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L'amour

Post n°225 pubblicato il 20 Dicembre 2009 da le_corps

Avevo speso euro 27 di carne speziata locale. Il cartoccio, caldo caldo, lo tenevo tra le mani mentre lui guidava con ai piedi ciabatte di gomma nera. Era estate, fine pomeriggio. Lui era in costume da bagno, un costume a mezza coscia, con una polo rosa-sbiadito sopra. Aveva guidato per cento chilometri in ciabatte e con un costume umidiccio addosso solo per venirmi a prendere e portarmi da lui, o meglio, a cena da una coppia di amici suoi, nella sua città e nella loro villa.
Era venuto a prendermi, avremmo cenato, e poi mi avrebbe riaccompagnata a casa.
Aveva guidato per cento chilometri e poi ne avrebbe fatti altri cento e poi cento ancora, solo per portarmi ad una cena. Ci teneva.
Aveva guidato in ciabatte col finestrino abbassato e la sigaretta appesa al labbro, aveva guidato col culo ancora bagnato perché non poteva aspettare, perché doveva arrivare il prima possibile, e abbagliarmi col suo sorriso.
Ero salita in macchina euforica, ma senza costume: lui mise il broncio perché nella villa c’era la piscina e avremmo potuto fare il bagno insieme (lui era stato in ammollo tutto il pomeriggio!).
Ma già scorgevo l’imbrunire, e c’erano cento chilometri da fare, e due persone nuove da incontrare (il suo migliore amico - il suo amico fraterno! - e la moglie) e non volevo mettermi in mutande già dalla prima volta.
Ma sì, ci saranno altre occasioni, e poi la villa è a loro disposizione tutto il mese, vedrai, è una villa immensa, con la piscina e il parco, vedrai, è proprio un villone, roba da ricchi – disse per dimenticare il broncio. Il broncio non gli si addiceva; il sorriso sì. Sorrideva in ogni circostanza, ed io ero così innamorata da ammirare estasiata la sua capacità di sorridere in ogni circostanza, nessuna esclusa, e per motivi diversi, se non opposti. Lui sorrideva sempre, e al sorriso abbinava quasi sempre una risata risatina o esplosione di riso. Ed io lo guardavo rapita, innamorata della sua giovialità.
Ero salita in macchina a mani vuote. Pensai che stavo andando ad una cena a mani vuote: gli feci notare il mio cruccio, e lui, pronto, mi suggerì il rimedio.
Avevamo appena lasciato la costa e imboccato la strada di ingresso al paese quando svoltò in accelerazione a sinistra cavalcò un marciapiede con le ruote anteriori e lì si piantò.
Macelleria Scannati dal 1922.
Sulla porta c’era una viavai di gente, le fettuccine di plastica della tendina di ingresso svolazzavano in avanti e indietro: entrava e usciva gente soddisfatta, con la sporta carica di manzi agnelli e vitelloni, di rognoni polli e fegatini, zampe di porco e teste di gallo. E, naturalmente, carne speziata locale, calda e piccante, morbida e croccante.
Mi sembrò un ottimo rimedio, per me per la cena e soprattutto per lui. Al solo pensiero di poter addentare quella buonissima carne speziata andava in sollucheri tanto che gli ultimi chilometri li aveva fatti in stato ipnotico, con le pupille dilatate e fisse, la bocca dischiusa e un fil di bava che si allungava sul colletto della polo rosa-sbiadito.
Pagai e uscii col mio cartoccio caldo tra le mani, contenta.
Quanto? - mi chiese lui.
Non preoccuparti, è solo argent! - cinguettai io.
Lui mi sorrise, indulgente.
Volevo dire quanti chili – precisò.
Ma non importava! Sganciò il freno a mano, e subito sgommò.
Ero innamorata di lui, il suo appetito mi commuoveva, dargli da mangiare mi inorgogliva.
Inoltre stavo per conoscere il suo migliore amico, il suo punto di riferimento professionale e affettivo, la sua memoria storica!
Il sole s’appressava alle montagne, il cielo era metà blu metà rosa con al centro un filo rosso di fuoco. Ed io ero tanto innamorata.
I
l vialetto ghiaioso ci portò ad una villa di solida geometria; da fuori:una composizione di cubiche volumetrie, moduli a incastro, linee rette e spigolosità; entrando: uno spazio disarticolato, su più livelli, un cromatismo bianco nero esasperato, e una cucina ahimè scomoda e disfunzionale. E corridoi inutili e vetrate scorrevoli ovunque. E poi bagni vetusti e arredamento consunto, e una patina di fasto e di gusto, ormai passati, a ricoprire il tutto.
Il vialetto ci aveva condotti ad una fatiscente villa anni Settanta, ma ero tanto innamorata, e pensai: una villa demodée! 
C’era la piscina, e tutt’intorno un giardino inselvatichito.
Depositai il mio cartoccio fumante e piccante su una superficie bianco laccata, e sorrisi.

L. stava affettando dei peperoni, mi proposi di aiutarla.
G., il marito, l’amico fraterno!, parlava al cellulare e mi fece un cenno di saluto con la mano tolta dalla tasca dei bermuda.
Il mio amato in mutande sgattaiolò dalla cucina attraverso una vetrata scorrevole, calpestò l’erba fino alla piscina, lanciò le ciabatte in aria e si lanciò, polo compresa.
Il sole s’era portato il filo rosso dietro le montagne. L’aria sapeva di fresco, l’acqua anche. Ed io affettavo peperoni sotto una luce bianca.
Dopo il tonfo, gli spruzzi e qualche bracciata, il mio amato riemerse sull’erba, tutto fradicio e tremante. Un pulcino intirizzito che tutto si stringeva a sé per placare i brividi. E mentre li placava, sorrideva, mi sorrideva, ed io lo guardavo, al di qua della vetrata scorrevole col coltello sul tagliere, e pensai: che cogl… che tipo naif, il mio amore!
Ero tanto innamorata.
Lo vidi correre in una stanza, gocciante e ciabattante.
Quando tornò, aveva indosso una polo asciutta color prugna e un costume anch’esso asciutto, ma asciutto prima del lavaggio perché un rigo di salsedine lo attraversava a metà.
Quando tornò, io affettavo ancora peperoni; lui mi strappò d’impeto al tagliere e tutto emozionato bisbigliò: facciamo un giro in giardino?
L. ci vide uscire senza protestare, prese il coltello e continuò ad affettare.
Il giardino era un lembo di terra brulla con qualche cespuglio verde spelacchiato ma resistente, e ciottoli sparsi; il lembo di terra brulla girava intorno alla villa, e lui ci teneva a farmi fare un giro intorno alla villa.
Fa freschino, disse lui sorridendo, meno male che avevo il costume del mare! – e calciò una pigna secolare. Poi si fermò, mugugnò qualcosa, e mi spinse contro il muro. Il muro mi raschiava le braccia ma non dissi nulla, accecata dal biancore dei suoi denti: mi mostrava la chiostra per compiacimento e soddisfazione, lo faceva sempre, ogni volta che, lo aveva fatto anche la prima volta ora che ricordo bene. Allora abbassai lo sguardo, e la vidi: la capoccia rosata del suo cazzo brunito faceva capolino dall’elastico del costume del mare: era sgusciata fuori e se ne stava ritta e gonfia per farsi ammirare in tutto il suo turgore, e un po’si dondolava per farsi meglio guardare bramare e acchiappare.
Sussurrai che non stava bene; protestai che non era il momento. Ma non era vero.
Difatti lui non capiva. Difatti lui non sentiva.
C’è del marcio, in questo posto, pensai.
Dalla mutanda del costume del mare esalarono prima odori marini: alghe putrefatte ammassate sulla battigia, pesci decomposti sulla riva; poi odori di mercato: il risciacquo di bancali e bilance a fine giornata, gli ingorghi di viscere nei canali di deflusso; quindi odori di pesce scongelato e ricongelato, di pesce irrimediabilmente scaduto, pesci senz’occhi che neanche l’ammoniaca avrebbe potuto salvare.
Pensai al tagliere abbandonato in cucina, a tutti i peperoni ancora da tagliare …
Mi feci guidare dal ricordo del loro afrore e abbandonai il retro della villa.
La capoccia rosata e semovente si appese all’elastico del costume del mare come delusa dal mancato riconoscimento: mise il broncio, ma solo per poco, pensando alle innumerevoli occasioni che il viaggio di ritorno le avrebbe riservato.
Sulla bocca di lui si mise un ghigno da anguilla astuta – il lucore di un godimento solo rinviato - e la capoccia del suo cazzo brunito tornò a rannicchiarsi nelle mutande del mare, al calduccio tra alghe putrescenti e pescetti avariati.
Nel tratto di giardino che mi conduceva alla cucina pensai – semplicemente – bidet!
Dopo tutto ero tanto innamorata, e il francese, si sa, è la lingua dell’amore.

 

 
 
 
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