Creato da: Antologia2 il 08/08/2008
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Post N° 86

Post n°86 pubblicato il 24 Aprile 2010 da

 
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Post N° 85

Post n°85 pubblicato il 24 Aprile 2010 da

 
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http://www.avvenire.it/Commenti/zapatero+favole_201004130858023700000.htm

Post n°84 pubblicato il 24 Aprile 2010 da 1carinodolce

  

 
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IL SENSO DELLA VITA

Post n°83 pubblicato il 19 Gennaio 2010 da Antologia2

   

Nelle ideologie che dominano il mondo moderno e che riducono l’uomo a puro fenomeno, a macchina produttrice e consumatrice, a cultore del corpo, a idolatra dell’eros, l’essere umano viene frustrato e tradito nelle sue aspirazioni più profonde.

 

Per fortuna l’uomo è più grande delle sue miserie e riesce a ritrovare la sua grandezza dopo le varie ubriacature.

 

Ma con quanta pena per il tempo perduto, le umiliazioni subite e per il fango di cui si è appesantito. Al traguardo di ogni sentiero sbagliato c’è lui, Cristo, col suo dono di verità e di vita.

 

Il Natale è la festa dell’incontro dell’uomo smarrito col Dio incarnato che non può permettere che la sua creatura, con la quale si è fatto solidale, resti smarrita, umiliata, sporca.

 

Neanche la Chiesa - che pure tra molte contraddizioni e infedeltà dei suoi uomini, prolunga Cristo nel tempo - può permetterlo.

 

Da ciò le deriva l’obbligo sia di annunciare la buona notizia di Gesù, sia di ripetere a tutti coloro che hanno nelle loro mani il destino dei popoli e delle nazioni che l’esclusione di Cristo dalla storia è un atto contro l’uomo. Cristo è necessario all’uomo come l’acqua al pesce: per vivere e per conoscersi.

 

"Non si può comprendere l’uomo fino in fondo senza Cristo. O piuttosto l’uomo non è capace di comprendere se stesso fino in fondo senza Cristo.

 

Non può capire né chi è, né qual è la sua vera dignità, né quale sia la sua vocazione, né il destino finale. Non può capire tutto ciò senza il Cristo.

 

E perciò non si può escludere Cristo dalla storia dell’uomo in qualsiasi parte del globo, e su qualsiasi latitudine o longitudine geografica.

 

L’esclusione di Cristo dalla storia dell’uomo è un atto contro l’uomo... La storia di ogni uomo si svolge in Gesù Cristo. In lui diventa storia della salvezza" 

(Giovanni Paolo II, Omelia a Varsavia, 2 giugno 1979). 

  
 

 
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http://www.clonline.org/Art_dett.asp?testo=COMUNICAZIONE&operatore=AND&ID=3002

Post n°82 pubblicato il 06 Settembre 2009 da citazioni_bellisssss


 
Quando insegnavo dicevo ai miei studenti che la comunicazione del cristianesimo avviene per “invidia”.
Una persona vede un’altra persona che vive con un’intensità, con una gioia, con un gusto che anche lei vorrebbe avere.
Per questo siamo qui, perché abbiamo trovato tutto ciò, e io ho incontrato un uomo che viveva così. 
Si chiamava don Luigi Giussani, e ha introdotto nella vita una febbre, una passione che faceva nascere in tutte le cose, le cose quotidiane, un’intensità sconosciuta. Trasformava le cose quotidiane, le cose noiose, in una storia appassionata.
È per questo che ne sono rimasto affascinato quando l’ho incontrato. Sono rimasto impressionato da quell’intensità di vita che il cristianesimo donava, e che prima non conoscevo. 
Da allora, don Giussani ha cominciato a far nascere in me una simpatia per la mia umanità, per i miei desideri, per le mie passioni. Diceva che il Movimento sembrava simpatico alle persone proprio per questa valorizzazione dei desideri più profondi di cui siamo fatti. Perché nessuno li prende sul serio, i nostri desideri più profondi.
Da quando l’ho incontrato ho iniziato ad amare i miei desideri, ad amare la mia umanità, ad amare la mia passione per la vita. I miei desideri diventavano il criterio per giudicare tutto, perché nessuno mi prendesse in giro, perché nessuno mi ingannasse, dato che tutti volevano darmi una risposta, ma nessuna era all’altezza dei miei desideri. Mi sono lanciato nella vita come in un’avventura, per scoprire che cosa rispondesse ai desideri che esplodevano nel mio cuore. Da allora non ho più avuto paura dei miei desideri, non ho mai avuto paura della mia umanità, dell’infinità dei miei desideri. La mia umanità, invece di essere un nemico nel tentativo di raggiungere la felicità, era la mia alleata, che mi spingeva sempre a cercare quello che mi rendeva felice.
.......

CONT. ...


- Julián Carrón - 
  

 
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http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=5598

Post n°81 pubblicato il 28 Agosto 2009 da LICURSI.110

 

Musica e poesia nella Laus Mari:
sull’onda delle emozioni

Michele Placido, Kim Rossi Stuart, Katia Ricciarelli e il fisarmonicista Davide Cavuti hanno coinvolto gli oltre mille spettatori venerdì 27 agosto, nello spettacolo "Laus Mari" promosso da Stefano Leone. Sul palco montato sulla sabbia, al lido "Buena Vista social club", gli illustri ospiti si sono alternati, regalando momenti di poesia, bel canto e musica, tutti dedicati al mare e alla riscoperta del senso di appartenenza.

Termoli. Lo sciabordio delle onde in lontananza, la voce di Michele Placido, Kim Rossi Stuart, Katia Ricciarelli, le rime e le note di celebri autori della letteratura e della canzone italiana.

Un mix di emozioni nella “Laus Mari” promossa lo scorso giovedì 27 agosto in una calda serata di fine estate dal creativo Stefano Leone, con un parterre degli ospiti prestigiosi in riva all’Adriatico, nella laguna naturale di Rio Vivo, con il palco montato direttamente sulla sabbia, nel lido “Buena Vista Social Club”.

Oltre mille gli spettatori, che hanno ascoltato i versi di D’Annunzio, Dante, Pablo Neruda declamati da Placido e Stuart, e le esibizioni liriche della Ricciarelli, che ha intonato una serie di classici, da “Summer Time” a “O Sole mio”. Un progetto culturale, un connubio di arte e un inno alla natura, per «riscoprire il senso di appartenenza legato al mare», come ha spiegato l’autore dell’iniziativa.

E molto suggestivi sono stati gli intramezzi musicali a ritmo di tango, eseguiti con maestria dal fisarmonistica Davide Cavuti e dagli altri componenti del suo ensemble. Sulle note si sono mossi i suadenti passi dei due ballerini fratelli Romeo e Cecilia Carbone. Altre due poesie, di Montale e Baudelaire, sono state recitate da due giovani molisani, Luca Basilico e Antonella Pacifico. Placido insieme a Stefano Leone ha poi premiato il pittore Fredy Luciani.

L’attore e regista pugliese nel corso della serata ha più volte elogiato Termoli, il suo Borgo antico, che nel tempo si è ulteriormente abbellito, «dove tra l’altro, mi hanno detto che potevo parcheggiare, ma poi mi hanno fatto la multa…», ha detto in tono scherzoso.

A conclusione della serata, dopo “O sole mio”, interpretato da Katia Ricciarelli, Placido ha rivolto un pensiero ai giovani morti nella casa dello studente nel terremoto a L’Aquila. Al termine dello spettacolo Stefano Leone e gli sponsor della manifestazione hanno reso omaggio agli artisti.

Ed è calato il sipario anche su “Laus Mari”, nuovo successo di Stefano Leone nell’estate 2009, dopo “Conscientia”.

(Pubblicato il 28/08/2009) 

 

 
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U.S.A. 2000

Post n°80 pubblicato il 18 Maggio 2009 da Antologia2

 

AMERICAN BEAUTY

(American Beauty)

 

U.S.A. 2000

Regia: Sam Mendes

Sceneggiatura: Alan Ball 

   Tutta la vicenda si svolge all’interno del quartiere residenziale di una non meglio individuata città americana, con i suoi bei viali alberati su cui si affacciano lindi e curati giardini di villette monofamiliari; vediamo i suoi abitanti che li percorrono facendo lo jogging o si scambiano saluti di cortesia attraverso le siepi di recinzione, fra il taglio dell’erba e la potatura delle rose della specie "american beauty".

Il protagonista, Lester, che accompagnerà tutta la storia con il suo commento fuori campo, si qualifica subito come un perdente rassegnato. Fin dal suo risveglio egli prevede che non ci sarà nulla che potrà entusiasmarlo, giornalista mediocre di un giornale di provincia. Facciamo la conoscenza anche con sua moglie Carolyn perfezionista dell’ordine e della pulizia di casa, che svolge il suo lavoro di mediatore immobiliare con tenacia ed ambizione, desiderosa di sfondare nel suo ramo. Questa sua ossessione per il successo la porterà ad ammirare e poi ad avere incontri amorosi con il leader degli immobiliari della zona, un personaggio che recita dal vivo l’immagine che si è costruita attraverso abili campagne pubblicitarie. Marito e moglie svolgono le loro vite parallele senza affetti e con frequenti bisticci su cose di poco conto. Tutto questo non fa che allontanare ancor di più da loro la figlia adolescente Jane, che trova invece interesse, ricambiata, per Ricky, ragazzo della casa accanto e suo compagno di scuola, che ha da poco traslocato con la sua famiglia. Apparentemente bravo ragazzo che cerca di guadagnare qualcosa con lavoretto serale, rispettoso dell’autorità paterna (suo padre è un rigido ufficiale dei Marines), in realtà egli arrotonda la sua condizione economica di studente spacciando (e consumando) erba. Nessuna sorpresa quando, indifferente alla famiglia lei, soffocato dal padre dittatore lui, meditino entrambi una romantica fuga a New York dove lui "conosce altri spacciatori che potrebbero aiutarlo".

Jane ha una amica Angela, che si compiace, novella Lolita, di innescare il desiderio di maschi più grandi di lei, vedendo in questo una riprova della sua capacità di seduzione, essenziale per la sua aspirazione a diventare top model. In effetti è proprio Lester ad avere i sensi risvegliati dalle sue attenzioni e, indifferente anzi soddisfatto per aver perso quel lavoro che costituiva per lui una continua fonte di frustrazione, si dedica ora a seguire miti narcisistici, quali quello della prestanza fisica indispensabile per riuscire a conquistare le attenzioni di una giovane come Angela. Il finale tragico del film porta alla ribalta il tema della morte preannunciato già all’inizio del film (il protagonista racconta infatti il suo ultimo anno di vita). Come suggerisce lo stesso Lester, è l’unica cosa certa che avverrà e se è successo a lui, succederà anche a noi (la reazione degli spettatori a quest’ultima battuta del film è facilmente prevedibile).

Questo film è americano; l’osservazione è ovvia ma la nostra appartenenza al vecchio continente ci fa percepire qualcosa nel film che ci è estraneo, che non ci è proprio, anche se forse per poco tempo ancora. Qualcosa di diverso nella misura in cui la percentuale di divorzi in U.S.A. è quasi il triplo di quella italiana e nella misura in cui da sempre la ricerca del successo e del benessere economico, unica unità di misura per le persone, pervade non solo le classi più elevate, quelle che effettivamente detengono il potere della ricchezza, ma anche la sconfinata vallata della media borghesia, dove la ricerca dei posti più in vista assume il tono di un campionato provinciale fra persone mediocri.

Ecco che Carolyn si ripete incessantemente che "per avere successo è importante apparire di successo" mentre Angela ribadisce più volte che "non c’è nulla di peggio che essere banale". Il più cinicamente integrato in tale logica e il giovane Ricky che costruisce intorno a se, un’immagine di tranquillo e bravo ragazzo ma poi è il primo a perseguire la regola che l’importante è avere denaro, indipendentemente da come lo si ottiene. Nessuna molla interna di ribellione scatta in questo ragazzo, egli non sente nessun impegno per un comportamento coerente o quantomeno integro, troppo spento nel suo quieto vivere, nel suo piccolo benessere truffaldino conquistato.

Lester è un più deciso contestatore di questo mondo di arrivisti (forse perché riconosce obbiettivamente di non averne le capacità) tanto che volutamente cerca un semplice impiego in una tavola calda proprio "per non avere responsabilità". Rinfaccia alla moglie di esser più attaccata alle "cose", ai begli oggetti di casa che non alle persone. Ma anche lui risolve i suoi problemi in modo assolutamente privato, sognando, a 42 anni, di essere ancora sufficientemente prestante da riuscire conquistare una ragazza adolescente. Solo alla fine, dopo un lungo colloquio con Angela, capisce quanto sia stato immaturo e ridicolo il suo atteggiamento e contemplando una foto che gli richiama un momento di serenità familiare con sua moglie e sua figlia, torna a rivolgersi verso gli unici veri valori umani sui quali, nonostante tutto, può contare.

 

In questo film ognuno agisce per se stesso ed ha rapporti con gli altri nella misura in cui gli è conveniente nella ricerca della propria soddisfazione.

In questo contesto le due famiglie che ci vengono presentate, quella di Jane e quella di Ricky (a dire il vero ve ne è una terza formata da due gay, assolutamente felici), si ritrovano insieme solo per alcuni appuntamenti obbligati della giornata (a cena la sera nel primo caso o davanti alla televisione per vedere un film scelto dal padre nel secondo). Sono incontri che in realtà disgregano, perché avvelenati da futili litigi o da pesanti silenzi.

Non ci troviamo di fronte ad un film satirico sulla middle class americana, anche se l’ironia e la comicità di certe situazioni sembrerebbe farlo pensare; fare satira vuol dire distruggere per costruire, per valorizzare un comportamento di riferimento anche se esplicitamente non dichiarato. In questo caso non traspare nessun messaggio: il film ci presenta i personaggi così come sono, ben tratteggiati nel disagio della loro desolante umanità: tutti disadattati per cercar di essere quello che non sono, tranne Lester che riesce ad essere ribelle perché si fa forte della sua rinuncia e Ricky che non si pone problemi perché perfettamente allineato alle regole dominanti.

L’atteggiamento nichilista che pervade il film è attenuato da due soli riferimenti assoluti: la contemplazione (da parte di Ricky) della bellezza di tante piccole realtà che ci circondano (una busta di plastica sospinta dal vento , un uccello morente) che fanno intravedere la bellezza più grande ma misteriosa dell’universo; il senso della morte, che preannunciata all’inizio e poi manifestata alla fine del film, lo racchiude come una parentesi condizionante, attimo misterioso della nostra esistenza che ci fa cogliere, quando ormai è troppo tardi, la percezione dell’eterno.

Il film ha lo stesso un merito: dal momento che la sceneggiatura è ottima ed è molto ben recitato, tanto che lo spettatore si sente perfettamente coinvolto nella vicenda, proprio per questo si esce da film con un forte desiderio che una società siffatta non riesca ad attecchire

Franco Olearo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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U.S.A. 2000

Post n°79 pubblicato il 18 Maggio 2009 da Antologia2

AMERICAN BEAUTY

(American Beauty)

   Tutta la vicenda si svolge all’interno del quartiere residenziale di una non meglio individuata città americana, con i suoi bei viali alberati su cui si affacciano lindi e curati giardini di villette monofamiliari; vediamo i suoi abitanti che li percorrono facendo lo jogging o si scambiano saluti di cortesia attraverso le siepi di recinzione, fra il taglio dell’erba e la potatura delle rose della specie "american beauty".

Il protagonista, Lester, che accompagnerà tutta la storia con il suo commento fuori campo, si qualifica subito come un perdente rassegnato. Fin dal suo risveglio egli prevede che non ci sarà nulla che potrà entusiasmarlo, giornalista mediocre di un giornale di provincia. Facciamo la conoscenza anche con sua moglie Carolyn perfezionista dell’ordine e della pulizia di casa, che svolge il suo lavoro di mediatore immobiliare con tenacia ed ambizione, desiderosa di sfondare nel suo ramo. Questa sua ossessione per il successo la porterà ad ammirare e poi ad avere incontri amorosi con il leader degli immobiliari della zona, un personaggio che recita dal vivo l’immagine che si è costruita attraverso abili campagne pubblicitarie. Marito e moglie svolgono le loro vite parallele senza affetti e con frequenti bisticci su cose di poco conto. Tutto questo non fa che allontanare ancor di più da loro la figlia adolescente Jane, che trova invece interesse, ricambiata, per Ricky, ragazzo della casa accanto e suo compagno di scuola, che ha da poco traslocato con la sua famiglia. Apparentemente bravo ragazzo che cerca di guadagnare qualcosa con lavoretto serale, rispettoso dell’autorità paterna (suo padre è un rigido ufficiale dei Marines), in realtà egli arrotonda la sua condizione economica di studente spacciando (e consumando) erba. Nessuna sorpresa quando, indifferente alla famiglia lei, soffocato dal padre dittatore lui, meditino entrambi una romantica fuga a New York dove lui "conosce altri spacciatori che potrebbero aiutarlo".

Jane ha una amica Angela, che si compiace, novella Lolita, di innescare il desiderio di maschi più grandi di lei, vedendo in questo una riprova della sua capacità di seduzione, essenziale per la sua aspirazione a diventare top model. In effetti è proprio Lester ad avere i sensi risvegliati dalle sue attenzioni e, indifferente anzi soddisfatto per aver perso quel lavoro che costituiva per lui una continua fonte di frustrazione, si dedica ora a seguire miti narcisistici, quali quello della prestanza fisica indispensabile per riuscire a conquistare le attenzioni di una giovane come Angela. Il finale tragico del film porta alla ribalta il tema della morte preannunciato già all’inizio del film (il protagonista racconta infatti il suo ultimo anno di vita). Come suggerisce lo stesso Lester, è l’unica cosa certa che avverrà e se è successo a lui, succederà anche a noi (la reazione degli spettatori a quest’ultima battuta del film è facilmente prevedibile).

Questo film è americano; l’osservazione è ovvia ma la nostra appartenenza al vecchio continente ci fa percepire qualcosa nel film che ci è estraneo, che non ci è proprio, anche se forse per poco tempo ancora. Qualcosa di diverso nella misura in cui la percentuale di divorzi in U.S.A. è quasi il triplo di quella italiana e nella misura in cui da sempre la ricerca del successo e del benessere economico, unica unità di misura per le persone, pervade non solo le classi più elevate, quelle che effettivamente detengono il potere della ricchezza, ma anche la sconfinata vallata della media borghesia, dove la ricerca dei posti più in vista assume il tono di un campionato provinciale fra persone mediocri.

Ecco che Carolyn si ripete incessantemente che "per avere successo è importante apparire di successo" mentre Angela ribadisce più volte che "non c’è nulla di peggio che essere banale". Il più cinicamente integrato in tale logica e il giovane Ricky che costruisce intorno a se, un’immagine di tranquillo e bravo ragazzo ma poi è il primo a perseguire la regola che l’importante è avere denaro, indipendentemente da come lo si ottiene. Nessuna molla interna di ribellione scatta in questo ragazzo, egli non sente nessun impegno per un comportamento coerente o quantomeno integro, troppo spento nel suo quieto vivere, nel suo piccolo benessere truffaldino conquistato.

Lester è un più deciso contestatore di questo mondo di arrivisti (forse perché riconosce obbiettivamente di non averne le capacità) tanto che volutamente cerca un semplice impiego in una tavola calda proprio "per non avere responsabilità". Rinfaccia alla moglie di esser più attaccata alle "cose", ai begli oggetti di casa che non alle persone. Ma anche lui risolve i suoi problemi in modo assolutamente privato, sognando, a 42 anni, di essere ancora sufficientemente prestante da riuscire conquistare una ragazza adolescente. Solo alla fine, dopo un lungo colloquio con Angela, capisce quanto sia stato immaturo e ridicolo il suo atteggiamento e contemplando una foto che gli richiama un momento di serenità familiare con sua moglie e sua figlia, torna a rivolgersi verso gli unici veri valori umani sui quali, nonostante tutto, può contare.

 

In questo film ognuno agisce per se stesso ed ha rapporti con gli altri nella misura in cui gli è conveniente nella ricerca della propria soddisfazione.

In questo contesto le due famiglie che ci vengono presentate, quella di Jane e quella di Ricky (a dire il vero ve ne è una terza formata da due gay, assolutamente felici), si ritrovano insieme solo per alcuni appuntamenti obbligati della giornata (a cena la sera nel primo caso o davanti alla televisione per vedere un film scelto dal padre nel secondo). Sono incontri che in realtà disgregano, perché avvelenati da futili litigi o da pesanti silenzi.

Non ci troviamo di fronte ad un film satirico sulla middle class americana, anche se l’ironia e la comicità di certe situazioni sembrerebbe farlo pensare; fare satira vuol dire distruggere per costruire, per valorizzare un comportamento di riferimento anche se esplicitamente non dichiarato. In questo caso non traspare nessun messaggio: il film ci presenta i personaggi così come sono, ben tratteggiati nel disagio della loro desolante umanità: tutti disadattati per cercar di essere quello che non sono, tranne Lester che riesce ad essere ribelle perché si fa forte della sua rinuncia e Ricky che non si pone problemi perché perfettamente allineato alle regole dominanti.

L’atteggiamento nichilista che pervade il film è attenuato da due soli riferimenti assoluti: la contemplazione (da parte di Ricky) della bellezza di tante piccole realtà che ci circondano (una busta di plastica sospinta dal vento , un uccello morente) che fanno intravedere la bellezza più grande ma misteriosa dell’universo; il senso della morte, che preannunciata all’inizio e poi manifestata alla fine del film, lo racchiude come una parentesi condizionante, attimo misterioso della nostra esistenza che ci fa cogliere, quando ormai è troppo tardi, la percezione dell’eterno.

Il film ha lo stesso un merito: dal momento che la sceneggiatura è ottima ed è molto ben recitato, tanto che lo spettatore si sente perfettamente coinvolto nella vicenda, proprio per questo si esce da film con un forte desiderio che una società siffatta non riesca ad attecchire

Franco Olearo 

  

 
U.S.A. 2000

Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Alan Ball
 

 

 
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W B

 

W B

Post n°77 pubblicato il 09 Maggio 2009 da Antologia2

Attacco a Monsignor Bregantini
 

Accusato di fare politica. La replica della Diocesi: “Il Vangelo è politica ogni volta che il cristiano deve scegliere, nella vita pubblica, tra onestà e disonestà”


L’attacco è frontale e senza precedenti. L’obiettivo è colpire l’Arcivescovo di Campobasso, Monsignor Bregantini. Protagonista un quotidiano regionale, il cui editore è noto anche per i guai giudiziari che dovrà affrontare in seguito ad una denuncia del deputato del Pdl Sabrina De Camillis. Mosignor Bregantinti, il Vescovo che si è battuto con coraggio contro la ‘Ndragheta, è stato letteralmente macinato con l’accusa di esporsi troppo mediaticamente,  di essere troppo protagonista, di rubare la scena ai politici, d’intervenire sulle questioni politiche. Neanche in Calabria si era arrivati a tanto, quando Monsignor Bregantini era nel mirino dei clan malavitosi. Non si è fatta attendere la risposta della Diocesi di Campobasso. “Un quotidiano locale ha pubblicato un articolo fortemente critico verso l’operato del vescovo Bregantini, accusandolo di presenzialismo,e sovresposizione mediatica, ma soprattutto di trascurare la sua diocesi per occuparsi di politica – si afferma nella nota inviata alla stampa dalla Diocesi - Una lettura attenta rivela però che il vero “errore” commesso da padre GianCarlo è avere “avviato centri”, “sostenuto i lavoratori in sciopero” e “discusso di bene comune”. L’attacco non turba l’assoluta serenità del vescovo, rafforzata dalla piena sintonia che clero e fedeli gli testimoniano ogni giorno nel dialogo franco e cordiale che intrattengono con lui. Padre GianCarlo - prosegue la nota - ribadisce, tuttavia, che il Vangelo è politica ogni volta che il cristiano deve scegliere, nella vita pubblica, tra onestà e disonestà, trasparenza e corruzione, esercizio della carità e professionismo politico, libero consenso e clientelismo. In conclusione, al titolo del servizio che suona “Volevamo un vescovo non un altro politico” si può rispondere così: “Volevano un complice silenzioso, abbiamo avuto un profeta””.

La nostra solidarietà a Monsignor Bregantini

Vogliamo dalle colonne di questo giornale telematico inviare la nostra profonda solidarietà a Monsignor Bregantini. Ci auguriamo di poter pubblicare altrettanti attestati da parte delle Istituzioni regionali. Diversamente verrebbe da pensare che certi attacchi siano stati ispirati da Palazzi della politica e da poteri forti dell’economia molisana. Intanto registriamo l’assordante silenzio del Presidente della Giunta Regionale.


 
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W BREG

Post n°76 pubblicato il 09 Maggio 2009 da Antologia2


I vescovi molisani con Bregantini
Sorprende e stupisce come, da parte di un organo di stampa locale, in nome di un noi/loro anonimo e indefinito, venga messa in discussione la presenza e l'azione di Mons. GianCarlo Brigantini, nostro fratello nell'episcopato e impegnato, con noi e come noi, nella cura pastorale degli uomini e delle donne dell'amata terra del Molise.

La responsabilità per la giustizia sociale e per lo sviluppo delle comunità, in ogni onesta democrazia, esige e si nutre della partecipazione sincera di ogni soggetto. In modo tutto particolare coinvolge chi è mandato a rendere presente il Pastore Bello che si prende cura del proprio gregge fino a dare a propria vita.

Recentemente, insieme ai Vescovi della regione ecclesiastica abruzzese e molisana, abbiamo avvertito il dovere di proporre, alle nostre comunità e a tutti gli uomini e le donne delle nostre regioni, una riflessione per un esame di coscienza che, lungi da farci sentire giudici gli uni degli altri, vuole essere la base di un rilancio e di un rinnovato impegno in ordine al Bene Comune.

Abbiamo voluto farci voce del bisogno di nuova moralità che si avverte tra la nostra gente e rivolgerci alla politica che è la più alta forma della carità. Per questo ci siamo rivolti agli uomini e alle donne che intendono assumere o hanno già assunto impegni di amministratori pubblici, proponendo, con animo libero e nello spirito di servizio proprio del nostro essere pastori, un "decalogo" ispirato alla dottrina sociale della chiesa.

A questo decalogo ha fatto riferimento Mons. GianCarlo Brigantini nel recente incontro con i candidati sindaci dei vari comuni della diocesi di Campobasso-Bojano.

E' triste verificare come attraverso una visione "riduttiva" e "evanescente" del ministero episcopale si voglia mettere a tacere chi è mandato per essere testimone dell'amore di Dio e presidente della carità delle comunità della chiesa locale. E' proprio la "cura delle anime" che ci interpella attraverso i corpi viventi delle persone, soprattutto se segnati da sofferenza e in attesa di riscatto e dignità sia morale che materiale.

Sentiamo di dover ringraziare il nostro fratello Mons. GianCarlo Bregantini, per l'onestà, la dignità e la correttezza con cui approccia i problemi e le situazioni che incrocia sulla sua strada di pastore. L'esperienza in terra di Calabria lo ha sicuramente formato e arricchito. Siamo contenti di poter condividere questa sua ricchezza e poterla mettere, tutti insieme, a servizio dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

Siamo sicuri che il nostro popolo che ha voce, dignità e volti, non ha bisogno di nascondersi dietro a volti e scritti anonimi, per esprimere il suo disappunto; anzi attende con speranza l'impegno e la vicinanza fattiva dei propri pastori, e sa cogliere nel modo giusto il senso di quello che essi propongono e fanno.

 
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Cristiano Gatti

Post n°75 pubblicato il 08 Aprile 2009 da citazioni_bellisssss

  Da tre giorni sto frequentando un bellissimo supercorso di dignità umana. Col passare delle ore, l’Abruzzo si sta rivelando la migliore università del settore. Di sventure e di dolore, di lutto e di rabbia, insomma di creature afflitte e dolenti ormai ne abbiamo viste tante, passando da un cataclisma all'altro. Ma mai, lo dico da semplice testimone neutrale, ho ammirato un simile affresco di spontanea compostezza, di sano orgoglio, di rigoroso rispetto. L'Aquila e dintorni sono a pezzi, non c'è famiglia che non abbia un buon motivo per piangere, ma da questo girone infernale si alza solo silenzio, decoro, contegno. E voglia di ricominciare. Hanno volti stravolti dalla paura e dalle nottate allo sbando, soffrono le pene dell'inferno per la casa distrutta e per i prossimi mesi con il punto interrogativo, in molti sono schiantati dalla morte di madri e figli, eppure non si sente nell'aria un solo grido, un solo urlo, una sola scena madre. E gli insulti ai politici, e le bestemmie per il ritardo dei soccorsi, e le pretese di finanziamenti immediati: del solito quadro nazionale, che tante altre volte abbiamo contemplato, qui non c'è traccia. Nessuno qui pretende niente. Nel dopo terremoto, che in quanto a sofferenza sa essere pure peggio del terremoto, il lamento è muto. Che grande Italia sta venendo fuori dalla dignità degli abruzzesi.

Credo lo si possa prevedere chiaramente, senza essere Nostradamus: con questo spirito, questa gente si rialzerà molto presto. Da secoli conosce le regole del gioco: sa godere di poco, sa soffrire e combattere molto. Combatterà anche questa volta. Già sta combattendo. Con disciplina, senza fretta, senza isterie. È la forza, l’orgoglio, la tenacia. È una saracinesca che si alza per intravedere il futuro. Bisogna tirarsi su. C'è il panettiere che riapre subito il forno e distribuisce le pagnotte gratis. Ci sono i negozianti delle zone meno distrutte che provano a riattivare la routine di quartiere. Timidi germogli, nel magma esteso delle macerie e delle rovine. Ma precisi e incontestabili segnali di vita. Se poi la vita, nel suo eterno ed eccentrico gioco del dare e dell'avere, adesso esige e toglie molto, bisogna rispondere per le rime.

.....

 
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INTERESSANTISSIMO ARTICOLO VECCHIO,MA ATTUALE

Post n°74 pubblicato il 27 Marzo 2009 da Antologia2

INTERESSANTISSIMO ARTICOLO  VECCHIO,MA ATTUALE

 
E' ANCORA POSSIBILE TRASMETTERE DEI CONTENUTI CON LE CANZONI?

Un articolo di Giacomo Mariani, cantante e musicista di "Progetto 03" - Hope Music Generation

18-10-2003

Bella domanda. Verrebbe voglia di rispondere subito di no. Se accendessimo la radio in questo istante troveremmo con un’altissima probabilità una canzone (cantata da un uomo o da una donna, non fa differenza) in cui qualcuno piange perché lei se né è andata o perché lui era un poco di buono e l’ha trattata male. Provate, alzatevi ed accendetela anche voi. Se trovate il Giornale Radio non vale!


Purtroppo la musica che passano per radio è quasi tutta così: 4 minuti, massimo 4 minuti e mezzo, in cui si trasmettono contenuti frivoli, o forse per non essere ingiusti, leggeri, poco impegnativi. La radio è un elettrodomestico che accendiamo quando non vogliamo pensare o quando vogliamo distrarci da tutti i problemi che ci riempiono di solito la testa e la giornata.
Oggi viviamo nell’era della "super- comunicazione" in cui tutti sanno tutto di tutti, anche prima che le cose succedono, in cui è possibile scaricare il nuovo singolo di Micheal Jackson da un sito pirata di Internet un mese prima che esca nei negozi, oppure in cui è possibile sapere che la moglie di Ronaldo ha deciso di lasciarlo prima che lui stesso ne venga a conoscenza.
E in mezzo a tutta questa super-informazione noi che parte facciamo? Noi siamo quelli che vengono bombardati dalle notizie, che sono stufi di vedere i telegiornali per non sentire sempre le stesse cose, che di sentire parlare di guerra non possono davvero più. Il livello di attenzione verso fatti importanti scende volutamente (proprio per intolleranza) e aumenta l’auditel di trasmissioni come "Saranno famosi" o "Zelig", in cui si trovano persone che fanno ridere e pensare ad altro. Per carità, non voglio criminalizzare queste trasmissioni che ritengo invece siano fatte ad hoc per il pubblico medio italiano (inoltre "Zelig" lo guardo anch’io e mi piace parecchio). Voglio solo dire che il livello contenutistico delle trasmissioni televisive è basso, oggi forse come non mai. E perché dovrebbe essere migliore il discorso per le canzoni? Ma ci pensate se uno alla radio cantasse della guerra oggi? Ci sarebbe da sparargli, tanto per rimanere in tema.
La verità è che la prima funzione delle canzoni oggi nel mondo è di curare il male di vivere dell’uomo e di dargli un motivetto da canticchiare tra i denti o sotto la doccia.

I "grandi" della musica italiana come Ligabue o Vasco Rossi con le loro canzoni restano su argomenti generici alla  "io vivo la vita a modo mio e voi fate un po’ come vi pare":

ormai più nessuno accusa, più nessuno prende posizione, perché è scomodo, si scontenta di sicuro una parte di pubblico e non si vendono dischi (altro tasto dolente su cui si potrebbe scrivere un articolo, magari un’altra volta…).
 

Tuttavia, trovare qualcuno che ancora dice qualcosa è difficile, ma non impossibile: andatevi ad ascoltare "Cohiba" di Daniele Silvestri o "Il mostro" di Samuele Bersani; oppure "Mario" di Jovanotti o il "Re è nudo" degli ultimi Nomadi. 

Le conoscete queste canzoni? Probabilmente no, sono pezzi un po’ di nicchia. Siamo più abituati ad ascoltare "Io vagabondo" o "L’ombelico del mondo".
Ma sapete cosa penso: siamo noi che dobbiamo pretendere di più; siamo noi che dobbiamo pretendere canzoni migliori di quelle di oggi. Disobbedienza sociale? No, solo voglia di vedere persone con un po’ più di autostima e con più voglia di stare ad ascoltare chi ha davvero cose interessanti da dire  
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Davide Rondoni

Post n°73 pubblicato il 25 Marzo 2009 da Antologia2


Il preservativo anziché le politiche

Irresponsabile leggerezza dei governanti europei


Un milione di preservativi gratis. Come coriandoli sulla festa di ipocrisia di Zapatero e soci sulla faccenda che il Papa ha sollevato.
Che diamine, grazie al Papa si può tornare a parlare (seriamente) di sesso e invece no, questi vogliono subito chiudere il discorso, accusandolo di ogni nefandezza. E paracadutando sull’Africa un milione di preservativi. Come in tempo di guerra si buttavano i volantini alla popolazione. E come se il nemico loro fosse il Papa più che l’Aids. Invece di guardare i dati – come fanno ad esempio il me­dico da tanti anni in Africa, Filippo Ciantia, intervistato ieri su queste colonne, circa l’esperien­za ugandese di educazione e sviluppo che ha fat­to diminuire l’Aids, e Paola Germano, oggi, sulla sintonia di Benedetto XVI con la comunità scien­tifica più avvertita nel chiedere cure gratuite per tutti – festeggiano la normale irresponsabilità dei loro governi verso l’Africa con eccezionali botti contro il Papa e lanci di coriandoli che servono so­lo a lasciare le cose come stanno.

Troppo comodo distribuire preservativi gratis in­vece di mettere in crisi le multinazionali del far­maco chiedendo gratis i medicinali o fare cam­pagne più mirate su educazione e prevenzione. Comodo agitare lo slogan della libertà (vero e pro­prio spettro affamato come un ragazzino Soma­lo ormai) per lavarsi la coscienza.

Comodo parla­re da palazzi presidenziali e da colonne di gior­nali di 'realismo' del preservativo contro chi, co­me i cattolici, sono da decenni tra i pochi 'real­mente' vicini alle popolazioni africane.

La ideo­logia che azzanna ancora una volta rabbiosa­mente il tentativo di ragionare del Papa, sembra improntata a una strana idea di libertà.

Gli afri­cani siano liberi di accoppiarsi a casaccio, a ri­schio, e si spaccino preservativi in luoghi dove non ci sono medicine e non c’è nemmeno l’ac­qua corrente, senza introdurre logiche di rispet­to per la donna, di stabilità nelle relazioni e di svi­luppo sociale.

Lasciamoli liberi (cioè derelitti ma preservativizzati).

Se la prendono con il Papa come se la Chiesa fos­se un poliziotto che gira tra villaggi sperduti a im­pedire al povero africano che probabilmente manco sa chi è il Papa di usare il preservativo (og­getto pure questo un po’ esotico per costui). Fan­no finta, questi allegri lanciatori di coriandoli sul­la propria irresponsabilità. Fingono di non sape­re che il problema è trattare seriamente il sesso e la libertà. Fanno finta di non sapere che il pro­blema sta in politiche di sostegno che si limitano a distribuire preservativi dove andrebbe invece distribuita istruzione e insegnato il rispetto. Fan­no finta e lanciano coriandoli e offese contro chi indica di fronte ai problemi non le scorciatoie ma un metodo che ha bisogno di tempi più lunghi e di scelte più forti. Sembra che abbiano fastidio se la Chiesa dà il suo contributo a un problema generale.

Addirittura, un noto intellettuale italiano, condannato dai tri­bunali come mandante di un assassino politico, sulle prime pagine del quotidiano che lo ospita co­me penna di punta dà con nonchalance del 'leg­germente folle' al Papa. Il quale non è un provo­catore; ma ormai dinanzi a una platea formata in parte da governanti illuministici e intellettuali di questo genere, ebbri di ideologia e di livore verso tutto ciò che mette in questione la loro presunta buona coscienza, anche dire che l’acqua bagna – se lo dice la Chiesa – suona come provocazione. Beh, allora ben vengano queste provocazioni a pensare. E anche se il tema è solo un particolare nel grande viaggio di annuncio di speranza cri­stiana che Benedetto sta compiendo nel posto più difficile del mondo, sia utile a guardare la realtà con l’uso della regione. Si guardi all’Africa con l’occhio meno velato da ideologie e con meno spocchia, si guardino i dati. Chi lo deve, faccia se­riamente il governante e non il demagogo. E già che ci siamo, si parli finalmente, seriamente, non banalmente di sesso. E lo si faccia grazie, strano a dirsi?, al Papa.
 

 
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Poeti e profeti per il XXI secolo

Post n°72 pubblicato il 25 Marzo 2009 da Antologia2

Avvenire>Clément:

Poeti e profeti per il XXI secolo  

«Dicono poeti e musicisti: sono in te tutte le mie sorgenti», canta un salmo. Avvertiamo che comincia a sciogliersi la neve che copre tutte le apparenze, e che allora queste apparenze diventano apparizioni. In questa prospettiva, accennerei dapprima alla situazione nuova che, sempre più, mi sembra tipica del cristianesimo. Poi, ai sentieri che bisogna delimitare. Prima di mostrare che, dato che la luce di Cristo discende nell’inferno perché l’inferno stesso diventa luogo di Pentecoste, i veri poeti sono profeti.

Il cristianesimo del XXI secolo non sarà più, né si presenterà più come una «religione» allineata con le altre. Si scoprirà e si affermerà come religione dello Spirito e della libertà, nello spazio cristico che i filosofi religiosi russi – quei profeti – chiamavano, da Vladimir Solov’ev in poi, la «divino-umanità». La «divino-umanità», è lo scopo stesso della creazione. Il divenire del cosmo – come sottolineano oggi alcuni astrofisici –, e poi il movimento della storia gli fanno prendere forma e tutto si ricapitola e si apre sull’avvenire con l’incarnazione, la Croce, nuovo albero di vita, la Resurrezione e la Pentecoste.
Il cristianesimo del XXI secolo non sarà moralismo né pietismo, ma l’annuncio – che chiama ad una santità creatrice – della vittoria di Cristo sulla morte e sull’inferno. Non potremo più evitare quella che Léon Bloy chiamava la «pericolosa pedagogia dell’abisso».

È forse ormai la sola via che possa essere insegnata agli innumerevoli eredi (anche se non sanno di esserlo) di Dostoevskij e di Nietzsche, agli impazienti sempre delusi che sprofondano nell’inferno della droga, dell’erotismo, del terrorismo, della follia. Questi uomini e queste donne, discesi nelle regioni più tenebrose dell’abisso, veri scorticati vivi, saranno raggiunti, saranno sollevati, dai gemiti dello Spirito, dalle sue grida di gioia pasquale. Lo Spirito li proietterà non nel mondo della «salvezza» e della morale, ma nel mondo della resurrezione e della trasfigurazione, una trasfigurazione totale dell’uomo e dell’universo.

Così saranno chiamati non alla mistica che s’immerge nel divino come una mosca nel miele, ma a una profezia creatrice, quella del Regno che, come dice Gesù, è allo stesso tempo tra voi e in voi. Un Regno di cui la forza, la luce, la dignità possono fecondare gli autentici fondamenti della storia e della cultura dell’umanità. Che cosa importa qui il numero? Come ha detto Kazantzakis, in questa prospettiva, «un uomo può salvare l’universo intero». La tettonica a zolle ci insegna che uno spostamento di qualche millimetro negli strati profondi della crosta terrestre provoca un terremoto in superficie! Una spiritualità creatrice – in cui, più ci si sprofonda in Dio, più si diventa responsabili degli uomini – costituisce la vera infrastruttura della storia (per riprendere, rovesciandolo, il vocabolario marxista).

Nella «divino-umanità» si ricongiungeranno l’Occidente e l’Oriente cristiano, il primo mettendo di più l’accento sull’amore attivo, sul servizio del prossimo, il secondo sulla «deificazione» come vero segno di «salvezza». Bisogna rifare dell’uomo una domanda, e dirgli che questa domanda non è senza risposta! Una domanda, molte domande. Perché la bellezza? Se il rosaio fosse soltanto una macchina efficiente, non ci sarebbe bisogno di tanti fiori. La bellezza è una profusione inutile, la gratuità di essere, un sentimento trascendente della gioia di essere. Il punto purpureo della rosa buca lo spazio, buca la luce talvolta grigia e piatta, verso quale altrove?

Perché la morte? O piuttosto, perché sappiamo di dover morire? Non lo sanno gli animali, la più intelligente delle scimmie trascina il suo piccolo morto, cerca di nutrirlo, finché questa «cosa» s’affloscia tra le sue braccia. Solo l’uomo sa che morirà e avverte la morte come contro-natura. Se per lui la morte non è «naturale», è perché non è totalmente suo prigioniero, perché lo incalza un altro stato, una vita più forte della morte. La sua nostalgia, il suo desiderio, persino la sua frenesia di trasgressione e di parossismo cercano un altrove, quale altrove?

E perché l’amor e non solo il sesso? Perché la passione tragica o l’umile e buona fedeltà e non solo, come diceva un filosofo del secolo XVIII, «lo scambio di due fantasie e il contatto di due epidermidi»? Perché la tenerezza, talvolta, al di là del desiderio, o le metamorfosi del desiderio che si esprime in tenerezza? Quale altrove paradisiaco si lascia presentire quando l’incontro dei corpi non fa che prolungare la comunione tremante degli sguardi? «Così dunque ritorniamo ai corpi», scriveva John Donne, «così gli uomini potranno infine vedere l’Amore rivelato; i misteri d’amore crescono in fondo alle anime, eppure il corpo resta il libro dell’Amore».

Ma non ci sono solo domande. Ci sono anche risposte. L’altrove viene a noi, si rivela. L’amore al di là del desiderio, la bellezza al di là dell’utile, la non-naturalità della morte ci aprono alle rivelazioni dell’altrove. Bisognerà dunque approfondire, alla luce dello Spirito Santo, il senso dell’eros, del cosmo, della morte. Dinanzi alla povera banalizzazione dell’eros, alla rabbia di mostrare tutto e tutto vedere, ricorderemo che l’eros può diventare il linguaggio di un vero incontro fra due persone. Inventeremo una poetica rinnovata per l’amore e per la donna: «Un giorno», scriveva Rilke, «sarà la donna. E questa parola «donna» non significa più solo il contrario dell’uomo, ma qualcosa di proprio, che ha il suo valore in sé. Non più un semplice complemento, ma una forma completa della vita, la donna nella sua umanità verace». Allora, aggiunge il poeta, l’amore diventerà «due solitudini che s’inchinano l’una davanti all’altra».

Per ciò che riguarda il cosmo, svilupperemo le intuizioni di san Francesco d’Assisi e la «contemplazione della natura» nell’ascesi dell’Oriente cristiano, contemplazione, dice sant’Isacco di Siria, «dei segreti della gloria di Dio nascosta negli esseri e nelle cose». Infine diremo, testimonieremo la vittoria pasquale sulla morte, vittoria sempre presente, sempre rinnovata. Tra le prerogative del poeta (perciò indubbiamente egli profetizza) c’è la capacità di suscitare il risveglio. Gli antichi asceti dicevano che il più gran peccato è l’oblio: quando l’uomo diventa opaco, insensibile, talvolta indaffarato, talaltra poveramente sensuale, incapace di fermarsi un istante nel silenzio, di stupirsi, di vacillare davanti all’abisso, sia per orrore oppure per giubilo. Incapace di ribellarsi, di amare, di ammirare, di accogliere l’inconsueto degli altri e delle cose. Insensibile alle sollecitazioni segrete, pur così frequenti, di Dio. Interviene allora il poeta, e vorrei citare anzitutto il grande, il tragico Pasolini: «C’è per me un vuoto nell’universo, un vuoto nell’universo, e di là tu canti». «Perciò può urlare un profeta che non ha la forza di uccidere una mosca, e la cui forza è nella sua degradante differenza». O ancora, più tranquillamente (in apparenza), Stephane Mallarmé: «Balbetto, straziato: la Poesia è l’espressione, nel linguaggio umano ricondotto al suo ritmo essenziale, del senso misterioso dell’esistenza. Dà autenticità al nostro vivere e costituisce il solo lavoro spirituale».

Così la poesia – più estesamente l’arte – ci sveglia. Ci approfondisce nell’esistenza. Fa di noi uomini e non macchine. Rende le nostre gioie solari, le nostre ferite strazianti. Ci apre all’angoscia e alla meraviglia. La poesia profetica di domani, nell’irraggiamento della Croce pasquale, non sarà più questa volontà di auto-deificazione, di auto-trasfigurazione, di conquista prometeica della Terra del desiderio che ha animato l’«alchimia del verbo» in Occidente, dal romanticismo tedesco al surrealismo: «Il vero poeta è onnisciente», diceva Novalis, «il filosofo poetico è nella condizione di creatore assoluto», «la poesia è il reale assoluto». E Rimbaud: «Sto per svelare tutti i misteri: morte, nascita, futuro, passato, cosmogonie, nulla. Io sono maestro in fantasmagorie». E Nietzsche: «Da quando l’uomo si è perfettamente identificato con l’umanità, muove la natura intera», «io stesso sono il fato e, dall’eternità, sono io che determino l’esistenza». Ma il mito della Terra del desiderio è svanito nelle camere a gas di Hitler, nelle nevi siberiane dove tanti cadaveri sono stati abbandonati, con una placca di legno attaccata alla caviglia.

 
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ilgiornale.it

Post n°71 pubblicato il 16 Marzo 2009 da Antologia2


In pratica?
«Be’, intanto già dal 1761 si sa che Leopold Auenbrugger, medico viennese figlio di un oste, usò la percussione come tecnica semeiotica dietro suggerimento del padre, che batteva sulle botti di vino per valutarne il livello. Io ho applicato al corpo umano le leggi della dinamica non lineare, come nella turbolenza. Ogni organo interno può essere stimolato attraverso una pressione sui trigger points, o punti grilletto, che sono zone della pelle corrispondenti ai tessuti sottostanti. Con sollecitazioni d’intensità differente si ottengono onde sonore che hanno una precisa durata, auscultabili col fonendoscopio. Quanto più le oscillazioni sono irregolari, tanto più l’organo è sano. Quanto più le oscillazioni presentano un ordine apparente, tanto più l’organo è malato».
Mi faccia un esempio.
«Se premo sul cieco, nell’individuo sano lo stomaco e il duodeno si dilatano per 10 secondi esatti. Mai visto 11, mai. Però in caso di lesioni di qualsiasi natura la dilatazione dura meno di 10 secondi. E dura tanto di meno quanto più grave è la lesione. In caso di ulcera, per dire, dura 3-4 secondi al massimo».
Come c’è arrivato?
«È indispensabile una premessa. Il corpo umano contiene 10.000 miliardi di cellule. Di queste, poche, come i globuli rossi che non hanno nucleo, non si trasformeranno mai in cellule maligne. Ma le altre possono in ogni istante degenerare, tramutarsi da elementi sociali in elementi asociali. A impedirlo c’è il sistema psico-neuro-endocrino-immunitario, un apparato di controllo complesso, formato da diversi sottosistemi, che regola la formazione di anticorpi e controlla il movimento microcircolatorio nei tessuti, finalizzato a portare materia, energia e informazioni ai vari parenchimi, vale a dire alle sostanze caratteristiche di ciascun organo, e a far sì che, se una cellula degenera, o ritorni cellula sociale oppure venga distrutta dai sistemi di difesa, in particolare dagli anticorpi».
Continui.
«Sono partito dallo studio del microcircolo e dei mitocondri, cioè di quelle strutture che fanno respirare la cellula, così piccole da non poter essere osservate col microscopio ottico. I mitocondri sono i polmoni della cellula, la arricchiscono dell’energia indispensabile per far funzionare l’intero organismo e anche per riparare gli eventuali danni del suo patrimonio cromosomico nucleare. Ma in taluni individui esiste una debolezza congenita, una patologia mitocondriale ereditata per via materna, visto che solo la madre trasmette al figlio i mitocondri. L’ho chiamata istangiopatia congenita acidosica enzimo-metabolica, in acronimo Icaem. Su di essa può insorgere il terreno oncologico, variabile per intensità da soggetto a soggetto e da tessuto a tessuto. Senza Icaem non c’è terreno oncologico e senza terreno oncologico non c’è, né potrà mai esserci, tumore. L’Icaem rappresenta la condicio sine qua non di qualsiasi malattia».
E il microcircolo che c’entra?
«Il microcircolo è la parte più periferica dell’apparato circolatorio, quella che inizia quando i vasi sanguigni hanno raggiunto i 100 micron di spessore, cioè i 100 millesimi di millimetro. Una carenza di ossigeno nel microcircolo viene compensata dalla moltiplicazione incontrollata delle cellule, incluse quelle tumorali. Il microcircolo si modella a seconda della patologia presente nel parenchima. Risalendo dai vasi possiamo sapere che cosa accade nelle cellule. La difficoltà principale è stata quella di studiarli con un semplice stetoscopio. Quando un microvaso è aperto al sangue, un altro è chiuso; successivamente il secondo si apre e il primo si chiude, in una sequela di dinamiche irregolari che sembrano sfuggire a una conoscenza clinica. E qui m’è venuto in aiuto Anthony Quinn».
Prego?
«Ma sì, nel 1988 l’ho visto a Cremona mentre girava il film Stradivari. Davanti al duomo, centinaia di comparse. A volte alcune stavano ferme e altre si muovevano; poi si muovevano le seconde e si fermavano le prime. Quelle persone mi hanno ricordato i globuli rossi che si muovono nei capillari, i microvasi nutrizionali. A un certo punto uno squillo di tromba annunciò l’arrivo dei cavalieri al soldo del padrone di Cremona e tutte le comparse si mossero nella stessa direzione, cioè verso il duomo, e alla stessa velocità. Mi dissi: se riesco a trovare un’analoga stimolazione di questi microvasi, posso in quell’istante studiarli in qualsiasi tessuto».
Ha l’occhio clinico e anche cinematografico.
«L’occhio clinico non è che un’intuizione. Non si conosce solo con i sensi e con l’intelletto ma anche con quella che Albert Einstein chiamava immedesimazione amorosa nell’oggetto della conoscenza. Ho imparato cose preziose sul microcircolo perché ci passo dentro le giornate».
Non crede che la diagnosi di terreno oncologico possa avere contraccolpi psicologici pesanti sul paziente?
«È forse preferibile ignorarla? Io stesso so d’avere un terreno oncologico. E anche un reale rischio di cardiopatia ischemica. Tant’è vero che nel 2001 m’è venuto un infarto, pur non avendo una costituzione diabetica».
Medico, cura te stesso.
«Bravo, ma l’ho scoperto solo dopo che ero portatore di reale rischio. Perché invece a un iperteso diabetico e fumatore non viene l’infarto? Ho scritto al professor Attilio Maseri. Il grande cardiologo che ha curato la regina Elisabetta d’Inghilterra sta ancora cercando una risposta. Mi ricorda i bambini che si alzano sulla punta dei piedi per raggiungere la maniglia. Ma la porta l’ho già aperta io a un congresso mondiale in Argentina: a quell’iperteso non viene l’infarto perché non presenta il reale rischio di cardiopatia ischemica. E per saperlo basta la percussione dello stomaco».
Torniamo al terreno oncologico.
«Non dobbiamo nasconderci la realtà: questa è la linea di demarcazione fra chi non avrà mai un tumore e chi potrebbe svilupparlo. La genomica pretende di scoprirlo studiando le modificazioni genetiche. Non ci arriverà mai. Anziché salire sulle Alpi, bisogna scendere alla foce del Po. Io l’ho fatto».
Ma il terreno oncologico è reversibile?
«Certamente. Possiamo indebolirlo, renderlo terreno oncologico residuo, facendo lavorare meglio i mitocondri».
Come?
«Innanzitutto con la dieta, etimologicamente intesa, dal latino dies, giorno. Quindi programmando lo stress quotidiano. Tenendo d’occhio l’indice di massa corporea, che calcola il rapporto fra il peso e l’altezza di una persona: il grasso mette in crisi i sistemi biologici. Camminando molto: l’attività fisica facilita lo scorrimento del sangue che nutre l’endotelio. Mangiando peperoncino rosso, che stimola i recettori delle fibre C, le quali stimolano a loro volta la secrezione naturale di due ormoni, melatonina e somatostatina, indispensabili per una buona ossigenazione dei mitocondri. Evitando le sigarette».
Lei è l’unico a parlare di terreno oncologico.
«Se ne parlassero gli oncologi, allora non farebbero la mammografia a tutte le donne, ma solo a quelle che ne hanno bisogno; non doserebbero il Psa a tutti gli uomini, ma solo a quelli che ne hanno bisogno. Ho chiesto all’American cancer society: “Conoscete l’esistenza del terreno oncologico? La vostra mancata risposta sarà per me un’affermazione”. Sono stato contattato dagli americani mentre mi facevo esaminare gli occhi dall’oculista a Chiavari. Ha preso la telefonata il dottor Emerico Zigliara, che li ha pregati di mandarmi un’e-mail: sì o no, con la firma sotto, però. L’ha vista lei? Per iscritto non ti mettono niente. Ho rivolto il medesimo invito al professor Umberto Veronesi in ben tre occasioni pubbliche. Non mi ha mai risposto».
È troppo impegnato sul fronte eutanasia per darle bado.
«Gli oncologi non conoscono che un angolino della medicina, piccolo piccolo. Loro prediligono la medicina di Marte, tutta attacco e aggressione - ti buco la vena, ti bombardo di raggi, ti tolgo un pezzo per sapere che cos’hai - anziché quella di Venere, fatta di tatto e di contatto, di ascolto devoto e pio di ciò che il corpo umano sta dicendo. Loro non si chiedono perché sullo stesso pianerottolo la famiglia Bianchi si ammala di cancro e la famiglia Rossi no.

 

Dovrebbero rileggersi la poesia di Martha Medeiros, quella che il ministro Mastella attribuì erroneamente a Pablo Neruda.

 

Lentamente muore chi non fa domande su ciò che non sa.

Lentamente muore chi non dà risposte a domande su ciò che sa». 


  (443. Continua)
stefano.lorenzetto 

 
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Stefano Lorenzetto

Post n°70 pubblicato il 16 Marzo 2009 da Antologia2

"Io, l’idraulico del corpo,
sento il rischio tumore"
di Stefano Lorenzetto

Sergio Stagnaro, medico da mezzo secolo, ha visitato 100 mila malati.

Usa lo stetoscopio per diagnosticare se il paziente ha il terreno oncologico: "L’intuizione m’è venuta vedendo Anthony Quinn sul set di Stradivari"

Difficile comprendere uno scienziato che ha inventato la semeiotica biofisica quantistica e che si muove con disinvoltura fra perimetri euclidei e dimensioni frattaliche. Perciò dovete immaginare un idraulico che tiene l’orecchio appoggiato al muro, picchia col martello sulla parete, ascolta i rumori provenienti dalle condutture e in pochi minuti vi dice se la casa si allagherà o, peggio ancora, se è destinata a crollarvi addosso.
L’idraulico è Sergio Stagnaro, medico di 77 anni specializzato in malattie dell’apparato digerente, del sangue e del metabolismo che in oltre mezzo secolo di professione, prima all’ospedale San Martino di Genova e poi nel suo ambulatorio di Riva Trigoso, dove abita, ha visitato non meno di 100.000 pazienti; il muro è la vostra cute; il martello è il dito medio che il dottore batte con delicatezza sui visceri; l’orecchio è il vecchio stetoscopio appoggiato sulla pancia per captare i suoni provocati dai ripetuti colpetti e soprattutto la durata delle pause fra un’onda sonora e l’altra; la casa è il corpo umano.
Con questo semplice, ma in realtà complicatissimo, esame di pochi minuti, l’idraulico Stagnaro è in grado di dirvi se la casa che provvisoriamente ospita le vostre gioie e i vostri dolori ha una costituzione diabetica, dislipidemica, ipertensiva, arteriosclerotica, reumatica, osteoporotica, glaucomatosa, quali sono le malattie che potrebbero abitarla in futuro e quali vi si sono già insediate. Ma forse il merito principale della sua scoperta è quello d’essere riuscito a stabilire se la casa è stata costruita su un terreno oncologico oppure no e qual è il reale rischio oncologico congenito per le singole stanze: polmone, stomaco, colon, cervello, rene, fegato, pancreas, vescica e così via. Un test che egli sostiene di poter eseguire persino sui neonati.
Il come c’è arrivato rappresenta la parte più difficile del discorso. «In Italia non c’è nessuno che capisca qualcosa di ciò che dico», si fa poche illusioni lo scienziato-medico-idraulico, chiudendo rassegnato le 505 pagine del suo tomo Il terreno oncologico, «tanto che un mio cugino, che pure ha studiato parecchio, un giorno mi ha rimproverato: “Sergio, tu sei tanto avanti che per vedere nel tuo futuro dovresti girarti all’indietro”». Non che all’estero lo capiscano di più. Ma, perlomeno, hanno fiutato il valore dell’uomo: la prestigiosa rivista Nature ha riconosciuto la validità del concetto di terreno oncologico; il medico ligure s’è visto pubblicare i suoi lavori dal British Medical Journal e negli Anni 90 è stato accolto nell’American association for the advancement of science e nella New York academy of sciences («però sono uscito da entrambe quando ho capito che non erano interessate a diffondere la semeiotica biofisica quantistica»).
Eppure non è che il dottor Stagnaro sia andato poi così avanti, anzi non ha fatto altro che concentrarsi sulle arti antiche del buon medico: l’anamnesi, cioè la raccolta di informazioni circa le malattie sofferte dal paziente e dai suoi parenti, e l’esame obiettivo, fatto di ispezione, palpazione, percussione, ascoltazione e di quella che lui chiama percussione ascoltata, alla lettera auscultata, dal momento che viene eseguita con l’aiuto dello stetoscopio. In mezzo, una sessantina di gesti sapienti delle mani, per lo più pizzicotti e pressioni, ribattezzati con formule pittoresche - manovra di Restano, manovra di Massucco, segno di Daneri, segno di Domenichini - mutuate dai cognomi di amici e pazienti.
Stagnaro è diventato medico per caso. S’era iscritto a ingegneria nell’Università di Genova ma, come sarebbe capitato di lì a qualche anno al povero Luigi Tenco, alla prima lezione incappò nel professor Eugenio Giuseppe Togliatti, fratello di Palmiro, il segretario del Pci. Benché allevato da una balia che di soprannome faceva Lenin, uscì subito dall’aula e infilò la porta di fronte: facoltà di medicina. Una volta laureato, si attrezzò un laboratorio privato: «I miei colleghi andavano a occhio. Come adesso. Un po’ meno di adesso». Osservava e curava, curava e osservava. «Assistevo ai parti. Ingessavo fratture. Suturavo ferite. Mi sono persino trovato, io che all’inizio avevo orrore per il sangue, a riattaccare un orecchio a un bimbo di 5 anni. Allora mica esisteva il pronto soccorso».
Centomila pazienti sono proprio tanti.
«Però a me interessa il singolo. Ogni paziente è un caso a sé, un universo a sé. Una rivista scientifica ha scritto che tre caffè al giorno prevengono il cancro del pancreas. Che m’importa se ho davanti un individuo che, quando beve il caffè, si comporta in modo diverso da tutti gli altri pazienti che ci sono stati e che ci saranno? Poniamo di arruolare 1.532 persone, senza sapere che buona parte di esse sono prive di terreno oncologico o non presentano reale rischio oncologico al polmone, e diamo loro due pacchetti di sigarette al giorno: la maggioranza non si ammalerà di tumore. Perciò dovremmo concludere che il fumo del tabacco previene il cancro del polmone. Capisce a che barbarie conduce il distacco del medico dal malato e la disumanizzazione della medicina?».
Capisco.
«Il progresso tecnologico ha portato con sé il terrorismo psicologico iatrogeno, quello provocato dai medici. Siamo al Medioevo della medicina. Oggi i miei colleghi se la cavano prescrivendo esami del sangue, ecografie, Tac, risonanze magnetiche. Ma il laboratorio e il dipartimento delle immagini non potranno mai informarci sulle istanze esistenziali di un soggetto in cui l’ipertensione è provocata dall’ansia per il comportamento di un figlio, da un rapporto coniugale difficile, da un posto di lavoro a rischio. La semeiotica biofisica quantistica invece considera ciascun individuo unico e irripetibile».
Meglio partire dal dizionario.
«Semeiotica: studio dei segni e dei sintomi delle malattie e dei modi per rilevarli. Biofisica: disciplina che studia i fenomeni biologici mediante gli strumenti e i principi della fisica. Quantistica: teoria fisica che studia e descrive i sistemi basandosi sul concetto di quanto».

 
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LA VITA CHE VORREI

Post n°69 pubblicato il 05 Marzo 2009 da Antologia2

"LA VITA CHE VORREI"


Recensione di Franco Olearo
 
 

La storia si sviluppa su almeno tre piani. Il mondo del  cinema, ricostruito con grande dettaglio: le lunghe ore passate con la sceneggiatura in mano  a provare e riprovare la parte; le gelosie, le rivalità sul set tenute a freno da un   padre-regista; i ricevimenti mondani che sono un pretesto per farsi conoscere e cercare nuove opportunità di lavoro. Poi c'è il mondo privato, passato spesso in una camera d'albergo, a volte con un amante utile  per la propria carriera (lei) o semplicemente per non passare la notte da solo (lui). Infine il mondo ricostruito sul set , un ottocento dove si parla e si agisce in un modo che oggi fa sorridere: una passione amorosa che tutto travolge , fino alla  perdita della dignità; un   altruismo fino al sacrificio di sé. Stefano e Laura si incontrano, si conoscono mentre si spostano continuamente  fra realtà e finzione e si innamorano l'uno dell'altra.

I presupposti ci sono tutti  per lo sviluppo di un grande amore ma non siamo nell'ottocento e i sentimenti sono fragili, sono soffocati da mille ostacoli che non provengono  più dall'esterno come nel caso della Signora delle Camelie,  ma da dentro di sé. 

L'ambizione  professionale viene posta dinanzi a tutto,  manca la generosità per riuscire ad accettare il passato dell'altro, c'è troppo orgoglio per riuscire ad esser il primo a dichiararsi.

Mentre le riprese del film vanno avanti e si sta  consumando nella finzione la tragedia di un amore impossibile, sul piano della vita reale  grandi slanci di affetto  si  alternano a momenti di incomprensione, senza che il loro amore trovi un saldo punto di appoggio.

Anche se Piccioni ha scelto per la sua storia  un ambiente certamente difficile come quello del cinema, possiamo riconoscere nel suo racconto  molte di quegli elementi che spesso, quando un uomo ed una donna si incontrano, non ci fanno parlare di amore ma più propriamente di  amicizia sessuata: senso di affinità  ed attrazione  reciproca dove però nessuno è disposto a mettersi in gioco, a soffrire e a darsi incondizionatamente.

Anche se il finale sembra adombrare una tenue speranza,  il regista, presentandoci sullo sfondo un mondo ottocentesco, ha voluto esprimere, in modo quasi pudico, la sua preferenza per un diverso tipo di amore.  Piccioni gestisce con grande maestria l'architettura complessa della storia, sorretto da una solida sceneggiatura e dirige con abilità i due protagonisti anche se il personaggio della Ceccarelli raggiunge una più compiuta espressività , mentre quello di Lo Cascio appare più bloccato..


 
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“Lofcaudio”

Post n°68 pubblicato il 05 Febbraio 2009 da Antologia2

 
  Dopo aver dato alle stampe “It’s A Jungle Out There” nel 1989, album davvero eccellente che riscosse i più ampi consensi dagli amanti del melodic rock nonostante non ebbe il successo di pubblico che invece avrebbe meritato, i Mastedon si ripresentano un anno dopo con “Lofcaudio”, altro gustoso ed imperdibile esempio di AOR melodico e di ottima fattura concepito dalla mente dei fratelli Elefante.

La presenza di musicisti dalle alte doti tecniche, come era avvenuto nella loro precedente release, non fa altro che confermare la bellezza di un’opera che non viene minimamente scalfita neanche dall’inesorabile scorrere del tempo, resistendo alle tendenze e ai trend del momento, mantenendosi così in tutto il suo splendore ed il suo fascino, e conquistandosi meritatamente un posto di rilievo tra i classici del rock cristiano e del melodic hard in generale.

Basti pensare alla presenza, oltre ai fratelli John e Dino, di Dave Amato, James Dean Longacre, Bob Carlisle o Tom Bowes al microfono, Tony Palacios, della white metal band Guardian, e Michael Thompson alle chitarre, David Raven e Phil Rowland alla batteria.


L’opener ‘Holiest One’ si presenta potente e melodica, con un ritmo sostenuto ed uno stile quasi riconducibile al classico US metal, mentre i testi sono chiaramente rivolti a diffondere il messaggio cristiano, basti prendere ad esempio il chorus finale “You are the Holiest One, Father, Spirit and Son/and when our days are all done,/You’ll be the only One who can give us the light…/take the darkness away from the night ”,
molto bella la seguente ‘Life On The Line’, bellissima song AOR dalle melodie avvolgenti e bellissime parti di tastiera, e si prosegue sempre ad alti standard qualitativi con la rockeggiante ‘Run To The Water’
e la favolosa ‘When It All Comes Down’, pezzo d’alta scuola che regala una magistrale performance canora, melodie vincenti ed un testo significativo.

‘Taken Down Below’ è un altro strepitoso brano in cui non sarà difficile notare la bella prova della chitarra, che dopo una serie di efficaci riff si lancia in un bell’assolo, mentre la breve e strumentale ‘Stampede’ anticipa la più grintosa e graffiante ‘Living For You’, in cui le liriche esprimono l’ideale di condurre la propria vita in funzione di Dio “I’m living for You, how did I think that I could do it on my own/I’m living for You , now I’m with You I will never be alone/I’m living for You, I must be weak so I can be strong/I’m living for you, no way I can do it on my own”, un maestoso riff tastieristico introduce la più briosa ‘Thief In The Night’, song che lascia intravedere un’influenza prog-AOR in stile Asia.
Si arriva così alla conclusione con ‘People Of This Time’ e soprattutto con la closer ‘It Is Done’, che può ritenersi uno dei maggiori pezzi AOR o melodic rock mai concepiti dalla mente umana, una linea melodica bellissima ed un refrain da brividi che ci pone di fronte al miracolo d’amore da Lui compiuto “It is done, it was a miracle of love/It is done, given to us from above./Cause life has not meaning if we’re living apart/he came to carry all the cares of my heart…it is done”.

Difficile da reperire sul mercato, “Lofcaudio” rappresenta fuor di dubbio uno dei più alti momenti raggiunti dall’AOR di scuola americana, in grado di soddisfare anche i più esigenti amanti del rock melodico e di non sfigurare minimamente neanche di fronte ai corrispettivi capolavori di AOR secolare dei vari Survivor, Foreigner e simili.

Salvo Sciumè

Voto: 9/10 

   

 
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