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Immagino ci fosse il sole chè dalle foto le ombre risultano nitide e mi sembra di sentire il tepore sui vestiti e sulla pelle del viso e il piacere dopo il freddo degli inverni in montagna senza altro da scaldarsi che un fuoco dietro una roccia.
Immagino ci fosse quella brezza lieve, appena un soffio a trasportare l’aroma aspro e ferroso della giacca indossata per troppo tempo e sempre con il fucile a tracolla ed un sentore di muschio per le tante notti trascorse sulla terra sotto gli alberi. E sotto a tutti gli altri odori quello cattivo e dolciastro della morte.
Immagino il passo leggero con cui camminavano per il corso così diverso dal passo rude e forzato tra forre e scoscesi sentieri rocciosi e così facile dopo la neve e il ghiaccio e la pioggia e il fango.
Immagino lo sguardo spalancato a rivedere luoghi lasciati in un tempo remoto e dimenticato, quando non si poteva sapere che l’ideale sarebbe diventato lotta.
Immagino il sorriso. Il sorriso. Il sorriso che non è sulla bocca, ma negli occhi e da lì si estende a tutto il corpo e lo riempie di un sentimento che forse sarebbe felicità totale e assoluta se non ci fosse il ricordo del sangue che era stato il primo e l’ultimo pensiero di tutti quei giorni su in montagna. E se non ci fosse il ricordo straziato di quelli che non avrebbero più camminato in quelle belle strade asfaltate, tra le grida della gente sui bordi, con le bandiere e le mani rilassate lungo i fianchi.
Immagino le voci che si sovrappongono in un impasto sonoro che non ha senso eppure significa riuscire finalmente a parlare senza avere paura che la paura era stata compagna fedele e messaggera di quel coraggio per cui anche le azioni più rischiose erano affrontate a testa alta e con la temerarietà che solo la consapevolezza di essere nel giusto sa dare.
Immagino il senso di Liberazione.
(avrei voluto esserci)
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"Smisurata Preghiera" da "Anime Salve" (1996) - Fabrizio De Andrè
Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità
Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità
per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità
ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere.
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Oggi la lotta inizia soltanto.
Essa dovrà proseguire fino alla cacciata di Monti e al ripudio del debito verso le banche.
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MARCO FERRANDO - Partito Comunista dei Lavoratori
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Come fossi in attesa di qualcosa che non so, ma so che sarà. Ed è fermo dentro e fuori di me. Non un fermo statico. Un fermo oscillante tra l’immobilità e piccoli movimenti in avanti e poi ancora in dietro, a destra e a sinistra. Quasi senza rumore. Con il brusio di fondo di tante parole che mi attraversano senza lasciare traccia. Con suoni che sento senza ascoltare.
Sospesa.
E all’improvviso un sorriso di luna e due stelle infilzano la mia attenzione e l’appiccicano alle pareti della mia fantasia. E per quell’attimo credo di avere capito che cosa sto aspettando. Faccio sì con la testa e sono convinta e muovo qualche passo sicura e decisa. Ma la luna tramonta e le stelle spariscono e mi guardo intorno e di nuovo resto indecisa e confusa.
Sospesa.
La fotografia è di Laurent Chardon
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Johann Sebastian Bach
English Suite No. 6 in D minor, BWV 811 – Prélude
Glenn Gould piano
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È importante cambiare visuale. Ma guardare il mondo stesa sull’asfalto ti cambia davvero un paio di prospettive. L’urto contro la macchina è stato minimo, ma mi ha fatto perdere l’equilibrio e poi la bicicletta, mia amata, non ha palloni che si gonfiano, né barre rinforzate e quindi il volo sull’asfalto è la conseguenza logica. Ma dall’asfalto mi sono accorta che nulla aveva più importanza se non riuscire ad alzarmi e camminare. Si è allungata una mano femminile che mi ha aiutato a sollevare il mio notevole peso e non so che faccia avesse, chè la paura mi offuscava e non capivo se non che riuscivo ad alzarmi e a camminare, tutta storta e dolorante, ma, camminavo. Esplosione di gioia e non m’importava dell’imbecille che mi aveva tagliato la strada e nemmeno di tutti i dolori che sentivo. Camminavo. Ragionavo. Vedevo. Parlavo. Il mondo era fermo ed era uguale a come doveva essere.
È importante cambiare la visuale. Avrei potuto sbattere la testa sul bordo del marciapiede, che era a pochi centimetri da dove sono caduta. Avrei potuto rompermi qualche osso. Avrei potuto morire. Avrei potuto rimanere immobilizzata. Peggio ancora. Avrei potuto andare in coma.
È importante cambiare la visuale. Quindici giorni di collare, ghiaccio su spalla/gomito/ginocchio e che cazzo vuoi che sia? Va bene, sorrido e rido. Nelle lunghe ore passate al pronto soccorso ho continuato ad essere felice, anche quando mi girava la testa che mi sembrava di essere su una nave con il mare forza venti. E sono uscita a fumare una sigaretta e c’era una luna piena talmente grande e nitida che sembrava appesa nel cielo solo per me ed è stato come si sciogliesse quel grumo che mi portavo dentro da troppo tempo, fatto di tante scorie inutili e sporche. La luna limpida nel cielo dell’inverno e l’odore forte del freddo secco, ma dentro di me un caldo sentimento di pace.
È importante cambiare la visuale. Mentre ancora parlavo con i vigili e con l’imbecille che ha causato il tutto, è arrivato il figlio, con il volto duro e contratto, pronto a battersi come una belva per me. E poi è arrivato anche M. e mi sono rimasti vicini per tutte quelle stanche e lunghe ore vuote di attesa al pronto soccorso. A farmi ridere, a chiacchierare, a farmi sentire protetta e difesa, a darmi affetto a palate, ad essere con me. Che è importante. Che è stato importante, perché ha rimesso a posto qualche equilibrio. Il sentimento. L’affetto. La responsabilità.
È importante cambiare la visuale.
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Il fantasma dei natali passati.
E un dubbio, anzi più che un dubbio è la certezza di non ricordare e quindi il dubbio è la domanda.
Mamma morì il 24 ottobre ed avevo 13 anni. Dopo stavo con zia Maria e zio Gianni un po’ nella casa di Milano, grigia di nebbia, e un po’ in quella di Sanremo, luminosa di mare. Arrivò dicembre ed andai in Sicilia, dalla Nonna. E qui arrivano i non ricordo e non so perché proprio stasera mi sono incagliata su questi pensieri e non ne esco.
Ma poi? non ricordo il viaggio per andare in Sicilia. In treno? In aereo? Chi ci venne a prendere a Catania? Penso fosse in treno perché l’aereo me lo ricorderei, credo o forse no. Non so.
Ricordo bene mia zia Maria nella casa della Nonna.
Nella grande cucina, che sapeva di fumo, di carbone e pane, mandorle e pomodoro secco.
Nella stanza, quella che era di papà, col balcone affacciato sulla piazza di palme e oleandri, di fronte alla chiesa di San Giovanni, dove mi stava vicina a farmi carezze finché non mi addormentavo, perché avevo paura del buio e delle macchie sul soffitto.
Nelle visite ai parenti che piangevano mentre mi abbracciavano.
Ma poi? non ricordo. La zia tornò a Sanremo per non lasciare troppo solo lo zio Gianni ed io restai ancora dalla Nonna, con i cuginetti e tutti i parenti che inventavano feste e gite per farmi stare allegra.
Ma poi? non ricordo. Come sono tornata al nord? Con chi ho viaggiato? e come? e non erano certo tempi che una ragazzina di 13 anni poteva viaggiare sola. E chi mi può raccontare cosa è successo? Chi è ancora vivo per regalarmi questo ricordo che non ho più? Forse mia cugina Maria che non sento da anni? Forse la zia Melina a cui non ho mai telefonato? Forse lo zio Arcangelo, il Professore, suo marito?
Ma quello che mi spaventa, tanto, è perché stasera mentre mi guardavo allo specchio dopo essermi lavata la faccia mi sono chiesta “ma come ho fatto a tornare dalla Sicilia quarantasette anni fa?”. Che senso ha farsi una domanda del genere? e rimanere incagliata tutta sera a pensarci e rompere il muro di silenzio che mi separava dalla scrittura per l’esigenza insopprimibile di mettere in parole questo guazzabuglio di dubbi, domande, dubbi, domande?
Forse avrei bisogno di un buon strizzacervelli.
Comunque. Buon natale.
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È uno dei pochi ricordi reali di papà, nel senso che della mia infanzia dorata quasi tutti i miei ricordi sono legati ai cinque album di fotografie. E quindi non so bene se quello che mi sembra ricordo non sia invece il racconto che la mia mente affamata di memoria ha costruito sulle fotografie scattate da papà in un rigoroso bianco e nero, nitido e pulito. E tanto più sono netti i chiaroscuri di quegli scatti, tanto più diventa fumoso e incerto il percorso del mio ricordare.
Ma la filastrocca serale è un qualcosa di vero e tangibile, sonoro. Prima di andare a dormire mi arrampicavo in braccio a papà che era seduto sulla poltrona nella quiete del dopo cena e naso contro naso mi cantava la filastrocca:
Nasca patasca
parenti la musca
musca musca musca
e mi faceva il solletico, ridevo e ridevo, bacio e a nanna.
E così ne parlavo con il figlio e la sua ragazza e mi hanno detto cercala su internet, vedrai che la trovi. Ecco. L’ho fatto. E l’ho trovata.
parenti la musca
veni la musca
e ti caca la nasca
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Che ora è?
Scusa ma che ora è
Che non lo posso perdere l'ultimo spettacolo
Fine del Mondo in Mondovisione, diretta da San Pietro per l'occasione
La borsa sale, i maroni no, Ferri batte il record di autogol
Le liste del Giudizio Universale saranno trasmesse dai telegiornali
A reti unificate e poi sulla pagina 666
Prima però su Canale 9 ci sarà il terzo Festival del dolore
Con la finale dei casi umani meno meno umani che mai
I puttanieri ci diano dentro, che là di là niente ciccia, niente
Niente ma tu giri più leggero, bruciando le tue scorte di preservativi
Fiorin fiorello, l'amore è bello se ci sei tu
A che ora è la fine del Mondo?
A che ora è la fine del Mondo?
A che ora è la fine del Mondo, che rete è?
Destra, sinistra, su, giù, centro, fine del Mondo con palle in giramento
Che chi è fuori è fuori e chi è dentro è dentro, e fuori TV non sei niente
Ultimo appello per i merdaioli, finitevi la merce che di là non funziona
Altro girone, altro regalo, niente caramelle per i leccaculo
OK, il girone è giusto, OK!
A che ora è la fine del Mondo?
A che ora è la fine del Mondo?
A che ora è la fine del Mondo, che rete è? Che ora è? Che rete è? Che ora è?
A che ora è la fine del Mondo?
A che ora è la fine del Mondo?
A che ora è la fine del Mondo, che rete è?
Forse là di là mancherà qualcosa: casa, chiesa, tele, cosa?
Serial killers, serial politici, morti in diretta, i migliori casi clinici
Cazzi vostri in onda, OK!
A che ora è la fine del Mondo?
A che ora è la fine del Mondo?
A che ora è la fine del Mondo, che rete è?
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Da “A Che Ora E’ La Fine Del Mondo” Ligabue (1994) Da “Document” R.E.M. (1987) . .
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Rimango ferma a guardare il buio e la notte senza risposta.
E stanotte lo annuso nell’aria l’odore primario dell’inverno che verrà e spalanca porte di memoria che mi è dolce aprire.
Assomigliano a fotografie, quelle un po’ datate, sbiadite per essere state per troppo tempo appese con una puntina al muro della cucina e stropicciate negli angoli per essere state girate e guardate troppe volte.
Poi arriva il collegamento istantaneo alla realtà, all’oggi che ancora non è ieri e che non riesco a guardare col sereno distacco della lontananza.
È che non è facile capire da che parte iniziare a sputare fuori veleno e marciume per depurarmi la mente.
Ed allora vado a casaccio, il primo pensiero è quello giusto.
E il mio primo pensiero è il figlio.
Positivo e rincuorante.
Sono fortunata che non è solo bello, sano e forte, è onesto, pulito, corretto fino alla paranoia.
Forse troppo sensibile per questo mondo di nulla e di immagini, e forse avrà a soffrire nello scontro inevitabile con modi e metodi che non approva.
Ma che importa.
Ho sempre pensato che il riuscire a guardarsi allo specchio vedendo negli occhi proprio quello che voglio vedere è il privilegio che mi dà il vivere secondo i parametri che mi sono data.
E non è che siano così strani e difficili.
Tre parole che con tutta me stessa cerco di mettere in ogni cosa che faccio.
Sincerità.
Rispetto.
Libertà.
Il mio “male d’essere” di questo periodo è non riuscire a vivere con queste tre parole, non le sento intorno a me, non le vedo brillare negli spazi che mi separano dall’altro, mi sento come fossi impigliata in una rete a maglie strette formata da tutto quello che è all’opposto del mio stare bene, mi manca spazio e aria e non riesco nello specchio a vedere il mio viso, c’è il vapore dei mali pensieri che conosco bene e non riesco a scacciare, dentro brillo e trovo in angoli inconsueti gli spazi luminosi delle cose belle e buone e mi ci aggrappo come avessi paura di affogare, ma sono solo attimi e li uso con parsimonia per paura che si spengano anche loro, li uso di notte per addormentarmi e costruisco un pezzettino per notte la casa sul mare dove vorrò vivere e le passeggiate con il mio cane sulla riva di un mare d’inverno così colorato di azzurri da crederlo una cartolina, per il resto il grigio dell’incertezza avvolge le mie giornate, non sono certa più di nulla, ma non sono i sani dubbi che hanno accompagnato i miei passi in questi ultimi anni, quei bellissimi dubbi colorati di allegrezza che erano il mio orgoglio, questa è l’indeterminatezza pesante e tetra del non sapere più dove sono i confini tra sincerità e menzogna, tra rispetto e menefreghismo, tra libertà e dovere.
Il silenzio diventa sofferenza e solitudine.
Piove, e il rumore dell’acqua si appoggia con dolcezza sulla notte.
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Glenn Gould esegue "Variazioni Goldberg 1 - 7"
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Trovare. Trovarsi. Ritrovare. Ritrovarsi.
E con queste parole scrivo e ne avrei troppe di parole affacciate sul parapetto della memoria e che sfrigolano sulla punta delle dita. Ma è come ne avessi paura a lasciarle andare come vogliono loro e potrebbe portarmi in un luogo in cui non vorrei andare. Adesso. Adesso non vorrei andarci?
Invece credo sia il momento in cui provare a trovare il punto di inizio di una narrazione che è me stessa ed il contrario di me stessa.
Ed il punto di inizio è il momento per trovarsi, per ricontare i percorsi che mi hanno portato fino qui e capire quali sono stati i passi veloci e leggeri e quali sono stati fatica e dolore.
Ritrovare questo luogo da cui sono stata lontana per troppo tempo e capire perché starne lontana dal momento che questo insieme di parole iniziato più di cinque anni fa è ancora così parte di me da non riuscire a farne a meno.
E forse dopo un percorso così difficile e sincero sarà più semplice ritrovarsi. E di questo ho davvero bisogno. Ritrovarsi per ritrovarmi nei gesti e nel sentire, nel buttare fuori da me la rabbia e lo scontento che questo lungo tempo senza parole mi hanno raggrumato nell’anima. Nell’anima? No. Il gomitolo ingarbugliato e di cui non trovo il filo iniziale non è nell’anima. L’anima è in pace, tranquilla ed indifferente alle inquietudini strane che mi stanno accompagnando come ombre nei giorni e nelle ore. Il grumo calcareo di rabbia, insofferenza e dubbio è nella mia testa, dietro gli occhi che non sempre vogliono essere attenti per vedere tutte le sfumature possibili.
Ecco.
Analizzare l’ultimo periodo sarà l’impresa più difficile perché la rabbia dolorosa e il dolore rabbioso della morte non si scioglie nelle lacrime che saprebbero lavarlo e purificarlo. Non so trovare lacrime per piangere la morte di un’amica che ammiro per la forza della battaglia che ha combattuto contro quell’infame nemico che non doveva prendersela con lei. Ho sempre pensato che non fosse giusto, che non poteva soffrire ancora, che adesso doveva essere per lei il tempo della serenità, della quieta famiglia e della conquistata serenità. E invece lei ha lottato per un tempo lungo e ha sofferto troppo e non c’è nessun disegno o destino e nessuna parabola che possa convincermi che così è la vita. La vita non è la morte. Non è la morte da giovani, e con un figlio di sette anni e ancora tante, troppe, infinite cose da fare ancora. E mi crollano addosso i miei meschini e minuscoli pezzetti di fede con cui riuscivo a difendermi dall’incomprensibile. L’incomprensibile mi è arrivato così vicino da non saper guardare oltre e da non riuscire a capire quale potrebbe essere la spiegazione. Ma spiegazioni non esistono. Rimango ferma a guardare il buio e la notte senza risposta.
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Canzone di notte n. 2 - Francesco Guccini
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GIOVEDI' 11 AGOSTO PRESIDIO DEL PCL
DAVANTI A MONTECITORIO
Dopo l'incontro odierno con industriali, banchieri, burocrati sindacali, il governo annuncerà domani, in Parlamento, le “nuove” misure antioperaie e antipopolari commissionate dalla BCE e sostenute dalla più ampia unità nazionale.
Si tratta complessivamente della più pesante operazione di macelleria sociale del secondo dopoguerra, che si aggiunge a 30 anni di sacrifici.
Ci parrebbe assurdo che in una tale giornata fosse assente ogni forma di protesta davanti al Palazzo: nel mentre Tremonti, Casini,Bersani dibattono su come realizzare il comune mandato degli industriali e dei banchieri.
Per questo, il Partito Comunista dei Lavoratori ( PCL) promuoverà giovedì mattina, a partire dalle ore 11 un presidio davanti a Montecitorio, che contesti la manovra con la parola d'ordine “ Non un euro ai banchieri, se ne vadano tutti, potere a chi lavora”. Sarà presente Marco Ferrando, portavoce nazionale del partito.
Il PCL è impegnato su una proposta di iniziativa di massa straordinaria per l'autunno, che passi per un vero sciopero generale e l'assedio prolungato del Parlamento. Non ha alcun senso disseminare il calendario d'Autunno di mille iniziative separate, essenzialmente simboliche, e spesso concorrenziali tra loro. Ha senso unificare le forze in una lotta vera che miri finalmente a vincere. Ci batteremo come sempre per questa svolta di “unità e radicalità”. E la proporremo a tutte le sinistre, politiche, sindacali, di movimento, in ogni sede di confronto e iniziativa.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
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VAL DI SUSA: L'IPOCRISIA BIPARTISAN SULLA “VIOLENZA”
( l'impotenza del “legalismo”, la riflessione sull' ”antagonismo”)
La “violenza” è da tempo immemorabile una categoria singolare. Se compiuta nel nome della “legalità” non solo cessa di essere tale, ma è addirittura ragione di encomio e di pubblica lode. Se invece è compiuta contro il potere, diventa il massimo dell'abominio e della pubblica esecrazione.
Questa legge della pubblica ipocrisia è universale.
Militari che uccidono in guerra sono eroi. Chi difende la propria terra contro quei militari è un assassino e un bandito.
Chi impone col manganello la viabilità di una strada contro una lotta operaia a difesa del lavoro , fa il suo dovere. Chi si difende da quel manganello per il diritto al lavoro, è un “resistente” a pubblico ufficiale e andrà a processo.
Chi respinge un barcone di migranti in mezzo al mare, magari facendo cento morti, difende i confini e la legalità internazionale. Chi cerca di varcare disperatamente quei confini è un deprecabile “clandestino”, responsabile della sua stessa sorte...
Questa legge dell'ipocrisia non risparmia la Val di Susa.
Un gigantesco apparato militare dispiegato in quella valle, quasi pari alla forza militare italiana impiegata in Afghanistan, finalizzato unicamente a imporre alla popolazione di Val Susa un opera nociva,( e all'Italia lo spreco di 20 miliardi a favore dei peggiori interessi), è un atto di difesa della legalità. Se per difendere quella legalità si usano gas tossici, lacrimogeni ad altezza d'uomo, mirati proiettili di gomma, è ( nel migliore dei casi) un “sacrificio” imposto dalla superiorità del “dovere”, che merita il plauso solenne del Capo dello Stato, di tutte le “istituzioni” , di tutti i partiti dominanti. Se invece una massa di valligiani e di giovani cerca di impedire come può la devastazione della Valle, per affermare la volontà e i diritti di chi la abita, ( oltrechè gli interessi della maggioranza della società italiana), diventa il simbolo della “Violenza” , della “delinquenza”, della “sopraffazione”. Perchè? Perchè si contrappone alla “Legge” e allo Stato che la difende.
E' tutto chiaro. La violenza dello Stato si chiama Legge. La legge della democrazia si chiama Violenza. I conti tornano. E' la riprova che solo una rivoluzione sociale può fare giustizia, restituendo alle ragioni della democrazia il diritto della forza.
Tutta la cultura dipietrista, grillina o pacifista, che da anni rivendica il valore della “legalità” come orizzonte insuperabile e leva di trasformazione, è smentita una volta di più dalla violenza legale dello Stato. L'appello a uno Stato immaginario contro lo Stato reale, a una legalità fantasma contro la legalità materiale, è un esercizio retorico di impotenza e di inganno. Che spesso serve a coprire la propria subalterneità, per quanto “critica” allo status quo.
Parallelamente l'esperienza della Val di Susa dimostra, sul versante opposto, che una pura apologia dell'antagonismo ribelle non porta lontano, se non si congiunge ad una prospettiva rivoluzionaria, capace di unificare tutte le ragioni degli sfruttati e degli oppressi in un'azione di rivolta generale e di massa. La Val di Susa non vincerà da sola. Come non vincerà da sola la battaglia sull'acqua pubblica. O la battaglia contro la guerra. O la battaglia per i diritti dei migranti. O la battaglia per la difesa della scuola e del lavoro. Ogni lotta parziale può strappare risultati, anche parziali, nel suo specifico settore, solo all'interno di una prospettiva unificante. Solo ponendo la propria radicalità al servizio di una rottura complessiva di sistema, e quindi di un'alternativa di società. Ciò che implica a sua volta ,in ogni settore di lotta, un lavoro di organizzazione, di sviluppo della coscienza politica, di selezione e formazione dell'avanguardia più generosa e combattiva.
Questo è il lavoro quotidiano controcorrente del Partito Comunista dei Lavoratori, all'interno di tutte le lotte di massa: il lavoro per la rivoluzione.
MARCO FERRANDO
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
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CHI PIANTA UN GIARDINO SEMINA LA FELICITA’
DOMENICA 3 LUGLIO DALLE ORE 17.30
APERTURA DEL GIARDINO
A SEGUIRE APERITIVO CON TRIO JAZZ
TRA LE FRESCHE FRASCHE
Così recita un antico proverbio cinese e ne siamo convinti a tal punto che da quando è cominciata l’autogestione di questo spazio nel lontano 1996 abbiamo preferito sostituire al piazzale di cemento un giardino che sostenesse la biodiversità. Convinti che bisogna opporsi in maniera creativa al brutale consumo di suolo, alla mercificazione degli spazi verdi che domina la speculazione edilizia, a partire anche da interstizi di spazi urbani dimenticati come lo era quest’area dismessa.
Oggi gli alberi sono cresciuti e i bambini sanno dove andare a mangiare i gelsi. Intanto dall’altra parte della strada le aree dismesse e le attività produttive hanno lasciato il posto a cantieri edilizi e case, molto più produttivi per chi deve fare profitti.
Ma noi facciamo attività per il territorio e non per il profitto e oggi siamo diventati pazzi….
Cosa sono quelle reti e i cancelli che compaiono dentro il giardino? Be’ per sognare oggi bisogna essere un po’ folli e noi stiamo lavorando per fare in modo che questo spazio verde sia adottato e goduto dalla cittadinanza: vogliamo sperimentare un giardino pubblico autogestito in uno spazio pubblico autogestito e questa volta i cancelli servono per aprire.
Oggi è una giornata per godere del giardino e conoscerlo, ascoltare musica, conoscere le piante che lo abitano e perché; domani speriamo sia un giorno per prendercene cura insieme facendolo conoscere ad altri, espandendolo con altri progetti.
Orti urbani, compostaggio, biodiversità, riciclaggio, GAS, e chi più ne ha più ne metta: piccole pratiche quotidiane da cui trarre ispirazione per le politiche che investono la vita e che sono di per sé immediatamente politiche. Giardino come spazio di riflessione, ma anche di formazione, come lo è per alcune persone che frequentano il CPS e che da alcuni mesi nel giardino imparano e lo hanno adottato come spazio di cura.
Giardino come spazio politico: spazio di cui ci siamo riappropriati, sottratto alla speculazione e all’abbandono, ma organizzato dalla natura; spazio di incontro per la relazione. “Terzo paesaggio”, come lo chiama Gilles Clément:
“il terreno rifugio delle diversità respinta dagli spazi dominati dall’uomo…uno spazio che non esprime né il potere, né la sottomissione al potere”.
Ci contraddiciamo?
Ebbene sì ci contraddiciamo, siamo spaziosi, conteniamo moltitudini Rimanete sintonizzati e preparate guanti e pollice verde, la sfida continua…
c/o Eterotopia Spazio Pubblico Autogestito Via Risorgimento 21 San Giuliano Milanese
etero@ecn.org
facebook.com/eterotopia
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Dedicato a un Amico
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"Chi glielo dice a chi è giovane adesso di quante volte si possa sbagliare,
fino al disgusto di ricominciare perchè ogni volta è poi sempre lo stesso.
Eppure il mondo continua e va avanti con noi o senza e ogni cosa si crea
su ciò che muore e ogni nuova idea su vecchie idee e ogni gioia su pianti."
Canzone Per Piero - Francesco Guccini da "Stanze di vita quotidiana" (1974)
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DA LEGGERE
Antonio Gramsci "La Città Futura" (1917)
" Odio gli indifferenti: credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e partigiano. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il rinnovatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che circonda la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scoraggia e qualche volta li fa desistere dall’impresa “eroica”. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. ".......


Inviato da: liberante
il 13/05/2012 alle 00:54
Inviato da: liberante
il 04/05/2012 alle 23:58
Inviato da: Vincanto_Editions
il 03/05/2012 alle 20:34
Inviato da: liberante
il 29/04/2012 alle 23:50
Inviato da: liberante
il 29/04/2012 alle 23:46