Creato da amministratore_blog il 06/03/2008

SEDE EUR-MOSTACCIANO

AZIONE GIOVANI, ALLEANZA NAZIONALE

 

Il ministro che fa cadere le braccia.....

Post n°93 pubblicato il 06 Maggio 2009 da amministratore_blog

È la sera del primo maggio e Tremonti, quatto quatto, pubblica sul sito del ministero la Relazione Unificata sull'Economia e la Finanza pubblica. La nuova stima di crescita del PIL è -4,2%, un calo del 2,2% rispetto alla precedente stima di febbraio. Il rapporto deficit/PIL per il 2009 è ora previsto al 4,6%, contro il 3,7% della stima precedente.
_______________________________________________________________

L'ultima Relazione Unificata sull'Economia e la Finanza pubblica (RUEF per gli amici) è apparsa la sera del primo maggio. La tempistica è un po' inusuale e fa pensare alla vecchia tattica di pubblicare notizie scomode quando vengono notate di meno. La notizia non sarà sui giornali del due maggio perché in tale data i giornali non escono. Magari ne parleranno alle televisioni; noi non riusciamo a vederle ma i lettori ce lo racconteranno. Comunque qualche lavoratore indefesso nei giornali c'è, e la notizia è stata immediatamente ripresa da Corriere e Sole 24 Ore; al momento in cui scrivo la notizia non è ancora apparsa su Repubblica, La Stampa e Il Giornale.

Perché è tanto circospetto il ministero? Andate sul sito del ministero, scendete un po' fino alla sezione Documenti e Pubblicazioni. Trovate la relazione, un malloppone di quasi 300 pagine. Non me la sono letta tutta, e forse ne varrebbe la pena. Comunque, se andate a pagina 45,  sezione 3.1.2. ''Stime e tendenze per il 2009 e anni successivi'', trovate quanto segue.

Per le stime di finanza pubblica esposte nella presente Relazione si assume un’ipotesi di riduzione reale del PIL del 4,2 per cento inferiore di 2,2 punti rispetto a quella posta alla base dell’aggiornamento del Programma di stabilità.

...

Il nuovo quadro previsivo porta a stimare un indebitamento netto pari al 4,6 per cento del PIL per il 2009 superiore di 0,9 punti percentuali alla stima elaborata, sulla base di risultati provvisori per il 2008, per l’aggiornamento del Programma di stabilità.

Andate poi alla Tabella 3.1.2.2‐2 di pag. 60, per vedere cosa ci aspetta negli anni a venire. Per il 2010 la stima di crescita del PIL è di +0,3%, per il 2011 è +1,2%. Si tratta di crescita anemica, ma a questo punto c'è da sperare che il ministero abbia ragione. Se veramente il PIL crescerà in base a tali previsioni il rapporto deficit/PIL sarà del 4,6% nel 2010 e del 4,3% nel 2011. Possiamo solo sperare che non si verifichi un rialzo dei tassi di interesse. Questo è quanto si afferma nell'introduzione, a pagina 5.

Per il prossimo biennio 2010‐2011 il profilo di evoluzione dell’indebitamento è condizionato da un peso crescente degli interessi la cui incidenza sul PIL è attesa elevarsi dal 5 per cento nel 2009 al 5,2 per cento nel 2010 e al 5,5 per cento nel 2011: conseguentemente, pur in presenza di un avanzo primario crescente dallo 0,4 per cento nel 2009 allo 0,6 per cento nel 2010 e all’1,1 per cento nel 2011, il livello dell’indebitamento nel 2010 si attesterebbe sullo stesso livello del 2009, per iniziare a scendere a decorrere dal 2011 anno in cui dovrebbe collocarsi al 4,3 per cento.

Direi che è abbastanza. Perché il governo non voglia dare troppa pubblicità alla cosa credo sia chiaro. La linea comunicativa finora è stata più o meno quella di dire che la crisi non è troppo grave, comunque meno grave di quella di altri. All'inizio di marzo, quando il centro studi confindustria aveva previsto un calo del -3,5% del PIL per il 2009, il ministro Sacconi si era arrabbiato. Stime opiniabili disse, aggiungendo che c'è gente che si «esercita con il piacere del peggio». Chissà se anche i tecnici del ministero appartengono a questo strano club sadomaso. Tremonti aveva invece acutamente osservato «Non credo che sia un momento in cui è ragionevole fare previsioni congiunturali». Chissà se adesso pensa che il momento sia arrivato.

 
 
 

Dove si buttano le rgole di mercato!

Post n°92 pubblicato il 20 Aprile 2009 da amministratore_blog

Lo scorso 9 aprile il parlamento ha convertito in legge il Decreto Legge n. 5 del 10.2.2009, contenente "misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi".

Proseguendo in una prassi purtroppo consolidata, che ha irritato anche il Presidente della Repubblica, la legge di conversione si è trasformata in un fritto misto ed il governo (grazie alla compiacenza dei parlamentari) ha colto l'occasione per far approvare modifiche a leggi e leggine che oltre ad avere ben poca attinenza con i settori industriali in crisi, di certo non rivestono il carattere di nessità e urgenza che la costituzione richiede per l'emanazione di un DL. Le novità approvate vanno dai contributi per l'acquisto di automobili, mobili ed elettrodomestici, alle "sospensione dell'efficacia di disposizioni in materia di trasporto di persone mediante autoservizi non di linea" (un premio a chi indovina di cosa si tratta e perché sarebbe urgente) sino alla revisione delle quote latte che, per fare l'ennesimo regalo alla Lega, ha comportato oneri aggiuntivi a carico del bilancio statale. Spulciando poi tra le norme aggiunte in sede di conversione, si trovano anche modifiche sostanziali alla normativa societaria, il che rappresenta una anomalia, dato che in questo campo ben raramente si è intervenuti in via d'urgenza e - di regola - le modifiche al diritto commerciale e societario sono il frutto di una adeguata meditazione da parte delle forze politiche e degli addetti ai lavori.

Cerchiamo di capire, dunque, cosa mai è stato modificato e quali possano essere le motivazioni che stanno dietro la (mitizzata) volontà del legislatore. A questo punto, però, un'avvertenza è necessaria: ci stiamo addentrando in un terreno assai tecnico, quindi cercherò di essere chiaro nei limiti del possibile, anche se purtroppo dovrete sorbirvi un po' di articoli del codice civile e di leggi speciali, con tanto di commi e di richiami da legulei.

Questo dunque è l'emendamento approvato:

3-quater. Al fine di sostenere le imprese interessate dall'attuale congiuntura economico-finanziaria rafforzando gli strumenti di difesa da manovre speculative, la lettera b) del comma 3 dell'articolo 106 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria , di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni, è sostituita dalla seguente:

«b) l'obbligo di offerta consegue ad acquisti superiori al cinque per cento da parte di coloro che già detengono la partecipazione indicata nel comma 1 senza disporre della maggioranza dei diritti di voto nell'assemblea ordinaria».

3-quinquies. Al testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all'articolo 120, dopo il comma 2 è inserito il seguente:
«2-bis. La CONSOB può, con provvedimento motivato da esigenze di tutela degli investitori nonché di efficienza e trasparenza del mercato del controllo societario e del mercato dei capitali, prevedere, per un limitato periodo di tempo, soglie inferiori a quella indicata nel comma 2 per società ad elevato valore corrente di mercato e ad azionariato particolarmente diffuso»;
...
a) il terzo comma dell'articolo 2357 c.c. è sostituito dal seguente:
«Il valore nominale delle azioni acquistate a norma del primo e secondo comma dalle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio non puo' eccedere la quinta parte del capitale sociale, tenendosi conto a tal fine anche delle azioni possedute da società controllate.»;
b) il secondo comma dell'articolo 2357-bis c.c. è sostituito dal seguente:
«Se il valore nominale delle azioni proprie supera il limite della quinta parte del capitale per effetto di acquisti avvenuti a norma dei numeri 2), 3) e 4) del primo comma del presente articolo, si applica per l'eccedenza il penultimo comma dell'articolo 2357, ma il termine entro il quale deve avvenire l'alienazione è di tre anni»;
c) il secondo comma dell'articolo 2445 c.c. è sostituito dal seguente: «L'avviso di convocazione dell'assemblea deve indicare le ragioni e le modalita' della riduzione. Nel caso di società cui si applichi l'articolo 2357, terzo comma, la riduzione deve comunque effettuarsi con modalita' tali che le azioni proprie eventualmente possedute dopo la riduzione non eccedano la quinta parte del capitale sociale».

 

Come dite? Vi siete persi? È comprensibile, ma d'altra parte è così che vengono fatte le leggi in Italia: attraverso rinvii, interpolazioni, abrogazioni parziali, aggiunte di commi, articoli aggiuntivi e così via in modo che, alla fine, si perda di vista l'impianto complessivo della legge medesima e, prima di capirci qualcosa, occorra fare un elaborato copia incolla tra vecchio e nuovo testo. Comunque, detto in termini essenziali, le novità riguardano tre istituti giuridici in relazione alle società quotate in borsa:

- l'acquisto di azioni proprie;
- il limite oltre il quale scatta l'obbligo di comunicazione dell'acquisto di partecipazioni;
- l'innalzamento del limite oltre il quale diventa obbligatorio il lancio di un'offerta pubblica di acquisto.

L'impianto complessivo delle modifiche, che riguardano leggi distinte, avrebbe di mira, data l'attuale congiuntura, il rafforzamento gli strumenti di difesa delle imprese da manovre speculative, o almeno così recita la norma sopra riportata. Ora, come noto ai nostri lettori, io non sono un economista, ma facendo i conti della serva (con tutto il rispetto per le serve) e data l'attuale congiuntura, mi pare che ciò di cui hanno bisogno le imprese è di rafforzare la propria struttura patrimoniale, di migliorare l'accesso al credito, la capacità produttiva, l'innovazione tecnologica, insomma tutta quella parte del "fare impresa" che rappresenta l'economia reale, (come usano dire quelli che voglio farsi belli con gli imprenditori) che è certamente tutt'altra cosa dall'economia finanziaria e "di carta" che, per la vulgata comune, ci ha portato nel mezzo dell'attuale crisi.

Con tutta evidenza, però, nessuna delle modifiche citate rafforza le imprese, mentre pare evidente che ad essere rafforzati sono solo i gruppi di controllo di alcune società, vale a dire quelle quotate e, tra queste, soprattutto quelle a elevato valore corrente e ad azionariato diffuso, ossia "scalabili". Vediamo dunque nel dettaglio le novità.

A - In primo luogo è stato modificato il D. Lgs. n. 58 del 1998, ossia il Testo Unico della Finanza (TUF), una legge che ha armonicamente disciplinato i mercati finanziari, secondo principi comuni ai principali paesi europei dotati di un mercato dei capitali sviluppato. Ad essere stata modificata è la parte del TUF che regola l'OPA, l'offerta pubblica di acquisto. L'OPA è un istituo giuridico che tutela la parità di condizioni tra i soci delle società quotate (soci estranei al gruppo di controllo, in particolare, rispetto a quest'ultimo) e, più in generale, garantisce che il mercato funzioni in modo minimamente competitivo e non attraverso accordi fra gruppi privilegiati. Per evitare che sia possibile assumere il controllo di fatto di una società attraverso accordi con solo alcuni dei soci, la legge impone che il socio che superi una certa soglia di partecipazione al capitale sociale, debba obbligatoriamente lanciare una offerta pubblica di acquisto per l'intero capitale.

Si tratta di una conquista recente e mal digerita dal capitalismo italiano, da sempre abituato ai patti di sindacato ed al controllo delle società attraverso il sistema delle scatole cinesi, per cui con esborsi relativamente modesti, era possibile acquisire gruppi di società di notevoli dimensioni semplicemente assumendo il controllo del primo anello a monte della catena societaria. La normativa ante-riforma (art. 106 comma 1 TUF) imponeva che non appena superata la soglia del 30%, il socio dovesse lanciare l'OPA

Chiunque, a seguito di acquisti, venga a detenere una partecipazione superiore alla soglia del trenta per cento promuove un'offerta pubblica di acquisto rivolta a tutti i possessori di titoli sulla totalità dei titoli ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato in loro possesso

Questa era ed è dunque la regola generale, alla quale però viene oggi posta un'importante eccezione che, come tutte le eccezioni, svuota le regola generale.

«b) l'obbligo di offerta consegue ad acquisti superiori al cinque per cento da parte di coloro che già detengono la partecipazione indicata nel comma 1 senza disporre della maggioranza dei diritti di voto nell'assemblea ordinaria».

Tradotto in italiano corrente, vuol dire che il gruppo di controllo che già possiede il 30% del capitale sociale può acquisirne un ulteriore 5% senza che ci sia bisogno di mettere mani al portafogli e lanciare l'OPA, con ciò rafforzando - senza costi di mercato - il suo potere sulla società.

Che la normativa attuale dell'OPA non piacesse molto a questo governo, ed all'attuale presidente della CONSOB, già lo si era intuito in autunno. Questo sito  aveva commentato con preveggenza le riforme in arrivo, poi approvate col DL 185 del 2008 che, allo scopo dichiarato di proteggere le società quotate italiane dai rischi di scalate ostili provenienti dall’estero, ha modificato - di fatto eliminandola - la passivity rule, vale a dire l'obbligo di neutralità degli amministratori nel corso di un’OPA, previsto dall'art. 104 TUF. L'art. 13 del DL 185/2008 ha infatti delegato agli statuti societari la possibilità di adottare o meno le misure difensive, disponendo cioè che siano gli statuti stessi a prevedere l’applicazione della normativa (art. 104 comma 1 TUF), ma - attenzione - in assenza di espressa previsione statutaria le disposizioni dell'art. 104 TUF in materia non troveranno più applicazione.

La riforma, in realtà, tutto fa tranne che proteggere l'italianità, perchè il "vecchio" TUF già conteneva la regola della reciprocità, cioè la possibilità per le società italiane di derogare alla passivity rule, nel caso di scalate da parte di soggetti cui tale regola non si applica. In pratica le uniche scalate da parte di soggetti stranieri verso le quali gli amministratori non potevano adottare misure difensive erano quelle lanciate da società dei paesi europei (UK, Spagna e Francia, ma non per esempio Germania e Olanda) nei quali, come in Italia, la passivity rule è imposta per legge, mentre erano ammesse misure difensive contro per esempio scalate di società e fondi extra-europei e/o europei non a condizione di reciprocità.

In definitiva, data la vecchia normativa che sarebbe già stata applicabile, l’eliminazione della passivity rule ha molto poco a che vedere con la difesa della italianità, perchè ciò che è stata aumentata, è la capacità di difesa soprattutto nel caso di scalate da parte di altre società quotate italiane, alle quali prima non poteva essere opposto il principio di reciprocità. Sommando dunque le due modifiche apportate in sequenza dai due recenti DL, gli amministratori possono sempre alzare muri difensivi e i soci di maggioranza posso incrementare la proprie partecipazioni senza che il mercato e la CONSOB (per quel che vale) possano dire nulla.

B - La seconda novità sostanziale attiene agli obblighi di comunicazione delle partecipazioni rilevanti per le società quotate, cioè la cosiddetta soglia di trasparenza.

L'articolo 120 TUF dispone che

Coloro che partecipano in un emittente azioni quotate avente l'Italia come Stato membro d'origine in misura superiore al due per cento del capitale ne danno comunicazione alla società partecipata e alla CONSOB.

La comunicazione è fondamentale per due ordini di motivi:

i - per il voto in assemblea, dato che se si omette l'informativa il diritto di voto per la partecipazione acquisita non può essere esercitato;

ii - per la disciplina delle partecipazioni incrociate, perchè la società che ha superato il limite successivamente alla comunicazione data dall'altra partecipata, non può esercitare il diritto di voto inerente alle azioni o quote eccedenti e deve alienarle entro dodici mesi dalla data in cui ha superato il limite: insomma è possibile prevenire scalate ostili da parte di un concorrente acquistando una quota superiore al 2% del suo capitale sociale, dato che in questa maniera all'altra società è precluso qualsiasi acquisto.

È bene precisare che la soglia di trasparenza italiana è già sui livelli più bassi rispetto all'Europa e al resto del mondo, dato che è nella maggior parte dei paesi europei è il 3% ed è il 5% negli Stati Uniti.

Ebbene a seguito dell'ultimo DL

La CONSOB può, con provvedimento motivato da esigenze di tutela degli investitori nonché di efficienza e trasparenza del mercato del controllo societario e del mercato dei capitali, prevedere, per un limitato periodo di tempo, soglie inferiori ...[al 2% NdR].... per società ad elevato valore corrente di mercato e ad azionariato particolarmente diffuso»

In sostanza una disposizione di legge viene derogata da un semplice provvedimento amministrativo (la delibera CONSOB) che verrebbe emanato "per tutelare gli investitori" senza che però siano chiari i limiti del potere CONSOB, dato che dietro la cortina dell'efficienza e trasparenza si può nascondere di tutto

C - La terza novità attiene all'acquisto di azioni proprie da parte delle società quotate. Le ragioni per le quali una società decide di acquistare azioni proprie possono essere le più varie e tralasciando i casi speciali in cui si tratta di acquisto necessario (come per esempio in caso di fusione o di riduzione del capitale sociale), il principale motivo per cui una società quotata acquista le sue stesse azioni è che questa operazione consente di sostenere le quotazioni e la redditività dei titoli, anche perchè finché le azioni restano in proprietà della società, il diritto agli utili e il diritto di opzione rimangono sterilizzati e sono attribuiti proporzionalmente alle altre azioni.

È comunque evidente che l'acquisto di azioni proprie è un'operazione lontanissima dall'economia reale ed attiene totalmente all'economia di carta, dato che si investono le riserve della società non per incrementarne la capacità produttiva o per acquisire nuovi mercati, insomma "per fare impresa", ma - di fatto - per distribuire una quota maggiore di utili senza che aumenti la capacità della società di generarne in futuro.

Il codice civile dispone che le azioni vengano acquistate su autorizzazione dell'assemblea, utilizzando esclusivamente gli utili distribuibili e le riserve disponibili risultanti dall'ultimo bilancio ed impone il limite massimo del 10% del capitale sociale - comprese le azioni acquistate da società controllate - e l'obbligo di costituire una "riserva indisponibile azioni proprie" di entità pari al valore attribuito alle stesse azioni proprie, rappresentato dal prezzo di acquisto.

Queste dunque sono le regole generali, che - ancora una volta - vengono derogate dal DL, che ha modificato l'art. 2357 c.c. nel senso che

Il valore nominale delle azioni acquistate ... dalle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio non puo' eccedere la quinta parte del capitale sociale

Insomma le società quotate possono comprarsi sino al 20% del loro stesso capitale. Vero è che non c'è nulla di male a far contenti gli azionisti distribuendo loro degli utili per altra via e se si decide di partecipare ad un capitale di rischio è perchè ci si attende un ritorno economico, ma se l'intera operazione non è impostata nell'ottica di una parità di trattamento dei soci, ma per agevolare di fatto i soci di controllo, allora viene da rimpiangere Rathenau che affermava che scopo di una società "è di far andare i battelli sul Reno e non di distribuire utili".

Conclusione

Collegando tra loro le norme, l'impianto complessivo della riforma si dimostra essere sostanzialmente una picconata bella e buona alla già scarsa contendibilità delle società italiane quotate e, più in generale, al corretto funzionamento del mercato, dato che i soci di controllo possono decidere, attraverso il buy-back, di incrementare i propri utili, col vantaggio collaterale di aver nel frattempo sterilizzato i diritti di voto di una quota consistente del capitale sociale, magari dopo aver limato la propria partecipazione di controllo senza obbligo di OPA e godendo di una soglia di trasparenza che è la più bassa tra le economie industriali e senza dover neanche sottostare alla passivity rule nel caso in cui qualcuno abbia la strampalata idea di volersi comprare la società.

Una vera e propria controriforma, che quei maligni di Repubblica hanno sostenuto essere stata scritta appositamente per blindare Mediaset. Probabilmente è vero, ma la questione non riguarda solo Mediaset, perchè se è vero che è la società del capo del governo, è altrettanto vero che Mediaset è la tipica espressione del capitalismo italiano, che appena può corre via dal mercato e si rifugia nei porti sicuri che si fa costruire dalla politica.

By NFA

 
 
 

Cosa si maschera dietro al terremoto.....

Post n°91 pubblicato il 16 Aprile 2009 da amministratore_blog

Già che ci siamo, aumentiamo le tasse sui "super-ricchi".
____________________________________________________________________

En passant, fra un paper e una regressione, noto questa notizia sul sito del Corriere.it secondo la quale, "per reperire soldi a favore delle popolazioni colpite dal sisma in Abruzzo", il governo starebbe considerando "la possibile introduzione di un prelievo aggiuntivo - un «contributo obbligatorio» - per i contribuenti ad alto reddito. In particolare, la maggiorazione potrebbe scattare per chi supera la soglia dei 130.000-140.000 euro di reddito annuo."
Tutto ancora molto ipotetico, fra l'altro "Non è chiaro ancora se si tratterà di un addizionale Irpef e se il provvedimento sarà permanente o prenderà la forma di un una-tantum."
Lo so che è come sparare sulla Croce Rossa, (ma del resto, l'abbiamo già fatto tante volte!), ma non so neanche da che parte cominciare a commentare la simpatica notiziola.

1. C'è stata una tragedia con severe perdite umane ed economiche. È possibile che lo Stato italiano debba ricorrere a misure fiscali eccezionali per reperire questi benedetti fondi a favore delle popolazioni colpite?
Siamo davvero ridotti così male?
O non è che - pensiero maligno - si approfitta della tragedia per segnare punti a favore? (vedi punto 2). Forse che negli USA hanno istituito delle tasse aggiuntive per l'uragano Katrina? [Per chi fosse interessato, questo paper discute le conseguenze fiscali, a livello statale, di Katrina. Nel "Summary", dice due cose interessanti: uno, che la maggior parte degli stati americani ha dei fondi di emergenza per far fronte alle, appunto, emergenze; due, che qualora questi fondi non fossero sufficienti, gli stati sarebbero costretti a prendere a prestito fondi (emettere obbligazioni). Questo perché di solito gli stati sono obbligati a pareggiare il proprio bilancio anno per anno. Quindi, niente tasse aggiuntive, né a livello statale né - tanto meno - a quello federale].

2. Già che ci siamo, approfittiamo della tragedia, della solidarietà, del buonismo italico (tutte cazzate di cui amiamo riempirci la bocca, invece di essere un paese serio e far rispettare le norme anti-sismiche già esistenti) per tassare i "super-ricchi", che tanto comunque evadono, sono antipatici cattivi e invidiati da tutti.

3. Per di più, consideriamo anche la possibilità che si tratti di un'addizionale Irpef permanente. Permanente?? Come dicono da questa parte dell'Oceano, ...what the fuck?? Ma allora è proprio una scusa!

4. Da quando in qua la famosa solidarietà non solo è coatta, ma viene anche graduata a secondo del reddito? Come dice tale "elferfan" in un commento alla notizia, sempre riportato da Corriere.it:

"La proposta ha uno stampo socialist-populista che aborro. È come se a messa imponessero offerte più alte a chi ha la sciarpa di seta."

 5. (Variazione del punto 1) Con tutti i soldi che lo Stato butta allegramente fuori dalla finestra, occorre davvero studiare altre tasse per coprire queste spese impreviste?

By NFA

 
 
 

Bertolaso, Bertolaso....

Post n°90 pubblicato il 08 Aprile 2009 da amministratore_blog

Dove si commenta un improvvido intervento di Bertolaso, responsabile della Protezione Civile.
______________________________________________________________________

Fare previsioni è un mestiere difficile. Ci si espone al rischio di figuracce. Ne sa qualcosa Bertolaso. Non più tardi di martedì 31 Marzo 2009, intervenendo a Roma ad un convegno organizzato da ministero dei beni culturali e protezione civile sulla esperienza del terremoto che nel 1997 colpì Umbria e Marche, il responsabile della Protezione Civile dichiarò, a proposito delle scosse di terremoto che continuavano a scuotere l'Abruzzo,

"non sono tali da preoccupare ma purtroppo a causa di imbecilli che si divertono a diffondere notizie false siamo costretti a mobilitare la comunità scientifica per rassicurare i cittadini."

E che ti succede la mattina del lunedì seguente? Un terremoto di quelli che passeranno alla storia patria per numero di vittime e quantità di danni. La difesa di Bertolaso, a chi lo accusa di non aver tenuto conto di chi aveva anticipato il catastrofico evento, è semplice e lineare: i terremoti non si possono prevedere. Ha ragione, ma il punto è un altro.

Se le cose stanno come lui afferma, come faceva a sostenere che il terremoto non ci sarebbe stato? Piuttosto che limitarsi a dire che l’allarmismo fa solo danni, avrebbe potuto ricordare che i terremoti non si possono prevedere ma, proprio per questo, l'organizzazione che lui dirige é attrezzata per portare i soccorsi quando servono, in qualunque situazione. Bertolaso, invece, si è incautamente avventurato nel fare una previsione, esattamente quello che, per sua stessa ammissione, gli scienziati di quella disciplina non sono in grado di fare. In un’opinione pubblica come quella italiana, fondamentalmente digiuna delle più elementari nozioni scientifiche, quest’infortunio rischia di far aumentare ancora di più il numero di coloro che non prendono sul serio gli scienziati. Sarà pure sfortunato ma, comunque la si voglia mettere, quando la scienza e gli scienziati vengono utilizzati per fare quello che non sono in grado di fare, rendono un pessimo servizio alla collettività e a sé stessi.

 
 
 

Non solo Heidi....

Post n°89 pubblicato il 02 Aprile 2009 da amministratore_blog

e non  solo i mari azzurri dei Caraibi: i paradisi fiscali possono essere più vicini di quello che si pensa.
______________________________________________________________________

Una delle armi messe in campo dai governi occidentali per combattere la crisi economica in atto è la lotta ai paradisi fiscali, vale a dire quei paesi che, con normative troppo elastiche, consentono di tenere nascosti gli effettivi titolari di conti correnti o i veri proprietari di società.

Nessuno può dire se la mossa potrà avere effetti rilevanti sulla crisi, ma, nell'ottica di una generale moralizzazione dell'economia, è stata salutata dall'opinione pubblica come un intervento positivo.
Quando si pensa ad un paradiso fiscale vengono in mente generalmente gli alpeggi svizzeri o le spiagge bianche dei Caraibi, ma le cose si dimostrano essere un po' più complicate di così
Leggendo infatti un recente articolo dell'Economist,  la malattia sembrerebbe essere molto più vicina al cuore dell'impero di quanto generalmente si pensi.

Da uno studio effettuato da un ricercatore australiano (Jason Sharman della Griffith University)  emerge che la principale fonte di truffe ed evasioni fiscali, non sono i paradisi off shore, bensì gli stati di common law (USA e Regno Unito in testa), in cui é possibile costituire società senza alcun controllo sull'identità reale dei "beneficial owners", richiesto non solo dalla normativa UE antiriciclaggio, ma anche dalle equipollenti norme di diritto statunitense.

La questione ha anche ricadute politiche, dato che il primo ministro lussemburghese, che ha dovuto ingoiare l'abbandono del segreto bancario da parte del suo paese, ha posto esplicitamente la questione dei paradisi fiscali statunitensi.

In effetti, in molti stati USA, e così pure in Gran Bretagna, non c'è nessun controllo preventivo sulla identità dei soggetti che costituiscono una società, nè sulla attendibilità dei dati riguardanti la società stessa che è possibile ricavare dalle varie "companies house", ossia l'equivalente di common law del nostro Registro Imprese.

È emblematico quanto si legge sul sito del registro imprese di Sua Maestà Britannica

"Companies House is a registry of corporate information. We carry out basic checks to make sure that documents have been fully completed and signed, but we do not have the statutory power or capability to verify the accuracy of the information that corporate entities send to us. We accept all information that such entities deliver to us in good faith and place it on the public record. The fact that the information has been placed on the public record should not be taken to indicate that Companies House has verified or validated it in any way."

TRAD: "Companies House è un registro di informazione societaria. Noi conduciamo controlli di base per essere sicuri che i documenti siano stati pienamente completati e firmati, ma non abbiamo il potere legale o la capacità per verificare l'accuratezza dell'informazione che  le entità societarie ci inviano. Noi accettiamo tutte le informazioni che tali entità ci spediscono in buona fede e le pubblichiamo sul pubblico registro. Il fatto che l'informazione sia stata collocata sul pubblico registro, non vale ad indicare che la Companies House l'abbia verificata o convalidata in alcun modo."

Con tanto di successivo disclaimer

"The information available on this site is not intended to be comprehensive, and many details which may be relevant to particular circumstances have been omitted. Accordingly it should not be regarded as being a complete source of company law and information, and readers are advised to seek independent professional advice before acting on anything contained herein. Companies House cannot take any responsibility for the consequences of errors or omissions."

TRAD: "L'informazione disponibile su questo sito non intende essere completa e molti dettagli che possono essere rilevanti per particolari circostanze sono stati omessi. Di conseguenza, il sito non deve essere considerato come una fonte completa di diritto e informazione societaria e i lettori sono avvertiti di ricercare consulenza professionale indipendente prima di agire in relazione a qualcosa contenuta qui. Companies House non assume nessuna responsabilità per le conseguenze di errori o omissioni."

Insomma, come direbbero a Roma: "famo a fidasse", il che può forse andar bene in tempi normali, ma comincia pericolosamente a far scricchiolare tutto l'edificio quando le cose vanno male e si scopre che l'opacità delle procedure e la scarsa trasparenza degli attori economici possono aver contribuito, non certo da sole, al gran casino nel quale siamo tutti capitati.

A questo proposito il mio editor (Alberto) mi fa notare che occorre  distinguere "la trasparenza delle procedure e degli atti (di bilancio e non solo) delle società con la trasparenza riguardo ai beneficiari. I primi - e solo i primi - sono necessari al funzionamento di una sana economia di mercato. I secondi sono necessari al governo per "meglio tassare" individui, collegando i loro redditi individuali con quelli delle società che possiedono; oppure servono alla polizia per combattere il riciclaggio."
Insomma, la trasparenza dei bilanci sarebbe cosa buona e giusta, mentre la trasparenza dei beneficiari avrebbe dei trade-offs - dato che permette di catturare meglio i mafiosi - ma permette allo stato politiche fiscali che sarebbe meglio evitare, sicchè la normativa "liberale" degli stati di common law potrebbe essere vista come una forma di pre-commitment del governo a limitare certe forme di tassazione delle società.
Orbene, che una buona conoscenza degli assetti societari serva allo stato a controllare fiscalmente (e non solo) le entità economiche mi semba indubitabile e del resto la lotta ai paradisi fiscali ed alle società off-shore mira proprio a questo, ma non ritengo che questo aspetto sia preminente, quanto piuttosto concorrente con l'esigenza di certezza dei traffici.
La trasparenza dei bilanci e la trasparenza societaria sono in realtà due aspetti della medesima questione e non possone essere tenuti separati. Il fatto di sapere con ragonevole certezza chi c'è dietro una determinata società, quali poteri hanno i suoi amministratori, qual è il suo capitale e così via fa funzionare meglio il mercato, dato che consente di trattare con quella società con un ragionevole grado di affidabilità e di rapidità evitando di ricorrere a un "independent professional advice before acting", per usare le parole della companies house britannica e d'altro canto rende più veritieri ed affidabili i bilanci stessi, dato che le poste attive e passive collegate ad altre società hanno un quadro più certo di riferimento.

E il mio editor (Alberto) continua - che oggi si deve essere alzato più liberista del solito - e non me ne fa passare una: sono d'accordo che  "il  fatto di sapere con ragonevole certezza  quali poteri hanno gli amministratori di una societa', qual è il suo capitale e così via fa funzionare meglio il mercato" ma non sono d'accordo che cosi' sia necessariamente per quanto riguarda "sapere chi c'e' dietro a una societa'" a meno che costui/costoro non ne siano anche amministratori. In regime di limited liability, chi possiede non conta, a meno che non amministri (o scelga chi amministri). Sto facendo un punto di lana caprina, me ne rendo conto, perché la distinzione tra "chi c'è dietro" e chi amministra è certamente una area grigia. Ma il punto secondo me è importante. Il trade off pure. Può valer la pena perdere qualcosa  in trasparenza per guadagnare evitando tasse arbitrarie o troppo progressive. Dipende dalle istituzioni politiche.

Concludo io, che, come in tutte le cose,  occorre naturalmente trovare  un punto di equilibrio che garantisca la fiducia reciproca tra gli attori economici e tra questi e le isituzioni dello stato, la ricerca non è facile, anche se mi sembra evidente che in questo momento il pendolo stia, forse pericolosamente, oscillando verso maggiori controlli statali e sovranazionali.
_______________________________________________________________________
By NoiseFromAmerika

 
 
 

Gira la poltrona gira....

Post n°88 pubblicato il 01 Aprile 2009 da amministratore_blog

Un articolo di El País di pochi giorni fa anticipa e rivela la narrativa sottostante il giro di poltrone in atto nella stampa italiana, che non sembra ancora concluso. A dire di El País, con la scusa della crisi, il governo Italiano oramai sta soffocando ogni voce anche solo suggestivamente critica all'operato del governo. Una traduzione dell'articolo è disponibile in questo video.
______________________________________________________________________

I balletti e trasferimenti rispondono alla precisa logica di piazzare nei posti che contano le persone preferite. Dopo gli avvicendamenti al Sole e al Corriere, Anselmi dalla Stampa passerà, secondo l'articolo, all'Ansa, dove certamente tanti danni non potrà fare. Sarà interessante vedere chi andrà al TG1.

Il giornalista spagnolo non le azzecca proprio tutte, ma la logica è chiara e conta poco chi finisca esattamente dove. Che occorra leggere la stampa straniera per capire cosa stia succedendo in Italia probabilmente stupirà pochi dei nostri lettori. Che i direttori dei giornali siano costantemente sotto pressione da parte della casta stupisce anche meno. Se anche un direttore del tutto allineato come Mieli viene deposto, gli altri come si devono sentire? In un altro thread, il nostro collaboratore Marco Boninu sostiene che spostare "De Bortoli al Corriere è l'equivalente di Baudo a Sanremo, di Bongiorno a Sky". Certo, sembra così, ma anche la sola dimostrazione di poter giocare nella stanza dei bottoni serve a mantenere docile il cagnolino.

Mi verrebbe da sottolineare la necessità  di eliminare il cordone ombelicale che lega gli editori alla politica, il finanziamento pubblico all'editoria, e sull' urgenza di privatizzare la Rai. Ho purtroppo seri dubbi che questo possa bastare. La commistione di interessi fra le grandi imprese e la politica è tale che questa scellerata situazione è perpetuabile anche senza finanziamento pubblico e con la Rai privatizzata.

Cosa sperare? Negli Stati Uniti oramai si parla sempre più frequentemente del declino e prossima fine della notizia distribuita su carta stampata. Molti quotidiani locali stanno fallendo o sono falliti, anche in città con mercati di dimensione consistente (negli USA esiste solo un quotidiano nazionale, USA Today, che non fa opinione: serve ai viaggiatori per leggersi le previsioni del tempo e i risultati delle partite negli aeroporti). Se ne parla parecchio, perché anche se Internet può sopperire efficacemente alla fornitura di informazioni, molti sostengono che solo la carta stampata può permettersi gli investimenti e i rischi sottostanti alle operazioni di giornalismo investigativo tanto care all'opinione pubblica americana.
Non so se questa ultima affermazione sia vera. Comunque sui quotidiani italiani di giornalismo investigativo ne leggo poco. Forza Internet, allora.

Di NFA

 
 
 

La rivoluzione liberale è un vestito mai indossato.

Post n°87 pubblicato il 31 Marzo 2009 da amministratore_blog

Berlusconi ha avuto il merito di "sdoganare" nel discorso pubblico la libertà economica e l'idea che la tassazione sia un male. Oggi questo "vestito mai indossato" sta bene alla destra e alla sinistra.
_______________________________________________________________________

A chi non milita nel centro-destra ma anche a chi lo guarda con simpatia, il congresso del Pdl è servito soprattutto per fare il punto sull’evoluzione del berlusconismo. Il bilancio di quindici anni in cui la non-sinistra è sempre stata “maggioranza nel Paese” anche se non necessariamente alle urne, come ha detto Berlusconi, è magro. Luca Ricolfi sulla Stampa ha scritto che l’impressione è che la concorrenza politica sia stata fra “due conservatorismi”. Pdl e Pd (e così i loro “predecessori”) rappresentano sia istanze di modernizzazione, che rendite di posizione. Le prime si annullano a vicenda: laddove la destra voleva innovare (ieri il mercato del lavoro, oggi il pubblico impiego), la sinistra ha coagulato attorno a sé importanti resistenze. Dove invece era la sinistra a voler voltare pagina (nelle professioni, per esempio), la destra si è fatta garante di equilibri consolidati.
Non è sorprendente che questo abbia prodotto un progressivo cambio di registro. Pdl e Pd (pensate al discorso di Berlusconi alla fiera di Roma, ma anche alla surreale invettiva contro il liberismo del Franceschini cileno) si affrontano sempre meno sul piano delle policies e sempre più su quello dell’identità. Le differenze vengono affermate nell’ambito di promesse dichiaratamente impossibili da mantenere. Non sul terreno concreto, e per questo scosceso, dei tagli alle tasse, o della semplificazione della vita di cittadini e imprese. Ma sulla vita e sulla morte, su Islam e Occidente, sull’immigrazione. La politica si proietta su uno schermo che non le compete, abbraccia scenari sui quali un Paese relativamente marginale come il nostro non potrà mai dir nulla, rifugge dalle discussioni di dettaglio, perché i dettagli sono noiosi e perché nei dettagli sta il diavolo dell’impegno, della capacità di incidere e decidere.
In Italia la politica viene subito dopo il calcio, nella classifica degli argomenti di discussione più amati. Solo che nel calcio tutti facciamo il tifo, ma qualcuno lo gioca. I nostri politici, invece, sono solamente i capo-tifosi, una torma infinita di arringatori di ultras.
In casa berlusconiana, negli anni sono cambiati i simboli, i punti di riferimento. La “rivoluzione liberale” citata dal Cavaliere venerdì (e ripresa con l’ottimismo della volontà solo dal Giornale di Mario Giordano) è un vestito paradossalmente logoro perché mai indossato. Il richiamo del Cav alla dichiarazione d’indipendenza americana, che confonde con la Costituzione, tanto quanto una volta era convincente, sembrava la campana a morte della prima repubblica, ora è un pro-forma. In quella reincarnazione del pentapartito che è il Pdl, i founding fathers degli Stati Uniti stanno assieme ai lari e penati della repubblica democratica fondata sul lavoro. Francamente, è un po’ troppo. Dall’antipolitica, siamo passati al post-politica. Per coltivare una vera “vocazione maggioritaria”, serve anche questo.
Tuttavia, credo che in realtà a Berlusconi le “forze che puntano alla modernizzazione del Paese e sono da sempre minoranza” (Ricolfi) debbano un briciolo di gratitudine. Persino oggi. Per due motivi. Il primo, è che oggettivamente Berlusconi ha squassato il discorso pubblico. L’ha cambiato profondamente, e nonostante la crisi, nonostante gli zombie keynesiani che scappano dai cimiteri e i residui della nostra tecnocrazia che tornano a battere bandiera statalista, il Novantaquattro c’è stato. Il genio di Berlusconi fu allora strappare la battaglia fiscale dalle mani di Bossi, facendola sua. Dal punto di vista delle politiche, non so se sia stato un passo in avanti. Forse un Nord arrabbiato e solo, avrebbe spuntato più facilmente un nuovo patto fiscale. In generale, la pressione fiscale ha conosciuto oscillazioni minime. Ma il Berlusconi con la calza sulla telecamera ha cambiato l’Italia almeno in un senso. Da allora, l’idea che la tassazione sia un semplice strumento di politica economica ha vita più grama. Ed è pian piano germinato un segmento di opinione pubblica che non crede che i redditi dei cittadini siano creta a disposizione della classe politica.
L’abbassamento delle tasse è la lepre che il levriero berlusconiano insegue a vuoto da anni. Se è così, una quota di responsabilità ce l’ha anche l’élite del Paese: che quando quella promessa era la prima pietanza del menù imbonito da Berlusconi ai suoi elettori, la ridicolizzava come qualunquismo economico.
Ora, quello stesso pezzettino del Paese rimprovera al presidente del consiglio di non volerci più nemmeno provare. La libertà economica è stata “sdoganata” anche presso coloro che ieri la irridevano come “libertà dei padroni”. Se si può dire che il liberismo è di sinistra, il merito è del Berlusconi che ha rinfoderato le parole rivoluzionarie per praticare il tirare a campare. E’ la “liberalizzazione del liberismo”. La libertà economica in Italia non è un legato da preservare: è ancora una prospettiva politica. E fa finalmente parte del vocabolario dei “migliori”, gli integratissimi bastiancontrari che al governo non saranno mai ma contribuiscono a plasmare il modo in cui pensano i loro concittadini.
Nel lungo periodo, questo fatto relativamente nuovo, questo recente convergere su agende e agendine liberaleggianti da parte dell’intelligenza del Paese, apre una finestra d’opportunità. Il problema è che intanto, un po’ per opportunismo suo e un po’ per le preconcette ostilità d’altri, ci siamo giocati il breve periodo berlusconiano. E nel medio, forse non saremo tutti morti ma continueremo a pagare troppe tasse.

Di Alberto Mingardi, da "Il Riformista"
29 marzo 2009

 
 
 

Per salvare la FIAT si va fino in Amerika...

Post n°86 pubblicato il 31 Marzo 2009 da amministratore_blog

Quando si abbandona il paese in cui si è cresciuti ci sono tante cose che si lasciano dietro e si rimpiangono. Ma, siccome lo si è lasciato, evidentemente ci sono altrettante cose che ben volentieri si abbandonano. Prima di decidere uno si fa le sue due belle colonnine con i più e i meno della decisione, e poi tira le somme.

In mia opinione, il non essere più obbligato a pagar le tasse per sussidiare la Fiat era da mettere vistosamente nella colonna ''più''. È sempre stata una cosa che mi ha violentemente grattato i nervi. Un po' per la pervicacia e continuità con cui gli Agnelli si sono fatti dare soldi dai contribuenti per decenni, e non sembrano affatto intenzionati a smettere. Un po' perché la richiesta di soldi si accompagnava invariabilmente a richieste di protezionismo e quindi prezzi più alti per i consumatori. Un po' per quel ridicolo tentativo di presentarci la Fiat come simbolo dell'orgoglio nazionale italiano, attuato comprandosi direttamente o indirettamente il mondo giornalistico e politico. Un po' (perché non ammetterlo?) perché maggiore ricchezza della famiglia Agnelli significava maggiori risorse per la Juventus. Insomma, per tante ragioni, alcune razionali altre forse no.

E adesso? Adesso sono qui, a pagar le tasse in amerika, e mi sento dire dal presidente che i soldi della mie tasse verrano dati a Chrysler purché si accordi con la Fiat. Questo è quello che dice il pezzo:

Speaking a day after the White House pushed out the chairman of G.M., Mr. Obama said Chrysler has been instructed to form a partnership with the Italian automaker Fiat within 30 days as conditions for receiving more government aid.

Traduzione: Parlando il giorno successivo a quello in cui la Casa Bianca ha costretto al licenziamento il presidente di General Motors, Mr. Obama ha detto che alla Chrysler è stato indicato di formare una partnership con il produttore di auto italiano Fiat entro trenta giorni, come condizione per ricevere ulteriori aiuti governativi.

Vedremo come sono i dettagli dell'operazione, ma dal quel che si capisce da questo servizio l'amministrazione sta programmando di dare soldi alla nuova azienda che dovrebbe scaturire dalla partnership tra Chrysler e Fiat. Ossia, direttamente o indirettamente i soldi verranno dati alla Fiat. Ossia, uguale a quello che mi succedeva prima di andar via dall'Italia. Ossia, uguale a quello che succedeva e succede a mio padre e mia madre. Come ''change we can believe in'' non c'è male.

Update. Per gli amici e colleghi che sono andati in Canada: nenche voi siete al sicuro.

<<Di Sandro Brusco, docente di Economia alla Stony Brook University>>

 
 
 

Tanto non ci ascoltano: almeno critichiamo.

Post n°85 pubblicato il 30 Marzo 2009 da amministratore_blog

L'articolo può sembrare un casermone pesante e lungo ma ne vale la pena, per i critici dell'ormai pensiero "comune", questo articolo può rivelarsi interessante, ma anche assai divertente
____________________________________________________________________

Nel giorno in cui il peronismo italiano ha ufficialmente il suo partito (ed EGdL, una volta ancora, non capisce cosa succeda però ne parla lo stesso) vale la pena svolgere lo sguardo altrove (tanto non c'è alcuna novità degna di commento nel congresso del PdL) e soffermarsi su altri eventi ed altri scritti.

Il 21 Marzo u.s. un giornalista del Corriere ha pubblicato una specie di "elogio di John Maynard Rossi", che non riesco nemmeno a commentare tanto demenziale è, ma che vi invito vivamente a leggere e commentare. Dietro allo scritto medesimo, ed al convegno che l'accompagna, vi è, da un lato, l'ambizione personale di Guido Rossi il quale si sta smaniosamente agitando per parlare di cose che non conosce e nemmeno capisce e, dall'altro, la vittoria di Giulio Tremonti nel dibattito intellettuale italiano sulla crisi, le sue cause e le sue possibili cure. Avendo già polemizzato con Rossi, tralascio il primo aspetto. Ciò che conta nell'articolo è la valanga di cazzate - letteralmente: cazzate - che contiene e che vengono spacciate come fatti e/o verità economiche. Cazzate, e qui sta il punto, perfettamente funzionali al discorso peronista tremontiano. Detto altrimenti: il commercialista della sinistra italiana ha deciso, e con lui il Corriere ed il grosso della Milano importante, che occorre cooperare all'invenzione di un Keynes peronista in versione italiota, ad uso e consumo del commercialista di Sondrio e delle sue smanie di potenza. Questo è il fatto interessante.

Il 22 Marzo u.s. Mario Monti ha pubblicato, dopo parecchio tempo che non lo faceva, un editoriale. Se non fosse per lo stile piatto e la mancanza di fuochi d'artificio linguistico-letterari, potrebbe essere stato scritto anch'esso da Giulio Tremonti. Dal refrain iniziale sugli "eccessi della finanza" (non delle banche centrali!), all'attribuzione di una responsabilità specifica nella vicenda all'amministrazione Bush, bollata come "mercatista" in omaggio al nuovo maestro di pensiero, ma non a quella Clinton (sotto la quale, per opera di Rubin e Summers, le principali "deregolazioni erronee" vennero introdotte!) l'incipit è già sufficiente a capire dove il Presidente dell'Università Bocconi intenda andare a parare.
Poi continua parlando di "drammatiche diseguaglianze" che, suppongo a causa della crisi, si vanno manifestando tra i paesi (ma lì, ci assicura il nostro la "comunità internazionale" sa cosa fare ed ha già preso i provvedimenti adeguati ... caschi blu dell'ONU in arrivo?) ed all'interno dei paesi. Ora, sia chiaro, diseguaglianze ci sono oggi come c'erano tre anni fa, ma a quali fenomeni specifici si riferisce il nostro? Non è dato sapere, basta il tono grave per creare un fatto. Forse avrà in mente anche liu la drammatica crescita della fame nel mondo, che abbiamo dibattuto altrove. Da lì ai molti governi che criticano "giustamente" il "fondamentalismo di mercato" il passo è breve, anche se non si sa a cosa il nostro si riferisca, né a quali governi, né a quale fondamentalismo di mercato (ma non era il commisssario per la concorrenza?). Oddio, a dire il vero se mi ricordo di essere italiano e faccio lo sforzo di ricordarmi come si parla in certi ambienti, la "sottile ed elegante critica" (son sicuro che l'M&M così pensava mentre stilava quelle linee) al precedente governo BS ed all'azione di GT contro i petrolieri l'anno scorso, è chiarissima. In certi ambienti, appunto, si parla come parla Andreotti ne il Divo (e nella realtà) ...
Ma è anche contradittoria: perché, come tutti sappiamo, il governo BS precedente le tasse le ha abbassate per finta, non per davvero, mentre ha continuato a spendere ed a spandere. Quello di Prodi, invece, le ha alzate per davvero ed ha continuato a spendere ed a spandere. Così hanno fatto anche i vari governi precedenti, a ritroso sino a sempre. E non solo in Italia: in Francia, negli USA, in Germania, eccetera. Insomma, di cosa parla M&M? Mi fermo qui, il resto dell'articolo è sulla stessa linea ed ha la stessa qualità sia logica, che economica, che di corrispondenza ai fatti. L'aspetto rilevante non è tanto cosa dice l'articolo (dice comunque cose trite e ritrite) ma che M&M abbia deciso di metterle per iscritto in pubblico. In certi ambienti ci si parla così ...
Il giorno 25 Marzo u.s. è il turno di Michele Salvati che ci racconta, sempre dalle colonne del Corriere, che i problemi che ci troviamo ad affrontare sono tutti dovuti alla "irrational exhuberance" dei mercati (finanziari) e che l'unica soluzione è ri-regolare strettamente e senza pietà alcuna i medesimi. L'argomento di Salvati è particolarmente divertente: fondamentalmente si rammarica che la "sinistra" europea abbia, negli ultimi anni, scoperto un pelino i mercati ed abbia smesso di essere veementemente anti-capitalista. Se lo fosse rimasta ora potrebbe affermare con orgoglio "visto, avevamo ragione noi" e candidarsi a governare la crisi. Cosa che invece è costretta a lasciar fare alla destra (almeno in Italia, Francia e Germania ... ma, caro Salvati, non negli USA, in Inghilterra e Spagna ... quindi?) la quale si è appropriata della posizione che, chiaramente, Salvati ritiene la più giusta (più stato e regolazione, meno mercato) anche se, purtroppo, condendola con il dio-patria-famiglia d'infausti origine e destino.
Tralasciamo pure i regrets del professor Salvati per la sinistra che avrebbe potuto approfittare ma venne presa in contropiede, non mi interessano. Mi interessa invece la sudditanza intellettuale di Salvati il quale nemmeno prova a chiedersi se, per caso, il problema non sia semplicemente regolare a doppia mandata il sistema finanziario ma, invece, liberalizzarlo per davvero! Si potrebbe, per esempio, provare a prendere misure che lo rendano competitivo e trasparente, cosa che oggi non è, pensando ad una politica anti-trust che sia orientata ad eliminare alla radice il problema del "too big to fail"; si potrebbe, per esempio, rompere il legame corruttivo fra banche ed i loro regolatori, facendo progressivamente sparire le "banche nazionali" e rendendo i mercati finanziari d'ogni paese effettivamente aperti alla concorrenza (secondo voi il settore bancario italiano è competitivo?); si potrebbe, per esempio, eliminare l'enorme rischio morale che gli interventi pubblici hanno creato nel tempo e che genera incentivi folli (ossia, con conseguenze folli) per gli operatori privati; si potrebbe, per esempio, mettere sotto controllo i vari banchieri centrali che vanno a caccia di gloria imperitura giocando con i tassi ed inondando il mondo di liquidità, in modo tale che non lo facciano mai più; si potrebbe ... eccetera.
No, il professor Salvati, che mi dicono essere un economista, non si pone nessuno di questi problemi - che, per esempio, se fossero posti sul terreno della discussione da parte della sinistra politica forse darebbero alla medesima sia una piattaforma di politica economica indipendente da quella di Tremonti sia qualcosa di utile da dire - ma accetta pedissequamente la posizione "tremontiana" secondo cui i mercati sono la fonte del male e lo stato quella del bene! Qui sta il punto: come Rossi, come Monti, come Napolitano Jr. ... come molti altri che non ho tempo di stare qui ad elencare, anche Salvati si allinea alla (ignorante ed insensata) analisti storica ed economica che Tremonti va avanzando, ne fa proprie sia le premesse, che la logica, che le conclusioni operative cercando, disperatamente, di dare alle medesime uno "spin" favorevole alla parte politica con cui Salvati simpatizza!
Una volta accettata tale posizione è chiaro che rimane solo, l'irrisolvibile, problema politico (o di marketing e propaganda, se volete): cosa può fare la "povera sinistra" che aveva provato (anche per consiglio del professor Salvati) a fingersi liberale per recuperare il terreno perduto? Come convincere gli elettori che, sotto sotto, la sinistra (e forse anche il professor Salvati, no?) era rimasta statalista ed anti-mercato ed è quindi, oggi, più credibile della destra come paladina della statalizzazione di tutto quanto arrivi sotto mano ai governanti? Il grande problema, secondo questo maestro del pensiero sinistro italiano, è oggi questo!
Poi si chiedono perché perdono le elezioni e non hanno un'anima! Grazie alla leadership intellettuale di gente come Monti, Napolitano Jr, Rossi, Salvati e compagnia, non ce l'avranno mai un'anima...

Scritto da NFA

 
 
 

Tremonti ed i dati: uno l'antitesi dell'altro.

Post n°84 pubblicato il 30 Marzo 2009 da amministratore_blog

Taormina, 26 marzo 2009 (Adnkronos) - ''Non credo sia il momento di fare previsioni congiunturali, mi stupisco che qualcuno ancora le faccia''. Lo ha affermato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti al forum di Confagricoltura a Taormina. ''Alcuni dati congiunturali sono congetturali'', ha quindi spiegato Tremonti, secondo il quale piuttosto si può ragionare invece sui ''grandi numeri della demografia, prevedendo che a fine secolo la popolazione mondiale avrà raggiunto probabilmente i 9 miliardi". Una considerazione che spinge ''a ragionare sull'agricoltura. La cosa che impressiona è come si sta diffondendo non il cibo ma la fame nel mondo. Dati drammatici e tragici''

Schizofrenica la prima parte, falsa la seconda. Proseguire la lettura per una dimostrazione e per una interpretazione.
_______________________________________________________________

Iniziamo dalla seconda. Dunque Tremonti (ri)afferma che:

"si sta diffondendo non il cibo ma la fame nel mondo. Dati drammatici e tragici."

Dove li prende il ministro questi dati drammatici e tragici? Ero davvero curioso di scoprirlo, e visto che non ce lo dice me li sono andati a cercare. Credo ci si possa fidare dei dati della World Health Organization -- l'organizzazione mondiale della sanità -- che mantiene degli ottimi database.
In questi dati l'ho cercata la diffusione (cioé, se interpreto bene, crescita) della fame, ma davvero non l'ho trovata. Le serie storiche della DES (dietary energy supply, cliccare su Graphs, poi scegliere come indicatore DES total) indicano che con pochissime eccezioni (solo Congo e Zambia nella lista sotto) la quantità media di calorie è aumentata in quasi tutti i paesi africani negli ultimi 10-20 anni.
Ecco di seguito, per far prima, i grafici per alcuni (mi pareva che indicassero tutti la stessa cosa, quindi mi sono fermato) paesi, africani e non. Il totale calorico medio è la linea nera più in alto, quelle in basso sono la decomposizione per fonte alimentare. Angola, Benin, Bosnia, Botswana, Burkina Faso, Cambogia, Ciad, Congo, Eritrea, Etiopia, Gabon, Gana, Mali, Mozambico, Myanmar, Niger, Nigeria, Repubblica Centroafricana, Ruanda, Senegal, Somalia, Sudan, Vietnam, Zambia, Zimbabwe.

Non sto dicendo che la fame nel mondo non esiste, sto dicendo che il totale calorico è aumentato. Questo, naturalmente, non implica che sia adeguato. Il fatto che sia aumentata la media, si potrebbe poi obiettare, è compatibile con la diffusione della fame tra i poveracci e l'obesità tra i ricchi. Giusto, ma l'onere della prova non ricade su di me. Quello che suggerisco è che il trend rivelato da questi dati è l'esatto contrario di drammatico e tragico: è motivo di speranza. Al limite siamo di fronte a un problema di distribuzione calorica, ma le calorie aggregate sono in aumentano in questi paesi che nell'immaginario comune sono affamati.
Se Tremonti ha altri dati a me piacerebbe vederli e rifletterci seriamente -- sono pronto a cambiare idea e ammettere che ha ragione se vedo un po' di evidenza, anche evidenza imperfetta. Se invece (come io sospetto) non ce li ha e parla per impressionare e per sentito dire qua e là a convegni da gente che dice ma a sua volta i dati non li legge, allora farebbe meglio a spendere un quarto d'ora a sfogliarsi i dati online della World Health Organization o altra organizzazione di fiducia.

Nella prima parte invece, torna un tema classico e caro al ministro, l'impossibilità di prevedere:

"Non credo sia il momento di fare previsioni congiunturali, mi stupisco che qualcuno ancora le faccia."

La schizofrenia sta in questo: due mesi fa Tremonti prevedeva (indirettamente, ma prevedeva) un calo del PIL italiano del 2% nel 2009. Mettiamoci d'accordo: o le previsioni si possono fare, oppure non si possono fare. Se non si possono farle non può farle neppure la Banca d'Italia e tantomeno lui.
Infine, la mia interpretazione. Tremonti ha grossi problemi con i dati, la statistica e, evidentemente, le previsioni (caliamo un velo pietoso su quello che riguarda la teoria economica). Ecco cosa scriveva nel suo ultimo libro solo pochi mesi fa:

"La squadratura che si sta così determinando, tra offerta che resta fissa e domanda che cresce, ha avuto e avrà nel mondo un effetto strutturale sostanziale: la salita globale dei prezzi. E dunque del costo della vita."

Ed ecco cosa è successo ai prezzi nell'ultimo anno. Insomma, s'è stizzito perché         - eccheccacchio - uno manco può scrivere un libro che subito succede un casino globale di questre proporzioni, con tanto di deflazione. Prevedere è impossibile. Quindi inutile perdere tempo a leggere e analizzare dati.

Articolo di NFA

 
 
 

Lezioni di economia dalla Repubblica Ceca....

Post n°83 pubblicato il 19 Marzo 2009 da amministratore_blog

Sperando che Giulio prenda blocco e penna ed impari qualcosa.... Una lezioncina dalla Repubblica Ceca potrebbe bastare, ma non siamo fiduciosi, l'italica cocciutaggine è nota a tutti.
__________________________________________________________________________

«Venti anni fa la Repubblica ceca eliminò il comunismo e mise in soffitta l'economia chiusa. Il nostro sogno era di aprirci al mondo, liberalizzare il commercio estero e le nostre prime riforme sono andate tutte in quella direzione. Oggi siamo scioccati quando vediamo qualcuno tentare di riportare il mercato unico europeo al punto di partenza introducendo un nuovo e nascente prtezionismo europeo».

Vaclav Klaus, 67 anni, presidente della Repubblica Ceca, mentre il suo Paese è presidente di turno dell'Unione, non usa mezzi termini com'è suo costume: è un euroscettico e non ne fa mistero, ma oggi, da seguace di Friedrich Von Hayek, paradossalmente si ritrova a difendere l'Europa, o meglio il suo mercato unico, dai venti protezionisti.

«Non possiamo essere d'accordo con chi come Nicolas Sarkozy (il presidente francese ha invitato i costruttori di auto francesi, che hanno ricevuto 6 miliardi di euro di aiuti, a mantenere i posti di lavoro in Francia e a non costruire fabbriche proprio in Repubblica Ceca, ndr) apre a tentazioni protezioniste. Ma non voglio polemizzare con Sarkozy anche perché non bisogna dimenticare che il presidente francese non è il solo in Europa a sostenere queste politiche protezionistiche e di nazionalismo economico», dice il presidente ceco.

Il capo dello Stato ceco è in questi giorni a Milano per presentare il suo libro, “Pianeta blu, non verde”, un pamphlet ricco di vis polemica sul presunto cambiamento climatico, un intervento inserito in una serie di colloqui organizzati dall'Istituto Bruno Leoni a Palazzo Clerici.

Che pensa del piano di aiuti all'Europa centro-orientale?
La Repubblica ceca ha le sue fragilità ma ha prestato 200 milioni di euro alla Lettonia. Da noi i mutui in valuta estera sono appena lo 0,1% del totale (i suoi colleghi del Financial Times dovrebbero imparare a distinguere tra i vari Paesi del Continente che non è un unicum indistinto) a differenza di altri Stati europei dove hanno raggiunto quote elevatissime. Inoltre le banche presenti nel nostro Paese sono belghe, italiane, austriache e hanno problemi a casa loro, non da noi.

Che deve fare la Commissione Ue per contrastare la crisi?
Meno fa e meglio è. Fuor di metafora non sono convinto che la spesa pubblica keynesiana sia la soluzione a tutti i problemi. Se si vuole aumentare la domanda aggregata la prudenza è d'obbligo. Primo bisogna evitare di aumentare il debito pubblico. Poi c'è il “crowding out effect” cioè il calo dei consumi o degli investimenti privati che avviene quando a causa dell'aumento della spesa pubblica aumenta la pressione fiscale e quindi si riduce a sua volta la propensione ai consumi. Se invece l'aumento della spesa pubblica non è accompagnato dall'aumento delle tasse, il ricorso al debito pubblico per finanziare l'aumento della spesa aumenta i tassi d'interesse portando a una riduzione degli investimenti privati. In America si discute sul fatto che il moltiplicatore deve essere sempre più alto perché se investo un euro di soldi pubblici può avvenire che ottengo solo lo 0,80% di aumento di propensione al consumo: insomma mentre la spesa è certa l'esito finale è incerto.

Qual è il messaggio del suo libro sul clima “Pianeta blu, no verde”?
Gli ambientalisti non parlano del clima, ma di un'ideologia collettivistica molto pericolosa che vuole manipolare tutta la società. Un'ideologia che vuole limitare la nostra libertà e prosperità. Io combatto questa ideologia, non la temperatura. L'Intergovernmental Panel Climate Change, l'organismo dell'Onu, afferma che in un secolo l'aumento della temperatura è stato di 0,74 gradi centigradi. E quindi, se questo è vero, di quale riscaldamento del pianeta stiamo parlando? È un falso problema. Anche in questo caso dunque, meno si fa meglio è.

Altri obiettivi a breve?
Scrivere un articolo intitolato l'«Insostenibile peso della solitudine» in occasione, il 1° aprile, degli 80 anni di Milan Kundera.

Scritto da:  Vittorio Da Rold, Il Sole24Ore

 
 
 

Due risate per non piangere....

Post n°82 pubblicato il 19 Marzo 2009 da amministratore_blog

I criminali sono tra noi, insidiano i nostri beni, attentano alla nostra sicurezza, la polizia è inerme e allo sbando, ma per fortuna il governo ha istituito le ronde di cittadini che, seppur forse lottizzate, riprenderanno finalmente in mano il controllo delle nostre città.
Come al solito in Italia si sono sprecate le sterili polemiche al riguardo ma, convinti come siamo che la sicurezza sia un bene prezioso e che nessuna iniziativa è inutile, ci permettiamo di segnalare al ministro Maroni i real life supeheroes ossia un movimento che, come le ronde di volontari volute dal Ministro.

"performs civic service in many different areas. Real Life Superheores make an impact on their communities by doing civic activities, public safety patrols, crime fighting, charity work and other pro social acts.

[Traduzione: effettua servizi civici in molte e diverse aree. i Supereroi della Vita Reale hanno un impatto sulle loro comunità svolgendo attività civiche, servizi di pattuglia, lottando contro il crimine, facendo beneficenza e altre attività di carattere sociale.]"

I miei preferiti sono captain prospect, superbarrio e master legend, mentre attendo le gesta di entomo il primo supereroe italiano, che ha iniziato in questi giorni a pattugliare le strade di Napoli.
Come dite? Vi sembrano dei poveracci vestiti a maschera in ritardo per la festa di carnevale? Può darsi, ma dov'è il confine tra questi e questi ?

 
 
 

La situazione Italiana... Alcune riflessioni drammatiche..

Post n°81 pubblicato il 16 Marzo 2009 da amministratore_blog

In Italia la situazione economica rispetto agli USA e all'UE, neanche a dirlo, è tutta da un'altra parte. L'imbonitore di gonzi che ci governa (i gonzi, nel caso non si fosse capito, sono coloro che si lasciano da lui governare) ha estratto dal cappello un altro rospo spacciandolo per tonno:"Costruitevi le seconde case, ampliate le villette, ristrutturate il rudere di campagna, fatevi il condominio in cooperativa, vedrete che così passa tutto e con un po' di sforzo avrete tante ville come me (me=BS)."
Insomma, ora che c'è la crisi edilizia mondiale, andate in contro-tendenza italiani: il calcestruzzo ed i mattoni sono a buon mercato! L'uomo è bestiale, veramente bestiale. Comunque è in buona compagnia: basta leggersi i reports di cosa la Confcommercio, una mafietta che in Italia conta e come, discute a Cernobio e di cosa i clowns di palazzo BS ivi raccontino (il PD, per chi non l'avesse notato, vive nella depandance, quindi D'Alema e Franceschini fan parte del gruppo di cui sopra) per capire che, alla fine, non è sotto media. Intanto gli industriali, invece di fare investimenti e pensare a come far soldi producendo qualcosa di utile e migliore di quello che producono gli altri, dicono che vogliono "soldi veri",vedi Marcegallia, (implicando che sino ad ora ne hanno avuti, ma erano falsi). Probabilmente son pure favorevoli all'idea che i prefetti diventino i gestori dell'erogazione del credito alle aziende ed ai consumatori: in fin dei conti è più semplice corrompere un solo prefetto che decine di direttori di banca, no?
Questa dei prefetti è una cosa così divertente che sembra me la sia inventata io per far sembrare questo governo ancor più "scarso" di quanto non sia: ricorda i podestà che fanno i piani per la battaglia del grano. Invece di irriderla per quello che è (il frutto ridicolo di una mente bacata) gli intellettuali del centrodestra si inventano nalogie con il dibattito fra Mises ed Eucken per poter dire che Giulio Tremonti sa cosa fa, intende di cosa parla ed è un grande pensatore con una strategia ben disegnata anche se, forse, leggermente manchevole: ma per favore! Le cose devono andare veramente maluccio se anche Francesco Giavazzi (comunque la mente più lucida che scriva di economia nel Bel Paese) pubblica editoriali domenicali prodotto delle riflessioni del suo piede sinistro. Francesco: ma i giornali americani arrivano a Cambridge? Dall'Atlantic a Newsweek non fanno altro che straparlare del futuro del capitalismo, il "case for big government" e via enumerando titoloni.

Visto che tutti fanno previsioni, faccio anche io la mia: "a fine anno scopriremo che la riduzione dell'attività economica in Italia è stata peggiore che nel resto del mondo, USA inclusi. E quando la recessione mondiale finirà ed il mondo comincerà a crescere di nuovo, scopriremo che l'Italia non crescerà e che la "crisi", nel Bel Paese, aveva la prolunga, così Giulio Tremonti avrà l'opportunità di dire che lui aveva visto giusto che la crisi era epocale e che ora occorre mettere i presidenti dei consigli di quartiere a controllare la gestione del credito nella locale agenzia della cassa di risparmio".

Di NFA

 
 
 

Quando il fallimento è meglio della sopravvivenza....

Post n°80 pubblicato il 05 Marzo 2009 da amministratore_blog

La General Motors è tornata a Washington col cappello in mano, questa volta chiedendo 12 miliardi di dollari da aggiungere al prestito di 18 miliardi concesso dal governo federale l’anno scorso. In effetti GM rischia concretamente il fallimento: nello scorso esercizio, la società ha registrato perdite per 30 miliardi di dollari.
General Motors continua a sostenere di non poter sopravvivere ad un periodo di amministrazione controllata (negli Stati Uniti detta Chapter 11), ma in realtà avviare le procedure di fallimento potrebbe solo aumentare le probabilità di sopravvivenza dell’azienda. Quando l’Amministrazione Obama deciderà quale risposta dare alla richiesta di altri soldi da parte di GM, farà bene a prendere in considerazione quei benefici del fallimento che non sono stati messi in evidenza, in particolare dal management della General Motors.
Consideriamo due importanti questioni: la ristrutturazione dei circa 30 miliardi di dollari di debito obbligazionario della General Motors e il potenziale crollo della catena dei fornitori della società. Ebbene, se la casa automobilistica si troverà in amministrazione controllata, entrambe le questioni possono essere affrontate con maggiore tranquillità.
I dirigenti della General Motors hanno affermato che, se l’azienda venisse amministrata secondo il Chapter 11, la sua rete di fornitori crollerebbe, trascinando nel baratro l’intera industria automobilistica. In realtà, il Chapter 11 prevede procedure ormai consolidate per affrontare questo problema.
Il tribunale fallimentare sa che le aziende affidate alla sua amministrazione devono continuare a ricevere forniture e pezzi di ricambio per poter funzionare. Di conseguenza, il diritto fallimentare e i tribunali danno la precedenza al pagamento delle nuove forniture, anche a costo di far aspettare chi vanta crediti pregressi. Se un’azienda invia una fornitura ad una società in amministrazione controllata, il tribunale impone a quest’ultima il pagamento del corrispettivo, anche se vi sono vecchi creditori che attendono di essere saldati.
In caso ciò non basti, il tribunale può fare di più: i fornitori più essenziali possono esigere il saldo delle fatture precedenti al fallimento, se questo è necessario per mantenere in attività la filiera. Questi pagamenti non sono automatici e devono essere approvati dal tribunale fallimentare, ma in genere vengono concessi in modo ordinato e rapido, spesso fin dal primo giorno di amministrazione controllata.
La General Motors potrebbe esaurire i fondi necessari per pagare i propri fornitori, a prescindere dal fatto che avvii o meno le procedure fallimentari, ma molto probabilmente la rete dei fornitori sarebbe molto più al sicuro se la casa automobilistica si trovasse in amministrazione controlllata, in quanto ciò garantirebbe che tutti i fondi disponibili verrebbero destinati al pagamento dei fornitori stessi.
Per quanto riguarda il debito obbligazionario della General Motors, occorre considerare il fatto che la società ha condotto per mesi trattative con i titolari delle obbligazioni, finora senza sortire risultati. In effetti, vi è un motivo se gli accordi relativi al debito obbligazionario raggiunti da aziende che non si trovano in amministrazione controllata finiscono sovente con lo sfumare: in tali condizioni, ciascun possessore di obbligazioni decide per conto proprio se accettare l’offerta della società. Non è raro che alcuni creditori tengano duro, nella speranza che gli altri finiscano con l’accettare l’offerta di azioni della compagnia o di sostituire le proprie obbligazioni con una nuova emissione. In tal modo la società debitrice si rafforza quel tanto da permettere di saldare pienamente i creditori “ostinati”.
Quando ciò avviene, tuttavia, può accadere che vi siano altri creditori che decidono di imitare i “duri”: anche se erano convinti che l’offerta della società debitrice rappresentasse un compromesso accettabile, la prospettiva di tenere duro e venire saldati completamente appare preferibile. Questa tensione è un elemento tipico del fallimento degli accordi extra-giudiziali per la ristrutturazione del debito obbligazionario di una società.
Se chi tiene duro può far andare a rotoli un eventuale accordo di ricapitalizzazione di un’azienda che non ha dichiarato fallimento, in condizioni di amministrazione controllata di Chapter 11 i titolari delle obbligazioni votano per decidere se accettare il piano proposto dalla società. Nel nostro caso, se la maggioranza dei titolari di obbligazioni della General Motors (più specificamente, quelli equivalenti a due terzi del valore nominale complessivo delle obbligazioni stesse) ritiene che l’offerta della società sia accettabile, il piano di ristrutturazione è vincolante per tutti.
Vi sono altri motivi per ritenere che una soluzione basata sul Chapter 11 sia la via d’uscita migliore per la General Motors. Il fallimento potrebbe essere l’unico modo affinché l’azienda venga davvero alle prese con i suoi problemi operativi e con i costi ereditati dalla passata gestione, per ristrutturare la propria rete di concessionarie e raggiunga un accordo ragionevole con i sindacati.
Vi è un aspetto, tuttavia, che non è stato esaminato: solitamente le procedure fallimentari conducono ad un drastico cambio della guardia nel management. Vi sono équipes di esperti specializzate nella ristrutturazione di aziende in difficoltà che potrebbero risultare decisamente più efficaci dell’attuale dirigenza della General Motors. Comprensibilmente la casa automobilistica preferisce non sottolineare questo fatto, ma i contribuenti e le autorità dovrebbero tenerne conto.
In definitiva, l’Amministrazione deve tenere a mente che gli aspetti più fondamentali della ristrutturazione della General Motors, vale a dire la ricapitalizzazione del suo consistente debito obbligazionario e mantenere il flusso di contanti a favore dei fornitori più importanti, solitamente vengono affrontati nel migliore dei modi dal tribunale fallimentare. Il fallimento, insomma, potrebbe salvare la General Motors, anche se forse non i suoi manager.
__________________________________________________________________________________

Mark J. Roe è docente di diritto fallimentare e governance aziendale presso la Harvard Law School.
Dal numero 1/3/2009 del Wall Street Journar

 
 
 

Dalla parte della Libertà....

Post n°79 pubblicato il 04 Marzo 2009 da amministratore_blog

Premetto:
"Nonostante ci sentiamo profondamente lontani da tali iniziative, siamo costretti a riportare quest'ultima notizia.
Siamo sempre pronti a parlare di LIBERTA', ma spesso chiunque tende ad interpretarla a suo uso e consumo, noi del blog E42 vogliamo dimostrare che la libertà di parola è un diritto che tutti devono avere, anche quando questa viene negata a persone profondamete distanti da noi, nell'azione e nel pensiero." 
________________________________________________________________________

Oggi l'ANSA ha battuto la seguente notizia:

"Niente slogan su Dio sugli autobus italiani: l'Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti) ha interpellato tutte le concessionarie per la pubblicita' sui mezzi pubblici delle citta' italiane e da tutte ha ricevuto un rifiuto per il primo slogan: ''La cattiva notizia che Dio non esiste, quella buona che non ne hai bisogno''. Ma l'Unione atei non ha intenzione di fermarsi. ''Siccome abbiamo raccolto piu' di 30.000 euro tra gli italiani, per pagare la pubblicita' sugli ateobus - spiega Raffaele Carcano, segretario nazionale dell'Uaar - abbiamo deciso di coinvolgere soci e simpatizzanti nella ricerca di un nuovo slogan che possa viaggiare per le nostre citta'. Per partecipare, basta andare sul nostro sito e proporre il nuovo messaggio: il comitato di coordinamento dell'associazione sceglie i migliori e li mette ai voti, di nuovo sul suo sito''. Intanto l'Unione atei si dice pronta all'azione legale. ''Dobbiamo tutelare la liberta' di espressione - conclude Carcano - perche' si tratta di un principio costituzionale che viene regolarmente messo da parte tutte le volte in cui qualcuno dice pubblicamente che Dio non esiste. Intanto sono stati affissi i manifesti atei a Pescara, con lo stesso slogan che avrebbe dovuto circolare sugli 'ateobus', ma non senza accese polemiche in citta''.

Siamo, ancora una volta, senza parole. Si può essere credenti oppure no. Si può giudicare di cattivo gusto la pubblicità oppure no. Tutto questo è irrilevante. Comunque la si pensi, il boicottaggio delle concessionarie è un segnale preoccupante e vergognoso.
________________________________________________________________________
By NFA

 
 
 

ALTRE CRISI....

Post n°78 pubblicato il 02 Marzo 2009 da amministratore_blog

 
 
 

Alcune perplessità....

Post n°77 pubblicato il 02 Marzo 2009 da amministratore_blog

È malcostume diffuso fra i politici gonfiare a dismisura i risultati delle iniziative umanitarie finanziate dai rispettivi governi. Più raro è che un politico sciorini i risulati di un'iniziativa che ancora non è partita. In Italia si può.
_________________________________________________________________________

Lancio d'agenzia Reuters del 26 Febbraio 2009, ore 12:01:

 

"È italiana la proposta di grandissimo successo di finanziamento dei vaccini. C'è appena stata una visita del presidente Kofi Annan, la proposta italiana sui vaccini ha salvato 2 milioni di vite. E all'interno del G20 il primo ministro Gordon Brown mi ha messo dentro un comitato che deve studiare meccanismi di quel tipo", ha detto Tremonti in Parlamento.

 Il progetto per lo sviluppo di vaccini contro le malattie endemiche, lanciato formalmente nel febbraio 2007, prende il nome di Amc, Advanced market committments for vaccines."

Ora, sul fatto che l'AMC rappresenti un’iniziativa interessante sono anche d’accordo col signor Ministro. In breve, un Advance Market Commitment (AMC) si propone di creare un mercato di dimensioni tali da stimolare investimenti privati ed accelerare lo sviluppo di vaccini contro malattie che colpiscono principalmente le popolazioni dei paesi in via di sviluppo, e che pertanto non sono solite interessare le grandi multinazionali farmaceutiche. Nel concreto, un gruppo di donatori si impegna formalmente a finanziare un prezzo relativamente alto per una certa quantità  di vaccini, qualora questi venissero sviluppati; le multinazionali che partecipano all’accordo si impegnano poi a continuare la vendita del vaccino ad un prezzo sostenibile dai paesi poveri nel lungo periodo.
Nato da un’idea di Michael Kremer che risale ad un paper apparso sul Quarterly Journal of E conomics nel 1998 (Patent Buyouts: A Mechanism for Encouraging Innovation) ed elaborata nel dettaglio in un libro del 2004 coautorato assieme a Rachel Glennester, (Strong Medicine: Creating Incentives for Pharmaceutical Research on Neglected Diseases), l’AMC prende corpo nel gennaio 2007 quando 5 paesi (Italia, Regno Unito, Canada, Norvegia e Russia), assieme alla Bill & Melinda Gates Foundation, annunciano di voler investire 1.5 miliardi di dollari in un programma pilota per lo sviluppo di un vaccino contro lo pneumococco e ne affidano la gestione alla Global Alliance for Vaccines and Immunization (GAVI). Ma le specifiche che dovranno rispettare i nuovi vaccini sviluppati per lo pneumococco sono state divulgate dall’Organizzazione Mondiale della Salute solo nel Dicembre 2008 e l’offerta alle multinazionali verrà  formalmente sottoscritta nel Marzo 2009, proprio fra qualche giorno. Insomma i donatori non hanno ancora sborsato una lira, i vaccini non sono ancora stati sviluppati, nè tantomeno iniettati, e nessuna vita è stata ancora salvata.

 Vabbè, in fondo i milioni, di vite o posti di lavoro che siano, hanno un potere evocativo caro a molti in Italia. E poi si sa, il nostro Ministro dell'Economia, lui sì, è avanti...

 By NFA

 
 
 

LA TRISTE VERITA'!

Post n°76 pubblicato il 25 Febbraio 2009 da amministratore_blog

 
 
 

LA RIVISTA.....

Post n°75 pubblicato il 25 Febbraio 2009 da amministratore_blog

Sembrava essersi compiuta un'evoluzione, a sinistra: ora abbiamo davanti un'involuzione della destra....
__________________________________________________________________________________

Nei gorghi della crisi, c'è un sottobosco ideologico che assapora il piacere della rivincita. Sull'ultimo numero di Prospect, rivista chic dell'establishment britannico, Phillip Blond ha lanciato la provocazione di un "red Tory movement". Battitore libero all'interno del think-tank Demos, Blond suggerisce a David Cameron una ricetta ideologica più tremontiana che thatcheriana, nel segno di una discontinuità forte prima ancora che con la sinistra, col sempre incombente fantasma della Lady di ferro. Blond è un teologo, formatosi fra Warwick e Cambridge, e fino a due mesi fa un personaggio di dignitoso secondo piano, nel magmatico universo culturale conservatore. Per balzare all'onore delle cronache, ha raccolto il testimone dell'autore de La paura e la speranza. Solo che mentre Tremonti affondava il coltello nella carne tremula di un liberismo improvvisato e posticcio, vissuto e pensato come un sistema di idee compiuto e coerente da una minoranza risicata nel centro-destra italiano, Blond si intesta ben altro nemico.
Quando Margaret Thatcher finì per un caso della storia alla guida del partito conservatore, fu l'inizio di un fecondo terremoto ideologico. I Tory non erano mai stati il partito dell'economia di mercato. Erano il partito della terra e dell'aristocrazia, contro i Whig che tenevano per il commercio e le libertà. Patirono l'abolizione degli istituti feudali e l'ascesa della borghesia. Si trovarono brevemente dalla parte della società, contro lo Stato, quando, a fine Ottocento, i liberali cominciarono a scendere le scale verso il socialismo, piantando i semi del futuro welfare state. Nel secondo dopoguerra, da Churchill in poi, ebbero poco da ridire sull'inesorabile espansione dell'intervento pubblico, che fece dell'Inghilterra il Paese più "rosso" dell'Occidente. L'arrivo della Thatcher, e con lei di un gruppo dirigente ideologicamente votato allo smantellamento di quel poco e quel tanto di socialismo che aveva tarantolato le fondamenta del sistema inglese, fu a tutti gli effetti una rivoluzione. Finalmente, un leader politico di prima grandezza metteva nel mirino un programma di profondo cambiamento sociale, pensando di realizzarlo non con, ma contro lo Stato.
Il cambiamento profondo c'è stato. È stata la trasformazione dell'Inghilterra in una ownership society, la finanziarizzazione diffusa, il coinvolgimento delle masse nella difesa attiva di una proprietà e di un capitalismo che non erano più altro da loro: ma parte della loro vita, il carro cui gioiosamente aggiogavano le proprie prospettive di crescita e benessere. Arricchitevi, moltiplicatevi.
Questo messaggio di surreale semplicità è stato la leva che ha reso possibile un'apertura mai sperimentata prima nelle nostre società. Un investimento consapevole sulle libertà economiche, ma anche sul contatto con l'altro, sull'incontro col diverso, che pure con le libertà economiche hanno molto a che fare. L'eroe del romanzo liberista è il mercante, non il guerriero. «Eppure io non so chi sia più utile a uno Stato, se un signore bene incipriato che sa con precisione a che ora il re si alza e a che ora si corica, e che si dà arie di grandezza facendo la parte dello schiavo nell'anticamera di un ministro, oppure un commerciante che arricchisce il proprio paese, impartisce dal proprio banco ordini a Surat e al Cairo, e contribuisce al benessere del mondo». È Voltaire, che nelle sue Lettres anglaises alza preci al commercio che arricchisce i cittadini. Questa ipotesi d'eroismo borghese, questo orgoglio del fare la Thatcher portava in campo conservatore. Non a caso era la figlia di un droghiere a sancire anche una "cesura di classe" col Toryism dei grandi collegi e dei cognomi blasonati.
David Cameron, etoniano, è ancora un leader in cerca d'autore. E nella sua strepitosa abilità di camminare sulle uova, impeccabile com'è nel non lasciarsi sfuggire lo spiffero di un'idea, ha silenziosamente soffiato sul fuoco appiccato da Blond. Azzardiamo: per vedere l'effetto che fa. La proposta di Blond ha seminato paura fra le fila avversarie, facendosi riprendere e commentare sul New Statesman. Che suggerisce di nuovo? Nulla, è un ritorno al passato. Il teologo Blond fa variazioni sul tema di una antica osservazione di Carlo Marx. Lo scambio «non si presenta in seno alle comunità naturali e spontanee, bensì là dove queste finiscono, ai loro confini, nei pochi punti in cui entrano in contatto con altre comunità. Qui ha inizio il commercio di scambio e da qui si ripercuote all'interno della comunità, con un'azione disgregatrice». I mercati per Blond sono «contro tutto ciò che il conservatorismo ha a cuore». Il liberale sostituisce allo Stato la società, al bene comune l'interesse individuale, alla religione pubblica la libertà d'opinione. E su questo terreno c'è un'inquietante saldatura, fra valori e fatti. Perché, una volta messo al centro l'individuo, una volta accordatogli l'inedito diritto di dragare a piacimento le frontiere, egli cambia, la sua storia non è più quella della comunità in cui è nato, apprende cose nuove, si mescola con gli altri, la sua cultura si fa porosa e si lascia permeare da idee e abitudini che erano estranee ai suoi padri. Il commercio gli conquista la libertà dal passato.
Per Blond, ogni sintesi è posticcia. Non si può predicare "morali e mercato": l'appello alla coscienza del singolo, l'etica come orizzonte individuale, un conservatorismo dei comportamenti che si fa proposta da accogliere o rifiutare, è perdente. Perché esso può acquistare salienza solo se crea un senso di comunità, solo se reagisce allo spappolamento, solo se contesta «il consenso politico che è ormai liberale di destra in economia e liberale di sinistra nella cultura». Solo se riduce l'individuo a una nota a piè di pagina nella storia dei popoli.
Descrivendo il New Labour, alcuni parlavano di un sospirato «innervamento della cultura liberale sul ceppo della cultura socialdemocratica». Quanto tempo è passato. Sembrava essersi compiuta un'evoluzione, a sinistra: ora abbiamo davanti un'involuzione della destra, che inevitabilmente porterà anche i suoi antagonisti politici a ripiegarsi su se stessi, a rispolverare pagine perdute, a rifugiarsi in un'utopia già sconfitta.
Vediamo se si passerà dalle suggestioni alle politiche. Gli inglesi hanno forti anticorpi e la sbandata statalista di Brown rafforza chi fra i Tories non dimentica che, nella recessione dei primi anni Ottanta, la Thatcher fece manovre di riduzione della spesa. Negli Stati Uniti, sono bastate poche settimane di Obama a restituire smalto antistatalista ai repubblicani.
Eppure, il ritorno di fiamma del comunitarismo di destra è un fenomeno da non trascurare. Le sue determinanti sono tante, e il tatticismo di Cameron non è fra queste. C'è la frustrazione degli intellettuali nei confronti del "mercatismo", poco incline a riservare loro lo scranno dei filosofi-re. E c'è la ricerca di un posto al sole da parte della destra dei valori, che costituisce parte importante dell'elettorato e che non ci sta più a giocare un ruolo da comprimario. Negli stessi movimenti che hanno sostenuto Margaret Thatcher e Ronald Reagan, hanno convissuto segmenti della società che erano la punta più avanzata e moderna dell'Occidente, e nostalgici di un mondo che fu. Non li teneva uniti l'insofferenza per l'establishment e per lo Stato, che virtuosamente si rifiutavano di piegare ai propri fini. Li tenevano uniti leader capaci di spiegare loro perché non si doveva prendere la scorciatoia statalista. Quei leader sono estinti.

 
 
 

Togliete le mani dalle banche!!!

Post n°74 pubblicato il 25 Febbraio 2009 da amministratore_blog

Non si capisce bene perché la proprietà pubblica dovrebbe risolvere i problemi delle banche.....
______________________________________________________________________

Caro direttore, è davvero possibile dire no al protezionismo, e contemporaneamente contemplare la possibilità di nazionalizzare le banche? Ancora una volta, Silvio Berlusconi sembrerebbe riuscire in una piroetta se non fosse che, a legger bene le sue dichiarazioni, più che da capo di governo egli sembra parlare da osservare informato.
Il no al protezionismo è sulle labbra di tutti i leader del mondo libero - apparentemente consapevoli che una guerra doganale globale farebbe solo male ai rispettivi elettori. La nazionalizzazione delle banche è un'opzione sul piatto in Paesi in cui la situazione del credito è più drammatica che in Italia, e la finanza pubblica è invece più sana.
Statalizzare gli istituti di credito è effettivamente una strada praticabile? Chi lo sostiene pensa che stiamo vivendo un'emorragia di fiducia, che va assolutamente tamponata. L'intervento diretto dello Stato potrebbe servire allo scopo.
E' davvero così? Non si capisce bene perché la proprietà pubblica dovrebbe risolvere i problemi delle banche. Per tutta una serie di motivi, esse si trovano nella condizione di avere bisogno di capitale. Hanno operato con troppa leva, hanno fatto ricorso a modelli di gestione del rischio i cui postulati ora traballano. Ma banche pubbliche avrebbero fatto meglio? In Germania, dove l'universo del credito è in buona misura ancora statale, il controllo governativo non si è accompagnato ad un gestione più virtuosa. Né si capisce perché dovrebbe essere così altrove.
Prendiamo una misura-simbolo. Obama ha introdotto un tetto allo stipendio dei manager delle imprese che percepiranno aiuti pubblici. L'idea è quella di punire gestori che hanno condotto le proprie imprese sul ciglio del disastro. Punirli è certamente desiderabile, ma limitando la loro retribuzione si mettono le aziende in questione, in condizione di non poterli cambiare. Ristrutturare un'impresa è un mestiere difficile, per cui servono grandi competenze. Le grandi competenze vanno dove vengono remunerate al meglio. Un "cap" agli stipendi costringe a raccogliere sul mercato chi si accontenta. Che non necessariamente è il migliore, per l'arduo compito in questione.
Criteri del genere, comprensibilissimi in virtù del fatto che il "salvatore" pubblico deve fare ingollare i salvataggi ai propri elettori, farebbero o faranno bene al sistema bancario?
L'alternativa liberista - lasciare fallire le banche - è impraticabile, perché incapace di rassicurare elettori spaesati e in preda a mille preoccupazioni. Però è un'alternativa chiara, comprensibile, coerente, logica. Negli scorsi mesi, i decisori hanno ragionato seguendo un solo principio: qualsiasi cosa, pur di restaurare la fiducia. Dando fondo alle opzioni più disparate, la fiducia non è tornata. Possiamo permetterci di perseverare, fingendo che il crescente intervento pubblico abbia dato segnali incoraggianti?

Di Alberto Mingardi

 
 
 
Successivi »
 

LIBERA

 

LIBRI

 

UN'ITALIA DINAMICA

1) Mobilità del lavoro
2) Politica dell'affitto
3) Liberalizzazioni dei servizzi

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Dicembre 2022 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31  
 
 

FACEBOOK

 
 

AREA PERSONALE

 

ULTIME VISITE AL BLOG

aming20sedaco95sante.ruggierialgabludpagani.mirkoPotus57daviddicastroEMANUELAPONTICELLImlaimmobiliaremadeinjailhopelove10zeus.cdmatteo_2987sara.casasolascatamax
 

COMITATO 10 FEBBRAIO

              
http://www.10febbraio.it/home.htm

 

POLITICA, ECONOMIA, CULTURA...

 

MUSIC...