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Raimundo Panikkar: il suo decalogo per costruire un' etica condivisa

Post n°208 pubblicato il 26 Marzo 2009 da frapeace
 

Sto stendendo l'elaborato scritto che dovrò presentare e discutere in occasione del mio baccellerato in teologia. Nelle mie varie ricerche mi sono imbattuto in questo stupendo decalogo che ha come scopo quello di gettare le basi per un' "etica condivisa". Propongo anche a voi questo prezioso contributo alla pace nel mondo e al bene comune.

"L’unicaforma di etica che abbia qualche forza, oggi, dev’essere un’eticai nterculturale. L’imperativo è pragmatico, perché non è fondato su un"a priori", ma semplicemente sul fatto che se non ci fosse un’etica alternativa per il mondo attuale si andrebbe alla mutua distruzione dell’umanità, allo sterminio tra gli uomini e ai disastri ecologici.

Non ci facciamo illusioni: il mondo, anche politicamente parlando, nont ollererà più per molto tempo queste ingiustizie istituzionalizzate: ese uno dovrà far ricorso all’incendio dei pozzi di petrolio o alricatto atomico, lo farà. Quindi l’imperativo è pragmatico, perché l’alternativa è la distruzione. Non è l’imperativo a priori: "perchécosì deve essere". L’etica non può essere globale: ma deve essere oggi un’etica accettata nel mondo attuale e si costituisce soltanto – o siscopre – nel dialogo interculturale.

E qui ritengo utile tratteggiare un decalogo dell’etica del dialogo.

Primo: l’altro esiste "per" ciascuno di noi. E l’altro è il musulmano, l’altro è l’emarginato, l’altro è il marito, l’altro è il bambino, il mondo ecc. Una specie di superamento inconscio del solipsismo.

Secondo: l’altro esiste come soggetto e non soltanto come oggetto. Esiste a sé stante e non mi ha chiesto il permesso di esistere. Neanche la pietra, glialberi, gli animali. In altre parole: non si possono trasformare lepietre in pane.

Terzo: l’altro non è oggettodi conquista, di conversione, di studi: è (s)oggetto con diritti propri, con lo stesso diritto di interpellarmi, di interrogarmi, che ho io. La relazione è, quindi, biunivoca: il dialogo è dialogo perché non è monologo. Non è soltanto domandare, ma lasciarsi anche interpellare.Per questo c’è una necessità di ascolto, di umiltà, di uguaglianza.

Quarto: anchese io penso che l’altro (e l’altro può essere un sistema religioso oculturale) sbaglia, devo entrare in contatto con lui, altrimenti nonc’è dialogo e senza dialogo non c’è pace.

Quinto: la disposizione a dialogare è il principio etico supremo. Se ci si nega al dialogo, si finisce con il divorzio, con la guerra, con la bancarotta,con il disastro.

Sesto: il dialogo deve essere totale. Come dicono gli inglesi: non c’è niente di "non-negocial". Tutto deve essere messo sul tappeto, altrimenti non èdialogo dialogale, non è dialogo umano, è dialogo diplomatico. Si mira a vincere.

Settimo: l’etica è collegata al politico, dipende dal religioso ed è frutto di una cultura. Tutto ciò relativizza l’etica, ma la rende concreta ed efficace.

Ottavo: l’etica scaturisce dal dialogo religioso e allo stesso tempo ne è la sua causa. È un circolo vitale come tutte le cose ultime.

Nono: nessuno ha il diritto di promulgare un’etica. L’etica non si promulga. Si scopre. E si scopre nel dialogo.
Inoltre in un contesto mondiale qual è quello di oggi a nessuno viene riconosciuto il diritto di promulgare un’etica universale ed assoluta.

Decimo: l’etica contemporanea deve confrontarsi con un "novum" che non si era maiverificato nella storia: il "novum" di tanta gente che muore di fame,di sete, di stenti, di violenza. E che attende una redenzione concreta: non annuncio di principî etici, ma un comportamento operativamente salvifico, purificato di ogni pretesa messianica".


  "Dall’etica globale all’etica condivisa" (Testo integrale riportato da "Adista" 26 febbraio 1994).

 
 
 
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