Creato da giulio.stilla il 21/04/2014
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Hans Jonas, Giuseppe Conte e il Principio Responsanilita' 2

Post n°117 pubblicato il 21 Giugno 2018 da giulio.stilla

 

HANS JONAS, GIUSEPPE CONTE E IL PRINCIPIO RESPONSABILITA’   (2)

 

Jonas è fortemente preoccupato per la sopravvivenza delle generazioni future sulla Terra, è preoccupato per la continuità della vita dei nostri figli e per quella dei figli dei nostri figli, è preoccupato per le sorti dell’umanità. All’auto-obiezione che affiora dal nostro egoismo, il quale, in ultima istanza, ci potrebbe consigliare di non preavvertire angosce esagerate per delle generazioni che non ci sono ancora, il filosofo della responsabilità risponde che la vita persegue lo scopo della vita a prescindere dalla nostra individuale volontà suicida. Risiede nell’essere della nostra esistenza e, quindi, nell’essere della natura salvaguardare ontologicamente l’umanità. Jonas ancorava così la sua Etica alla Metafisica.

Bravo! al filosofo, che non può far finta che tutto vada bene e scordarsi di denunciare che gli sforzi prometeici delle ultime scienze tecnologiche devono essere contenuti dal senso di responsabilità dell’uomo stesso, perché queste tecniche e queste scienze non conducono alla felicità ma alla distruzione dell’Umanità.

 Il fare dell'uomo è oggi in grado di distruggere l'essere del mondo",  scrive il filosofo, al principio della sua opera sulla nuova morale della responsabilità, pubblica e privata, che deve controllare lo sviluppo delle scienze e delle tecniche  postmoderne, che possono mettere a rischio la Natura e l’Umanità.  

Si pensi allo sviluppo dell’eugenetica, alla clonazione mostruosa degli uomini e degli animali  -   di cui, proprio ieri, all’Esame di Maturità, è stato proposto il tema sul dibattito bioetico sulla clonazione  -    alla procreazione assistita, all’eutanasia che pure è considerata lecita ed opportuna, quando viene praticata come interruzione dell’accanimento terapeutico. La deontologia del medico non è quella di dare la morte, ma quella di curare la vita.

Si pensi alla violenza sistematica ed incessante che viene praticata dall’uomo sulla Terra, ai danni incalcolabili che insorgono all’interno della nostra biosfera, al riscaldamento del pianeta, allo scioglimento dei ghiacciai polari, alla mancanza dell’acqua potabile che sarà la causa, nei prossimi decenni, di guerre fratricide, all’inquinamento dei mari. Una recente ricerca scientifica sulla salubrità degli oceani ha documentato che nei mari del pianeta ci sono più rifiuti di plastica che pesci.

Si pensi alla povertà diffusa nel mondo che è la causa diretta delle grandi ondate migratorie di cui proprio noi in Italia e in Europa stiamo drammaticamente sperimentando, in questi giorni, gli effetti raccapriccianti che contraddicono i nostri costumi, le nostre abitudini, le nostre ricchezze e la nostra civiltà del profitto e dei consumi. Non basta l’azione di questo o di quell’atro governo nazionale ad arrestare, oggi e domani, il sopraggiungere di migliaia, di milioni di persone affamate, assetate, ammalate, diseredate dalle guerre, dalla prepotenza di altri uomini e dallo sfruttamento sistematico e criminale delle risorse vitali della Natura.

Il secolare Impero di Roma crollò miseramente sotto la pressione delle incessanti invasioni dei barbari, che soprattutto sulla penisola italica per altri lunghi secoli, nell'alto Medioevo, si fusero con le popolazioni autoctone, dando origine ad altri popoli, ad altri costumi, ad altre lingue, ad altre civiltà.

Di qui l’urgenza di commisurare ai nuovi problemi una nuova Etica della Responsabilità, che guidi noi tutti ad una radicale revisione del concetto di natura, che abbiamo avuto fino adesso, e ad un controllo o meglio ad un impegnativo autocontrollo della libertà della ricerca scientifica.

Il filosofo Jonas crede nell’assoluta libertà della ricerca, ma si appella anche alle capacità autoregolative della ragione dello scienziato, che non può soccombere all’egoismo irresponsabile di un’epoca e alla stupidità di alcune generazioni.

La libertà è il dono più grande e più nobile che il Signore Iddio abbia fatto all’uomo. La libertà è l’essenza, è il marchio distintivo dell’uomo. Per questa libertà concessa all’uomo Dio rinunziò alla sua onnipotenza.

E’ questo il tema di un’altra rilevante opera di Jonas, “Il concetto di Dio dopo Auschwitz”, nella quale tenta di dare una spiegazione razionale  -   ripeto: assolutamente razionale e plausibile  -   alla disperazione dei martiri che nei lager di sterminio nazisti, pur invocando il Dio dell’Amore, gridavano alla sua assurda, apparente latitanza, consentendo ai carnefici lo scempio preordinato, demoniaco, folle, dell’Umanità. 

Certamente, Dio avrebbe potuto inabissare i carnefici, ma non lo fece, perché, se lo avesse fatto, avrebbe violentato la libertà costitutiva dell’essere dell’uomo.

Concedendo all’uomo la libertà, Dio ha rinunziato alla sua potenza” scrive Ionas a pag. 36 della sua opera cit. (. Il Melangolo, Genova 1990, p.36 ).

Per tutti questi motivi, sopra additati, non possiamo permettere che si compia, quasi silenziosamente un altro grave scempio, questa volta, a danno o meglio a distruzione dell’Essere della Natura, con una irresponsabile, incessante e crescente alterazione degli ecosistemi, che non potranno che reagire con gli unici mezzi a loro disposizione: la distruzione dell’Essere dell’Uomo e delle altre Creature.

Bravo!, quindi al Santo Padre FRANCESCO  -   che il filosofo Jonas non ha mai conosciuto,  essendo morto nel 1993  -   quando scrive nella sua Enciclica “Laudato si’… che l’uomo deve operare per sé e per tutti “una conversione ecologica globale…… un’autentica ecologia umana…. un’ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità” ( Laudato si', Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo srl, 2015) per proteggere “la casa comune”.

Bravo!, quindi, al Presidente del Consiglio dei Ministri del governo italiano, Prof. GIUSEPPE CONTE, quando, all’inizio del suo discorso programmatico al Senato della Repubblica per ottenere la fiducia parlamentare, fa riferimento all’Etica della Responsabilità di Hans Jonas, sottolineando che il suo esecutivo si caratterizzerà per l’attenzione costante alla sanità dell’ambiente, per la vicinanza operativa alle persone più deboli, alla realizzazione di importanti riforme sociali, alla cura e alla protezione della casa comune. Si farà guidare dal principio di responsabilità, teorizzato dall’Etica del filosofo, per la conservazione dell’Essere della Natura, per la difesa dell’Essere dell’Uomo e la continuità della Vita in ogni parte del Creato.

Sarà capace il Nostro Presidente del Consiglio a conciliare la sua filosofia con la politica dei gruppi parlamentari della Camera e del Senato. Max Weber, definito il Marx della borghesia, sosteneva, sulla scia del pensiero del Machiavelli, che la politica è sempre una forma di violenza, che mal si adegua a farsi condizionare dall’Etica. Riuscirà il Prof. Giuseppe Conte   -     vaso  di terra cotta, di manzoniana memoria, costretto a viaggiare in mezzo a tanti vasi di ferro  -  a conciliare la Filosofia con la Politica, l’Etica con l’Economia, la difesa del Diritto con la Rivoluzione del buon Governo?

 
 
 

HANS JONAS, GIUSEPPE CONTE E IL PRICIPIO RESPONSABILITA'

Post n°116 pubblicato il 20 Giugno 2018 da giulio.stilla

HANS JONAS, GIUSEPPE CONTE E IL PRINCIPIO RESPONSABILITA’   (1)

Una delle citazioni dotte pronunciate dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, all’interno del suo discorso programmatico al Senato della Repubblica, per ottenere la fiducia della maggioranza parlamentare, è stato il riferimento al “principio di responsabilità”, fulcro della filosofia del pensatore tedesco HANS JONAS, vissuto per tutto il Novecento, essendo nato in Germania, il 1903, e morto negli Stati Uniti, nel 1993.

Visse, quindi, tutte le grandi tragedie del secolo scorso, opponendosi in particolare alla insorgenza del Nazismo, dal quale ebbe la forte determinazione di sottrarsi subito per tempo, riparando in Inghilterra e partecipando come volontario alla Seconda Guerra Mondiale nell’esercito britannico. Allievo, insieme con Hannah Arendt, di Martin Heidegger, il filosofo dell’opera “Essere e Tempo”, costruita sull’analisi dell’esistenza con l’intento di preludere agli studi ontologici nella ricerca dell”Essere”, dal maestro si allontanò, allorquando Haidegger non prese le distanze dal nazismo e diede forti sospetti di esserne compiaciuto.

Da principio, e cioè dal 1920 all’avvento del Nazismo (1933), Jonas coltivò importanti ricerche sullo gnosticismo, inteso come la conoscenza razionale che conduce a Dio, piuttosto che la fede o il dono della grazia.

 In particolare, il suo interesse per lo gnosticismo nasceva da un suo pensiero di origine esistenzialistica sulla condizione dell’uomo nel mondo, un “essere-gettato” in mezzo a tutte le altre cose, separato dal mondo e da Dio. Fondamento del nichilismo ed origine del pensiero moderno occidentale.

 Per Jonas, esso si struttura a partire del dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa, tra sostanza pensante, consapevole e libera, e sostanza estesa, inconsapevole e meccanicamente determinata, tra natura e spirito, tra soggetto ed oggetto, tra mente e corpo, riconoscendo all’Idealismo Romantico di Schelling il tentativo di recupero dell’unità metafisica dell’essere dell’uomo e dell’essere della natura nell’Assoluto indifferenziato, che non è né solo soggetto né solo oggetto.

La filosofia, pensava Schelling, deve dimostrare come una speculazione sul soggetto si risolve nella speculazione sull’oggetto e viceversa. Anche navigando verso occidente si finisce per giungere in oriente: la natura è vita ed ha razionalità, ha un suo finalismo, immanente a se stessa, ed ha un suo scopo, all’interno del quale ogni parte è in funzione del tutto. La natura è un grande “organismo che organizza se stesso”.  Come l’essere dell’uomo è animato dallo stesso principio, libero ed immanente, che si risolve nell’essere della natura.

Anche Hans Jonas, pertanto, avverte la drammaticità della spaccatura tra uomo e natura, che caratterizza il nostro pensiero contemporaneo e che bisogna urgentemente superare, se vogliamo salvare ad un tempo la natura e l’uomo. Egli prospetta una unità psicofisica dell’uomo che scaturisca da una stringente considerazione speculativa sull’essere della natura anziché sull’essere dell’uomo, come è stato fino ad oggi. In altri termini, conferisce al suo pensiero un indirizzo ontologico, all’interno del quale è insito lo studio sull’essere dell’uomo. Bisogna porre termine al più presto all’azione autodistruttiva dell’uomo technologicus, il “Prometeo scatenato”, che dai tempi di Francesco Bacone, il filosofo dell’assunto “scire est posse”, si è convinto di esercitare un potere illimitato sulla natura con le conseguenze che oggi siamo proiettati verso un punto di non ritorno, verso un’apocalisse planetaria senza speranza alcuna di salvare l’Umanità.

Da questa spietata analisi sulle capacità autodistruttive dell’uomo e sul suo fanatismo di poter dominare il mondo, senza rimetterci la pelle, nasce il bisogno urgente di Jonas di elaborare una nuova morale, una morale della responsabilità, sconosciuta alle morali tradizionali, cosiddette della coscienza o dell’intenzione, compresa la morale del razionalismo kantiano.

In verità, già prima di Jonas, c’era stato Max Weber, anch’egli tedesco della Turingia, studioso delle scienze storico-sociali e di economia politica. Questi avverte, ben presto, la necessità che anche la politica, che non manca mai di “violenza”, deve confrontarsi con l’etica, che egli distingue in due forme: l’etica della convinzione o dei principi e l’etica della responsabilità.

L’etica della convinzione ha riguardato tutte le morali storiche tradizionali, che sono state di tipo antropocentrico, cioè hanno concentrato la loro riflessione sull’azione dell’uomo, prescrivendogli regole e massime, senza curarsi delle loro conseguenze sulla natura, scenario passivo, quasi inerte, e considerato estraneo alle sue attività.

Con l’etica della responsabilità, invece, l’uomo prende coscienza del fatto, reale e non eludibile, che ogni sua azione ha drammatiche conseguenze immediate su madre natura, all’interno della quale si consuma la sua esistenza. Sembra, quindi, che le due etiche si escludono irrimediabilmente, anche se, nella sua tarda maturità, Weber finisce per sostenere che le due forme di etiche si possono fondere ed integrare nella intelligenza e nella ragione dell’uomo, nei cui confronti, alla fine delle sue analisi, nutre un sano e sufficiente ottimismo.

Ma Max Wber era vissuto nel corso dell’Ottocento, quando le scienze e le tecniche facevano sperare ancora in una salutare collaborazione tra l’essere dell’uomo e l’essere della natura. Non è così per Hans Jonas, che, vissuto per tutto il Novecento, assiste alle tragedie immani provocate dall’uomo e dalla sua irresponsabilità nella manipolazione distruttiva della natura e nell’esercizio non legittimo di tutte quelle scienze, dalla ecologia alla bioetica, all’economia, alla comunicazione ecc., che stanno mettendo in grave pericolo la biosfera e la vita dell’umanità.   

 Alla dicotomia fra etica dell’intenzione o della convinzione ed etica della responsabilità rimane, invece, saldamente ancorato Hans Jonas, che, spinto dalla “paura”, sostiene ed argomenta  -   con la riflessione sui risultati delle scienze moderne ovvero postmoderne e con i fatti esperiti all’interno della natura  -   che urge invertire la rotta in direzione diametralmente opposta a quella tenuta fino ad oggi dall’homo technologicus, integrando e superando anche il razionalismo morale di Emanuele Kant, che pure nella sua “Critica della Ragion Pratica” prescrive all’uomo un’etica universalistica fondata sul “dovere”. Ma l’etica di Kant era pur sempre un’etica soggettivistica, riguardante cioè il soggetto che agisce nella sua singolarità in armonia con la sua coscienza e la sua ragione. “Tu devi” comanda la ragion pratica dell’uomo, che si concretizza, per il filosofo di Konigsberg, in tre massime fondamentali, di cui la più importante è quella che leggiamo, testualmente, nella “Fondazione della metafisica dei costumi” (BA 67-68):

“Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”.

In altri termini, Kant pensa e dice che l’Imperativo Categorico, libero ed in-condizionato, ti comanda di non strumentalizzare l’Umanità, che è in  noi e negli altri, di non usarla mai come mezzo, ma sempre come fine e rispetto della sua dignità. E’ il “regno dei fini”, all’interno del quale l’uomo deve operare sempre come suddito e libero autore della legge. Non fa, però, riferimento all’essere della natura, esterna a noi e dentro di noi, quasi che questa sia molto lontana dalle sue preoccupazioni, perché al riparo dall’azione devastatrice e dal saccheggio senza fine dell’uomo.

Il nuovo Imperativo Categorico di Hans Jonas, indotto dalla paura per le sorti dell’Umanità e del pianeta, che possa essere sconvolto dall’uso irresponsabile delle scienze e delle tecniche dell’uomo, impone una nuova Etica, comprensiva di quella kantiana, ma più estesa fino a comprendere l’essere della natura, che non è più lo scenario inerte dell’azione dell’uomo.

Il nuovo Imperativo del filosofo conferisce il titolo all’opera sua più importante:

“Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica” ( Einaudi, Torino 1993),  all’interno della quale, a pag.16,  Jonas cosi scrive:  Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”. Questo Imperativo viene riformulato dall’insigne autore per altre tre volte, di cui mi piace riportare in forma negativa la sua dicitura:  Non mettere in pericolo le condizioni della sopravvivenza indefinita dell’umanità sulla terra”, (ibidem, p. 16).

 
 
 

IN ATTESA DEGLI EVENTI

Post n°115 pubblicato il 30 Novembre 2017 da giulio.stilla

IN ATTESA DEGLI EVENTI

Nel paese in cui sono nato, vissuto fino ad ora e in cui, molto probabilmente, finirò i miei giorni, il tempo, a me sembra, si è fermato da sempre. Non così per Platone quando scrive nel “Timeo” che il tempo è “la immagine mobile dell’eternità”, la quale scandisce il tempo attraverso gli eventi di cui fanno parte le nostre esistenze. Così, è stato ed è anche per me. Noi tutti apparteniamo all’Eternità, cioè alla Realtà Eterna, cioè all’Essere, direbbe Martin Heidegger. Mi è capitato più volte di porre ascolto al rumore degli eventi con la speranza di capire non tanto il significato storico di essi quanto piuttosto di carpire la melodia recondita dell’Eternità, perché anche questa avrà un senso e un significato, difficilmente interpretabili sul piano razionale, ma coglibili percorrendo altre vie, come, per esempio, quelle del sentimento e della fede in un ordine non più platonico e filosofico ma in un ordine religioso e provvidenziale. Sentimento e fede, per loro natura, travalicano i limiti imposti alla ragione dalla nostra condizione ontologica ed esistenziale. Era facilmente scontato, quindi, che non riuscissi a dare una spiegazione razionale, perché non ci sono spiegazioni razionali dell’Eternità. Il frastuono degli eventi e del tempo sopravanza di molto il silente e dolce scorrere dell’Eternità. I rumori dei grandi eventi della Storia degli uomini, delle tragiche guerre dei popoli e delle loro trasmigrazioni da un Continente all’altro, da una terra all’altra, i rumori delle grandi Rivoluzioni del passato, in perenne ricerca del significato del proprio tempo, hanno quasi sempre distolto gli uomini dall’impegno di investigare nella propria interiorità  -  (In interiore homine habitat veritas) -  per trovare il capo iniziale della matassa, che, svolta per intera, rivela i passaggi segreti, come in un labirinto, che conducono all’Eternità.

Quanto più scaviamo, infatti, nel profondo della nostra anima tanto più scopriamo un’isoletta sconosciuta, che ci seduce e ci invita alla sua esplorazione, al termine della quale ci sentiamo più ricchi di conoscenze e in grado di programmare altri percorsi. Ma l’uomo vive ed esiste nel tempo, che, come pensa Martin Heidegger, non è una variabile indipendente dalla nostra esistenza. E’ parte fondamentale della nostra esistenza. E’ l’alveo del tempo nel quale è deposto l’uomo con la sua nascita   -  Heidegger direbbe è “gettato” -   e dentro il quale ci rimane fino alla morte, che molto probabilmente deporrà l’uomo nell’oceano dell’eternità. Nell’alveo del tempo non possiamo fare a meno di dominare la corrente e di progettare la nostra esistenza, perché l’esistenza è innanzi tutto progettazione, la quale, come ci ricorda la sua origine latina, “exsistere”, ha un preciso significato, che mette in primo rilievo il concetto di “venire fuori”, “emergere”, “programmare” cioè, “esistere”. Tutti gli enti di questo mondo vivono: vivono gli animali irrazionali, vivono la piante, vivono gli astri, vivono le tenebre e vive la luce, vivono perfino i sassi, ma soltanto un “ente” esiste ed è l’ente “uomo”, perché soltanto l’uomo progetta e si prende cura di sé e degli altri. Vive l’Universo nella sua sterminata incommensurabilità, ma l’Universo non sa di vivere. Soltanto l’uomo, micro-atomo dell’Universo, sa di vivere. E in questa consapevolezza, per quanto gli riesca possibile, programma la sua esistenza, rapportandosi  -  come sua prima e peculiare capacità di cercare e di interrogarsi  -   all’Essere, per trovarne il senso. Che cosa è l’Essere? Qual è il suo significato? Il suo senso?  Martin Heidegger si accorge presto che non è facile rispondere a questi interrogativi. Anche perché l’interrogante e l’interrogato sono la stessa persona, che ha limiti già nello scegliere le sue modalità d’essere. Programma la sua esistenza, dovendo scegliere fra le infinite possibilità d’essere. L’uomo, infatti, è l’unico ente che non è dato a se stesso come una realtà compiuta e predeterminata. E’ l’ente che si realizza nel suo divenire. E’ possibilità d’essere. E’ scelta di esistenza e in questa scelta corre sempre il rischio di non “esserci”.  

L’uomo si prende cura di sé e degli altri, perché, per esistere, bisogna aver “cura” di sé e degli altri. Non esiste l’uomo senza relazioni. L’esistenza è sempre coesistenza con gli altri e con le cose, la cui natura, il cui essere risiede nella loro disponibilità ad essere utilizzate. L’uomo, “gettato” nella corrente del tempo, fin dai suoi primi vagiti, ha bisogno di essere “curato”. Senza la “cura” degli altri non vivrebbe e non avrebbe, in seguito, alcuna possibilità di scelta, non avrebbe, cioè, alcuna possibilità di esistere. Sarebbe sbattuto sugli scogli aguzzi delle sponde rocciose, dove, seviziato dal forte imbatto, finirebbe il suo tempo. Esistendo, invece, diventa anche soggetto di “cura”, oltre ad esserne oggetto. L’Esserci deve “curarsi” ed aver “cura” degli altri e delle cose. Deve subito preoccuparsi di avere una dimora, dentro la quale deve assicurarsi di garantire a sé e agli altri tutti i conforti ricevuti fin dalla sua iniziale “gettazione” nello scorrere del tempo. L’Esserci, cioè l’uomo, deve preoccuparsi di esistere insieme con gli altri nel contesto di un agglomerato urbano ovvero di un paese, di una città, all’interno della quale deve garantire il soddisfacimento dei bisogni primari, materiali, spirituali, intellettuali. Deve garantire a sé e agli altri la vivibilità e la capacità di scelta tra le diverse modalità di essere. Deve scegliere di esistere in pace e in progresso con gli altri o in guerra e in regresso di cultura, d’istruzione, di arte, di bellezza, di commercio, di attività economiche e di tutte le opere dell’uomo, che hanno avviato la sua evoluzione e la sua storicità. Sovrana, quindi, della storia dell’uomo è la “Cura” di sé e degli altri. Heidegger, per rafforzare questo concetto della “Cura”, come struttura fondamentale dell’Esserci, richiama alla memoria il poeta latino Igino, che sentì l’intuizione prefilosofica di individuare nella “Cura” l’essere dell’Esserci:

"Cura enim quia prima finxit, teneat quamdiu vixerit”. “Poiché, infatti, fu la cura che per prima diede forma all'uomo, la cura lo possiede finché esso viva". (Abbagnano-Fornero, “Itinerari di filosofia”, vol.3A , pag. 391).                          

 Nella “cura” bisogna individuare il fulcro del nostro fatale andare, che include le tre dimensioni del tempo, ovvero la temporalità del presente, quella del passato e quella del futuro. Attraverso il tempo e nel tempo conduciamo la nostra esistenza, anonima e inautentica. Anonima perché è l’esistenza di tutti. E’ l’esistenza del “si dice” e del “si fa”. E’ l’esistenza connotata da tre modalità generiche: la “chiacchiera”, la “curiosità” e l”equivoco”. La “chiacchiera” non è il linguaggio, che attraverso la parola è lo svelamento dell’essere. La “chiacchiera” appartiene a tutti, a tutti quelli che fondano la propria esistenza nella quotidianità su certi falsi assiomi: è vero, perché “così si dice”, perché così “si fa”. E’ una esistenza condotta dalla “curiosità”, che non è interesse per l’essere del mondo, ma per l’apparenza delle cose. E’ morbosità che non prelude alla verità ma all’equivoco, la terza modalità in cui cade l’esistenza inautentica, perché con la “chiacchiera” e la “curiosità” si finisce di smarrire l’oggetto di cui trattasi. Si perde il senso del linguaggio, precipitando nell’equivoco, per cui non si sa più di che cosa si parla e di chi si parla. Tutte le nostre preoccupazioni quotidiane sono prioritarie rispetto alla possibilità più vicina al nostro modo di esserci, che è la morte. Pensiamo anzi che la morte appartenga esclusivamente agli altri. Godiamo di una certa immunità psicologica, quando crediamo che la morte è per noi la possibilità più remota. Ma non è così. E’ una nostra credenza, che ci spinge a vivere la nostra quotidianità in misura banale, sospinti sempre dai convincimenti generici che appartengono a tutti, mossi dalla curiosità per una vita superficiale ed ingannevole, orientati dall’equivoco nel commercio del mondo e nelle relazioni con gli altri. All’Esserci risulta più agevole rinunciare alla propria singolarità ed esistere come esistono tutti gli altri, conducendo un’esistenza inautentica nella ripetitività delle faccende quotidiane e nelle preoccupazioni comuni a tutti per uscire dal disagio esistenziale, dalla povertà, dalla malattia, dalla inettitudine, dal pressapochismo, dalla mediocrità.

Si perseguono le sollecitudini, le più varie, per incrementare le ricchezze, i talenti economici, professionali, socio-politici, in una estenuante competizione con gli altri. Si fa di tutto per nascondere a se stessi il pensiero della morte, e pure questa è la possibilità più prossima, più incondizionata, più vicina all’Esserci, che sceglie di vivere una vita autentica, di cui parla Heidegger. La si esorcizza, perché la morte non appartiene mai a noi, ma appartiene sempre agli altri. In questo travaglio esistenziale ed inautentico si radicalizza la “Cura”, che si svolge e si estende nel “Tempo”. La Cura, quindi, rimanda al tempo, che bisogna interrogare per ricercare il senso dell’Essere in generale. Se nella fase iniziale della sua meditazione, Heidegger aveva scritto “Essere e Tempo”, interrogando l’Esserci in quanto più prossimo a rispondere alla domanda sull’Essere, nella seconda fase della sua ricerca sul senso-significato dell’Essere finisce per interrogare il Tempo, ma il Tempo non risponde. Avrebbe dovuto scrivere una seconda parte della sua Opera con il titolo “Tempo ed Essere”, ma ammette che non può andare avanti per insufficienza del linguaggio. La sua domanda sul senso dell’Essere, dopo una approfondita analitica esistenziale, non sortisce alcun risultato, resta senza una risposta. Dopo aver sempre confessato di non essere un filosofo esistenzialista e di avere un esclusivo interesse per l’Ontologia, si deve ricredere che questo interesse ha bisogno di altri supporti che la sua ricerca non riesce ad individuare.     

La ricerca ontologica, come tutte le ricerche metafisiche, secondo i miei modestissimi convincimenti, non approda mai a risultati significativi. Avrebbe potuto approfondire la sua propensione all’ascolto della “Parola”, della Storia, degli Eventi nella Storia, e avrebbe trovato, secondo me, il senso della nostra vita e il senso dell’Essere in generale. Se avesse approfondito la riflessione sulla “Parola”, da lui già interpretata come “svelamento dell’Essere”, perché carica delle forze dell’anima, avrebbe potuto condurre una ricerca sulla Bibbia, che testimonia come tutta la creazione è il risultato della “Parola” di Dio. Ma Heidegger, pur essendo stato educato alla luce della parola di Dio, nel 1919 dichiara la incompatibilità dei suoi interessi filosofici con la visione cristiana del mondo e della Storia. Avrebbe potuto porre ascolto ai grandi Eventi della storia, approfondendo sempre di più la riflessione sul destino dell’Umanità, a cui si appartiene, perché “esistere” in misura autentica, come rimarca il filosofo di Messkirch, significa “coesistere” non solo fra le cose e gli eventi del presente insieme con gli altri Esserci, ma anche con gli eventi e gli altri uomini del passato in attesa degli eventi e delle responsabilità del futuro.

L’uomo non è una isola deserta, si trova su un’isola insieme con gli altri, la quale, come argomenta Kant nella “Critica della Ragion Pura”, al passo B 294-295, è l’isola della terra ferma e della ricerca scientifica, “è il territorio della verità”, è l’sola della condivisione e della coesistenza, circondata da flutti burrascosi e dall’oceano, cioè la metafisica, dove nessun navigante può permettersi di avventurarsi per la scoperta di nuovi approdi senza correre il rischio o, meglio, la certezza di naufragare.

Bisogna restare, quindi, con i piedi ben saldi sulla terra ferma dell’isola per ancorare la nostra esistenza alla conoscenza scientifica e alla storicità degli abitanti dell’isola, dove si succedono i grandi eventi dell’umanità. Se avesse approfondito la sua riflessione sulla storia dell’uomo, se avesse prestato ascolto alla voce della Storia, il filosofo dell’Esistenza e dell’Ontologia avrebbe certamente scritto la seconda sezione della sua Opera “Tempo ed Essere”, in cui, io ne sono certo, avrebbe trovato, interrogando il tempo, il senso dell’Essere in generale e il senso dell’essere in particolare, cioè il nostro destino, che non può non essere cristianamente il destino di una creatura votata per l’Infinito. Ad Deum creatus.

Il Tempo e la Storia, infatti, gli avrebbero rivelato che l’Essere in generale s’inserisce sempre nella storia degli uomini, svelando loro la verità, orientando il loro cammino, indicandone il senso e la direzione e liberandoli dall’angoscia e dalla disperazione. L’esistenza autentica, che è l’essere per la morte, argomenta Heidegger, conduce gli uomini all’ascolto della “voce della coscienza”, che richiama, senza alcuna pretesa di esprimere una valutazione morale, alla percezione del “nulla”, come fondamento dell’Esserci.

Eh no! Io direi che la “voce della coscienza”, a volerle dar retta, richiama, agostinianamente, alla interiorità nostra più profonda, come sede di ascolto per capire i grandi Eventi e l’inserzione dell’Eterno nel tempo, l’inserimento di Dio nella storia degli uomini, dell’Assoluto nel relativo, dell’Infinito nel finito. Restiamo sempre in attesa degli eventi, perché quello più importane per noi, come preannunciano le Parole e i Profeti, non ci colga impreparati ed addormentati nelle tenebre, ma “vigili e sobri” nella luce.

Questa prima Domenica di Avvento, che ogni anno segna per i Cristiani l’inizio dell’Attesa del Signore, intende essere la ricorrenza solenne della grande svolta del destino dell’uomo, che, da ora in poi, non può più dire:  ”io non c’ero”, “io non ne sapevo niente”. Ma sia il credente sia miscredente non possono rinunziare alla “Speranza”, che è la dimensione più razionale e umana che si dispiega nell’attesa dei grandi e piccoli Eventi.  

 

  

 

 

 

 
 
 

IN MEMORIA DI MARIO

Post n°114 pubblicato il 12 Novembre 2017 da giulio.stilla
Foto di giulio.stilla

A VENT'ANNI DALLA SUA DIPARTITA: 13 NOVEMBRE 1997 / 13 NOVEMBRE 2017.

 

SEI PASSATO COME UNA METEORA, MA LA VERA MORTE ARRIVA DALL'OBLIO.

 
 
 

LA UMANITA' DEL BENGALESE E LA BESTIALITA' DEI TEPPISTI

Post n°113 pubblicato il 04 Novembre 2017 da giulio.stilla

 

LA UMANITA’ DEL BENGALESE E LA BESTIALITA’ DEI TEPPISTI.

La protervia e la vigliaccheria di certi malviventi, minorenni o maggiorenni che essi siano, avvezzi ad aggredire persone inermi e non difese adeguatamente dalle Leggi dello Stato, mi indignano oltre misura ovvero mi procurano un malessere interiore, che va al di là di ogni mia capacità di sopportazione. Mi riferisco all’aggressione subita da un giovane migrante del Bangladesh, alcuni giorni fa, a Roma, mentre rincasava a casa dopo una giornata di stressante lavoro, da parte di sciacalli, figli, evidentemente, di famiglie benestanti e di puttane, che non trovano altra maniera di esprimere la loro libidine che aggredire in modo feroce un indifeso ragazzo bengalese. Amano nascondersi dietro un vessillo di un presunto “partito politico”, o meglio di un’associazione a delinquere, che incita alla violenza e al razzismo e che, pertanto,  di politica non esprime nulla, tranne la tracotanza malvagia di chi persegue la distruzione della società civile e l’imbarbarimento delle relazioni sociali, fondate sul rispetto reciproco, sulla tolleranza delle idee altrui, sul rispetto fisico e spirituale delle diversità, sulla tutela delle libertà degli altri per la difesa strenua delle libertà di ognuno. La nostra Civiltà greco-latina, cristiana, rinascimentale, illuministica e romantica, al di là della guerra, tutt’ora virulenta e speciosa, tra fascisti ed antifascisti senza fascismo, riproposta ad arte, in questi giorni, in vista delle prossime Elezioni nazionali, dovrebbe far riflettere, prima che la Scuola Italiana, in perenne ricerca di una equilibrata sistemazione pedagogica e disciplinare, in affanno a perseguire la progressività scientifica e tecnologica dei nostri tempi, dovrebbe far riflettere, dicevo, le famiglie italiane, quasi sempre avulse dall’impegno etico e tese a cogliere mete sociali, intrise di grezzo materialismo economico, ludico e voluttuario, in un contesto sociale ed ambientale pervaso da un diffuso relativismo morale e conoscitivo.

Se le leggi dello Spirito sono le leggi della non violenza e dell’Umanità, come ci hanno insegnato le Filosofie Idealistiche, a cui spesso dicono di ispirarsi sedicenti Partiti politici, che le croniche di questi giorni ci informano essere impegnati ad indottrinare giovanissimi ragazzi all’odio e al razzismo, allora la ignoranza assoluta di certe Congreghe procede di pari passo con la Violenza vile e criminale con cui aggrediscono gli immigrati di colore, che lavorano a due euro all’ora sul territorio della intera Penisola.

La ignoranza assoluta e la violenza criminale di questi facinorosi hanno luogo a distanze siderali dai Valori a cui dicono di ispirarsi i mandatari ignoranti di essi manigoldi. Sono i Valori dello Spirito, come l’amore per la Patria, per la Famiglia, per la Tradizione, per la propria Religione, per il nostro Umanesimo e per la nostra Civiltà rinascimentale ed illuministica. Questi non sono affatto patrimonio di chi pensa ed agisce in termini e concetti di aggressione e soppressione fisica di giovani indifesi, in balia della propria sofferenza e in disperata ricerca di una sua dignità di uomo e di lavoratore. Le Leggi dello Spirito rifuggono dalla violenza materiale e aborriscono la degenerazione dei costumi e l’abbrutimento fisico e morale. L’Uomo nasce libero e uguale all’altro uomo nei suoi diritti naturali sotto qualsiasi latitudine e in qualsiasi contesto sociale, in un tugurio o in una civile dimora, in una capanna o in una abitazione dorata. L’Uomo ha il diritto fondamentale di esprimere sempre la sua Essenza, che non è di certo la Violenza bruta, ma la sua Umanità, che nessuno ha il diritto di offendere e violentare, perché, oltraggiandola in una sola persona, la si calpesta e la si distrugge in ogni uomo. Non basta, quindi, l’esecrazione verbale di queste azioni così violente che, alcuni giorni fa, hanno ridotto in fin di vita un giovane bengalese, con il favore delle tenebre, la irresponsabilità dei teppisti e la ignoranza ottusa degli istigatori, avvezzi all’odio, perché mai educati dalla Scuola e dalle famiglie a fare emergere la propria Umanità, rimasta inconscia e sepolta nel fondo del proprio “Io”, tanto prepotente ed arrogante quanto vile ed imbecille.

L’altro giorno, nella Rubrica dell’antenna televisiva La7, in onda ogni mattina con il titolo “L’Aria che Tira”, la sua conduttrice, la giornalista Mirta Merlino, ha intervistato un giovane Eroe italiano che da molti mesi ha combattuto la sua guerra contro le belve assetate di sangue e di prede dell’ISIS, rischiando ogni giorno la sua vita contro i mostri disumanizzati dal fanatismo pseudo-religioso e pseudo-politico, in nome e alla luce dei propri ideali, per l’affermazione sacrosanta della Umanità di tutti, la Dignità della Persona e la difesa di popolazioni trucidate nelle loro dimensioni di essere bambini, donne, anziani e derelitti in condizioni di disabilità.

Queste entità del Male, i bravacci di Roma, se avessero il coraggio degli uomini, tirerebbero fuori gli attributi virili e prenderebbero esempio e modello di esistenza dall’Eroe Italiano che rischia la propria vita sua sponte, senza essere mandato da nessuno, per andare a combattere chi si addestra a distruggere lo Spirito del Mondo, l’Umanità e la nostra Cristianità.

 

 
 
 

A DON SALVATORE CAMILLO

Post n°112 pubblicato il 28 Settembre 2017 da giulio.stilla

 

Reverendissimo DON SALVATORE, amico mio e Padre intelligente, comprensivo dei problemi del nostro tempo, sollecito a non indulgere sulle responsabilità oggettive di chi erra, mi riesce molto grato il tuo pensiero sul mio dimesso commento storico-critico inerente la realtà sociale del mio paese. Per un secolo e mezzo, a partire dalla UNITA’ D’ITALIA, storici e filosofi della nostra Storia Patria, non hanno mai mancato di denunciare i problemi gravissimi e mai risolti del Mezzogiorno d’Italia. Intendo ricordare, per primo, il Patriota MASSIMO d’AZEGLIO, che con straordinaria lungimiranza, subito al mattino della proclamazione dell’UNITA’ RISORGIMENTALE, amava ripetere: “Fatta l’ITALIA, bisogna fare gli Italiani”. E così via via, per tutto il NOVECENTO, insigni studiosi di Politiche Sociali, di Scienze Storiche e Filosofiche, hanno sempre sollevato con specifici ed abbondanti Scritti la urgenza di mettere mano alla soluzione dei problemi socio-economici del nostro Meridione. “La Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti, la “VOCE” di Giuseppe Prezzolini, “Quarto Stato” di Pietro Nenni e Carlo Rosselli, gli Scritti di Tommaso Fiore, Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, fino a menzionare le posizioni isolate dei nostri rissosi Parlamenti, sono rimasti “Voces clamantes in deserto”, Voci che hanno gridato nel deserto. La corruzione, l’avidità, il mantenimento personale del potere per il potere, i profitti illeciti hanno sempre sovrastato le responsabilità etico-politiche di coloro i quali avrebbero dovuto riscattare dalla servitù e dall’asservimento medievale le nostre popolazioni meridionali. Non mi si venga a dire che la fatalità ha segnato nel corso dei decenni il destino di milioni di disereditati. Altri popoli non africani ma europei hanno gettato le fondamenta dei propri Stati sull’impegno etico e la severità dei costumi pubblici di contro al malcostume e alla demagogia dei nostri esponenti politici, che ancora oggi conservano la improntitudine atavica di lusingare gli sprovveduti, sussurrando loro “non preoccupatevi, ci penso io”. No!, non è così che deve funzionare la macchina politica. A preoccuparsi dei propri cittadini deve pensarci lo Stato, dello Stato che fa proprie le istanze etiche della famiglia, della religione, della scuola, della società civile. Ci sorprendiamo, oggi, della triste realtà delle piccole comunità locali, come questa del mio sparuto paese, che declina inesorabilmente verso la desertificazione e ci si dimentica che la responsabilità di tanto obbrobrio civile ed umano va ricercata nel contesto del nostro Meridione, abbandonato da sempre alla miseria, alla delinquenza organizzata, alla corruzione degli apparati amministrativi, alla violenza e all’arroganza medievale dei mestieranti della “politica”. La politica ha una sua normativa interna al concetto che evoca e, cioè, è la ricerca razionale del benessere dei cittadini, altrimenti non è politica. E’ tutt’altro. E’ delinquenza autorizzata dai comitati d’affari. In Germania, il tasso di disoccupazione si aggira intorno allo zero. In Italia, il tasso di disoccupazione è superiore al 50%. In Germania, un giovane laureato in Ingegneria o in Economia viene assunto al lavoro dopo aver indicato le sue preferenze. In Italia, un giovane laureato deve prostituirsi o fuggire via per altri lidi o avventure dagli esiti incerti. Non è retorica o reminiscenza poetica se solo mi ricordo dei versi del Sommo Poeta:  “Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!” Già, dai tempi di Dante nulla è cambiato.

 
 
 

ALLA MATURITA' CLASSICA SENECA E IL VALORE INSOPPRIMIBILE DELLA FILOSOFIA 2

Post n°111 pubblicato il 30 Giugno 2017 da giulio.stilla

 

ALLA MATURITA’ CLASSICA 2017 SENECA E IL VALORE INSOPPRIMIBILE DELLA FILOSOFIA   (2)

 

Nonostante, però, il suo profondo stoicismo in presenza delle avversità della vita, Seneca rivendica per sé il diritto fondamentale alla propria libertà personale, in un gesto di rivolta prometeica come il suicidio contro l’imponderabile, soprattutto quando non puoi cambiare il corso degli eventi.

Il filosofo di Cordova, infatti, dopo l’uscita dalla vita politica, si ritira a vita privata, consegnandosi all”0tium”, alla riflessione filosofica su tematiche di natura etico-esistenziale e alla composizione delle sue opere, fra cui “Epistulae morales ad Lucilium”, 124 Lettere morali a Lucilio, discepolo e grande amico.

 

Sembrerebbe che la libertà di darsi spontaneamente la morte stride in contraddizione con quello che il filosofo afferma nei Libri XVII-XVIII delle sue Epistole, in linea con lo stoicismo greco di Cleante:

“La miglior cosa è sopportare ciò che non puoi correggere ed adattarti alla volontà divina, da cui tutto procede, senza mormorare: è un cattivo soldato chi segue il generale lamentandosi……

Quocumque placuit: nulla parendi mora est;

adsum inpinger. Fac nolle ,comitabor gemens

malusque patiar facere quod licuit bono.

Ducunt volentem fata, nolentem trahunt”

 

“Conducimi, o padre e signore dell’alto cielo,

dovunque vuoi: sono pronto ad obbedire;

eccomi pieno di slancio. Supponi che io sia contrario,

seguirò la tua volontà lagnandomi

e con l’animo avverso subirò ciò che avrei potuto fare di buon animo.

Chi segue i fati lo conducono, chi recalcitra lo trascinano”.

(Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, Libri XVII / XVIII, pp. 850, 851, 852, 853, trad. a cura di Umberto Boella, UTET, Torino.).

 

E’ la professione di fede di tutti i Saggi dello Stoicismo nel “Logos”, nella Razionalità del Tutto, nell’Amor Fati, che non è una passiva accettazione degli eventi e non è in contraddizione con la libertà personale che il Filosofo rivendica per sé con l’estremo gesto del suicidio, quando questa è messa in pericolo dal tiranno Nerone, così come il nobile ed incorruttibile Catone si toglie la vita in Utica, nel 46 a.C., per non cadere nella prigionia di Cesare.

Disponiamo di un patrimonio culturale unico nel mondo e di una tradizione filosofica umanistica millenaria, le cui radici si ramificano nelle terre mediterranee, alcuni secoli prima dell’avvento del Cristianesimo.

La storia culturale dell’Europa e dell’Occidente non ha nulla da mutuare da altre Culture per quanto antropologicamente significative, ma certamente più povere sul piano della Weltanschauung della nostra Civiltà di Atene e Roma.

Disporre di una grandissimo patrimonio speculativo, che ci fa riflettere sulla condizione dell’uomo nel Mondo almeno, da 2500 anni, è una felice sorte, che è toccata all’Occidente e, in particolare, all’universo mediterraneo, in cui si situa l’Italia, così ricca di Storia, di Letteratura, di Filosofia, di Città d’Arte e di Valori Culturali, che racchiudono in sé, come in un serrato scrigno, i due terzi della Epifania umanistica mondiale.

Apriamo questo scrigno alle giovanissime generazioni, insegnando loro soprattutto a pensare attraverso l’assimilazione di Valori Cognitivi, Logici, Etici, Politici, Morali, Estetici, Religiosi, Metafisici ecc., che sono le coordinate per formare ed orientare l’Uomo o, meglio, per estrarre da lui la Umanità, che è la Essenza genetica e costitutiva della sua Esistenza.

Socrate, alludendo alla sua arte maieutica, direbbe che, oggi, nelle nostre scuole urge aiutare l’uomo a partorire la sua Umanità, che esclude l’astuzia, la cattiveria, il male, l’egoismo, l’aggressione del prossimo.

 “Una vita senza esame non è degna di essere vissuta”, fa dire Platone al suo Maestro nella sua “Apologia di Socrate” (38a). E ancora nel “Gorgia”, al capoverso 488a: “Di tutte le ricerche la più bella è proprio questa; indagare quale debba essere l’uomo, cosa l’uomo debba fare”. Bastano questi brevi “pensieri” per comprendere l’umanismo socratico e l’eroico stoicismo di Seneca validi oggi, in misura necessitante per accostarsi alla crisi morale della nostra società, fustigando, alla maniera di Socrate ma anche alla maniera di Seneca, con ironia e tecnica della confutazione e della contestazione, la ignoranza, la licenziosità dei costumi, la criminalità dilagante, la superficialità delle conoscenze, la “presunzione del sapere”.

Nell’Epistola a Lucilio, proposta alla Maturità Classica di quest’anno, Seneca ricorda con straordinaria urgenza ed attualità che qualunque sia il nostro destino, segnato dalla Sorte o da una Divinità o dal Caso, è necessario ricorrere alla filosofia, perché  

“philosophia nos tueri debet. Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum.

Perché la filosofia deve proteggerci, esortandoci ad ubbidire alla divinità con piacere, alla sorte con fierezza, e c’insegnerà a seguire la divinità e a sopportare il caso.

Dopo essere stato coinvolto nella Congiura dei Pisoni, ordita contro Nerone, Seneca muore suicida nel 65 d.C., dopo tre secoli  e mezzo dalla uccisione di Socrate, in fedele coerenza con i dettami della sua filosofia, che gli suggerivano la “razionalità” imperturbabile di togliersi la vita, quando questa fosse riuscita insopportabile per se stesso e per gli altri, in particolare, per Nerone, a cui, come racconta Tacito, “non gli rimaneva ormai più, dopo aver ucciso madre e fratello, che aggiungere l’assassinio del suo educatore e maestro.” (Tacito, Annales, 62).

Se i nostri politici sapessero discutere e comprendere questi concetti, avremmo risolto da sempre la crisi politica che ci perseguita, perché essa si radica innanzitutto nella crisi morale e culturale della nostra età. Abbiamo un Parlamento Nazionale costituito in larga parte da persone non educate a coltivare le verità morali, il senso civico della responsabilità e la consapevolezza di appartenenza non al proprio utile personale ma allo spirito delle leggi chiamate a regolare le complesse relazioni intersoggettive nella società civile, nella famiglia, nello Stato.

Socrate per il rispetto religioso della Legge si fece uccidere da innocente. Accusato di empietà e di esercitare la corruzione dei giovani, fu condannato a morte, che accettò serenamente, bevendo il potente veleno della cicuta. Sarebbe potuto fuggire e sottrarsi facilmente alla morte, ma non volle, perché se fosse fuggito, avrebbe contraddetto tutta la sua vita, impegnata ad insegnare agli uomini il rispetto sacrosanto delle Leggi e della Giustizia.

Per Socrate la fedeltà alla Legge era la fedeltà del filosofo alla Libertà dal potere politico, che lo condannò alla pena capitale, perché ostile, come in tutte le dittature politiche, compresa la dittatura della “democrazia ateniese” del 399 a. C., alle Idee rivoluzionarie del filosofo e alla libertà dell’Intellettuale.

Lucio Anneo Seneca per l’amore alla stessa Libertà dalla tirannia cinica e spietata di Nerone, suo ex discepolo, si dà la morte di buon grado, nel 65 d.C.  E’ la professione di fede di tutti i Saggi  nel “Logos”, nella Razionalità del Tutto, nell’Amor Fati, che non è una passiva accettazione degli eventi e non è in contraddizione con la libertà personale che il Filosofo rivendica per sé con l’estremo gesto del suicidio, quando questa è messa in pericolo dal truce e malvagio Nerone, così come il nobile ed incorruttibile Catone si toglie la vita in Utica, nel 46 a.C., per non cadere nella prigionia di Cesare.

Socrate e Seneca due grandi fari dell’Umanità. Se la nostra Scuola

non respira giorno per giorno l’Ideale dell’Humanitas, non è una scuola completa e non costruisce l’uomo, l’uomo “sub specie aeternitatis”; se poi manca anche una istruzione rapportata ai tempi, la nostra Scuola è ancora più menomata e in forte ritardo rispetto allo sviluppo culturale degli altri popoli. E’ incapace di crescere perfino l’uomo richiesto dai nostri tempi contingenti: l’uomo “sub specie temporis”.

 

“Salva -  o Padre - gli uomini dalla loro funesta ignoranza”.

 

Saggezza e Libertà per le grandissime figure del passato: Virgilio, Catone, Seneca, Dante, ed altri, infinitamente altri Sapienti dell’Umanità.  Saggezza ed Amore per la Libertà sono le due facce speculari della Ragione dell’uomo, il Logos degli antichi filosofi greci e romani, ma anche il Verbum  dei Cristiani,  che domina e governa la storia.

 E’ la ragione a cui deve ricorrere l’uomo nella sua individualità e socialità esistenziale, irta di pericoli, deviazioni e perdizioni, come Dante ricorre a Virgilio, guida morale e razionale, per lasciarsi condurre attraverso l’Inferno e il Purgatorio, i regni oltremondani della dannazione e della espiazione.

 

 
 
 

ALLA MATURITA' CLASSICA SENECA E IL VALORE INSOPPRIMIBILE DELLA FILOSOFIA

Post n°109 pubblicato il 29 Giugno 2017 da giulio.stilla

ALLA MATURITA’ CLASSICA 2017 SENECA E IL VALORE INSOPPRIMIBILE DELLA FILOSOFIA   (1)

 “Ex pricipiis hominis internis” soleva scrivere il filosofo Grozio per ribadire il convincimento che la natura dell’uomo coincide con la sua razionalità, fondamento metafisico del diritto,  già individuata dallo stoicismo greco di Zenone di Cizio come il riflesso del LOGOS universale, dal quale l’uomo, nella sua singolarità, deve lasciarsi guidare per assicurare equilibrio alla sua mente, senza originare conflitti interiori tra i suoi desideri e i dettami della ragione, e collaborare con la vita del Tutto, che si esprime per l’appunto nell’armonia cosmica.

Lo Stoicismo greco di prima maniera, che non disponeva di una riflessione più matura e rispettosa della libertà dell’uomo, soprattutto con Cleante, che succedette a Zenone nella guida della Scuola, accentuava il carattere della fatalità, a cui il singolo dovesse saggiamente sottostare per assicurare alla sua esistenza uno svolgimento sereno ed intelligente.

Cleante, raccontano le fonti, moriva all’età di 99 anni, dopo aver vissuto una vita particolarmente morigerata, molto sobria e dedita agli studi. Di lui abbiamo il piacere di leggere una delle più belle liriche dell’antichità, “Inno a Zeus”, il quale, oltre a contenere i principi fondamentali della sua filosofia stoica, è una struggente ed accorata preghiera al Dio di tutte le creature, al Logos, all’Armonia del Cosmo.

 “Salva -  o Padre - gli uomini dalla loro funesta ignoranza;”

Fra i discepoli di Cleante la Storia della Filosofia annovera la singolare figura di Crisippo di Soli, città della Turchia mediterranea.

Filosofo e matematico, fu autore di una vasta produzione letteraria, andata quasi tutta perduta. Si distinse, in particolare, per i suoi studi di logica. Alla sua meditazione è legata la “metafora del cane”, costretto a correre dietro il carro, al quale è legato da un destino ineluttabile.

L’uomo, come il cane, è costretto a seguire la volontà del fato, o assecondando la sua andatura per vivere più agevolmente la propria esistenza o resistendole senza per questo migliorare la sua sorte, perché sarebbe trascinato comunque fra mille sevizie e tormenti. Non resta, quindi, che lasciarsi condurre dal carro, cioè, fuor di metafora, dall’Amor Fati, dal Logos, che governa saggiamente l’armonia del Cosmo, piuttosto che opporgli una inutile resistenza, manifestazione di impotenza, rivelazione di stupidità, esercizio di ignoranza sulla sorte degli uomini.

Sarebbe questa la scelta prospettata dallo stoico Crisippo per conciliare la inevitabilità del fato con la libertà dell’uomo.

A questa preghiera si ispira con maggiore maturità stoica Lucio Anneo Seneca, che, dopo l’uscita dalla vita politica, si ritira a vita privata, consegnandosi all”0tium”, alla riflessione filosofica su tematiche di natura etico-esistenziale e alla composizione delle sue opere, fra cui  Epistulae morales ad Lucilium”, 124 Lettere morali a Lucilio, discepolo e grande amico.

 

Il suo “Stoicismo” vuole essere, però, più mite, meno rigoroso di quello adombrato nella “metafora del cane” di Crisippo di Soli. Non più una passiva accettazione dell’Amor Fati, ma una sorta di conciliazione tra il fatalismo assoluto dell’antica “Stoà” greca e la libertà dell’uomo, tanto che per amore di questa, come Catone Uticense – uomo politico al tempo del Primo Triumvirato tra Pompeo, Crasso e Cesare e seguace intransigente delle virtù stoiche -  non esiterà a darsi la morte nello stesso anno della Congiura dei pisoniani.

Ed ecco qui il suo interrogativo sul valore insopprimibile della filosofia, proposto come seconda prova all’esame della Maturità Classica, in quest’anno di grazia 2017:

Dicet aliquis, "Quid mihi prodest philosophia, si fatum est? Quid prodest, si deus rector est?

Dirà qualcuno: A che cosa mi serve la filosofia, se c’è un fato a determinare il destino di tutti?. A chi giova la filosofia, se c’è un dio a reggere la sorte del mondo?

La lingua latina di Seneca è stata sempre più facilmente traducibile rispetto al Latino di altri autori, per es. Cicerone, con il suo periodare ampio ed ipotattico, per quanto ordinato ed armonioso. Lo stile del latino di Seneca, invece, va diritto al cuore, perché è incisivo e conciso, è paratattico e non lascia spazio ad equivoci, ma, come la sua filosofia, si caratterizza per la sua forza espressiva che cattura la spiritualità di chi lo legge e lo interpreta.

Questo tema in latino è stato, quindi, relativamente facile, ma soprattutto importante per il messaggio sul valore insopprimibile della filosofia, che il più grande filosofo dello stoicismo della Roma antica rivolge profeticamente alle nostre giovani generazioni e, in particolare, ai nostri politici, che detengono nelle loro mani il destino dalla Scuola italiana, spesso abbandonata ad una temperie didattica anarchica, improvvisando riforme della scuola in maniera estemporanea, senza seguire un progetto pedagogico, che rimanga valido ed in atto almeno per un decennio.

Io ricordo di aver condotto, nella mia carriera di commissario d’esame delle maturità, diverse forme di esami e con metodi di valutazione quasi sempre inappropriati alle reali esigenze dei maturandi. I curricula didattici sono stati spesso cambiati di anno in anno, a seconda dell’uzzolo di questo o di quell’altro Ministro della Pubblica Istruzione. Materie qualificanti la formazione dei discenti e, in particolare, degli adolescenti sono state bandite dagli orari settimanali per lasciare spazio a sperimentazioni le più stravaganti e bislacche in nome di presunte innovazioni quasi sempre improvvisate ed assolutamente prive di severe ricerche didattiche e motivazioni pedagogiche.

Ricordo che, un anno, in sede di Programmazione, dovetti lottare non poco per difendere il mantenimento dell’insegnamento de “I Promessi Sposi” del Manzoni e per non sostituirlo con uno del libercoli suggeriti persino ai Dirigenti Scolastici dalla moda ideologica e politica del tempo.

Oggi, le vicende vanno come vanno, peggiorano di anno in anno, senza intravedere bagliori dell’approssimarsi di una seria Riforma Scolastica, che io auspico che possa essere una geniale sintesi risolutiva della onnipresente Cultura Tecnologica ed Informatica e   l’insegnamento delle Humanities, le discipline che studiano l’uomo e la sua formazione.

Fra queste deve essere considerata principalmente la Filosofia, regina delle Scienze Umane, che è stata bandita di fatto anche dal Liceo Classico, con le conseguenze, per me molto gravi, che finiremo per costruire dei mostri informatici, non sorretti da sufficiente humanitas, come succede quando si specula e si ruba sulla ricostruzione delle zone terremotate, delle abitazioni civili e delle autostrade, sulle carriere professionali pilotate dalla corruzione, sulle opere di grande utilità sociale, sanitaria, produttiva e commerciale, sulle opere politico-amministrative dei pubblici appalti.

Ecco perché saluto con grande piacere la scelta del brano di Seneca come seconda prova di traduzione dal latino sul valore insostituibile dell’insegnamento della Filosofia, che, a mio modesto parere, dovrebbe essere esteso a tutte le scuole di ogni ordine e grado, anche alla scuola elementare, come succede in alcune regioni dei pragmatici Stati Uniti d’America.

Vorrei stringere la mano allo studioso latinista, che ha avuto la felice idea di riproporre il succitato brano di Seneca ai nostri giovani maturandi del 2017, non fosse perché ha richiamato l’attenzione degli smemorati a riconsiderare la necessità dell’insegnamento della Filosofia nelle scuole dalla nostra fulgida tradizione umanistica.

Si corre il rischio di smarrire  -   come ho già scritto in un altro breve articolo del mio forzato “otium”, da cui traggo molti altri passi  -   la nostra formazione umanistica, un tempo costruita con sofferenza sui banchi delle scuole, dove s’insegnavano soprattutto le scienze storiche e la scienze umane.

Urge, oggi più che mai, mettere l”Uomo” davanti alla “macchina”, elettronica, informatica o telematica, che essa sia, e non la “macchina” davanti all”uomo”, con il pericolo non peregrino di renderlo fantoccio o malato di megalomania,  di gigantomania,  di ludopatia, di isteria e povertà neuronica. Corriamo il rischio di espandere il corpo dell’uomo al di là della siepe, verso l’infinitamente grande e di ridurre la humanitas verso l’infinitamente piccolo. Non possiamo delegare alla macchina il compito di pensare al posto nostro.

Scriveva E. Kant nella prolusione di apertura dell’anno accademico nel 1767 – se ricordo bene - alla Università di Konisberg: “Noi filosofi siamo chiamati ad insegnare non i pensieri, ma a pensare”.

Nei tempi di crisi, come i nostri, che si prevedono molto lunghi, quasi epocali, nei sistemi politico-economici, nella precarietà dei lavori, negli assetti socio-culturali, nei multiformi aspetti della società, urge il ricorso immediato ad una riforma radicale della Scuola, come unico bacino a cui attingere per avviare, soprattutto in Italia, una Rivoluzione Culturale a cui hanno fatto sempre riferimento i filosofi e gli Spiriti più avveduti e capaci di leggere correttamente la realtà, quasi sempre interpretata male dai politici, molto più versati nelle relazioni mercantilistiche e nei traffici elettoralistici che nel buon governo dei Comuni, delle Province, delle Regioni e dello Stato.

E’ profetico, quindi, soprattutto per i nostri tempi, Lucio Anneo Seneca, quando scriveva, 2000 anni orsono, in una Lettera a Lucilio, suo discepolo ed amico, che la risposta alla domanda “a che cosa serve la filosofia?” risiede unicamente nella consapevolezza che l’uomo, fin dalla sua tenera età, deve essere educato all’esercizio della ragione.

Né serve, come presunta giustificazione a non seguire questo dettame del filosofo, il convincimento che il comportamento dell’uomo è regolato dal fato o dominato dalla divinità o governato dal caso, forze imponderabili che non concederebbero nulla alla nostra volontà, alla nostra libertà, alla nostra ragione.

In verità, anche per Seneca, che non era sorretto da nessuna prospettiva escatologica, la storia è governata dal Logos, dal Destino, che non è il Caso, ma un ordine prestabilito e provvidenziale. Bisogna condurre, anche per Seneca, la propria esistenza in modo conforme alle leggi di natura, che sono emanazioni, come scrive Diogene Laerzio, in “Vite e dottrine dei filosofi”, VII, 88, della “retta ragione diffusa per tutto l’l’universo ed identica anche a Zeus, guida e capo dell’universo”.

 
 
 

LAURA BOLDRINI E LA DIVISIONE "FOLGORE"

Post n°108 pubblicato il 06 Giugno 2017 da giulio.stilla

LAURA BOLDRINI E LA DIVISIONE “FOLGORE”

Mi è capitato di leggere, ieri sera, l’articolo  di giornale, riportato sopra, a firma di DAVIDE PELLEGRINO,  e con mia grande sorpresa  ho saputo che le più alte cariche dello Stato, rappresentate dal Presidente della Repubblica, SERGIO MATTARELLA,   -   che pure mi sembra persona colta e  libera da fanatismi e faziosità  -   e dalla Sig.ra BOLDRINI  -   che a me sembra, invece, persona incolta ed animata da spirito antistorico, più volte manifestato con livore personale non confacente al suo ruolo di  Presidente della Camera dei Deputati -  avrebbero assunto chiari atteggiamenti di disapprovazione al passaggio della  Divisione “FOLGORE”, nella sfilata della parata militare del 2 Giugno, non applaudendo e mettendosi a sedere, come avrebbe fatto la Signora della Camera.

Io ritengo, invece, che, al di là dei nostri convincimenti politici ed ideologici, per quanto moralmente ed assiologicamente irreprensibili, devono sempre e comunque essere reverenti e religiosamente rispettosi del sacrificio estremo della vita altrui, immolata eroicamente sui campi di battaglia.

Per servire, forse, la causa del Fascismo? Io ne dubito fortemente, perché non si bruciano le proprie esistenze di giovani ventenni per delle cause consapevolmente sbagliate. Ma voglio ancora ricordare ai nostri rappresentanti dello Stato che nelle lande del deserto di El Alamein, nell’autunno del 1942, si facevano trucidare migliaia di giovani ventenni, forse non fascisti, ma certamente figli del popolo fascista, che, nel 1936, esprimeva il massimo consenso alla dittatura di Mussolini. Figli di quel popolo fascista, di cui forse facevano parte integrante anche i progenitori della nostra Laura Boldrini.

La Storia non giudica, non è un tribunale, ma spiega i fatti alle contemporanee generazioni con grande rispetto per i morti che non possono più difendersi, ma per i quali, cantava già VINCENZO MONTI nel poemetto “In morte di Ugo Bassville: “Oltra il rogo non vive ira nemica“.  Oltre la tomba, cioè, non dura l’ira nemica. Certamente, per diventare Presidente della Repubblica Italiana, antifascista e nata dalla resistenza, bisogna dimostrare di essere inequivocabilmente antifascista, ma non è consentito soprattutto al Presidente della Camera dei Deputati ignorare le cognizioni elementari della nostra civiltà letteraria.

Non è consentito altresì al terzo Rappresentante dello Stato Italiano ignorare i concetti fondamentali della Storiografia nazionale ed estera, che avrebbero dovuto insegnare soprattutto ai nostri politici che la conoscenza della Storia è una conoscenza razionale. Non dipende dagli umori uterini ed isterici di questa o di quell’altra circostanza. Non mi permetto di suggerire ai nostri illustri rappresentanti dello Stato Italiano la lezione di Benedetto Croce, che, giusto un secolo fa, nel 1917, pubblicava “TEORIA E STORIA DELLA STORIOGRAFIA” e, nel 1938, pubblicava “LA STORIA COME PENSIERO E COME AZIONE” oppure di accostarsi alla conoscenza delle opere ormai classiche di FEDERICO CHABOD, di EDWARD CARR, di MARC BLOCH  o, più recentemente, alla monumentale Opera storiografica di RENZO DE FELICE.

Sarebbe veramente troppo. Basterebbe, però, leggere un piccolo prontuario di metodologia storica per sapere che bisogna alzarsi in piedi ed assumere una posizione superbamente eretta anche al passaggio della Divisione  “FOLGORE”, alla quale resero, sul finire del 1942, gli onori delle armi le preponderanti forze nemiche e suggerirono di scrivere su un cippo, a 133 km da Alessandria d’Egitto, “Mancò la fortuna, non il valore”.

Altrimenti, i nostri governanti trovassero il coraggio e la coerenza di sopprimere la Divisione “FOLGORE”  o di non farla più sfilare nella parata militare del 2 Giugno, motivando il gesto folle che essa ricorda eccessivamente alle genti italiche il Fascismo e non le gesta epiche della Storia patria.

Voglio altresì ricordare alla Presidente della Camera che, nel 1944, fu istituito l’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, di cui Presidente fu il repubblicano Carlo Sforza, che doveva occuparsi soprattutto dell’epurazione dagli apparati militari e civili dello Stato di tutti quei funzionari maggiormente coinvolti nel passato regime. Il processo di defascistizzazione, in verità, non resse di fronte alle difficoltà oggettive incontrate, perché i governanti dell’epoca si resero conto che avrebbero dovuto epurare i gangli vitali dello Stato. E, nel 1946,  il ministro della Giustizia, che si chiamava, guarda un po’, Palmiro Togliatti, concesse l’amnistia generale alla stragrande maggioranza degli ex-fascisti, permettendo loro di continuare a lavorare nelle diverse Amministrazioni dello Stato Repubblicano. Ma Palmiro Togliatti aveva il senso della Storia. Quello che manca alla Signora della Camera dei Deputati.

 
 
 

LA PRESENZA DEL MALE NEL MONDO (3)

Post n°104 pubblicato il 05 Aprile 2017 da giulio.stilla

LA PRESENZA DEL MALE NEL MONDO    (3)

 

Quando i Cristiani, come io tendo ad essere, affermano che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, affermano soprattutto che è stato creato in Ispirito, Intelligenza e Libertà. La Intelligenza dell’’uomo riflette ed intende alla stessa maniera dell’Intelligenza di Dio, con la sola grande differenza che Dio intende e capisce l’Incommensurabile, l’uomo il misurabile.

Dio ha creato l’uomo intelligente e libero, ad immagine della sua intelligenza e della sua libertà. Poteva anche non crearlo libero, come gli altri viventi, senza intelligenza e senza responsabilità, che è l’altra faccia speculare della libertà. Non esiste la libertà senza la responsabilità.

Ma l’uomo, nel corso della sua storia, ha fatto cattivo uso della sua libertà, compiendo crimini e misfatti di ogni genere. Spesso, ha ucciso ed uccide il genere umano, con le guerre di massa, gli olocausti, le degenerazioni, le perversioni morali, le corruzioni del corpo e dello spirito, in preda alla tirannia della malvagità e del bestiale egoismo. Carnefici e martìri hanno scandito incessantemente le ore tragiche della storia dell’uomo.

Si fa fatica a credere che sia esistito o che esista un Dio Buono, che volge lo sguardo da un’altra parte per non assistere a simili spettacoli. Ma l’uomo di fede, nonostante questa incomprensibile realtà, crede e scommette sulla esistenza di Dio e la sua bontà. I pensatori della Teodicea abbozzano una risposta anche questa di fede, sostenendo che Dio è talmente rispettoso della libertà donata all’uomo da impedire a Se Stesso di intervenire, quando nel mondo insorge e si diffonde il male. D'altronde, se lo facesse, darebbe la dimostrazione di aver dotato l’uomo di una libertà sotto condizione. Una libertà vigilata e condizionata non sarebbe più la libertà dell’uomo, ma quella della marionetta. E allora! “Gran segreto è la vita”, scrive il Manzoni nell’Adelchi. Io, personalmente, credo nella libertà dell’uomo e nei pensieri del Signore, il quale, di certo, essendo Sommo ed Onnipotente, è dotato anche di Prescienza, in virtù della quale non può permettersi di non sapere che, creando l’uomo, si sarebbe esposto ad un rischio terribile. Se l’ha fatto, avrà avuto le sue ragioni, che io non conosco, ma che, da me supposte, non mi impediscono di pensare che il Dio dell’Amore non intervenga nella storia dell’uomo, il quale è libertà di fare il male, ma anche libertà di fare il bene.

L’uomo è miseria e nobiltà; è capace di infangarsi nelle più aberranti deviazioni, ma di elevarsi anche sulle vette più alte dello Spirito, con i luminari della Scienza, della Filosofia, della Politica, dell’Arte, dell’Economia, con le grandi Opere di Intelligenza, di Verità e di Bellezza, con i grandi Campioni dell’Amore e della Santità.

Dio ha creato l’uomo e la sua libertà, che, se usata male e in maniera non responsabile, si contrappone al Bene. Dio non ha creato il Male; nel mondo e nella storia dell’uomo la presenza del Male non è il polo dialettico del Bene, nel senso che al Bene si contrappone ontologicamente il Male. Dio ha creato soltanto il Bene, osservano i Pensatori della Teodicea. Ciò che gli uomini chiamano male è una privazione del Bene, così come le tenebre sono una assenza della luce. L’odio è una assenza dell’amore, la guerra è una privazione della pace, la violenza è un nascondimento dello Spirito, le cui leggi dovrebbero sempre prevalere sulla materia e sull’egoismo.

Non esiste il Male che lotta con il Bene. Dio non ha creato il Male. Questo è una emanazione dell’uso sbagliato della libertà dell’uomo. Potremmo dire che esiste nel mondo una serie infinita di mali, come privazioni di Bene, ma non il Male che dialettizza con il Bene. Tutti i mali, piccoli o grandi che siano, sono sempre Mali Morali, che hanno motivo di esserci, perché hanno origine sempre dal cattivo esercizio della libertà individuale e collettiva.

Male morale è la violenza del tiranno sui popoli; male morale è la vessazione della prepotenza sul più debole; male morale è la furia omicida dei criminali all’interno del consorzio pacifico degli uomini; male morale è il cattivo esercizio delle conoscenze e delle tecniche per uccidere, sopprimere, devastare, sottrarre agli altri il Bene della vita e dell’aria che respirano.

Informato il Buon Dio dalla sua Prescienza, avrebbe potuto prevenire queste conseguenze nefaste per l’Umanità, impedendo all’uomo di esercitarsi in simili misfatti. Non l’ha fatto, ripeto, per non limitare la di lui Libertà, che non è da intendersi come un aspetto secondario della sua Umanità, ma di questa è la essenza costitutiva.

Si capisce, quindi, che non si può correre con un’autovettura a 100 Km. all’ora su una strada resa viscida e sdrucciolevole dalla neve e pretendere di non correre il rischio di finire nel burrone. Il mondo, il macrocosmo e il microcosmo si reggono su leggi fisiche ben definite ed inalterabili, che la scienza dell’uomo va scoprendo con progresso crescente e per sua meraviglia si sorprende per la bellezza e l’armonia universale.

E’ un po’ difficile sostenere che sia stata l’opera del Caso. Se le Leggi della fisica governano la Materia, perché non credere che ci siano delle leggi della metafisica che governano lo Spirito? Se si sbanda con la macchina della intelligenza e dello Spirito non si finisce soltanto nel burrone, ma si precipita anche nel caos della degenerazione morale e della corruzione della mente, condizioni genetiche dell’insorgenza del male fisico.

Così deducono i Pensatori della Teodicea, i quali non è detto che abbiano trovato una risposta convincente agli interrogativi che si pongono gli uomini di Filosofia sulle cause determinanti il male fisico di creature innocenti e non affatto responsabili del proprio inspiegabile drammatico destino.

Un importante filosofo della sofistica greca, Gorgia di Lentini, nato intorno al 485 a.C. e vissuto per 109 anni, autore fra l’altro di una simpatica opera che porta il titolo “Encomio di Elena”, sostiene che Elena, la consorte di Menelao, re di Sparta, fu rapita dal principe troiano Paride per la sua straordinaria bellezza, provocando, ma senza sua colpa, la decennale guerra di Troia.

Canta Euripide nella tragedia “Elena”, ai versi 502-505,

“E molte vite sono morte per me sullo Scamandro,

e io, che pure tanto ho sofferto, sono maledetta,

ritenuta da tutti traditrice di mio marito

e rea d’aver acceso una guerra tremenda per la Grecia

 

Come nel teatro contemporaneo dell’assurdo, cioè, ciascun di noi reciterebbe una, due, tre parti in commedia, senza mai sapere da quale destino è condotto o per quali arcane ragioni debba soffrire, ammalarsi, disperarsi ed, infine perire.

Assurda ed irrazionale sarebbe questa nostra vita, come assurda ed irrazionale sarebbe la essenza del Cristianesimo a partire dalla follia della Croce. Ma l’uomo di fede, nonostante tutto, crede e scommette, e talvolta tenta altresì di avanzare delle ipotesi che poi tanto irrazionali non sono, come il sostenere che il male fisico sarebbe una tragica conseguenza del male morale.

Di certo, personalmente ritengo che l’uomo per vivere con dignità la sua costitutiva Libertà non può spogliarsi della Responsabilità ad essa connaturata. Libertà e Responsabilità fanno l’Uomo e la sua Umanità. Non basta essere “belli” e “presi d’amore”, come Elena di Sparta, per discolparsi “di aver acceso una tremenda guerra per tutta la Grecia”.

 

 
 
 
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