(Intendenza di Caltanissetta)
I SONDAGGI
LE INIZIATIVE
SCATTA L' ECOMOSTRO
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Ripe Rosse (Montecorice - SA)
Hotel Alimuri (Vico Equense - NA)
Punta Saponara (Porto Cesareo - LE)
Lido Rossello (Realmonte - AG)
Crescent piazza della Libertà (Salerno)
VOTA LA CITTA' PIU BELLA DEL SUD Esprimi la tua preferenza nel box messaggi (colonna a destra). Classifica provvisoria: 1) Napoli 2) Palermo 3) Lecce 4) Matera





I risultati saranno aggiornati periodicamente su questo Blog
TURISMO E BENI CULTURALI

FAI PARTE ANCHE TU DEL PRIMO CAMPER CLUB PER CHI VUOLE RISCOPRIRE I LUOGHI E I SAPORI DEL NOSTRO ANTICO E GLORIOSO REGNO DELLE DUE SICILIE
info: duesiciliecamperclub@libero.it
Le città del sud raccontate nelle vostre pagine di facebook
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Nel 1773 Ferdinando IV, illuminato dagli studi di Gaetano Filangieri e Bernardo Tanucci, incarica l'architetto Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli, di realizzare Ferdinandopoli, l'utopia pre-socialista di una città ideale in cui dare attuazione a riforme sociali, introducendovi la manifattura della seta nell'intera filiera: dalla coltivazione del gelso al prodotto finito. Purtoppo il sogno di una città ideale con teatro, ospedale, cattedrale e aree verdi finì con la fine del '700 e l'avvento della rivoluzione francese. Ma è rimasto il borgo di San Leucio e soprattutto gli artigiani e i maestri che ancora oggi, nonostante il lungo declino seguito all’Unita d’Italia, tessono la seta. San Leucio è un esempio concreto di come i Borbone costruivano i nuovi borghi per sperimentarvi impianti industriali basandosi sulla autonomia industriale. L’utopia di ferdinandopoli, tuttavia, si differenzia dagli esperimenti filantropici che avevano come scopo quello di migliorare le condizioni di vita e di salute degli operai nei primi nuclei abitativi che cominciavano a sorgere intorno alla nuove fabbriche a partire dal XVIII secolo. San Leucio và vista più che come un fenomeno sociale e politico come una anticipazione dei centri operai sorti intorno alle fabbriche delle Company Towns (Saltaire, Port Sunlight, Bourneville …) perché poco ebbe in comune con le altre comunità utopiche, che al contrario avevano un fondo essenzialmente di trasformazione sociale. La politica riformatrice dei Borbone è visibile nell'aspetto urbanistico e architettonico del borgo, non ispirato all'assolutismo monarchico ma ai principi di uguaglianza e sopraututto nel “codice delle leggi”, l’esperimento più interessante per i suoi aspetti senz’ altro progressisti. Nel 1789, infatti, Ferdinando IV di Borbone promulga il "Codice delle leggi" che regola in modo innovativo la vita ed il lavoro della comunità leuciana. In realtà lo Statuto dell'Istituto di San Leucio si deve alla sua consorte Maria Carolina e tale scoperta, recente, si deve a Nadia Verdile giornalista e autrice di un saggio su San Leucio contenuto nel quinto numero dell' "Archivio per la Storia delle Donne", a cui va attribuito il merito aver trovato le prove della "maternità" carolinea di un Codice che guarda oltre il suo tempo, lanciando una sfida per l'emancipazione della figura e del ruolo delle donne nel Meridione d'Italia. Lo Statuto, primo al mondo che riconosce i diritti delle donne, si fonda su basi di assoluta eguaglianza tra i mondi del maschile e del femminile. Scompare la differenza tra uomini e donne e tutti i coloni godono di pari diritti per: “Essendo voi dunque tutti Artisti, la legge che Io v’impongo, è quella di una perfetta uguaglianza.......Nessun di voi pertanto, sia uomo, sia donna, presuma mai pretendere a contrassegni di distinzione, se non ha esemplarità di costume, ed eccellenza di mestiere”. Il codice sanciva il diritto e il dovere al lavoro. Il guadagno era proporzionale al merito e la retribuzione del lavoro veniva effettuata con un crescente compenso fino ad una cifra corrispondente all’opera dei maestri più qualificati:“Il solo merito forma distinzione tra gl' individui di S. Leucio. Perfetta uguaglianza nel vestire. Assoluto divieto contra del lusso”. Tutti uguali anche nel vestire, quindi, tutti vanno a scuola. L'istruzione è obbligatoria dai sei anni in poi: “Già si è situata in Belvedere la Scuola normale, in cui s’insegna a’ fanciulli, ed alle fanciulle sin dall’età di anni 6 il leggere, lo scrivere, l’abbaco; il catechismo della religione; i doveri verso Dio, verso se, verso gli altri, verso il Principe, verso lo Stato; le regole della civiltà; della decadenza e della polizia; i catechisti di tutte le arti; l’economia domestica; il buon uso del tempo, e quant’altro si richiede per divenir uom dabbene, ed ottimo Cittadino” Aboliti i testamenti, gli averi vanno ai parenti o al Monte degli Orfani. Parte dei compensi va versato alla Cassa della Carità destinata agli invalidi, vecchi e malati. Vengono abolite le doti per le figlie e vi è divieto assoluto dei genitori di interferire negli affari di cuore dei figli. Un'unica limitazione: si sposa solo chi è bravo a lavorar la seta. C'è un arte da difendere e tramandare. Il cittadino si sente parte attiva di una comunità di uguali e al tempo stesso è il protagonista essenziale del processo di produzione. Ogni gruppo familiare, alloggiato nelle abitazioni a schiera, è dotato di telai per la lavorazione a cottimo. In seguito tutte le lavorazioni vengono riunite in un nuovo opificio. Accanto alle maestranze locali sono impiegati artigiani genovesi, francesi, messinesi e piemontesi. Il governo della comunità era affidato, insieme al parroco, a cinque “seniori del popolo” eletti ogni anno tra i membri anziani della comunità. Tra i doveri del popolo leuciano vi erano sia quelli “negativi”, ovvero quelli che “impongono l'obbligo di astenersi dall'offender alcuno in qualche maniera” sia quelli “positivi” ovvero quelli che “impongono di fare a tutti il maggior bene che si possa ........ A ciascun de’ nostri simili ..... finanche a’nimici”, dove ”La più bella vendetta è quella di far bene a colui, che ci offese; ed il più bel piacere è quello d’imperare per mezzo delle beneficenze sopra colui, che ci disprezzò. Soccorrerlo nelle avversità, ed ajutarlo ne’ bisogni e mostrare a tutti gli uomini la più sublime grandezza di cuore e di generosità”.
Leggi lo Statuto di San Leucio. Clicca qui |
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L'Albergo dei Poveri, opera di Ferdinando Fuga, fu realizzato nel 1751 su incarico di Carlo di Borbone, che di pari passo con la realizzazione da parte di Vanvitelli della grande Reggia di Caserta, voleva un edificio che potesse ospitare tutti i poveri del Regno. L'Albergo doveva quindi rappresentare, nell'idea di re Carlo , un simbolo: il simbolo della "pietà illuminata" della casa dei Borbone verso i propri sudditi. L'albergo costruito dalla dinastia napoletana dei Borbone prevedeva l'edificazione di una struttura capace di accogliere circa ottomila tra poveri, diseredati, sbandati e immigrati. Nell'ospizio gli ospiti erano divisi in quattro categorie: uomini, donne, ragazzi e ragazze. Il progetto originario prevedeva un complesso edilizio molto più grande di quello attuale. Doveva estendersi su una vasta superficie con un prospetto di 600 metri di lunghezza e una larghezza di 135 metri e comprendere cinque grossi cortili; in quello centrale era prevista l'edificazione di una chiesa con pianta stellare a sei bracci. In realtà fu edificato solo in parte di quanto progettato: la facciata misurò 354 metri di larghezza e la superficie utile di circa 103.000 metri quadri. Nelle scuole-officine del Reale Albergo dei Poveri, vennero ospitati anche gli orfani maschi della Santa Casa dell'Annunziata. Lo scopo di questa caritatevole reggia dei poveri fu quello di assicurare ai meno fortunati mezzi di sussistenza e l'insegnamento di un mestiere. Nel 1838, nelle sale dell’Albergo trovò posto una scuola che sarebbe poi diventata in breve tempo famosa: la Scuola di Musica che fornì per vari anni suonatori provetti alle compagnie militari. In essa si avvicendarono insegnanti notissimi, tra i quali Raffaele Caravaglios. Nel 1816, sotto il regno di Ferdinando I, la scuola per sordomuti diretta dall’Abate Cozzolino (seconda tra gli stati preunitari dopo quella di Roma), venne trasferita in una parte autonoma del Reale Albergo. Alle spese contribuirono Carlo, la stessa regina Maria Amalia che donò i suoi gioielli, il popolo Napoletano, gli enti religiosi con notevoli somme e donazioni di proprietà ecclesiastiche, il tutto per l’ammontare di un milione di ducati. In sostanza queste le cifre di quello che fù una delle più grandi costruzioni settecentesche d'Europa: ottomila poveri, duemila addetti, nove chilometri di corridoi larghi cinque metri (varrebbe dire la larghezza di una strada con marciapiedi), volte a perdita d'occhio, finestre che infilano la luce di altre fila di finestre, di porticati e cortili, perché l'albergo dei poveri non era nè cupo nè spettrale, ma un circuito senza uscite in cui maschi da un lato e femmine dall'altra, seguivano, da mattina a sera, venivano abituati al lavoro e all’igiene del corpo e dell'anima. Venne istituita l’assistenza sanitaria per gli anziani e gli inabili, ai giovani venne impartita una adeguata qualificazione professionale con avviamento al lavoro. Venivano loro insegnate varie arti: calzolaio, fabbro, falegname, tornitore, filatrice, oltre allo studio della grammatica e dell’aritmetica. Fu tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX che l’ospizio ospitò le “donne perdute” e fu adibito anche a casa di “correzione dei minori” da cui il nomignolo di reclusorio” e di “serraglio”. Tra il 1800 e il 1816 furono terminate le parti frontali e laterali, i lavori proseguirono sino al 1829. Solo la lungimiranza di Carlo di Borbone e dei suoi discendenti ha permesso che un gran numero di emarginati, diseredati abbia potuto godere e assicurarsi un sicuro asilo, un pasto quotidiano, cure mediche ed istruzione, e ancor oggi il palazzo conserva la memoria di edificio che ha svolto sempre un ruolo di pubblico servizio (costruito per riqualificare le fasce sociali sottraendole all’emarginazione). E riferendoci all’epoca, il regno di Carlo è da considerarsi rivoluzionario, volto al progresso dello “Stato” inteso per la prima volta come collettività, e tale fu percepito dai sudditi, che uscivano da lunghi secoli di dominazioni vicereali. Carlo fece anche di più: portò il Regno ai primi posti del mondo dell’epoca per dinamismo e trasformazione, per ricchezza e varietà delle arti e della cultura in generale. Napoli in particolare, ma anche le tantissime altre città d’arte del Meridione, divennero meta obbligata dei viaggiatori, che trovarono un Paese in rapido ed armonico progresso, tanto che lo stesso Goethe espresse ammirazione per “gli operosi napoletani”. Poi le tristi vicende che portarono all’invasione piemontese e contemporaneamente alla fine del grande Regno delle Due Sicilie, con la tresformazione del meridione d’Italia in una colonia senza piu’ identità e dignità. Lo scempio maggiore avviene proprio nei pubblici stabilimenti di beneficenza, tanto che l’Albergo dei Poveri può sicuramente assurgere ad emblema dello stato di degrado che si determinò con la fine del regno. E il giornale napolitano “il Popolo d'Italia” cosi scrive il 6 maggio del 1862, riportando la visita fatta dal re Vittorio Emmanuele nel mese precedente: “Il re, e il ministro Rattazzi hanno visitato il maggiore pio stabilimento, che noi abbiamo, l'Albergo de' Poveri, e che è appunto il peggiormente amministrato, reso albergo della morte per lo spirito pel corpo. Ma quando essi vi andarono, i governatori prevenuti da' consorti, che pure circondano il nuovo ministero, col frastuono delle bande musicali soffocarono le grida de' gementi. I poverelli di quello stabilimento, più che creature umane, appaiono bestie pel modo, onde sono trattati. Dormono su vecchio e lurido strame: i loro vestimenti giornalieri sono cenci inutili più volte e rattoppati: senza calze e senza scarpe, il loro cibo è pasta nera ed acida, senza verun condimento le camicie e te lenzuola stoppia dura dì color bruno, in cui schifosi insetti formicolano a vergogna della umanità. Pessimo lo insegnamento, i maestri con meschino onorario servono svogliali, e con quel pagamento e per quella lontananza non possano esser certo i migliori di questo mondo. La morale, niuna. E le donne? Ahi ludibrio! Più di 300 giovanette hanno popolato i postriboli perché cacciate. Or questo stabilimento è specchio fedele di tutti gli altri in Napoli!” Anche questo è stato l’Unità d’Italia: le nostre donne piu sfortunate un giorno prima erano cittadine rispettate che potevano apprendere un lavoro e camminare a testa alta grazie all’impegno e alla presenza dello stato, ed il giorno dopo prostitute senza dignità da inviare al nord. Questa vergogna venne denunciata dalla stampa napolitana che cosi scriveva: “Giovedì 6 condente, per ordine del governo, le più avvenenti giovanette alunne nel real albergo de’ poveri son condannate ad esibire il proprio ritratto in fotografa con la macchina appositamente introdotta in quello ospizio, assegnandone l'imponente oggetto di doversi spedire que ritratti a Torino. Il di più s'intende da per se stesso!”. Che le cose fossero peggiorate risulta evidente da una denuncia fatta al prefetto di Napoli e pubblicata il 10 dicembre del 1862 da un giornale politico-popolare di Napoli, in seguito ad una lettera inviata a tale giornale da un ragazzo ”recluso” nell’albergo: “Signor Generale Lamarmora, mandami a chiamare, se hai viscere di carità, ed io ti mostrerò una lettera rimessa a me da un infelice recluso nell'albergo de' poveri dì Napoli.... Quivi sono fanciulli, e ragazze! L'amministrazione è organizzata a camorra,... Non appena leggi queste parole, va, o manda persone di tua fede colà, ed ordina che visitassero tutto, tutto il locale; anche a le corsee sotterranee, ove sono ammucchiati quelli che si è chiamano i miserabili. Troverai fanciulli, e bambine, ignudi, perché i cenci non garentiscono quelle povere carni! Li troverai pieni d'insetti, su paglia marcita, pallidi, smunti per la fame, perché quel poco di polenta, che loro si amministra, spesso vien tolta a 500 infelici ogni di sotto pretesto di punizione! Vedrai come quelle creature non hanno in questa rigida stagione un lenzuolo, una coperta, ed a guisa di bestie rannicchiate sul terreno in stanze umide e malsane. Interroga que' poverelli, e prometti loro di garantirli dalle sevizie e dalle torture... Sovratutto, o Generale, dimanda a quelle sventurate fanciulle, che non hanno altro scudo, che le lagrime... com'è conservata la loro innocenza!... Recati sul luogo, e poi dimmi, se i napoletani han ragione dì maladire Torino!” E la Gazzetta di Napoli del 5 dicembre riporta di una petizione dei “reclusi” dell’albergo da presentare in parlamento, diretta al deputato Ricciardi, in cui sono denunciate le sevizie, i maltrattamenti, e le iniquità dei nuovi amministratori, alla cui testa vi era il sopraintendente de Blasio. Questi nuovi amministratori, come se non bastasse, gonfiano i loro compensi a dismisura, mentre quelli del governo borbonico prestavano la loro opera gratuitamente, tanto da suscitare l’indignazione di tutti i cittadini napoletani. Questo comportamento immorale (vizio che nel corso degli anni la classe dirigente italiana non ha perso) determinò subito un enorme disavanzo che portò a restringere il numero degli impiegati, mettendo in mezzo alla strada, dopo tanti anni di servizio, poveri padri di famiglia. Col mutare dei tempi, l’Albergo dei Poveri perse, così, la sua primitiva impronta. Nel corso degli anni, poi, si avvicenderanno nei suoi locali un Centro di Rieducazione per Minorenni, un Tribunale competente a giudicare le cause riguardanti i minori di diciotto anni, un cinema, officine meccaniche, una palestra, un distaccamento dei Vigili del fuoco e l’Archivio di Stato civile. In seguito al terremoto del 1980, addirittura, un’ala dell'edificio ancora adibita ad ospizio crollò, causando la morte di alcune anziane donne e due persone che le assistevano. Chi ha voglia di festeggiare i 150 anni di unità d’Italia è libero di farlo, noi non abbiamo nulla da festeggiare, sono troppe ancora le verità nascoste e finchè non sarà fatta giustizia storica nessuna ferita potrà mai essere rimarginata e i napolitani “continueranno a maladire Torino”. |
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Per meglio comprendere il contesto politico, civile, culturale e sociale del Mezzogiorno italiano sotto il regno della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie (1734-1860), può essere utile riassumere in maniera schematica i principali “primati” che segnarono in maniera profonda la civiltà e la società meridionale nella seconda metà del XVIII secolo e nella prima metà del XIX. Dal sintetico quadro, apparirà infatti evidente da un lato come positiva e costruttiva fu l’opera dei sovrani Borbone (e in special maniera, come abbiamo potuto ben vedere, di Carlo, Ferdinando e Ferdinando II), e dall’altro quanto fallace e sovente menzognera sia la “vulgata” risorgimentale sul “borbonismo” in Italia. A completamento di tutte le voci precedenti, ci limiteremo ad elencare, uno dopo l’altro, ogni singolo “primato”, almeno i più significativi. Al lettore lasciamo il giudizio in merito .
INDUSTRIA: Nell’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato il Premio per il terzo Paese al mondo come sviluppo industriale (I in Italia); Primo ponte sospeso in ferro in Italia (sul Fiume Garigliano); Prima ferrovia e prima stazione in Italia (tratto Napoli-Portici); Prima illuminazione a gas di città; Primo telegrafo elettrico; Prima rete di fari con sistema lenticolare; La più grande industria metalmeccanica in Italia, quella di Pietrarsa; L’arsenale di Napoli aveva il primo bacino di carenaggio in muratura in Italia; Primo telegrafo sottomarino dell’Europa continentale. Primo esperimento di Illuminazione Elettrica in Italia a Capodimonte; Primo Sismografo Elettromagnetico nel mondo costruito da Luigi Palmieri; Prima Locomotiva a Vapore costruita in Italia a Pietrarsa;
ECONOMIA: Bonifica della Terra di Lavoro; Rendita dello Stato quotata alla Borsa di Parigi al 12%; Minor tasso di sconto (5%); Primi assegni bancari della storia economica (polizzini sulle Fedi di Credito); Prima Cattedra universitaria di Economia (Napoli, A. Genovesi, 1754); Prima Borsa Merci e seconda Borsa Valori dell’Europa continentale; Maggior numero di società per azioni in Italia; Miglior finanza pubblica in Italia; ecco lo schema al 1860 (in milioni di lire-oro) : Regno delle Due Sicilie: 443, 2 Lombardia: 8,1 Veneto: 12,7 Ducato di Modena: 0,4 Parma e Piacenza: 1,2 Stato Pontificio: 90,6 Regno di Sardegna: 27 Granducato di Toscana: 84,2 Prima flotta mercantile in Italia (terza nel mondo); Prima compagnia di navigazione del Mediterraneo; Prima flotta italiana giunta in America e nel Pacifico; Prima nave a vapore del Mediterraneo; Prima istituzione del sistema pensionistico in Italia (con ritenute del 2% sugli stipendi); Minor numero di tasse fra tutti gli Stati italiani. La più grande Industria Navale d'Italia per numero di operai (Castellammare di Stabia, 2000 operai); La più alta quotazione di rendita dei titoli di Stato (120 alla Borsa di Parigi); Rendita dello Stato quotata alla Borsa di Parigi al 12%; Minor tasso di sconto (5%); Prima Nave da guerra a vapore d'Italia (pirofregata "Ercole"), varata a Castellammare; Prima Nave da crociera in Europa ("Francesco I"); Primo Piroscafo nel Mediterraneo per l'America (il "Sicilia", 26 giorni impiegati); Prima nave ad elica ("Monarca") in Italia varata a Castellammare; Prima città d'Italia per numero di Tipografie (113 solo a Napoli); Primo Stato Italiano in Europa, per produzione di Guanti (700.000 dozzine di paia ogni anno); Primo Premio Internazionale per la Produzione di Pasta (Mostra Industriale di Parigi); Primo Premio Internazionale per la Lavorazione di Coralli (Mostra Industriale di Parigi);
GIURISPRUDENZA – ORGANIZZAZIONE MILITARE: Promulgazione del primo Codice Marittimo italiano; Primo codice militare; Istituzione della motivazione delle sentenze (G. Filangieri, 1774); Istituzione dei Collegi Militari (Nunziatella); Corpo dei Pompieri. Prima applicazione dei principi della Scuola Positiva Penale per il recupero dei malviventi;
SOCIETÀ, SCIENZA E CULTURA: Prima assegnazione di "Case Popolari" in Italia (San Leucio presso Caserta); Primo Cimitero italiano per poveri (il "Cimitero delle 366 fosse", nei pressi di Poggioreale); Primo Piano Regolatore in Italia, per la Città di Napoli; Cattedra di Psichiatria; Cattedra di Ostetricia e osservazioni chirurgiche; Gabinetto di Fisica del Re; Osservatorio sismologico vesuviano (primo nel mondo), con annessa stazione metereologica; Officina dei Papiri di Ercolano; La più alta percentuale di medici per abitante in Italia; Più basso tasso di mortalità infantile in Italia; Prime agenzie turistiche italiane; Scavi archeologici di Pompei ed Ercolano; Prima cattedra di Astronomia; Accademia di Architettura. una delle prime e più prestigiose in Europa; Primo intervento in Italia di Profilassi Anti-tubercolare; Primo istituzione di assistenza sanitaria gratuita (San Leucio); Prime agenzie turistiche italiane; Scavi archeologici di Pompei ed Ercolano; Primo Atlante Marittimo nel mondo (G. Antonio Rizzi Zannoni, "Atlante Marittimo delle Due Sicilie"); Primo Museo Mineralogico del mondo; Primo "Orto Botanico" in Italia a Napoli; Primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte; Primo Centro Sismologico in Italia presso il Vesuvio; Primo Periodico Psichiatrico italiano pubblicato presso il Reale Morotrofio di Aversa da Biagio Miraglio; Primo tra gli Stati Italiani per numero di Orfanatrofi, Ospizi, Collegi, Conservatori e strutture di Assistenza; Primo istituto italiano per sordomuti; Prima Scuola di Ballo in Italia, annessa al San Carlo; Prima Città d'Italia per numero di Teatri (Napoli); Prima Città d'Italia per numero di Conservatori Musicali (Napoli); Prima Città d'Italia per numero di pubblicazioni di Giornali e Riviste (Napoli); Scuola pittorica di Posillipo (da cui uscì, fra gli altri, G. Gigante); Le celeberrime fabbriche di ceramica e porcellana, fra cui quella di Capodimonte; Teatro S. Carlo (il primo nel mondo), ricostruito dopo un incendio in soli 270 giorni; Scuola musicale napoletana (Paisiello, Cimarosa, Scarlatti); Successo mondiale (e tutt’oggi valido) della canzone napoletana; I palazzi reali.
Questi sono solo i “primati”, non certo tutte le attività avviate nel Regno e i progressi raggiunti in ogni campo, che abbiamo per altro già delineato in tutte le voci precedenti basti pensare, come già visto, alla scuola di arazzeria). Riteniamo superfluo, per concludere, fare polemiche. Ci basta sottolineare tre verità storiche tanto ovvie quanto inoppugnabili: alla luce di tutto quanto descritto, 1) si può ancora continuare a credere alla “vulgata” risorgimentale che presenta il Regno borbonico come il più regredito e odiato d’Italia? 2) Come si può spiegare il fatto che prima del 1861 non esisteva praticamente il fenomeno dell’emigrazione, e che dopo tale data sono emigrati quasi 20.000.000 di disperati? 3) Tutto questo costituisce una spiegazione al tragico quanto eroico fenomeno della rivolta filoborbonica del 1860-1865? Appare evidente, oggi come non mai, la necessità di ripresentare agli italiani la loro storia secondo criteri di maggiore imparzialità. Non per spirito di sterile polemica, ma ad onore e servizio della verità storica. A servizio della memoria della identità culturale e civile di tutti gli italiani.
Fonte: http://www.carlodiborbone.com/ita/archiviostorico/primati.htm
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Post n°124 pubblicato il 08 Febbraio 2012 da lecittadelsud
Sarà forse una questione genetica ma i figli di questi ministri incartapecoriti, che da una settimana somministrano al Paese dosi mai viste di delirio senile, sono tutti ma proprio tutti dei grandi fenomeni della natura, una sfida alle leggi della statistica. Oh nemmeno uno “sfigato” ma tutti autentici geni con uno o più posti fissi e con compensi che i comuni mortali possono solo sognare. O forse no. Forse sono solo i figli di una classe dirigente che predica bene e razzola malissimo. Forse sono soltanto la punta dell’iceberg di un sistema malato, fondato sul nepotismo e sulla clientela e ostile al merito. E tuttavia, le sparate di Monti, Fornero e Cancellieri, ci offrono una grande opportunità, ossia quella di aprire nel Paese una grande discussione sul tema della mobilità sociale. Dobbiamo interrogarci su come sia possibile offrire a tutti (al figlio di Monti come a quello dell’operaio) le stesse condizioni di partenza e le stesse opportunità così come recita l’articolo 3 della Costituzione che qui ricordiamo: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Ecco a voi i ritratti di questi fenomeni della natura e, come si suol dire, Una coincidenza è una coincidenza due coincidenze sono un indizio tre coincidenze sono una prova: GIOVANNI MONTI (figlio di Mario) 39 anni. A poco più di 20 anni è già associato per gli investimenti bancari per la Goldman Sachs, la più potente banca d’affari americana, la stessa in cui il padre Mario ricopre il ruolo apicale di International Advisor. A 25 anni è già consulente di direzione da Bain & company, dove rimane fino al 2001. Dal 2004 al 2009, vale a dire fino al suo approdo alla Parmalat, Giovanni Monti ha lavorato prima a Citigroup e poi a Morgan & Stanley: a Citigroup è stato responsabile di acquisizioni e disinvestimenti per alcune divisioni del gruppo, mentre alla Morgan si è occupato in particolare di transazioni economico-finanziarie sui mercati di Europa, Medio Oriente e Africa, alle dipendenze dirette degli uffici centrali di New York. SILVIA DEAGLIO (figlia di Elsa Fornero) 37 anni. A soli 24 anni, mentre già svolgeva un dottorato in Italia, ottiene un incarico presso il prestigioso Beth Israel Deaconess Medical Center di Harvard, il prestigioso college di Boston. La figlia del ministro inizia ad insegnare medicina a soli 30 anni. Diventa associata all’università di Torino a 37 anni con sei anni di anticipo rispetto alla media di accesso in questo ruolo. Il concorso lo vince a Chieti, nel 2010, nella facoltà di Psicologia, prima di essere chiamata a Torino, l’università dove insegnano mamma e papà, nell’ottobre 2011. alla professoressa Deaglio ha certamente giovato nella valutazione comparativa il ruolo di capo unità di ricerca all’Hugef, ottenuto nel settembre 2010 quando era ancora al gradino più basso della carriera accademica, e a ridosso dell’ultima riunione della commissione di esame che l’ha nominata docente di seconda fascia. Come detto, l’Hugef è finanziato dalla Compagnia di San Paolo, all’epoca vicepresieduta da mamma Elsa Fornero. PIERGIORGIO PELUSO (figlio di Annamaria Cancellieri) Appena laureato viene catapultato subito all’Arthur Andersen. Un fenomeno della natura. Da lì balza a Mediobanca. Passa poi per diversi enti e dirigenze bancarie tra cui Aeroporti di Roma (consigliere d’amministrazione), Gemina (consigliere) Capitalia, Credit Suisse First Boston e Unicredit per finire, poco tempo fa, alla Fondiaria Sai dove ricopre il ruolo di direttore generale con compenso da 500mila euro all’anno. MICHEL MARTONE (figlio di Antonio) Figlio di Antonio Martone, avvocato generale in Cassazione, amico di Previti e Dell’Utri e Brunetta, già nominato da Brunetta presidente dell’authority degli scioperi, ruolo da cui si è dimesso dopo essere stato coinvolto come testimone nell’inchiesta P3. Il superaccomandato Michel Martone ha una carriera universitaria molto rapida: a 23 anni ha un dottorato all’università di Modena. A 26 anni diventa ricercatore di ruolo all’università di Teramo. A 27 anni diventa professore associato. Al concorso, tenutosi tra gennaio e luglio 2003, giunse al secondo posto su due candidati, in seguito al ritiro di altri 6. Presentò due monografie, una delle quali in edizione provvisoria (ossia non ammissibile); ottenne 4 voti positivi su 5, con il parere negativo di Franco Liso, contro i cinque voti positivi ricevuti dall’altra candidata, 52enne con due lauree e 40 pubblicazioni. Tuttavia fu Martone ad ottenere il posto da ordinario. A 37 anni diventa viceministro del governo Monti. MassimoMalerba Fonti: Wikipedia, Linkedin, governo.it, gemina,it, Gazzetta di Parma, eco di Torino |
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Ci risiamo. Ogni qual volta il Sud alza la testa per protestare contro le iniquità e la corruzione dello stato italiano, diventiamo tutti mafiosi e camorristi. E’ successo a Terzigno dove ci si ammala di tumori e succede ora in Sicilia dove la crisi è talmente profonda che un giovane su due e disoccupato e dove si fa fatica a mettere il piatto in tavola. Insomma noi gente del Sud non abbiamo nessun diritto, neanche quello di protestare: dobbiamo “chinare” il capo e basta. Dobbiamo subire le ingiustizie delo stato italiano, la prepotenza della criminalità organizzata e l’arroganza della nostra classe politica senza battere ciglio, perchè è cosi che ci vogliono da 150 anni. Noi siamo la pecora nera, quelli che non hanno voglia di lavorare e si lamentano sempre, siamo quelli che proteggono i mafiosi, gli “Affricani”, o come ci appellano più recentemente i “topi da derattizzare”. Perdendo la sovranità di popolo libero e indipendente da quel maldetto 17 marzo del 1861, abbiamo perso ogni diritto per diventare cittadini di serie B di uno stato che per stessa ammisione di Gramsci “è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l´Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”. Eppure in tutti questi anni di unità, nonostante le violenze ed i soprusi subiti, abbiamo sempre stretto la cinghia ed aiutato l’intero paese a crescere, altro che zavorra o palla al piede. Siamo stati costretti ad abbandonare la nostra terra e servire uno stato per noi straniero, il Piemonte, che ci ha sempre considerato una terra di conquista da sfruttare. E nonostante le violenze fisiche e psicologiche subite abbiamo contribuito con il nostro sangue e il nostro sudore a rendere grande questo paese. Ma è bene dirlo, lo abbiamo fatto a caro prezzo. Dopo la farsa dell’annessione, questa era la situazione del meridione ben descritta da Francesco Proto Carafa, Duca di Maddaloni: “Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’ uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati del Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio dei napoletani. A facchin della dogana, a camerieri a birri, vengono uomini del Piemonte. Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala". E molti anni dopo Luigi Einaudi ammise che l’unità d’Italia fù a solo vantaggio del nord: “Si è vero, noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale”. Ma nonostante questo, nonostante i nostri martiri dimenticati e infangati con i marchio di “briganti”, nonostante la fame e le umiliazioni subite, siamo andati avanti con dignità e nell’interesse di tutto il paese. Sempre chinando il capo. Allora è poco corretto definire “mafiosa” la gente del sud che, giustamente protesta; certo oggi non potrebbero più definirci “briganti” proprio come furono definiti coloro che combattevano per la libertà dall’oppressore piemontese. Tutto ciò è strumentale e inaccettabile e forse qualcuno farebbe bene a ricordare che la mafia è un prodotto dell’unità nazionale e che essa, come disse Rocco Chinnici, “...... come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita....”. Qualcuno farebbe bene a ricordare che da sempre lo stato italiano si è servito di mafia e camorra per impedire al sud di intraprendere e di alzare la testa. O ricordare le parole di Napoleone Coljanni che considerava lo stato "il re della mafia". Allora, prima di giudicare in maniera superficiale o strumentale il popolo meridionale, andrebbero capite le ragioni della sua protesta, inquadrandole in un contesto che non puo essere solo quello attuale, ma che parte dall’unità d’Italia, cioè dal momento in cui come disse Giustino Fortunanto, comincia “la nostra rovina economica” perchè “lo stato italiano profonde(va) i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali”. Cosi come va capito, chi per rabbia (e non per cinica demagogia) brucia la bandiera italiana nella quale non si riconosce piu’. E se al Sud aumentano episodi del genere andrebbe capito il motivo profondo e non scegliere la strada piu semplicistica di accomunare taluni gesti con quelli della Lega Nord, che poco hanno a che vedere con le vere tragedie sociali che colpiscono il Mezzogiorno d’Italia dal 1861. Quello che oggi il popolo meridionale chiede non è, al contrario della Lega Nord, la secessione e questo è bene chiarirlo. Ciò che chiede e che le differenze tra Nord e Sud, create dallo stato italiano, si possano finalmente azzerare e che il Sud torni ad avere una speranza di futuro per i suoi giovani, perchè finalmente dopo 150 anni non siano piu’ costretti ad abbandonare la loro terra. Ciò che il Sud chiede è avere pari opportunità di crescita, cosi come la stessa qualità di vita e dei servizi di un cittadino del nord, dal momento che le tasse sono pagate al Sud come al Nord. Ciò che il Sud chiede è una nuova classe politica meridionale che sappia difendere le istanze della propria gente senza dover piu ricorrere all’usanza mafiosa del “voto di scambio” ma facendo semplicemente valere ciò che ci spetta come un diritto e non come un favore. Ciò che il Sud chiede e dare degna sepoltura ai martiri meridionali trucidati da quella sporca guerra contro il brigantaggio che, come scrisse Indro Montanelli “costò più morti di tutti quelli del Risorgimento........il falso del Risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola". Quello che il popolo meridionale vuole è semplicemente tornare ad essere quell’ eden verso il quale, per stessa ammissione del Console svizzero Claude Duvoisin, “tanti svizzeri, che vi emigrarono agli inizi dell’800, furono spinti per ragioni economiche, oltre che dalla bellezza dei luoghi e della qualità della vita”. Quello di cui il popolo meridionale ha bisogno è di una vera rivoluzione, la “Rivoluzione Meridionale”, auspicata quasi un secolo fa da Guido Dorso, profeta inascoltato, che possa finalmente farlo uscire da un ritardo, che secondo il politologo statunitense Robert Putnam, è dovuto anche al fatto che fino a ieri “l’interesse per la politica non (era) dettato dall’impegno civico, ma per obbedienza verso altri o per affarismo”, dove la “corruzione viene considerata una regola dai politici stessi....(e) i principi democratici ..... guardati con cinismo”. Ma questa assenza di “comunità civica”, prosegue Putnam e stata voluta dallo stato italiano che ha da sempre soffocato, attraverso l’assistenzialismo, ogni tentativo di elaborare un cosciente pensiero politico autonomo, abituando il popolo meridionale a chinare il capo al potere e disabituandolo al lavoro. Ma per fortuna il Sud stà, finalmente, elaborando una nuova coscienza politica e civica, e non è piu’ disposto a differenza del passato a “chinare la testa”. Oggi al Sud si respira sempre piu’ aria di rivoluzione, aria di libertà, di voglia di riscatto e di cambiamento. Il popolo del Sud, per usare una citazione di Guido Dorso, non vuole piu’ la carità, ma giustizia; non chiede piu’aiuto, ma libertà. Il popolo del sud che si ribella non è mafioso! |
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Slitta al 31 dicembre 2012 il termine entro cui vengono riassegnate le funzioni delle province. Mentre viene fissata una dead line (31 marzo 2013), entro cui giunte e consigli in carica delle province decadono incostituzionalmente. Già perchè si è deciso di abolire le provincie con un semplice decreto in barba all'articolo 114 della Costituzione che stabilisce che la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato e che gli Enti locali sono autonomi secondo i principi fissati dalla Costituzione. Ci hanno fatto credere che l'abolizione delle province avrebbe come obiettivo quello di ridurre il debito pubblico, ma nessuno ha mai fatto un analisi costi/benefici e nessuno ha mai denunciato che questa assurda farsa finirà per aumentare i costi dello Stato in quanto le Regioni, alle quali inevitabilmente dovrebbe essere affidato parte del compito delle province, non sono affatto istituzioni virtuose, anzi, esse costituiscono una sanguisuga vera e propria per le nostre già precarie risorse, oltre ad essre lontane dai cittadini ed offrire humus per corruzione. E ciò a prescindere dal fallimento dell’iniquo e pericoloso federalismo leghista. L' istituzione "Regione", non dimentichiamolo, è stata partorita negli anni 70, quindi tanto tempo dopo le province e dopo secoli dei comuni, e l' unico merito che hanno avuto è stato quello della creazione di una nuova "Casta" di clientele, ha preso i fondi destinati alle province ad ai comuni e non già per una gestione virtuosa ma per affari di affaristi collusi con la Politica. In tutti questi anni le regioni hanno saputo procurare solo disservizi amministrativi pagati a caro prezzo dai contribuenti-cittadini bisognosi di buona sanità, di aria salubre, di cura e tutela dell'ambiente e di sviluppo socio- economico. E’ processualmente accertato che i buchi scandalosi delle regioni, determinati da fatturazioni false, consulenze inutili, sprechi, priviliegi, stipendi e pensioni d’oro e tangenti imponenti, sono oggi la norma in un sistema di cui profittano partiti di tutti e due gli schieramenti e che indirizza immense quantità di danaro nelle tasche dei politici e dei partiti. Le regioni, comprese quelle a statuto speciale, si sono rivelate inutili e dannose, carrozzoni clientelari alla cui guida spesso si sono succeduti personaggi di non proprio brillante caratura personale e politica, spesso strumentali a logiche di potere perverso, della corruzione e della malversazione. Esse non sono altro che una duplicazione inefficiente e burocratizzata dello stato centrale, lontane anni luce dai cittadini che peraltro, come avviene con lo stato centrale, hanno tempi di risposta lunghissimi e producono corruzione e ingiustizie territoriali con differenze di trattamento. Le Regioni, che sono venti, oggi costano all'anno più di una guerra, esattamente 328,279.262.743 di euro (dato Istat 2009), mentre le Province, che sono 110, costano solo 14.110.342.636 di euro, per cui se si vuole ripianare l'enorme debito pubblico è evidente che questo può venire solo dall’eliminazione di quel pozzo senza fondo che sono le regioni, i veri enti da eliminare. Al contrario delle regioni le provincie, che nascono già prima dell’unità d’Italia, proprio perchè insistono su un area ben delimitata hanno sempre svolto un forte ruolo di collante e di difesa del proprio territorio e dei propri cittadini, spesso in contrasto proprio con le scelte delle regioni che penalizzano delle aree a vantaggio di altre. Le province, quindi, sono storicamente e territorialmente più vicine ai cittadini in tutti i sensi, e hammo sempre rappresentato le vere esigenze di chi vive la provincia. Se proprio si vogliono abolire le province, allora, su un tema cosi importante che impatta direttamente sulla vita delle comunità, la parola dovrebbe essere data ai cittadini attraverso un referendum in cui si chieda se si vuole mantenere le province o le regioni. Nessun governo può proporre un provvedimento così gravido di conseguenze territoriali, sociali, economiche, politiche e storiche. L'abrogazione delle Province, oltre a cancellare in tanti casi oltre mille anni di storia, getterà nel caos i territori, per la storica incapacità delle Regioni ad occuparsi di questioni strutturali, infrastrutturali e della tutela del territorio. Infine va detto che l’eventuale abolizione delle Province comporterebbe l’aumento immediato del 16-20% della spesa pubblica e lo studio del CERTeT della Bocconi “Una proposta per il riassetto delle Province”, redatto dal dott. Roberto Zucchetti, indica chiaramente come il costo della rappresentanza istituzionale incida marginalmente nei bilanci provinciali con una media nazionale dell’1,4% del bilancio totale, cioè poco più di un caffè per ogni cittadino. Viceversa i costi del trasferimento di competenze a Comuni e Regioni sarebbero elevatissimi più del 16-20% per non parlare dei disservizi immediati per i cittadini. E’ lampante dunque che questa non è la strada da percorrere, e probabilmente va ripensato totalmente il federalismo mantenendo le provincie e pensando piuttosto alla creazione di 3 o 4 macro-regioni autonome con proprio parlamento ed in linea con le previsioni strategiche della comunità europea. |
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Post n°121 pubblicato il 06 Dicembre 2011 da lecittadelsud
La Lega Nord da quando è nata non ha fatto altro che sbraitare la sua secessione dallo stato italiano rappresentando, di fatto, un pericolo serio di sovvertimento dell’ordine costituzionale, secondo cui la Repubblica è “una e indivisibile” (art. 5) e dove "tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi"(art. 54). |
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Si vede abbastanza dal rapido progetto dianzi esposto cosa sia divenuto in due anni il reame delle due Sicilie sotto il governo invasore. I partiti si agitano, e sconvolgono il paese; la discordia divide tutti gli animi; gli uni scavalcano gli altri per montare al potere e scorticare i popoli, che nutrono odio irreconciliabile contro i piemontesi; l'amministrazione interna è un caos; le finanze sono esauste, è sopraccaricate da ingente debito pubblico, che ne obbliga contrarre altro smisuratissimo; le tasse decuplicate; rincarito oltremodo il prezzo de viveri; resa impossibile l'agricoltura e la pastorizia nelle più fertili provincie; sterilito e ridotto a nulla il commerciò; sostituito il capriccio delle soldatesche al giudizio de' Magistrati, ed al reggimento delle leggi; arresti arbitrarii d innocenti a migliaia; incendii, e devastazioni di città e borgate; fucilazioni innumerevoli senza processi, senza giudizio contro individui non di altro rei, per la maggior parte, se non di aver voluto difendere i loro focolari, la loro religione, la patria autonomia dinastica; ed in tanta confusione si fa anche correre la voce dell'abdicazione del re Vittorio Emmanuele. Al quale, mentre nel 1860 facevasi dire di aver intesi i gridi di dolore dell'Italia, ora che le esorbitanze e gli eccessi di coloro che governano nelle provincie meridionali in suo nome formano l'onta della umanità, e dell'onore delle nazioni, si rende, così ottuso l'udito, da fargli scrivere da Napoli a' 3 maggio in una lettera all'Imperatore de' francesi, queste parole cotanto in contraddizione co' fatti flagranti: «L'ordine, che regna in queste provincie meridionali e le fervide dimostrazioni di affetto, che ricevo da tutte le parti rispondono vittoriosamente alle calunnie de nostri nemici, e convinceranno, spero, l'Europa, che la idea della Unità riposa su solide basi e si trova profondamente impressa nel cuore di tutti gl'italiani». Ma come antitesi di codeste assertive il deputato napoletano Petruccelli nella tornata parlamentare de' 28 novembre affermava: «La unità italiana è minacciata a Roma, è minacciata a Napoli; ed io son certo, che se il presidente del consiglio avesse presentati tutti i rapporti della vigilante Autorità di Napoli, l'Europa rimarrebbe scandalizzata da' tentativi fatti dal partito Murattiano. Ma l'Imperatore Napoleone dovrebbe sapere, che se i napoletani avessero a scegliere tra un Borbone, ed un Bonaparte, non esiterebbero a scegliere un Borbone!» Ed è nello stesso ordine naturale degli avvenimenti, che le popolazioni del reame nutrano inestinguibile e perenne il sentimento per l'autonomia dinastica; e che le loro tendenze, a costo di tanti sagrifizii sieno convergenti a tale supremo scopo. Le masse, che non veggono migliorate, ed invece semprepiù pervertite le loro condizioni di benessere materiale, divengono oramai intolleranti del presente, e desiderano un passato che loro ricorda le più prosperanti condizioni della civile esistenza, di un pacifico, mite, e paterno ordinamento, e elle ora alimenta le loro speranze di restaurazione. Il merito, e lo stesso patriottismo il più disinteressato, feriti dalla ingratitudine, dal disprezzo, e da' più oppressivi atti del governo, rifiutano l'opera loro al paese; d'onde le frequenti domande di dimissione al posto di deputato e la continuata assenza di altri dal parlamento. I proprietarii, che non veggono garentite le loro proprietà imprecano, e maledicono gl'invasori subalpini, e rimpiangono uniformemente l'antico governo, il quale, secondo la espressiva confessione del deputato napoletano Nicotera nella tornata de' 15 dicembre, 230 aveva il gran merito di far tutelare le vite, e le sostanze de' cittadini: e, secondo l'altro deputato Ricciardi nella stessa tornata, «era così scrupolosamente osservante delle leggi, e della giustizia, che comunque vincitore dopo il 15 maggio 1848, non faceva arti restare niuno di que deputati, che apertamente ribelli, ed acerrimi nemici del Sovrano, ne aveano attentato alla Suprema Autorità». I commercianti, che veggono i loro fondi in ristagno, si rivoltano contro lo attuale stato di cose, e rammentano i vantaggiosi cambii marittimi, la sicurezza de' pubblici cammini, il corso della rendita pubblica alla elevata cifra del 120; beni tutti, che si godevano sotto la Dinastia Borbonica. Gl'impiegati civili; l'Esercito; la magistratura dell'antico indipendente reame delle Due Sicilie, dopo essere stati così iniquamente maltrattati, quale attaccamento possono nutrire pei governanti piemontesi? I quali trovano quivi in ogni individuo un avversario, ed in ogni classe una sorgente di odio contro di loro, ed una reminiscenza affettuosa per gli antichi suoi sovrani; la quale è tenuta in freno da 120 mila bajonette, dalla fazione armata de' fautori del Piemonte, dalle rigurgitanti prigioni, e dalle sovrabbondanti fucilazioni. Egli era in vista di queste manifestazioni, e delle altre officiali, ed autentiche fatte da molti deputati, già accennate nel corso di questo lavoro, che uno de' popolari giornali di Napoli stampava la seguente apostrofe: «Vengano ora i diarii officiosi a smentire gl'incendii de' villaggi, le carnificine dei contadi, lo spoglio, il saccheggio de' casali, e de' sobborghi (c del napoletano! Vittime di Pontelandolfo, di Casalduni, innocenti periti tra le fiamme di 28 paesi; madri vaganti pe' boschi in cerca de' figli periti tra gli orrori della più cruda morte, voi siete oramai ben vendicate; e vendicate per opera de' medesimi vostri nemici». Vi è pure chi dice essere inevitabili i dissesti, e le perturbazioni in ogni mutamento politico, ancorché buono, e non doversi perciò meravigliare pe' disordini nel napoletano, che col tempo saranno sedati. Ma quivi i fatti hanno dimostrata esservi grande differenza tra que' sconci, che accompagnano le mutazioni politiche anche migliori (ed una di queste fu quando Carlo III elevò a florido e ben governato reame le due Sicilie un tempo misere provincie di lontano dominatore); e que' disordini, che nascono dacché si opera contro la natura, le tendenze, il sentimento delle popolazioni, (come ha ora agito il Piemonte soggiogando, e riducendo a Provincie infelici un regno prospero, e indipendente): i primi sconci sono parziali e col volgere del tempo cessano del tutto; i secondi per l'opposto sono generali, ingagliardiscono col tempo, e più si va innanzi, più cresce la confusione, e l'orrore. Di questo incontrastabile sillogismo fortificano il loro ragionare autorevoli scrittori napoletani che nel corso del 1862 hanno pubblicato opere convincenti su la necessità della restaurazione autonomica nelle travagliate province meridionali. Essi han dimostrato, che «avendo forzosamente imposto il principio della unificazione i governanti subalpini sono stati necessitati a straripare da ogni linea di, condotta assennata, ed equabile; ad essere poco scrupolosi in su i mezzi purché il fine si raggiungesse: divenne per essi una necessità, violare lo statuto, tradire il plebiscito, battere francamente la via della rivoluzione anarchica, annullando ordinamenti che prosperavano da secoli, sperimentati e vigorosi; abbattendo senza distinzione quello che poteva e doveva conservarsi; distruggendo parimenti il buono ed il mediocre; e per conseguente contraddicendo alla storia, alla natura, alla vita del popolo delle due Sicilie, nel quale non può estinguersi il sentimento della sua autonomia. Ed è singolare, che mentre il Cavour dichiarava in parlamento chiusa l'epoca delle rivolture, la sua azione governativa era tanto rivoluzionaria, quanto più si può immaginare, se rivoluzione vuol dire rovina totale degli ordini antichi, sforzo di edificare tutto da nuovo. I Montagnards della Convenzione Nazionale avevano appena osato altrettanto.» A suggello delle esposte cose soccorrono le teoriche di un antico politico italiano, la cui autorità è spesso invocata da' moderni riformatori travolgendola secondo i loro gusti. Egli raccomanda come regola di prudente condotta politica di serbare ad ogni stato italiano il proprio ordinamento «impossibile essendo riunirli in uno Stato solo, perché gli uomini sono tenaci delle consuetudini; né per lunghezza di tempo, né per beneficii possono mai scordarsi de' loro modi antichi». Che questi sieno i sentimenti innati dell'universale nel reame, se ne hanno argomenti incontrastabili ne' quotidiani avvenimenti. La pompa funebre, con cui il clero, e il popolo di Napoli accompagna nella gran via Toledo in uno de' giorni di dicembre il feretro dello arcivescovo Naselli della principesca stirpe siciliana de' Signori di Aragona, antico Cappellano maggiore del re Francesco II è riguardata generalmente come uno splendido trionfo de' legittimisti. Il Diritto di Torino n.357 se ne mostra irritato, e per l'organo del suo corrispondente napoletano si duole «per essersi fatta impunemente questa dimostrazione, che un anno dietro né pure sarebbesi potuta tentare: insomma, senza tema di esagerare, si può dire, che nelle due Sicilie l'elemento separatista va innanzi, molto innanzi, ed è audace, beffardo, provocatore...». Se facesse il computo di quelli, che ivi sostengono le così dette reazioni, che le approvano, e né desiderano il buon riuscimento, si troverebbe esserne cosi sterminato il numero da sorgerne spontanea nel pensiero questa conseguenza, che, se, cioè, vi ha in quelle provincie unanimità di suffragio essa sta appunto nel voto di essere liberati dal giogo subalpino, Macchiavelli, in varii luoghi de Discorsi, e del Principe, e di esser lasciati vivere in pace, nella propria patria, e con la loro legittima autonomia. Ad onta de' rigori fiscali il giornalismo napoletano ha accennato in varii rincontri «che nelle provincie, ove più ferve la reazione non si possono dimenticare i beneficii loro impartiti dalla Dinastia passata; ed esservi spesso occasione di vedere, non solo nelle classi agiate, ma anche nel minuto popolo, chi conserva come reliquia affettuosa una moneta con la effigie del re Francesco II, e mostrarla con tenerezza. Ed è come un talismano per la propria salvezza, che i viandanti di ogni condizione, e finanche gli ecclesiastici, recano una di tali monete nelle loro tasche per esibirle alle bande de' così detti briganti su' pubblici sentieri». Non ignora che ad attenuare la forza di questi fatti, e di queste reazioni, vi è chi parla della influenza degli esuli in Roma; ma la calunniosa assertiva rimane smentita dalla stessa natura dette cose; e dalla considerazione, che i movimenti reazionarii, disgregati fra loro, sono sforniti di direzione e d'impulso, mancanti di unità e d'indirizzo; e sopratutto di unico Capo eminente, risoluto, esperto; ciò per altro ne aumenta il merito, sia per la spontaneità; sia per la scarsezza dei mezzi con che si resiste ad un poderoso esercito di oltre 220 mila uomini, ed a misure governative di una ferocia elle non trova riscontro nella storia. Ma codesta agitazione reazionaria si rende quasi invincibile, perché mette appunto radice nello inestinguibile sentimento popolare per l'autonomia.
(Tratto da : Colpo d'occhio su le condizioni del reame delle due sicilie nel corso dell'anno 1862, di Francesco Durelli) |
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Il 10 gennaio 1859, Vittorio Emanuele II si rivolse al parlamento sardo con la celebre frase del «grido di dolore» che cosi recitava: “Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d'Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi! “ Ma oggi sappiamo che quel grido di dolore non esisteva ma fu’, come riporta il deputato Giuseppe Massari che partecipò alla stesura di quel discorso, suggerito da Napoleone III che, insieme a Cavour ed in seguito agli accordi Plombières, cercarono disperatamente un pretesto «non rivoluzionario» per muovere guerra all'Austria sul suolo italiano. In particolare in base a tali accordi il Regno di Sardegna, la Pianura padana fino al fiume Isonzo e la Romagna pontificia avrebbero costituito il Regno dell’Alta Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele, il resto dello Stato Pontificio, eccetto Roma e i suoi dintorni, con il Granducato di Toscana avrebbe formato il Regno dell’Italia centrale, Roma, assieme ai territori immediatamente circostanti, sarebbe rimasta al papa ed, infine, il Regno delle Due Sicilie sarebbe rimasto sotto la guida del sovrano dell’epoca, Ferdinando II. Questi quattro Stati italiani avrebbero formato una confederazione, sul modello della Confederazione germanica, della quale si sarebbe data la presidenza onoraria al papa. Se le cose fossero andete cosi, oggi non staremmo qui a parlare di “questione meridionale” e forse la confederazione Italiana (o Italica), nonostante la crisi, svolgerebbe un ruolo economico di primissimo piano e godrebbe di maggior rispetto a livello internazionale. E invece è successo che il Piemonte non si accontentava solo della fetta del Nord, ma voleva tutta la torta. E cosi si mise in atto una campagna prima denigratoria verso il regno delle Due Sicilie per screditare la monarchia Borbonica e giustificare l’intervento militare dei piemontesi, poi militare con l’instaurazione dello “stato d”assedio” e la violenta repressione che duro’ fino al 1870. E questa volta “le grida di dolore” dovevano provenire dalle popolazioni meridionali, le quali sebbene fossero già liberate da tempo dallo straniero, avessero una loro patria indipendente ed una economia industriale che muoveva i primi passi, non conoscessero fenomeni come la disoccupazione o l’emigrazione, “dovevano” essere aiutate dal magnanimo re galantuomo Vittorio Emanuele II e dal filantropo e missionario Cavour. Fu solo dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie e il successivo stato d’assedio necessario, come detto, per reprimere la reazione del popolo duosiciliano all’invasione dei piemontesi, che le condizione della “bassa Italia” cominciarono a peggiorare irrimediabilmente. Fu distrutta l’economia, tolte le terre ai contadini e consegnati i territori al controllo delle mafie dei baroni siciliani e della camorra napoletana. In sostanza l’unità d’Italia è stata per il Sud, come ha scritto Gramsci nel 1920, “una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti”. Già, perchè i meridionali, da un giorno all’altro, da sudditi del Regno delle Due Sicilie diventarono tutti briganti, e alla storia non importa se fossero, in gran parte, partigiani che per lottavano per difendere la loro terra da un invasore straniero che disprezzava il popolo meridionale e a cui negava ogni diritto oltre che la dignità di uomini. Fu quindi dopo l’unità d’Italia che cominciarono a levarsi le “vere” grida di dolore dalle province meridionali e questa volta non solo non furono ascoltate ma si usò contro di essa la violenza, le deportazioni, gli eccidi di massa, gli stupri, le condanne a morte senza processo. E questi crimini furono commessi dai “fratelli” italiani del Nord che venivano al Sud a liberare i loro sfortunati fratelli terroni dallo straniero oppressore, o come diremmo oggi vennero ad esportare democrazia. Ma per fortuna tutte queste cose ritornano pian piano alla luce e si scopre cosi che il mezzoggirono non era questa area arretrata ma aveva un prodotto interno lordo che si equivaleva (se non addirittura superiore) a quello degli altri stati preunitari. Questi dati sono stati pubblicati da due ricercatori del CNR, Malanima e Daniele, che hanno ricostruito il prodotto delle regioni italiane dal 1891 al 2004 ed un stima del prodotto del Nord e del Sud dal 1861 fino ad oggi. La loro ricerca e quelle recenti sulla crescita ineguale dell’Italia inducono a ritenere che divari rilevanti fra regioni, in termini di prodotto pro-capite, non esistessero prima dell’Unità; che essi si siano manifestati sin dall’avvio della modernizzazione economica (più o meno fra il 1880 e la Grande Guerra); che si siano approfonditi nel ventennio fascista; che si siano poi ridotti considerevolmente nei due decenni fra il 1953 e il 1973; che si siano aggravati di nuovo in seguito alla riduzione dei tassi di sviluppo dell’economia dai primi anni ’70 in poi. Alla data dell’Unità, quindi, non esistevano differenze tra le due aree del paese. Per i vent’anni successivi all’Unità l’entità del divario tra Nord e Sud rimane trascurabile: assai probabilmente non superò i 5 punti percentuali. Nel 1891, la differenza tra il Pil pro capite meridionale e quella del resto del paese è di 7 punti percentuali. Nel ventennio fascista, il divario Nord-Sud aumenta sensibilmente, passando da 26 a 44 punti percentuali. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il divario tra Nord e Sud è massimo. Un recupero si osserva a partire dalla fine degli anni Cinquanta. In quegli anni, in cui l’Italia compie il processo di “catching- up” nei confronti delle economie più avanzate, si compie una fase di convergenza tra le due aree del Paese. Il tasso di crescita medio annuo del Mezzogiorno è allora del 5,8 per cento annuo, mentre quello del Nord è del 4,3. Il divario tra le due aree si riduce sensibilmente e, nel 1973, il Pil pro capite meridionale raggiunge il 66 per cento di quello del Nord. Dopo il primo shock petrolifero la crescita italiana, però, rallenta sensibilmente e il Mezzogiorno sembra accusare più del Centro-Nord il rallentamento della crescita. Il divario si riapre di nuovo, in un processo di divergenza che si protrae ininterrotto fino ai giorni nostri. L’Italia è quindi la somma di due nazioni diverse per cultura, per economia, per occupazione, per prodotto interno lordo, e con una sistema politico che non è piu’ in grado di rimettere in pari Nord e Sud, cosi come, per esempio, ha fatto la Germania tra Est ed Ovest ed in soli 10 anni, investendo somme da capogiro e facendo pagare la ricostruzione ai tedeschi dell’Ovest. Immaginate se dovessimo chiedere ai “fratelli padani” di pagare piu tasse per rimettere in pari il Sud quale potrebbe essere la loro reazione. Eppure il Sud (sfatiamo questo altro luogo comune) ha avuto dallo stato aiuti percentualmente sempre minori rispetto a quanto investito al Nord. A partire dalla parole del primo governatore della Banca d’Italia, Carlo Bombrini, che voleva un Sud non piu’ in gradi di intraprendere (perchè tanto odio verso di noi?), si è avuta una progressiva riduzione sia dei capitali investiti che degli investimenti pubblici Dopo la seconda guerra mondiale, il Piano Marshall, sebbene il Sud avesse subito piu’ danni di guerra, andò completamente a sostegno delle fabbriche del Nord. Successivamente il piano della Cassa per il Mezzoggiorno si è rilevato fallimentare perchè quel poco che è stato investito (solo lo 0,3 % del PIL nazionale), e per lo piu’ senza controllo e senza un piano strategico, in molti casi è ritornato al al Nord attraverso “strani” cambi di sede legale delle aziende tosco-padane. E si continuerà fino ai giorni nostri con lo scandalo dei fondi FAS, inizialmente destinati per l’85% nel Mezzogiorno e per il 15% nel Centro-Nord, ma che le manovre del governo hanno ridistribuito in maniera iniqua allocando 18,9 miliardi al Mezzogiorno e 19,4 miliardi al Centro-Nord (4,6 miliardi sono stati destinati a diversi interventi post-terremoto in Abruzzo). Tali manovre, pertanto, hanno determinato uno spostamento dal Sud al Centro-Nord di 16,5 miliardi di euro, e questo ha comportato un onere fortemente concentrato sui cittadini del Sud, a cui questo governo sta facendo pagare in maniera sproporzionata ed iniqua la crisi del paese. Oggi, quelle grida di dolore sono ancora presenti sebbene continuino ed essere inascoltate dallo stato italiano, mentre nessuno si accorge che la crisi dell’Italia la sta pagando il Sud, che ora comincia ad avere difficoltà a mettere il piatto a tavola e di conseguenza non puo permettersi di acquistare piu quei beni di consumo la cui produzione è concentrata al Nord. E se il Sud non consuma il Nord va in crisi, e, allora, invece di inveire continuamente contro il mezzogiorno e chiedere continuamente la secessione, la Lega Nord dovrebbe chiedersi come farebbe il Nord a vivere senza l’energia prodotta al Sud o senza un mercato di sbocco dei propri prodotti. Il Nord senza il Sud è piu’ debole. Ma queste sono domande che la Padania non si pone rilanciando solo finte battaglie il cui fine è quello di fare del Sud la palla al piede, il capro espiatorio di una condizione che, al contrario, è stata generata da 150 anni di politica miope che ha preferito investire solo in una parte del paese lasciando l’altra morire lentamente. Eppure il miracolo economico italiano non si fondò sulla finanza, ma sul lavoro, sulla fatica dei lavoratori. E la maggioranza di questi lavoratori erano meridionali costretti a lasciare la propria terra e ad andare a lavorare per i padroni del Nord. Quei lavoratori, con la loro fatica, hanno arricchito il Nord. Senza il Sud il miracolo italiano non ci sarebbe stato. Ed il Sud ha pagato un prezzo enorme alla sua emigrazione: ha perduto le braccia più forti, i cervelli migliori, le persone più capaci e più piene di spirito di iniziativa. Secondo il Rapporto SVIMEZ 2011 sull’economia del Mezzogiorno, il Sud Italia ha dunque subito più del Centro-Nord le conseguenze della crisi: una caduta maggiore del prodotto, una riduzione ancora più pesante dell’occupazione che ha raggiunto complessivamente il 25%, e la desertificazione del già debole tessuto industriale. Due giovani su tre nel Sud Italia sono senza lavoro Ma le cattive notizie per il Sud non finiscono qua. Su 533mila posti di lavoro in meno in tutto il Paese dal 2008 al 2010, ben 281mila sono stati nel Mezzogiorno. Con meno del 30% degli occupati italiani, al Sud si concentra dunque il 60% della perdita di posti di lavoro. Ma Sud e Nord sono legati indissolubilmete da un unico filo: se non cresce l’uno non cresce l’altro. Se non cresce il Sud, l’italia non esce dalla crisi ed il rischio di una deriva Greca al Sud trascinerà l’intero paese nel baratro della bancarotta. Come ha piu volte dichiarato il presidente dello SVIMEZ Giannola: “occorre puntare sulla ritrovata centralità del Mediterraneo, in cui il Sud ricopre una posizione avvantaggiata; sulla fiscalità differenziata, da rivendicare con totale fermezza in sede europea, per permettere una maggiore attrazione di investimenti italiani e stranieri; una politica industriale centrata su logistica, fonti energetiche (alternative e tradizionali) e su una dotazione di risorse ambientali nettamente superiore a quella del resto del Paese. Il Mezzogiorno non si deve presentare come "palla al piede", ma come opportunità strategica per dare nuovo impulso al sistema Italia”. Allora se si vuole tenere unito il paese bisogna che finalmente si ascoltino queste grida di dolore (stavolta vere e non inventate come 150 anni fa) e che il divario Nord-Sud diventi il primo interesse del governo italiano. Oggi siamo al bivio, o si risolve la questione meridionale o dopo 150 anni, l’esperianza unitaria della penisola italiana potrebbe essere messa a serio rischio e forse il Sud, una volta indipendente, con le sue eccellenze, le sue risorse, con l’aiuto della comunità internazionale e guardando di nuovo, e finalmente, al mediterraneo, potrà ritornare ad essere orgoglioso di se stesso. Chi ci perderà saranno solo i nostri fratelli settentrionali. |
![]() L'Europa ha previsto investimenti di circa 11 miliardi di euro nei prossimi dieci anni per il progetto comunitario che incentiva le Smart city, città di medie dimensioni capaci di coniugare città sostenibili e competitività. L’Europa incoraggia quindi le comunità 'intelligenti' che vadano verso soluzioni “integrate e sostenibili Le città consumano il 70% dell’energia dell'UE. Su questo enorme potenziale di risparmio energetico le istituzioni europee fanno leva per ridurre del 20% le emissioni entro il 2020 e al contempo sviluppare un'economia low carbon entro il 2050. La formula individuata associa l’utilizzo più razionale delle risorse all’integrazione delle tecnologie pulite. L’Europa incoraggia quindi le comunità 'intelligenti' – come le ha definite il Commissario per l’energia Günther Oettinger alla presentazione dello scorso luglio – che vadano verso soluzioni “integrate e sostenibili in grado di offrire energia pulita e sicura a prezzi accessibili ai cittadini, ridurre i consumi e creare nuovi mercati in Europa e altrove”. In particolare, la sfida è rivolta alle realtà urbane di medie dimensioni, che uno studio condotto nel 2007 dal Politecnico di Vienna, l’Università di Lubiana e il Politecnico di Delft, stima in circa 600 (ospitando quasi il 40 % di tutta la popolazione europea urbana). A dispetto dell’enorme potenziale, queste città sono spesso oscurate delle grandi metropoli. Individuate tra le comunità con un numero di abitanti tra 100.000 e 500.000, un bacino d’utenza inferiore a 1,5 milioni di persone e almeno un’università, troverebbero proprio nella ridotta estensione territoriale il loro punto di forza. È la flessibilità che ne deriva, secondo gli studiosi, a renderle 'smart', in altre parole brave, intelligenti, dinamiche. Il termine 'smart' l’UE lo riferisce, in particolare, a quelle città capaci di incidere positivamente sulla qualità urbana secondo una valutazione basata sui parametri economico, sociale, culturale, ambientale, abitativo e gestionale. Il progetto Smart City fa parte del Piano strategico per le Tecnologie Energetiche (Set), nel cui ambito l’Unione europea prevede la creazione di una rete di trenta smart cities da selezionare entro il 2020. Una sorta di modello prototipale dell’efficienza energetica da avviare a un percorso di sviluppo economico e urbano dai bassi costi e dal ridotto impatto ambientale. Auto elettriche ricaricabili con l’energia prodotta negli edifici, zone low-carbon e messa in rete dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, sono alcuni esempi delle tecnologie suggerite per un diverso sistema edilizio e di mobilità urbana. Il primo bando di Smart City è di circa 70-80 milioni per progetti di ristrutturazione del patrimonio immobiliare pubblico e privato e delle reti energetiche. Con l’apertura della call del 7° programma quadro lanciata lo scorso 19 luglio, le città e i partner industriali potranno richiedere finanziamenti UE nei settori della gestione integrativa di energia urbana tra cui soluzioni per la mobilità sostenibile, le acque e i rifiuti. Il tema sarà affrontato prossimamente al convegno della Fondazione Univerde a ZeroEmission Rome 2011, in programma a Roma venerdì 16 settembre, dal titolo Le città solari: rinnovabili, bioedilizia e smart cities, la sfida della nuova economia. di Lucia Russo - 2 Settembre 2011Fonte: http://www.ilcambiamento.it/abitare/ smart_city_citta_sostenibili.html |
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Il governo piemontese si vendica mettendo tutto a ferro e fuoco. Raccolti incendiati, provvigioni annientate, case demolite, mandrie sgozzate in massa. I piemontesi adoperano tutti i mezzi più orribili per togliere ogni risorsa al nemico, e finalmente arrivarono le fucilazioni! Si fucilarono senza distinzione i pacifici abitatori delle campagne, le donne e fino i fanciulli
L’ Osservatore Romano (1863)
Il Piemonte si è avventato sul regno di Napoli, che non voleva essere assorbito da quell'unità che avrebbe fatto scomparire la sua differenza etnica, le tradizioni e il carattere. Napoli è da sette interi anni un paese invaso, i cui abitanti sono alla mercè dei loro padroni. L’immoralità dell’amministrazione ha distrutto tutto, la prosperità del passato, la ricchezza del presente e le risorse del futuro. Si è pagato la camorra come i plebisciti, le elezioni come i comitati e gli agenti rivoluzionari
Pietro Calà Ulloa (1868)
Sorsero bande armate, che fan la guerra per la causa della legittimità; guerra di buon diritto perché si fa contro un oppressore che viene gratuitamente a metterci una catena di servaggio. I piemontesi incendiarono non una, non cento case, ma interi paesi, lasciando migliaia di famiglie nell’orrore e nella desolazione; fucilarono impunemente chiunque venne nelle loro mani, non risparmiando vecchi e fanciulli
Giacinto De Sivo (1868)
L’unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’ unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse lo stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali
Giustino Fortunato (1899)
Sull’unità d´Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata, è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone
Gaetano Salvemini (1900)
Le monete degli stati pre-unitari al momento dell’annessione ammontavano a 668,4 milioni così ripartiti:
Regno delle DueSicilie 443,2, Lombardia 8,1, Ducato di Modena 0,4, Parma e Piacenza 1,2, Roma 35,3, Romagna,Marche e Umbria 55,3, Sardegna 27,0, Toscana 85,2, Venezia 12,7
FrancescoSaverio Nitti (1903)
Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l´Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti
Antonio Gramsci (1920)
Prima di occuparci della mafia dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia
Rocco Chinnici (1983)
L’ufficio dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale l’unificazione tiene sotto chiave il proprio fetore storico: quello dei massacri, delle profanazioni e dei furti sacrileghi, degli incendi, delle torture, delle confische abusive, delle collusioni con la sua camorra, degli stupri, delle giustizie sommarie, delle prebende e dei privilegi dispensati a traditori, assassini e prostitute
Angelo Manna (1991)
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