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Creato da sanavio.stefano il 09/01/2010

Anniversarock

Ricorrenze e anniversari della musica rock

 

 

Accadde trent'anni fa: Sisters Of Mercy "First And Last And Always"

Post n°92 pubblicato il 19 Marzo 2015 da sanavio.stefano
Foto di sanavio.stefano

 

Eravamo in tanti qualche decennio fa ad amare questa band di Leeds; batte forte il cuore quando ricapita di trovarne traccia in qualche sito nostalgico o in qualche enciclopedia del rock dove almeno un disco (quello di cui parlo in questo post) deve esserci per forza perché, si sappia fin da subito, hanno creato un genere che negli anni avrà adeguato seguito tra i Fields Of The Nephilim e i March Violets, tanto per citarne due. Fondata nel 1980 grazie al sodalizio tra l’ex studente di Oxford Andrew Eldritch (voce) e Gary Marx (chitarra), ai quali successivamente si unirà il bassista Craig Adams e la leggendaria drum machine Doktor Avalanche, raffinano nel corso degli anni il loro sound (i loro numi tutelari sono Suicide e Stooges ma non disdegnano le nuove tendenze del momento) e si inseriscono ben presto nella variegata scena post punk. Esordiscono per la Merciful Release in formato 7” con brani acerbi ma che lasciano intuire l’esistenza di una stoffa di prim’ordine. Nel corso dell’anno successivo viene reclutato un secondo chitarrista nella persona di Ben Gunn.

Nel 1982 usciranno altri due singoli, “Body Electric / Adrenochrome” (dal ritmo serrato e chitarre abrasive) e “Alice / Floorshow” (che testimonia la crescita del suono ormai diventato originale e misterioso), contribuendo ad  alimentare la fama underground della band; i fan a questo punto si aspettano l’esordio sulla lunghezza classica dell’album. L’anno seguente vede i nostri impegnati in vari concerti e appena possono pubblicano il nuovo (ennesimo) singolo, “Anaconda / Phantom” e a maggio l’EP “The Reptile House” contenente altri pezzi che diverranno classici della band.

In ottobre la svolta: esce ancora un singolo “Temple Of Love / Heartland / Gimme Shelter” ed è un successo clamoroso nel pur limitato mondo indipendente; il primo è un hit tra i più ballati nelle disco underground dal ritmo vertiginoso, la chitarra ricama dei perfetti riff psichedelici e la profonda voce baritonale dall’oltretomba di Eldritch a sovrastare il tutto. Da notare la rilettura originale e creativa della rollingstoniana “Gimme Shelter”.

L’anno 1984 vede l’avvicendamento nella line up tra Ben Gunn e Wayne Hussey, l’ascesa del successo in Germania oltre all’Inghilterra e la pubblicazione di altri due singoli “Body and Soul” e “Walk Away” che finirà nel (finalmente!) disco d’esordio.

Marzo  1985,  trent’anni  fa  esatti  esce  First And Last And Always”, che contiene l’altro singolo “No Time To Cry” (e il memorabile video con la band che si esibisce sotto la pioggia) e una serie impressionante di classici che fanno si che riceva unanimi consensi dalla critica. Scritto in larga parte da Wayne Hussey con contributi consistenti di Marx e Adams, con Eldricht curiosamente in secondo piano che contribuisce solo alla redazione di un pezzo, l’album rappresenta la fusione perfetta tra gothic e psichedelia, fatto di pezzi grandiosi come la title track o la malata “Marian”, l’indiavolata “A Rock And The Hardplace” dalla notevole sezione ritmica fino alla tenebrosa litania finale di “Some Kind of Stranger”. Purtroppo le tensioni all’interno della band finora rimaste latenti sfociano nella deflagrante scissione: Craig Adams e Wayne Hussey salutano la compagnia e fondano i Mission mentre Eldritch pubblicherà l’anno dopo un disco elettronico sotto il nome di Sisterhood. La prestigiosa ragione sociale, in carico a Andrew dopo una lunga battaglia legale, risorgerà nell’87 con l’uscita di “Floodland” (praticamente Eldritch con in più  l’appariscente Patricia Morrison) un disco che ha il potere di far rimpiangere il recente passato.

Da avere assolutamente “Some Girls Wonder by Mistake” del ’92 raccolta contenente i singoli pubblicati nei primi anni della loro carriera, compresa la versione extended di “The Temple of Love”. Dal loro sito e soprattutto dai numerosi fan sparsi in internet apprendiamo che dal 2008 in poi si sono esibiti in vari set in Belgio e Portogallo. In marzo del 2009 sbarcano in Italia per una serie di date con in formazione, oltre a Eldricht e la storica Doctor Avalanche, i due chitarristi di scuola hard tendente al metal Chris Catalyst e Ben Christo.

 

 
 
 

Accadde dieci anni fa: Bloc Party "Silent Alarm"

Post n°91 pubblicato il 22 Febbraio 2015 da sanavio.stefano
Foto di sanavio.stefano

Agli  albori  degli  anni  zero  è  balzata  agli  onori  delle  cronache  musicali  una  nuova  ondata  di  gruppi  sconosciuti  che  si  rifacevano  sfacciatamente  alle  esperienze  del  post  punk  tanto  in  voga  a  cavallo  tra  la  fine  dei  settanta  e  l’inizio  degli  anni  ottanta.  Così  tra  i  vari  Franz  Ferdinand,  Interpol,  Editors  e  Liars  fu  una  vera  gioia  trovarsi  tra  le  mani  anche  il  primo  disco  dei  Bloc  Party,  band  formata  sul  finire  degli  anni  novanta  dal  chitarrista  Russel  Lissack  e  dal  cantante  di  origini  nigeriane  Kele  Okereke  ai  quali  si  sono  aggregati  il  batterista  Matt  Tong  ed  il  bassista  Gordon  Moakes.  La  gavetta  dura  qualche  anno  fino  alla  pubblicazione  di  due  singoli  “Helicopter”  e  “Banquet”  che  ne  fanno  un  piccolo  caso,  immediatamente  seguiti  dall’album  d’esordio. 

Febbraio    1985,    dieci  anni    fa    esatti    esce    “Silent  Alarm”,  uno  stile  che  richiama  la  new  wave  più  conosciuta,  vuoi  per  la  voce  di  Okereke  da  molti  paragonata  a  quella  di  Robert  Smith,  vuoi  per  la  chitarra  tagliente  che  richiama  i  Gang  Of  Four  (ma  in  certi  tratti  anche  i  Bauhaus  più  fruibili),  spiccano  tra  i  pezzi  i  due  singoli,  l’iniziale  agghiaccante  “Like  Eating  Glass”,  la  pregna  di  tensioni  “She’s  Hearing  Voices”  dove  risalta  una  leggera  vena  alla  Blur,  la  quasi  pop  “This  Modern  Love”  in  una  mistura  azzeccata  di  TV  On  The  Radio  con  i  contemporanei  Art  Brut.  Geniali,  insomma  questi  ragazzi,  il  disco  piace  e  vende  bene  sia  in  Inghilterra  che  in  America,  e  supera  brillantemente  il  milione  di  copie  vendute.  Purtroppo  però  la  loro  vena  compositiva  conoscerà  un  lieve  decadimento  perché  i  due  dischi  successivi  a  mio  avviso  non  raggiungono  neanche  lontanamente  il  livello  di  questo,  una  lieve  luce  si  intravede  nel  quarto  disco,  con  molta  fantasia  chiamato  “Four”  pubblicato  ormai  tre  anni  fa,  e  che  risulta  ancora  l’ultima  fatica  dei  nostri. 

 
 
 

Accadde trent'anni fa: The Sound "Heads And Hearts"

Post n°90 pubblicato il 20 Gennaio 2015 da sanavio.stefano
Foto di sanavio.stefano

La  band  di  cui  scrivo  non  ha  purtroppo  goduto  della  considerazione  che  meritava,  sia  negli  anni  ottanta  che  in  seguito.  E  di  questo  ne  sono  particolarmente  dispiaciuto,  perché  riascoltando  oggi  alcune  prove  significative  mi  sorge  un  quesito  a  cui  è  difficile  rispondere:  perché  gli  U2  si  e  loro  no?  Perché  non  hanno  goduto  della  considerazione  (e  magari  parte  dei  cospicui  guadagni)  del  gruppo  di  Bono  Vox,  nonostante  alcune  evidenti  similitudini?  Non  solo,  perché  la  critica  non  li  ha  elogiati  quanto  ad  esempio  Echo  &  the  Bunnymen  (altra  evidente  similitudine)?  Sono  domande  difficili  in  un  mondo  difficile.  Partiamo  dalla  storia:  dopo  la  divulgazione  del  verbo  punk  e  l’avvento  della  new  wave  il  giovane  Adrian  Borland  forma  a  Liverpool  un  gruppetto  chiamato  The  Outsiders,  progetto  nato  già  morto  dato  che  nel  corso  del  biennio  1977-78  pubblicherà  un  solo  EP  “One  To  Infinity”  per  un’oscura  label  chiamata  Raw  Edge. 

Verso  fine  ’78  Adrian  cambia  compagni  di  viaggio  e  si  affianca  a  Graham  Green  al  basso,  Michael  Dudley  alla  batteria  e  Bi  Marshall  alle  tastiere. 

Con  questa  formazione,  e  finalmente  col  nome  definitivo,  The  Sound,  alla  fine  dell’anno  successivo  pubblicano  un  altro  EP  “Physical  world”  questa  volta  un  lavoro  più  compiuto  che  mette  nelle  tre  tracce  tutta  l’energia  che  i  nostri  sono  soliti  sprigionare  dal  vivo. 

Dopo  aver  firmato  per  la  Korova,  come  i  concittadini  Echo  &  The  Bunnymen,  la  band  è  pronta  per  la  pubblicazione  del  loro  esordio  adulto  e  a  mio  avviso  il  migliore,  “Jeopardy”,  è  un  raro  esempio  di  post  punk  che  mescola  alchimie  oscure  con  la  leggerezza  del  pop  più  intelligente,  contiene  l’inno  epocale  “I  Can’t  Escape  Myself”  e  gode  di  intriganti  trame  psichedeliche  filtrate  dal  canto  nervoso  di  Borland,  insomma  un  disco  magico.  Un  po’  Magazine,  un  po’  Joy  Division,  i  nostri  si  ritagliano  un  seguito  considerevole  in  patria.  Nel  frattempo  Borland  assieme  a  Green  divaga  rispetto  ai  Sound  occupandosi  di  un  progetto  sperimentale  e  secondario  chiamato  Second  Layer;  inoltre  nello  stesso  periodo  avviene  un  avvicendamento  nella  line  up  dove  alle  tastiere  Calvin  Mayers  sostituisce  Marshall. 

L’anno  successivo  vedono  la  luce  due  diversi  progetti,  un  EP  live  contenente  registrazioni  da  un  concerto  londinese  e  il  secondo  LP,  “From  The  Lion’s  Mouth”  prodotto  da  Hugh  Jones  è  di  livello  impercettibilmente  inferiore  rispetto  al  precedente,  qui  regna  la  tendenza  ad  emulare  i  primi  U2  che  si  stanno  rapidamente  affermando  senza  perder  il  riferimento  ai  crepuscolari  Joy  Division.  Comunque  sia  ben  chiaro,  le  canzoni  sono  più  che  buone.  Nel  frattempo  i  rapporti  con  l’etichetta  si  fanno  tesi:  la  Korova  esige  una  conversione  al  pop  più  vendibile  per  risanare  le  casse  mentre  Borland  e  soci  non  ci  stanno.  Dopo  diverse  controversie  l’atteso  seguito  esce  solo  l’anno  dopo  e  segna  il  livello  qualitativo  più  basso  mai  toccato  dalla  band;  il  sound  di  “All  Fall  Down”  tende  ad  una  miscela  gothic  pop  che  non  entusiasma  e  che  scontenta  i  vecchi  fans,  Borland  che  non  è  l’ultimo  arrivato  se  ne  rende  perfettamente  conto  e  decide  di  chiudere  con  l’etichetta  per  accasarsi  alla  Statik.  Per  riascoltare  nuove  note  dei  nostri  devono  passare  due  anni  con  l’uscita  dell’EP  “Shock  Of  Daylight”  prodotto  da  Pat  Collier  che  li  fotografa    ai  livelli  qualitativi  che  gli  competono,  la  voglia  di  stupire  è  accompagnata  da  una  fluidità  e  freschezza  negli  arrangiamenti  da  far  ben  sperare  nel  futuro.

Gennaio  1985,  trent’anni  fa  esatti  esce  “Heads  And  Hearts”,  disco  al  quale  sono  particolarmente  affezionato  (perché  acquistato  dal  sottoscritto  dopo  innumerevoli  sacrifici  sulla  paghetta  dell’epoca)  e  che,  pur  non  essendo  eccelso,  in  parte  ottiene  l’obiettivo  prefissato  di  allargare  la  sfera  degli  adepti.  Brillano  la  tensione  evocativa  di  “Whirlpool”,  la  melodia  tenebrosa  di  “Total  Recall”  che  sfocia  in  un  solare  refrain,  il  singolo  “Under  you”  che  paga  dazio  ai  Simple  Minds  non  ancora  rintronati  di  “Don’t  You”  e  la  rilassata  “Mining  For  Heart”.  Da  qui  in  poi  la  storia  precipita  e  l’aria  si  fa  pesante  con  l’etichetta;  per  vedere  un  nuovo  lavoro  di  studio  sugli  scaffali  dei  negozi  bisogna  attendere  il  1987  quando  un  timido  “Thunder  Up”  sancirà  che  i  tempi  sono  irrimediabilmente  cambiati  perché  i  nostri  raccolgano  il  successo  agognato.  Come  dire:  il  treno  è  passato  e  voi  non  ci  siete  saliti.    L’anno  dopo  i  Sound  non  esistono  più,  un  Adrian  Borland  disorientato  decide  di  intraprendere  la  carriera  solista  che  sarà  avara  di  soddisfazioni,  nonostante  la  bontà  di  alcune  prove,  ad  esempio  “Brittle  Heaven”  del  ’92  che  ispira  anche  il  nome  del  suo  sito  ufficiale  mentre  l’altra  mente,  Graham  Green,  abbandona  la  scena  musicale. 

Sul  finire  di  millennio  Adrian  ritrova  la  fiducia,  sta  lavorando  in  studio  per  un  nuovo  disco  che  è  quasi  pronto,  sente  la  pesantezza  dei  suoi  insuccessi  e  li  vive  in  modo  disturbante.  La  mattina  del  26  aprile  1999  si  dirige  presso  la  stazione  metropolitana  di  Wimbledon,  stanco,  sfiduciato  e  depresso  si  getta  sotto  un  convoglio  in  arrivo.

 

 
 
 

Accadde trent'anni fa: Diaframma "Siberia"

Post n°89 pubblicato il 17 Dicembre 2014 da sanavio.stefano
Foto di sanavio.stefano

I  Diaframma  furono  un  gruppo  fondamentale  per  l’evoluzione  del  rock  italiano;  erano  i  primi  mesi  del  1980  che  videro  il  chitarrista  e  compositore  Federico  Fiumani  quale  aggregatore  di  una  band  che  aveva  nel  post  punk  inglese  la  sua  maggior  fonte  di  ispirazione  (e  la  sua  salvezza  sarà  poi  distanziarsene  al  momento  giusto),  con  dei  testi  poetici  degni  del  miglior  cantautorato  nostrano.  Al  suo  fianco  Leandro  Chicchi  al  basso,  Gianni  Chicchi  alla  batteria  e  il  mitico  cantante  Miro  Sassolini,  che  ha  sostituito  il  primo  cantante  Luca  Vannini.  L’incontro  tra  Sassolini  e  Fiumani  avviene  mentre  stanno  prestando  servizio  per  la  madre  patria  in  una  qualche  remota  caserma  del  nord  est,  e  Federico  ricorda  ancora  con  stupore  i  gorgheggi  chiesastici  che  Miro  intonava  nei  momenti  liberi  in  camerata.  Al  termine  della  leva  sono  pronti  per  l’incisione  di  quella  pietra  miliare  di  cui  si  parla  in  questo  post. 

Dicembre  1984,  trent’anni  fa  esatti  esce  Siberia”,  successore  nella  loro  discografia  di  “Pioggia”  dell’ottantadue  e  dell’EP  “Altrove”  dell’anno  successivo,  è  un  disco  imprescindibile  della  così  detta  new  wave  italiana  (ma  al  tempo  si  preferiva  parlare  della  nuova  musica  italiana  cantata  in  italiano)  e  fondamentale  per  la  composita  scena  italiana  (che  vanta  nei  contemporanei  Litfiba  un  buon  contraltare,  a  metà  strada  tra  gli  U2  più  combattivi  e  i  Simple  Minds  più  fruibili)  che  guarda  come  detto  ai  modelli  post  punk,  uno  su  tutti,  i  Joy  Division  dai  quali  lo  stesso  Fiumani  prenderà  le  distanze  dicendo  di  preferire  l’insuccesso  piuttosto  che  pagare  il  prezzo  di  Ian  Curtis.  L’album  vive  di  contrasti  tra  luci  e  ombre,  nel  senso  che  si  susseguono  episodi  oscuri  ad  altri  meno  pesanti  e  tendenti  alla  fruibilità  radiofonica.  Nella  classifica  dei  100  dischi  italiani  più  belli  di  sempre  redatta  da  Rolling  Stone  si  piazza  al  settimo  posto,  e  questo  ci  può  stare.  Quello  che  è  incomprensibile  è  come  gli  sia  davanti  “Bollicine”  di  Vasco  Rossi  (al  primo  posto)  e  “Lorenzo”  di  Jovanotti  (al  quinto  posto),  ma  questo  è  un  altro  discorso. 

E’  il  disco  di  “Amsterdam”  tanto  per  cominciare,  posta  a  chiudere  il  lato  A,  ma  anche  della  bellissima,  incalzante  e  densa  d’atmosfera  title  track  ad  aprirlo  ,  accompagnata  tra  l’altro  da  un  video  in  bianco  e  nero  dalle  forti  perturbazioni  emotive;  poi  ci  sono  “Delorenzo”  e  “Neogrigio”,  autentici  manifesti  della  prima  versione  della  band  e  di  un  periodo,  i  primi  anni  ottanta,  dove  disciplina  e  furore  artistico  erano  necessari  per  non  essere  artisti  che  si  consumano  nell’arco  di  una  stagione.  Infatti  Fiumani  è  ancora  attivo.  Mi  domando  cosa  si  aspetti  ad  invitarlo  al  Festival  di  Sanremo,  ad  esempio,  che  dopo  Afterhours,  Marlene  Kuntz,  Almamegretta  e  Marta  Sui  Tubi  si  è  aperto  alla  musica  d’autore  indipendente,  potrebbe  fregiarsi  di  un’altra  prestigiosa  partecipazione.  Ma  forse  è  meglio  così.

 
 
 

Accadde trent'anni fa: Cocteau Twins "Treasure"

Post n°88 pubblicato il 28 Novembre 2014 da sanavio.stefano
Foto di sanavio.stefano

Uno dei gruppi più originali ed ammalianti dell’intera epopea post punk nasce nel 1982 in Scozia per iniziativa del polistrumentista Robin Guthrie e della cantante Elizabeth Fraser coadiuvati dal bassista Will Heggie. Ben presto entrano nel giro della (sempre sia lodata) 4AD, della quale saranno ben presto tra gli elementi più rappresentativi, e registrano in soli sette giorni l’esordio discografico “Garlands”, uno dei maggiori successi stagionali in ambito underground, con il sound che si avvicina molto alle atmosfere terse e ombrose dei compagni d’etichetta Modern English, Elizabeth incarna al meglio l’eroina decadente come la contemporanea Siouxsie, della quale è anche una fan della prima ora.

 

Nel corso dell’anno per promuovere l’album i nostri sono di supporto ai concerti di Birthday Party e ben presto rilasciano una nuova prova su vinile, l’EP “Lullabies” che contiene solo tre pezzi. L’anno dopo si rifanno vivi con un ulteriore EP “Peppermint Pig” del quale però la band non risulta pienamente soddisfatta. Le tensioni aumentano così come le aspettative del pubblico, Will Heggie lascia la band proprio mentre si accinge ad entrare in sala d’incisione per dare un seguito al primo LP, cosa che avviene l’anno dopo con “Head Over Heels” che rappresenta un ulteriore punto di forza della loro discografia, le sonorità si ammorbidiscono e diventano più rarefatte e malinconiche. Guthrie lavora da par suo con la strumentazione mentre Liz tocca il cuore con la sua voce stupenda.

 

La coppia (d’ora in poi non solo professionale ma anche nella vita) accresce la fama nel mondo indipendente grazie alla loro immagine affascinante che rapisce sempre più nuovi adepti. Il carattere di Elizabeth la preserva da eccessive esposizioni mediatiche che entrambi osteggiano prediligendo il contatto col pubblico. Durante lo stesso anno è ancora una volta un EP, “Sunburst And Snowblind”, a spezzare il silenzio discografico del duo mentre per la prima volta attraversano l’oceano per tenere alcuni concerti americani.

 

L’anno dopo (e siamo nel ’83) un nuovo elemento entra a far parte della band, trattasi del percussionista Simon Raymonde, e collaborano con la loro casa discografica al progetto This Mortal Coil, voluto dal vulcanico Ivo Watts-Russel e da Jhon Fryer partorirà solo tre lavori ma stupendi, formazione aperta comprendente performance dei vari Howard Devoto, Lisa Gerrard dei Dead Can Dance e Gordon Sharp. Ma torniamo ai Cocteau Twins.

 

Novembre 1984, trent’anni fa esatti esce “Treasure” che rappresenta il picco più alto, qualitativamente parlando, della folta discografia della band. Ancora una volta una copertina stupenda avvolge un lavoro superbo, una estatica mistura di sonorità barocche e medievali dove la voce Liz fa la parte del leone e rappresenta il loro marchio di fabbrica. L’iniziale “Ivo” (chissà a chi è dedicata…) resta impressa dal primo ascolto, “Persephone” richiama le lezioni di Siouxsie mentre nella suadente “Lorelei” Elizabeth si supera. Un lavoro magico che riflette un gruppo in evidente stato di grazia. Le loro quotazioni crescono grazie alle frequenti partecipazioni al programma di John Peel. Nonostante la pessima strategia commerciale scelta (nessun video promozionale) a fine anno questo disco è tra i più votati dai critici.

 

L’anno successivo licenziano una serie di EP di buon livello, per vedere un seguito informato esteso bisogna aspettare il 1986 con l’uscita di “Victorialand”. I nostri pubblicarono altri dischi, quale più quale meno, di buona fattura accostandosi a una forma più canonica di canzone, sempre in bilico tra problemi di droghe e alcool (Guthrie) ed equilibri psichici precari (Fraser) che nemmeno la nascita di una bimba, Lucy Bell, riuscirono a sopire.

 

Nel 1997 avviene la rottura definitiva, proprio in sala d’incisione mentre stavano preparando del nuovo materiale. Tutti gli elementi della band sono rimasti nel giro musicale, la Fraser ha collaborato con i Massive Attack nel loro disco “Mezzanine” cantando alcuni dei pezzi migliori ed ha collaborato per alcune colonne sonore, Gutthrie in veste di produttore ha lavorato con John Foxx e con Harold Budd.

 

Nel 2006 la 4AD ha licenziato una raccolta di quattro cd, “Lullabies to violane”, contenente il materiale edito nei numerosi EP. 

 

 
 
 

Accadde quarant'anni fa: Kraftwerk "Autobahn"

Post n°87 pubblicato il 19 Novembre 2014 da sanavio.stefano
Foto di sanavio.stefano

La musica elettronica è sempre stata snobbata. Beh non proprio snobbata, diciamo non considerata quanto sarebbe doveroso. Si perché se il rock da che mondo è quel qualcosa di indefinito che genera emozioni, solitamente ha bisogno di una chitarra che eroghi decibel a profusione, possibilmente manipolata da uno scalmanato e sudato musicista dalla folta chioma. Questa è l’immagina da stereotipo immediatamente riconducibile alla musica che amiamo. 

Per una serie di fattori invece la genesi dell’elettronica riconosciuta nel mondo rock ha avuto origine da una pletora di gruppi tedeschi che ebbero la loro massima espressione negli anni settanta, la kosmische musik o krautrock. Ma non dimentichiamo che l’idea che la musica potesse scaturire da una macchina fu, guarda un po’, di un italiano, Luigi Russolo, futurista che ad inizio del novecento redasse il manifesto “l’arte dei rumori” secondo il quale i fragorosi rumori dell’era industriale avevano pari dignità a quelli scaturiti da violoncelli, xilofoni e pianoforti. Un altro personaggio, il compositore francese Edgar Varese, alla fine degli anni venti, riuscì a brevettare degli strumenti di carattere pre elettronico. Negli anni seguenti videro la luce strumenti tradizionali elettrificati quali l’organo Hammond e la chitarra Rickenbacker, così chiamati dal nome degli artigiani che li avevano amorevolmente assemblati. Prima della seconda guerra mondiale avvenne la prima rudimentale impressione su nastro magnetico di rumori di origine musicale dalla tedesca AEG, pratica che si diffuse a macchia d’olio al di la dell’oceano atlantico. Anche in Italia qualcosa si mosse dopo la fine della guerra; in anticipo sui tempi la radio televisione italiana instaurò lo studio di fonologia musicale, un po’ come faceva John Cage in America dove parlava di musica aleatoria, cioè la casualità introdotta nella composizione. E cosa c’è di più aleatorio del suono che può fuoriuscire da un marchingegno elettronico? La RCA negli anni cinquanta produsse un primo prototipo di sintetizzatore, ma la vera produzione industriale iniziò un decennio più tardi per opera dell’ingegnere statunitense Robert Moog. Molti si accostarono a questo infernale macchinario in grado di produrre suoni sintetici freddi e cerebrali, ma pochi ne capirono le potenzialità. E’ vero anche che pochi potevano permetterselo perché costava una follia, ma alcune ricche popstar del mondo progressive quali il folle incendiario di tastiere Keith Emerson, il modesto Tony Banks dei Genesis e l’ambiguo Rick Wakeman (perennemente vestito di tuniche da frate buddista) degli Yes assunsero lo strumento come fondamentale nell’economia delle rispettive band d’appartenenza.  Fortuna volle che non solo il progressive adottò il synth ma anche una coppia di fenomeni di Dusseldorf chiamati Ralf Hutter e Florian Schneider, dapprima denominati Organisation, poi rinominati Kraftwerk. Freschi di studi di conservatorio dove avevano appreso i rudimenti dal maestro Karlheinz Stockausen, gravitavano nell’orbita di quel movimento culturale che aveva in serbo di far nascere band fondamentali quali Can guidati guarda caso da altri due allievi di Stockausen, Holger Czukay e Irmin Schmidt, i Neu di Klaus Dinger e Michael Rother, gli hippy psichedelici in salsa tedesca Amon Duul e Ash Ra Tempel. Insomma un bel movimento non c’è che dire. Ma mentre i Can riscrivevano con “Tago Mago” del ’71 l’approccio di certa psichedelia americana frammentandola con umori dei Velvet Underground ed elettronica ad ampio raggio, il nostro duo tardava a trovare la propria specifica dimensione, cosa che fecero qualche anno dopo.   

Novembre 1974, quarant’anni fa esatti esce “Autobahn”, primo disco dei Kraftwerk con soli strumenti elettronici (in realtà il quarto della loro produzione, quinto se si conteggia “Tone Float” a nome Organisation) e prodotto dal demiurgo Conny Plank è arcinoto per la lunga suite che da titolo al disco che venne per forza di cose ridotta ai canonici tre minuti e rotti nelle versioni a 45 giri per sorprendere e sbancare il mercato americano, dove i nostri sfondarono più che in Europa. Molti strumenti sono stati creati appositamente dai membri della band, come la arci nota batteria ad opera di Wolfgang Flur (il quarto effettivo era il chitarrista Klaus Roder). Altri titoli nel disco due lunghe “Kometenmelodie” di diversa intensità (con mia particolare preferenza alla seconda) , la effettata “Mitternacht” della quale Bowie prenderà appunti soprattutto per la seconda facciata di “Heroes” e la finale “Morgenspaziergang” con un flauto fiabesco all’interno di un contesto fatto di quieti fluire di ruscelli e cinguettii virtuali grazie alle eccentriche invenzioni.

Dire che è un disco rivoluzionario è poco, plasmò di fatto certa new wave, ambient e techno pop, come lo furono gli altri editi negli anni settanta (l’indimenticabile “Trans Europe Express” in primis), oltre alle marcate influenze nel Bowie del periodo berlinese e degli incommensurabili Suicide del ’77 e negli anni successivi per Human League, Cabaret Voltaire, solo per citarne alcuni, fino al progressivo sfilacciamento della  vena compositiva, le beghe legali con gli altri componenti che erano saliti a bordo e l’allontanamento dalle scene live per perseguire altri obiettivi.

 
 
 

Accadde trent'anni fa: Lloyd Cole & Commotions "Rattlesnakes"

Post n°86 pubblicato il 28 Ottobre 2014 da sanavio.stefano
Foto di sanavio.stefano

Aveva tutte le qualità Lloyd Cole per diventare una star di fama internazionale: il physique du role, una voce adolescenziale e malinconica il giusto, e l’innata capacità di creare delle linee melodiche di quelle che non si dimenticano facilmente e tradurle in gradevolissimi pezzi capaci di mischiare Byrds, Velvet Underground e certa new wave che andava ad inizio anni ottanta; se non è diventato una star dal conto milionario non è certo colpa dell’esordio discografico del quale parlo in questo post, che fu un fulmine a ciel sereno, dato che di Lloyd precedentemente non si era mai sentito parlare, se non sporadicamente. Nativo di Buxton inizia a frequentare l’università di Glasgow dove incontra i futuri sodali che costituiranno la sua band, i Commotions: il chitarrista Neil Clark, il tastierista Blair Cowan, il bassista Lawrence Donegan e il batterista Stephen Irvine. 

Ottobre 1984, trent’anni fa esatti esce “Rattlesnakes”, l’esordio clamoroso su etichetta Polydor, uno dei dischi più freschi e meglio riusciti di quell’anno. Sono diversi i classici inclusi che meritano la citazione: l’iniziale “Perfect Skin” perfetta simbiosi dei Velvet con un cantato quasi parlato che simula Lou Reed, la misteriosa “Down On Mission Street” prodotta magnificamente, la quasi rockabilly “Four Flights Up”, la veloce title track e quella che chiude il disco nel migliore dei modi, significativa sin dal titolo: “Are You Ready To Be Heartbroken?” con i cori femminili che rafforzano la sensazione che il cuore si spacchi per davvero. Lo si ascolta sempre volentieri questo album che sembra non risentire del tempo che passa.

Seguirà un Lloyd Cole a fasi alterne, i successivi due album presenteranno maldestri tentativi di raggiungere il successo senza il carattere necessario, snaturando le sue godibili cavalcate per un sound più mainstream (ed è proprio questo il titolo del disco dell’87); accortosi di aver bisogno di una svolta epocale il nostro scioglie i Commotions e si trasferisce a New York dove incontra nuovi sodali e inizia la carriera da solista con rinnovato entusiasmo, prova ne sarà “Lloyd Cole” del ’90 (a sottolineare il nuovo inizio).

Da segnalare senz’altro altre due prove significative del nostro: “Music In a Foreign Language” del 2003, con ballate scarne cupe e notturne sullo stile di Nick Cave di inizio secolo (non a caso vi è una cover di “People Ain’t No Good”) e il successivo di sette anni “Broken Record” dove ritorna a collaborare con Blair Cowan e spicca la partecipazione di Joan Wasser (Joan As Policewoman) un disco pieni di invenzioni che delinea la maturità del songwriter albionico.

 
 
 

Accadde trent'anni fa: U2 "The Unforgettable Fire"

Post n°85 pubblicato il 20 Ottobre 2014 da sanavio.stefano
Foto di sanavio.stefano

Che dire ancora degli U2, dopo tutti quei milioni di copie di album venduti in tutto il mondo, dopo che la loro immagine è conosciuta in ambito planetario come e forse più dei Beatles, dopo che si sono esposti in contributi alle cause umanitarie più disparate, insomma stiamo parlando di tanta roba. Come sanno ormai anche i sassi la loro storia parte nell’Irlanda lacerata di fine anni settanta: Bono Vox (Paul Hewson) alla voce, The Edge (David Evans)  alla chitarra, Adam Clayton (basso) e Larry Mullen (batteria), questi sono i nomi dei quattro che sembrano nati per stare incollati l’uno all’altro. Dediti all’emulazione di Stones, Velvet e Neil Young ma attratti anche dal post punk; le loro prestazioni musicali sono oggetto di interesse della Island che con lungimiranza non ci penserà un istante a metterli sotto contratto. 

Nel 1980 dopo la pubblicazione di due singoli frizzanti quali “11 O’Clock Tick Tock / Touch” (a maggio, prodotto da Martin Hannett) e “A Day Without Me / Things To Make & Do” (ad agosto) in ottobre esce il loro esordio discografico “Boy” dalla celebre copertina raffigurante una ragazzino innocente, e dalle sonorità agili, veloci, energia e lirismo condensate in un disco ancora un po’ ingenuo ma molto promettente. La critica se ne accorge e ne tesse le lodi, così come il pubblico che corre in massa ad acquistarlo. Prodotto da Steve Lillywhite (in evidenza per i lavori con Siouxsie & The Banshees e Peter Gabriel) il disco vanta tra i suoi solchi il nuovo singolo “I Will Follow” scarica adrenalinica di notevole impatto. Il gruppo si imbarca in un imponente tour (Irlanda, Inghilterra e America coast to coast le tappe) dove il pubblico avrà modo di verificare il potente live set dei quattro irlandesi; in particolare sul palco funziona a meraviglia l’accoppiata Bono folletto impazzito che salta incessantemente da una parte all’altra del palco e Edge chitarrista all’avanguardia come pochi in quegli anni. Passa un anno ed è già pronto il seguito che si chiama guarda caso “October” che non denota l’auspicata maturità artistica ma segna il passo come un lavoro timido, poco compatto. E anche religioso, detto senza ironia. Sono presenti infatti l’inno “Gloria” e “Rejoice” con liriche espressamente mistiche, ma anche dei mezzi passi falsi come “Is That All?” e la stessa lenta e compassata title track che poteva essere sviluppata in modo più originale. Ci sono anche per fortuna delle chicche degne dei migliori U2 quali “I Threw a Brick Through a Window” e la drammatica “Tomorrow” dedicata alla defunta madre di Bono. Il gruppo è costantemente in concerto dove sviluppano una qualità impressionante che fa crescere vertiginosamente la loro reputazione. L’anno successivo ad agosto Bono si sposa, dopo di che tutti i membri sono convocati in un cottage sulla costa dublinese per le sessioni di registrazione del loro terzo lavoro. 

Le sessioni inaspettatamente durano più a lungo del previsto tanto che il nuovo disco “War” vede la luce solo a marzo dell’anno dopo, con in copertina la faccia del bambino di “Boy” diventato un po’ più grande e arrabbiato. La leggenda vuole che a Natale ’82 il gruppo presenta dal vivo un brano che sarà incluso nel nuovo album per assoggettarlo al giudizio del pubblico che lo accoglie con roboanti urla di entusiasmo. Il pezzo in questione è “Sunday bloody Sunday” destinato a diventare una delle canzoni più amate dai fan, che parla col cuore in mano di repressione e fratellanza, di pace e di Gesù; una batteria secca e minacciosa introduce il famoso riff chitarristico destinato a fare epoca e Bono che intona l’incipit “I can’t believe the news today…”. Il singolo estratto che anticipa l’uscita del disco di due mesi è la stupenda “New Year’s Day” con le tastiere liquide in primo piano e il cantato perfetto e suadente di Bono. Ma questo album è pieno di pezzi eclatanti: “Like a song” è combat rock allo stato brado, “Two Hearts Beat As One” una love song adrenalinica, “Drowning Man” è poetica e accattivante, “40” un ulteriore inno seducente dal sapore chiesastico. Il successo è assicurato, in particolare in America dove vengono assimilati ai Clash, con al posto delle tematiche marxiste le loro sofferte liriche cattoliche. Ad agosto partecipano al festival tedesco Rockpalast dove grazie all’eurovisione possono raggiungere le case di tutta europa. Dopo il fugace intermezzo di un mini album dal vivo “Under a Blood Red Sky” che immortala alcuni concerti americani e che riesce a trasporre su disco le energiche esibizioni del quartetto la band, in primavera del successivo anno, entrano in studio accompagnati da due pezzi da novanta in veste di produttori: l’ex Roxy Music Brian Eno e Daniel Lanois. 

Ottobre 1984, trent’anni fa esatti esce “The Unfogettable Fire” disco che segna il passaggio degli U2 all’età matura e che li afferma nello stardom del rock; indimenticabili vari pezzi tra i quali la title track, il singolo “Pride (in the name of love)” con ottimi riscontri di vendita ma anche “Bad” e “Elvis Presley and America” riescono a scavare nell’intimo dell’ascoltatore. Il resto, come si usa dire, è storia. Da pochi giorni è uscito, non senza polemiche, il nuovo disco della band “Songs of Innocence”, dapprima gratuito per i soli utenti Iphone, poi distribuito sui canali ufficiali.

 
 
 

Accadde trent'anni fa: Red Lorry Yellow Lorry "Talk About The Weather"

Post n°84 pubblicato il 08 Ottobre 2014 da sanavio.stefano
Foto di sanavio.stefano

A qualcuno il nome di questo gruppo potrebbe far pensare ad un gruppo di fanatici tifosi giallorossi (ovviamente romanisti) in gita fuori porta; infatti la traduzione letterale sta a significare camion rossi e gialli, un’immagine che se si concretizzasse su un’autostrada rischierebbe di far uscire dai gangheri gli occasionali viaggiatori delle strade nostrane, specie in questo periodo dopo la sconfitta della Roma con la Juventus della scorsa domenica. Invece si parla di un gruppo del quale oggi sono in pochi (ma buoni) a ricordarsi e che per un attimo hanno fatto sognare le schiere degli orfani dei Joy Division, schiere tra l’altro pregne di buongustai, sia chiaro, amanti delle rock d’atmosfera che fu in qualche modo battezzato dai famosi mancuniani. 

Formatosi nei dintorni di Leeds nei primi anni ottanta grazie al vocalist e chitarrista Chris Reed, l’altro chitarrista David Wolfenden, il bassista Paul Souther e batterista Mick Brown si fanno largo nel marasma cittadino in compagnia dei più noti Sisters Of Mercy, grazie ad una serie di singoli azzeccati quali “Beating My Head”, “Take It All”, “Chance” e “Spinning Round”. Come i conterranei Sisters arrivarono all’esordio su lunga durata dopo una serie interminabile di dodici pollici che facevano intravedere un discreto amalgama e un futuro radioso per la loro sorte.

Ottobre 1984, trent’anni fa esatti esce “Talk About The Weather” e subito devo correggermi, dato che la durata del disco non è proprio lunga come detto (ventisette minuti) ma il contenuto rivela delle perle di inebriante valore, a metà strada tra la band di Ian Curtis, che al tempo erano già New Order e i Killing Joke più fruibili. Le gemme che sono incise nei solchi restano nella memoria collettiva, quali la title track (sentita per la prima volta al programma radiofonico ‘Nocturnal Emission’, non so se mi spiego), “Hollow Eyes” altro pezzo da novanta e la conturbante e marziale “Hand On Heart”. Non proprio prolifici i nostri licenzieranno un altro 33 giri nell’87 dopo di che la crisi implacabile si abbatte sui nostri sarà la fine.

 
 
 

Accadde dieci anni fa: Kasabian "Kasabian"

Post n°83 pubblicato il 24 Settembre 2014 da sanavio.stefano
Foto di sanavio.stefano

Nome enigmatico, look falso trasandato che fa molto indie, una voce fuori dal comune, un chitarrista di lontane origini genovesi e ‘genoane’ (ha sbandierato in più occasioni l’attaccamento alla squadra più antica del bel paese facendosi ritrarre con la maglia rosso blu); queste sono le caratteristiche della band sulla quale questo mese mi dilungo. Nome enigmatico dicevo poc’anzi perché pare sia derivato dalla celebre Linda Kasabian, una delle ancelle di sua malvagità Charles Manson, ma anche il fatto che tradotto in armeno voglia dire macellaio ha un suo perché. Fatto sta che i Kasabian sono ad oggi una delle poche promesse mantenute dalle nuove band albioniche. Formati nella piccola (rispetto a Londra) Leicester, il primo nucleo vede Sergio Pizzorno (ecco il genoano di prima) alla chitarra, Tom Meighan alla voce solista e Christopher Karloff che se la sfanga con tastiere quanto con le chitarre; si aggrega a loro il bassista Chris Edwards per partire col botto, incrociando la strada di un manager della potente RCA che permette loro di misurarsi con dei singoli. Il risultato è sconvolgente, tre muscolosissime prove (“Processed Beats”, “Club Foot” e “LSF”) che fanno incetta di riconoscimenti sulle college radio.  

Settembre 2004, dieci anni fa esatti esce l’omonimo “Kasabian”, che oltre ai tre singoli di cui sopra annovera altri pezzi convincenti quali “Reason Is Treason” (riprodotta anche in modalità nascosta con remix) e l’aria malsana di “Test Transmission”. Lavoro carino per una band esordiente, posto che di esordi fulminanti ormai non ce ne sono più dai tempi degli Stone Roses (ecco un nome che ritorna dopo l’ascolto), un mix di Primal Scream meno danzerecci e gli Oasis meno sdolcinati. 

L’anno dopo entra a far parte della formazione ufficiale il batterista Ian Matthews e se ne esce Karloff per divergenze circa la direzione artistica da intraprendere, nel 2006 esce il seguito “Empire” che ottiene un buon successo. Da segnalare il salto di qualità definitivo in termini commerciali ottenuto dall’album “Velociraptor!” del 2011 soprattutto per la presenza della ballata “Goodbye Kiss” che raggiunge vette insperate nelle classifiche di vendita. Quest’anno è uscito il loro quinto e attualmente ultimo disco di studio “48:13” dove il groove danzereccio è ancora più accentuato, così come alcuni rimandi al krautrock anni settanta. Per inciso: cinque dischi in dieci anni rapportati all’esigua prolificità dei tempi odierni sono un bottino rilevante, anche in questo i nostri si distinguono dalla massa.

 
 
 
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